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SOCIALISMO E NAZIONALISMO - "MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA" DI MARX E ENGELS

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SOCIALISMO E NAZIONALISMO

CAPITOLO 1

 "MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA" DI MARX E ENGELS

Il socialismo ha una lontana radice nell'eterna lotta tra ricchi e poveri, nell'eterna rivendicazione egualitaria, ma per svilupparsi in senso moderno necessitò della nascita del proletariato a seguito dello sviluppo della grande industria. Proprio le condizioni di vita del proletariato originarono la protesta in nome della giustizia, aprendo il processo al capitalismo le cui basi erano la proprietà privata dei mezzi di produzione ed il profitto personale come motore unico della produzione delle ricchezze. I nomi principali che prima del 1848 segnano questa grande protesta sono Saint-Simon, Fourier, Owen, Louis Blanc, Proudhon.

Con la parola comunismo si metteva l'accento sulla comunione dei beni; designava il socialismo degli operai, il movimento operaio per eccellenza che rimproverava al socialismo di voler riparare le incrinature dell'edificio capitalista invece di volerlo abbattere in favore di un mondo nuovo.

Karl Marx nacque nel 1818 e fu studente di straordinaria precocità intellettuale. Friedrich Engels incontrò Marx a Parigi e lo raggiunse poi a Bruxelles per collaborare con lui: misero a punto la dottrina del "materialismo dialettico" che, applicata allo studio della società, diventa "materialismo storico". Marx e Engels sarebbero stati dei comu 717c27h nisti, senza esitazioni, ma prima volevano liquidarne la dottrina confusa, eliminando metodicamente e brutalmente ogni eresia in essa presente.



Un congresso del novembre - dicembre 1847 incaricò Marx della redazione del manifesto del partito comunista. L'opera è strutturata in 4 parti:

1)      la prima parte, intitolata "Borghesi e Proletari", è il nucleo del manifesto;

2)      la seconda parte, intitolata "Proletari e Comunisti", spiega la posizione dei comunisti riguardo all'insieme dei proletari;

3)      la terza parte, intitolata "Letteratura socialista e comunista", passa in rassegna le varie forme del movimento sociale dell'epoca;

4)      la quarta parte descrive la posizione dei comunisti rispetto agli altri partiti di opposizione.

E' nella prima parte tuttavia che si trova enunciata quella che Engels chiamerà "l'idea fondamentale e direttrice del Manifesto" (di cui i comunisti sono i soli depositari per conto del proletariato), che sarebbe sostanzialmente questa: tutta la storia è stata una storia di lotte tra classi sfruttate e classi sfruttatrici, e questa lotta è arrivata ad una fase in cui il proletariato non può più liberarsi della borghesia senza liberare l'intera società dallo sfruttamento.

Engels definisce il materialismo storico come la produzione economica e l'organizzazione sociale che ne risulta necessariamente in ogni epoca, e che costituiscono la base della storia politica ed intellettuale di questa epoca stessa. Si tratta dell'applicazione alla storia di una filosofia generale della natura e dell'uomo: il materialismo dialettico.

