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SOCIOLOGIA DEL MERCATO DEL LAVORO - NATURA E STRUTTURA DEL MERCATO DEL LAVORO - Il mercato di una merce particolare

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SOCIOLOGIA DEL MERCATO DEL LAVORO

CAP 1: NATURA E STRUTTURA DEL MERCATO DEL LAVORO

Il mercato di una merce particolare

Con mercato del lavoro si indicano i meccanismi che regolano l'incontro tra i posti di lavoro vacanti e le persone in cerca do occupazione, e determinano i salari pagati dalle imprese ai lavoratori.

La nuova sociologia economica ha messo in discussione la validità del concetto di mercato secondo le classiche regole perché dovrebbe essere una merce anonima, dovrebbero esserci solo relazioni di scambio su un piano di parità tra chi vende e chi compra, il prezzo (cioè il salario) dovrebbe svolgere una funzione di riequilibrio tra domanda e offerta e tutti i sogget 333d31d ti dovrebbero seguire i criteri della razionalità economica; nessuna di queste condizioni però si verifica pienamente nel mercato del lavoro.

Il prezzo (salario) non svolge la classica funzione di riequilibrio tra domanda e offerta perché la struttura delle retribuzioni non è determinata all'interno del sistema economico, bensì da fattori sociali e consuetudini oltre che dall'azione dei sindacati e del potere pubblico.



Comunque un'eventuale salario di equilibrio sarebbe inferiore a quello esistente e non assicurerebbe quindi il sostentamento come invece previsto dalla Dichiarazione di Filadelfia in cui si dichiara che il lavoro non è una merce e che ad ogni lavoratore deve essere assicurata una retribuzione equa, cioè sufficiente a consentire un decoroso tenore di vita.

Ma non sono soltanto l'equità, l'azione sindacale o l'intervento pubblico a determinare un livello dei salari sempre superiore a quello di equilibrio tra domanda e offerta di lavoro e quindi un eccesso di offerta, vale a dire disoccupazione.

C'è la teoria del salario di efficienza per cui le imprese pagano un salario superiore a quello di mercato sia per procurarsi i lavoratori migliori sia per spingerli ad una maggiore produttività, vuoi per la paura di essere licenziati e di non ritrovare un posto altrettanto ben pagato, vuoi per giustificare l'alta retribuzione. Anche secondo l'approccio insider-outsider l'impresa non ha interesse a esporre i propri lavoratori alla concorrenza dei disoccupati al fine di ridurre i salari, poiché rischierebbe di incrinare la collaborazione raggiunta e perciò di danneggiare la produttività.

Il ridotto effetto della disoccupazione sui salari si può spiegare anche dal lato dell'offerta di lavoro che spiega come sia interesse anche dei lavoratori disoccupati cooperare e non fare concorrenza agli occupati offrendosi a salari inferiori a quelli correnti perché il lavoro non è solo retribuzione ma anche status sociale e autostima.

A loro volta la domanda e soprattutto l'offerta di lavoro non dipendono che in parte dal livello delle retribuzioni d'altronde la produzione della forza lavoro è regolata da fattori demografici, sociali e culturali: la quantità dei lavoratori in cerca di occupazione non è certo l'esito di calcoli sulla vendibilità della forza lavoro disponibile sul mercato.

La relazione tra offerta di lavoro e salario risulta indeterminata a seconda che prevalga l'effetto di sostituzione tra tempo libero e sforzo lavorativo oppure quello di reddito. L'aumento delle possibilità di guadagno può modificare le convenienze tra lavoro e ozio e quindi spingere il lavoratore a rinunciare a parte del tempo libero (effetto di sostituzione) ma quando si supera un certo livello di reddito e di possibilità di consumo, il tempo libero per il lavoratore può riacquistare maggiore importanza; perciò un ulteriore aumento di salario può ridurre l'impegno di lavoro (effetto di reddito).

Nelle tradizionali critiche all'uso del concetto di mercato si sostiene come tra lavoratori e imprese non vi sia una normale relazione di scambio, ma un rapporto di forza asimmetrico.

