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Tesina sull'800-900

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Tesina sull'800-900


Sommario


Italiano: G. D'Annunzio


Filosofia: F. Nietzsche


Storia: La prima guerra mondiale


Fisica: La Fisica dall'800 al '900


Inglese: Science Fiction stories


Italiano: Gabriele D'Annunzio


La vita


Nato nel 1863 a Pescara, da agiata famiglia borghese, studiò in una delle scuole più aristocratiche del tempo. A soli 16 anni esordì con "Primo vere" un libretto in versi.

A 18 anni si trasferì a Roma, dove abbandonò gli studi per la vita mondana. E' qui che iniziò per lui una più brillante avventura letteraria ed, insieme, umana.

Egli fu per anni cronista mondano dell'aristocrazia della capitale e s'immerse in una vita d'esteta, protesa fra amori e avventure e alla ricerca di piaceri raffinati: divenne famoso per la vita e le opere scandalose, creandosi la maschera dell'individuo superiore che rifugge dalla mediocrità, rifugiandosi in un mondo di pura arte che ha come regola di vita solo il bello e la ricerca dell'erotismo, ideale sulla base del quale si sforzerà continuamente di costruire una concezione della vita. Il rapporto strettissimo tra arte e vita lo porterà a realizzare opere d'arte come forme di vita e a "vivere la vita come un'opera d'arte".



Nei primi anni del 90 però D'Annunzio entrò in crisi, una sorta di crisi dovuta ad una stanchezza dei sensi dopo l'orgia voluttuosa di piacere e di mondanità. Tale crisi non fu però spiritualmente tanto profonda: segnò solo il passaggio dal primitivo estetismo a una diversa mitologia, quella appunto del superuomo. Si trattava di una variante del del sensualismo e dell'estetismo dannunziani ispirata ad una adesione superficiale alle teorie del filosofo tedesco Nietzsche: dell'esaltazione, cioè della volontà di potenza di creature privilegiate, intese a costruirsi una vita inimitabile, sempre sopra le righe, mai banale, come quella a cui tendeva l'estetismo, ma con, in più, una marcata volontà di affermazione nel mondo.

Egli non accetta di essere una persona qualunque, il poeta vuole essere qualcuno, vuole lasciare un'indelebile traccia della sua esistenza: ciò richiama le tesi fondamentali del mito del superuomo, apprese da D'Annunzio in maniera semplice e indiretta  attraverso la mediazione degli spettacoli di Wagner. Egli puntava al " vivere inimitabile".

D'Annunzio condusse una vita da principe rinascimentale nella villa di Fiesole, tra oggetti d'arte, amori lunghi e tormentati (Eleonora Duse), con un dispendio di denaro che egli non riusciva a controllare. Proprio questa fu la contraddizione che non riuscì a superare: egli disprezzava il denaro borghese, ma non poteva farne a meno per la sua vita lussuosa. Proprio per l'immagine mitica che voleva dare di sé, tentò anche l'avventura politica, anche se in un modo ambiguo, schierandosi prima con la destra e poi con la sinistra.

In seguito rivolse la sua attenzione anche al teatro, poiché poteva raggiungere un pubblico più vasto rispetto ai libri.

Ma nonostante la sua fama fosse alle stelle ed il " dannunzianesimo" stesse improntando tutto il costume dell'Italia borghese, D'Annunzio, a causa dei creditori, dovette fuggire dall'Italia rifugiandosi in Francia.

L'occasione tanto attesa per l'azione eroica gli fu offerta dalla I guerra mondiale.

Allo scoppio del primo conflitto mondiale D'Annunzio tornò in Italia ed iniziò una campagna interventista. Arruolandosi volontario fece imprese clamorose e combattè una  guerra eccezionale non in trincea, ma nei cieli con il nuovissimo mezzo: l'aereo. Nel dopoguerra capeggiò una marcia di volontari su Fiume dove instaurò un dominio personale. Cacciato via, sperò di riproporsi come "duce" di una rivoluzione reazionaria ma fu scalzato da Mussolini. Il Fascismo lo esaltò come padre della Patria ma lo guardò anche con sospetto confinandolo nel "Vittoriale degli Italiani", una villa di Gardone, che egli trasformò in vero mausoleo. Qui trascorse gli ultimi anni fino alla morte avvenuta il 1° marzo 1938 per una emorragia celebrale.

L'influenza di D'Annunzio sulle cultura e sulla società fu lunga ed importante, lasciando un'impronta sul costume degli italiani e sulle nascente cultura di massa.  

A causa delle sue sperimentazioni superomistiche in ambito politico divenne celebratore di se stesso e con lui tramontò definitivamente la figura del poeta-vate, compromessa da una avventura storica che ne aveva bruciato la credibilità.


Gli elementi che caratterizzano la personalità letteraria dannunziana sono:


  • il Superomismo;



  • l'Estetismo;



  • il Sensualismo;



  • l'Egocentrismo

Il Superomismo come accennato precedentemente rappresenta l'atteggiamento di superiorità dannunziano, al di sopra del bene e del male. A differenza di Nietzsche, D'Annunzio proclama la necessità di una vita in perpetua ascensione (Superuomo dannunziano) per un impulso costante di quegli elementi che D'Annunzio chiama "La Quadriga Imperiale" della sua anima, il cocchio dell'anima eroica. Il suo slancio superomistico lo porta ad una immediata comunione con la natura e con le sue forze elementari. In questo egli intravede una felicità che coincide con una vita avventurosa ed eroica; la fusione di Volontà e Voluttà (cioè il piacere) e di Orgoglio e Istinto (la quadriga imperiale appunto) permette di diventare tutt'uno con l'energia creatrice della natura, di continuarla, anzi, di emularla. Il concetto chiave del superomismo dannunziano è contenuto nel primo libro delle Laudi, "Maia" o "Laus Vitae" (Inno alla vita) una autentica celebrazione dell'energia vitale; un naturalismo pagano impreziosito dai riferimenti classici e mitologici. In essa viene ribadito la concezione del superuomo come persona al di sopra di tutto, ed inoltre spiega la sua volontà di vivere intensamente la sua vita, giorno per giorno. Nulla gli è estraneo e lontano e sconosciuto, finche vivrà. La sua anima vive quanto altre diecimila e non si ferma dinanzi a nulla. E' attratto da tutto e vuole possedere ogni cosa. A tutto ambì e tutto tentò, quello che non fu fatto lo sognò, ma il sogno fu talmente intenso che eguagliò l'atto.

Ne "Le vergini delle Rocce" del 1895 si nota una profonda politica antidemocratica ed un ritorno ai modelli Romani: la complessità superomistica subisce una sostanziale semplificazione nella direzione di un superomismo a impronta esclusivamente estetica che s'intride di valenze politiche reazionarie. L'opera narra appunto di un giovane romano, Claudio Cantelmo, sdegnoso della realtà borghese e resosi conto della situazione romana (venti di barbarie dice D'Annunzio riferendosi ai "nemici dell'arte" ai quali oppone la figura di Cantelmo) cerca in un vano tentativo di dare alla luce una creatura eletta, che sarà capace di risollevare le sorti di Roma, ma per realizzare ciò egli doveva necessariamente scegliere una genitrice all'altezza del compito. La scelta doveva essere fatta tra tre giovani (le vergini delle rocce), sulle quali però incombeva un o 242d36c scuro destino familiare: alla fine tutte e tre si riveleranno inadatte al compito e Cantelmo dovrà rinunciare al suo sogno di dare alla vita un Superuomo che avrebbe dovuto coprire il ruolo di futuro Re di Roma e d'Italia. Il vero protagonista dell'opera è lo stile che fa da cornice alle idee superomistiche precedentemente esposte.


L'Estetismo trattato precedentemente, rappresenta il fulcro della poesia dannunziana, la fonte ispiratrice e "di vita" per lo stesso autore, tanto che, come già accennato, sulla base di esso fondò la sua intera esistenza. L'espressione "estetica" corrispondente in qualche modo al romanzo A rebours di Huysmans confluisce nell'opera "estetica" più rappresentativa di D'Annunzio: "Il Piacere" (nel quale rintracciamo degli ovvi riferimenti con la voluttà e l'estetismo, capisaldi dannunziani).

Il romanzo del 1889 vede protagonista Andrea Sperelli, il doppio di D'Annunzio stesso; è un giovane aristocratico ed il principio "fare la propria vita, come si fa un'opera d'arte" diviene una forza distruttiva. La crisi è molto evidente nel suo rapporto con le donne: è diviso fra due donne Elena, la donna fatale e Maria, quella pura. Ma l'esteta mente a sé stesso: la figura della donna angelo è solo oggetto di un gioco erotico sottile e perverso, e funge da sostituto di Elena, che Andrea desidera ma lei essa rifiuta. Infine viene abbandonato da entrambe, in particolare da Maria quando dubbiosa riguardo la sincerità di Andrea e la veridicità dell'amore nei suoi confronti, ottiene la certezza di ciò quando, per sbaglio, Andrea la chiama "Elena".

Il romanzo pur essendo monotono e non rappresentando la massima espressione artistica di D'Annunzio ebbe grande successo più che per ragioni artistiche, appunto, per ragioni sociologiche, poiché interpretava le esigenze di certo gusto contemporaneo.

Alla base di tutto possiamo quindi sottolineare "Il culto dell'Arte per l'arte", l'identificazione del ruolo dell'artista con quello di un sacerdote di pura bellezza, senza preoccupazioni morali. D'Annunzio afferma che l'arte si spiega con l'arte. Ed è qesta la differenza con Pascoli, poiché quest'ultimo considera l'arte (ricca di fini morali) istigatrice di buoni costumi.

A volte l'estetismo mostra i suoi lati peggiori ed in certe situazioni può disgustare per brutalità e per mistura blasfema di religione e lussuria, ma a volte si carica di autentico patos e si identifica con l'anima stessa della poesia.


Estetismo - Superomismo - Il suo Estetismo, in seguito, si unirà con l'altro elemento costituente di gran lunga la letteratura dannunziana: il superomismo. Da questa unione feconda D'Annunzio si operò a fornire un nuovo tipo di estetismo che non fosse solo professione mondana, ma gesto, impresa, avventura. Ed è proprio l'unione di questi due aspetti fondamentali che contribuisce all'esaltazione del proprio io dannunziano. Comune ad ambedue è l'esaltazione di quella che il poeta chiamò, come detto poc'anzi, la "quadriga imperiale" della sua anima, cioè l'unione di voluttà e istinto, orgoglio e volontà, anche se i due ultimi termini sono propri, soprattutto dell'esperienza "superumana".


Il Sensualismo è celebrato da D'Annunzio in tutti i suoi aspetti poiché convinto che il senso e non l'intelletto sia lo strumento infallibile della conoscenza. Il dominio del mondo è per lui possibile soltanto con il senso. In fondo l'erotismo e il superomismo rappresentano i due aspetti concomitanti dell'aspirazione sensuale del D'Annunzio (alludendo non tanto al carattere erotico di molte sue produzioni, quanto invece al suo rifiuto della razionalità e della storia, in nome della suggestione sensoriale menzionata poc'anzi). Nell'erotismo il senso è caratterizzato dal desiderio e dall'orgiastico. L'erotismo a lungo andare genera sazietà e così D'Annunzio esprime la stanchezza e il disgusto dei sensi e l'aspirazione ad una vita sana ed innocente (o addirittura alla rinuncia ascetica). E' facile intuire che questi momenti di rinuncia durino molto poco per D'Annunzio, ed un esempio di ciò ci viene fornito dalla poesia "I Pastori" nella quale egli dichiara di invidiare la vita svolta dai pastori della sua terra ed inoltre di desiderare ardentemente di poter emulare lui stesso le gesta cantate nella poesia (ad esempio il rito della transumanza). Di sottile erotismo è permeato anche il suo particolare gusto per la parola ed il Flora dice: "D'Annunzio accarezza le parole come se fossero cose vive, anzi donne".


