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STORIA IN BREVE DELLA LEGISLAZIONE URBANISTICA ITALIANA DAL 1865 ALLA LEGGE URBANISTICA

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STORIA IN BREVE DELLA LEGISLAZIONE URBANISTICA ITALIANA DAL 1865 ALLA LEGGE URBANISTICA.


CAPITOLO I

Periodo 1865-1900


 





Le prime manifestazioni di una nuova concezione dell’urbanistica vengono convenzionalmente fatte risalire nell’ottocento con il decollo della civiltà industriale, che determinò lo sconvolgimento dell’aggregato urbano: alla degradazione economica si aggiunse quella igienica.

Si altera profondamente il rapporto città-campagna. La popolazione della città aumenta vertiginosamente.


Riferimenti

F. ENGELS, La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845)

L. BENEVOLO, Le origini dell’urbanistica moderna

C. DICKENS, Tempi difficili (con la descrizione di Coketown).



Dalla rivoluzione industriale nasce il diritto urbanistico. Stretto è il rapporto tra aspetti urbanistici e aspetti sanitari. Le prime norme di urbanistico-edilizia sono contenute nei regolamenti sanitari ed anche nei regolamenti edilizi, l’obiettivo principale è pur sempre quello sanitario, mediante determinazione di altezza e distanze minime, ampiezza delle finestre ecc.


In Italia le prime previsioni di una legislazione definibile come urbanistica la si ritrova, e sempre come regolamentazione a prevalente carattere igienico-sanitario:

nella legge piemontese del 7 luglio 1851, n. 1221 che prevede piani di ampliamento ed allineamento;

nella legge comunale e provinciale del 23 ottobre 1850, n. 3701, in cui vengono previsti i regolamenti di ornato e polizia, che contengono una disciplina normativa delle costruzioni.



La legislazione italiana pre-unitaria e quella del 1865 fu notevolmente influenzata dalla legislazione francese del primo ottocento. La legge napoleonica del 16 settembre 1807 aveva reso obbligatoria per tutti i comuni superiori a 2.000 abitanti la redazione dei piani generali di allineamento.


Riferimenti

I Grands travoux di Haussmann a Parigi (1853-69) basati sugli allineamenti stradali e sugli espropri delle sedi stradali e delle aree limitrofe.



Con la nascita dello Stato unitario il problema urbanistico comincia a porsi con forza anche in Italia. Il 18 agosto 1864 il Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti Pisanelli presenta alla Camera un progetto di legge contenente “disposizioni intorno all’espropriazione per causa di pubblica utilità”, ispirato dalla legge francese del 1807. Tra le disposizioni più rilevanti del progetto Pisanelli assumono rilievo:

a)     quelle che riguardano l’indicazione dei beni da espropriare e i criteri per determinare l’indennità di esproprio.

Riferimenti

Nella relazione che accompagna il progetto di legge è scritto:

“La necessità di una disposizione la quale consenta di estendere l’espropriazione ai terreni o edifizi latistanti è evidente in particolar modo per i lavori stradali nelle città. Si apre una nuova via per promuovere la costituzione di nuovi edifizi ovvero per considerazioni igieniche, per dare luce ed aria ad una agglomerazione di edifizi. L’apertura della via e la sola occupazione del suolo stradale non raggiungerebbero lo scopo. A quale pro la formazione della nuova strada se i proprietari latistanti rifiutano di costruire edifizi, ovvero dimandino per le aree su cui si può edificare prezzi altissimi che allontanano la speculazione e i capitali? L’ingente spesa per la formazione di una nuova strada sarebbe inoltre molte volte inutile, o almeno non produrrebbe quei risultati che si desiderava di ottenere, e forse aumenterebbe la deformità della città con una strada ornata di pochi edifizi e con molte aree latitanti senza alcuna costruzione.”


b)     le disposizioni, relative ai piani di allineamento, di ampliazione e di risanamento delle città.



Il progetto Pisanelli, benché positivamente valutato, non venne approvato, a seguito delle dimissioni del Gabinetto Minghetti, avvenute il 28 settembre 1864. Con legge 2 aprile 1865, n. 2215 venne approvata la delega al Governo per l’unificazione legislativa del Regno. In virtù di questa delega, venne emanata la legge 25 giugno 1865, n. 2359 sulle espropriazioni per pubblica utilità, legge ancora vigente seppure per parti, in quanto l’entrata in vigore del dPR 8 giugno 2001, n. 327, che l’abrogava, è stato prorogato, più volte, da ultimo fino al 30 giugno 2003 dall’art. 3 del D.L. 20 giugno 2002, n. 122, come convertito nella L. 1° agosto 2002, n. 185.

Con l’anzidetto provvedimento venne previsto, rispettivamente ai capi VI e VII la possibilità per il Comune di adottare piani regolatori edilizi e piani di ampliamento.



Fin dal sorgere dello Stato unitario al comune venne infatti attribuito un ruolo centrale per quanto attiene alla disciplina urbanistico-edilizia.



