Caricare documenti e articoli online  
INFtube.com è un sito progettato per cercare i documenti in vari tipi di file e il caricamento di articoli online.
Meneame
 
Non ricordi la password?  ››  Iscriviti gratis
 

I TEMPI NEL ROMANZO - IL NARRATORE E I PUNTI DI VISTA DEI PERSONAGGI

lettere


Inviare l'articolo a Facebook Inviala documento ad un amico Appunto e analisi gratis - tweeter Scheda libro l'a yahoo - corso di



ALTRI DOCUMENTI

CONDIZIONAMENTO E APPRENDIMENTO
Tristano e Isotta
SAGGIO SULLA FRASE DI PIERRE CHARRON
Giorgio..addio!!- Dramma in tre atti
IL CERVELLO - Il quadro di riferimento biologico
Le confessioni di un italiano - Marco Utzeri - La vita
SCHEDA DEL LIBRO "LE ULTIME GOCCE DI VINO"
A poetic text is a complex reality with visual qualities

I TEMPI NEL ROMANZO

Prolessi

Cap. 454g62e XI

·        «.Povero Griso!. Va a dormire per ora: che un giorno avrai forse a somministrarcene un'altra prova e più notabile di questa1.»

Cap. 454g62e XVIII



·        Anticipazione della figura dell'Innominato: «. un tale, le cui mani arrivavano spesso dove non arrivava la vista degli altri: un uomo o un diavolo.»

Analessi ed excursus

Cap. 454g62e I

·        Digressione storica sui bravi: «.Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia.»

·        Digressione sulle condizioni di vita del 1600 e vita di don Abbondio: «.Don Abbondio (il lettore se n'era già avveduto) non era nato.»

Cap. 454g62e IV

·        Digressione su Padre Cristoforo: «.Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo.»

Cap. 454g62e IX-X

·        Storia di Gertrude: «.Era essa l'ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo milanese .»

Cap. 454g62e XIX

·        Digressione storica sull'Innominato «.Fino dall'adolescenza, allo spettacolo e al rumore di tante prepotenze, di tante gare, alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento disdegno e d'invidia impaziente..»

Cap. 454g62e XXII

·        Digressione storica sul cardinale Federigo Borromeo «.Federigo Borromeo, nato nel 1564, fu degli uomini rari in qualunque tempo.»

Ellissi

Cap. 454g62e X

·        Gertrude monaca per sempre: «.Noi non seguiremo Gertrude in quel giro continuato di spettacoli e di divertimenti. E neppure descriveremo, in particolare e per ordine, i sentimenti dell'animo suo in tutto quel tempo.»

Cap. 454g62e XXXIII

·        Renzo nel bergamasco: .c'era stato cinque o sei mesi, salvo il vero; dopo i quali [.] Bortolo s'era dato premura d'andarlo a prendere.»

Sommari

Cap. 454g62e XXVII

·        La guerra per la successione del ducato di Mantova e del Monferrato: «.Già più d'una volta c'è occorso di far menzione della guerra che allora bolliva [.] sicchè non abbiam mai potuto darne più che un cenno alla sfuggita.»

Cap. 454g62e XXXVIII

·        [Matrimonio di Renzo e Lucia e ricevimento; vita futura dei due sposi]

Scene

Cap. 454g62e I

·        Dialogo tra don Abbondio e i bravi: «.«Signor curato, » disse un di que' due, piantandogli gli occhi in faccia. «Cosa comanda?» rispose subito don Abbondio.»

Cap. 454g62e XXI

·        La notte dell'Innominato: «Pensando all'imprese avviate e non finite, [.] sentiva una tristezza, quasi uno spavento de' passi già fatti. Il tempo gli si affacciò davanti voto d'ogni intento, di ogni occupazione, d'ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo.»

Analisi

Cap. 454g62e I/VIII

·        [I primi tre giorni della storia sono raccontati in otto capitoli.]

Cap. 454g62e XVII

·        La notte di Renzo sull'Adda: «.dopo qualche tempo, questi pensieri ed altri simili cessarono affatto: le circostanze presenti occupavan tutte le facoltà.»

Pause

Cap. 454g62e I

·        Descrizione del luogo in cui si svolge la vicenda: «.Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogliorno, tra due catene non interrotte di monti.»

Cap. 454g62e X

·        La religione cristiana (riflessione di Manzoni): «.È una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque.»