L'Egocentrismo dannunziano poneva il proprio io al centro del mondo, avanzando così anche qualche rifacimento al Narcisismo, anzi rappresentando la "punta avanzata" del Narcisismo decadente con il quale avanzava l'idea di identità Io-Mondo.


Cronologia e Opere


1863 Nasce a Pescara il 12 marzo.


1874 Viene iscritto al collegio Cicognini di Prato, dove resta sino al completamento degli studi liceali (1881).


1879 Pubblica una raccolta in versi, Primo vere, che esce in seconda edizione l'anno seguente; Giuseppe Chiarini scrive che l'Italia ha un suo nuovo poeta.


1882 Pubblica le raccolte poetiche Canto novo e Intermezzo. Lo "scandalo" della sua relazione con la duchessina Maria Hardouin di Gallese si conclude col matrimonio.


1889 Il Piacere.


1891 Dal matrimonio con Maria Hardouin nascono tre figli. Si trasferisce a Napoli: collabora al "Corriere di Napoli"; inizia una relazione con Maria Anguissola, principessa Gravina.


1892 Pubblica il romanzo L'Innocente e la raccolta di liriche Elegie Romane.


1893 Pubblica la raccolta di liriche Poema Paradisiaco.


1894 Pubblica il romanzo Trionfo della morte.


1895 Collabora con la rivista "Il Convito", che lo mette in contatto con il gruppo antidemocratico dei simbolisti europei. Scrive la Vergine delle rocce, ispirato da un viaggio in Grecia sullo yacht di Scarfoglio.


1897 Inizia la frequentazione con Eleonora Duse. Partecipa alle elezioni, e viene eletto deputato, con un programma di chiara impostazione nazionalistica.


1898 Vive a Settignano (Firenze) nella villa "La Capponcina "; la Duse, con la quale ha una relazione amorosa, risiede lì vicino.


1899 L'opera teatrale La Gioconda, interpretata dalla Duse, ottiene un grande successo.


1900 Il romanzo Il Fuoco suscita scandalo per le spregiudicate rivelazioni sugli amori con la Duse.


1903 Pubblica i primi tre libri delle Laudi (Maia, Elettra, Alcyone).


1904 Successo dell'opera teatrale La figlia di Jorio. Continua a produrre per il teatro (1905 La fiaccola sotto il moggio, 1908 La Nave), coltiva più relazioni amorose, si circonda di lussi di ogni genere e si dà a spese smodate. Ad un certo punto, non potendo più tenere a bada i creditori, è costretto ad abbandonare l'Italia (ma egli parlerà di "volontario esilio").


1910 Vive a Parigi e ad Arcachon (in riva all'Atlantico); scrive in francese Le martyre de Saint Sébastien.


1913 Compone le Canzoni per la gesta d'Oltremare ad esaltazione dell'impresa libica (costituiranno il quarto volume delle Laudi intitolato Merope. Le nuove amanti sono una russa ed una pittrice americana.


1915 Ritorna in Italia e partecipa attivamente alla propaganda interventista. Durante il primo anno di guerra rimane ferito ad un occhio durante un atterraggio di fortuna.


1916 Con gli occhi bendati e servendosi di strisce di carta contenenti una sola riga, inizia a scrivere il Notturno.


1918 In febbraio compie la cosiddetta "beffa di Buccari", in agosto sorvola Vienna lanciando manifestini.


1919 A capo di volontari, occupa militarmente Fiume, in opposizione al governo italiano: la abbandonera' in seguito all'intervento dell'esercito italiano.


1921 Si stabilisce a Villa Cargnacco, sul lago di Garda, che trasforma nel "Vittoriale degli Italiani".


1924 Pubblica il primo dei due volumi de Le Faville del maglio; il secondo verra' pubblicato nel 1928.


1937 Viene nominato presidente dell'Accademia d'Italia da Benito Mussolini, e celebra la conquista dell'abissinia con i versi e le prose di Teneo te Africa.


1938 Muore di emorragia celebrale il primo marzo.


Il Poema paradisiaco raccoglie liriche composte a partire dal 1891 e fu pubblicato nel 1893. Il titolo, dal latino Paradisius = giardino, letteralmente equivale a "poema dei giardini".

Si puo' dire che il Poema paradisiaco, nella maggioranza dei suoi versi, esprime un momento psicologico, una disposizione umana, una tematica che sono alternativi a quegli atteggiamenti e a quei temi (il piacere, il pagano godimento) che fino ad allora il poeta aveva espressi. Il poema diventa per D'Annunzio come un lavacro di innocenza dopo l'esaltazione dei miti di barbarie e di lussurie.


Il Trionfo della Morte é un romanzo di ispirazione superomistica. Presenta una debole struttura narrativa ed è articolato in sei parti ("libri"). E' incentrato sul rapporto contraddittorio ed ambiguo di Giorgio Aurispa con l'amante Ippolita Sanzio, ma su questo tema di fondo si innestano e si sovrappongono altri motivi e argomenti: il ritorno del protagonista alla sua casa natale in Abruzzo è il pretesto per ampie descrizioni (nella seconda, terza e quarta parte) del paesaggio e del lavoro delle genti d'Abruzzo. Giorgio cerca di trovare l'equilibrio tra superomismo e misticismo, e aspira a realizzare una vita nuova (è il titolo del quarto libro). Per questo vive il rapporto con l'amante come limitazione, come ostacolo: per il suo fascino irresistibile, Ippolita Sanzio è sentita come la "nemica", primigenia forza della natura che rende schiavo il maschio. Solo con la morte Giorgio si libererà da tale condizione: per questo si uccide con Ippolita, che stringe a sè, precipitandosi da uno scoglio. La morte è vista come un "bel gesto", nel quale l'individuo eccezionale ritrova il proprio orgoglio e la propria "volontà di potenza", che nel superomismo è espressa dalla convinzione di saper godere la vita e comprenderne il fascino, e che considera l'umanità intera, tranne pochi eletti simili a lui, come una massa animalesca di schiavi.


Superomismo


L'ideologia superomistica


D'Annunzio coglie alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche banalizzandoli: il rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari che schiacciano la personalità, l'esaltazione di uno spirito dionisiaco, cioè di un vitalismo gioioso, libero dalla morale, il rifiuto della pietà dell'altruismo, il mito del superuomo, assumono una coloritura antiborghese, aristocratica e antidemocratica. Vagheggia l'affermazione di una nuova aristocrazia che sappia elevarsi a  superiori forma di vita attraverso il culto del bello e l'esercizio della vita eroica.

Il mito Nietzschiano del superuomo è interpretato da D'Annunzio come il diritto di pochi esseri eccezionali ad affermare il loro dominio sulla massa. Questo nuovo personaggio ingloba in sé l'esteta; l'artista-superuomo ha funzione di vate, ha una missione politica di guida, diversa da quella del vecchio esteta. D'Annunzio non accetta il declassamento dell'intellettuale e si attribuisce un ruolo di profeta di un ordine nuovo.

Egli, infatti, come detto poc'anzi intese a costruirsi una vita inimitabile, sempre sopra le righe, mai banale, proponendo così un nuovo superomismo, una sorta di suggestione letteraria che si fonda sul sensualismo e sulla fede nel culto della bellezza.

Il superuomo di Nietzsche venne quindi mal interpretato e nel D'Annunzio si limitò a nuove avventure erotiche e alla esaltazione della propria personalità eccezionale proponendo così un dannunzianesimo basato sul costume e sulla moda esaltato da una borghesia ambiziosa e megalomane.


I romanzi del Superuomo


Il romanzo "Il trionfo della morte" rappresenta una fase di transizione fra le due figure del superuomo. L'eroe Giorgio Aurispa è un esteta simile ad Andrea Sperelli (del Piacere) che, travagliato da una malattia interiore, va alla ricerca di un nuovo senso della vita. Un breve rientro nella sua famiglia acuisce la sua crisi, perché reimmergersi nei problemi della vita familiare e soprattutto rivivere il conflitto col padre, contribuisce a minare le sue energie vitali: per cui è indotto ad identificarsi nella figura dello zio, a lui simile nella sensibilità e morto suicida.

La ricerca porta l'eroe a tentare di riscoprire le radici della sua stirpe. La soluzione gli si affaccia nel messaggio dionisiaco di Nietzsche, in un'immersione nella vita in tutta la sua pienezza, ma l'eroe non è ancora in grado di realizzare tale progetto: prevalgono in lui, sull'aspirazione alla vita piena e gioiosa, le forze negative della morte; egli al termine del romanzo si uccide, trascinando con sé la "Nemica".

Il romanzo successivo "Le Vergini delle rocce" segna la svolta ideologica radicale, nel quale l'eroe è forte e sicuro. E' stato definito il "Manifesto politico del Superuomo". Esso contiene le nuove teorie dannunziane.

Anche "Il Fuoco"(manifesto artistico del Superuomo) conferma tale sorte.

L'eroe Stelio Effrena (il nome che evoca al tempo stesso l'idea delle stelle e quella dell'energia senza freni, è evidentemente programmatico) medita una grande opera artistica, fusione di poesia, musica, danza, in un nuovo teatro nazionale. Anche qui forze oscure gli si oppongono, anche qui per mezzo di una donna. Il romanzo non si conclude con la realizzazione del progetto dell'eroe, ma doveva proseguire con un ciclo, ma ciò non accadde.

Dopo un periodo di interruzione, D'Annunzio scrisse " Forse che si, forse che no", in cui il protagonista Paolo Tarsis, realizza la sua volontà eroica col volo aereo. In esso l'autore celebra la macchina, simbolo della realtà moderna. Ma alla sublimazione del superuomo si oppone ancora una volta la "Nemica", una donna sensuale e perversa.

Tuttavia l'eroe trova un'inaspettata via di liberazione e riesce a salvarsi.

Tutti i protagonisti dannunziani restano sempre deboli e sconfitti, incapaci di tradurre le loro aspirazioni in azione. La decadenza, il disfacimento, la morte esercitano sempre su di essi un'irresistibile attrazione. 


Laudi  


Nel campo della lirica D'Annunzio vuole affidare il compito di vate a 7 libri di "Laudi del cielo del mare della terre e degli eroi". Nel 1903 pubblica i primi tre (Maia, Elettra e Alcyone), un quarto Merope, nel 1912. Postumo è un quinto Asterope; gli ultimi due, anche se annunciati non furono scritti.

"Maia" non è una raccolta di liriche, ma un lungo poema di oltre 8000 versi. In essa D'Annunzio adottò il verso libero; il carattere è profetico e vitalistico. Il poema è la trasfigurazione mitica di un viaggio in Grecia, realmente compiuta da D'Annunzio.

Il viaggio nell'Ellade è l'immersione in un passato mitico, alla ricerca di un vivere sublime: dopo di che il protagonista si reimmerge nella realtà moderna. Il mito classico vale a trasfigurare questo presente, riscattandolo dal suo squallore. Il passato modella su di sé il futuro da costruire. Per questo l'orrore della civiltà industriale si trasforma in nuova forza e bellezza equivalente a quella dell'Ellade . Per questo il poema diventa un inno alla modernità capitalistica ed industriale, alle nuove masse operaie, docile strumento nelle mani del superuomo.

Il poeta non si contrappone più alla realtà borghese moderna, ma la trasfigura in un'aura di mito. Dietro questa celebrazione però si intravede la paura e l'orrore del letterato umanista dinanzi alla realtà industriale. Il poeta si fa comunque cantore di questa realtà, anche se si sente da essa minacciato e diventa protagonista di miti oscurantisti e reazionari. 



