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IL CONSIGLIO EUROPEO

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IL CONSIGLIO EUROPEO

 

 

Gli intergovernativisti, e in special modo il più agguerrito di loro, Moravcsik, non hanno dubbi: se qualcuno governa l'UE, nel senso che ne orienta il mutamento e ne decide le scelte più importanti, questo è il Consiglio Europeo, sono cioè gli stati membri ed i loro governanti. Si può in effet 656d35g ti rilevare come molte scelte importanti siano state fatte e si facciano esclusivamente con il consenso degli stati membri ed inoltre è innegabile che il Consiglio disponga di notevole potere e lo eserciti: la nomina della Commissione Europea. Il Consiglio non è tecnicamente il governo dell'Europa ma, nella misura in cui la Commissione riesce ad essere il governo dell'Europa, è il Consiglio che la nomina. In ogni caso bisogna tenere conto del fatto che il Parlamento deve essere tenuto seriamente in conto sia per la nomina del presidente che per quella dei vari commissari. Più precisamente, i governi degli stati membri nominano il presidente della Commissione dopo una consultazione con il Parlamento, presumibilmente intesa non soltanto a capirne le preferenze, ma anche ad assumerne le differenze/diffidenze. La nomina deve tenere conto anche dei criteri geo-politici. Purtroppo, pur avendo acquisito ed esercitato, in maniera che non è stata, peraltro, ritenuta pienamente soddisfacente, il potere di indagare sulle competenze, sulle politiche, sulle personalità dei commissari con apposite udienze, il Parlamento non ha il potere di costringere alle dimissioni i singoli commissari. Il Parlamento, dunque, si ritrova con un potere dimezzato che si può esprimere in un voto negativo di sfiducia, per di più in blocco e con la difficile maggioranza dei 2/3, ma che non si può tradurre nella possibilità positiva di investitura della Commissione e del suo presidente. E' evidente che questa situazione costituisce un delicato punto di equilibrio fra la prospettiva intergovernativa, che sottolinea e ribadisce il potere degli stati membri, e la prospettiva sopranazionale, che auspica la necessità di accrescere i poteri del Parlamento Europeo ovvero, meglio, del circuito che lega Parlamento e Commissione, e viceversa.



La produzione legislativa si dipana essenzialmente attraverso tre procedure:

-         consultazione

-         cooperazione

-         codecisione (introdotta da Maastricht)

Con la codecisione il Parlamento avrebbe acquisito più potere rispetto al Consiglio ed è estesa ad una pluralità di materie. Inoltre, operando di comune accordo la Commissione ed il Parlamento potrebbero esercitare maggiore influenza politica sulle posizioni assunte dal Consiglio.

La procedura legislativa può essere descritta a partire dalla iniziativa della Commissione, che propone la regolamentazione di una specifica area politica oppure un insieme di norme oppure alcune modalità di intervento. Si noti che, dopo Amsterdam, vige il principio di sussidiarietà, secondo il quale l'UE e, quindi, la Commissione non interverrà in nessuna delle aree nelle quali gli stati membri sono in grado di operare in modo soddisfacente, mentre potrà intervenire laddove i singoli stati membri si dichiarino o si rivelino inadeguati.

E' cittadino europeo semplicemente chi è cittadino di uno stato membro dell'unione. Quanto al territorio, sono in corso continui allargamenti. E' ovvio che l'allargamento comporterà conseguenze significative specialmente per quanto riguarda il Parlamento e la Commissione. Per il Consiglio il problema è già più relativo. Semmai, si porrà il duplice problema, da un lato di una eventuale riponderazione dei voti, dall'altro delle modalità di votazione. E' logico che si dovrà pervenire alla sostanziale abolizione delle materie sulle quali è ancora richiesta l'unanimità e a una cospicua estensione del voto a maggioranza, anche qualificata. A tutela di alcuni interessi nazionali degni di particolare attenzione, è plausibile ipotizzare l'introduzione di meccanismi di doppia maggioranza applicando i quali le decisioni vengono prese tenendo conto sia del numero degli stati che della popolazione complessivamente rappresentata. L'Europa a due velocità, l'opting out (chiamarsi fuori) ha una sua utilità consentendo, al tempo stesso, che alcuni stati non vengano bloccati nei loro desideri e nelle loro capacità di procedere insieme e che altri stati abbiano il tempo per adattamenti, per ripensamenti e per ricongiungimenti con gli stati più veloci. Il trattato di Amsterdam ha previsto che i parlamentari europei non possono superare il numero di 700, con l'ingresso dei nuovi stai membri, quindi, bisognerà procedere ad una redistribuzione dei seggi.

