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DARWIN: DA SCIENZIATO A FILOSOFO

filosofia



DARWIN :


DA SCIENZIATO A FILOSOFO



Partendo dal positivismo in questo mio lavoro cercherò di esaminare le caratteristiche del positivismo evoluzionistico, attraverso le figure e l'opera di Spencer e Darwin. Quindi, riallacciandomi al darwinismo sociale, illustrerò l'imperialismo delle maggiori potenze europee e mondiali e le esperienze italiane attraverso l'interpretazione fornita da Pascoli, nel discorso "La grande proletaria si è mossa"; infine parlerò della teoria Darwiniana dell'evoluzione della specie e della continua lotta per la sopravvivenza.

Attraverso questo approfondimento  cercherò di spiegare gli effetti provocati dalla teoria darwiniana sul mondo scientifico, filosofico e letterario ed inoltre come essa possa essere considerata una delle cause dell'imperialismo.





























IL POSITIVISMO

Il Positivismo è un movimento filosofico e culturale, caratterizzato da una esaltazione della scienza, che nasce in Francia nella prima metà dell'Ottocento e si impone, a livello europeo e mondiale, nella seconda parte del secolo. Il termine "positivo" assume il significato di reale, utile, concreto. Il Positivismo appare caratterizzato da una celebrazione della scienza, che si concretizza in una serie di convinzioni di fondo:

La scienza è l'unica conoscenza possibile e il metodo della scienza è l'unico valido; quindi la metafisica è priva di valore. Da ciò deriva il grido risuonato in Germania: "Keine Metaphisik mehr!" (Niente più metafisica!).

La filosofia tende a coincidere con la totalità dei principi comuni alle varie scienze. La funzione della filosofia consiste quindi nel riunire e nel coordinare i risultati delle singole scienze.

Il metodo della scienza, in quanto è l'unico valido va esteso a tutti i campi, compresi quelli che riguardano l'uomo e la società.

Il progresso della scienza rappresenta la base del progresso umano, capace di superare la "crisi" del mondo moderno o di accelerarne lo sviluppo in modo sempre più rapido. Inoltre ogni evento è il risultato di un progresso rispetto al passato e la condizione di un miglioramento futuro (come peraltro già dicevano i romantici).

Se il Romanticismo aveva esaltato la figura  del poeta, il Positivismo esalta soprattutto lo scienziato.

Parlando del Positivismo in generale, risulta tuttavia indispensabile distinguere tra una "prima" ed una "seconda" fase di esso. Infatti, mentre nella prima metà dell'Ottocento, il Positivismo con Comte, si pone soprattutto come proposta di superamento di una "crisi" socio-politica e culturale (quella post-illuministica e post-rivoluzionaria), nella seconda metà del secolo il Positivismo, più che come soluzione di una "crisi", si presenta come riflesso e stimolo di un "progresso" in atto.

Il decollo del sistema industriale, della scienza, della tecnica, degli  scambi e dell'estensione della cultura su larga scala, determina, in questo periodo, un "clima" generale di fiducia entusiastica nelle forze dell'uomo e nelle potenzialità della scienza e 232e44c della tecnica.  

Questa seconda fase viene altresì chiamata Positivismo Evoluzionistico ed avrà come maggiori esponenti Darwin e Spencer.

Herbert Spencer

Il Positivismo evoluzionistico

Questo indirizzo del Positivismo consiste nell'assumere il concetto d'evoluzione come il fondamento di una teoria generale della realtà naturale.

