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Arte medievale - Nell'età romanica

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Arte medievale

Nell'età romanica la scultura assume in tutta Europa un ruolo preminente per la funzione didattica che gli viene affidata. Nelle cattedrali romaniche molti degli elementi dell'architettura come i portali, i capitelli, i pulpiti e i pontili vengono utilizzati per illustrare plasticamente le storie più importanti della religione cristiana, tratte prevalentemente dall'Antico Testamento. Spesso si tratta di raffigurazioni escatologiche di grande impatto emotivo, come i Giudizi finali o le Visioni apocalittiche. Altri soggetti molto frequentati dagli scultori di epoca romanica sono gli animali  reali, fantastici o mostruosi tratti dai Bestiari medievali. L'immagine nel medioevo serve infatti come mezzo di diffusione della fede e la scultura, con le sue forme plastiche, rilevate mediante un uso deciso del chiaroscuro, rappresenta un efficace mezzo di persuasione. La pittura trova più difficilmente il proprio spazio nell'arte romanica e comunque si presenta con variegate correnti stilistiche, in cui influenze di derivazione bizantina si mescolano con elementi di provenienza oltremontana. La pittura risulta infatti più condizionata dalla forte tradizione bizantina del passato, mentre la scultura, più libera da vincoli stilistici, sembra meglio raffigurare le esigenze della società contemporanea.

Nonostante l'arte romanica  non sia di per sé caratterizzata in senso naturalistico e realistico, si evidenzia una difficoltà particolare nella raffigurazione dei bambini. Nelle opere d'arte i bambini sono infatti poco presenti e, quando compaiono, assumono le sembianze di adulti in miniatura. Nella rappresentazione del tema della Madonna col Bambino, la Vergine viene sempre presentata con sembianze bellissime e idealizzate, mentre il Bambino, pur essendo un personaggio divino, appare spesso goffo e innaturale, come se l'artista non fosse stato in grado di rendere i suoi tratti in modo adeguato. Per dare una spiegazione a tale curioso fenomeno basti pensare che nel medioevo gli artisti non studiavano le figure dal vivo, ma si basavano su modelli "standard", generalmente di uomini adulti, adattabili anche per ritrarre figure femminili. Era quindi impensabile, né evidentemente rientrava negli interessi degli artisti, andare a ricercare modelli specifici per un 141c23b a resa vivace e naturalistica dei bambini. E' altresì vero che il bambino nel medioevo inevitabilmente era una figura inquietante: in una società con un tasso di mortalità infantile spaventosamente alto, la nascita di un bambino si trasformava spesso in un evento luttuoso. La frequenza con cui nel medioevo è raffigurato il tema iconografico della Strage degli Innocenti è del resto emblematica di un dramma fortemente sentito ed attuale.



Nell'arte romanica, e specialmente nella scultura, si assiste al fiorire di motivi decorativi astratti, spesso connotati in modo fortemente simbolico. In capitelli, portali, strombi di finestre, fregi e transenne viene introdotto, sulla base dei motivi ad intreccio o a stilizzazione vegetale di tradizione classica o barbarica, un nuovo repertorio di temi figurati, continuamente reinventati e rielaborati; sono animali fantastici e fiere d'invenzione, figure umane o mostruose (uomini-draghi, sirene a doppia coda) che popolano in abbondanza gli spazi delle chiese creando un'atmosfera carica di inquietanti suggestioni. Nonostante l'autorevole e discordante parere di San Bernardo di Chiaravalle, che si chiedeva cosa ci stessero a fare nei luoghi sacri «queste immonde scimmie, questi feroci leoni, questi esseri semiumani», la civiltà romanica privilegiò espressioni artistiche caratterizzate da una forte sintesi astratta, prediligendo la dimensione simbolica. Queste raffigurazioni di un mondo bizzarro e fantastico, proprio perché non reali e inusuali nella vita di tutti i giorni, ben incarnavano il ruolo dei simboli attraverso i quali era più facile trasmettere la lezione impartita dalla Chiesa ai suoi fedeli. Le immagini del medioevo non dovevano infatti dimostrare o convincere razionalmente, ma usavano il potere della suggestione dell'inconscio per suscitare nello spettatore un forte coinvolgimento emotivo.