IL NARRATORE E I PUNTI DI VISTA DEI PERSONAGGI

Il narratore nei Promessi Sposi è onnisciente ed esterno al piano del narrato: conosce passato, presente e futuro, è informato di avvenimenti che si svolgono contemporaneamente in luoghi diversi o inaccessibili allo sguardo di testimoni e sa quello che pensano e sentono nell'intimo tutti i personaggi. Questa caratteristica è evidente in molti punti del racconto, specialmente quando il Manzoni interrompe la narrazione dei fatti per attuare digressioni storiche (es. nel cap. I l'autore spiega al lettore le condizioni generali di vita del 1600) o - quando lo ritiene utile per la comprensione di episodi del romanzo - descrive la vita di alcuni personaggi (esempi evidenti sono la cronaca della vita di Gertrude, nei cap. IX-X, o del cardinal Federigo, cap. XXII). In questo caso, quando Manzoni interviene continuamente ad illustrare antefatti e vicende anteriori dei personaggi, a dipingere il loro aspetto fisico e il loro carattere, a descrivere peculiarmente caratteristiche del paesaggio e degli scenari delle azioni, a spiegare stati d'animo dei personaggi e le motivazioni dei loro atti, etc, si afferma che il narratore è palese.

Ma la caratteristica più evidente del Manzoni nei Promessi Sposi è che interviene sistematicamente a commentare e a giudicare.

Spesso i commenti sono espliciti, ad esempio alla fine del III cap. quando Renzo esclama: «.A questo mondo c'è giustizia finalmente!», il narratore rincalza, con tono ironico: «Tant'è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica», mettendo in evidenza una visione delle cose molto diversa da quella del personaggio.

Ma più spesso i giudizi sono impliciti, dissimulati nell'uso di una metafora, di un paragone, di un aggettivo, di un verbo. Espressioni come «la SVENTURATA rispose», «il nostro POVERO montanaro», o «l'INFAME capriccio» di Don Rodrigo, sono tutti esempi di interventi nascosti del giudizio di Manzoni.

Ci sono però tratti più o meno ampi in cui è adottato il punto di vista particolare di un personaggio. Possiamo citare due esempi rilevanti:

-         l'ingresso di Renzo in Milano, cap XI, in cui la città in preda alla sommossa è vista con gli occhi ingenui del ragazzo, che non capisce ciò che sta succedendo.
«.La strada era deserta, dimodochè, se non avesse sentito un ronzio lontano che indicava un gran movimento, gli sarebbe parso d'entrare in una città disabitata. Andando avanti, senza saper cosa si pensare, vide per terra certe strisce bianche e soffici, come di neve; ma neve non poteva essere; che non viene a strisce, né per il solito, in quella stagione. Si chinò sur una di quele, guardò, toccò, e trovò che era farina. - Grand'abbondanza, - disse tra sé, - ci dev'essere in Milano, se straziano in questa maniera la grazia di Dio. Ci davan poi ad intendere che la carestia è per tutto. Ecco come fanno, per tener quieta la povera gente di campagna. - Ma, dopo pochi altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide, appiè di quella, qualcosa di più strano; vide sugli scalini del piedestallo certe cose spese, che certamente non eran ciottoli, e se fossero state sul banco d'un fornaio, non si sarebbe esitato un momento a chiamarli pani. Ma Renzo non ardiva creder così presto a' suoi cocchi; perché, diamine! Non era luogo da pani quello. - Vediamo un po' che affare è questo, disse ancora tra sé; andò verso la colonna, si chinò, raccolse uno: era veramente un pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era solito mangiarne che nelle solennità. «È pane davvero!» disse ad alta voce; tanta era la sua maraviglia: «così lo seminano in questo paese? In quest'anno? E non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? Che sia il paese di cuccagna, questo?».»



-         il viaggio di don Abbondio verso il castello dell'Innominato, narrato nei cap. XXIII-XXIV, in cui il neo-convertito è visto attraverso gli occhi dell'uomo mediocre, pauroso e diffidente, che non è capace di comprendere il dramma spirituale a cui è sottoposto il personaggio.                                               «.-È un gran dire tanto i santi come i birboni gli abbiano a aver l'argento vivo addosso, e non si contentino d'esser sempre in moto loro, ma voglian tirare in ballo, se potessero, tutto il genere umano; e che i più faccendoni mi devan proprio venire a cercar me, che non cerco nessuno, e tirarmi per i capelli ne' loro affari: io che non chiedo altro che d'esser lasciato  vivere! Quel matto birbone di Don Rodrigo! Cosa gli mancherebbe per essere l'uomo il più felice di questo mondo, se avesse appena un pochino di giudizio?[.]E costui!.- E qui lo guardava, come se avesse sospetto che quel costui sentisse i suoi pensieri, - costui, dopo aver messo sottosopra il mondo con le scelleratezze, ora lo mette sottosopra con la conversione. se sarà vero. Intanto tocca a me farne l'esperienza!. È finita: quando son nati con quella smania in corpo, bisogna che faccian sempre fracasso. [.]E se fosse tutto un'apparenza? Chi può conoscer tutti i fini degli uomini? E dico gli uomini come costui? A pensare che mi tocca andar con lui, a casa sua! Ci può essere sotto qualche diavolo: oh povero me! È meglio non ci pensare. Che imbroglio è questo di Lucia? Che ci fosse un'intesa con Don Rodrigo? Che gente! [.] .Almeno potessi vedergli proprio in cuore a costui, come la pensa. Chi lo può conoscere? Ecco lì, ora pare sant'Antonio  nel deserto; ora pare Oloferne in persona. Oh, povero me! Povero me!.»