Herbert Spencer nacque il 27 aprile 1820 a Derby in Inghilterra; compì studi di carattere scientifico e divenne ingegnere delle ferrovie a Londra. Pubblicò in un primo tempo solo alcuni articoli politici ed economici; nel 1845, ottenuta una piccola eredità, obbedì alla sua vocazione filosofica e abbandonò la carriera dell'ingegnere per dedicarsi all'elaborazione di saggi di filosofia. Dal 1848 al 1853 fu membro della redazione dell'«Economist». Nel 1850 pubblicò la Statica sociale , dove applicò il principio evoluzionistico alla vita sociale. Nel 1855 pubblicò i Princìpi di psicologia e nel 1857 un saggio sul progresso ( Il progresso, sua legge e sua causa ) che è molto significativo per il suo orientamento fondamentale. Nel 1862 usciva il primo volume del Sistema di filosofia sintetica progettato nel 1860, Primi princìpi , che è il suo scritto filosofico fondamentale e uno dei capisaldi del positivismo. Seguivano i due volumi dei Princìpi di biologia (1864-1867); e in seguito: Princìpi di psicologia e Princìpi di sociologia . A queste opere vanno aggiunti numerosi altri scritti collaterali, tra cui l'importante saggio Individuo e Stato (1884), che rappresenta quasi un manifesto dei princìpi liberali, seppure con una decisa inclinazione verso il darwinismo sociale. Morì a Brighton l'8 dicembre 1903. Spencer appartiene a quella corrente del Positivismo che si riaggancia saldamente alle dottrine evoluzionistiche maturate in ambito scientifico. A differenza di Darwin, che riduce l'evoluzionismo ad un ambito puramente biologico, Spencer parla esplicitamente di " evoluzionismo cosmico ", con l'idea che esista, oltre a quella organica, anche un'evoluzione ad essa precedente, di tipo inorganico, ed una successiva, di stampo super-organico. Il filosofo nota con acutezza che, ancor prima che si possa realizzare l'evoluzione biologica (tratteggiata da Darwin), occorre la realizzazione di quella inorganica, la quale ha consentito, ad esempio, la formazione del sistema solare; solo successivamente a quest'evoluzione inorganica si è potuta realizzare quella organica: e la tappa successiva sarà costituita da quella super-organica, a cui sarà soggetto l'uomo con le sue realizzazioni (la cultura, le istituzioni e, in generale, la società). Se Comte era un non-riduzionista, Spencer, invece, è almeno in parte riduzionista, poichè a suo avviso esiste un unico processo governato fondamentalmente dalle medesime leggi (quelle dell'evoluzionismo) che coinvolge il mondo organico, quello inorganico e perfino quello super-organico: le leggi che regolano la biologia, dice Spencer, sono pressochè le stesse che presiedono all'andamento della fisica, della politica, della cultura, della società, ecc, sicchè basta, in linea di principio, individuare le leggi dell'evoluzionismo per poter studiare l'intera realtà, cosa che è agli antipodi rispetto alla concezione comteana. Con Spencer, poi, affiora l'elemento che forse più contraddistingue il Positivismo rispetto al razionalismo seicentesco e settecentesco: se è vero che in comune hanno il marcato interesse per le scienze (a tal punto da arrivare a considerarle come unico sapere valido), tuttavia è diverso il tipo di scienza a cui fanno appello. Infatti, quando la filosofia prende come modello di indagine la scienza tende sempre a scegliere quella più in voga al momento, cosicchè se ai suoi tempi Platone si era servito della scienza medica di matrice ippocratea, i filosofi del Seicento e del settecento, invece, avevano preferito la fisica matematizzata di stampo galileiano e newtoniano, e il "Discorso sul metodo" di Cartesio ne è una prova lampante, poichè il pensatore francese afferma esplicitamente di aver ravvisato nella matematica il vero modello conoscitivo. Spencer e i Positivisti, dal canto loro, vivono in un'epoca in cui sulla fisica newtoniana è prevalsa la biologia, maggiormente in sintonia con gli slanci vitalistici tipici dell'età romantica: ecco perchè, a differenza dell'Illuminismo e del razionalismo, il Positivismo sceglie la biologia e, in particolare, Spencer estende l'evoluzionismo biologico all'intera realtà. Riconoscendo il primato della scienza (in particolare quella biologica), sembra dunque che la filosofia sia delegittimata: i Positivisti e Spencer non solo riconoscono nella scienza il modello supremo di conoscenza, ma tendono addirittura a vedere tutti gli altri come inefficaci, sancendo così la morte della filosofia. Eppure trovano sempre, in qualche maniera, un modo per ritagliare qualche spazio alla filosofia: Comte la riduce a indagine ragionata sulla storia della scienza, Mill la concepisce come puro e semplice studio dei fondamenti metodologici della scienza e Spencer, da ultimo, le riserva un trattamento speciale. In primo luogo, con un discorso di forte sapore kantiano, egli dichiara la compatibilità fra scienza e religione , staccandosi così da certe frange positivistiche espressamente anti-religiose: infatti, se è vero che si può indagare sulla realtà e desumerne delle leggi di comportamento, è altrettanto vero che l'essenza della realtà resta inconoscibile, ossia sfugge ad ogni inquadramento conoscitivo. In altre parole, la scienza può spiegare come avviene un fenomeno e per quale motivo si verifica, ma non potrà mai attingerne l'essenza profonda: le generalizzazioni cui perviene la scienza non potranno mai racchiudere ciò che Spencer definisce l'Inconoscibile (una sorta di cosa in sè kantiana). Ed è proprio in virtù di questa impotenza della scienza che la religione e la sua indagine sull'Inconoscibile (cioè sull'essenza profonda della realtà) non solo è compatibile con la scienza, ma è anzi necessaria ad essa: le due discipline si supportano a vicenda, proiettando le loro indagini su questioni diverse ma ugualmente necessarie, e per di più la religione ci ricorda contemporaneamente i limiti intrinseci della conoscenza umana e il mistero profondo della realtà. Questo ci permette anche di capire perchè Spencer faccia riferimento non alla teologia in generale, ma a quella di tipo negativo, che cioè non ci dice cosa stia al di là della barriera conoscitiva, ma, al contrario, cosa non stia. Naturalmente, questo può avvenire solamente se la scienza e la religione non hanno la pretesa di sconfinare nel campo altrui: e a tal proposito la vicenda di Galileo simboleggia appunto lo sconfinare della religione nel campo scientifico. Chiarito il rapporto che intercorre tra la scienza e la religione, Spencer si sofferma su quello riguardante la filosofia e la scienza: se la scienza può e deve spiegare l'intera realtà secondo le leggi evoluzionistiche, a che serve la filosofia? In modo piuttosto originale, Spencer le attribuisce, contemporaneamente, il minimo e il massimo valore, sostenendo che la filosofia altro non è se non la scienza più importante, con la conseguente perdita di autonomia e di specificità. Egli è forse il positivista che più di tutti dà peso alla filosofia, ma che tende anche di più a ridurla a scienza: in definitiva, per Spencer, la filosofia è una specie di super-scienza. Ciascuno di noi, infatti, ha le sue esperienze quotidiane e tende a generalizzarle per trarne delle regole di comportamento (e la scienza fa la stessa cosa, in maniera sistematica, per quel che riguarda la natura), ma poi, al di là delle leggi relativamente generali, è possibile individuare leggi generalissime che non valgono per un campo della realtà piuttosto che per un altro, ma, viceversa, valgono per tutta quanta la realtà. Proprio di queste leggi generalissime, valide per l'intera realtà, si occupa la filosofia. E proprio in virtù di questa concezione, Spencer tende ad essere riduzionista, ovvero a nutrire la convinzione che tutte le scienze siano riconducibili ad una sola scienza, la filosofia. E' riduzionista, in altre parole, perchè nutre la convinzione che vi siano leggi generalissime valide per ogni realtà di cui le leggi studiate dalla scienza sono derivazioni particolari, come se, in ultima istanza, tutte le scienze fossero derivazioni particolari della super-scienza filosofia. La filosofia come la intende il filosofo inglese, pertanto, svetta tra tutti i saperi, ma, qualitativamente, non è diversa dalle altre scienze. E' curioso come, in questa prospettiva, si ritorni al concetto aristotelico di metafisica intesa come scienza dello studio delle leggi generali dell'essere: proprio a questo studio si deve dedicare la filosofia, la quale assurge a regina delle scienze ma perde la sua autonomia. L' evoluzionismo di Spencer non è però una pura e semplice estensione delle nozioni di Darwin all'intero universo: in realtà, i due pensatori elaborano le loro teorie separatamente, senza contatti; e quando si dice che per Spencer l'evoluzione è cosmica, non si deve pensare che vada interpretata alla stregua di un'analogia per cui, dalla constatazione che nel mondo biologico vige l'evoluzionismo, si suppone che esso valga anche per il resto della realtà. Viceversa, l'intero cosmo è sottoposto ad un unico processo evolutivo che si articola in fasi e aspetti differenti nonchè successivi. Il problema della filosofia è appunto quello di andare al di là della scienza per ricostruire le leggi dell'evoluzione in generale: tutte le scienze arrivano, in modi e in ambiti diversi, a ravvisare delle leggi di evoluzione. Ad esempio, la biologia scopre l'evoluzione nel mondo vivente, la fisica nella realtà materiale e così via: la filosofia, dal canto suo, deve ricucire tutte queste leggi generali elaborate dalle singole scienze per poter così ottenere delle leggi generalissime di evoluzione valide per il cosmo intero. E tutte le singole scienze, dice Spencer, pervengono tutte, sebbene per strade diverse, al riconoscimento di tre princìpi fondamentali: 1) indistruttibilità della materia, 2) continuità del movimento, 3) persistenza della forza. Tutti questi principi, naturalmente, sono, per così dire, risposte "penultime", che spiegano che la materia non si può distruggere, che il movimento è continuo e che la forza tende a persistere, ma che non rispondono alla domanda decisiva (che varca le soglie dell'Inconoscibile): perchè è così? Cosa l'ha originato? Il compito della filosofia sarà, pertanto, quello di unificare questi tre princìpi in un'unica legge generale, che Spencer rintraccia nella legge dell'evoluzione . Questa legge, infatti, spiega la graduale integrazione (cioè concentrazione) della materia e la conseguente dissipazione del movimento (a cui sinteticamente sono riconducibili i tre princìpi poc'anzi elencati) mediante un triplice processo: a) come un passaggio dall'incoerente al coerente (passaggio di progressiva concentrazione); b) come un passaggio dall'omogeneo all'eterogeneo, dall'uniforme al multiforme (ovvero un processo di progressiva differenziazione); c) come un passaggio dall'indefinito al definito (ossia come un processo di progressiva determinazione). In concreto, immaginiamo di avere dinanzi un essere primitivo come un'ameba e uno più complesso come un cavallo: la materia che compone il cavallo è molto più concentrata e compatta rispetto a quella dell'ameba (passaggio evolutivo dall'incoerente al coerente); il cavallo, poi, è più complesso e articolato dell'ameba, tant'è che ogni singola cellula del cavallo è di per sé più complessa dell'ameba (passaggio evolutivo dall'omogeneo all'eterogeneo); infine, l'ameba è più indeterminata, il cavallo è più complesso e dunque gode di una maggiore identità, cioè si distingue di più dall'ambiente circostante (passaggio evolutivo dall'indefinito al definito). E queste leggi appena illustrate valgono non solo in ambito biologico (l'ameba e il cavallo), ma per l'intero universo: le si devono impiegare anche, dice Spencer, per interpretare la formazione del sistema solare a partire da una nebulosa originaria. Essa passò da omogenea ad eterogenea, da poco densa a densissima, da incoerente a coerente, fino a dar vita all'intero sistema solare. Le leggi evoluzionistiche, poi, devono anche essere applicate al mondo super-organico, ovvero alla società umana: e quel che è più curioso è che, dice Spencer, le leggi che regolano il processo evolutivo del mondo biologico sono pressochè le stesse che reggono l'andamento dell'evoluzionismo nel mondo inorganico e in quello superorganico; si tratta di leggi che il pensatore inglese desume in parte da Darwin e in parte da Lamarck. E' infatti convinto che tutti gli enti si sforzino per adattarsi all'ambiente e che le mutazioni che derivano da questi sforzi siano poi a loro volta selezionate dall'ambiente. Tuttavia tra la società e il mondo biologico, che pure seguono leggi evoluzionistiche quasi identiche, vi è un'enorme differenza: nel mondo umano, infatti, subentra la cultura e la consapevolezza di ciò che si fa, cosa che suggerisce che l'idea lamarckiana di trasmissibilità ereditaria dei caratteri acquisiti, falsa se applicata all'evoluzionismo biologico, è vera per quel che riguarda il mondo umano. E' infatti vero che nella storia umana vi è uno sforzo cosciente di adattamento all'ambiente e che vi è una trasmissione dei caratteri acquisiti (le nozioni, le modifiche culturali, ecc), tant'è che l'idea di sopravvivenza viene adeguatamente corretta, altrimenti si finirebbe per vivere nello stato di natura delineato da Hobbes: oggi si vive molto più a lungo rispetto ad anni addietro perchè è stata superata l'idea secondo la quale solo il più forte possa sopravvivere e sono subentrate forme di solidarietà e norme di comportamento accettate da tutti. Se davvero dovesse continuare ad esistere il darwinismo sociale, nessuno potrebbe campare oltre i quarant'anni, perchè, perse le forze, sarebbe facilmente sopraffatto da uomini nel fiore dell'età. Anzi, nell'uomo tra l'evoluzionismo culturale e l'evoluzionismo biologico c'è quasi conflitto, poichè più si invecchia e più cresce la cultura e diminuisce la forza fisica adatta a sopravvivere nell'ipotetico stato di natura. Ai suoi tempi, però, Spencer credeva di poter applicare le leggi dell'evoluzionismo anche alla società, dando luogo a quello che è passato alla storia sotto il nome di darwinismo sociale : si deve accettare anche nel mondo sociale il criterio secondo cui a sopravvivere è il più forte ed è per questo che Spencer è uno strenuo difensore del liberalismo più sfrenato. Egli riprende quelle considerazioni di Malthus che Darwin si era limitato ad applicare alla realtà biologica e arriva a dire lo Stato non deve assolutamente intervenire con criteri di solidarietà o di agevolazioni, perchè sennò impedisce che maturino le forme di selezione naturale funzionali alla sopravvivenza della società stessa. E a tal proposito, il filosofo inglese opera una sfilza di paragoni tra il mondo biologico e la società umana, facendo notare come, dal punto di vista evoluzionistico, le società moderne sono più coerenti, più eterogenee e più definite rispetto a quelle antiche: sono più articolate soprattutto in virtù della divisione del lavoro che le caratterizza, ma anche grazie al fatto di essere maggiormente staccate dall'ambiente (e il confronto verte soprattutto sulle differenze tra città moderne e villaggi antichi); e poi nelle società moderne i tessuti che svolgono determinate funzioni sono concentrati in luoghi ben precisi (pensiamo alle zone industriali), proprio come nell'individuo le cellule si differenziano qualitativamente e si posizionano in luoghi ben precisi. E' molto curioso come Spencer raffronti perfino le società e le strutture degli animali: come i molluschi sono protetti dalla corazza, così anche alcune strutture sociali sono (al pari della corazza dei molluschi) rigide, inquadrate da strutture che ne vincolano l'andamento. E a tal proposito Spencer individua due diversi tipi di società: quella industriale e quella militare. Più una società è organica e meno necessita di un apparato esterno che la tenga insieme: ad esempio, la società industriale è talmente articolata e le parti che la costituiscono sono a tal punto legate tra loro che, in linea di principio, potrebbe procedere senza leggi e strutture che la tengano insieme, poichè starebbe tranquillamente in piedi per conto suo. Al contrario, una società che manchi di un apparato industriale evoluto necessita di una struttura che la tenga insieme affinchè non si sfaldi: l'esercito, la polizia, una serie di norme coercitive, ecc; proprio per questo viene da Spencer definita, quasi con senso dispregiativo, "società militare". Resta ora da chiedersi quale sia il punto massimo a cui può pervenire la conoscenza della realtà: in definitiva, il problema da risolvere è come si possa comprendere il processo evolutivo dell'intera realtà tramite uno strumento di indagine così generale quale è la filosofia secondo Spencer. Egli dice che si devono ipotizzare due cose: una materia e una forza; più precisamente, una massa originaria e informe e una forza che agisca dall'esterno su di essa. Poichè tale forza non agisce in modo assolutamente uniforme sulla materia (vi saranno punti in cui spinge di più e punti in cui spinge di meno), scatta una differenziazione che fa sì che si avvii la reazione a catena che dà vita al processo evolutivo studiato da Spencer.

