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CONTRO IL FANATISMO

sociologia




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In giorni in cui la nostra contemporaneità è attraversata da fanatismi di diversa matrice, lo scrittore israeliano Amos Oz è riuscito in tre brevi ma intensi interventi tenuti all’Università di Tubinga, successivamente raccolti nel volume The Tubingen lectures. Three lectures nel 2002, a illustrarne con puntuale lucidità la natura e a indicarne le possibilità di superamento.

In queste tre “lezioni” (Passioni oscure; Come guarire un fanatico. L’oltranzista è un punto esclamativo ambulante; Israele e Palestina: fra diritto e diritto) vengono sintetizzati gli aspetti sostanziali della natura del conflitto fra israeliani e palestinesi, con uno stile equilibrato che non cade mai né in tentativi di rimedio astratti e illusori, né, tanto meno, nella disperazione senza via d’uscita. Un lineare senso pragmatico unito alla singolare capacità di penetrare i sentimenti dell’animo umano pervadono l’opera alla quale, nella traduzione italiana a cura di Elena Loewenthal (vincitrice del “Premio Città di Monselice per la traduzione 2003” per “La scatola nera” sempre di Amos Oz), si è voluto dare un titolo 515b13f che ricorda quello di un manifesto ideologico: Contro il fanatismo. Amos Oz non scrive con intenti politici o accademici, ma con un tono chiaro e colloquiale, parlando di sé e del suo lavoro di scrittore, rivolgendosi non solo alle due parti in causa, ma anche alle persone che in ogni tempo e luogo sono vittime (o più o meno consapevolmente responsabili) del fanatismo e, pertanto, aspirano a combatterlo nel vissuto quotidiano, consce che è molto più difficile “guarire” da esso piuttosto che “dargli la caccia”. Il fanatismo, infatti, viene descritto come un male collettivo che non di rado ha inizio fra le mura domestiche: “Molto spesso tutto comincia con il bisogno di vivere la propria vita attraverso quella di un altro”.



Secondo l’Autore, per curare il fanatismo è necessario sviluppare il senso dell’umorismo e quello della relatività, vale a dire la convinzione che “ciascuno ha la sua storia, ma non ce n’è una più valida o avvincente dell’altra”, nonché la consapevolezza della facilità con cui i ruoli si ribaltano: “gli occupati possono diventare occupanti, gli oppressi oppressori, le vittime di ieri aggressori”. La tragedia vissuta dai popoli palestinese e israeliano consiste nel fatto che non è possibile distinguere fra “buoni” o “cattivi”, in quanto si tratta di un contrasto fra due diritti. Forse grazie a un’“abitudine professionale”, lo scrittore riesce a coltivare il senso della prospettiva e anche l’ironia e l’immaginazione, a “perseguire il cammino dell’alterità” come direbbe Moni Ovadia, un altro acuto esponente della cultura ebraica: caratteristiche di cui i fanatici sono fatalmente privi.

Uno dei particolari più interessanti del ragionamento di Oz è costituito dalla peculiare accezione data al termine “compromesso” e alle sue conseguenze, la quale vuole essere una provocazione nei confronti di alcuni pregiudizi. Egli si dichiara un grande fautore del compromesso, concetto considerato normalmente in maniera negativa, come sintomo di una mancanza di onestà e di integrità morale: «Non nel mio vocabolario. Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. (…) Il contrario di compromesso è fanatismo, morte». Esercitare il compromesso, quindi, significa mediare, andare incontro all’altro, riconoscendo dignità al suo punto di vista.

Tutto ciò non mette al riparo dalle difficoltà e dal dolore: Oz sottolinea che un compromesso felice è un ossimoro, una contraddizione; ma è indispensabile fare questa esperienza.

E’ significativo rimarcare come Avishai Margalit, professore di Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme, abbia riportato in una sua recente opera (Volti d’Israele, Roma, 2000) una lettera di Isaiah Berlin, un altro grande pensatore scomparso nel 1997, in cui si ritrova una concezione simile. Berlin, infatti, scrisse: «Poiché entrambe le parti partono da una rivendicazione al possesso di tutta la Palestina come loro diritto storico, è poiché nessuna delle due rivendicazioni può venire accettata nell’ambito del realismo a meno di una grave ingiustizia, è evidente che un compromesso (ossia una separazione) è l’unica soluzione corretta, lungo le linee fissate da Oslo, per aver sostenuto le quali Rabin è stato assassinato da un ebreo fanatico».