Il problema da risolvere al meglio sarà quella della fusione/separazione fra esecutivo e legislativo, fra governo e parlamento. Sappiamo che la fusione è rappresentata dal modello Westminter mentre la separazione delle istituzioni, caratterizza invece il presidenzialismo statunitense e le sue imitazioni. Quanto alla Commissione, Delors ha proposto l'elezione popolare diretta del presidente che si sceglierebbe i suoi commissari. Secondo Hix la soluzione presidenzialista si dovrebbe fondare su candidature politico-partitiche. La proposta di Hix mira a conseguire tre obiettivi: accrescere la legittimità e il potere del presidente della Commissione, rivitalizzare i partiti politici in chiave europea, consolidare le basi di sostegno parlamentare del presidente della Commissione. Pertanto, Hix suggerisce che le candidature debbano essere sottoscritte da almeno un partito rappresentato in Parlamento in un buon numero di stati. Insomma si vuole portare in Europa la politica. Ripartendo dai partiti sarebbe possibile far procedere l'unificazione politica del continente. Insomma, è plausibile che il migliore modello di governo dell'Europa prossima ventura sia, a prescindere dalle opzioni istituzionali più precisamente delineabili, quello del party government. Vanno rispolverati i partiti e quanto alle scelte politiche e legislative effettuate in ambito europeo, anche se è vero che il sistema politico complessivo ha finora funzionato grazie ad un accordo europeista di fondo fra i socialisti e i popolari, è altrettanto vero che di recente, questo accordo su temi rilevanti, il più importante dei quali è la riforma del welfare, con particolare riferimento alle pensioni e alla disoccupazione, si sta divaricando secondo differenziazioni partitiche. In questo modo, il modello del party government sembra in grado di offrire agli elettori, anche a livello europeo, alternative legislative e possibilità di scelta.



Nella misura in cui democrazia significa applicazione delle procedure elettive alle istituzioni di rappresentanza e di governo, nessuna delle tre specifiche istituzioni europee può vantare un alto livello di democrazia. Nonostante le critiche che abbiamo già descritti, il Parlamento Europeo presenta un deficit democratico/elettorale certamente inferiore a quello delle altre due istituzioni, ma gode anche di poteri reali chiaramente inferiori a quelli del Consiglio Europeo e della Commissione Europea. Va anche detto che il Parlamento Europeo viene considerato scarsamente influente sulle politiche europee, non funziona il meccanismo democratico classico che consiste nel premiare chi, gruppi parlamentari, singoli parlamentari, partiti, ha operato meritoriamente a livello europeo e nel punire chi ha, invece, demeritato. Insomma bisognerebbe, come già accennato, cambiare la dinamica delle elezioni europee creando una vera competizione europea fra partiti transnazionali. Il deficit democratico del Consiglio attiene piuttosto al rapporto esistente fra i governi dei singoli stati e i loro elettorati con specifico riferimento alle tematiche europee. Non esiste il circuito democratico della proposta europeista dei governanti e delle opposizioni ai propri elettorati, e non esiste la possibilità di risposta degli elettorati. Insomma i singoli governanti nazionali, in politica europea, agiscono più da fiduciari che da delegati. Gli elettorati non possono incidere neppure sull'altra istituzione che esercita notevole potere esecutivo: la Commissione Europea. Sarebbe probabilmente utile distinguere fra un deficit democratico in entrata e un deficit democratico in uscita. In entrata, il deficit democratico si riferisce alla scarsa/nulla influenza degli elettori, con tutte le differenze sopra indicate, sulla formazione/composizione delle tre principali istituzioni europee. In uscita, il deficit democratico dovrebbe essere riferito alla politica e alle politiche dell'UE. Possiamo affermare che gli elettori europei sono consapevoli che esistono problemi la cui soluzione non si trova più dentro i confini nazionali, ma che possono essere affrontati e risolti esclusivamente a livello europeo; la disoccupazione, la pace e la sicurezza, la povertà e l'esclusione sociale, la criminalità ed il traffico di stupefacenti. Inoltre bisogna ricordare che sono i cittadini dei paesi che esprimono maggiore soddisfazione nei confronti della rispettiva democrazia nazionale, svedesi, danesi, inglesi, finlandesi, austriaci e tedeschi, ad esprimere contemporaneamente, minore soddisfazione nei confronti della democrazia nell'UE. Di qui il rischio che, fintantoché la democrazia dell'UE non diventerà effettiva, questi cittadini rimarranno euroscettici e non sposteranno la loro valutazione e il loro impegno. Possiamo quindi concludere affermando che soltanto incisive riforme istituzionali mirate a produrre una democrazia sopranazionale funzionante in continuità con illustri esperienze democratiche nazionali potranno convincere alcuni riluttanti elettorati nazionali a sostenere anche l'UE. Parimenti, soltanto prestazioni efficienti dell'UE a favore dei prossimi stati membri potranno colmare il probabile sentimento di impotenza democratica dei loro cittadini. Insomma l'avventura europea dovrà garantire sia un miglioramento della qualità della vita che un miglioramento della qualità della democrazia.



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