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SOCIETÀ INDUSTRIALE E PRIMO SOCIALISMO

politica




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Società industriale e primo socialismo


Se Burke in Inghilterra ed altri autori sul continente col loro pensiero controrivoluzionario sostengono le sorti dell' assetto politico-sociale tradizionale, agli inizi dell'Ottocento abbiamo anche degli autori che si proiettano decisamente verso il futuro e che concentrano la loro attenzione sulla società industriale e sui problemi che ad essa si connettono.

Tra questi si possono indicare Saint- Simon in Francia e, in Inghilterra, Owen e Godwin.

Saint-Simon viene inserito ordinariamente nelle storie del pensiero socialista, anche se in realtà questo autore, più che concentrarsi sui problemi sociali prodotti dalla rivoluzione industriale, ha il merito, piuttosto, di cogliere nello sviluppo industriale la strada maestra, che percorrerà l'Europa nell' 353c29d Ottocento. In prospettiva egli vede l'affermarsi di una società dei "produttori", che si è disfatta degli "oziosi" rappresentati dagli aristocratici, dai militari, dai preti e dagli uomini di legge, e che si autorganizza senza bisogno di ricorrere all'apparato statuale. Lo stato per Saint-Simon è un organismo essenzialmente repressivo: con l'avvento della società industriale, che apre la prospettiva della pace e della soddisfazione dei bisogni mediante il dominio sulla natura, esso finirà per estinguersi.




Owen è un industriale, conosce dall'interno i problemi del mondo del lavoro (l'industria in Inghilterra è già molto più avanzata) e si adopera attivamente per migliorare le condizioni degli operai, partendo da quelli che trova nelle sue fabbriche. Le sue idee, dunque, rientrano a pieno nel filone socialista e si concentrano sulla creazione di comunità di lavoro su base associazionistica, che tenta di realizzare concretamente in America e che nei suoi scritti assumono tratti sempre più utopici. Successivamente, ritornato in Inghilterra, si batte al fianco delle organizzazioni dei lavoratori e cerca di diffondere il progetto di un nuovo ordinamento sociale basato sulla cooperazione e sullo scambio diretto dei prodotti.

Godwin, tra anarchismo etico e socialismo, auspica una società senza stato e decentrata in tante associazioni, in cui i vincoli collettivi siano ridotti al minimo e la proprietà ceda il posto al possesso socialmente utile; ciò sarà possibile nella misura in cui gli uomini raggiungeranno un alto grado di responsabilità, non ci sarà una moltiplicazione vertiginosa dei bisogni e ciascuno cercherà assieme al suo benessere il benessere di tutti gli altri.

E' da notare come la percezione della divaricazione in atto tra società e stato induca questi autori (il primo e l'ultimo in particolare) a pensare la società futura senza stato.




SAINT-SIMON (1760 - 1825): TEORICO DELLA SOCIETÀ INDUSTRIALE


Vicino in gioventù agli ambienti illuministi, Claude-Henry de Rouvroy, conte di Saint-Simon ( ), è inserito ordinariamente nelle storie del socialismo, anche se il suo pensiero, più che concentrarsi sui problemi sociali prodotti dalla rivoluzione industriale, ha, piuttosto, il grande merito di cogliere nello sviluppo industriale la strada maestra, che percorrerà l'Europa nell' 353c29d Ottocento, e di farlo precocemente e da un osservatorio poco avanzato come la Francia.

Saint-Simon fa propria l'idea di progresso del Settecento, modificandola e introducendo il succedersi, nel corso progressivo della storia, di età organiche e di età critiche. Così, se nell'antichità l'epoca romana ha rappresentato un'età organica, in cui tutti gli aspetti della vita individuale e sociale si componevano in una grande unità, le invasioni barbariche hanno travolto e distrutto, aprendo un'età critica; analogamente il medioevo ha costituito una nuova età organica, in cui istituzioni, attività, rapporti, si sono organizzati in un insieme, pervaso e sostenuto dalla religione cristiana, che ha costituito il cemento ideale dell'intera età; con la Riforma si è aperto, poi, un periodo critico, che si è sviluppato variamente fino ad esprimersi nelle idee illuministiche del Settecento e nei rivolgimenti dell'epoca rivoluzionaria. Sulla linea del progresso Saint-Simon si attende ora il formarsi di una nuova età organica, facente capo alle scienze, alle applicazioni industriali, alla produzione, al dominio dell'uomo sulla natura e alla pace, e si adopera per il suo decollo, indicando le prospettive dell'integrazione ventura.