Il D'Annunzio autentico è proprio quello "decadente" nel senso più stretto del termine, quello che interpreta il senso della fine di un mondo e di una cultura, che si avventura ad esplorare le zone più oscure della psiche, che vagheggia con nostalgia una bellezza del passato avvertita come mito irraggiungibile.

Il secondo libro "Elettra" , è denso di propaganda politica diretta; esso ricalca la struttura ideologica di Maia: vi troviamo passato e futuro di gloria e bellezza in contrapposizione al presente. Parte del volume è costituito dai sonetti sulla "Città del Silenzio", antiche città italiane, dense di passato, su cui si dovrà modellare il futuro. Costante è la celebrazione della romanità in chiave eroica.

Il terzo libro "Alcyone" in apparenza si distacca dagli altri due: al discorso politico, celebrativo si sostituisce  il tema lirico della fusione con la natura. E' il diario ideale di una vacanza estiva, da primavera a settembre. La stagione estiva è vista come la più propizia a consentire la pienezza vitalistica.

Sul piano formale c'è una ricerca di una sottile musicalità e l'impiego di un linguaggio analogico, che si fonda su un gioco continuo di immagini corrispondenti. Alcyone è stata la più apprezzata dalla critica ed è stata definite poesia pura.

Ma l'esperienza panica del poeta non è altro che una manifestazione del superuomo: solo la sua parola magica può cogliere ed esprimere l'armonia segreta della natura, raggiungere e rivelare l'essenza misteriosa della cose.

Alcyone avrà una notevole influenza sulla lirica italiana del '900.

Il quarto libro, "Merope", raccoglie i canti celebrativi della conquista della Libia composti ad Arcachon, pubblicati dapprima sul "Corriere della Sera" e poi in volume nel 1912.

Vengono considerati una continuazione di questi quattro libri i Canti della guerra latina, composti e pubblicati tra il 1914 ed il 1918 (costituiranno, in seguito, il volume intitolato "Asterope", La canzone del Quarnaro).


D'Annunzio - Nietzsche


Nietzsche è forse il miglior interprete della fine di un mondo e del bisogno di rinnovamento di tutta un'epoca: profeta insieme della decadenza e della rinascita, dà origine alle interpretazioni più discordi, che si tradurranno nelle influenze più diverse. Volta a volta materialista o antipositivista, esistenzialista o profeta del nazismo, il filosofo condivide tutte le ambiguità delle avanguardie intellettuali e artistiche borghesi del primo novecento e non a caso diverrà oggetto, in Italia, dell'interpretazione estetizzante di Gabriele D'Annunzio.

Egli infatti, nella sua fase superomistica, è profondamente influenzato dal pensiero di Nietzsche, tuttavia, molto spesso, banalizza e forza entro un proprio sistema di concezioni le idee del filosofo. Dà molto rilievo al rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari, all'esaltazione dello spirito "dionisiaco", al vitalismo pieno e libero dai limiti imposti dalla morale tradizionale, al rifiuto dell'etica della pietà, dell'altruismo, all'esaltazione dello spirito della lotta e dell'affermazione di sé. Rispetto al pensiero originale di Nietzsche queste idee assumono una più accentuata coloritura aristocratica, reazionaria e persino imperialistica.

Le opere superomistiche di D'Annunzio sono tutte una denuncia dei limiti della realtà borghese del nuovo stato unitario, del trionfo dei princìpi democratici ed egualitari, del parlamentarismo e dello spirito affaristico e speculativo che contamina il senso della bellezza e il gusto dell'azione eroica. D'Annunzio arriva quindi a vagheggiare l'affermazione di una nuova aristocrazia che si elevi al di sopra della massa comune attraverso il culto del bello e la vita attiva ed eroica. Per D'Annunzio devono esister alcune élite che hanno il diritto di affermare se stesse, in sprezzo delle comuni leggi del bene e del male. Queste élite al di sopra della massa devono spingere per una nuova politica dello Stato italiano, una politica di dominio sul mondo, verso nuovi destini imperiali, come quelli dell'antica Roma.

La figura dannunziana del superuomo è, comunque, uno sviluppo di quella precedente dell'esteta, la ingloba e le conferisce una funzione diversa, nuova. Il culto della bellezza è essenziale per l'elevazione della stirpe, ma l'estetismo non è più solo rifiuto sdegnoso della società, si trasforma nello strumento di una volontà di dominio sulla realtà. D'Annunzio non si limita più a vagheggiare la bellezza in una dimensione ideale, ma si impegna per imporre, attraverso il culto della bellezza, il dominio di un'élite violenta e raffinata sulla realtà borghese meschina e vile.

D'Annunzio applica, in un modo tutto personale, le idee di Nietzsche alla situazione politica italiana. Ne parla per la prima volta in un articolo, La bestia elettiva, del '92, e presenta il filosofo di Zarathustra come il modello del "rivoluzionario aristocratico"; il suo è un fraintendimento, una volgarizzazione fastosa ma povera di vigore speculativo. Ciò che il D'Annunzio scopre in Nietzsche è una mitologia dell'istinto, un repertorio di gesti e di convinzioni che permettono al dandy di trasformarsi in superuomo e fanno presa immediatamente in un mondo di democrazia fragile e contrastata, soprattutto quando al cronista del "Mattino" e della "Tribuna" si sostituisce lo scrittore insidioso del "Trionfo della Morte" dove non viene ancora proposta compiutamente la nuova figura mitica, ma c'è la ricerca ansiosa e frustrata di nuove soluzioni.


L'impresa di Fiume


"Mio caro compagno, il dado è tratto! Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d'Italia ci assista. Mi levo dal letto, febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile. Sostenete la causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio."


Gabriele D'Annunzio (11 settembre 1919 )


Così Gabriele D'Annunzio scriveva a Benito Mussolini: iniziava l'impresa di Fiume.

D'Annunzio, che non ha mai rinunciato a rivendicare i diritti dell'Italia su Fiume, organizza un corpo di spedizione. A Venezia egli raggruppa gli ufficiali che fanno parte di un nucleo d'agitazione che ha per motto "O Fiume o morte!". Questi ufficiali assicurano a D'Annunzio un contingente armato di circa mille uomini, ai quali altri se aggiungono poi durante la marcia sulla città irredenta.

Gabriele D'Annunzio si autonomina capo del corpo di spedizione e il giorno 12 settembre 1919 entra in Fiume alla testa delle truppe. La popolazione acclama i granatieri italiani ed il "poeta soldato".

L'impresa di D'Annunzio riesce anche grazie alla compiacente collaborazione del generale Pittaluga, comandante delle truppe italiane schierate davanti a Fiume, il quale concede via libera al piccolo esercito. Le truppe alleate di stanza nella città non oppongono resistenza e sgomberano il territorio chiedendo l'onore delle armi. Di fronte al colpo di mano il presidente Nitti, nel duplice intento di salvare la nazione da un pronunciamento militare e di non provocare incidenti internazionali, pronuncia un violento discorso:


"L'Italia del mezzo milione di morti non deve perdersi per follie o per sport romantici e letterari dei vanesii".


Mussolini, fronteggiando l'attacco contro il suo amico D'Annunzio, scrive sulle colonne del Popolo d'Italia:


"Il suo discorso è spaventosamente vile. La collera acre e bestiale di Nitti è provocata dalla paura che egli ha degli alleati. Quest'uomo presenta continuamente una Italia vile e tremebonda dinanzi al sinedrio dei lupi, delle volpi, degli sciacalli di Parigi. E crede con questo di ottenere pieta'. E crede che facendosi piccini, che diminuendosi, prosternandosi, si ottenga qualche cosa. E' piu' facile il contrario"


Gabriele D'Annunzio ottiene così piena autonomia qualificandosi come Comandante della città di Fiume e dichiarando Fiume "Piazzaforte in tempo di guerra".

Il nuovo parlamento di Fiume.


20 settembre 1919. Gabriele D'Annunzio ottiene i pieni poteri e comincia a firmare decreti qualificandosi "Comandante della città di Fiume". Il 16 ottobre le truppe regolari dell'esercito continuano a bloccare la città e D'Annunzio dichiara Fiume "piazzaforte in tempo di guerra". Questo gli consente di applicare tutte le leggi del codice militare che in tal caso prevede anche la pena di morte con immediata esecuzione per chiunque si opponga alla causa Fiumana.

Il plebiscito del 26 ottobre segna il trionfo di D'Annunzio che ottiene 6999 voti favorevoli all'annessione su 7155 cittadini fiumani votanti.

Sull'onda del successo, D'Annunzio esprime a Mussolini un proprio progetto: marciare su roma alla testa dei suoi uomini e impadronirsi del potere. Mussolini lo dissuade e lo convince che la cosa finirebbe in un fallimento. In realtà la marcia su Roma è il suo grande sogno ma egli vuole ancora aspettare perchè intende essere il solo condottiero di quella marcia, e non certo l'articolista di D'Annunzio, in questo momento più popolare di lui. Nel frattempo le potenze alleate ammoniscono il governo italiano sulle complicazioni che l'impresa fiumana può portare nelle trattative ma la loro presa di posizione è abbastanza moderata, tale da indurre Nitti a non intervenire con la forza contro D'Annunzio ma a intavolare con lui pacifici negoziati.

Arriviamo così alla vigilia delle elezioni. D'Annunzio riprende la sua attività espansionistica ed il 14 novembre sbarca a Zara, debolmente contrastato dal governatore militare. Occupata Zara, D'Annunzio riparte pochi giorni dopo lasciando una guarnigione a presidiare la città, mentre corre voce che egli stia per tentare altre imprese del genere a Sebenico ad a Spalato.

Gli italiani vanno alle urne ignorando le ultime imprese di D'Annunzio, perchè il governo blocca la notizia attraverso la censura, temendo che il nuovo fatto d'armi possa mutare il corso della consultazione. Le elezioni del 1919 vedono la sconfitta dei fascisti e nel giugno del 1920 Giolitti subentra come Presidente del Consiglio a Nitti.

Il 1920 vede la conclusione definitiva dell'avventura fiumana di Gabriele D'Annunzio.

I rappresentanti delle potenze alleate si riuniscono a Rapallo. Il 12 novembre viene firmato un trattato che dichiara Fiume stato indipendente e assegna la Dalmazia alla Jugoslavia tranne la città di Zara che passa all'Italia. Il "poeta soldato" viene invitato ad andarsene da Fiume.

Questa volta l'esercito e la marina italiana non potranno più mostrarsi compiacenti con D'Annunzio. Il generale Enrico Caviglia viene inviato a Fiume per far sgomberare la città dagli occupanti. E' Natale. D'Annunzio dichiara che quello sarà un Natale di sangue e promette che verserà anche il suo, ma il generale Caviglia ordina ad una nave da guerra di aprire il fuoco contro il palazzo del governo. Le prime bordate segnarono la fine dell'avventura di D'Annunzio che se ne va. I suoi legionari lo seguono. Portano una divisa che diverrà famosa: camicia nera sotto il grigioverde e fez nero.


Non resta che concludere ricordando il motto latino che D'Annunzio coniò durante la guerra:


"Memento audere semper"


(Ricordati di osare sempre)


Filosofia: Nietzsche


Nato a Röcken, in Sassonia nel 1844 (il padre era un pastore protestante), Nietzsche compie gli studi universitari a Bonn e a Lipsia. Laureato in Filologia classica, a soli 24 anni viene chiamato a ricoprire la cattedra della relativa disciplina nell'Università di Basilea. A Lipsia aveva letto Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer, lettura destinata a lasciare nel pensiero di Nietzsche un'impronta decisiva. A Basilea stringe amicizia con il famoso storico Jacob Burckardt.

