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Legge scritta e legge orale

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ebraismo  s.m. La religione degli Ebrei.  Modo di dire, locuzione tipica della lingua ebraica; parola giunta in una determinata lingua dall'ebraico.  L'insieme degli Ebrei: Costumanze diffuse in tutto l'ebraismo.

L'iniziatore della religione ebraica è Abramo. La Bibbia insegna che Dio elesse questo patriarca affinché comandasse ai suoi figli e ai discendenti di "obbedire alla voce di Dio praticando la virtù". Nelle alterne vicende della sua storia, questo fu l'anelito della parte più responsabile del popolo ebraico. Per ebraismo si intende quel determinato aspetto della storia ebraica che, sorto e sviluppatosi nell'esilio babilonese e nel periodo posteriore all'esilio, ebbe la svolta definitiva nel 70 d.C. con la distruzione del tempio di Gerusalemme e, più tardi, nella repressione romana della seconda guerra giudaica (135 d.C.). A partire dalla distruzione del Tempio, al culto sacrificale si sostituì quello sina 434i87e gogale (le preghiere e la lettura della Legge e dei Profeti), che già era stato istituito nell'esilio babilonese.

 ² Legge scritta e legge orale

Bisogna precisare che per gli Ebrei la Bibbia consta solamente dei libri scritti in ebraico e giunti fino a noi in tale lingua (cioè la Bibbia ebraica ha tutti i libri protocanonici, non ha invece i libri deuterocanonici): non corrisponde quindi integralmente alla Bibbia che i cristiani chiamano Antico Testamento. Secondo gli Ebrei la Bibbia si divide in tre parti: la Legge di Mosè o Pentateuco, detta semplicemente Tora; i Profeti, detta Nebi'im; e gli Scritti, detta Ketubim. La parte principale è la prima, la Tora (parola che significa legge e dottrina), che contiene i testi principali della religione ebraica. La Tora rappresenta la Legge scritta. Ma esiste anche una "legge orale" la cui origine, secondo la tradizione ebraica, risale a Mosè e integra la Tora che non sempre fornisce le necessarie precisazioni all'attuazione dei numerosi comandamenti. Questi insegnamenti trasmessi per via orale di generazione in generazione sono stati messi per iscritto verso il 200 dell'era volgare dal rabbi Giuda Hanassi, e fu dato loro il nome di Mishna. Questa, a sua volta, fu commentata dalle scuole rabbiniche palestinesi e babilonesi: il complesso di questi commenti, detto Ghemara, insieme con la Mishna costituisce il Talmud, la cui redazione definitiva risale al   V sec. d.C. ed è stata compiuta a Babilonia.



² Dogmi

Il  teologo ebreo Maimonide (1135-1204) fissò i seguenti tredici articoli di fede dell'ebraismo: 1. Dio è il Creatore e la Provvidenza del mondo; 2. Egli è uno e unico; 3. Egli è spirito e non si può rappresentare sotto alcuna forma; 4. Egli è eterno; 5. Dobbiamo rivolgere le nostre preghiere soltanto a Lui; 6. Tutte le parole dei profeti d'Israele sono veritiere; 7. Il più grande di tutti i profeti è stato Mosè; 8. La Legge, tale e quale è conosciuta dagli Ebrei, è stata dettata da Dio a Mosè; 9. Nessuno ha il diritto di sostituirla o di modificarla; 10. Dio ricompensa chi obbedisce ai suoi comandamenti e punisce i trasgressori; 11. Egli conosce tutte le azioni e tutti i pensieri degli uomini; 12. Dio invierà il Messia, annunziato dai profeti; 13. Egli riporterà in vita i morti.

La professione di fede ebraica è costituita dalle parole di Mosè: "Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo". È questa l'affermazione fondamentale: il monoteismo. L'essenza divina tuttavia sfugge ai credenti: a Mosè, che gli chiedeva di rivelargli la sua gloria, Dio rispose: "Tu non potrai vedere il mio volto perché nessun uomo può vedermi mentre è in vita".

