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Con Guicciardini la trattatistica sviluppa a tal punto l'aspetto asistematico e quasi privato da poter assumere le forme di pensieri staccati o AFORISMI, e da prendere il significativo titolo di Ricordi che rimanda alle scritture private a circolazione familiare della tradizione fiorentina.
Il capolavoro storiografico del Guicciardini, la storia d'Italia, rompe decisamente con la tradizione storiografica dell'Umanesimo. ne riprende certamente alcuni tratti di fondo: il privilegiamento della riflessione sugli aspetti politici e diplomatici, l'impostazione improntata a un'alta retorica classica, l'allargamento del pubblico. La rottura avviene invece su un altro piano: la rinuncia a qualunque intento celebrativo e la scelta di privilegiare l'analisi dei conflitti e delle contraddizioni. Sia Machiavelli che Guicciardini non scrivono per fare l'encomio a un principe, ma per verificare la tenuta di alcuni concetti teorici: di qui il carattere saggistico della loro storiografia.
I RICORDI
Il titolo Ricordi rimanda alle scritture private a circolazione familiare della tradizione fiorentina, si tratta dunque di forme di scrittura privata destinate a un ambito familiare. In esse l'autore registra soprattutto un dialogo e allo stesso tempo lascia una testimonianza a familiari e amici.
La forma inusuale dei Ricordi rivela il modo originale con cui Guicciardini vive la crisi dei sistemi di pensiero tradizionali. La nuova struttura del libro, pur assumendo la materia della trattatistica, dà congedo alla forma del trattato, che nei Ricordi si polverizza in una serie di massime talora anche contraddittorie fra loro. Rifiutato ogni sistema chiuso, Guicciardini cerca di adeguarsi alla complessità del reale, di costruire un pensiero problematico, fondato sul relativismo. Alla base della conoscenza può esserci solo l'osservazione, cioè l'esperienza.
La realtà va analizzata nelle sue infinite contraddizioni che si riflettono di necessità nelle contraddizioni dell'autore stesso. Essa può essere sempre vista e valutata da punti di vista diversi e persino opposti. Ciò non significa affatto cedere a ipotesi irrazionalistiche; anzi, solo la ragione può guidare l'analisi dei diversi casi "particulari" in cui si articola la realtà. Da tale punto di vista tutta la realtà è interessante, da quella della cronaca privata a quella della storia degli Stati, dei re e dei papi. Di qui lo squadernarsi ampio di motivi: da quelli autobiografici, con riferimenti a vicende pubbliche o a fatti privati o alla figura del padre, alla riflessione generale sulla natura dell'uomo e sulla "fortuna", sino alle considerazioni sullo Stato, sul potere e sulla corruzione della Chiesa.
Nei Ricordi ricorrono frequentemente due parole-chiave: «discrezione» e «particulare». «Discrezione» deriva da "discernere": implica la capacità di distinguere caso da caso, di analizzare con ponderazione, nella loro concretezza (o «verità effettuale», avrebbe detto Machiavelli), le diverse circostanze. Il ragionamento non deve partire da principi generali, né tendere a formulare ricette universali: deve obbedire all'arte della distinzione, della valutazione di situazioni specifiche. C'è quindi una componente empirica nel pensiero guicciardiano.
Di qui la rilevanza del concetto di <particulare> che ha un significato anzitutto teorico e solo in un secondo tempo pratico e morale. Il concetto di «particulare» rinvia infatti, in primo luogo, all'arte logica della «discrezione».
In campo pratico-morale esso comporta l'impossibilità di superare la sfera individuale: all' «uomo di Guicciardini» non resta altro che cercare «onore e utile» sul piano privato. È venuta meno la grande tensione etico - politica, a forte impronta utopistica, di Machiavelli. L'ultima redazione dei Ricordi, in cui più acuto si fa, rispetto alle precedenti, il pessimismo di Guicciardini, riflette la gravissima situazione di crisi successiva al sacco di Roma. La teoria politica di Guicciardini è sostanzialmente scettica. Egli non scrive un manifesto per l'azione, come aveva fatto diciassette anni prima Machiavelli con Il Principe, ma prende atto di una situazione di impotenza, che non prevede più riscatti possibili. L'intellettuale ormai è un soggetto isolato. Gli resta solo l'orgoglio dell'analisi razionale e della conoscenza, di cui nondimeno intravede ora tutti i limiti. Lo stile ellittico, essenziale, asciutto, deriva appunto da questo superstite orgoglio.