Nel 1872 esce la Nascita della tragedia dallo spirito della musica, che susciterà un vasto dibattito nel quale il giovane filologo fu difeso, tra gli altri, da Richard Wagner. L'amicizia col grande musicista risaliva al 1868, e avrà per alcuni anni un profondo significato per Nietzsche, che in Wagner vede il simbolo dell'artista "tragico", potenziale ispiratore di un radicale rinnovamento della cultura contemporanea. E per contribuire anch'egli a questo rinnovamento Nietzsche abbandona la filologia per la filosofia. Tra il 1873 e il 1876 pubblica le 4 Considerazioni Inattuali, brevi scritti polemici. Nel frattempo rompe l'amicizia con Wagner, considerato un "istrione" assetato di successo mondano. La testimonianza di tale rottura la troviamo in Umano, troppo umano (1878), dove l'autore prende ormai le distanze anche dalla filosofia di Schopenhauer. Per ragioni di salute si dimette dall'insegnamento nel 1879 e inizia una irrequieta vita di vagabondaggi per l'Europa (Italia, Francia, Svizzera), alla ricerca di una salute psico-fisica che non tornerà mai. Del 1882 è la Gaia scienza. Nonostante le ricorrenti crisi depressive, Nietzsche continua a scrivere.

A partire dal 1883 comincia a pubblicare Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, che terminerà solo nel 1885. Nel 1886 esce Al di là del bene e del male. Preludio di una filosofia dell'avvenire. Del 1887 è la Genealogia della morale. L'anno successivo Nietzsche compone: Il caso Wagner, Il crepuscolo degli idoli, L'Anticristo, Ecce homo. A Torino lavora alla sua ultima opera, la Volontà di potenza, che però non riesce a portare a termine. Il 3/1/1889 cade preda della pazzia, gettandosi al collo di un cavallo che il padrone stava bastonando di fronte alla sua abitazione torinese.

Muore il 25/8/1900, immerso nelle tenebre della follia. A tanti anni dalla sua morte è indubbio il suo influsso in letteratura, psicoanalisi, estetica e filosofia, ma anche sulla riflessione morale e sulla filosofia della religione.


Critico spietato del passato, dissacratore dei valori tradizionali e propugnatore dell'uomo che deve ancora venire, Nietzsche fu ben consapevole del suo destino:

"Si legherà un giorno al mio nome il ricordo di una crisi, come non ce ne fu un'altra simile sulla terra. Io non sono un uomo, sono una dinamite. sono necessariamente pure un uomo del destino".

Nietzsche si interpreta come un uomo del destino, come colui che contraddice "come mai è stato contraddetto". Egli contraddice il Positivismo e la sua fiducia nella scienza, l'Idealismo e lo Storicismo per la falsa idea di progresso nella storia. Di contro alla "morale degli schiavi", egli esalta la "morale degli aristocratici", che sorge da un trionfante dir di sì a se stessi. La filosofia di Nietzsche si pone, dunque, come inversione delle idee filosofiche e dei valori morali tradizionali. Le interpretazioni di Nietzsche sono state le più disparate e controverse. Di volta in volta, si è visto in Nietzsche l'antipositivista, o l'antidemocratico che disprezza il popolo, o l'artista aristocratico e decadente (come D'Annunzio), o un materialista, o anche il primo vero esistenzialista. E c'è poi tutto un filone interpretativo che ha visto in Nietzsche il profeta del nazismo, della violenza militaristica e della superiorità della razza ariana. In realtà, quel che è accaduto è che la sorella di Nietzsche, Elisabeth, custode gelosa dei manoscritti del fratello, spinta dall'idea di una palingenesi universale da affidare alla nazione tedesca, volle fare del fratello una guida spirituale di tale palingenesi. E con interventi arbitrari e tendenziosi sulle pagine manoscritte del fratello pubblicò la Volontà di potenza, dove idee quali quelle di "superuomo ", di "volontà di potenza", ecc. (che nel contesto globale del pensiero di Nietzsche hanno ben altro significato) appaiono come negazione di ogni umanitarismo e della democrazia, e come i fondamenti teorici della politica più violenta ed aggressiva, dello stato totalitario e della razza "pura dei superuomini". Sennonché (e questo è confermato dall'edizione autentica dei suoi scritti), una tale interpretazione del "superuomo" di Nietzsche come profeta del nazismo è esclusa dal contesto della sua filosofia: il superuomo non è il nazista, ma è il filosofo che annunzia una nuova umanità, una umanità che, liberandosi da antiche catene, va al di là del bene e del male.

Soltanto nel secondo dopoguerra è stata avviata una pubblicazione rigorosa dei testi editi ed inediti nietzscheani. Le principali scuole filosofiche contemporanee hanno peraltro continuato a considerare con molta diffidenza questo pensatore. E' stato solo negli anni più recenti che l'opera di Nietzsche ha cominciato ad ottenere un più franco riconoscimento del suo rilievo storico e filosofico.


Cronologia e Opere


· 1844 Nasce in Sassonia da una famiglia esclusivamente femminile (madre, sorelle), oppressiva e bigotta. Istruito in una scuola religiosa.

· 1965 legge La vita di Gesù di Strauss.

· 1866 legge "Il mondo come volontà e rappresentazione" di Schopenhauer. Con questo filosofo condividerà la visione caotica della vita, il ruolo di rilievo della musica (Schopenhauer sarà molto ammirato da Wagner) e il parallelo volontà di vita - volontà di potenza.

· A Basilea conosce Wagner.

· 1872 pubblica il suo primo libro: "Nascita della tragedia".

· 1878 "Umano, troppo umano" segna il distacco con Wagner.

· 1879 lascia la cattedra di filologia per condizioni di salute. Da ora in poi la sua sarà una vita da malato.

· 1882 pubblica La gaia scienza Nietzsche vuole condurre con questa opera l'umanità verso un nuovo destino.

· 1882 conosce Lou Salomè della quale si innamora. Lei rifiuterà di sposarlo per sposare invece un discepolo del filosofo.

· 1883 - 1884 compone "Also sprach Zarathustra" ("Così parlò Zarathustra"), pubblicato solo nel 1891 quando il filosofo era già pazzo.

· 1885 pubblica "Al di là del bene e del male".

· 1889 "Ecce homo", opera autobiografica.

· 1889 pazzia

· 1900 muore

· L'opera del filosofo sarà letta in chiave nazista a causa delle revisioni della sorella di Nietzsche su Volontà di potenza, pubblicato nel 1906, in chiave reazionaria, antidemocratica e antiumanitaria.



Nella "Nascita della tragedia" (1872) Nietzsche vuole individuare nel periodo classico le chiavi di interpretazione della crisi della sua epoca. Nel tragico viene in luce il lato terrificante della vita , che non porta alla ricerca di una soluzione consolatoria (come trovare un senso alla vita) , ma all' accettazione dell' irrazionalità della vita. Il filosofo è convinto di potere scoprire nella tragedia la chiave per arrivare a una comprensione vera dell' essere. Nella tragedia c' è la massima espressione della civiltà ellenica e in quella di Sofocle ed Eschilo c' è l' incontro di due grandi forze dello spirito greco: Apollineo e Dionisiaco. In questa prima fase del suo pensiero, Nietzsche è convinto che con queste due categorie possa conoscere anche le realtà successive dell' essere umano; l' intera arte greca è legata al rapporto dialettico esistente tra questi due elementi.


L' Apollineo è l'ordine, l'armonia, l'equilibrio, la serenità, la razionalità: un atteggiamento esistenziale (e artistico culturale) ispirato dalla ragione e dalla riflessione, dalla misura e dalla moderazione, dal controllo dei sensi e degli istinti; è l' illusione che rende accettabile la vita, presentandola e organizzandola in forme stabili e armoniche.


Il Dionisiaco è l'immagine della forza istintiva, dell' irrazionalità, della passione sensuale e dell'ebbrezza creativa, della gioia e del piacere; è legato al caos dell' esistenza, al continuo divenire, al perdersi di ogni cosa ed in esso si esprimerebbe il dolore, ma anche la forza di considerare la vita come eterna forza generatrice.


Nel mondo greco c'è contrasto tra l'arte figurativa (scultura e poesia) di Apollo e l'arte non figurativa della musica, quella di Dioniso. I due istinti tanto diversi tra loro procedono per lo più in aperta discordia, finché compaiono accoppiati nella tragedia attica, tanto dionisiaca che apollinea.

Per Nietzsche la tragedia greca, in cui si fondono i due spiriti, avrebbe avvertito la tragicità dell' esistenza con una profondità mai più raggiunta nei secoli successivi: da Socrate in poi, la storia d' occidente è la storia di una cultura decadente, poco vitale poiché rimpiazza la filosofia socratica con una forma ottusa di ottimismo razionalistico per sfociare in una sorta di fuga "nichilistica" dalla vita.

Nietzsche vuole essere un discepolo di Dioniso, perché nell' antica figura greca egli vede il simbolo del suo totale " sì " al mondo; Dioniso è l' esaltazione entusiastica del mondo così com' è, senza diminuzione, senza eccezione e senza scelta: esaltazione infinita dell' infinita vita. Lo spirito dionisiaco è la volontà orgiastica della vita nella totalità della sua potenza e il rifiuto di ogni tentativo di fuga di fronte alla vita: l' accettazione integrale della vita trasforma il dolore in gioia, la lotta in armonia, la crudeltà in giustizia, la distruzione in creazione. Essa modifica profondamente la tavola dei valori morali: tutti i valori fondati sulla rinuncia alla vita, tutte le cosiddette virtù che tendono a mortificare l' energia vitale, a spezzare e impoverire la vita appaiono a Nietzsche come un abbassamento dell' uomo al di sotto di sé e quindi indegne per lui.

Per lui sono virtù tutte le passioni che dicono di sì alla vita e al mondo : "la fierezza, la gioia, la salute, l' amore sessuale, l' inimicizia e la guerra, le belle attitudini, le buone maniere, la volontà forte, la disciplina dell' intellettualità superiore, la volontà di potenza la riconoscenza verso la terra e verso la vita - tutto ciò che è ricco e vuole dare, e vuole gratificare la vita, dorarla, eternizzarla e divinizzarla... tutto ciò che approva, afferma ed agisce per affermazione".

Criticando il pessimismo come segno di decadenza e l'ottimismo come segno di superficialità, Nietzsche mira a proporre così un accoglimento della vita nell' insieme dei contrari che la caratterizzano.


Concezione storicistica


Nel saggio Sull' utilità e il danno della storia Nietzsche attacca la cultura storicistica, che favorisce l' idolatria del fatto e fa dell' uomo il risultato di un processo necessario, riducendolo a passivo discendente della storia , costretto a chinare la schiena e chinare il capo dinanzi alla potenza della storia e alla dialettica che la costituisce. Ma se lo storicismo è dannoso, al contrario la storia è utile perché appartiene al vivente sotto tre rapporti: gli appartiene perché è attivo e perché aspira; "perché conserva e venera; perché soffre e ha bisogno di liberazione.  A questa trinità di rapporti corrispondono tre tipi di storia e si possono distinguere nello studio della storia un punto di vista monumentale, un punto di vista archeologico e un punto di vista critico".

La storia monumentale crede che ciò che vi è stato di grande nel passato possa tornare a vivere: in virtù di questo tipo di storia l' uomo attivo può cercare esempi nel passato.

La storia archeologica conserva il passato con i suoi valori quale fondamento del presente.

La storia critica serve a portare il passato davanti al tribunale della vita, perché condanna e distrugge quegli elementi che impediscono il realizzarsi di nuove forme di vita.

Quest'ultimo atteggiamento, secondo Nietzsche, è l'unico che consente all'uomo di liberarsi da una mentalità decadente e di creare nuovi valori.


La Morte di Dio 


"Dio è morto", scrive Nietzsche in una celebre pagina della Gaia scienza. Questo tema, uno dei più originali del pensiero nietzscheano, sarà ripreso in "Così parlò Zarathustra". Il filosofo immagina che l'antico riformatore religioso persiano Zarathustra sia tornato sulla terra per annunciare una nuova dottrina all'umanità. Il tema che costituisce un po' il presupposto di tale dottrina è la "morte di Dio".