La Bibbia pone in risalto gli attributi morali di Dio: la santità, l'amore, la bontà, la giustizia, la clemenza, la magnanimità. Dio creò il mondo con la bontà. La carità, da sola, non può assicurare la conservazione della società umana e perciò la Bibbia insiste sulla necessità della giustizia. L'umanità costituisce una grande famiglia discendente da un'unica coppia, Adamo ed Eva, entrambi creati da Dio. Adamo fu formato con la terra nella quale poi Dio insufflò lo spirito vitale: i rabbini del Talmud spiegano che questa terra fu presa da diverse parti del mondo, affinché in tutti i paesi gli uomini si sentano a loro agio. Spiritualmente, l'uomo è stato creato a immagine di Dio; è dotato di libero arbitrio, ma la Tora lo scongiura a fare sempre il bene; se pecca, può da solo impetrare il divino perdono, senza l'ausilio di alcun mediatore: è necessario tuttavia un pentimento sincero, la riparazione del male fatto e il miglioramento della propria condotta. La ricompensa delle azioni umane o il castigo hanno luogo in questa vita terrestre e nella vita spirituale dopo la morte. L'anima è immortale. La felicità eterna consiste nella visione beatifica delle divine perfezioni.

Alla fine dei tempi, l'umanità conoscerà la felicità dell'era messianica. Il Messia, discendente di David, non sarà un essere divino, ma un uomo sul quale "si poserà lo Spirito di Dio, spirito di saggezza e di intelligenza, di consiglio e di forza, di scienza e di timore di Dio". Gli uomini vivranno in concordia, uniti dalla fede nel Dio unico: "Le spade diventeranno vomeri d'aratro e le lance roncole, e non si insegnerà più l'arte della guerra".

La religione ebraica è la madre di tutte le confessioni bibliche: cattolicesimo, protestantesimo, maomettanesimo. Secondo due celebri teologi del medioevo, Giuda Halevi e Maimonide, queste religioni preparano la strada all'avvento del Messia. L'ebraismo insegna che tutte le confessioni e ogni dottrina sono apportatrici di salvezza per mezzo dell'osservanza delle sette leggi (dette anche "noaitiche") date da Dio a Noè e alla sua discendenza, comprendenti l'allontanamento dell'idolatria e l'astensione dall'immoralità.

² Doveri verso Dio e verso gli uomini

La  religione ebraica si presenta come un'alleanza, o patto, tra Dio e i patriarchi e la loro discendenza: Dio infatti scelse i patriarchi e la loro discendenza affinché diffondessero il suo culto tra i popoli. D'altra parte, questa alleanza impegna i figli di Israele a essere fedeli a Dio e alla sua Legge. La religione ebraica è orientata verso l'azione, verso l'adempimento della volontà di Dio. I comandamenti di Dio più importanti sono stati promulgati nel decalogo e i doveri verso Dio si possono riassumere in queste due sentenze della Legge: "Tu amerai Jahvé, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze"; "Dovete essere santi, perché santo sono io, il Signore vostro Dio". Di qui l'origine del culto, delle leggi di "purità" cultuale, la circoncisione, le prescrizioni alimentari.

Le leggi verso gli uomini derivano dal versetto della Legge: "Tu amerai il tuo prossimo come te stesso": con la parola "prossimo" bisogna intendere anche lo straniero, come è precisato da un altro versetto del medesimo capitolo della Legge: "Amerai lo straniero come te stesso". Hanno di qui origine numerose imposizioni caritative e sociali, come l'obbligo di aiutare gli altri: così, ad es., l'obbligo di aiutare i poveri, di lasciare loro, durante la mietitura, un angolo del campo, di permettere loro di seguire i mietitori per raccogliere le spighe cadute, ecc. La Legge non è però una semplice raccolta di precetti religiosi e morali, ma anche una legislazione destinata a un popolo appena costituito e che, liberato dalla schiavitù egiziana, deve ancora crearsi tutte le istituzioni politiche, giuridiche, sociali. Contiene perciò norme riguardanti l'applicazione della giustizia, il trattamento degli schiavi, l'ordinamento della guerra, ecc. A questo gruppo appartiene la legge del taglione: "occhio per occhio, dente per dente", principio giuridico sul quale hanno da regolarsi i giudici incaricati di amministrare la giustizia, e non semplice precetto morale. Ma poiché, al contrario, la Legge proibisce formalmente la vendetta, il taglione deve intendersi non come fatto materiale, ma come obbligo ai tribunali di proporzionare la pena al delitto.