Mentre i lavoratori sono liberi solo formalmente di vendere la propria forza lavoro, perché in caso di bisogno non ha altra scelta, gli imprenditori non sono costretti ad acquistare la forza lavoro offerta, perché possono ugualmente vivere consumando il proprio capitale o possono ridurre la loro dipendenza dall'offerta aumentando l'uso di impianti "risparmiatori di lavoro".

Per le imprese è più facile spostare un investimento da una località all'altra o modificare i requisiti professionali richiesti mentre non è altrettanto facile per i lavoratori emigrare o mutare qualificazione.

SU tale asimmetria si fonda una relazione sociale di potere degli imprenditori sui lavoratori. L'intervento di un'autorità esterna al mercato, quale lo Stato, ha riequilibrato i rapporti tra imprenditori e lavoratori, non solo garantendo il diritto alla coalizione sindacale e regolamentando l'impiego della forza lavoro, ma soprattutto assicurando con i sussidi di disoccupazione uno zoccolo di sicurezza economica che consenta di resistere più a lungo senza salario.

Contrariamente a quanto accade negli altri mercati la relazione tra le parti non si esaurisce nel momento dello scambio, ma prosegue nella fase di uso della forza lavoro nel processo produttivo, dove diventa relazione di forza, cioè di controllo o di conflitto sulle condizioni di erogazione della prestazione lavorativa.

Il lavoratore deve anche voler lavorare; quindi il problema essenziale di ogni impresa od organizzazione consiste nell'indurre il lavoratore, come soggetto di forza lavoro, alla cooperazione.

L'epoca della forza lavoro anonima, qualificata solo da capacità acquisite di ordine professionale, che ha contraddistinto la nascita e lo sviluppo della stagione della grande industria, sembra ormai declinate di fronte al ritorno di quello che è stato definito "mercato della vita", in cui si scambia non soltanto capacità lavorativa, bensì l'intera personalità del lavoratore con tutte le sue caratteristiche ascritte.

Se la forza lavoro è una merce che vive e pensa ci si può chiedere se le sue scelte possono essere tutte comprese secondo il paradigma della microrazionalità individuale e strumentale.

La posizione di una persona nel mercato del lavoro è essenziale per la sua più generale identità sociale, quella del lavoro è una scelta cruciale, per la vita, che coinvolge cioè l'intera personalità del lavoratore e dalla quale è impossibile o comunque non facile tornare indietro.

Perciò queste decisioni non possono essere trattate con il modello delle scelte razionali, che presuppone la reversibilità delle scelte e la stabilità nel tempo delle preferenze.

Si deve aggiungere anche che queste decisioni cruciali sono prese di regola in condizioni di informazione scarsa e quindi di grande incertezza oltre che di tensione emotiva.

Ora la posizione di una persona sul mercato del lavoro è senza dubbio centrale per la sua identità, mentre il rinvio alle cerchie di riconoscimento risulta coerente con l'importanza delle reti di relazioni sociali, spesso richiamata per comprendere quanto accade nel mercato del lavoro.

Mercato del lavoro e società

Non si può dimenticare infine che il mercato del lavoro pone problemi che vanno ben oltre quello dell'allocazione della forza lavoro. Sia per Marx che per Weber il mercato del lavoro costituisce ancora il meccanismo centrale della distribuzione sociale poiché oltre a redditi e funzioni lavorative, distribuisce anche posizioni sociali. Recentemente a questo approccio sistemico-funzionalista che spiegava il mercato del lavoro in relazione ai problemi di riproduzione della società, se ne è sostituito uno interazionista che vede il mercato del lavoro come un luogo in cui interagiscono le strategie di azione dei soggetti collettivi (Stato, sindacati, organizzazioni imprenditoriali).

Noi quindi guardiamo al mercato del lavoro come ad un prodotto della società.



La difficoltà di definire figure sociali contigue e ambigue

Il mercato del lavoro è popolato da occupati e disoccupati, mentre si suole definire inattivo chi ne è escluso e perciò non è né occupato né disoccupato.

Ogni classificazione comporta due operazioni logiche - definire i concetti e identificare le caratteristiche per poter collocare un soggetto - e un'operazione pratica - predisporre gli strumenti operativi per rilevare tali caratteristiche.