Dio è la personificazione di tutte le certezze ultime dell' umanità, cioè quelle certezze metafisiche necessarie per dare senso e ordine rassicurante alla vita. Queste certezze sono per Nietzsche costruzioni della nostra mente atte a sopportare meglio la durezza dell'esistenza. In altre parole, di fronte ad una realtà che risulta essere contraddittoria, caotica, disarmonica, crudele e non provvidenziale, l' uomo ha sentito il bisogno di convincere sé stesso che il mondo è qualcosa di razionale, armonico, buono e provvidenziale.

La civiltà occidentale si è venuta via via staccando da Dio: è così che l'ha ucciso. Ma "uccidendo" Dio, si eliminano tutti quei valori ed ideali connessi al mondo del Soprannaturale.

La morte di Dio è un fatto del quale non ci fu più grande.

E' un evento che divide la storia dell'umanità, un avvenimento tremendo e sconvolgente, che segna il crollo di un'impalcatura di credenze e di certezze su cui gli uomini hanno basato la loro vita per due millenni e che ora non sono per nulla preparati a sostituire. Sulle ceneri di Dio Nietzsche-Zarathustra innalzerà l'idea del superuomo, dell'uomo nuovo che ha reciso i legami col trascendente e ha scoperto l'autosufficienza ed il valore della propria natura corporea e terrena.

Nell'Anticristo Nietzsche espone la sua posizione di fronte al Cristianesimo. Questo ha considerato peccato tutti quelli che sono i piaceri e i valori della terra, "ha preso le parti di tutto quanto è debole, abietto, malriuscito. E' la religione della compassione. Nel Dio cristiano Nietzsche scorge la divinità degli infermi, un Dio degenerato fino a contraddire la vita. In Dio è dichiarata inimicizia alla vita, alla natura, alla volontà di vivere" Nonostante tutto ciò, Nietzsche è catturato dalla figura del cristo ("Cristo è l'uomo più nobile"; "il simbolo della croce è il più sublime che sia mai esistito") e distingue tra Cristo e il Cristianesimo ("il Cristianesimo è qualche cosa di profondamente diverso da quello che il suo fondatore volle e fece").


Superuomo e volontà di potenza 


Zarathustra afferma che "l'uomo è una corda tesa tra la bestia e il superuomo" e, alla folla raccolta intorno a lui, dice:


"Io vi insegno il superuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere superato".


L'uomo deve inventare l'uomo nuovo, cioè il superuomo, l'uomo che va oltre l'uomo e che è l'uomo che ama la terra e i cui valori sono la salute, la volontà forte, l'amore, l'ebbrezza dionisiaca. "Non cacciate più la testa nella sabbia delle cose celesti, ma portatela liberamente: una testa terrestre, che crea essa stessa il senso della terra": è ciò che dice Zarathustra.

"Il superuomo è il senso della terra". Ai vecchi doveri il superuomo sostituisce la propria volontà; le illusioni del soprannaturale sono abbandonate per creare nuovi valori tutti terrestri. Il superuomo "ama la vita"e "crea il senso della terra" e a questo è fedele. Qui sta la sua volontà di potenza. "Dio morì: ora noi vogliamo che viva il superuomo". Così parlò Zarathustra.

Il richiamo nietzscheano alla "volontà di potenza" non deve essere inteso come desiderio più o meno indiscriminato di affermarsi sugli altri con la forza, ma, al contrario come scoperta e messa in atto delle infinite potenzialità ancora insite nella vita dell'uomo e rimaste per secoli mortificate e trascurate in ossequio a valori puramente negativi.

Di fronte alla nullità dei valori, all'assurdità del mondo, alla realtà della sofferenza, la volontà di potenza è la volontà dell' individuo di affermarsi come volontà . La morte di Dio diventa la risurrezione dell'uomo responsabile e padrone del proprio destino, la cui volontà è ora libera di affermare sé stessa. Soggetto di volontà di potenza è, di conseguenza, colui che ha la forza per affermare la propria prospettiva del mondo.

Altro aspetto fondamentale della dottrina superomistica è la conscia e totale accettazione della teoria dell'Eterno ritorno dell'Uguale la quale afferma che ognuno di noi è costretto a rivivere per sempre la sua stessa vita, sempre uguale, con le stesse emozioni: ciò rappresenterebbe per noi una perpetua condanna, un'incessante vita dal quale nessuno può sottrarsi. Per il Superuomo invece ciò rappresenta il massimo grado di espressione che nel caso si venisse a creare un mondo ordinato secondo l'eterno ritorno, allora sarebbe possibile l'avvento di una nuova e felice umanità superomistica.


Nichilismo ed "Eterno ritorno" 


Legato alla morte di dio è il tema del nichilismo (da nihil: nulla), costituisce uno dei temi principali dell'intero pensiero nietzscheano. Nietzsche a volte lo indica come sentimento di fuga che ognuno di noi ha per il mondo (nichilismo passivo, "segno di debolezza" e di "disgregazione" dello spirito) e altre volte come atteggiamento caratteristico dell'uomo moderno, che non avendo più valori da perseguire, cade nel vuoto dell'anima e non sa che fare (nichilismo attivo, segno della cresciuta potenza dello spirito, che ha la forza di distruggere le vecchie fedi).

Esso libera, infatti, l'umanità dai miti anche più tenaci e resistenti, mostrandole che essi non hanno alcun fondamento, che devono sparire lasciando il nulla dietro di loro. Il nichilismo è, però, una sorta di arma a doppio taglio. Da un lato libera l'uomo da ogni fondamento e valore metafisico, dall'altro lo lascia solo, solo col nulla.

L'uomo resta sì senza gli inganni delle illusioni, ma resta solo.

Ma l'equivoco del nichilismo moderno consiste nel dire che il mondo, non avendo quella serie di significati metafisici forti, non ha nessun senso, mentre in realtà rimangono quelli prodotti dalla volontà di potenza. Nietzsche, infatti, nonostante fosse un nichilista "radicale", spiegò anche come superare questo nichilismo, considerato ponte di passaggio tra uomo e superuomo: vivere senza certezze metafisiche non vuol dire distruggere ogni norma, bensì responsabilizzare l'uomo, come fonte di valori e di significati. Per superare il nichilismo, quindi, infine, bisogna accettare il rischio e la fatica di dare un senso al caos del mondo dopo la morte delle antiche fedi.

Non ci sono valori assoluti, non esiste nessuna struttura razionale e universale, non c'è nessuna provvidenza, nessun ordine cosmico. Il mondo non ha un senso. Contrariamente alla concezione che la tradizione ebraico-cristiana ha radicato nella cultura europea, l'universo non ha né un inizio né una fine, né un fine, ma è sostanzialmente eterno ritorno all'identico.

E' questa la dottrina dell'eterno ritorno dell'Uguale, "il più abissale dei suoi pensieri", come Nietzsche stesso lo definì: tale teoria dice che ognuno di noi è costretto a rivivere per sempre la sua stessa vita, sempre uguale, con le stesse emozioni.

Questa teoria fa da spartiacque tra uomo e superuomo: l'uomo la prenderebbe come un orribile peso, il superuomo, invece, con gioia, come accettazione totale della vita. 

La migliore esposizione che Nietzsche fece di questa teoria è in Così parlò Zarathustra, ne "La visione e l'enigma": Zarathustra in un impervio sentiero di montagna ( cioè la difficoltà dell'innalzarsi del pensiero), insieme al nano che lo segue,  si trova di fronte ad una porta, su cui c'è scritto "attimo" (il presente), dinanzi al quale si uniscono due sentieri che nessuno ha mai percorso interamente, perché si perdono nell'eternità: la prima porta indietro (il passato), la seconda avanti (il futuro). Zarathustra chiede al nano se queste due vie sono destinate a contraddirsi in eterno e il nano dà una risposta frettolosa sulla circolarità del tempo ("ogni verità è ricurva").

Dopo aver invitato il compagno a non prendere le cose alla leggera, Zarathustra espone un abbozzo di teoria dell'eterno ritorno: a questo punto la scena si trasforma, come una visione, in un paesaggio lunare desolato. Lì c'è un pastore (l'uomo), con un serpente nero che gli penzola alla bocca (ossia qualcosa di tremendamente ripugnante: la teoria dell'eterno ritorno); Zarathustra, per aiutarlo, cerca di strapparglielo, ma invano, allora gli consiglia di morderlo: non appena il pastore taglia con i denti la testa del serpente (cioè affronta coraggiosamente la teoria) si trasforma in un essere luminoso (il superuomo), che ride.


Il mondo non procede in maniera rettilinea verso un fine, né il suo divenire è progresso:


"tutte le cose eternamente ritornano e noi con esse, e noi fummo già eterne volte e tutte le cose con noi".

Il superuomo vive conscio di essere destinato a rivivere in eterno ogni suo atto. Per questo l'accettazione dell'eterno ritorno è il massimo grado di espressione del superomismo.

Nietzsche ha probabilmente colto con più finezza di chiunque altro la crisi della civiltà occidentale, e ha voluto reagirvi. E' stato grande soprattutto per la scomposizione critica cui ha sottoposto il pensiero e l'etica, l'uomo e la civiltà d'Occidente. Egli appare essenzialmente un filosofo "negativo": la sua analisi dei miti e dei pregiudizi, delle certezze e dei dogmi del mondo moderno è una delle più acute ed implacabili. E' in questa prospettiva che sembra opportuno accostarlo ancora oggi.


Storia: Prima guerra mondiale


Prima guerra mondiale


Guerra combattuta tra il 1914 e il 1918 da ventotto nazioni, raggruppate negli schieramenti opposti delle potenze alleate o dell'Intesa (comprendenti tra le altre Gran Bretagna, Francia, Russia, Italia e Stati Uniti) e degli Imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Turchia e Bulgaria).

Causa immediata della guerra fu l'assassinio il 28 giugno 1914 a Sarajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austroungarico, da parte del nazionalista serbo Gavrilo Princip; le cause fondamentali del conflitto vanno tuttavia ricercate nelle contrastanti mire imperialistiche delle potenze europee, cresciute in un clima di esasperato nazionalismo.  


Sarajevo 1914: attentato all'arciduca Francesco Ferdinando


Il 28 giugno 1914, a Sarajevo, l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria, e sua moglie Sofia furono uccisi dal nazionalista serbo Gavrilo Princip (nella foto d'epoca, il momento del suo arresto). L'assassinio minò l'assetto delle potenze europee, già in grave crisi, e il fragilissimo rapporto dell'Austria con la Russia, grande protettrice della Serbia, diventando la miccia che avrebbe fatto divampare la prima guerra mondiale. Il 28 luglio infatti l'Austria-Ungheria, con l'appoggio dell'alleato tedesco, dichiarò guerra alla Serbia.

Soprattutto a partire dal 1898, i contrapposti interessi di Francia, Gran Bretagna e Germania (e in misura minore di Austria, Russia e Giappone) alimentarono uno stato continuo di tensione internazionale che spinse i governi a mantenere permanentemente in stato di all'erta eserciti sempre più armati, e ad accrescere la potenza delle proprie marine militari. I tentativi di fermare questa corsa al riarmo (conferenze dell'Aia del 1899 e 1907) ebbero scarso effetto, e non riuscirono a impedire lo strutturarsi dell'Europa attorno a due coalizioni ostili: la Triplice Alleanza tra Germania, Austria-Ungheria e Italia, e la Triplice Intesa tra Gran Bretagna, Francia e Russia. 