È da notare però che, alla varietà di punti di vista dei personaggi, non corrisponde però un relativismo prospettico, cioè l'idea che sulla realtà si possano dare interpretazioni diverse tutte valide in modo uguale, senza gerarchie: su tutti i punti di vista particolari si impone il superiore punto di vista del narratore.


LA NOTTE NEL ROMANZO:

Cap. 454g62e

Contenuto e frasi significative

Aspetto della notte

II

Don Abbondio non riesce a dormire, tormentato dai pensieri dell'incontro avvenuto e alla soluzione che deve trovare.

«.gran parte della notte fu spesa in consulte angosciose [.]. Quant'impicci, e quanti conti da rendere! A ogni partito che rifiutava, il pover'uomo si rivoltava nel letto. [.] Fermato così un poco l'animo a una deliberazione, poté finalmente chiuder occhio: ma che sonno! Che sogni! Bravi, Don Rodrigo, Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate.»

In questo caso la notte ha un duplice ruolo: don Abbondio ripercorre mentalmente gli attimi (terribili) dell'incontro con i bravi, e "chiede alla notte" di "portargli consiglio".

La notte è quindi intesa come il momento del giorno dedicato alla solitaria sofferenza e all'incontro con se stesso.

VII

Renzo e Lucia, Agnese e due fratelli, Tonio e Gervaso, si preparano ad andare a casa di don Abbondio per celebrare il "matrimonio a sorpresa".

«.Zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla casetta, e preser la strada fuori del paese. La più corta sarebbe stata d'attraversarlo: che s'andava diritto alla casa di don Abbondio; ma scelsero quella, per non esser visti. Per viottole, tra gli orti e i campi, arrivaron vicino a quella casa, e lì si divisero. I due promessi rimaser nascosti dietro l'angolo di essa.»

La notte nasconde: nel buio le ombre si confondono e rimangono solo i rumori, amplificati dal silenzio naturale della notte. È reputata quindi come la parte del giorno più adatta per realizzare "progetti" come il matrimonio a sorpresa dei due promessi, o il rapimento di Lucia da parte del Griso e dei bravi di Don Rodrigo.

VIII

Intanto a casa di Lucia il Griso e i bravi tentano di mettere in atto il piano del rapimento della ragazza, ideato da Don Rodrigo.

«««««.Il Griso trattenne la truppa, alcuni passi lontano, andò innanzi solo ad esplorare, e, visto tutto deserto e tranquillo di fuori, fece venire avanti due di quei tristi, diede loro ordine di scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto e calati dentro nascondersi in un angolo dietro un folto fico, sul quale aveva messo l'occhio la mattina.»

VIII

Sulla barca durante l'attraversamento del lago, i tre guardano il paesaggio che si lasciano alle spalle.

«.Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S'udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglio più lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte [.]. I passeggeri, silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand'ombre.[.](Lucia) scoprì la finestra della sua camera; e, seduta, com'era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente. Addio, monti sorgenti dalle acque, ed elevati al cielo[.]. Quanto tristo è il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!»

"L'Addio monti!": Renzo, Lucia e Agnese sono costretti ad allontanarsi dal loro paese. La notte, in questa descrizione, amplifica il senso di nostalgia e tristezza che Manzoni fa trasparire dagli atteggiamenti di Lucia e dalle parole stesse della descrizione. La notte serve da cornice allo strazio provato da chi «n'è sbalzato lontano, da una forza perversa», e ci lascia tutte le gioie e tutte le speranze. La notte "immobilizza": tutto è fermo, tutto dorme, e i fuggitivi osservano il paesaggio come se fosse un quadro.

XVII

Renzo, uscito dall'osteria di Gorgonzola, cammina verso l'Adda.

«.Quantunque, nel momento che usciva da Gorgonzola, scoccassero le ventiquattro, e le tenebre che venivano innanzi, diminuissero sempre più que' pericoli, ciò nonostante prese controvoglia la via maestra[.].ma dopo qualche tempo, questi pensieri ed altri simili cessarono affatto: le circostanze presenti occupavan tutte le facoltà del povero pellegrino. La paura d'esser inseguito o scoperto, che aveva tanto amareggiato il viaggio in pieno giorno, non gli dava ormai più fastidio; ma quante cose rendevan questo molto più noioso! Le tenebre, la solitudine, la stanchezza cresciuta, e ormai dolorosa; tirava una brezzolina sorda, uguale, sottile[.]. La noia del viaggio veniva accresciuta dalla selvatichezza del luogo, [.]. Ciò non ostante andò avanti; e siccome nella sua mente cominciavano a suscitarsi certe immagini, certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite a raccontar da bambino, così, per distaccarle o acquietarle, recitava, camminando, dell'orazioni per i morti.[.] Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l'annoiava l'ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna:; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o muoveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d'odioso»