-OCCUPATI: se occupato è chi svolge un lavoro, si tratta di definire quale attività umana si possa considerare lavorativa. Sen propone tre criteri per definire il concetto di occupazione: 1) capacità di dare reddito alla persona occupata, 2) produzione di beni o servizi utili e 3) riconoscimento sociale e personale.

Secondo le norme internazionali sono considerate occupate sia le persone con un impiego salariato che sono al lavoro o comunque hanno un legame formale con il proprio impiego, sia quelle che svolgono un lavoro in vista di un profitto o di un guadagno della famiglia con periodo di riferimento di una settimana. Tale criterio è stato adottato quando l'occupazione stabile a tempo pieno era la regola nei paesi industriali e la principale preoccupazione era quella di misurare il livello di disoccupazione come situazione estrema di mancanza totale di lavoro. Ora la situazione è molto cambiata e la gamma dei possibili livelli di partecipazione al lavoro è amplissima: dalle attività occasionali e marginali al superimpegno di chi ha più di un lavoro. Un fenomeno importante è la sotto occupazione di chi sarebbe disponibile a lavorare più intensamente ed è di fatto alla ricerca di un lavoro più impegnativo.

L'aspetto più intrigante sta nel grado di volontarietà di una partecipazione ridotta al lavoro.

-CHI E' IN CERCA DI LAVORO: ancor più complesso è il concetto di disoccupato, per definirlo si possono usare 4 dimensioni: 1) condizione economica cioè non avere un'occupazione, 2) attività cioè essere alla ricerca di un'occupazione salariata o avviare un'attività indipendente, 3) attitudine cioè essere disponibile ad accettare un lavoro alle condizioni esistenti e 4) stato di necessità cioè avere un bisogno di procurarsi un reddito.

Se ne può aggiungere una quinta poco rilevante in Italia, ma non in altri paesi europei dove i sussidi di disoccupazione sono più diffusi ed è una condizione amministrativa cioè essere registrato negli uffici pubblici di collocamento e ricevere un'indennità di disoccupazione o altre forme di assistenza.

Quando tutte queste dimensioni sono presenti contemporaneamente, non vi è dubbio sul riconoscimento dello stato di disoccupazione.

SI è già parlato dell'area grigia della sotto-occupazione in termini di ridotto orario di lavoro. Ma esiste anche una sotto-occupazione definita in termini dinamici, poiché i confini tra la condizione di occupato, disoccupato e inattivo sono labili e attraversati da molte persone più volte durante un anno. Questo fenomeno è particolarmente importante in Italia, ove larghe fasce di donne, giovani e anziani alternano occupazioni stagionali e occasionali a periodi di disoccupazione oppure di inattività, volontaria o dovuta alla difficoltà di trovar lavoro fuori stagione. Esistono anche situazioni ambigue cioè figure che si collocano a cavallo delle due condizioni. La prima è quella ormai classica di chi è alla disperata ricerca di un lavoro stabile e a tempo pieno ma nel frattempo si arrangia con lavori precari e irregolari.

La totale dissociazione tra i due mercati del lavoro, quello delle attività sommerse e dell'autoimpiego da quello dei posti regolari e stabili da vita al termine disoccupati-occupati.

Una situazione ancora più ambigua è la situazione dei lavoratori in cassa integrazione per anni senza alcuna possibilità di rientro in azienda può stare a cavallo anche della posizione di inattività. Sul piano giuridico, i cassaintegrati rimangono dipendenti dell'azienda. In Italia i cassaintegrati sono classificati tra gli occupati, sebbene in altri paesi lavoratori nelle stesse condizioni di fatto sarebbero stati licenziati e figurerebbero come disoccupati, sia pur con un'elevata indennità di disoccupazione. Quanto al reale comportamento di un cassaintegrato, può essere quello di un inattivo (qualora continui a sperare in un rientro al lavoro, attenda il prepensionamento o regredisca a ruolo di casalinga), di un disoccupato (se in cerca di altra occupazione) e addirittura quello di un occupato (se svolge un lavoro in nero).