Le premesse


Nell'Europa del 1914 esistevano, è vero, tutte le premesse che rendevano possibile una guerra: rapporti tesi fra le grandi potenze (Austria contro Russi, Francia contro Germania, Germania contro Inghilterra), la divisione in blocchi contrapposti, corsa agli armamenti, spinte belliciste all'interno dei singoli paesi. Ma queste premesse non avevano come sbocco obbligato un conflitto europeo. Fu l'attentato di Sarajevo a far esplodere tensioni che altrimenti avrebbero potuto restare latenti. E furono le decisioni prese da governanti e capi militari a trasformare una crisi locale in un conflitto generale.


Dichiarazioni di guerra


Il governo di Vienna, compì la prima mossa inviando, il 23 luglio, un durissimo ultimatum alla Serbia ritenuta responsabile di un piano antiaustriaco. Il secondo passo fu fatto dalla Russia assicurando il proprio sostegno alla Serbia, sua principale alleata nei Balcani. Forte dell'appoggio russo, il governo serbo accettò solo in parte l'ultimatum, respingendo in particolare la clausola che prevedeva la partecipazione di funzionari austriaci alle indagini sui mandanti dell'attentato. L'Austria giudicò la risposta insufficiente e, il 28 luglio, dichiarò guerra alla Serbia. Immediata fu la reazione del governo russo che, il giorno successivo, ordinò la mobilitazione delle forze armate. La mobilitazione, che i generali russi vollero estesa fino al confine con la Germania, fu interpretata dal governo tedesco come un atto di ostilità. Il 31 luglio la Germania inviò un ultimatum alla Russia intimandole l'immediata sospensione dei preparativi bellici. L'ultimatum non ottenne risposta e fu seguito, a ventiquattr'ore di distanza, dalla dichiarazione di guerra. Il giorno stesso (il primo agosto) la Francia, legata alla Russia da un trattato di alleanza militare, mobilitò le proprie forze armate. La Germania rispose con un nuovo ultimatum e con la successiva dichiarazione di guerra alla Francia (3 agosto).

Fu dunque l'iniziativa del governo tedesco a far precipitare definitivamente la situazione. Bisogna ricordare che la Germania soffriva da tempo di un complesso di accerchiamento, ritenendosi ingiustamente soffocata nelle sue ambizioni internazionali. La strategia dei generali tedeschi si basava inoltre sulla rapidità e sulla sorpresa, non ammetteva la possibilità di lasciare l'iniziativa in mano agli avversari e costituiva dunque di per se un fattore di accelerazione della crisi e di ostacolo al negoziato. Il piano di guerra tedesco, dando per scontata l'eventualità di una guerra su due fronti (l'alleanza franco-russa era operante dal 1894), prevedeva in primo luogo un attacco contro la Francia, che avrebbe dovuto esser messa fuori combattimento in poche settimane. Dopodiché il grosso delle forze sarebbe stato impiegato contro la Russia, la cui macchina militare era lenta a mettersi in azione. Ci fu in seguito l'invasione del Belgio (3 agosto) e l'entrata in guerra della Gran Bretagna a sostegno dei belgi (5 agosto) che venne provocata appunto dall'invasione tedesca ai danni del Belgio. Mentre l'Italia si dichiarava neutrale, anche il Giappone (alleatosi con gli inglesi nel 1902) dichiarò guerra al Reich il 23 agosto, attaccandone subito dopo i possedimenti asiatici. Nel settembre 1914 la firma del patto di Londra sanciva l'unità tra Francia, Gran Bretagna e Russia.


1914-1915: dalla guerra-lampo alla guerra di trincea


Le operazioni militari si svolsero su tre diversi fronti:


quello occidentale, o franco-belga;


quello orientale, o russo;


quello meridionale, o serbo.



La trincea, insubordinazione e autolesionismo


Sul piano tecnico, la trincea fu la vera protagonista del conflitto: la vita monotona che vi si svolgeva era interrotta solo da grandi e sanguinose offensive, prive di risultati decisivi. Da ciò, soprattutto nei soldati semplici, uno stato d'animo di rassegnazione e apatia che a volte sfociava in forme di insubordinazione. La visione eroica e avventurosa della guerra, infatti, restò prerogativa di alcune esigue minoranze di combattenti, come le "truppe d'assalto" (Sturmtruppen) tedesche o gli "arditi" italiani; per tutti gli altri la guerra era una dura necessità. I soldati la combattevano per solidarietà con i propri compagni, ma anche perché vi erano costretti dalla presenza di un apparato repressivo spietato nel punire ogni forma di insubordinazione. Si diffusero tuttavia, nonostante le minacce del plotone di esecuzione, la diserzione o addirittura l'autolesionismo, consistente nell'infliggersi volontariamente ferite e mutilazioni per essere dispensati dal servizio al fronte. In altre occasioni ci furono casi di ribellione collettiva, scioperi militari o ammutinamenti, che avvennero un po' dappertutto.


Il fronte occidentale


Il piano strategico tedesco, che prevedeva una rapida guerra di movimento contro la Francia per poi volgersi contro la Russia, fu bloccato dall'esercito francese nella prima battaglia della Marna (6-9 settembre). I tedeschi, costretti alla ritirata sino al fiume Aisne, estesero il fronte fino alla Mosa, a nord di Verdun. Ne seguì una sorta di gara in velocità verso il mare del Nord, con l'obiettivo di acquisire il controllo dei porti sulla Manica. Questa segnò la fine della guerra di movimento sul fronte occidentale e portò alla guerra di logoramento, di cui furono protagonisti la trincea, l'assalto con la baionetta, l'artiglieria, la conquista e la perdita di pochi lembi di terreno con perdite umane elevatissime.


Il fronte italiano


Allo scoppio della guerra l'Italia si dichiarò neutrale. Successivamente, però, le forze politiche e l'opinione pubblica si divisero sul problema dell'intervento in guerra contro gli imperi centrali. Erano interventisti: i gruppi di sinistra democratica e alcune frange eretiche del movimento operaio, i nazionalisti, alcuni ambienti liberal-conservatori. Erano neutralisti: la maggioranza dello schieramento liberale, che faceva capo a Giolitti, il mondo cattolico, i socialisti. Contrarie alla guerra erano le masse operaie e contadine, mentre i ceti borghesi e gli intellettuali erano per lo più a favore dell'intervento. Ciò determinò l'entrata in guerra (maggio 1915) fu la convergenza tra la pressione della piazza e la volontà del sovrano, del capo del governo, Antonio Calandra, e del ministro degli Esteri, Sidney Sonnino. L'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria il 23 maggio 1915. Nel corso del suo primo anno di guerra, i più importanti eventi militari che la videro impegnata furono quattro battaglie dell'Isonzo dall'esito incerto (29 giugno-7 luglio; 18 luglio-10 agosto; 18 ottobre-3 novembre; 10 novembre-10 dicembre), che fecero fallire l'obiettivo di spezzare le linee austriache e conquistare Trieste.


1916: la guerra di posizione


Nel 1916, dopo aver trasferito 500.000 uomini dal fronte orientale a quello occidentale, i tedeschi sferrarono un massiccio attacco alla Francia dirigendosi verso la fortezza di Verdun (21 febbraio). Furono ancora bloccati e dovettero subire la controffensiva alleata sulla Somme. Ma né l'una né l'altra operazione furono decisive: la spaventosa carneficina (1.600.000 morti) risultò inutile ai fini della guerra.


Tentativi di negoziato


Nel corso del 1916 il presidente degli Stati Uniti d'America (a quel tempo ancora neutrali) Woodrow Wilson cercò di spingere al negoziato le potenze belligeranti sulla base di una "pace senza vittoria". A fine anno il governo tedesco rese nota la disponibilità in tal senso delle potenze centrali, alle quali tuttavia la Gran Bretagna non diede credito.


1917: l'entrata in guerra degli Stati Uniti, il ritiro russo


Il 1917 fu l'anno più difficile della guerra, soprattutto per l'Intesa: molti furono i casi di manifestazioni popolari contro il conflitto e di ribellione fra le stesse truppe. Questo clima di stanchezza (espresso anche dall'iniziativa di pace lanciata senza successo dal papa Benedetto XV) si riscontrava anche in Italia. La demoralizzazione e la stanchezza delle truppe favorirono la vittoria degli austro-tedeschi dell'ottobre del '17 (Caporetto), dovuta comunque anzitutto ad errori dei comandi italiani.


Si verificarono inoltre due avvenimenti di decisiva importanza:


In Russia dopo la caduta dello Zar, in marzo, iniziò un processo di dissoluzione dell'esercito; dopo la rivoluzione di novembre, il paese si ritirò dal conflitto.


In Aprile gli Stati Uniti entrarono in guerra con l'Intesa, dando al conflitto, per volontà del presidente Wilson, una nuova connotazione ideologica "democratica".


Nel 1917 i tentativi degli Alleati di rompere le linee tedesche portarono modesti vantaggi con un costo in vite umane talmente grande da provocare un ammutinamento fra le truppe francesi e la sostituzione del loro responsabile, il generale Nivelle, con il generale Henri Philippe Pétain, che decise di rimanere sulla difensiva fino all'arrivo delle forze americane.


La guerra sottomarina


Sempre nel 1917 i tedeschi dovettero riconoscere fallito il tentativo di spingere la Gran Bretagna alla resa mediante il blocco sottomarino delle sue isole. Inoltre, già dagli inizi del 1918 gli Alleati (grazie soprattutto al contributo degli Stati Uniti) producevano nuove navi più di quante i tedeschi riuscissero a distruggerne. Nonostante ciò, e nonostante anche il numero molto limitato dei mezzi disponibili, la guerra sottomarina si rivelò subito un'arma molto efficace. Soltanto poiché sollevò numerosi dissidi politici e morali, ad esempio l'affondamento del transatlantico inglese Lusitania che trasportava anche americani, venne sospesa la guerra sottomarina tedesca ad opera di energiche proteste statunitensi.


Lo sbarco degli americani


La posizione di Wilson riguardo alla guerra mutò decisamente nel gennaio 1917, quando la Germania annunciò che, a partire dal successivo 1° febbraio, sarebbe ricorsa alla guerra sottomarina indiscriminata contro le imbarcazioni in arrivo in Gran Bretagna o in partenza da essa, contando in questo modo di poterne piegare la resistenza entro sei mesi. Gli Stati Uniti avevano già ammonito in precedenza che questo genere d'azione violava palesemente i diritti delle nazioni neutrali, così che il 3 febbraio il presidente americano decise di sospendere le relazioni diplomatiche con la Germania, seguito da diverse nazioni dell'America latina. Il 6 aprile gli Stati Uniti entrarono in guerra.

Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania nell'aprile 1917, il governo degli Stati Uniti organizzò rapidamente una Forza di spedizione inviata in Europa al comando del generale John Pershing. Entro la fine di maggio, 175.000 soldati americani erano già presenti in Francia; sarebbero diventati quasi due milioni verso la fine della guerra.




La Russia si ritira


Circa un mese prima l'entrata in guerra degli Stati Uniti, un evento segnò profondamente gli esiti della guerra. All'inizio del marzo 1917 uno sciopero degli operai di Pietrogrado si trasformò in un'imponente manifestazione contro il governo imperiale. Quando i soldati chiamati a ristabilire l'ordine rifiutarono di sparare sulla folla e fraternizzarono con i dimostranti, la sorte della monarchia fu segnata: lo zar Nicola II abdicò e poco dopo venne arrestato. Appena insediato, il governo provvisorio si impegnò a proseguire la guerra, ma la successiva rivoluzione bolscevica del novembre ebbe come effetto il ritiro della Russia dalla guerra.

Nella notte fra il 6 e il 7 novembre 1917 (24-25 ottobre secondo il calendario russo), i bolscevichi presero il potere in Russia. Il nuovo governo decise infatti di porre fine alla guerra dichiarandosi disposto ad una pace "senza annessioni e senza indennità". Il 3 marzo 1918 nella città di Brest-Litovsk, ai confini con la Polonia, la Russia stipulò la pace con gli Imperi centrali e dovette però accettare delle condizioni durissime: fu costretta a cedere infatti circa un quarto dei suoi possedimenti in Europa. 