Con "discrezione" oggi intendiamo per lo più la 'capacità di uniformare i propri atti e le proprie parole a criteri di ragionevolezza e di utilità': essere dotati di "discrezione" significa cioè 'avere il senso della misura e dell'opportunità; comportarsi senza eccessi, in modo cortese e riservato'.
"Discrezione" è pure sinonimo di 'giudizio, criterio, buon senso' poiché designa anche la "capacità di distinguere il bene dal male" e di giudicare e agire con sicurezza.
Il significato secondo il quale la voce "discrezione" viene usata da Guicciardini è'distinzione', cioè 'necessità di distinguere i diversi casi e di giudicarli uno per uno'. Questo significato deriva direttamente da quello latino di "discretio, -onis" (= separazione, distinzione), che a sua volta deriva dal tema del vb. "discernere" (= separare, distinguere).
I motivi
I pensieri 7 e 8 sono uniti in quanto affrontano lo stesso tema: se sia opportuno dire cose che, riferite, possono dispiacere ad altri. Più in generale i pensieri 7, 8, 9, 11 forniscono una serie di precetti pratici (compreso quello su come leggere i pensieri stessi: cfr. pensiero 9), mentre il 6, 1110 e il 12 elaborano nozioni teoriche intorno a fondamentali nuclei concettuali, cui fanno riferimento le parole-chiave «discrezione» (cfr. pensiero 6), «esperienza» (cfr. pensiero 10) ed «esperienza» e «osservazione» (cfr. pensiero 12). Nel pensiero 6 si nega che possa esistere una «regola» atta a spiegare le cose del mondo, le quali invece sono varie, costituendo ognuna una «eccezione». Occorre praticare dunque l'arte della «distinzione» e della «discrezione». Tale arte può essere appresa solo attraverso l'»esperienza», dato che le doti innate di carattere non sono mai sufficienti (pensiero 10). Nel pensiero 12 viene stabilito un nesso fra «esperienza» e '(osservazione>: la prima nasce dalla seconda e si condensa spesso nei proverbi, i quali sono simili in tutti i paesi dato che le cose del mondo «in ogni luogo sono le medesime e simili». Quindi Guicciardini da un lato afferma la infinita varietà del reale, dall'altro la necessità di servirsi dell'osservazione per cogliere le costanti che si manifestano e condensarne l'esperienza in massime (come fa lui stesso nei Ricordi) o in proverbi. La «discrezione» non è una resa all'imprevedibile, ma un appello alla ragione.
Lo stile precettistico
Ben quattro pensieri su sette presentano un appello al destinatario, a un «voi» rivolto ai lettori: si tratta del pensiero 7 (»Avvertite bene»), 8 (»vi induce., avvertite»), 9 (»leggete spesso»), 11 (»Non vi spaventi»). Si tratta di avvertimenti e di ammonimenti rivolti presumibilmente ad amici e familiari perché li imparino a memoria (cfr. pensiero 9). I precetti sono trasmessi attraverso esortativi o imperativi collocati per lo più all'inizio dei pensieri: «Avvertite bene» (pensiero 7), «Leggete spesso» (pensiero 9), «Non si confidi alcuno» (pensiero 10), «Non vi spaventi» (pensiero 11). Spesso si tratta, come si può vedere, di esortazioni negative volte a impedire comportamenti errati.