In Danimarca sono considerati occupati i giovani che frequentano  percorsi di alternanza scuola/lavoro, cosicché i tassi di occupazione dei teenager e dei ventenni danesi sono i più alti nel mondo. In Gran Bretagna e in Francia dove sono molto diffusi stages e lavori a termine per i disoccupati, è aperta la discussione se considerare occupati o disoccupati coloro che svolgono un'attività nel quadro di programmi pubblici.

Per i maschi adulti l'alternativa si pone soltanto tra lo stato di occupato e quello di disoccupato, poiché le aspettative sociali non prevedono l'abbandono del ruolo di lavoratori tranne che per motivi di salute. Non succede altrettanto per i giovani che possono essere studenti, per gli anziani, che possono essere ritirati dal lavoro e infine per le donne che possono identificarsi nel ruolo di casalinghe.

La linea tra inattività e ricerca di lavoro è da sempre problematica. Le questioni sono due: l'intensità della ricerca e la disponibilità verso mansioni inferiori alle attese e/o verso particolari condizioni di lavoro (orario e luogo). Cercare un lavoro è un'attività costosa, se non altro in termini di tempo e di impegno psicologico; perciò tra le persone che non hanno un bisogno assoluto di lavorare per motivi di reddito o di ruolo sociale, il comportamento di ricerca può diventare sempre meno intenso sino a cessare del tutto quando le difficoltà di trovare un lavoro si rivelano insormontabili. Si ha così la figura dello scoraggiato cioè di chi è disponibile a lavorare, ma non cerca un lavoro perché convinto di non riuscire a trovarlo. In assenza di azioni di ricerca costoro sono considerati inattivi.

Per contro il comportamento di ricerca può essere molto attivo, ma fortemente condizionato dal tipo di lavoro oppure da alcune sue modalità, ad esempio il giovano istruito che non è disposto ad entrare stabilmente nel mercato del lavoro dequalificato o della donna adulta che cerca soltanto un'attività a tempo parziale o vicino alla propria residenza.

Vi sono poi i casi di chi svolge attività saltuarie nell'azienda familiare e degli studenti o dei pensionati che fanno lavori occasionali e/o part time.




Dunque, non solo i concetti di occupato, disoccupato e inattivo presentano confini sfumati ma vi sono anche figure sociali non secondarie che stanno a cavallo di questi concetti.

Il tasso di disoccupazione maschile raddoppierebbe nel caso in cui fossero inclusi i detenuti nel calcolo.

Non esiste una sola misurazione della disoccupazione, occorre partire dal motivo per cui la disoccupazione si studia, quindi costruire delle ipotesi interpretative e soltanto allora predisporre le categorie concettuali prima e statistico-operative poi con cui definire la disoccupazione e poterla misurare.

La disoccupazione può essere considerata un indicatore di:

1)     disponibilità a rispondere a bisogni della domanda di lavoro, in questo caso bisognerà distinguere il breve dal medio periodo per tener conto degli scoraggiati e delle condizioni che alcune persone pongono alla loro ricerca;

2)     squilibrio tra domanda e offerta di lavoro per particolari qualifiche professionali, settori o aree territoriali;

3)     mancato utilizzo del potenziale di risorse umane disponibili a produrre: nel vuoto occupazionale vanno inclusi non soltanto coloro che sono alla ricerca di lavoro, ma anche gli occupanti che, non per propria scelta, lavorano a orario ridotto e più in generale tutti i sotto-occupati, come gli stagionali, poiché il criterio è l'adeguatezza della produzione rispetto alle potenzialità produttive della forza lavoro;

4)     Disagio del lavoratore: tale stato può essere economico (mancanza di reddito) oppure psicologico (frustrazione);

5)     Tensione nel sistema di relazioni industriali e in quello economico: si tratta di vedere in quale misura chi cerca lavoro entra in concorrenza con gli occupati e le conseguenza sulla dinamica dei salari e dei prezzi;

6)     Tensione nel sistema sociopolitico: il problema è diverso dal precedente qualora le persone in cerca di lavoro presentino caratteristiche molto differenti per cui non entrano in competizione con gli occupati.