É durante la notte che Renzo intraprende il suo viaggio verso l'Adda. In questo caso la notte nasconde Renzo, ma amplifica la paura e la sofferenza. Paura di essere riconosciuto e arrestato, paura perché la notte crea percezioni illusorie, falsi pericoli; sofferenza sia fisica che mentale: la stanchezza del viaggio, la tensione, la solitudine, il dolore per tutto ciò che accade. La notte rende difficile il viaggio: Renzo non conosce la strada, e non ha coraggio di chiedere indicazioni a nessuno; è pieno di ansie e terrori; è stanco ma non può chiedere ospitalità perché «.chi sente un rumore la notte, non gli viene in testa altro che ladri, malviventi, trappole: non si pensa mai che un galantuomo possa trovarsi in istrada di notte, se non è un cavaliere in carrozza.».

XXI

L'Innominato, dietro richiesta di Don Rodrigo, fa rapire Lucia. Quando la vede, però, in lui si scatena una tempesta di sentimenti contrastanti con le sue azioni, che si sfogano poi durante la notte.

«.Lucia s'addormentò d'un sonno perfetto e continuo. Ma c'era qualchedun altro in quello stesso castello, che avrebbe voluto fare altrettanto, e non poté mai. Partito, o quasi scappato da Lucia, [.] sempre con quell'immagine viva nella mente, e con quelle parole risonanti all'orecchio, il signore s'era andato a cacciare in camera[.]. Ma quell'immagine, più che mai presente, parve che in quel momento gli dicesse: tu non dormirai. -Che sciocca curiosità da donnicciola, - pensava, -m'è venuta di vederla? Ha ragione quel bestione del Nibbio; uno non è più uomo; è vero, non è più uomo!.Io?.io non son più uomo io? Cos'è stato? Che diavolo m'è venuto addosso? Che c'è di nuovo? [.].la memoria da sé gli rappresentò più di un caso in cui né preghi né lamenti non l'avevano punto smosso dal compire le sue risoluzioni. Ma la rimembranza di tali imprese [.] vi destava in vece una specie di terrore, una non so qual rabbia di pentimento.[.]-A che cosa son ridotto! Non sono più uomo, non son più uomo!.Via! - disse poi, rivoltandosi arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute pesanti pesanti: via! Sono sciocchezze che mi son passate per la testa altre volte. Passerà anche questa.- E per farla passare, andò cercando col pensiero qualche cosa importante, qualcheduna di quelle che solevano occuparlo fortemente, ma non ne trovò nessuna. [.]Pensando all'imprese avviate e non finite, [.] sentiva una tristezza, quasi uno spavento de' passi già fatti. Il tempo gli si affacciò davanti voto d'ogni intento, di ogni occupazione, d'ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo. [.]E se volle trovare un'occupazione per l'indomani, un'opera fattibile, dovette pensare che all'indomani poteva lasciare in libertà quella poverina.[.]Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell'animo ubbidiente a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormentato esaminator di sé stesso, per rendersi regione d'un sol fatto, si trovò ingolfato nell'esame di tutta la sua vita. Indietro indietro, d'anno in anno, d'impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all'animo consapevole e nuovo, separata da' sentimenti che l'avevan fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que' sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l'orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quell'immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione. S'alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò e.al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un'inquietudine, per dir così, superstite, si lanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. [.] .gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte. Lasciò cader l'arme, e stava con le mani ne' capelli, battendo i denti, tremando. Tutt'a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: -Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia!- - E non gli tornavan già con quell'accento di umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno di autorità, e che insieme induceva una lontana speranza.[.] Aspettava ansiosamente il giorno, per correre a liberarla, a sentire dalla bocca di lei altre parole di refrigerio e di vita; s'immaginava di condurla lui stesso dalla madre. - E poi? Che fatò domani, il resto della giornata? Che farò doman l'altro? Che farò dopo doman l'altro? e la notte? La notte che tornerà tra dodici ore! Oh, la notte! No, no, la notte!- e ricaduto nel voto penoso dell'avvenire, cercava indarno un impiego del tempo, una maniera di passare i giorni, le notti.»

La notte dell'Innominato è la notte in cui quest'uomo subisce una vera e propria metamorfosi psicologica. Come per don Abbondio, la notte è il momento dedicato alla solitaria sofferenza e all'incontro con se stessi: durante la notte le emozioni soffocate esplodono nella testa dell'Innominato, sviluppando mille pensieri e mille ripensamenti.  La notte esalta la solitudine (interiore dell'Innominato, esteriore di Lucia). Nella stessa notte, la tragedia di due anime arriva al sommo dello spasimo, e s avvia a una risoluzione; per Lucia, aiutata da Dio, è una soluzione piena di paura ma decisa; per l'Innominato è un cammino tormentato, angoscioso.