Nel passaggio in atto il nostro autore, registrando il conflitto dominante dell'età rivoluzionaria, sottolinea la contrapposizione tra "produttori" e "oziosi". Gli oziosi sono gli aristocratici, gli ufficiali dell'esercito, i prelati, gli uomini di legge, i funzionari dello stato; tutti coloro che vivono di rendita, in modo parassitario, e non contribuiscono fattivamente alle attività produttive della società. I produttori, ovviamente, sono tutti coloro, che, invece partecipano a queste attività, anche se in un ampio arco di posizioni: produttori sono i banchieri, gli industriali, gli artigiani, i lavoratori di ogni specie, sono gli scienziati, i letterati e gli artisti (

Se la contrapposizione tra "produttori" e "oziosi" si allinea alla polemica antiaristocratica del periodo rivoluzionario, bisogna aggiungere che, nel porre l'accento sulla produzione, Saint-Simon introduce un elemento nuovo: come abbiamo visto la produzione è intesa in senso lato, ma l'attività destinata a diventare dominante è quella industriale, la futura società organica è una società industriale. Il tema del potere dell'uomo sulla natura era un tema che risaliva al Rinascimento; Bacone l'aveva collegato strettamente alla conoscenza, per cui era il sapere scientifico che avrebbe assicurato tale potere; Saint-Simon coglie le possibilità che la tecnica è in grado di porre in campo, in quanto applicazione della scienza: il binomio della scienza e della tecnica, pensato in termini di un accelerato sviluppo, apre prospettive gigantesche al dominio dell'uomo sulla natura in vista del soddisfacimento dei suoi bisogni e del miglioramento delle sue condizioni. Con la crescita delle applicazioni delle scoperte scientifiche, delle manifatture, delle industrie, delle grandi opere pubbliche, sarà possibile piegare tutta una serie di limiti, superare gli ostacoli, che per secoli hanno intralciato il cammino dell'umanità; sarà possibile aprire, grazie anche all'organizzazione, le porte ad un'epoca di operosità, di conquiste tecniche e civili, di benessere e di pace.



L'accrescersi del potere dell'uomo sulla natura ( ) è in grado di dirottare, secondo Saint-Simon, quello che per secoli è stato l'esercizio del potere dell'uomo sull'uomo. Lo stato, a suo parere, è un organismo che svolge funzioni essenzialmente repressive; sovrapponendosi e cancellando la conflittualità privata, lo stato raccoglie su di sè il monopolio dell'esercizio legittimo della violenza; è per questo che organizza le forze armate per la difesa dagli attacchi esterni e la polizia per il mantenimento dell'ordine interno; ed è così che i rapporti, centrati sullo stato, sono stati rapporti di dominio e, reciprocamente, di subordinazione. Il dominio, come frutto del potere, si è intrecciato con l'ozio, con le rendite parassitarie, con gli uffici improduttivi, ma, fondamentalmente, costituisce qualcosa di superficiale e di periferico. La forma politica è secondaria rispetto all'assetto complessivo delle età organiche.

La società organica, che sta per istaurarsi, la prossima società industriale, renderà gradualmente superflui i rapporti politici. Saint-Simon su queste basi delinea la futura estinzione dello stato, in quanto organismo repressivo, la cui funzione è destinata a tramontare venendo meno il potere dell'uomo sull'uomo.

Con questo il nostro autore non entra a far parte della schiera (destinata ad infittirsi nell'Ottocento) degli anarchici, come non è da confondere per il suo antistatalismo con i liberali. Dai liberali lo tiene lontano il rifiuto dell'individualismo, la non accettazione sul piano economico del principio del libero mercato, che gli pare all'insegna dell'assenza di coordinazione e dello spreco di energie, la scarsa attenzione accordata al tema delle libertà politiche e civili. D'altra parte si distingue dagli anarchici, perché la società industriale, che teorizza, è pensata non come il trionfo della libertà individuale e dell'autoregolazione personale o sociale, ma come una società ben organizzata e gerarchica.

Infatti Saint-Simon, sensibile alle dimensioni collettive della realtà sociale ( ) e preso dalle prospettive dell'organizzazione delle risorse in vista dei grandi interventi dell'uomo sulla natura (tra l'altro, per fare un esempio, pensa al taglio dell'istmo di Panama), immagina la futura società industriale come una società, in cui ognuno ha il suo posto e il suo lavoro e contribuisce in funzione delle sue capacità; posti e lavori sono distribuiti e organizzati da coloro che sono in grado di farlo: in concreto ai vertici di questa società di produttori vi sono i banchieri, i finanzieri, gli industriali, gli scienziati. Le posizioni diverse, i compiti di maggiore o minor prestigio non influiscono sul criterio fondamentale, che è quello dell'efficenza complessiva, per cui è naturale che vi sia una gerarchia delle competenze e che i più capaci svolgano le funzioni di maggior responsabilità e rivestano le cariche più importanti.