Charles Darwin  

La teoria di Darwin si fonda su due ordini di fatti:

l'esistenza di piccole variazioni organiche che si verificano negli esseri viventi lungo il corso del tempo e sotto l'influenza delle condizioni ambientali;

la lotta per la vita che si verifica necessariamente tra gli individui viventi.

Darwin rivoluzionò la concezione tradizionale dell'origine delle specie viventi e diede un aspetto organico e definitivo alla concezione deterministica. Egli sosteneva che il numero degli organismi viventi che nasce è superiore a quello che può sopravvivere con le risorse disponibili. Quindi esiste tra i vari individui una lotta continua per sopravvivere. In questa lotta prevalgono i più adatti alle condizioni di vita in cui si trovano e trasmettono i loro caratteri ai discendenti.
Questa sopravvivenza del più adatto è la «selezione naturale»: come l'uomo seleziona artificialmente le specie animali e vegetali più utili ai suoi bisogni, modificandone le caratteristiche, così opera la natura, scegliendo per la riproduzione degli individui che nella lotta per l'esistenza hanno dei vantaggi sopra i concorrenti.
La dottrina darwiniana ebbe un'influenza enorme su tutto lo sviluppo scientifico e filosofico del secondo Ottocento, ed ebbe peso notevole anche nelle scienze sociali, dando origine a quel filone del pensiero sociologico che si definisce appunto "darwinismo sociale".
Tale dottrina tende a vedere la società umana regolata dalle stesse leggi del mondo animale e naturale, quindi dominata anch'essa dalla lotta per la vita, che assicura la sopravvivenza e il dominio al più forte. In effetti la società umana nella sua storia millenaria è sempre stata caratterizzata da conflitti tra le varie classi sociali. Tuttavia il darwinismo sociale non analizza la lotta per la vita come un dato legato a forme specifiche, storicamente definite di società, ma la pone come legge assoluta di ogni forma di società possibile.
Le tendenze di pensiero più reazionarie ne ricavano la conclusione che l'assetto sociale vigente fondato sul dominio di una classe sulle altre, corrisponde alle leggi stesse di natura e non potrà mai essere modificato, o addirittura affermano la legittimità e la necessità del predominio del più forte sui più deboli, respingendo le nozioni di uguaglianza e di democrazia maturate nel corso moderno della storia borghese, dall'Illuminismo alla Rivoluzione francese in poi.
Queste teorie sono la manifestazione della profonda crisi attraversata dalla coscienza borghese nella seconda metà dell'Ottocento: viene meno la sicurezza di poter dominare concettualmente e praticamente tutta la realtà, la serena certezza in futuro di pace, di equilibrio, di giustizia e di benessere illimitato, che erano i punti fondamentali della concezione della borghesia nel periodo eroico della sua ascesa. Il darwinismo sociale di Darwin è considerato da molti una causa dell'imperialismo.Infatti molti arrivarono a credere che la razza bianca fosse superiore a tutte le altre e che dovesse portare la civiltà dove non c'era. Famosi scrittori come Kipling e Pascoli furono sostenitori di questa tesi.

Il brano che propongo ora è dello scrittore inglese Rudyard Kipling; il brano è tratto da Kim, romanzo di Kipling del 1905

" entrarono nella stazione che appariva nera sul finir della notte.." E' opera dei demoni" disse il lama ( monaco del Tibet ), perso tra le tenebre cupe e piene di rumori, lo scintillio delle rotaie e il groviglio di fili sovrastanti i binari. Si trovavano in un enerme stanzone dai muri di pietra, dove, simili a morti, avvolti nei loro sudari, erano ammassati i viaggiatori di terza classe che, sprovvisti del biglietto durante la serata, s'erano, poi, addormentati nella sala d'aspetto. Per gli orientali le ventiquattro ore del giorno si equivalgono, ed il trasporto dei viaggiatori è regolato di conseguenza".