Mentre Hegel era giunto all'idealismo assoluto secondo il quale il mondo reale non è che una realizzazione progressiva dell'idea pura, secondo Marx il mondo materiale percepibile con i sensi è l'unica realtà, al di fuori della quale non esiste nulla. La coscienza ed il pensiero dell'uomo non sono che i prodotti di un organo materiale corporale: il cervello. Il metodo dialettico studiava le cose in quanto realtà in divenire, in opposizione al metodo tradizionale "metafisico" che studiava le cose in quanto oggetti fissi. La dialettica includeva l'idea di movimento e superamento delle contraddizioni: alla tesi (affermazione) seguiva l'antitesi (negazione della tesi) seguita a sua volta dalla sintesi (negazione della negazione della tesi). Questa era la triade hegeliana. Ma Hegel, per il quale gli oggetti reali non erano che i riflessi dell'idea assoluta, aveva applicato il movimento dialettico all'idea che si sviluppava autonomamente; Marx invece vedeva nella dialettica la scienza delle leggi generali del movimento del mondo esteriore (in pratica capovolge l'hegelismo). Questo metodo implicava il fatto che non esiste nessuna verità assoluta: la verità risiede nello stesso processo conoscitivo. Il materialismo storico è l'applicazione alla storia della filosofia appena vista. Il motore della storia deve trovarsi nel mondo materiale. Nella produzione sociale dei mezzi di esistenza gli uomini contraggono rapporti di produzione correlativi ad un determinato stadio dello sviluppo delle loro forze produttive: l'insieme di questi rapporti forma la struttura economica della società, che costituisce l'infrastruttura su cui è impiantata la sovrastruttura giuridica, politica e intellettuale. Un certo modo di produzione determina necessariamente una data struttura sociale da cui derivano necessariamente una data organizzazione politica e giuridica. Ma "Il Manifesto" non si cura molto dei ragionamenti filosofici: piuttosto deve conquistare il proletariato con una dottrina scientifica. Quello che conta è la conclusione: il motore della storia è la lotta di classe. Da quando l'antica proprietà comune del suolo è venuta meno, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo ha fatto la sua comparsa. "Borghese", nel senso marxista del termine, è sinonimo di capitalista, di grande industriale che fa lavorare molti salariati. La borghesia moderna è il prodotto di una serie di rivoluzioni operate nel modo di produzione: dal laboratorio corporativo, al manifatturiero ed infine all'industria. La borghesia ha svolto un ruolo rivoluzionario: ha dimostrato quanto possa l'attività umana, anche in materia di sentimenti e costumi, ed ha sottomesso la campagna arretrata alla città; si è creata un mondo a sua immagine.

Ma la rivolta delle forze produttive deve, in virtù della necessità dialettica, distruggere la borghesia (tesi) a vantaggio del proletariato (antitesi). Il proletariato è la classe degli operai moderni, il cui lavoro accresce il capitale: accrescimento di cui si appropria indebitamente il capitalista (plus valore). Questi operai sono una merce come un'altra.

Ma attraverso la lotta contro la borghesia il proletariato si trasforma da massa dispersa a protagonista della lotta cosciente di classe, non più locale ma nazionale.

Dunque: dall'isolamento degli operai, causato dalla concorrenza, alla loro unione rivoluzionaria attraverso l'associazione.

senza concorrenza degli operai tra loro à niente lavoro salariato à niente capitale à niente dominazione borghese.

La caduta della borghesia e la vittoria del proletariato sono inevitabili. Ma come la borghesia (tesi) aveva generato dialetticamente la sua negazione, cioè il proletariato (antitesi), il proletariato divenuto classe dominante genererà dialetticamente la negazione della negazione (sintesi), cioè la società senza classi, senza antagonismi sociali, senza potere politico, senza Stato.

I comunisti sono la frazione più risoluta dei partiti operai: il rapporto tra comunisti e proletariato è quello tra coscienza chiara e azione istintiva; in virtù di una sorta di rivelazione, i comunisti sanno dove va la storia.

Nelle ultime righe del Manifesto si legge: "Proletari di tutto il mondo, unitevi!"

CAPITOLO 2



L'"INCHIESTA SULLA MONARCHIA" DI MAURRAS

La conversione intellettuale alla monarchia di Charles Maurras, causata dal suo nazionalismo, è datata 1896, a seguito di un suo viaggio in Grecia. Dirà: "Uscito dal mio paese lo vidi finalmente per quello che è, e fui spaventato di vederlo così piccolo".

Perché la Francia vivesse bisognava che tornasse il Re. Attraverso la Gazzetta di Francia, in cui scriveva, Maurras invitò l'èlite dei buoni cittadini ad esporgli il loro parere circa la seguente questione: "Sì o No? L'istituzione di una monarchia tradizionale, ereditaria, antiparlamentare e decentralizzata, è di pubblica utilità?". E' questo il primo libro dell'opera di Maurras; il secondo presenta le risposte commentate dallo stesso Maurras. Vediamo qual è il senso esatto dei caratteri imperiosamente assegnati alla monarchia futura:

  • tradizionale, ereditaria: tradizione significa sottomissione alla realtà, alla natura delle cose; tradizione ed eredità sono nozioni gemelle. La trasmissione ereditaria nella famiglia, per la famiglia, è la trasmissione per eccellenza (cos'è la tradizione se non ciò che si trasmette?). Lo stesso ragionamento deve essere applicato alla monarchia, che per Maurras è il regime migliore perché l'interesse personale dei governanti e l'interesse pubblico coincidono in essa necessariamente (vecchio argomento, ringiovanito da Maurras). L'eredità del potere costituisce dunque la sua forza, la sua durata e la sua continuità, parallelamente alla forza, durata e continuità della nazione. In conseguenza deve essere ricostituita una nobiltà ereditaria, il privilegio della nascita: l'aristocrazia è eredità, si trasmette con il sangue;
  • antiparlamentare: la monarchia deve essere antiparlamentare, contro il parlamentarismo, in favore di un governo nominativo, personale e responsabile, contro l'anonimato, impersonalità e irresponsabilità del parlamentarismo stesso. In questo è stato riconosciuto il tema autoritario. Il regime elettivo, e soprattutto il parlamentarismo, indebolisce lo stato, il quale abbandona ai partiti: è qualcosa di basso e equivoco. Niente più elezioni politiche, niente più assemblee parlamentari, niente più partiti, niente più democrazia;
  • decentralizzata: il tema della decentralizzazione è affrontato in quattro punti:

1)      la Francia soffoca sotto il busto napoleonico;

2)      la repubblica, anche se lo volesse, non può decentralizzare;

3)      la decentralizzazione in regime repubblicano presenterebbe pericoli mortali;

4)      solo la monarchia può senza pericolo decentralizzare largamente.

Il parlamentarismo impedisce allo stato di assolvere alle sole vere funzioni che ha: diplomazia, esercito, finanze. Maurras conclude il secondo libro scrivendo: "La Francia è obbligata alla monarchia". Se i primi due libri rispondevano alla domanda "Che fare?" e la risposta era "La monarchia", nel 1903 arriva un terzo libro che da la risposta alla domanda "Come farla?". Risposta: "Con la forza".

CAPITOLO 3

LE  "RIFLESSIONI SULLA VIOLENZA" DI SOREL

George Sorel si era laureato al Politecnico e per 25 anni aveva fatto l'ingegnere dei Ponti: mantenne per tutta la vita l'impronta dell'uomo che agisce sulla materia. Credeva nel progresso della produzione ma era anche un sostenitore intransigente della morale tradizionale, attinta dal cristianesimo materno.

Sorel è un pessimista: crede nella naturale debolezza dell'uomo ed è preoccupato della qualità umana. Deluso dalla sua classe di appartenenza (la borghesia) riversa la sua preoccupazione dalla parte del proletariato.

Diviene un neo-marxista sindacalista. L'avvenire morale del socialismo non potrà che risiedere nello sviluppo autonomo dei sindacati operai. Il vero sindacalismo è dominato dalla sfiducia nei confronti dei politici e dell'apparato statale: da qui al sindacalismo rivoluzionario ed all'esaltazione dell'idea dello sciopero generale il passo è breve.

Le "Riflessioni sulla violenza" sono pubblicate in un volume nel 1908 e sono in un certo senso il manifesto della "nuova scuola". L'opera è dominata da due idee:

1)      un'idea negativa: il rifiuto del compromesso democratico e del socialismo parlamentare, la sua forma più odiosa. Sorel ne irride e condanna tutto: la filosofia, ma anche i c.d. "meccanismi e procedimenti democratici", le elezioni e lo stesso gioco parlamentare;

2)      un'idea positiva: l'apologia della violenza proletaria, ideologica innanzitutto. Soltanto questa violenza guidata dal mito dello sciopero generale si rivelerà capace di suscitare la nuova morale che salverà il socialismo dall'affondamento.

Il processo alla democrazia di Sorel, antidemocratico di sinistra, ricorda quello degli antidemocratici di destra, ma esiste una differenza radicale: i secondi si spaventavano della lenta distruzione di certi valori e della degradazione della sana concezione dello stato, mentre i primi miravano proprio allo stato come prodotto nefasto dell'ideologia borghese. Quello che gli antidemocratici di sinistra non perdonavano al socialismo politico era che esso servendosi del proletariato si faceva praticamente complice del padronato e lavoravano al rafforzamento dello stato invece che alla sua distruzione.