² Feste e digiuni

I giorni festivi degli Ebrei sono: il sabato (in ebr. shabbat); le feste con pellegrinaggio (una volta) a Gerusalemme: la Pasqua (pesah), la Pentecoste (shabuot), i Tabernacoli (sukkoth), feste, queste tre ultime, ognuna delle quali ricorda un evento storico, cioè, nell'ordine: l'uscita dall'Egitto, la promulgazione del decalogo sul monte Sinai, il soggiorno di quarant'anni nel deserto dopo l'uscita dall'Egitto. Le celebrazioni penitenziali sono: il primo giorno dell'anno (rosh ha- shanà) e il giorno dell'espiazione, o del grande perdono (jom kippur), dedicato interamente alla preghiera e al digiuno. Nei giorni di sabato e nelle altre feste è proibito lavorare.



Vi sono anche feste minori: la festa delle sorti (purim), anniversario della miracolosa liberazione degli Ebrei in Persia, salvati dallo sterminio grazie all'intercessione della regina ebraica Ester, nel   IV sec. a.C.; la festa della dedicazione (hanukkà) che commemora la purificazione del tempio di Gerusalemme, restituito al culto divino in seguito alla vittoria di Giuda Maccabeo su Lisia, reggente in luogo di Antioco V Eupatore (165- 164 a.C.): questa festa fu detta anche festa delle luci. La religione ebraica prescrive digiuni anche nei giorni in cui si commemorano eventi tragici della storia del popolo ebraico: il più importante di tali digiuni è quello che ricorda la distruzione del primo e del secondo tempio di Gerusalemme (tisha be-ab). Il sabato, come tutte le altre feste ebraiche e tutti i giorni del calendario israelita, ha inizio alla sera e finisce l'indomani al cadere della notte. Questo uso si richiama alle parole della Genesi a proposito di ogni giorno della creazione, e cioè: "Fu sera e fu mattino...".

² Culto

La  liturgia ebraica prescrive tre doveri quotidiani per i giorni feriali: al mattino (shaharit), nel pomeriggio (minha) e alla sera (arbit). Nei sabati, nei giorni di festa e nelle neomenie (che sono l'inizio dei mesi religiosi), dopo la shaharit vi è una preghiera supplementare (mussaf). Nel giorno dell'espiazione vi è eccezionalmente una quinta preghiera posta dopo la minha, a chiusura della solennità religiosa, detta neila.

Nel culto sinagogale, ogni servizio pubblico termina con la proclamazione della speranza d'Israele, che consta di due parti: la prima, contraddistinta dalla preghiera detta 'alênû, contiene le parole del profeta Zaccaria: "In quel giorno Jahvé sarà uno, e il suo Nome sarà uno", annunziante la conversione del genere umano al Dio unico; la seconda, contraddistinta dalla preghiera detta kaddish, chiede a Dio di accelerare l'avvento del suo regno sulla Terra.

Ebrei (Vangelo degli), detto anche Vangelo degli Ebrei e dei Nazarei, Vangelo scritto probabilmente in ebraico o aramaico, dovette avere una grande diffusione dal  Ial   IV sec. circa, e quasi esclusivamente tra gli ebreo-cristiani, donde il suo nome. Composto in Egitto o in Palestina, sono giunti fino a noi solo brevi frammenti citati nelle opere dei primi scrittori cristiani. San Girolamo afferma di averne trovato una copia ad Aleppo e una nella Biblioteca di Cesarea; ne fece pure una traduzione greca e una latina, andate entrambe perdute.

Ebraico (problema). L'espressione "problema ebraico" sta a indicare comunemente l'insieme di difficoltà, pregiudizi o malintesi legati alla presenza degli Ebrei nel mondo. Si potrebbe pensare quindi che il problema sia esistito da quando esiste il popolo ebreo; ma non è così. La presenza del popolo ebreo nella sua terra, la Palestina, non ha suscitato nell'antichità altri problemi che quelli, di ordine politico, che si pongono necessariamente tra uno Stato e i suoi vicini.