L'ETÀ DELL'IMPERIALISMO
Gran parte dell'Europa aveva conosciuto attorno al 1850 una fase di
notevole sviluppo economico e industriale. Questo aveva determinato nei
paesi più avanzati la necessità di ingenti quantità di denaro adeguate
alla crescente capacità produttiva e quindi una maggiore presenza del
capitale bancario all'interno del sistema produttivo. La compenetra-
zione tra banche e industrie portò non solo ad un maggiore controllo
delle prime sull'attività produttiva e alla formazione di monopoli, ma
anche ad un'eccedenza di capitali che non trovava possibilità di
investimento nell'industria nazionale. Inoltre il grande impulso dato
alla produzione aveva portato intorno al 1873 ad una vera e propria
crisi di sovrapproduzione con la conseguenza di accelerare il processo
di concentrazione industriale e di indurre gli stati ad abbandonare la
politica di libero scambio. Si tentò infatti di favorire il riassorbi-
mento delle merci in eccedenza attraverso la loro protezione dalle merci
straniere. Ma la spinta del capitale finanziario imponeva di trovare
nuove aree in cui investire i capitali eccedenti spostando la competi-
zione economica tra le singole imprese (scomparsa con la formazione dei
trusts e dei cartelli) sul piano internazionale della lotta economica
tra le nazioni. Questo processo di esportazione di capitali si
avvantaggiava della possibilità di creare imprese in zone dove la
manodopera era a basso costo e esisteva una grande disponibilità di
materie prime. Si usciva così dalla fase del colonialismo classico
basato sul semplice sfruttamento economico (prelievo delle materie prime
e vendita di prodotti nei mercati coloniali) per entrare nella fase
dell'imperialismo in cui al semplice dominio economico si sostituiva un
vero e proprio dominio politico con lo scopo di rendere più sicure tali
iniziative.
Questo impegno diretto dei governi nell'attività economica ebbe
l'effetto di acutizzare gli antagonismi nazionali e di portare ad
intendere l'imperialismo come una forma di affermazione del proprio
prestigio.
Accanto a questi motivi fondamentali della spinta all'imperialismo
emergono altri fattori come la necessità di compensare la perdita del
controllo da parte delle nazioni europee sui grandi imperi americani (in
seguito alla proclamazione della "dottrina di Monroe") con la ricerca di
territori che potessero fornire risorse analoghe; o come il tentativo di
trovare uno sbocco all'eccesso di popolazione (ponendo fine in questo
modo al fenomeno dell'emigrazione, diretta soprattutto verso Stati
Uniti) attraverso la colonizzazione di territori sotto la sovranità
della madrepatria stessa. Anche la necessità di controllare territori
di importanza strategica ebbe il suo peso nella politica imperialista
dei governi.
Inoltre furono addotte alcune motivazioni ideologiche che favoriro-
no il consenso nei confronti di una politica coloniale mascherando i
veri interessi di natura economica che riguardavano un ristretto gruppo
di imprenditori. Ad esempio si considerò l'imperialismo come un dovere
delle nazioni progredite di portare la civiltà e il progresso nelle
nazioni più arretrate da un punto di vista economico e sociale. Si
reclamò, facendo appello a sentimenti nazionalisti e razzisti, il
diritto delle nazioni "superiori" di appropriarsi di ricchezze che i
paesi sottosviluppati non erano in grado di sfruttare. Infine si
affermò il principio della necessità per le nazioni di inserirsi al più
presto nella gara imperialista per evitare di rimanere estromessi dal
processo di spartizione del mondo e di affermazione della propria
egemonia in campo internazionale.
Nella seconda metà dell'ottocento i maggiori paesi europei (soprat-
tutto Inghilterra e Francia ma anche Germania, Italia e Belgio) trasfe-
rirono le proprie mire espansionistiche dall'ambito europeo a quello
africano e asiatico. La spartizione di questi territori avvenne per lo
più in modo pacifico nel senso che non si verificarono conflitti tra le
nazioni imperialiste nell'affermazione del proprio dominio e rari furono
gli episodi di resistenza delle popolazioni native. Infatti benché tale
spartizione fosse avvenuta in base a considerazioni di carattere
strategico essa si svolse sempre nel rispetto del principio di equili-
brio tra le potenze; spesso si tentò inoltre di esercitare il proprio
dominio in forma indiretta, attraverso le autorità preesistenti, piut-
tosto che imporsi in maniera traumatica come nuova forza governante.

L'Inghilterra all'inizio degli anni '50 era la nazione che aveva
dato peso più di altre alla politica espansionistica e già esercitava il
proprio dominio in territori come l'India, l'Australia e la Nuova Ze-
landa, l'Africa del Sud, il Canada, e i porti di Hong Kong e Shangai.
In questo periodo il governo inglese cercò di ampliare il proprio impero
coloniale con il controllo dell'Egitto (1884) e del Sudan (1898).
Inoltre in seguito alla scoperta di giacimenti di pietre e metalli
preziosi in Sudafrica gli Inglesi tentarono di impadronirsi di queste
regioni in cui si erano insediati già dal XVII secolo i coloni olandesi;
questo portò ad una guerra che si concluse nel 1902 con la vittoria
degli Inglesi e la creazione dell'Unione Sudafricana. Nel frattempo era
stata portata a termine la conquista della Nigeria (1885) e di una parte
della Somalia (1884). Nell'Asia continentale l'Inghilterra estese il
proprio dominio in Birmania ma fu soprattutto nel Pacifico che essa
tentò di conquistarsi posizioni strategiche (Nuova Guinea, Samoa,
Filippine, Nuove Ebridi). Spesso inoltre l'espansionismo inglese si
scontrò con altri paesi come la Francia in Sudan e in Indocina, e la
Russia ai confini russo-indiani. La crescente tendenza espansionistica
di molte nazioni non solo europee spinse così l'Inghilterra ad uscire
dal proprio isolamento e a cercare alleanze con il Giappone e con la
Francia con la quale stipulò una entente cordiale.
La Francia in Africa già aveva costituito le colonie di Algeria,
Senegal e Costa d'Avorio quando nel 1881 decise di riprendere la propria
politica coloniale con la conquista della Tunisia. Alla conquista del
Madagascar nel 1895 seguì il tentativo di creare un impero omogeneo a
partire dall'Africa occidentale fino al Sudan occidentale che iniziò nel
1904 e si concluse nel 1910 con l'acquisto dell'Africa Equatoriale.
Nel 1911 venne occupato il Marocco. In Asia la Francia aveva
conquistato fin dal 1863 la Cambogia e il Vietnam meridionale; in
seguito l'impero in Indocina si estese con l'annessione del Vietnam del
Nord (1884) e del Laos (1893).
Ma all'interno della Francia permaneva uno spirito di rivincita nei
confronti della Germania per le terre perse con il trattato di
Francoforte. Bismarck, cosciente del pericolo francese, aveva tentato di
isolare diplomaticamente la Francia con un'ampia rete di alleanze. Ma
questo sistema si era incrinato a causa della rivalità tra Austria e
Russia sui Balcani: questo aveva portato la Russia ad un avvicinamento
alla Francia la quale si poté avvalere anche dell'intesa con l'Inghil-
terra per rafforzare la propria posizione nei confronti della Germania.
Per la Germania si presentavano scarse possibilità di costituire un
unico impero territoriale a causa della politica estera prevalentemente
europea sostenuta da Bismarck, che aveva portato questo paese ad inse-
rirsi in ritardo nella gara di conquista. A farsi interpreti di una
politica imperialista erano soprattutto le forze economiche e impren-
ditoriali che cercavano nuove possibilità di investimento al di fuori
della Germania. Furono conquistati tra il 1884 e il 1885 il Camerun, il
Togo, l'Africa orientale tedesca e l'Africa sud-occidentale tedesca; in
Asia venne occupata una parte della Nuova Guinea e alcuni arcipelaghi
nel Pacifico. Inoltre venne dato un forte impulso al rafforzamento
militare soprattutto con la costituzione di una forte flotta da guerra
che allarmò l'Inghilterra la quale oltretutto non condivideva i metodi
fortemente concorrenziali usati in campo commerciale dai Tedeschi come
il dumping. Ben presto la Germania vide mutare il sistema di alleanze
che le avevano consentito di porsi al centro della politica interna-
zionale ricevendo un appoggio effettivo alla sua politica solo dal-
l'Austria-Ungheria.
L'Italia nel periodo immediatamente successivo l'unità aveva
concentrato tutti i suoi sforzi nell'organizzazione dello stato uni-
tario e non aveva avuto modo di occuparsi di un eventuale programma
coloniale anche sulla base dell'esigenza di mantenere relazioni
amichevoli con le altre nazioni e non creare motivi di contrasto che
potessero minacciare la già debole unità interna. Un principio di
orientamento imperialista venne dal governo Depretis che ottenne il
controllo di Assab (acquistata dalla società di navigazione Rubattino
nel 1882) e di Massaua (1885) sul mar Rosso. Nel 1887 un tentativo di
espansione in Etiopia fallì e 500 soldati italiani furono massacrati a
Dogali. Ma fu Crispi il primo vero sostenitore dell'imperialismo ita-
liano: sotto il suo governo fu creata la colonia di Eritrea nel 1890 e
si stipulò con l'Etiopia il trattato di Uccialli che garantiva la
neutralità di quest'ultima. La sconfitta che l'Italia subì ad Adua nel
1896 fu la dimostrazione che il paese non era ancora in condizioni di
affrontare una politica imperialista: in effetti la spinta all'es-
pansione era dettata più che da esigenze economiche della borghesia,
dalla necessità di fornire terre ai contadini meridionali e di
proiettare verso l'esterno la tensione sociale in continua crescita.
Contraddittorio fu anche l'atteggiamento ostile assunto nei confronti
della Francia: la rottura commerciale con essa voluta dall'Italia ebbe
infatti notevoli ripercussioni sull'agricoltura meridionale. In seguito
venne tentato un riavvicinamento al governo francese da cui nacque un
accordo che concedeva all'Italia la libertà d'azione in Libia. Già
prima che venisse intrapresa una campagna in Libia alcuni grandi gruppi
finanziari come il Banco di Roma avevano investito capitali in quella
regione e facevano pressione affinché il governo Giolitti procedesse
alla sua occupazione. Oltre che dalla borghesia affaristica la guerra
era sostenuta dalle correnti socialiste rivoluzionarie che speravano in
questo modo di indebolire e sovvertire il sistema giolittiano, basato
sul riformismo graduale. La conquista della Libia iniziò nel 1911 e si
rivelò più difficile del previsto; le spese di guerra causarono una
regressione economica notevole e si rivelarono sproporzionate rispetto
ai vantaggi che si potevano trarre dalla conquista della Libia (solo
molto più tardi vi furono scoperti giacimenti petroliferi). Con la pace
di Losanna del 1912 l'Italia ottenne oltre al controllo della Libia
anche Rodi e le isole del Dodecaneso.
Anche il Belgio tentò di conquistare una sua posizione nel conti-
nente africano con il controllo del Congo che fu sanzionato dal congres-
so di Berlino del 1885 con il riconoscimento della sovranità belga in
quel territorio.
L'imperialismo americano ebbe caratteristiche diverse da quello
delle nazioni europee: esso si basò principalmente sulla ripresa della
dottrina di Monroe sostenuta dal presidente Theodore Roosevelt nei
termini dell'esclusiva degli Stati Uniti sul controllo e l'intervento
negli stati delle Americhe. Gli Stati Uniti ottennero infatti nel 1898
dalla Spagna, dopo averla sconfitta in guerra, Portorico e le Filippine
ed esercitarono un forte controllo su Cuba. Inoltre acquistarono le
Hawaii e una parte delle isole Samoa, ed estesero il loro dominio
indiretto (soprattutto economico e finanziario) a tutta l'America
latina.
Infine anche Russia e Giappone tentavano di attuare una politica di
espansione coloniale, soprattutto ai danni dell'impero cinese ormai in
stato di disfacimento. Inizialmente fu il Giappone ad approfittare
della debolezza della Cina attaccandola e sconfiggendola nel 1895: la
vittoria suscitò la reazione di tutte le nazioni (Inghilterra, Francia,
Russia) che avevano rinunciato, per ragioni di equilibrio, ad intra-
prendere azioni offensive in Cina; il Giappone dovette così rinunciare
alle sue conquiste. Nel frattempo la Russia aveva cominciato la propria
espansione in Manciuria venendo così in conflitto con gli interessi
giapponesi: il governo giapponese (appoggiato da quello inglese) reagì
all'espansionismo russo attaccando nel 1904 la base russa di Port Arthur,
sconfiggendo gli avversari e dando prova della potenza militare
raggiunta; la pace stipulata nel 1905 assicurò al Giappone il controllo
della Corea.