La costruzione di un'architettura grandiosa e complessa come quella di una cattedrale prevedeva il lavoro coordinato di una grande quantità di operai e di diverse professionalità, sotto la direzione di un capomastro, l'antesignano del moderno architetto, cui spettava il progetto dell'opera e la responsabilità dell'esecuzione in ogni sua fase. Il capomastro era in genere affiancato da un religioso che, per la sua conoscenza della scrittura, seguiva gli aspetti contabili e amministrativi del lavoro. I compiti della costruzione venivano suddivisi all'interno della squadra di operai secondo le rispettive specializzazioni: i cavatori e i taglialegna fornivano i materiali, i tagliapietre e i maestri d'ascia li preparavano secondo la foggia desiderata, gli zappatori scavavano le fondamenta, i muratori e i carpentieri innalzavano muri e tetti, gli scalpellini, gli stuccatori e i pittori eseguivano le rifiniture, e infine i fabbri fornivano, riparavano e montavano le parti metalliche. Dall'epoca medioevale gli arnesi del muratore sono rimasti pressoché invariati; l'ulivella agganciata ad un argano ad esempio è l'attrezzo che già allora serviva per sollevare i pesanti blocchi di pietra. L'argano era in genere fissato ad una ruota che veniva azionata da un uomo camminandovi all'interno. Altro strumento del capomastro era il filo a piombo, il cui peso metteva in tensione la fune permettendo così di tracciare muri diritti. Con l'avanzare della costruzione gli operai dovevano lavorare ad altezze sempre più elevate, utilizzando precarie impalcature in legno tenute insieme semplicemente con delle corde. Le condizioni di lavoro erano molto rischiose e per questo durante la costruzione si verificavano spesso incidenti mortali.

Nell'XI secolo lo sviluppo delle attività agricole e il rifiorire dei mercati (al quale si accompagnò un deciso incremento demografico) introdussero in tutta Europa nuove ricchezze e nuove possibilità di guadagno; tali prospettive di sviluppo allettarono soprattutto gli abitanti dei borghi (i borghesi) e i contadini. I primi capirono che per commerciare di più dovevano guardare oltre i ristretti limiti del feudo e inserirsi nei grandi scambi che si svolgevano tra paesi diversi. I secondi si accorsero che la coltivazione delle terre, allargatasi un po' ovunque, aveva bisogno principalmente del loro lavoro; abbandonarono pertanto i feudi per spostarsi in luoghi che potevano offrire una migliore qualità della vita. I centri nei quali si riversò questa massa di gente furono le città, dove i mercanti  venivano ad acquistare i prodotti agricoli e artigianali. Alla base di questo fenomeno di espansione stava la particolare posizione giuridica delle città. Malgrado la loro decadenza, i centri urbani avevano infatti mantenuto alcuni antichi privilegi che li sottraevano al peso del regime feudale: tra questi il fatto che gli abitanti erano liberi e potevano possedere beni senza alcuna restrizione. Le città si configuravano quindi come il luogo ideale, dove mercanti e artigiani potevano raccogliersi per lavorare e concludere affari al riparo dai soprusi signorili.

L'aspetto delle città dell'Europa medioevale era profondamente diverso da quello dell'antica città romana di cui andavano a occupare lo spazio: non più i due assi perpendicolari del cardine e del decumano, ma un dedalo aggrovigliato di strade strette e tortuose che improvvisamente potevano tagliarsi ad angolo retto, là dove la devozione popolare aveva eretto un tabernacolo o innalzato una croce. Nelle città romane, le cui funzioni erano state prevalentemente militari e amministrative, la vita sociale aveva avuto per centri i templi, il foro, le terme, il circo; nelle città medioevali, le cui funzioni erano principalmente commerciali, i punti di riferimento erano le chiese con i loro campanili e le torri (le cosiddette "case-torri") alte fino a 60 metri, conseguenza diretta del trasferimento in città delle famiglie feudali, che avevano adottato lo stile di vita tipico del castello. La vita sociale ruotava intorno alla piazza della chiesa cattedrale, alla piazza del palazzo comunale, alla piazza del mercato e alle logge dove i membri del quartiere si riunivano per celebrare con solennità i momenti più importanti della loro vita: battesimi, nozze, funerali, adesione di nuovi membri. Le mura erano comunque l'elemento più significativo del paesaggio urbano, l'espressione politica dell'indipendenza della città; queste solitamente venivano ricostruite attorno alle mura del nucleo più antico, per inglobare i borghi che erano sorti al di fuori delle vecchie cerchia romane.  Poiché presto anche le seconde mura si erano rivelate insufficienti a contenere gli abitanti, nella seconda metà del secolo XIII in quasi tutte le città fu costruita una terza cerchia muraria, che determinò un ampliamento della superficie urbana compreso tra il doppio e il quintuplo.