Quanto all'apologia della violenza, deve essere accuratamente distinta sia dalla forza che dalla brutalità. Per Sorel la forza ha per oggetto l'imposizione di un certo ordine sociale, mentre la violenza tende alla distruzione di questo ordine. La violenza è anche altra cosa rispetto alla brutalità: è una questione di limiti da non oltrepassare. La violenza proletaria di cui Sorel tesse l'apologia è orientata e sostenuta dal mito dello sciopero generale. Il mito non è un'utopia, neppure una predizione dell'avvenire: il mito è un insieme legato da immagini motrici capaci di evocare tutti i sentimenti corrispondenti ad una azione progettata. Il sindacalismo rivoluzionario che ha ingaggiato la guerra contro la società moderna ha bisogno di un mito: quello dello sciopero generale, che mantiene sempre vivace l'ardente sentimento di rivolta presente nell'animo operaio.

E' da tenere comunque presente che i militanti del sindacalismo rivoluzionario accolsero con ostilità o ignorarono l'opera di Sorel. Mussolini dirà invece di essere debitore a Sorel.

CAPITOLO 4

 "STATO E RIVOLUZIONE" DI LENIN

Il compito che Lenin si assegnò fu quello di creare nella Russia un partito marxista, avanguardia della classe operaia, assegnargli un programma ed una tattica ed eliminare ogni deviazione rispetto al marxismo autentico. Lenin era uomo d'azione e di intransigenza dottrinaria totale: era sicuro di avere ragione e di esser l'unico ad avercela. Per lui teoria ed azione erano unite.

Lenin faceva parte della frazione bolscevica (cioè di maggioranza) del partito social democratico russo. La guerra del 1914 per Lenin era una guerra imperialista, perché il capitalismo dell'epoca di Marx si era trasformato in imperialismo, per la sostituzione del monopolio alla libera concorrenza. La missione dei partiti d'avanguardia della classe operaia e della rivoluzione proletaria, quali il partito bolscevico, era di trasformare questa guerra imperialista di nazioni in guerra civile.

Dopo il suo lungo esilio in Svizzera, Lenin rientra in Russia nell'aprile 1917 e con le sue "tesi di aprile" detta il cammino da seguire: Lenin ritiene che la rivoluzione democratico-parlamentare o borghese sia ormai compiuta e debba essere trasformata in rivoluzione socialista, proletaria. L'argomentazione di base è che il potere dei Soviet (cioè dei comitati rivoluzionari di deputati operai e soldati) è dello stesso tipo della Comune di Parigi del 1871.

Lenin nell'opera "Lo Stato e la Rivoluzione", composta nell'agosto-settembre 1917, si predispone a raccontare quello che era la Comune di Parigi, come avevano ragionato su di essa Marx ed Engels (citando molte delle loro opere successive al Manifesto) e qual era il tipo di stato necessario al proletariato.

Lo stato non è esistito in tutti i tempi, bensì è nato dalla società: è necessario per moderare la lotta delle classi tra loro (evitare che non si divorino). L'ordine che esso crea consiste da una parte nel togliere a queste classi i mezzi che permetterebbero loro di rovesciare i loro oppressori, dall'altra  nell'accumulo da parte degli oppressori dei mezzi per imporre e mantenere la loro volontà di classe.

Questa accumulazione costituisce l'apparato del potere di Stato (strumento di dominazione di classe) e consiste in due ingranaggi centrali: l'esercito permanente e la burocrazia. La macchina statale è macchina di oppressione di una classe da parte di un'altra, sia in una repubblica democratica che in una monarchia. Di fronte a questa situazione, il proletariato deve cominciare con l'impadronirsi della macchina statale per mezzo della rivoluzione violenta. E' necessaria una educazione sistematica per formare prima di tutto un partito operaio avanguardia del proletariato capace di prendere il potere e di condurre tutto il popolo al socialismo, di dirigere ed organizzare  un nuovo regime. Dopo essersi impadronito della macchina dello stato, il proletariato si trasforma in classe dominante e stabilisce la sua dittatura, che porterà allo schiacciamento senza remissione dei ricchi. Ma la dittatura del proletariato può essere creata senza aver prima annientato la macchina statale che la borghesia aveva costruito per se? No, risponde Lenin. Con cosa rimpiazzarla allora? L'esempio della Comune di Parigi del 1871, quando il proletariato ebbe in mano il potere politico per due mesi, ha mostrato che la macchina dello stato è inservibile. Con cosa rimpiazzarla? Nella comune ci fu:

  • soppressione dell'esercito permanente, rimpiazzato dal popolo in armi;
  • soppressione della burocrazia, attraverso l'elezione a suffragio universale e la revocabilità in ogni momento di tutti i funzionari;
  • riduzione di tutte le retribuzioni al normale salario di un operaio;
  • scomparsa di privilegi e spese di rappresentanza dei dignitari statali (e loro eliminazione);
  • soppressione del parlamentarismo ma non delle istituzioni rappresentative.

Da tutti questi punti di vista la comune costituiva già un inizio di deperimento dello Stato. Infatti mentre il rimpiazzo dello stato borghese con quello proletario è impossibile senza rivoluzione violenta, la soppressione dello stato proletario è possibile solo per via di deperimento. Lenin correla lo sviluppo economico del comunismo ed il progressivo decadimento dello Stato.

Nella prima fase (o fase inferiore) della società comunista, questa porta ancora le stigmate della vecchia società. L'ingiustizia borghese dell'appropriazione privata dei mezzi di produzione è finita, ma ne sussiste un'altra: gli oggetti di consumo sono ripartiti secondo il lavoro effettuato e non secondo i bisogni. E' un'ingiustizia perché gli uomini non sono uguali (forte/debole, sposato/non sposato, ecc.) per cui il diritto al prodotto dovrebbe essere anch'esso diseguale. Ma questo risultato non è raggiungibile nella prima fase del comunismo; dunque sarà necessario un rigoroso controllo su produzione e ripartizione. Quando sottrarsi al controllo esercitato dal popolo intero sarà divenuto incredibilmente difficile, i tentativi in questo senso si faranno rari e puniti in modo tempistico e grave: osservare le regole diverrà rapidamente un'abitudine. Sarà dunque l'obbedienza spontanea a rendere inutile lo Stato ed a portarlo alla distruzione completa. Ecco la seconda fase, quella superiore, della società comunista. Quale sarà la rapidità di questo sviluppo? Lenin dice: non possiamo saperlo.



CAPITOLO 5

 "LA MIA BATTAGLIA" DI HITLER

Hitler, capo del partito operaio-tedesco-nazional-socialista, si dedica alla sua opera "Mein Kampf" durante i 5 anni di detenzione a cui fu condannato dopo il fallito colpo di stato di Monaco del 9 novembre 1923. L'opera è in due volumi: il primo (intitolato "Bilancio") è autobiografico, il secondo (intitolato "Il Movimento") è essenzialmente teorico.

Autobiografia: Hitler nasce nel 1889 a Braunau sull'Inn (cittadina di frontiera), fa mediocri studi tecnici, perde entrambi i genitori tra i 13 ed i 15 anni ed è scartato dalla Scuola di Belle Arti di Vienna.

Comincia a lavorare come manovale a Vienna (un feudo della social-democrazia marxista) ma sarà costretto a cambiare cantiere perché non accetta di aderire al sindacato e si isola sempre più. Rispetto al marxismo, lo disgustano i termini e ne ritiene false le conclusioni economiche. Scopre che il capo della social-democrazia è l'ebreo; tutti gli opuscoli social-democratici sono di autori ebrei, proprio come Marx. Entra in lui la convinzione che difendendosi dall'ebreo, combatte anche per difendere l'opera del Signore.

Al termine di questa fase della sua vita ritiene che i pericoli che minacciano il popolo tedesco sono tre: marxismo, giudaismo e parlamentarismo (perché una nazione produce un vero uomo di stato solo in via eccezionale, e non può produrne più di cento tutti in un colpo).

Il partito cristiano-sociale si rendeva conto dell'importanza della questione operaia ma disconosceva la potenza dell'idea nazionalista; il partito pangermanico era nazionalista ma non abbastanza sociale da strappare le masse al marxismo. La soluzione giusta per Hitler era il nazional-socialismo.