LE NAZIONI SI COMPORTARONO COSÌ NELLA CORSA ALLE COLONIE:

Belgio: fu il primo a fondare una società per la conquista e per il commercio di alcuni territori in Africa. Al Belgio andrà la vasta regione del Congo in cui vi sarà libera commercializzazione da parte degli altri Stati.

Inghilterra: Cecil Rhodes conquista tutti i territori nella strada che va da Città del Capo fino a Il Cairo. Seguendo questa linea di espansione si trovò in conflitto con i Dervisci, setta politico-religiosa, e con i Francesi che volevano espandersi da Ovest a Est e con cui fecero un accordo nel 1899 in cui si gettarono le basi per alleanze future.

Francia: Aveva vasti possedimenti nell'Africa Occidentale e sulle coste del Mar Rosso con cui tentò, invano, di riunirsi.

Germania: Arrivò per ultima nella corsa all'espansionismo coloniale, raccogliendo quello che era rimasto in Africa e qualcosa nell'estremo Oriente.

Italia: Raccolse ben poco dalla corsa all'espansionismo: riuscì ad avere un pezzo della Somalia e l'Eritrea (definitivamente conquistate durante il fascismo). Rimaneva anche la Libia che da tempo era sotto l'influsso italiano, grazie a una politica di infiltrazione da parte del Banco di Roma e che sarà poi conquistata sotto il governo Giolittiano.

Stati Uniti: Attuarono un tipo differente di Imperialismo: infatti non badarono solamente all'espansione territoriale (acquisizione delle Hawai, delle Filippine e parte di Samoa), ma si preoccuparono soprattutto di espandere il proprio commercio, cercando di aprire nuovi sbocchi economici per le proprie industrie soprattutto in America Latina, in Messico e in Estremo Oriente.La Cina senza l'intervento degli Stati Uniti sarebbe stata sicuramente divisa tra le potenze europee, che già avevano avuto dall'impero Manciù concessioni che le toglievano la sovranità. L'Inghilterra fu il paese che fece più pressioni per ottenere facilitazioni nel commercio in Cina, che portarono alla Guerra dell'Oppio del 1840-42 in cui l'Inghilterra ebbe Hong Kong e diverse concessioni. Vi fu una rivolta contadina che fu sedata grazie all'intervento delle potenze europee fortemente interessate al territorio cinese.

Giappone: Con lo sbarco delle truppe Giapponesi in Corea ebbe inizio un conflitto tra Giappone e Cina che si concluse rapidamente con la sconfitta di quest'ultima che dovette cedere Formosa, le Isole Pescadores e la penisola di Liao-Tung che però venne restituita alla Cina grazie all'intervento della Russia. Quest'intervento della Russia porterò a tensioni tra Russia e Giappone, che porteranno alla guerra del 1904-05.

Possiamo cercare di riassumere l'imperialismo in uno schema che esemplifichi le sue cause principali:







MOTIVI DI ORDINE MILITARE

 

MOTIVI SOCIALI

 

MOTIVI POLITICI

 

MOTIVI ECONOMICI

 
























Giovanni Pascoli

LA VITA

Nacque a San Mauro Romagna. L'evento fondamentale della sua vita fu l'assassinio del padre, l'anno seguente morì una sorella, quindi la madre e due fratelli. Questa esperienza di morte fu un trauma per il poeta che si venne risolvendo in un senso di sgomento per l'inesplicabilità del destino umano. Aderì al partito socialista e prese parte ai primi moti socialisti (aderì al socialismo anarchico di Bakunin). Dopo aver subito alcuni mesi di carcere preventivo decise di non impegnarsi nella politica  attiva e riprese gli studi all'università dove si laureò ed iniziò la carriera dell'insegnamento. Dopo aver passato alcuni anni in varie scuole d'Italia, fu successore di Carducci all'Università di Bologna; morì nel 1912 e fu sepolto a Castelvecchio di Barga.

I PRINCIPALI SCRITTI DI POETICA

"Il fanciullino" (1897)  apparso nella rivista "Il Marzocco": è una dichiarazione di poetica  dove Pascoli afferma di aver preso spunto dal "Fedone" di Platone. Dice che dentro di noi c'è un bambino  che vive in noi anche da adulti. Ciò esprime una concezione di realtà spontanea, che riesce ad andare al di là delle apparenze. E' Adamo che chiama col giusto nome le cose e riesce a  capire il mistero della realtà. Mano a mano che si cresce però solo il poeta è in grado di ascoltare questa voce. Da questa dichiarazione derivano delle conseguenze:

Pascoli dice implicitamente che la poesia è estranea alla razionalità, è irrazionale e intuitiva, una forma di conoscenza profonda della realtà.

La poesia non è privilegio di pochi, ma un dono concesso a tutti, sfruttato solo dai poeti

Una poesia  non deve trattare solo temi importanti ( civili  o  politici ) ma di tutto perché ciò che è importante è quello che il poeta percepisce dietro le apparenze. La poesia ha per oggetto le piccole cose, al di là delle quali il poeta intuisce la realtà più profonda.