Infine si può pensare che l'uso dello stesso concetto di disoccupazione in sistemi economici territoriali molto diversi sia fonte di distorsioni sul piano delle valutazioni. Si tratta di una posizione estrema ma è opportuno usare una certa prudenza quando il confronto interessi mercati del lavoro del tutto differenti.

Dai concetti alle rilevazioni statistiche

Nei paesi economicamente avanzati lo strumento principale per raccogliere informazioni su occupati, disoccupati e componenti inattivi della popolazione è l'indagine sulle forze di lavoro.

La consueta classificazione della popolazione italiano secondo l'indagine sulle forze di lavoro è:

1. OCCUPATI suddivisi in:

1.1 occupati dichiarati

1.2 altre persone con attività lavorativa i quali pur dichiarandosi studenti, casalinghe o pensionati hanno effettuato almeno un'ora di lavoro nella settimana precedente.

2. PERSONE IN CERCA DI OCCUPAZIONE suddivise in:

2.1 disoccupati in senso stretto che per qualunque motivo hanno perso un precedente lavoro.

2.2 in cerca di prima occupazione, che non hanno mai avuto un precedente lavoro

2.3 altre persone in cerca di lavoro, che, pur essendosi autodefiniti studenti o altro hanno successivamente dichiarato di cercare lavoro.

La somma degli occupati e delle persone in cerca di occupazione costituisce la popolazione attiva o forze di lavoro, cioè l'offerte di lavoro.

D'altra parte, gli occupati coincidono di fatto con la domanda di lavoro, che dovrebbe comprendere anche i posti di lavoro vacanti per indicare l'ammontare di lavoro che le imprese vorrebbero immettere nello loro produzione.

3. NON FORZE DI LAVORO - POPOLAZIONE NON ATTIVA che si suddivide in:

3.1 popolazione in età non attiva, quindi fino a 15 anni e dopo i 64 anni.

3.2 popolazione non attiva benché in età attiva (studenti, casalinghe, pensionati, inabili.)

Una considerazione solo in apparenza tecnica riguarda la popolazione coinvolta. Il campione di famiglie intervistate è tratto dalle anagrafi comunali; perciò sono di fatto esclusi, oltre ai senza dimora, buona parte degli immigrati. Dal 1993 si utilizza la cittadinanza.



L'intervista a volte non è la migliore soluzione perché basta insistere per avere risposte molto diverse.

Le differenze tra l'indagine italiana e quelle degli altri paesi europei non sono poche; tuttavia per lo più sono di minor rilievo e non comportano seri problemi di confronto se si guarda ai valori relativi alle principali grandezze e soprattutto si ragiona in un'ottica di lungo periodo. Fa eccezione il modo di rilevare l'intensità della ricerca di lavoro, che incide sulla definizione di disoccupazione. Su questo punto si registrava una diversità tra l'indagine italiana e quella degli altri paesi UE, eliminata con l'adozione del nuovo questionario dal 1993.

Secondo le convenzioni internazionali per essere considerato in cerca di lavoro bisogna non solo essere senza occupazione e disponibile a lavorare, ma anche svolgere specifiche azioni di ricerca.

Logicamente simile all'indagine sulle forze di lavoro è il censimento della popolazione, ma vi sono due rilevanti differenze pratiche: nel censimento sono intervistate tutte le famiglie, non solo un campione, e il questionario è compilato dallo stesso intervistato. Il censimento è perciò l'unico strumento per compiere un'esaustiva analisi dei mercati del lavoro ma purtroppo è condotto ogni 10 anni.

In alcuni paesi europei si suole misurare la disoccupazione anche sulla base delle persone registrate presso gli uffici pubblici di collocamento, cui di regola spetta un sussidio ma in Italia non è possibile perché gli iscritti al collocamento solo in piccola parte percepiscono indennità di disoccupazione.