L'ideologia di Guicciardini
I pensieri 15, 17, 32 mostrano una logica unitaria: l'ambizione, il desiderio dell'»onore» e deIl'»utile», è una molla positiva dell'azione umana, se perseguita con mezzi «onesti e onorevoli». Si tratta di una molla naturale, incoercibile, che tende a realizzare l'interesse individuale, nella maggior parte degli uomini più forte del desiderio stesso di libertà (pensiero 66). Eccettuati i casi di deviazione morale, la realizzazione dell'ambizione secondo la logica individuale del proprio «particulare» non è da condannarsi, anzi è una spinta positiva da rispettare. Guicciardini si inserisce in una logica mercantesca e borghese che aveva solide radici a Firenze e che è riscontrabile già in Boccaccio. In una situazione di crisi - in cui la fortuna domina il comportamento umano (30), pratica e teoria sono dissociate (35) e gli uomini appaiono più disposti al male che al bene (41), mentre i margini di organizzazione del futuro sono ristretti e quelli della sua previsione quasi nulli (57) - non resta che questo individualismo, da perseguirsi bensì con decoro, nel rispetto delle regole che esigono di essere e non solo di apparire buone. La sottolineatura del peso determinante della fortuna è più forte in Guicciardini che in Machiavelli, il quale immaginava caratteri impetuosi capaci di dominarla. Comuni a Machiavelli sono invece il realismo e la spregiudicatezza dell'analisi, la tendenza a demistificare le motivazioni ideali e a scorgere la molla egoistica dell'azione umana: si veda soprattutto il pensiero 66, d'impronta machiavelliana, che individua la prevalenza degli «interessi particulari» anche negli esaltatori, apparentemente più disinteressati, della libertà.
Machiavelli, nei Discorsi prende a modello la storia romana: crede che gli esempi del passato possano servire al presente. Guicciardini obietta: 1) il criterio dell'imitazione non vale in campo storico: in primo luogo perché la situazione è mutata, anzi ogni circostanza è diversa dalle altre, e in secondo luogo perché i moderni, se paragonati agli antichi, sono come asini rispetto a cavalli e non possono dunque ripeterne le gesta (pensieri 110 e 11 7); 2) in campo filosofico e religioso la ricerca umana ha limiti invalicabili: serve più a esercitare l'ingegno, scrive polemicamente Guicciardini, che a trovare la verità: «in effetto gli uomini sono al buio delle cose». Questa seconda presa di posizione non è contro Machiavelli, ma contro i filosofi e i teologi. Tuttavia vi traspaiono lo stesso scetticismo sulle possibilità conoscitive dell'uomo che alimenta la polemica contro Machiavelli e la stessa sfiducia circa la possibilità di formulare regole generali.
Il problema della simulazione
Guicciardini preferisce un comportamento schietto e trasparente ma non nega l'utilità, in determinati casi, della simulazione. E un tema, questo, molto dibattuto nel Cinquecento, presente anche
nel Cortegiano di Castiglione (che lo risolve nella «grazia» e nella «sprezzatura») e poi teorizzato da Torquato Accetto nella prima metà del Seicento nel libro dal titolo significativo La
dissimulazione onesta: per Accetto, in una situazione di "doppia verità" (quella individuale e quella pubblica) prodotta dal clima repressivo della Controriforma, la dissimulazione è necessaria
come forma di resistenza e di difesa dell'anima nobile. Guicciardini si limita a prendere atto realisticamente dell'importanza della simulazione, anche se dichiara che sarebbe meglio non usarla.
La sua, insomma, è una scelta di medietà, di giusto mezzo, in cui si rivela il tratto moderato (anche da un punto di vista teorico e politico) della sua personalità.
La natura degli uomini
Il pensiero 134 va discusso insieme al pensiero 41 che sembra sostenere una tesi opposta, e cioè che gli uomini sono cattivi. Qui si afferma infatti che per natura gli uomini sarebbero buoni.
D'altronde non mancano contraddizioni nel pensiero di Guicciardini. In questo caso, tuttavia, la contraddizione è più apparente che reale: è vero che gli uomini sono, secondo Guicciardini, per
natura inclini al bene piuttosto che al male, ma la loro natura è «fragile» mentre numerose e impellenti sono le circostanze che inducono al male. Per questo le loro azioni finiscono con l'essere
piuttosto malvagie che buone.
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