Con questo il nostro autore si differenzia nettamente anche dai democratici, che, al contrario, privilegiano il principio dell'eguaglianza, soprattutto come eguaglianza giuridica e politica, e, tenendo separata la sfera politica, cercano di affermare l'eguaglianza degli uomini come "cittadini" indipendentemente dalla posizione occupata a livello civile.

La polemica di Saint-Simon contro gli aristocratici "oziosi", valorizza i produttori indipendentemente dalla posizione ricoperta nell'ambito della produzione stessa. Facendo capo a questo tipo di antagonismo, egli non scorge le divergenze d'interessi, che sono presenti anche tra i produttori e in particolare tra imprenditori e lavoratori dipendenti, e solo nell'ultima delle sue opere (Il nuovo cristianesimo del 1825) ne prende atto, ma senza particolare insistenza. Nella società moderna, scientificamente organizzata, che egli prevede, per quanto riguarda i ceti più poveri, in primo luogo c'è la sicurezza del lavoro, da sottrarre alle servitù di un tempo e non più esposto alle incertezze di un'economia liberista, poi c'è il far parte integrante dell'apparato economico-sociale, anche se per i compiti più umili (la posizione subalterna rispetto ai ceti dirigenti non sembra un problema), infine c'è l'impegno concreto di tutti in vista del "miglioramento materiale e morale degli strati più numerosi e più poveri".



Come si vede gli elementi che collegano il pensiero di Saint-Simon al socialismo sono esigui: si possono ricondurre da una parte all'idea dell'attività economica diretta dall'alto, pianificata secondo un disegno complessivo, che tien conto di tutte le parti società, dall'altra all'attenzione verso il problema della povertà e alla sensibilità per le condizioni spesso socialmente tragiche dei meno fortunati.

L'impegno morale verso la povertà morale e materiale rientra in un modo particolare d'intendere la religione e i suoi rapporti con la società. Nel Nuovo cristianesimo Saint-Simon propone una riformulazione della religione cristiana, che a suo parere è rimasta troppo coinvolta in questioni metafisiche e si è calata poco nel concreto dei bisogni reali e dei rapporti esistenti; il nuovo cristianesimo deve, quindi, rafforzare lo spirito di carità e renderlo operante. Così facendo, svolgerà una funzione che va oltre il semplice sostegno ai ceti poveri e si allarga all'intera società: la futura società industriale, infatti, ha bisogno di un tessuto connettivo interno di carattere spirituale, che si aggiunga alle attività artistiche e culturali, che pure rafforzano la coesione della vita sociale, e faccia sì che tutte le parti componenti si possano riconoscere in essa e si possano sentire solidali.

Per concludere, il pensiero di Saint-Simon offre il meglio di sé non tanto in direzione del socialismo (saranno alcuni dei suoi discepoli che lo svilupperanno in termini effettivamente socialisti), quanto piuttosto nel delineare l'ipotesi di una società industriale autorganizzantesi, che gradualmente si depoliticizza. Questo significa tra l'altro delineare l'ipotesi di una tecnocrazia, ovvero di un governo di tecnici, che dirige la società in chiave scientifica: un'ipotesi che troverà sviluppi e fautori nella seconda metà Novecento.






7.2. ROBERT OWEN (1771-1858): UN INDUSTRIALE SOCIALISTA



L'influenza di Robert Owen sull'opinione pubblica inglese del tempo della rivoluzione industriale è legata, più che ai non molti interventi teorici, a una lunga attività concreta a favore del nascente movimento operaio. Comproprietario dal 1800 di una azienda tessile a New Lanark, Owen si impegna con forte spirito filantropico a correggere nella sua fabbrica le conseguenze sociali più negative della prima industrializzazione. Evita perciò di prolungare la giornata lavorativa dei dipendenti oltre le 12 ore (contro la durata maggiore in vigore nelle altre fabbriche), di impiegare nel lavoro bambini al di sotto dei 12 anni, di licenziare gli operai nei periodi di calo produttivo. L'obiettivo iniziale è quello di ridurre la portata dello sfruttamento del capitale sul lavoro, cercando di condurre il profitto imprenditoriale a un livello "equo" che dia spazio alla soluzione dei più gravi problemi sociali, dipendenti dai bassi salari e dalla disoccupazione.