Fin dal  VI sec. a.C., e poi in maniera sempre più accentuata, la popolazione ebrea della Palestina sciamò attraverso il Mediterraneo e il Vicino Oriente, ma la sua presenza in seno alle popolazioni più diverse non provocò problemi più accentuati di quelli suscitati dalla presenza di altre minoranze etniche, anche se il monoteismo assoluto degli Ebrei si urtava dovunque con il paganesimo dei popoli circostanti. Gli Ebrei furono comunque oggetto di trattamento favorevole, e i Romani, in particolare, li protessero con una legislazione estremamente tollerante.

Le cose cambiarono con l'espansione del cristianesimo che, dopo essere stato a lungo perseguitato nel mondo pagano, si impose a partire dal  IV sec. d.C. come religione dell'Impero romano. Da allora, in conseguenza di confusioni, errori, pregiudizi, si formò un vero e proprio mito ebreo, che sta alla base dei diversi aspetti del problema ebraico.

Due sono i temi principali che si trovano espressi fin da allora: il popolo ebraico è collettivamente responsabile della morte di Gesù; la sua dispersione nel mondo rappresenta il castigo di questo delitto. Ma si tratta di argomenti che non tengono alcun conto della realtà storica, quale risulta dalle testimonianze dell'epoca e, in particolare, dallo stesso Nuovo Testamento. Di fatto, soltanto un'infima minoranza di Ebrei fu responsabile della morte di Gesù, il cui processo fu condotto dalle autorità romane; un notevole numero di essi si trovò accanto a Gesù, ebreo egli stesso, per assisterlo sino all'ultimo; e infine la massa del popolo ebreo, lontana da Gerusalemme, ignorava del tutto quell'avvenimento. Quanto alla dispersione degli Ebrei, essa era cominciata molti secoli prima di Cristo. Ma, pur non avendo niente a che fare con la storia, questi temi alimentarono molti pregiudizi: il popolo ebraico è l'Ebreo errante, che trascina per il mondo la sua maledizione e la sua miseria; esso è anche Giuda, l'uccisore di Dio, colui che ha venduto il suo Maestro e lo ha consegnato alla morte per trenta danari.

Questo mito, che è all'origine dell'antiebraismo cristiano, rimase saldo fino alla Rivoluzione francese. Nei paesi non cristiani, invece, l'antigiudaismo ebbe poca o nessuna presa, come in Cina o in India. Nel mondo musulmano, si presentò come una variante del fanatismo religioso che l'Islam praticò indifferentemente nei confronti di tutti gli "infedeli".

Tuttavia, fino all'XI sec., le ripercussioni politiche, economiche e sociali di questo mito rimasero prive di conseguenze decisive. Nonostante una legislazione particolare, gli Ebrei continuarono a mescolarsi, in Occidente, alla vita dei loro concittadini cristiani, senza distinguersi da essi né per le loro occupazioni, né per i loro abiti, né per la loro lingua. L'unico elemento che li caratterizzava era la loro fede religiosa e questa era abbastanza intensa e forte da suscitare interesse e provocare persino conversioni.