Margalit, secondo il quale “Israele non è solo un luogo, ma anche un’ossessione”, ha messo in luce tanto la tragicità del conflitto fra i popoli quanto le responsabilità israeliane, in quanto se, da un lato, “è facile per tutte le persone di buona volontà rendersi conto della forza morale delle rivendicazioni di entrambe le parti”, dall’altro “non c’è parità morale”. Infatti, prosegue Margalit, «la ragione di ciò non è che agli ebrei si facciano richieste morali più elevate perché essi stanno su un piano morale più alto, ma al contrario perché esiste un’asimmetria tra il poter detenuto dagli israeliani e dai palestinesi. L’aver così tanto potere in più pone a Israele un obbligo morale aggiuntivo».



Simili prese di posizione sono spesso denigrate e tacciate di “tradimento”, e lo stesso Oz è stato più volte accusato di essere un traditore dai suoi connazionali, nonché guardato con sospetto dai palestinesi. L’Autore chiarisce che, in fondo, agli occhi dei fanatici, “traditore” sia chiunque cambi, proprio perché il fanatismo non ammette né concepisce il cambiamento, è per sua natura inflessibile, rigido, e talvolta si nasconde dietro al conformismo e all’uniformità portate alle estreme conseguenze. Per questi motivi la capacità di ironizzare, di immaginare, di relativizzare possono essere una cura contro le deviazioni fanatiche. In particolare, sempre secondo l’Autore, la letteratura, arricchendo le potenzialità creative delle persone, può essere fonte inesauribile di speranza. In questo modo, un romanziere come Oz, che ha iniziato a scrivere – come lui stesso ricorda – grazie a una fervida immaginazione e curiosità nei confronti dell’altro, ha potuto comprendere la fecondità della propria arte, la gioia dello scrivere che, lungi da essere una mera attività intellettuale, avulsa dalla scottante realtà quotidiana, si presenta come una risorsa in grado di suscitare una mentalità nuova.

Partendo dalla celebre frase di John Donne “nessun uomo è un’isola”, Oz crea una pregnante metafora secondo la quale ciascuno di noi è, in realtà, una penisola, per metà attaccato alla terra ferma (cioè ai familiari, alla propria cultura ecc…), mentre l’altra metà è portata a “fronteggiare l’oceano”. Questo significa che nessuno ha il diritto di imporre il proprio punto di vista, di plasmare il prossimo a proprio piacimento, regola che vale per i singoli individui, così come per i gruppi, i popoli. Nessuno di questi potrà amalgamarsi completamente agli altri, pertanto le “penisole”, cioè le persone, dovrebbero essere allo stesso tempo in contatto fra di loro e sole con se stesse, per realizzarsi pienamente.

Nelle sue lezioni Oz non ha tralasciato il richiamo alla sua memoria personale, per raccontare brevi episodi legati alla sua infanzia e alla sua famiglia, narrati diffusamente con estrema sensibilità e poeticità nel romanzo autobiografico Una storia di amore e di tenebra (Milano, Feltrinelli, 2003). Il dramma vissuto dai suoi familiari, improvvisamente sradicati dai propri luoghi d’origine europei, lungi da generare rancore, ha permesso all’Autore di cogliere l’essenza delle rivendicazioni dei palestinesi, ugualmente estromessi dalle loro case. Le vicende dolorose accomunano i due popoli, determinando una perfetta comprensione fra le due parti avverse, fra vittime: “il loro problema” scrive Oz “è anche il mio”.