Nelle ansie, nei terrori, nei rimorsi della notte, vede ritornare ogni momento l'immagine di Lucia, che non è altro la spinta decisiva verso una strada alla quale era già inconsapevolmente avviato. Ripensando all'impegno con Don Rodrigo, ne cerca i motivi, trova che era stato «una conseguenza di mille falli antecedenti» e passa in rassegna tutto l'orribile passato. Non può distinguere tra sé e i suoi delitti: se questi sono orrendi, orrendo è lui. E dispera. Nel momento di più grande sconforto, ad un tratto risente le parole di Lucia: «Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!».

Ed è salvo.

La notte è quindi teatro e spettatrice dei mutamenti più incredibili e inaspettati; è momento di riflessione e introspezione; è il momento prima dell'alba, che porta la luce.





LA STRADA NEL ROMANZO:

Cap. 454g62e

Contenuto e frasi significative

Aspetto della strada

I

Don Abbondio incontra i bravi al bivio della strada che tutti i giorni percorreva per tornare a casa.

«.I muri interni delle sue viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe, serpeggianti, che finivano in punta, e che, nell'intenzion dell'artista, e agli occhi degli abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le fiamme, cert'altre figure da non potersi descrivere, che volevan dire anime del purgatorio; anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e là.»

La strada è luogo di uno spiacevole incontro. Questa sofferenza è testimoniata in particolare modo dal tabernacolo, che racchiude la funzione metaforica dello spazio.

XII

Renzo è in mezzo alle rivolte dei cittadini di Milano.

«.Nella strada chiamata la Corsia de'Servi, c'era, e c'è tuttavia un forno, che conserva lo stesso nome; nome che in toscano viene a dire il forno delle grucce [.]. Quelli della bottega stavano interrogando il garzone tornato scarico, il quale, tutto sbigottito e abbaruffato, riferiva balbettando la sua trista avventura; quando si sente un calpestio e un urlio insieme; cresce e s'avvvicina; compariscono i forieri della masnada. Serra, serra; presto, presto: uno corre a chiedere aiuto al capitano di giustizi; gli altri chiudono in fretta la bottega, e appuntellano i battenti. La gente comincia a affollarsi di fuori, e a gridare: «pane! pane! aprite! aprite!».[.]A questo punto erano le cose quando Renzo, avendo ormai sgranocchiato il suo pane, veniva avanti per il borgo di porta orientale, e s'avviava, senza saperlo, proprio al luogo centrale del tumulto.[.](Renzo) si levò di tasca il secondo pane, e attaccandoci un morso, s'avviò alla coda dell'esercito tumuluoso. Questo, dalla piazza, era già entrato nella strada corta estratta di Pescheria vecchia, e di là, per quell'arco a sbieco, nella piazza de' Mercanti. [.] Dalla piazza de' Mercanti, la marmaglia insaccò, per quell'altro arco, nella via de' fustagnai, e di lì si sparpagliò nel Cordusio.»

La strada è teatro dei tumulti di Milano dovuti alla carestia e al rincaro del prezzo del pane, fatti che causano il malcontento generale del popolo.

Renzo nella prima parte dei tumulti è spettatore che tenta di capire cosa stia succedendo: l'assalto al forno delle grucce è solo il primo dei terribili avvenimenti di quel giorno.

È sulla strada che la gente si muove, da un luogo all'altro per cercare un po' di pane o un po' di prepotenza contro l'autorità oppressiva.

La strada quindi è il luogo in cui il popolo, unito, cerca di farsi giustizia, senza però arrivare a nessuna conclusione.

La strada è anche luogo dove ognuno dice la sua: capita anche a Renzo che, animato dalle vicende cui ha assistito, capita in un crocchio e parla, in termini generali, della sua triste storia. Il pensiero dominante è in ogni caso che delle bricconerie non se ne commettono solo a Milano, ma anche fuori, e bisogna porre riparo.

XIV

Renzo capita in un crocchio e dice la sua:

«.Camminando così con la testa per aria, si trovò a ridosso a un crocchio, e fermatosi, sentì che vi discorrevan di congetture, di disegni, per il giorno dopo. Stato un momento a sentire, non potè  tenersi di non dire anche lui la sua; parendogli che potesse senza presunzione proporre qualche cosa chi aveva fatto tanto. E persuaso, per tutto ciò che aveva visto in quel giorno, che ormai, per mandare a effetto una cosa, bastasse farla entrare in grazia a quelli che giravano per le strade, «signori miei!» gridò, in tono d'esordio: «devo dire anch'io il mio debol parere? Il mio debol parere è questo: che non è solamente nell'affare del pane che si fanno delle bricconerie.»