Nella primavera del 1912 Hitler si istalla a Monaco e si guadagna la vita dipingendo e vendendo acquarelli (ha 23 anni). Nel 1914 scoppia la guerra ed Hitler esulta per il risveglio del patriottismo nella classe operaia tedesca: entra volontario nella fanteria bavarese. Nell'ottobre del 1918 la Germania si arrende e non esiste più l'impero. Per Hitler sono giornate terribili. Decide di diventare uomo politico.

Entra in contatto con il  Partito Operaio Tedesco di Monaco, ne diviene membro, lo riorganizza e ne cambia il nome in Partito Operaio Tedesco Nazional-Socialista; gli assegna un programma in 25 punti. Il colpo di stato del 9 novembre 1923 fallisce miseramente: muoiono 16 membri del partito e Hitler è ferito e arrestato. Il partito è disciolto e messo fuori legge, ma il suo capo aveva ormai un'aureola di eroe sfortunato e tradito. Durante la sua detenzione può scrivere un libro per esporre la sua dottrina ed illustrarne il processo di formazione.

Il programma in 25 punti del Partito Nazional-Socialista era il primo manifesto del razzismo:

  • rigenerazione razziale (distinzione tra uomini di sangue tedesco e non tedeschi, tra cui gli ebrei);
  • riforma del sistema di insegnamento, che doveva inculcare l'idea dello stato;
  • denuncia della corruzione parlamentare;
  • libertà di ogni confessione religiosa purché non mettano in pericolo l'esistenza dello stato;
  • riunione dei tedeschi in una grande Germania.

Si tratta di un programma assurdo, contraddittorio e di una accozzaglia demagogica.

Ma Hitler vuole apportare una nuova concezione del mondo, che si basa su un postulato indimostrato e indimostrabile: la superiorità della razza ariana. La grandezza dell'ariano risiede in particolare nel suo idealismo, nella sua capacità di sacrificarsi per i suoi simili. Il peccato supremo contro la volontà del Creatore è l'incrocio razziale. Lo stato, secondo Hitler, non è lo stato liberale: è uno stato antiliberale, antiparlamentare, antipartitico, fondato sul principio del Capo, della Guida (Fuhrer) ed il cui motore è il Partito Unico. Stato anti-marxista, anti-egualitario, gerarchico e corporativo. Lo stato non è dotato di alcun prestigio speciale: il prestigio è riservato al popolo (Volk).

Disgraziatamente - sostiene Hitler - il popolo tedesco non ha per base una razza omogenea, a causa di contaminazioni successive che hanno decomposto il suo sangue e la sua anima e che è costata al popolo il dominio del mondo. Lo scopo dello Stato è riunire, conservare e proteggere i residui uomini di pura razza nord-ariana (o nordica); lo stato deve vegliare affinché cessi assolutamente ogni nuovo incrocio razziale. Lo stato razzista farà in modo che solo l'individuo sano possa procreare, gli altri saranno sterilizzati per impedirne la riproduzione. I mezzi per raggiungere lo scopo sono due:

  • la propaganda indirizzata alle masse: caratterizzata da fanatismo che sferza l'anima della folla, non da conoscenza oggettiva delle verità scientifiche. Sarà di basso livello intellettuale perché rivolta alle masse, unilaterale e senza alcuna differenziazione;
  • l'educazione rivolta agli individui: corpi perfettamente sani attraverso allevamento appropriato; poi formazione del carattere (forza di volontà, capacità di decisione, gusto della responsabilità e del rischio); infine cultura delle facoltà intellettuali. Il Reich avrà bisogno di combattenti, non di intellettuali. L'idea da inculcare è quella della Razza. Al termine del servizio militare al giovane tedesco è consegnato il diploma di cittadino del Reich.

Sul fronte della politica estera la Francia è e rimane il nemico da temere e isolare, mentre deve essere ricercata l'alleanza con Inghilterra e Italia. La politica espansionistica è orientata a Est, verso la Russia dalle immense pianure, ormai matura per il crollo: è il tema del popolo senza spazio, della conquista dello spazio vitale per la razza dei padroni.







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