La rappresentazione del mercato del lavoro

Occupazione, disoccupazione e popolazione inattiva sono stocks, cioè quantità misurate in un dato istante. In Italia dove l'attività economica ha un'elevata oscillazione stagionale, le indagini sono trimestrali e la loro media stabilisce i valori annui. Le variazioni nel tempo di questi stocks forniscono però soltanto una rappresentazione statica del mercato del lavoro: ci si limita cioè a confrontare due successive fotografie della distribuzione della popolazione tra le diverse condizioni, senza poter vedere i movimenti avvenuti nel frattempo.

Il modo migliore per rappresentare il mercato del lavoro è quello di vederlo come una serie di bacini d'acqua ognuno collegato all'altro da canali immissari ed emissari.

Le variazioni di uno stock dipendono dal saldo di diversi flussi in entrata e in uscita e quindi da come variano gli altri stocks.

Il volume della disoccupazione aumento o diminuisce a seconda che nel corso dell'anno la somma dei licenziati o dei dimessi volontari che cercano un altro lavoro e delle donne o dei giovani che si mettono a cercare la loro prima occupazione sia rispettivamente superiore o inferiore alla somma di chi trova un lavoro, di chi rinuncia a cercarlo o si ritira in pensione.

Le variazioni dell'occupazione sono date invece dal saldo tra posti di lavoro distrutti e creati, e cioè dalla domanda aggiuntiva, che però è spesso molto inferiore a quella sostitutiva di chi esce per sempre dal mercato del lavoro.

Perciò esiste in ogni caso una domanda per nuovi lavoratori anche se l'occupazione non aumenta.

Infine va notato che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l'afflusso principale verso l'occupazione non proviene dalla disoccupazione ma da chi l'anno prima era classificato tra le non forze lavoro.

Da un altro punto di vista in Italia esistono molte posizioni lavorative precarie quindi non tutta l'occupazione è stabile ma nemmeno tutta la disoccupazione è cronica.

Per analizzare la struttura e l'evoluzione del mercato del lavoro si costituiscono degli indici che notano le variazioni dei valori che misurano occupazione, disoccupazione e inattività.

  1. TASSO DI ATTIVITA' è dato dal rapporto tra forze lavoro e popolazione totale (tasso lordo) o soltanto in età attiva (tasso netto). Intende misurare il grado di partecipazione al mercato del lavoro di una popolazione, cioè la sua propensione a lavorare o a cercare un lavoro. Tassi di attività specifici possono essere costruiti per genere, classi di età e livelli di istruzione.
  2. TASSO DI DISOCCUPAZIONE dato dal rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro, indica quanti non trovano lavoro su ogni cento che lo cercano. Anche il tasso di disoccupazione può essere calcolato per specifiche fasce. È possibile calcolare tassi di disoccupazione considerando soltanto una o due delle tre fasce che costituiscono l'area delle persone in cerca di lavoro.
  3. TASSO DI OCCUPAZIONE dato dal rapporto tra occupati e popolazione totale o in età attiva, costituisce un indicatore non soltanto del livello della domanda di lavoro, ma anche del grado di benessere economico, poiché il suo reciproco riferito alla popolazione totale misura il numero delle persone a carico di ogni lavoratore occupato. Anche il tasso di occupazione può essere calcolato per fasce. Questo indice sta acquistando un rilievo crescente perché sta perdendo valore il tasso di disoccupazione. Infatti se da un lato molti lavoratori cercano lavoro solo se pensano di poterlo trovare e dall'altro le imprese modificano le loro richieste in base alla possibilità di trovare lavoratori da assumere, allora variazioni della domanda provocherebbero variazioni dell'offerta e viceversa, senza incidere sul tasso di disoccupazione, che non indicherebbe più il grado di utilizzazione del potenziale di lavoro realmente disponibile. L'ipotesi di una forte interdipendenza tra domanda e offerta non regge nel lungo periodo, poiché anche l'offerta di lavoro più soggetta agli effetti di incoraggiamento e scoraggiamento risponde a rilevanti fattori di ordine culturale e sociale. Tuttavia anche se il tasso di disoccupazione conserva il suo significato quello di occupazione è diventato il criterio centrale per la politica europea.

Infine i tassi di attività e di occupazione possono essere lordi o netti a seconda che la popolazione posta al denominatore includa o no anche le persone non in età attiva.







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