XIV

Renzo fugge da Milano, dove è ricercato, e si avvia verso Bergamo. Ma la strada è lunga!

«.Cammina, cammina; trova cascine, trova villaggi, tira innanzi senza domandarne il nome; è certo d'allontanarsi da Milano, spera d'andar verso Bergamo; questo gli basta per ora. [.] ma ben presto, lo studio più penoso fu quello di trovar la strada. Dopo aver camminato un pezzo, si può dire, alla ventura, vide che da sé non ne poteva uscire. Provava bensì una certa ripugnanza a metter fuori quella parola Bergamo, come se avesse un non so che di sospetto, di sfacciato; ma non si poteva far di meno. Risolvette dunque di rivolgersi, come aveva fatto in Milano, al primo viandante la cui fisionomia gli andasse a genio; e così fece.»

La strada come via di fuga: ancora vicino a Milano è, per Renzo, un percorso ricco di insidie e di pericoli.  Inoltre anche la strada stessa è un'insidia: Renzo ha solo il miraggio della meta, ma non sa come arrivarci.


L'OSTERIA NEL ROMANZO:

Cap. 454g62e

Contenuto e frasi significative

Aspetto dell'osteria

VI

Renzo è in cerca di testimoni, e offre a Tonio di saldare un suo debito in cambio della sua presenza per il matrimonio a sorpresa.

«.Giunti all'osteria del villaggio; seduti, con tutta libertà, in una perfetta solitudine, giacchè la miseria aveva divezzati tutti i frequentatori di quel luogo di delizie; fatto portare quel poco che si trovava; vuotato un boccale di vino.» 

L'osteria è un tipico luogo di incontro; in questo caso questa funzione è accompagnata dal bisogno dei due personaggi di avere un colloquio privato.

VII

Renzo è in osteria con Tonio e Gervaso; nella stessa osteria ci sono gli uomini del Griso.

«Quando Renzo e i due compagni giunsero all'osteria, vi trovaron quel tale già piantato in sentinella, che ingombrava mezzo il vano della porta, appoggiato con la schiena a uno stipite, con le braccia incrociate sul petto; [.].Renzo insospettito e incerto guardava ai suoi due convitati, come se volesse cercare ne' loro aspetti un'interpretazione di tutti i que' segni: ma i loro aspetti non indicavano latro che un buon appetito. L'oste guardava in viso a lui, come per aspettar gli ordini: egli lo fece venir con sé in una stanza vicina, e ordinò la cena.» 

Emerge in quest'episodio la figura dell'oste, più che un particolare aspetto dell'osteria. È il tipico oste che incontreremo anche in seguito; le sue caratteristiche sono uno sfacciato utilitarismo di mestiere e un briciolo di falsità e furberia, sotto l'apparente sollecitudine che è la sua veste professionale.

XIV

A Milano, Renzo si ferma con un birro travestito all'Osteria della Luna Piena.

«.Il chiasso era grande. Un garzone girava innanzi e indietro, in fretta e in furia, al servizio di quella tavola insieme e tavoliere: l'oste era a sedere sur una piccola panca, sotto la cappa del camino, occupato, in apparenza, in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con le molle; ma in realtà intento a tutto ciò che accadeva intorno a lui. S'alzò, al rumore del saliscendi; e andò incontro ai soprarrivati.»

Osteria come "teatro delle ingiustizie". Come nel VII cap., l'oste è dalla parte del più forte, e quindi del birro travestito. Egli è un oste che "bada a mantenersi a galla", lontano da ogni problema. A differenza degli altri, però, ha una sorta di compassione per il povero contadino caduto nelle grinfie della giustizia.

XVI

Verso Bergamo, Renzo incontra sulla sua strada due osterie, e si ferma ad entrambe.

«.Mentre cerca la maniera di pescar tutte quelle notizie, senza dar sospetto, vede pendere una frasca da una casuccia solitaria, furi d'un paesello. Da qualche tempo, sentiva anche crescere il bisogno di ristorar le sue forze; pensò che lì sarebbe il luogo di fare i due servizi in una volta; entrò. Non c'era che una vecchia, con la rocca al fianco, e col fuso in mano. Chiese un boccone; gli fu offerto un po' di stracchino e del vin buono: accettò lo stracchino, del vino la ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che facesse presto. [.]. Fatti alcuni passi in Gorgonzola, vide un'insegna, entrò; e all'oste, che gli venne incontro, chiese un boccone, e una mezzetta di vino: le miglia in più, e il tempo gli avevan fatto passare quell'odio così estremo e fanatico. [.]. L'oste rispose a Renzo, che sarebbe servito; e questo si mise a sedere in fondo della tavola, vicino all'uscio: il posto de'vergognosi.»