Vittime di episodi di violenza durante la prima crociata, dopo la seconda gli Ebrei vennero definitivamente posti fuori legge nella società cristiana e con il Concilio lateranense  IV (1215) in tutti i paesi cristiani si iniziò per loro un periodo di restrizioni di ogni genere: vennero chiusi nei ghetti e contraddistinti dal cappello a punta e dall'emblema della ruota gialla sull'abito; si procedette alla loro esclusione dalle attività economiche normali (soprattutto quelle legate alla proprietà terriera), confinandoli nel commercio del danaro. A questa segregazione sociale si aggiunse quella psicologica: l'accusa di deicidio li designò alla vendetta popolare, alla persecuzione, all'esilio, e fece pesare su di loro sospetti di colpevolezza in tutti i campi della vita, così che furono considerati come i responsabili di molte catastrofi (guerre, epidemie, crisi economiche e sociali). In Spagna le condizioni degli Ebrei, eccezionalmente favorevoli al tempo della dominazione musulmana, andarono progressivamente peggiorando man mano che con l'unità statale si cementava lo spirito nazionale e la fede cattolica; sicché le sistematiche persecuzioni cominciate alla fine del  XIV sec. culminarono nell'editto di espulsione del marzo 1492 che colpì da 100.000 a 200.000 Ebrei. La loro partenza ebbe gravi e negative conseguenze sulla stessa economia spagnola. Le "grandi paure" che si ebbero in alcune epoche del medioevo (in particolare nel  XIV sec., al tempo della Grande peste) portarono il fenomeno al parossismo: gli Ebrei erano massacrati da bande fanatizzate, spinte dal bisogno di trovare un responsabile, un capro espiatorio. Le reazioni delle autorità laiche ed ecclesiastiche di fronte a questi eccessi furono impotenti a porre un freno efficace, perché la società cristiana si era chiusa in un circolo vizioso. Nutrendo lo spirito dei fedeli di testi liturgici o letterari, di rappresentazioni artistiche in cui la figura dell'ebreo era costantemente assimilata a quella di Giuda e talvolta prendeva addirittura aspetti demoniaci, finì coll'alimentare quell'antipatia che né la Riforma, né l'Umanesimo, né il Rinascimento riuscirono a modificare. In forme attenuate, ma talora altrettanto sanguinose che nel medioevo (specialmente in Polonia), la "nazione ebrea" rimase, dal  XVI al  XVIII sec., al bando delle società cristiane, sia cattoliche sia protestanti od ortodosse.

Verso la fine del  XVIII sec., però, i dati del problema ebraico mutarono. Molti spiriti illuminati presero coscienza di questa secolare ingiustizia; nel 1781 Giuseppe II d'Austria pubblicò una patente di tolleranza per gli Ebrei e in Francia, per le istanze dell'abate Grégoire, si accordò nel 1791 agli Ebrei il diritto di essere cittadini francesi e furono inoltre soppresse radicalmente tutte le barriere che li tenevano ai margini della società. La stessa "emancipazione" fu concessa poi negli altri Stati europei (1866 in Inghilterra, 1870 in Germania, 1917 in Russia, ecc.). In Italia gli Ebrei ottennero la pienezza dei diritti civili e politici in Piemonte nel 1848 con l'art. 24 dello statuto albertino, e questa parità giuridica si estese successivamente agli altri Stati della penisola col progredire dell'unificazione.

Tuttavia non per questo l'antiebraismo scomparve, perché il riflesso dell'ostilità cui erano stati fatti segno per secoli gli Ebrei era penetrato troppo a fondo nei costumi e negli atteggiamenti tradizionali delle varie società per dissolversi completamente. E così l'antiebraismo si colorì, nel  XIX sec., di tinte soprattutto nazionalistiche e prese il nome di "antisemitismo". Quando gli Ebrei divenivano cittadini di un paese, si metteva spesso in dubbio il loro patriottismo e si contestava il loro inserimento nella comunità nazionale, per quanto gli Ebrei dessero generalmente prova di lealismo nella rispettiva patria e la servissero con intelligenza e coraggio in tutti i campi. L'affare Dreyfus, in Francia, alla fine del  XIX sec., fu l'esempio più clamoroso di questo antisemitismo nazionalistico, che si attenuò peraltro nei primi trent'anni del   XX sec. parallelamente al sorgere del sionismopolitico. Ma proprio allora fece la sua comparsa in Germania una nuova forma di antisemitismo: quello razzista, che provocò uno dei più terribili crimini di massa della storia dell'umanità.