Per Pascoli la poesia è pura. In realtà nelle sue poesie c'è ansia, angoscia, paura di vivere, legata alla sua vita triste (lutti in famiglia): è  la paura di Pascoli borghese di fronte ai cambiamenti sociali.

"MYRICAE" (tamerici, arbusti bassi): è una raccolta di poesie che ha avuto 9 edizioni dal 1880 al 1900 circa. Il titolo è ripreso dal poeta latino Virgilio che aveva scritto "Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici". Pascoli vuole anche alludere alla semplicità, alla modestia dei temi delle poesie, che superficialmente trattano di campagna, di paesaggi, di lavori domestici; in realtà la campagna è lo sfondo su cui proietta inquietudini, angoscia e perplessità. Gli oggetti diventano emblemi di particolari stati d'animo (ad es. un aratro abbandonato rappresenta la solitudine).

Gli oggetti concretizzano gli stati d'animo del poeta, hanno un valore simbolico.

I simboli del Pascoli sono:

NIDO , ha queste valenze:

Spazi geometrici chiusi: muri, siepi, recinti e la nebbia ; tutto ciò che richiama la famiglia d'origine, quindi protezione, rifugio. Ciò che è fuori fa paura. 

Nido vuoto: ossessione dei morti. La sua famiglia si è svuotata a causa dei lutti. Pascoli non riesce a dimenticare i suoi morti.

Dimensione nazionale, diventa simbolo dell'Italia, in cui c'era una forte emigrazione e l'Italia, il nido, doveva richiamare i suoi figli.

CAMPANE,  ha due diverse valenze, una positiva e una negativa:

ottica positiva: il suono della campana ha una funzione consolatoria, gli permette di dimenticare la realtà

ottica negativa: funzione inquietante, è il suono del funerale, della morte.

UCCELLI: le rondini accompagnano il nido: In generale sono abitanti di mondi superiori dal quale inviano messaggi in una lingua non comprensibile, una lingua onomatopeica. Gli uccelli portano inquietudine e angoscia.

FIORI chiamati col loro nome, sono ambivalenti: rappresentano sia la vita (eros), sia la morte (thanatos). Portano gioia, vita, sessualità ("Gelsomino notturno") ma comunicano anche morte e solitudine. Infatti ornano le tombe o simboleggiano la paura per la vita sessuale.

L'INVOLUZIONE POLITICA

Passato dal socialismo e internazionalismo giovanile all'accettazione dell'"ordine giolittiano" e di un moderato nazionalismo, plaude ora all'espansione coloniale dell'Italia, ritenuta necessaria per mettere un argine alla piaga della disoccupazione e dell'emigrazione: il suo ultimo discorso celebrativo, La grande proletaria si è mossa (1911), è scritto infatti in occasione della guerra libica.

LA GRANDE PROLETARIA SI  È MOSSA: Ai primi di Novembre 1911, un gruppo di barghigiani amici di Pascoli, con a capo il direttore del periodico locale "La Corsonna", pregò il poeta di tenere in Barga un discorso a beneficio dei soldati italiani feriti ed in onore dei caduti nella guerra italo-turca da poco iniziata. Il discorso passato alla storia con il titolo "La grande proletaria si è mossa" fu tenuto al Differenti il 26 novembre. Ebbe una grandissima eco, raggiungendo attraverso la stampa, non solo tutta la penisola, ma con un supplemento della "Tribuna", anche i soldati che combattevano in Libia. La voce di Pascoli unita al nome del paese che lo aveva eletto suo cittadino onorario, giunse nelle università e nei teatri, ed ebbe plausi sinceri e commoventi, anche dallo stesso Croce sempre così severo col poeta.
Il discorso era la riproposizione dialettica di tutta la retorica dei nazionalisti di quegli anni, basata sulla constatazione fortemente demagogica che vi sono nazioni potenti e ricche, che opprimono le altre, e nazioni "proletarie" e povere che sono da esse schiacciate e sfruttate e che hanno il diritto di lottare contro le prime per ottenere soddisfazioni ai loro legittimi bisogni. Esarcebati soprattutto dal fenomeno dell'immigrazione dei lavoratori italiani verso nazioni più avanzate e prospere, vivevano questa situazione come un attentato all'integrità del popolo italiano e come una umiliazione cocente inferta all'onore nazionale, perchè la massa degli operai italiani era all'estero schiavizzata. Il problema era particolarmente sentito da Pascoli, poichè colpiva una zona profonda della sua sensibilità e che lo portò ad estendere alla dimensione della nazione il concetto di "nido" familiare chiuso e protettivo, da difendere gelosamente nella sua integrità. Per questo il fenomeno dell'emigrazione appariva ai suoi occhi traumatico e lacerante come lo era stato quello del distacco dal "nido", dai legami oscuri e viscerali del sangue. Nel leggere questo discorso viene però da chiedersi come poteva Pascoli, col suo socialismo umanitario, esaltare una guerra, e per di più imperialistica. Forse Pascoli pensava ai lavoratori italiani che, essendo prima costretti dalla mancanza di lavoro ad emigrare, ora, con la conquista della Libia, potevano restare sul suolo della patria, in quanto le colonie non sono che un prolungamento della terra natia. Inoltre Pascoli accusando gli arabi di aver rovinato la Libia si procurava un'altra giustificazione per la guerra libica. La guerra in Libia per il poeta non è di carattere offensivo ma bensì difensivo:l'Italia difende con essa gli uomini ed il loro diritto ad alimentarsi e a vestirsi con i prodotti della terra. La sua è una missione umanitaria e civilizzatrice, che usa la guerra per portare la pace. Il nazionalismo colonialista,dietro la maschera umanitaria, si colora così apertamente di razzismo: gli Arabi e i Turchi sono popoli inferiori che devono essere civilizzati da una nazione di altissima e antica civiltà come l'Italia.

NOVITA' STRUTTURALI

Pascoli, pur rimanendo nell'ambito delle misure metriche tradizionali (terzine, quartine, sestine, ecc..., ed endecasillabi, settenari, novenari, ecc..) rinnova il verso perché lo spezza continuamente tramite la punteggiatura e i frequentissimi enjambement, nascondendo, per così dire, la rima.

LA LINGUA

Pascoli ha un rapporto difficile con la realtà e non si limita ad usare un linguaggio grammaticale (linguaggio della comunicazione) e pre-grammaticale, basato su suono e onomatopee ma anche post-grammaticale, cioè un linguaggio tecnico, preso da varie discipline come la botanica, la biologia ecc...

"CANTI DI CASTELVECCHIO": Seconda raccolta di poesie, con temi simili a quelli di Myricae, ordinate secondo il succedersi delle stagioni dell'anno agricolo.

Il luogo dove sono ambientate è quello di Castelvecchio di Barga e la Garfagnana, mentre quelle di Myricae erano ambientate per lo più in Romagna.

I temi sono quelli già proposti  in Myricae, anche se la struttura è più lunga e a carattere più narrativo. Quelli fondamentali sono:

Il tema del nido,

La natura che nasconde significati più profondi.

La perplessità di fronte alla vita, con un aumento del suo pessimismo.

Darwin: evoluzionismo e selezione naturale

Fu in Inghilterra che l'evoluzionismo in biologia ebbe la sua sistemazione scientifica ad opera di Charles Darwin (1809-1882), autore di varie pubblicazioni relative alla botanica e alla zoologia, ma soprattutto delle opere Origine delle specie, Le variazioni degli animali e delle piante allo stato domestico, L'origine dell'uomo e la selezione sessuale, Espressione dei sentimenti nell'uomo e negli animali. Da giovane compí un viaggio per il mondo, come naturalista. Da questo viaggio tornò con molti appunti e con la convinzione che in campo biologico c'è stata evoluzione delle specie nel corso del tempo: questo solo poteva spiegare la successione delle forme viventi in uno stesso luogo, documentata dall'esistenza di fossili, e la distribuzione attuale delle specie viventi. Ma tale convinzione doveva essere argomentata a dovere: bisognava studiare soprattutto la riproduzione e le leggi dell'adattamento all'ambiente da parte degli organismi viventi. Continuò cosí in patria la sua osservazione e procedette a varie sperimentazioni.