Una vita più libera e facile che in campagna, una maggiore sicurezza al riparo delle mura, più possibilità di migliorare la propria posizione sociale: tutto questo attirava nelle città mercanti  in cerca di una sede stabile per il loro lavoro, artigiani certi di trovare una clientela interessata ai loro prodotti e molti contadini  ansiosi di fare fortuna. Commercio e artigianato diventarono perciò professioni cittadine e la popolazione urbana crebbe rapidamente. Queste città in cui ferveva l'attività di laboratori tessili, concerie, officine che sfruttavano dei mulini ad acqua  non erano più, come in passato, centri esclusivi di consumo e di scambio, essendo divenute ormai veri e propri centri di produzione.

L'espansione delle città di origine romana  e la nascita di nuovi centri fu un fenomeno che, pur interessando tutta l'Europa occidentale, si concentrò prevalentemente in alcune regioni: l'Italia centro-settentrionale, la Fiandra, alcune zone della Germania, l'Inghilterra meridionale, la Provenza. La più alta percentuale di "cittadini"  (circa il 30% della popolazione totale) fu registrata in due regioni: nella Fiandra e nell'Italia settentrionale e centrale (Lombardia e Toscana). In queste stesse regioni ebbe il massimo sviluppo l'industria tessile, allora considerata l'industria più importante escludendo l'edilizia. Lo sviluppo tessile nelle Fiandre fu addirittura superiore a quello dell'Italia e determinò nei secoli successivi (XIII e XIV) una stratificazione sociale più marcata. Inoltre, se in Italia le città erano di norma la sede dei nobili, che estendevano il loro potere nella campagna circostante e nel territorio della diocesi vescovile, al di fuori dell'Italia i nobili continuarono di solito (fatta eccezione per la Provenza) a risiedere nei castelli di campagna: le città divennero così nuclei urbani chiusi al mondo circostante, enti privi di carattere territoriale, centri in cui le classi elevate erano costituite unicamente da borghesi. Nelle città italiane al contrario mercanti e nobili si fusero con una certa facilità: i nobili divennero spesso mercanti e banchieri, mentre la principale preoccupazione dei borghesi che avevano fatto un po' di soldi fu quella di acquistare della terra per somigliare il più possibile a un nobile.

Con la rinascita delle città europee  centinaia di vie si popolarono nuovamente di botteghe. I prodotti artigiani, che prima erano fabbricati dagli stessi contadini nelle campagne, venivano ora fabbricati, in misura sempre crescente, nelle botteghe specializzate delle città. Per proteggere i loro interessi e i loro statuti gli artigiani si univano in associazioni chiamate corporazioni o "arti" (per esempio dei tessitori, degli orafi, dei fabbri, dei pellicciai, dei lanaioli, dei calzolai). In genere le botteghe dedite alla medesima arte si accentravano in una stessa strada o quartiere (che spesso ancora oggi dà il proprio nome ad alcune vie cittadine), in cui sorgeva anche la chiesa del santo protettore; ogni bottega era diretta da un maestro ed era composta dai compagni di lavoro (i soci) e dagli apprendisti (i discipuli). Queste associazioni avevano regole molto precise che disciplinavano i rapporti di lavoro, la concorrenza tra le varie botteghe, i requisiti per diventare apprendisti. Ulteriori norme venivano stabilite per garantire la qualità dei prodotti ed evitare le contraffazioni: le arti tenevano alto il loro buon nome e vigilavano su abusi e scorrettezze.

In questa società in evidente trasformazione i mercanti erano l'elemento più vivace e dinamico. Il commercio su lunga distanza era un'attività a rischio: attraversare una foresta, covo di banditi e di predoni, passare attraverso le terre di un signore prepotente, solcare i mari battuti da pirati richiedeva una buona dose di coraggio, e il collegamento tra commercio e avventura rimase una caratteristica tipica dell'economia medioevale, come dimostra il Milione  di Marco Polo. Al pari degli artigiani, anche i mercanti cominciarono a unirsi in associazioni che avevano come scopo non solo il commercio, ma anche la difesa dei membri. Armati di archi e di spade, i "piedi polverosi" (così furono designati i mercanti in alcune cronache contemporanee) si mettevano in cammino spingendosi sempre più lontano in paesi sconosciuti e fra genti ostili, ben consapevoli di ottenere il guadagno maggiore dalla vendita di merci nuove e rare. Vendevano e compravano di tutto (spezie, pellicce, sete, schiavi, ferro, sale, legname) e si davano appuntamento tra loro nelle grandi fiere che si tenevano a scadenza regolare nei centri d'incontro delle vie commerciali internazionali: nelle Fiandre e nella Champagne. In un mondo in cui i contatti erano sempre difficili, le fiere, che duravano alcune settimane, erano grandi momenti di confronto; in esse infatti si scambiavano merci, ma anche idee e esperienze.