Gli  Ebrei in Germania, in applicazione delle leggi di Norimberga (1935), furono esclusi a poco a poco da tutte le funzioni pubbliche e dalle professioni liberali; sottoposti a tasse particolari, divennero anche oggetto di pogrom organizzati. Molti scelsero il suicidio; circa 200.000 preferirono emigrare a prezzo della perdita di una grande parte dei loro beni. Ma gli altri paesi, pur disapprovando il comportamento dei nazisti, si mostrarono poco propensi ad accogliere gli emigranti e il governo inglese rifiutò loro l'ingresso in Palestina. Navi cariche di infelici errarono così per i mari alla ricerca di un porto di salvezza e parecchie centinaia di migliaia di Ebrei polacchi, residenti in Germania ed espulsi dai nazisti, dovettero accamparsi nella "terra di nessuno" alla frontiera germano-polacca, che il governo polacco proibiva loro di passare. In Italia il regime fascista, a partire dal 1938, seguì l'esempio della politica razzista hitleriana, escludendo gli Ebrei dall'esercito, dal partito fascista, dai pubblici uffici e dalle scuole, proibendo loro i matrimoni misti e limitandone gravemente l'attività professionale ed economica, benché in pratica (almeno in un primo tempo) queste misure fossero meno rigidamente applicate, anche per la loro impopolarità presso l'opinione pubblica. Con le vittorie e le conquiste dei nazisti, in tutta l'Europa occupata gli Ebrei furono sottoposti a disposizioni discriminatorie e vessatorie: obbligo di portare un distintivo (stella gialla), imposizione di un timbro speciale sui documenti d'identità, proibizione di frequentare ristoranti e cinema e di circolare in determinate ore, ecc. Nello stesso tempo cominciò l'espropriazione sistematica dei loro beni per mezzo delle misure dette di "organizzazione economica", che affidavano i commerci e le attività economiche degli Ebrei alla gestione di amministratori provvisori; opera di spoliazione su vasta scala, che ebbe particolarmente di mira le opere d'arte. La sorte degli Ebrei fu soprattutto tragica nell'Europa orientale, particolarmente in Polonia, a partire dalla fine del 1940. Le autorità naziste, dopo aver pensato a un ammassamento degli Ebrei orientali in una riserva, a Lublino, e al trasporto di quelli occidentali nel Madagascar, decisero nel 1942 il loro sterminio sistematico, battezzato come "soluzione finale". In tutta l'Europa occupata si ebbero così rastrellamenti metodici, che trascinarono centinaia di migliaia di Ebrei dapprima in campi di internamento improvvisati, poi nei campi di concentramento e di sterminio, dove i più validi erano attesi dalla morte lenta provocata dal lavoro forzato e dai crudeli sistemi impiegati nei campi, e gli altri - vecchi, malati, fanciulli - dal passaggio quasi immediato nelle camere a gas e nei forni crematori. In complesso perirono in tal modo quasi 6 milioni di Ebrei.



Con l'avvento della repubblica di Salò (autunno 1943) le persecuzioni antisemite divennero gravi anche in Italia. In Francia, l'esistenza di una zona non occupata rappresentò, fino al novembre 1942, un asilo relativo, ma successivamente il governo di Vichy prese misure antisemite (interdizione a molte cariche pubbliche ed esclusione dall'esercizio di determinate professioni) e soprattutto consegnò ai Tedeschi molti Ebrei stranieri, anche per tentare di salvare gli Ebrei francesi.

La sorte degli Ebrei provocò in tutto il mondo una viva indignazione e uno slancio di solidarietà. Uno dai compiti delle organizzazioni della Resistenza fu di procurare loro documenti falsi per salvarli dalla deportazione. Ad Amsterdam, un grande rastrellamento del quartiere ebreo, reso celebre dal Diario di Anna Frank, provocò uno sciopero generale di solidarietà. Da parte loro, gli Ebrei furono divisi circa il comportamento da adottare: spesso, per forza di cose, si comportarono come un gregge indifeso; talvolta invece seppero organizzarsi in gruppi di resistenza e impegnarono combattimenti disperati, soprattutto nel ghetto di Varsavia.

Ebrèi  (probabilmente dall'ebr. 'eber, "colui che transita, guada", detto nella Bibbia per la prima volta di Abramo, dopo che aveva abbandonato la patria d'origine, la Mesopotamia, guadando il fiume Eufrate, ed era giunto in Palestina; secondo un'altra versione, da Eber, antenato di Abramo), popolo che, secondo la Bibbia (quasi unica fonte della sua storia più antica), discende da Abramo attraverso un ramo genealogico che si riallaccia a Sem, uno dei tre figli di Noè.