Sconfitte italiane


Durante i primi otto mesi dell'anno, nonostante le carenze in effettivi, artiglieria e munizioni, le forze italiane al comando del generale Luigi Cadorna proseguirono gli inutili sforzi di sfondare le linee austriache sul fiume Isonzo e di conquistare Trieste. Attaccando sulla parte alta dell'Isonzo, tedeschi e austriaci riuscirono a rompere le linee italiane, costrette a ripiegare disordinatamente sul fiume Piave. Nella disastrosa battaglia di Caporetto, oltre alle vittime gli italiani contarono 300.000 prigionieri e quasi altrettanti disertori e quella che doveva essere una ritirata assunse l'aspetto di una autentica rotta. In novembre truppe inglesi e francesi giunsero di rinforzo, mentre Cadorna, gettando le colpe sui suoi stessi soldati (quando in realtà la rottura del fronte era stata determinata dagli errori dei suoi comandi poiché l'efficacia della manovra tedesca era divenuta irreparabile), venne sostituito dal generale Armando Diaz.


1918: la fine del conflitto


Il 3 marzo 1918 la Russia, come detto poc'anzi, firmò il trattato di Brest-Litovsk, che poneva ufficialmente fine alla guerra con le potenze centrali in termini decisamente favorevoli a queste ultime; il 7 maggio fu la Romania a sottoscrivere la pace, firmando il trattato di Bucarest che cedeva la Dobrugia alla Bulgaria, i passi sui Monti Carpazi all'Austria-Ungheria, e garantendo alla Germania concessioni a lungo termine sui pozzi di petrolio rumeni.


Ultimi attacchi tedeschi


All'inizio del 1918, rendendosi conto della necessità di portare a conclusione il confronto sul fronte occidentale prima che gli americani potessero stabilirvisi, i tedeschi decisero un attacco finale che avrebbe dovuto portarli a Parigi. Ma le due offensive lanciate in marzo e in giugno furono bloccate.


L'Intesa al contrattacco e il crollo degli Imperi centrali


Alla fine di luglio le forze dell'Intesa, ormai superiori in uomini e mezzi, passarono al contrattacco. Fra l'8 e l'11 agosto, nella grande battaglia di Amiens, i tedeschi subirono la prima grave sconfitta sul fronte occidentale. Da quel momento cominciarono ad arretrare lentamente fino a Cambrai, mentre fra le loro truppe si facevano più evidenti i segni di stanchezza. I generali tedeschi capirono allora di aver perso la guerra. Il compito ingrato di aprire le trattative toccò ad un nuovo governo di coalizione democratica formatosi ai primi di ottobre. Si sperava che un governo realmente rappresentativo potesse costruire un interlocutore più credibile per l'Intesa.

Ma era troppo tardi. Mentre la Germania cercava in vano una soluzione di compromesso, i suoi alleati crollavano militarmente o si disgregavano dall'interno. La prima a cedere, alla fine di settembre, fu la Bulgaria. Un mese dopo era l'Impero Turco. Sempre alla fine di ottobre si consumò la crisi finale dell'Austria-Ungheria ormai minata dai movimenti indipendentisti. Quando, il 24 ottobre, gli Italiani lanciarono un'offensiva sul fronte del Piave, l'Impero era ormai in piena crisi. Sul fronte italo-austriaco gli italiani ottennero quindi la vittoria decisiva, mettendo in fuga gli austro-ungarici nella battaglia di Vittorio Veneto (24 ottobre-4 novembre). Il 3 novembre Trieste cadde in mano italiana, così come Fiume il giorno 5.

La sconfitta fece precipitare la situazione interna dell'impero asburgico: cechi, slovacchi e slavi del sud proclamarono la loro indipendenza; a nove giorni dalla firma dell'armistizio con gli Alleati (3 novembre) a Villa Giusti, presso Padova, che sarebbe entrato in vigore il giorno successivo, 4 novembre, l'imperatore Carlo I abdicò, e il giorno seguente un moto rivoluzionario popolare proclamò la repubblica austriaca, mentre gli ungheresi istituivano un governo indipendente.

Ai primi di novembre, poiché la sconfitta era evidente, i marinai di Kiel, dov'era concentrato il grosso della flotta tedesca, si ammutinarono e diedero vita, assieme agli operai della città, a consigli rivoluzionari ispirati all'esempio russo. Il moto si propagò a Berlino ed in Baviera e l'11 novembre i delegati del governo provvisorio tedesco (il Kaiser Guglielmo II fu costretto a fuggire in Olanda e Friedrich Ebert, fu proclamato capo del governo il 9 novembre) firmavano l'armistizio nel villaggio francese di Rethondes.


Bilancio della guerra e nuovo disegno geo-politico europeo


La guerra era durata 4 anni, 3 mesi e 14 giorni di combattimenti. Le vittime nelle forze di terra furono più di 37 milioni (vedi la tabella "Vittime della prima guerra mondiale"); in aggiunta, la guerra produsse indirettamente quasi 10 milioni di morti tra la popolazione civile. Nonostante la speranza che gli accordi raggiunti alla fine della guerra potessero ristabilire una pace duratura, la prima guerra mondiale pose al contrario le premesse di un conflitto ancor più devastante. Le potenze centrali dichiararono la loro accettazione dei "quattordici punti" del presidente Wilson come base per l'armistizio, aspettandosi che i loro princìpi ispiratori avrebbero costituito il fondamento dei trattati di pace. Al contrario, gli alleati europei si presentarono alla conferenza di Versailles e a quelle successive determinati a esigere dalle potenze centrali riparazioni equivalenti all'intero costo della guerra, nonché a spartirsi tra loro i territori e i possedimenti delle nazioni sconfitte, secondo gli impegni presi in accordi segreti stabiliti tra il 1915 e il 1917, prima dunque dell'entrata in guerra degli Stati Uniti. I trattati di pace prodotti dalle conferenze di Versailles, Saint-Germain, Trianon, Neuilly e Sèvres risultarono così squilibrati da divenire fattori di instabilità nel futuro dell'Europa.

La soluzione diplomatica che prevalse al termine della guerra disegnò un quadro politico dell'Europa completamente differente da quello del 1914. Tale quadro politico venne designato nel 1919 nella reggia di Versailles e vi presero parte i capi di governo delle principali potenze vincitrici: l'americano Wilson, il francese Clemenceau, l'inglese Lloyd George, e l'italiano Orlando (il quale svolse però un ruolo marginale). Il contrasto fra una pace democratica e l'obiettivo di una pace punitiva risultò evidente soprattutto quando furono discusse le condizioni da imporre alla Germania. Il trattato, che fu firmato a Versailles il 28 giugno 1919, fu una vera e propria imposizione (diktat). Dal punto di vista territoriale il trattato prevedeva, oltre alla restituzione dell'Alsazia-Lorena alla Francia, il passaggio alla ricostituita Polonia di alcune regioni orientali abitate solo in parte da tedeschi: in particolare il corridoio polacco che permetteva alla Polonia di affacciarsi sul Baltico e di avere accesso al porto di Danzica. La Germania perse anche le sue colonie, spartite tra Francia, Gran Bretagna e Giappone.

Ma la parte più pesante del Diktat era costituita dalle clausole economiche e militari. Indicata nel testo stesso del trattato come responsabile della guerra, la Germania dovette impegnarsi a rifondere ai vincitori i danni subiti in conseguenza del conflitto (l'entità delle "riparazioni" sarebbe stata fissata solo in seguito). Fu inoltre costretta ad abolire il servizio di leva, a rinunciare alla marina da guerra, a ridurre la consistenza del proprio esercito entro il limite di 100000 uomini e a lasciare "smilitarizzata", priva cioè di reparti armati e di fortificazioni, l'intera valle del Reno, che sarebbe stata presidiata per quindici anni da truppe inglesi, francesi e belghe. Erano condizioni umilianti, tali da ferire profondamente la Germania nel suo orgoglio nazionale, oltre che nei suoi interessi. Ma erano anche, agli occhi dei francesi, l'unico mezzo per impedire alla Germania, che restava pur sempre lo stato più popoloso, più industrializzato e potenzialmente più ricco dell'Europa continentale, di riprendere la posizione di grande potenza che naturalmente le competeva. Per quando riguarda l'Impero asburgico esso subì una profonda dissoluzione: infatti il crollo dell'Impero asburgico determinò la nascita della nuova Polonia, della Repubblica di Cecoslovacchia, del regno di Jugoslavia, che univa alla Serbia gli sloveni e i croati già soggetti alla monarchia austro-ungarica.

L'Europa uscita dalla conferenza di Parigi contava dunque ben otto nuovi Stati sorti dalle rovine dei vecchi imperi. Ad essi si sarebbe poi aggiunto lo Stato libero d'Irlanda, cui la Gran Bretagna concesse una semi-indipendenza.


Il nuovo disegno geo-politico dell'Europa (prima e dopo la guerra): 


Ad assicurare il rispetto dei trattati e la salvaguardia della pace avrebbe dovuto provvedere la Società delle Nazioni, proposta nei quattordici punti di Wilson, che fu accettata sotto la pressione degli Stati Uniti da tutti i partecipanti alla conferenza di Versailles. Il nuovo organismo prevedeva, in un suo punto, la rinuncia da parte degli stati membri alla guerra come strumento di soluzione dei contrasti; ma nasceva sin dall'inizio minata per l'esclusione degli stati sconfitti e della Russia. Il Senato degli Usa respinse l'adesione alla società, infliggendole così un colpo durissimo. La società finì con l'essere egemonizzata da Gran Bretagna e Francia e non fu in seguito in grado di attuare nessun punto del suo statuto.

La prima guerra mondiale segnò infine il declino dell'Europa, che dopo tre secoli di espansione vedeva il suo ruolo emarginato da nuove grandi potenze, quali gli Stati Uniti e il Giappone.


Trattato di Versailles


Nel 1919, dopo la sconfitta subita dalla Germania nella prima guerra mondiale, i rappresentanti degli stati vincenti si riunirono a Versailles per stabilire le condizioni di pace. Parteciparono ai negoziati (da sinistra a destra) Lloyd George, primo ministro britannico, Giorgio Sidney Sonnino, ministro degli Esteri italiano, Georges Clemenceau, primo ministro francese, e il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson.  


Conseguenze economiche


Ancor più grave fu il dissesto finanziario i cui effetti negativi si aggiunsero ai problemi derivanti non solo dalla riconversione delle industrie dalla produzione militare a quella civile, ma più in generale dal riassetto di un intero sistema economico. La guerra per oltre quattro anni aveva finalizzato la produzione, gli scambi, la gestione monetaria, la macchina burocratica degli stati, realizzando la mobilitazione totale delle risorse umane e materiali. Ne erano state sconvolte le regole precedenti.

Per quanto concerne l'aspetto finanziario, la guerra aveva generato un enorme disavanzo nei bilanci statali, sollecitati alla spesa dalle esigenze militari. Nelle transazioni monetarie l'instabilità dei cambi aveva prodotto inflazione e svalutazione a livelli incontrollati. In queste condizioni rimettere sotto controllo le finanze statali si presentava come un problema arduo, dai complessi risvolti sociali e politici, prima che tecnici. Anche la situazione industriale apparve di difficile gestione nel momento in cui vennero a mancare le commesse statali, che in tempo di guerra avevano trainato interi settori, quali il meccanico, il tessile, il chimico. Insorsero gravi problemi legati alla riconversione dell'industria bellica. Inoltre bisognava trovare un lavoro per i milioni di reduci dal fronte.