L'oste di Gorgonzola non è molto differente dai precedenti. È diffidente, curioso, indagatore senza darlo a vedere. Ma Renzo ha imparato ormai la lezione a sue spese e si trincera dietro una cortina di silenzio, deciso di sottrarsi al più presto all'indagine di quei «due occhi pieni di una curiosità maliziosa»..


LA CASA NEL ROMANZO:

Cap. 454g62e

Contenuto e frasi significative

Aspetto della casa



I

Don Abbondio torna a casa dopo l'incontro con i bravi, e parla con Perpetua.

«Giunto, tra il tumulto di questi pensieri, alla porta di casa sua, ch'era in fondo del paesello, mise in fretta nella toppa la chiave, che già teneva in mano; aprì, entrò, richiuse diligentemente; e, ansioso di trovarsi in una compagnia fidata, chiamò subito: «Perpetua! Perpetua!», avviandosi pure verso il salotto, dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la cena.»

Don Abbondio, nell'ambiente della casa, vuole trovare un clima familiare, fidato. La casa è qui luogo di riparo, luogo sicuro e conosciuto, ma soprattutto luogo in cui è possibile trovare compagnia fedele.

II

Renzo si reca a casa di don Abbondio per accordarsi sull'ora del matrimonio, ma.

«.Renzo, rispostole con un saluto, tornò indietro pian piano, per non farla accorgere del cammino che prendeva; ma, quando fu fuor fel tiro dell'orecchio della buona donna, allungò il passo; in un momento fu all'uscio di don Abbondio; entrò, andò diviato al salotto dove l'aveva lasciato, ve lo trovò, e cose verso di lui, con un fare ardito, e con gli occhi stralunati. «Eh! Eh! Che novità è questa?» disse don Abbondio. «Chi è quel prepotente», disse Renzo con la voce d'un uomo ch'è risoluto d'ottenere una risposta precisa, «chi è quel prepotente che non vuole ch'io sposi Lucia?» «Che? Che? Che?» balbettò il povero sorpreso, con un volto fatto in un istante bianco e floscio, come un cencio che esca dal bucato. E, pur brontolando, spiccò un salto dal suo seggiolone, per lanciarsi all'uscio. Ma Renzo, che doveva aspettarsi quella mossa, e stava all'erta, vi balzò prima di lui, girò la chiave e se la mise in tasca.»

La casa di don Abbondio è il luogo in cui assistiamo all'entrata di Renzo nel romanzo e all'azione di don Abbondio, che fino a questo punto non ha fatto che subire eventi del tutto indipendenti dalla sua volontà. Qui il ragazzo viene a sapere del sopruso subito, e nello scenario della casa si alterna la paura del parroco all'impulsiva rabbia di Renzo.

III

Lucia spiega alla madre Agnese e al promesso Renzo i motivi per cui Don Rodrigo cerca di ostacolare il matrimonio.

«.Lucia entrò nella stanza terrena, mentre Renzo stava angosciosamente informando Agnese, la quale angosciosamente l'ascoltava.»

La casa di Lucia è tracciata come un ambiente confidenziale e familiare, in cui si prendono decisioni più importanti dei primi capitoli.

III

Renzo segue il consiglio di Agnese e fa visita al dottor Azzeccagarbugli:

«.Era questo uno stanzone, su tre pareti del quale eran distribuiti i ritratti de' dodici Cesari; la quarta, coperta da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi: nel mezzo, una tavola gremita d'allegazioni, di suppliche, di libelli, di gride, con tre o quattro seggiole all'intorno, e da una parte un seggiolone a braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli da due ornamenti di legno, che s'alzavano a foggia di corna, coperta di vacchetta, con grosse borchie, alcune delle quai, cadute da gran tempo, lasciavano in libertà gli angoli della copertura, che s'accartocciava qua e là.»

Lo studio del dottor Azzeccagarbugli svolge la funzione metaforica dello spazio, perché tutto ciò che è descritto da Manzoni rispecchia la psicologia del personaggio.

V

Padre Cristoforo si reca al palazzotto di Don Rodrigo per parlare con lui.

«.Il palazzotto di Don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una bicocca, sulla cima d'uno de' poggi onde è sparsa e rilevata quella costiera [.]. A pie' del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di Don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de' costumi del paese. Dando un'occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti da polvere, alla rinfusa. La gente che vi si incontrava erano omacci tarchiati e arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso in una reticella; vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti, chi nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce maschie, e con certe braccia nerborute buone da venire in aiuto della lingua, quando questa non bastasse.»

L'aspetto esteriore del palazzotto di Don Rodrigo, che sorge isolato e arcigno su un poggio, sotto la guardia di bravi e mastini, è un po' il simbolo del seicento, che alla sopravvivenza di consuetudini feudali, affianca usi e costumi spagnoli.

Anche il palazzotto in ogni caso svolge la funzione metaforica dello spazio, anticipando la descrizione del proprietario.