Forse, la chiave del superamento delle terribili sofferenze generate dall’atteggiamento fanatico, proprio di coloro che pretendono di detenere la verità assoluta, di sapere cosa sia meglio per gli altri (per una forma di “altruismo” malato) è contenuta in un episodio risalente all’infanzia dell’Autore, narrato proprio ne Una storia di amore e di tenebra (pp. 391 e 407-408). All’età di otto anni e mezzo, Amos incontrò per caso una bambina araba e cercò di instaurare un dialogo con lei. Quell’avvenimento rese improvvisamente chiari quei discorsi degli adulti, più volte afferrati, sulle relazioni con i palestinesi. Amos si sentì in dovere, per “un autentico spirito di missione”, di comunicare con la bambina per spiegarle “con poche eppur convincenti parole, quanto fossero pure le mie intenzioni, e quanto invece fosse aberrante il complotto teso a suscitare contrasti fra le due parti, e quanto invece sarebbe stato meglio per l’opinione pubblica araba – qui impersonata da questa bambina con le sue labbra sottili – conoscere più da vicino la natura gentile e amabile degli ebrei, qui rappresentati da me, disinvolto emissario di otto anni e mezzo”. Solo più tardi Amos si rese conto che, invece di sforzarsi di apparire al meglio di sé, invece di “andare a lei nei panni del nuovo ebreo che va dal nobile popolo arabo, da leone a leoni”, avrebbe dovuto pensare di andarle incontro semplicemente “come un bambino a una bambina”, come “un maschio a una femmina”. Per moltissimo tempo, infatti, i palestinesi hanno faticato a riconoscere l’esistenza reale del popolo israeliano e viceversa; sono entrambi rimasti ciechi di fronte alle rispettive esigenze. In questo senso, il fatto di aver recentemente superato quello che Oz definisce un “blocco cognitivo” è stato il primo passo verso una soluzione di compromesso, verso quel “divorzio equo” che porterà finalmente la pace.

Lo stesso “pacifismo” di Amos Oz  è connotato da una visione estremamente pragmatica, la quale, per esplicita ammissione, è molto lontana dal pacifismo europeo, “dall’atteggiamento di chi è disposto a porgere l’altra guancia”, in quanto mentre Oz afferma che non combatterebbe mai per un territorio, o per dei luoghi sacri, nello stesso tempo dichiara che lotterebbe tenacemente per difendere la vita e la libertà: «nel mio vocabolario la guerra è terribile, tuttavia il male assoluto non è la guerra, bensì l’aggressione». Una simile concezione, che considera la pace figlia del “buon senso” e del “talento ragionevole per il compromesso”,   induce ciascuno di noi a interrogarsi sul significato più profondo da attribuire alla pace. Pertanto, la provocazione di Oz non può cadere nel vuoto in un momento in cui in Europa si svolge un dibattito trasversale su che cosa implichi essere “pacifisti”.



Nonostante la constatazione delle inevitabili divergenze e contraddizioni, la riflessione dell’Autore si chiude con un sicuro senso di fiducia nell’avvenire, nella convinzione che “la parabola cruenta” del conflitto arabo-israeliano sarà più breve degli scontri che hanno avuto per scenario l’Europa nel corso dei secoli; Oz ritiene che Israele dovrebbe abbandonare i territori acquisiti durante la “Guerra dei sei giorni” (1967) e favorire la creazione di due Stati nazionali; riesce persino a contemplare per il futuro l’ipotesi di un mercato comune mediorientale e di una moneta mediorientale. Tutto questo, però, potrà verificarsi solo dopo che i due popoli avranno eretto insieme un monumento “alla stupidità passata” e, per quanto riguarda il Vecchio Continente, quando gli occidentali avranno imparato a riservare “ogni oncia di aiuto e solidarietà a questi due pazienti”, rinunciando per sempre a essere “pro Israele o pro Palestina” ma schierandosi definitivamente a favore della pace. Oz è critico nei confronti dell’Europa, definita come “il comune aggressore” di israeliani e palestinesi, ma non esita a riconoscere che essa potrebbe giocare un ruolo molto importante nella soluzione del conflitto. Recentemente, in un’intervista concessa a Iaia Vantaggiato (Il Manifesto, 19 maggio 2004), ha svelato l’ambivalenza dei suoi sentimenti nei confronti dell’Europa, caratterizzati da attrazione e paura nello stesso tempo.

Per concludere, l’opera di Amos Oz, della quale diversi commentatori hanno rimarcato la poeticità, può essere letta anche come una attestazione di fiducia nella cultura, intesa come antidoto, come opzione definitiva a favore della vita, sempre e comunque; l’espressione della certezza che, nonostante tutto, come ci ha insegnato Anna Frank, “si può continuare a  credere all’intima bontà dell’uomo”.









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