Col passare del tempo Owen matura idee sempre più orientate a tesi associazionistiche, nelle quali l'organizzazione della vita sociale e i bisogni della collettività diventano prevalenti rispetto all'interesse individuale. Fautore di una cooperazione integrale prima all'interno delle singole unità produttive, poi nell'intero corpo sociale, cerca di fondare comunità capaci di svilupparsi economicamente su basi ugualitarie. Il tentativo più importante in proposito avviene nel 1824 in America, una "terra giovane" dove Owen spera di trovare condizioni migliori per la rigenerazione del lavoro al di fuori del dominio capitalistico; ma la colonia di New Harmony, sorta nel nuovo continente, fallisce nel giro di pochi anni, anche per i dissidi fra i suoi componenti. Non è tuttavia ancora conclusa l'esperienza di Owen a fianco del movimento operaio. Ritornato in patria, egli riesce a legare il suo nome alla nascita del sindacalismo britannico, anche per l'opera organizzatrice dei suoi seguaci, prima di vedere progressivamente ridotta la sua popolarità e inclinare da vecchio verso un confuso misticismo.

Gli Scritti sul carattere  (1813) contengono una prima sistemazione della dottrina oweniana. La convinzione di fondo da cui Owen parte è data dall'influenza esercitata dall'ambiente sociale sul carattere degli individui, vale a dire sui princìpi morali che presiedono al loro comportamento e sui conseguenti atti concreti. Gli atteggiamenti effettivi degli uomini, buoni o cattivi che siano, non sono per lo più determinati dalla natura, ma dalla condizione sociale, che agisce attraverso la tradizione, l'educazione e i rapporti economici e di forza. Owen giudica negativamente il carattere diffuso nella società del suo tempo, e incolpa di ciò in primo luogo lo spirito di competizione che anima le relazioni fra gli individui nel mondo industriale in formazione. La concorrenza, su cui si modellano i comportamenti sociali, è responsabile dell'egoismo che caratterizza gli atteggiamenti più diffusi, e che perpetua da un lato la povertà in consistenti aree sociali, dall'altro i vizi individualistici propri della civiltà borghese. Il "nuovo mondo" progettato si basa invece sui valori della cooperazione; e se si organizzerà l'ambiente sociale in termini di associazionismo, anche il carattere degli individui perderà i tratti concorrenziali per assumere le vesti della collaborazione.



In opere successive, soprattutto nel Rapporto alla contea di Lanark  (1820), il cooperativismo predicato da Owen diventa il fondamento di una vera e propria progettazione utopica di ispirazione collettivistica. La comunità oweniana diviene allora l'oggetto di una programmazione scientifica della produzione in rapporto ai bisogni dei componenti, dei quali occorre fissare preventivamente la consistenza demografica, il livello di vita desiderato, lo sviluppo futuro. Come è convenzionale nelle utopie, la pianificazione non si limita alla sfera produttiva, ma si allarga a ogni aspetto della vita associata, estendendo la collettivizzazione alle forme dell'abitazione, al sistema educativo, all'assistenza, ai costumi familiari. Un aspetto degno di nota è l'auspicata abolizione di ogni transazione commerciale, e con essa del denaro, secondo un'aspirazione consolidata nel pensiero utopico. Nella comunità ideale disegnata da Owen la distribuzione delle risorse è anch'essa socializzata, e l'unico titolo per accedervi è dato dal lavoro, con cui ciascuno contribuisce alla ricchezza collettiva. Il denaro verrebbe perciò sostituito da specie di buoni di consumo di valore proporzionale alla quantità di lavoro prestato, da spendere nei centri distributivi della cooperativa.



) Saint-Simon, che aveva preso parte come ufficiale alla Rivoluzione Americana (nel corpo di spedizione francese), durante la Rivoluzione Francese rinuncia ai suoi titoli nobiliari.

) E' nota la famosa parabola, in cui Saint-Simon condensa il senso della contrapposizione: confrontando l'ipotesi della morte improvvisa degli uomini migliori nel campo delle scienze, della cultura, dell'industria, della finanza, delle professioni, e di un pari numero di nobili, uomini di corte, ufficiali dell'esercito, avvocati, giudici e sacerdoti, nel primo caso la Francia subirebbe un tracollo nelle sue attività più vitali e solo dopo decenni potrebbe riaversi, mentre nel secondo sarebbe moralmente colpita dal gravissimo lutto nazionale, ma non dovrebbe sopportare danni concreti.

) Negli studi in chiave ecologica sulle radici ideologiche dello spirito di sfruttamento e di rapina dell'industria contemporanea, Saint-Simon è annoverato come un tipico esempio di teorico, che alimenta l'idea di un rapporto squilibrato tra uomo e natura: manca, infatti, la considerazione di un uso della natura, ispirato al rispetto dei meccanismi e degli equilibri esistenti, e manca la percezione dei danni che lo sfruttamento puro e semplice può provocare.

) Secondo alcuni interpreti il suo pensiero pone le basi per il superamento delle visioni filosofiche dei rapporti sociali, tese tra individualismo e comunitarismo, e favorisce la messa a fuoco delle articolazioni del sociale e della presenza delle forze collettive.






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