Gli Ebrei sono detti anche Israeliti (dal soprannome dato nella Bibbia a Giacobbe) o Giudei (abitanti del regno di Giuda). La storia degli Ebrei, narrata nell'Antico Testamento, può oggi essere confrontata e trovare sostegno in un notevole numero di documenti storici, legali, religiosi dei popoli con i quali essi ebbero relazioni e condivisero l'ambiente generale del Vicino e Medio Oriente e in particolare con i popoli della Mesopotamia, della Siria e dell'Egitto.

Gli Ebrei, originari della bassa Mesopotamia, sono semiti (cioè, come gli Arabi, discendenti da Sem), nomadi o seminomadi, allevatori di greggi; erano divisi in tribù, ognuna delle quali era diretta dal membro più anziano chiamato patriarca. Una di queste tribù, quella di Terah, proveniente da Ur, risalì il corso dell'Eufrate e si stanziò a Harran; da qui, Abramo, figlio di Terah, andò a stabilirsi nei pressi di Hebron, nel campo di Mambre, nella Palestina (detta allora "Terra di Canaan") verso l'anno 1850 a.C.; strinse un patto di alleanza con Dio (prima della nascita di Isacco) e divenne così il capostipite di un popolo. La scelta di questa regione da parte del patriarca come sede sua e dei suoi discendenti ebbe importanti conseguenze politiche: si tratta infatti di un paese situato tra il Mediterraneo e il deserto, la via più comoda per il passaggio tra i grandi paesi del Nilo e dell'Eufrate; questa posizione era particolarmente delicata e pericolosa in quanto sia l'Egitto sia la Mesopotamia consideravano la Siria e la Palestina come contrafforte naturale d'importanza strategica, indispensabile per la difesa del loro impero. Fin da quel tempo la storia ebraica fu regolata dai potenti vicini (Egiziani, Ittiti e soprattutto Assiri e Babilonesi), i cui eserciti devastarono molto spesso il loro territorio. In effetti gli Ebrei conobbero periodi di prosperità e di vera indipendenza solo quando i due potenti vicini, a nord e a sud, furono momentaneamente ridotti all'impotenza.

I discendenti di Abramo stavano a poco a poco stabilendosi nella Terra di Canaan, quando Giacobbe, per scongiurare il rischio di un'assimilazione tra Ebrei e Cananei, si recò in Mesopotamia per raccogliere nuovi emigranti e scegliersi una sposa; i suoi discendenti maschi furono dodici e costituiscono il nucleo originario della casa d'Israele e quindi del popolo ebraico. Più tardi Giacobbe con tutta la sua famiglia si recò in Egitto: e sembra che questa emigrazione si debba integrare con quella più vasta compiuta dagli Hyksos ("principi di paesi stranieri") che raggiunsero l'Egitto passando attraverso la Terra di Canaan: al loro seguito il piccolo numero degli Ebrei (secondo la Bibbia si trattava di circa settanta persone) acquistò ben presto posizione eminente. Giuseppe, figlio di Giacobbe, fu primo ministro del faraone e tutta la sua stirpe, aumentata considerevolmente di numero, si stabilì ai confini orientali del Delta. All'inizio, gli Ebrei conservarono una certa libertà; si spostarono anche, come nomadi, forse fino alla Terra di Canaan, unita allora all'Egitto.

Dopo l'espulsione degli Hyksos, gli Egiziani, avendo bisogno di manodopera, asservirono gli Ebrei. Liberati da Mosè, nel  XV o nel XIII sec. a.C., gli Ebrei peregrinarono per un certo tempo nella penisola sinaitica, furono nutriti miracolosamente dalla manna e dissetati con acqua miracolosa; qui avvenne l'elezione divina: il loro Dio, Jahvé, contrasse con essi un patto - o alleanza - e diede loro la legislazione (detta anche Legge mosaica e più propriamente Tora); a quest'epoca si fa pure risalire un lungo soggiorno presso Kadesh (nelle vicinanze dell'attuale Bersabea).

Approfittando dell'appoggio di popoli semiti affini (come gli Edomiti, rimasti da allora nemici, i Moabiti, gli Ammoniti), Mosè attraversò col suo popolo le terre a est del Mar Morto e lo guidò fino ai confini della Terra di Canaan allora occupata da piccole città-Stato sempre in lotta tra loro e con i vicini orientali.







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