Evidentemente fatti come questi (cioè quelli osservati durante il viaggio) e molti altri si potevano spiegare supponendo che le specie si modificassero gradualmente; e questo pensiero mi ossessionava. Ma era ugualmente evidente che né l'azione delle condizioni ambientali, né la volontà degli organismi (specialmente nel caso delle piante) potevano servire a spiegare tutti quegli innumerevoli casi di organismi di ogni tipo mirabilmente adattati alle condizioni di vita...
Questi adattamenti mi avevano sempre vivamente colpito, e mi sembrava che finché essi non fossero stati spiegati sarebbe stato inutile cercare di dimostrare con prove indirette che le specie si sono modificate.
Dopo il mio ritorno in Inghilterra pensai che se avessi lavorato come aveva fatto Lyell nel campo della geologia, cioè raccogliendo tutti i fatti che hanno avuto relazione con la variazione degli animali e delle piante sia allo stato domestico sia in natura, avrei potuto portare qualche luce sull'argomento.
Lavorai secondo i principi baconiani, e, senza seguire alcuna teoria raccolsi quanti piú fatti mi fu possibile, specialmente quelli relativi alle forme domestiche, mandando formulari stampati, conversando con i piú abili giardinieri e allevatori di animali, e documentandomi con
ampie letture.
(Autobiografia)

E proprio la documentazione relativa alle forme viventi domestiche gli fece balenare in mente la possibile soluzione. Giardinieri e allevatori ottengono variazioni nelle forme biologiche con la selezione artificiale; forse allora le variazioni verificatesi, nel corso del tempo, in natura sono dovute ad una selezione naturale.

Non tardai a rendermi conto che la selezione era la chiave con cui l'uomo era riuscito ad ottenere razze utili di animali e piante. Ma per qualche tempo mi rimase incomprensibile come la selezione si potesse applicare ad organismi viventi in natura. (Autobiografia)

La conferma teorica del fatto che in natura agisce una legge generale di selezione naturale gli venne dalla lettura di un'opera che non rientrava immediatamente nell'orizzonte dei suoi interessi scientifici.

Nell'ottobre 1838 ... lessi per diletto il libro di Malthus sulla Popolazione, e poiché, date le mie lunghe osservazioni sulle abitudini degli animali e delle piante, mi trovavo nella buona disposizione mentale per valutare la lotta per l'esistenza cui ogni essere è sottoposto, fui subito colpito dall'idea che, in tali condizioni, le variazioni vantaggiose tendessero ad essere conservate, e quelle sfavorevoli ad essere distrutte. Il risultato poteva essere la formazione di specie nuove. Avevo dunque ormai una teoria su cui lavorare.
(Autobiografia)

Sicché, riordinando le informazioni ch'egli aveva parzialmente raccolto e catalogato, arrivò alle seguenti conclusioni: la variazione delle condizioni ambientali e l'accrescimento numerico degli individui di una stessa specie pongono agli organismi viventi «problemi di adattamento»; essi vivono una vera «lotta per l'esistenza»; quelli che riescono a produrre in sé le variazioni (nella loro organizzazione biologica e nelle loro funzioni) adatte alle nuove condizioni, sopravvivono; quelli che non vi riescono arrivano fino all'estinzione; in quelli che sopravvivono i nuovi caratteri acquisiti, stabilizzatisi, si trasmettono «per ereditarietà»; quando essi sono stati acquisiti in modo irreversibile, possono costituire una trasformazione anche tanto radicale da rappresentare una vera mutazione della stessa specie, cioè essi possono dare «origine ad una nuova specie».

Con ciò Darwin aveva spiegato la selezione naturale e aveva dato un fondamento all'evoluzionismo; ma non tutti i quesiti erano risolti:

In quel tempo però non afferrai un problema molto importante ... Mi riferisco alla tendenza degli organismi discendenti da uno stesso ceppo a divergere nei loro caratteri, quando si modificano. Che essi si siano molto differenziati è provato dal fatto che le specie di tutti i tipi possono essere riunite in generi, i generi in famiglie, le famiglie in sottordini, e cosí via... La soluzione secondo me consiste nel fatto che la discendenza modificata delle forme dominanti e in via di sviluppo tende ad adattarsi a parecchi luoghi che hanno caratteristiche molto diverse nell'economia della natura.
(Autobiografia)

Era dunque spiegata, con la stessa teoria. anche la diversificazione, la differenziazione nell'ambito della stessa specie.

Tutto questo Darwin scrisse nell'opera Origine delle specie, libro che ebbe subito un notevole successo di vendite, e trovò fortuna anche all'estero, tanto che in breve tempo fu tradotto in molte lingue. Tra l'altro Darwin osserva con divertito stupore:

Ne è comparso anche un saggio in ebraico, in cui si dimostra che la mia teoria è contenuta nel Vecchio Testamento!
(Autobiografia)

Ma quel libro trovò anche irriducibili avversari. Infatti esso poneva il problema della collocazione dell'uomo nella natura. Tale problema «scoppiò» soprattutto quando THOMAS HUXLEY (1825-1895) fece una strenua difesa dell'evoluzionismo; biologo, uomo di ingegno e di cultura, buon oratore, dotato ugualmente di senso dell'ironia e di spirito battagliero, Huxley sostenne senza mezzi termini che l'uomo derivava dalle scimmie; tale affermazione fu all'origine di un vivace scontro col vescovo anglicano S. WILBERFORCE. Infatti l'evoluzionismo sembrava a molti la negazione dell'origine divina dell'uomo, dell'immortalità dell'anima, e di ogni fondamento della vita morale. Questa convinzione alimentava le discussioni non solo nell'ambito della chiesa anglicana, ma anche nei circoli borghesi e conservatori inglesi, stretti nella difesa della posizione «aristocratica» dell'uomo nella realtà naturale; difesa che trovò una formula efficace nell'affermazione di Disraeli che, fra le scimmie e gli angeli, egli preferiva come antenati gli angeli.

Lo stesso Darwin si rendeva conto che la sua teoria sollevava problemi d'ordine morale, religioso, teologico, ... ed anche politico. Infatti anche Marx ed Engels scesero in campo manifestando il loro entusiasmo per il darwinismo, che a loro avviso poteva essere esteso alla concezione della storia e della società: i concetti di selezione naturale e di evoluzione potevano costituire la spiegazione «naturale» dello sfruttamento, della lotta di classe, e, in generale, la base di tutto il materialismo storico-dialettico, smentendo quella che essi definirono «la falsa legge di Malthus», che spiegava la lotta tra gli uomini, semplicisticamente, con la sproporzione tra l'incremento della popolazione e quello dei beni di sussistenza. Di fronte all'enorme cumulo di questi problemi, proposti da ammiratori e denigratori, Darwin conservò un atteggiamento di serietà scientifica, cercando di ribadire e confermare la validità della sua teoria limitatamente al campo biologico (col che, evidentemente, raffreddò gli entusiasmi di Marx).

Nell'opera L'origine dell'uomo, egli infatti sostenne:

La conclusione principale a cui siamo giunti qui... è che l'uomo è disceso da qualche forma meno altamente organizzata. Le basi di questa conclusione non saranno mai scosse, data la intima somiglianza tra l'uomo e gli animali inferiori, nello sviluppo embrionale ed in infiniti punti di struttura e di costituzione, sia di grande che di lieve importanza; i rudimenti che l'uomo conserva e le anormali reversioni a cui è occasionalmente soggetto, son tutti fatti che non si possono confutare. Essi sono noti da lungo tempo, ma fino a poco fa non ci dicevano niente sull'origine dell'uomo. Ma ora, visti alla luce delle nostre conoscenze di tutto il mondo dei viventi, il loro significato non può sfuggire. Il grande principio dell'evoluzione domina chiaro e fermo, quando questi gruppi di fatti son considerati in rapporto con altri, quali le affinità reciproche dei membri dello stesso gruppo, la loro distribuzione geografica nel passato e nel presente, e la loro successione geologica. Non si può assolutamente pensare che tutti questi fatti dicano il falso. Chi non si accontenta di pensare (come un selvaggio) che i fenomeni naturali non sono collegati, non può credere che l'uomo sia opera di un atto separato di creazione. Egli sarà costretto ad ammettere che l'intima rassomiglianza dell'embrione umano con quello, ad esempio, di un cane, la struttura del cranio, delle membra, dell'intera forma somatica dell'uomo ripete lo stesso modello di quella degli altri mammiferi (indipendentemente dall'uso a cui le singole parti sono destinate), la ricomparsa occasionale di varie strutture, per esempio, di parecchi muscoli che normalmente non sono presenti nell'uomo, ma che sono normali nei quadrumani, ed una quantità di fatti analoghi, tutti portano nella maniera piú evidente alla conclusione che l'uomo discende da un progenitore comune agli altri mammiferi.
(L'origine dell'uomo)

Pertanto, come nei regni vegetale ed animale, cosí anche in quello degli organismi umani dominano le leggi dell'ereditarietà, della lotta per l'esistenza e della selezione naturale.