Conflitti sociali


La guerra aveva innescato profondi e ampi sommovimenti in tutte le società coinvolte e aveva depositato nella coscienza di milioni di uomini il ricordo brutale della violenza. Dal rifiuto morale che molti soldati e ufficiali elaborarono in risposta ai massacri, scaturì un odio profondo verso la guerra che si tramutò in un impulso di riscatto. Sentimenti simili furono all'origine della rivoluzione russa del 1917, ma anche delle lotte operaie e contadine che si manifestarono in Germania, in Francia, in Italia tra il 1917 e il 1922. Al contrario, nei soldati che non avevano avvertito un'opposizione morale alla guerra, l'esperienza sotto le armi aveva lasciato impressioni di forza bruta, abitudini all'uso della violenza, attitudine alla prevaricazione fisica, tutte componenti queste che prepararono il clima psicologico delle forze reazionarie attive in Europa già dal 1919. La crisi del dopoguerra infine, se travolse operai e contadini, agrari e industriali, turbò ancora di più i ceti medi, esposti ai contraccolpi dell'inflazione e alla perdita di reddito e di prestigio, predisponendoli a favorire soluzioni autoritarie con le quali liquidare i conflitti ideologici e gli squilibri sociali.


Fisica: la fisica dall'800 al 900


Mentre la fisica dell'Ottocento si presta ad una schematizzazione abbastanza semplice, la fisica del Novecento non può essere oggetto di valutazioni chiare, poiché la ricerca attuale non segue una via di sviluppo lineare.

Tuttavia la ricerca, finora, è stata caratterizzata da un fondamentale dualismo di programmi. Il primo si è sviluppato nei primi decenni del secolo, a partire dalla crisi della meccanica nel suo impatto con l'elettromagnetismo e attorno alla teoria della relatività di Einstein. Il secondo, sviluppatosi alla fine dell'Ottocento, è quello quantistico che  studia i fenomeni di interazione tra materia e radiazioni. I due programmi, pur convergendo, in sostanza si riferiscono a due livelli ben diversi di osservazione: entrambe le teorie ammettono la fisica classica entro i limiti dell'esperienza quotidiana; la quantistica, però, diventa necessaria per fenomeni a livelli microscopici, come fenomeni atomici e nucleari, mentre la relatività è necessaria per studiare la velocità o le lunghezze molto grandi, come la scala astronomica. Di conseguenza, i due programmi vanno considerati distintamente poiché un'unificazione tra di essi non pare ancora vicina.

Tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento sono stati fatti diversi tentativi per ricomporre il contrasto tra le teorie di Maxwell, che aveva esposto la teoria del campo elettromagnetico, secondo la quale le variazioni del campo magnetico inducono un campo elettrico e, viceversa, le variazioni di flusso del campo elettrico inducono un campo magnetico, e quelle di Newton, che aveva formulato la legge della gravitazione universale, in base alla quale due corpi si attraggono con forza direttamente proporzionale alla quantità di materia e inversamente proporzionale al quadrato della distanza. L'ultimo tentativo è stato effettuato da Poincarè, che accetta il principio di relatività classica, secondo il quale i fenomeni fisici devono rispettare le stesse leggi se osservati da sistemi di riferimento che si muovono l'uno rispetto all'altro con moto rettilineo e uniforme. 

La svolta decisiva viene però nel 1905 quando Einstein pubblica la sua "Teoria della relatività". Il nucleo centrale della sua teoria è che i fenomeni dell'elettrodinamica, così come della meccanica, non possiedono proprietà corrispondenti all'idea di quiete assoluta. Essi suggeriscono piuttosto che le stesse leggi dell'elettrodinamica e dell'ottica siano valide per tutti i sistemi di riferimento per cui valgono le equazioni della meccanica. Inoltre Einstein sostiene che la luce si propaga sempre nello spazio vuoto con una velocità che è indipendente dallo stato di moto del corpo che la emette. La teoria di Einstein comporta una riformulazione dei tradizionali concetti di spazio e tempo: la durata di in fenomeno su un corpo in movimento è maggiore di quella dello stesso su un corpo in quiete; due fenomeni simultanei rispetto ad un osservatore possono non esserlo rispetto ad un altro; la massa di un corpo aumenta con la sua velocità. Importantissima rimane la famosa legge che sta alla base di tanti fenomeni nucleari, secondo la quale la massa equivale ad una quantità d'energia data dalla formula E=mc2 (E è l'energia, m è la massa, c è la velocità della luce).

Il passaggio dalla meccanica classica alla relatività è stato considerato da Kuhn come uno dei migliori esempi di rivoluzione scientifica.

La relatività si è affermata in breve tempo, superando ostacoli e opposizioni. Undici anni dopo, Einstein propone una nuova teoria che supera la precedente. Egli afferma che le leggi della fisica sono le stesse se osservate da qualunque sistema di riferimento, purché si tenga conto anche degli effetti del campo gravitazionale: è il nucleo della teoria della relatività generale. Per giungere a tale risultato, Einstein parte dalla constatazione che la massa di un corpo è la stessa sia se misurata secondo la legge di gravitazione universale, sia secondo la legge della dinamica (la massa inerziale è uguale alla massa gravitazionale): da ciò consegue la possibilità di riferire ogni effetto acceleratorio ad opportuni campi gravitazionali. Ogni problema fisico, quindi, va risolto mediante lo studio delle proprietà geometriche dello spazio.

Un'altra diversa via di ricerca nasce dallo studio dei fenomeni di interazione tra la materia e le radiazioni. "Quanto" è il termine coniato da Planck per la soluzione di un problema di emissione elettromagnetica: il problema del "corpo nero". Un corpo nero è un corpo capace di assorbire tutte le radiazioni che lo colpiscono. Si riteneva che la radiazione emessa da un corpo nero avesse una distribuzione di intensità valutabile per mezzo della teoria maxwelliana delle onde elettromagnetiche. 

Durante l'ultimo decennio dell'Ottocento alcuni fisici, tra cui Planck, tentarono di trovare la forma matematica della legge di radiazione del corpo nero. Nel 1900, grazie all'affinarsi delle tecniche di misura in laboratorio, Planck riuscì a trovare una formula per il corpo nero che consentiva un buon accordo con i dati sperimentali. Questa formula comportava l'introduzione di una nuova costante universale (la famosa costante h di Planck) e l'ipotesi secondo cui l'energia, anziché variare con continuità, variava secondo i multipli interi di una certa quantità elementare e indivisibile alla quale si diede il nome di "Quantum". Ogni radiazione, quindi, può essere quantizzata. La teoria dei quanti si fuse presto con lo studio della struttura dell'atomo, iniziato con Thomson nel 1897 con la scoperta dell'elettrone, la cui carica è stata determinata da Millikan. 

Ben presto vengono proposti per l'atomo due diversi modelli: secondo Perrin esso è formato da un nucleo centrale attorno al quale ruotano gli elettroni; secondo Kelvin in esso vi è una distribuzione uniforme di carica positiva all'interno della quale si trovano gli elettroni in condizioni di equilibrio. Nasceva allora il problema di quale fosse la situazione degli elettroni attorno al nucleo. La prima risposta venne da Bohr.

Egli ipotizzò che gli elettroni ruotassero secondo orbite circolari ben precise, calcolabili secondo le leggi della quantizzazione energetica, e che gli atomi assorbissero ed emettessero energia mediante salti degli elettroni da un'orbita ad un'altra. Dalla constatazione che non è possibile rinunciare nello studio dei fenomeni meccanici ed elettromagnetici né al modello corpuscolare, né a quello ondulatorio Bohr enunciò il principio di complementarità secondo il quale ogni fenomeno presenta in realtà due aspetti, uno corpuscolare, l'altro ondulatorio, entrambi veri e reciprocamente complementari ed escludentisi. Il principio di complemetarietà sta alla base del principio di indeterminazione di Heisenberg. Questo principio stabilisce che non è possibile determinare contemporaneamente la quantità di moto e la posizione di una particella, con una precisione al di sotto di un certo limite, fissato dalla costante h di Planck. Una delle conseguenze più notevoli di questo principio è che, nel trattare un sistema fisico, il ruolo dell'osservazione e della misura è decisivo sul risultato che si ottiene. Con la scoperta di Heisenberg si è giunti a un profondo sconvolgimento non solo della concezione tradizionale dell'universo, ma anche e soprattutto del rapporto tra osservatore e osservato, ossia dello schema fondamentale di ogni ricerca scientifica sperimentale. Le leggi naturali non esprimono relazioni fisse della natura, ma possono soltanto dare una formulazione statistica dei fenomeni osservati e del loro esito probabile; questo non per un difetto degli strumenti di osservazione, ma per la struttura stessa del materiale osservato e per le inevitabili modificazioni e perturbazioni apportate dal processo di osservazione. 

Dopo la scoperta dell'elettrone e della struttura nucleare dell'atomo l'attenzione dei fisici si è concentrata su quest'ultimo. Nel 1925 Pauli formula il principio d'esclusione che consente di collocare gli elettroni attorno al nucleo, in modo coerente con le scoperte della chimica. È Bohr a chiamare protoni le particelle cariche positivamente, presenti nel nucleo. L'esistenza dei neutroni, particelle pesanti ed elettricamente neutre, viene dimostrata sperimentalmente da Chadwick.

Il quadro si è ulteriormente complicato con la scoperta di un gran numero di nuove particelle elementari, tra cui il neutrino. La scoperta del neutrone e quella del neutrino hanno comportato l'introduzione di altre due forze oltre a quella gravitazionale e a quella elettromagnetica: l'interazione forte e l'interazione debole. Mentre il tentativo di unificare le teorie delle quattro forze fondamentali della natura non ha ottenuto risultati decisivi, è invece più avanzato il processo di semplificazione dei componenti elementari della natura. In questo campo si è pervenuti alla formulazione delle "quarks", particelle sub-elementari, che sono ancora oggetto di studio. Rapida è stata, invece, l'acquisizione degli studi nucleari alle applicazioni tecniche. 

Dalle ricerche di Enrico Fermi viene scoperto che un atomo di uranio colpito da protoni può rompersi in due parti, liberando alcuni neutroni e un'enorme quantità di energia (fissione nucleare), e che i neutroni liberati, in determinare condizioni, possono spaccare altri nuclei di uranio in successione continua (reazione a catena). Queste due scoperte condurranno Fermi alla pila atomica ed altri studiosi alla bomba atomica. La teoria per le due diverse applicazioni è la stessa: nel primo caso la reazione a catena viene rallentata frapponendo particolari sostanze tra i vari blocchi di uranio, mentre nel secondo caso la reazione avviene con velocità enorme, sviluppando energia in pochissimo tempo. La prima è alla base del funzionamento delle centrali elettro-nucleari, la seconda, invece, dei micidiali ordigni bellici. 

I mutamenti introdotti nella fisica dopo il 1900 hanno evidenziato che la conoscenza del mondo si può conseguire solo a patto di potenziare continuamente sia la tecnica di misura, sia il linguaggio matematico. La crescita della fisica, pertanto, porta a forme di conoscenza che si allontanano sempre più dalle capacità espressive dei nostri linguaggi quotidiani. 

Il ruolo della fisica è oggi al centro di vivaci dibattiti. Se da un lato la fisica ha apportato notevoli contributi alla conoscenza del mondo naturale, consentendo l'utilizzo delle sue scoperte a vantaggio dell'uomo, dall'altro è forte il timore di un uso improprio degli stessi strumenti fisici. Lo spettro della bomba atomica è sempre presente: l'uomo deve prenderne coscienza e adoperarsi in ogni modo per scongiurare tale pericolo.  Le conseguenze, in caso contrario, sarebbero apocalittiche: ciò che è in gioco è l'esistenza dell'umanità, di quella stessa umanità che ha nelle sue mani il proprio destino.













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