Rinascita del commercio significa in primo luogo rinascita della moneta. Questo fondamentale strumento di scambio era praticamente scomparso in Europa nei primi secoli del medioevo, rimanendo in uso solo tra arabi e bizantini. In questo periodo invece le città cominciarono, sia con l'utorizzazione del sovrano sia abusivamente, a coniare e mettere in circolazione un gran numero di piccole monete d'rgento e di bronzo di vario taglio, che entrarono nel circuito degli scambi e facilitarono così transazioni e risparmio. Per consentire il commercio tra le varie regioni era tuttavia necessario poter "cambiare" le monete e questa operazione aveva luogo presso gli appositi "banchi" dei mercati e delle fiere. Gli uomini addetti al cambio si chiamavano "banchieri" e la prima testimonianza dell'uso del termine (in latino bancharius) risale al 1180, a Genova. L'attività commerciale ben presto stimolò anche la formazione di nuovi metodi di investimento. Si trattava di accordi, detti "commende", tra i detentori di capitale e i mercanti: chi possedeva denaro finanziava il mercante e in cambio dei 3/4 del guadagno si faceva carico anche delle eventuali perdite; il mercante partecipava all'accordo con la propria esperienza e il proprio lavoro, rischiando spesso la vita per ottenere la sua parte di utili. In tal modo i grandi proprietari terrieri erano spinti a investire i propri capitali in modo diverso dall'agricoltura, con la speranza di ottenere forti guadagni a breve scadenza; d'altro lato gli individui intraprendenti ma privi di mezzi erano in grado di entrare nel grande giro degli affari. Ben presto la pratica del finanziamento delle attivit^ commerciali fu assolta da veri e propri professionisti: i banchieri, che divennero i principali maneggiatori di denaro. Il loro ruolo crebbe e si formarono vere e proprie società bancarie con succursali in tutto il continente.

Vivere in città significava esporsi, più che altrove, al rischio delle epidemie, e in città, più che nelle campagne, si facevano sentire gli effetti delle carestie. Queste ultime comunque, seppure frequenti, erano fenomeni locali che raramente interessavano intere regioni: una  carestia determinava un aumento impressionante del costo dei cereali, che ora dovevano essere importati da mercati lontani, ma le autorità annonarie, con l'aiuto delle associazioni dei mercanti, riuscivano quasi sempre a debellare il flagello della fame. Una carestia era seguita quasi sempre da un'epidemia che, se mortale, si designava in genere col nome di peste. Dopo il 1150 si registrò una diminuzione della diffusione del "fuoco di Sant'Antonio", un'epidemia apparsa in Europa nel X secolo insieme alla malattia della segale, mentre i crociati portarono dall'Oriente l'infezione della lebbra che raggiunse nei secoli XII e XIII i livelli più elevati. Intanto continuavano a mietere vittime il vaiolo, il tifo, la dissenteria e il colera (che in certe città aveva raggiunto livelli endemici) ma nel complesso, già nei secoli XI e XII, la vita media degli adulti (già scampati alla mortalità infantile) si aggirava intorno ai 40-50 anni, quasi il doppio rispetto alla civiltà dell'antica Roma. Nel triennio 1347-50 l'intera Europa fu colpita da una grave epidemia di peste bubbonica, apparentemente scomparsa dalla metà dell'VIII secolo, che decimò da un quarto a un terzo della popolazione del continente. I centri urbani, nei quali la mortalità superava spesso il 50%, furono colpiti nel momento di piena espansione: emblematico è il caso della città di Siena dove la costruzione della nuova cattedrale, appena iniziata e dalle dimensioni impressionanti, non fu mai portata a termine.

Già verso la fine del X secolo accanto al latino, che continuava a detenere la sua funzione di lingua internazionale della Chiesa e del pensiero filosofico, erano apparsi nelle carte notarili e nelle iscrizioni monumentali i primi documenti in lingua popolare, o volgare (dal latino vulgus = popolo). Si trattava di una lingua nuova e diversa, nata dalla trasformazione del latino parlato dal popolo, che progressivamente si differenziò e diede vita alle lingue neolatine o romanze: lo spagnolo, il francese (nelle forme oc della Provenza e oil della Francia settentrionale), l'italiano e il rumeno. Nei secoli XII e XIII il volgare si affermò anche come espressione della cultura laica e assunse dignità letteraria e musicale, come dimostra la poesia dei trovatori e dei trovieri. La Chiesa diede il proprio apporto alla cultura "alta" con la scolastica, mentre dalle libere associazioni di maestri e studenti nei maggiori centri europei nacquero le università. Al filone alto si contrappose tuttavia un'altra cultura, diversa e autonoma: quella popolare, che si manifestava nelle feste tradizionali, nelle laudi religiose, nel carnevale, nelle leggende e nelle favole raccontate da una generazione all'altra.







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