Abbiamo visto che l'uomo presenta continuamente differenze individuali in tutte le parti del corpo e nelle facoltà mentali. Queste differenze o variazioni dipendono dalle stesse cause generali e obbediscono alle stesse leggi che negli animali inferiori. In entrambi i casi valgono le stesse leggi dell'eredità. L'uomo tende a moltiplicarsi molto al di là dei suoi mezzi di sussistenza, e di conseguenza è soggetto occasionalmente ad una grave lotta per l'esistenza e la selezione naturale agisce su tutto ciò che è nel suo campo d'azione. Non è affatto necessaria una successione di variazioni molto spiccate di natura simile, piccole, fluttuanti differenze individuali bastano per l'azione della selezione naturale; non vi è ragione di pensare che nella stessa specie tutte le parti dell'organizzazione tendano a variare nello stesso grado. Possiamo esser certi che gli effetti ereditari del continuo uso o disuso di parti agiscono intensamente nella stessa direzione della selezione naturale. Modificazioni dapprima importanti, anche quando non servono piú in qualche funzione particolare, rimangono per lungo tempo ereditarie. Quando una parte si modifica, altre parti cambiano per principio di correlazione, di cui abbiamo esempi in molti strani casi di mostruosità correlative. Si può attribuire qualche effetto all'azione diretta e definita delle condizioni ambientali, come l'abbondanza di cibo, il caldo o l'umidità; infine molti caratteri di leggera importanza fisiologica ed alcuni invece di notevole valore sono stati acquisiti per selezione sessuale.
(L'origine dell'uomo)

Anzi, proprio in virtù delle leggi generali dell'evoluzione è possibile spiegare le differenze tra le diverse razze umane, e ricondurre queste ad un unico ceppo.

Mediante i mezzi prima detti e con l'aiuto forse di altri non ancora scoperti, l'uomo si è elevato al suo stato attuale. E dal momento in cui ha raggiunto il suo posto di uomo, si è distinto in razze, o, come si possono chiamare piú propriamente, sotto-specie differenti. Alcune di queste, come i negri e gli Europei, sono cosí diverse tra di loro, che se si portassero ad un naturalista degli esemplari, senza nessun'altra notizia, egli le giudicherebbe senza dubbio come specie differenti. Nondimeno tutte le razze umane concordano in tanti insignificanti dettagli strutturali e in tante particolarità mentali, da poterle soltanto attribuire all'eredità da un comune progenitore; un progenitore con queste caratteristiche avrebbe probabilmente meritato il posto di uomo.
(L'origine dell'uomo)

Ed è possibile pure individuare gli «antenati» prossimi e remoti dando loro una collocazione nella "serie zoologica".

Se consideriamo la struttura embriologica dell'uomo, le analogie con gli animali inferiori, i rudimenti che conserva, e la reversione cui è soggetto, possiamo in parte immaginare la condizione primitiva dei nostri progenitori e possiamo approssimativamente collocarli in un posto appropriato nella sene zoologica. Impariamo cosí che l'uomo è disceso da un quadrupede peloso, provvisto di coda, probabilmente con l'abitudine di vivere sugli alberi e che abitava il Vecchio Continente. Se un naturalista avesse esaminato l'intera struttura di questo essere l'avrebbe classificato tra i Quadrumani, con la stessa sicurezza con cui avrebbe classificato l'ancora piú antico progenitore delle scimmie del Vecchio e del Nuovo Continente. I quadrumani e tutti i mammiferi piú elevati derivano probabilmente da qualche antico marsupiale e questo, attraverso una lunga discendenza di forme che andavano divergendo, da qualche creatura simile agli Anfibi, e questi ancora da qualche animale simile ai pesci. Nella profonda oscurità del passato, possiamo intravedere che il primo progenitore di tutti i Vertebrati deve essere stato un animale acquatico, provvisto di branchie, coi due sessi riuniti nello stesso individuo e con la maggior parte degli organi piú importanti (come il cervello e il cuore) imperfettamente o per nulla sviluppati. Questi animali dovevano esser piú simili alle attuali ascidie di mare che a qualsiasi altra forma conosciuta.
(L'origine dell'uomo)

Certo, restano da «spiegare» le qualità intellettuali e morali, e le attitudini e capacità ad esse connesse, che sembrano essere caratteristiche specifiche ed esclusive dell'uomo. Ma Darwin non si sottrasse a questo compito. Egli infatti sostenne che le qualità morali sono espressione matura di istinti sociali propri anche degli animali, di quegli istinti per i quali gli animali si aggregano, ad esempio, secondo «vincoli familiari». E quanto alle facoltà intellettuali superiori (raziocinio, astrazione, autocoscienza), esse sono l'esito del miglioramento di quelle facoltà mentali che anche gli animali mostrano di possedere attraverso il linguaggio e l'arte con cui organizzano la loro vita.

Dopo essere giunti a questa conclusione sull'origine dell'uomo, la piú grande difficoltà che si presenta rimane l'alto livello delle nostre facoltà intellettuali e morali. Chiunque ammetta l'evoluzione sa che le facoltà mentali degli animali superiori, le quali sono della stessa specie di quelle dell'uomo, sebbene di grado cosí differente, sono suscettibili di progredire. Cosí il divario tra le facoltà mentali di una delle scimmie piú elevate e quelle di un pesce, oppure quelle di una formica e di un coccus, è immenso; inoltre il loro sviluppo non offre nessuna speciale difficoltà, infatti negli animali domestici le facoltà mentali sono variabili e le variazioni sono ereditarie. Nessuno dubita che le facoltà mentali sono della massima importanza per gli animali allo stato naturale. Vi sono quindi tutte le condizioni per il loro sviluppo mediante la selezione naturale. La stessa conclusione si può estendere all'uomo: l'intelletto deve essere stato molto importante per lui anche in un periodo molto remoto, perché gli ha permesso di inventare e usare il linguaggio, di costruire armi, utensili, trappole, ecc., in modo che con l'aiuto della sua abitudine di vivere in società, egli molto tempo fa riuscí a dominare tutti gli esseri viventi.
Un grande passo nello sviluppo dell'intelletto si ebbe non appena entrò in uso il linguaggio, per metà arte e per metà istinto; infatti il continuo uso del linguaggio deve aver agito sul cervello e determinato un effetto ereditario; e questo a sua volta ha agito sul miglioramento del linguaggio. La grandezza del cervello dell'uomo, relativamente al corpo, in confronto agli animali inferiori, può attribuirsi in massima parte ad un primitivo uso di una semplice forma di linguaggio, quel congegno meraviglioso che assegna parole ad ogni sorta di oggetti e di qualità, e suscita una serie di pensieri che non sorgerebbero mai dalla pura impressione dei sensi, o anche se si formassero non avrebbero alcun seguito. Le facoltà intellettuali piú elevate dell'uomo, come il ragionamento, l'astrazione, e la coscienza, probabilmente derivarono dal continuo miglioramento ed esercizio delle facoltà mentali.
(L'origine dell'uomo)

L'uomo dunque, per Darwin, è un essere «superiore», ma le sue origini biologiche sono animalesche; il che non deve procurar vergogna; anzi egli rappresenta proprio la punta piú avanzata dell'evoluzione naturale.


Per parte mia vorrei piuttosto esser disceso da quella piccola eroica scimmietta che sfidò il suo terribile nemico per salvare la vita del proprio guardiano, o da quel vecchio babuino che, discendendo dalle montagne, portò via trionfante un suo giovane compagno da una torma di cani stupiti, piuttosto che da un selvaggio che trae diletto a torturare i nemici, consuma sacrifici di sangue, pratica l'infanticidio senza rimorso, considera le mogli come schiave, non conosce il pudore ed è tormentato dalle piú grossolane superstizioni.
(L'origine dell'uomo)







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