VIII

Renzo, Lucia, Tonio e Gervaso sono ancora a casa di don Abbondio, per tentare di celebrare il matrimonio a sorpresa. Ma don Abbondio si oppone con tutti i mezzi!

«.Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, che gli faceva cornice intorno alla faccia, al lume scarso di una piccola lucerna. [.].e intanto gridava quanto n'aveva in canna: «Perpetua! Perpetua! Tradimento! Aiuto!». Il lucignolo che moriva sul pavimento, mandava una luce languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non tentava neppure di svolgersi, e poteva parere una statua abbozzata in creta [.]. Cessata ogni luce, don Abbondio lasciò la poveretta e andò cercando a tastoni l'uscio che metteva a una stanza più interna; lo trovò, entrò in quella, si chiuse dentro, gridando tuttavia: «Perpetua! Tradimento! Aiuto! Fuori di questa casa! Fuori di questa casa!». Nell'altra stanza tutto era confusione.»

La paura è la protagonista di questo episodio, paura che si respira nell'aria della casa già dall'incontro tra don Abbondio e Renzo, e che si ripete durante il tentativo del matrimonio a sorpresa. Qui la casa e l'episodio che si svolge in questo ambiente è la copertura dell'azione della Provvidenza, che impedisce al Griso e ai suoi uomini di rapire Lucia.

XX-XXI

Nel castello dell'Innominato: Lucia prigioniera di quest'uomo, l'Innominato prigioniero del suo passato.

« Il castello dell'Innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d'un poggio che sporge in fuori da un'aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle dua parti. È.] Dall'alto del castellaccio, come aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava all'intorno tutto lo spazio dove piede d'uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto.» 

Teatro, prima dei soprusi e degli orrendi delitti, poi della catarsi dell'Innominato, il castello riflette la personalità e lo stato d'animo del proprietario, come già altre volte è capitato all'interno del romanzo.

L'ultima frase riportata, aggiunta nell'edizione del '40, ha un significato misterioso e solenne: il selvaggio signore non vede che più in alto c'è Dio. 

XXIV

Lucia, liberata, è ospite nella casa del sarto del paese.

 «La buona donna, fatta seder Lucia nel miglior luogo della sua cucina, s'affaccendava a preparar qualcosa da ristorarla, ricusando, con una certa rustichezza cordiale, i ringraziamenti e le scuse che questa rinnovava ogni tanto.»

La casa del sarto è un luogo umile e pieno d'amore. Lucia si trova a suo agio, perché nei gesti di chi ci abita traspare fede e carità cristiana, valori che per la protagonista sono tra i più importanti.

XXIV

L'Innominato accoglie nel suo castello i fuggiaschi dei paesi invasi, tra cui ci sono Agnese, Perpetua e don Abbondio

«.Ma quando, al calar delle bande alemanne, alcuni fuggiaschi di paesi invasi o minacciati, capitarono su al castello a chieder ricovero, l'Innominato, tutto contento che quelle sue mura fossero cercate come asilo da' deboli, che per tanto tempo le avevan guardate da lontano come un'enorme spauracchio, accolse quegli sbandati, con espressioni piuttosto di riconoscenza che di cortesia; fece sparger la voce, che la sua casa sarebbe aperta a chiunque ci si volesse rifugiare.»

È di solidarietà che si veste il castello dell'Innominato durante la peste. Questo luogo, che ha precedentemente ospitato prigionieri e assassini, ora trova la sua riscossa nell'opera di bene che mette in atto.

XXXIII

Renzo, tornato nel suo paese nel periodo della peste, chiede ospitalità a un suo amico.

« .E senza veder né sentire anima vivente, arrivò vicino alla casetta dove aveva pensato di fermarsi. Già principiava a farsi buio. L'amico era sull'uscio, a seder sur un panchetto di legno, con le braccia incrociate, con gli occhi fissi al cielo, come un uomo sbalordito dalle disgrazie, e insalvatichito dalla solitudine. [.] E così, barattando e mescolando in fretta saluti, domande e risposte, entrarono insieme nella casuccia. E lì, senza sospendere i discorsi, l'amico si mise in faccende per fare un po' d'onore a Renzo, come si poteva così all'improvviso e in quel tempo. Mise l'acqua sul fuoco, e cominciò a far la polenta.»

La desolazione fa sfondo all'ospitalità dell'amico di Renzo. Il paese, devastato dalla peste, è semideserto. Tutto è distrutto. ma nella sciagura, c'è ancora chi è capace di donare e di condividere l'importanza di un tetto o di un pasto. Anche in questo caso, quindi, la casa è luogo di carità e solidarietà verso il prossimo.

 







Privacy

Articolo informazione


Hits: 4707
Apprezzato: scheda appunto

Commentare questo articolo:

Non sei registrato
Devi essere registrato per commentare

ISCRIVITI

E 'stato utile?



Copiare il codice

nella pagina web del tuo sito.


Copyright InfTub.com 2019