Poco prima l’art. 70 del regolamento 8 giugno 1865, n. 2321 d’esecuzione della legge comunale e provinciale, emanata nel marzo dello stesso anno, aveva inserito, tra le materie costituenti il contenuto dei regolamenti edilizi comunali: i piani regolatori dell’ingrandimento e di livellazione, o di nuovi allineamenti delle vie, piazze e passeggiate pubbliche.



Il piano regolatore edilizio, previsto dalla legge n. 2359 del 1865, era un piano facoltativo che i Comuni “per causa di pubblico vantaggio, determinata da attuale bisogno di provvedere alla salubrità ed alle necessarie comunicazioni” potevano adottare e doveva tracciare “le linee da osservarsi nella ricostruzione di quella parte di abitato in cui sia da rimediare alla viziosa disposizione degli edifizi”. Poteva essere redatto solo dai Comuni con popolazione superiore a 10.000 abitanti (art. 86 legge n. 2359/1865).


I piani di ampliamento erano anch’essi piani facoltativi che tutti i comuni “per i quali sia dimostrata l’attuale necessità di estendere l’abitato” potevano adottare e dovevano tracciare “le norme da osservarsi nell’edificazione di nuovi edifizi, a fine di provvedere alla salubrità dell’abitato ed alla più sicura, comoda e decorosa sua disposizione”(art. 93 della legge n. 2359/1865).



Differenze tra i due strumenti:

il piano regolatore riguardava solo gli allineamenti all’interno del vecchio centro abitato per le eventuali ricostruzioni e ristrutturazioni, determinate prevalentemente da ragioni igieniche dei quartieri già esistenti. (Dette luogo a quel nefasto fenomeno, noto come politica degli “sventramenti”, che determinò tra l’altro l’abbattimento di molte cinta murarie storiche);

il piano di ampliamento riguardava invece la realizzazione di nuovi insediamenti.



Ambedue i piani ebbero scarsissima applicazione, per motivi di ordine economico (scarsità di mezzi finanziari da parte dei Comuni), tecnico (impreparazione dei Comuni, sforniti per lo più di adeguati uffici), politico (le amministrazioni non avevano la forza di imporre certe soluzioni).



La disciplina urbanistica venne prevalentemente rimessa al regolamento edilizio, tradizionale strumento utilizzato per dare un minimo di regole. Il regolamento edilizio ebbe anzi la sua massima importanza nel secolo XIX; in prosieguo questa è andata poi man mano diminuendo a vantaggio dei piani urbanistici.



Sotto il profilo dell’effettività dal 1865 fino agli inizi del 1900 i due istituti: regolamento edilizio ed espropriazione hanno coesistito con pari efficacia per la risoluzione di problemi urbanistici. Successivamente la disciplina urbanistica si è evoluta e con la sua evoluzione si è resa gradualmente autonoma dall’espropriazione, sicché l’esproprio ha finito per perdere la sua primaria funzione urbanistica per assumere un valore strumentale rispetto a questa.



Il prevalente carattere igienico-sanitario che mantenne per tutto il XIX secolo la urbanistica, generalmente intesa come mezzo per risanare quartieri malsani e far sì che le nuove costruzioni sorgessero lungo predeterminati allineamenti stradali, è ben testimoniato dalla L. 15 gennaio 1885, n. 2892 nota sotto il titolo di “legge per il risanamento della città di Napoli”, emanata a seguito dei luttuosi eventi del 1884 che provocarono migliaia di morti a causa del colera.


Anche nelle campagne la c.d. bonifica idraulica si pose gli stessi obiettivi igienici, che nelle città si andavano ponendo i piani di risanamento.


Per tutto l’ottocento la malaria costituì infatti una delle maggiori piaghe sociali, tant’è che nel 1901 si approvò una legge, che è conosciuta, come quella sul “chinino di Stato” per la distribuzione di tale medicinale.

Solo dopo il 1900 vennero ad associarsi alle finalità sociali e sanitarie della bonifica, anche altre di carattere di sviluppo economico; nel 1911, si parlò per la prima volta in una relazione del Ministro dell’Agricoltura Sacchi di “bonifica integrale”, dando alla bonifica una nozione più estesa, ossia d’intervento globale; ed infine nel 1933 (R.D.L. n. 15) venne approvata la legge della bonifica integrale.

È proprio nel periodo compreso tra le due guerre che l’attività di bonifica si estende notevolmente; nascono gli Enti e i Consorzi di bonifica; si afferma il principio della “bonifica integrale”, che interessa anche le sistemazioni forestali ed idrogeologiche. È in questo contesto che nel 1917, in seguito anche ad una nuova legge emanata per la tutela e l’incremento delle aree boschive, che l’Associazione dei Comuni dà vita al Segretariato della Montagna, con l’obiettivo  di promuovere piani comprensoriali di sistemazione agricolo-industriale.


 




L’esperienza più notevole e urbanisticamente rilevante di bonifica, si colloca tra il 1930-1940, con la bonifica delle paludi pontine e la creazione di una nuova provincia agricola (la provincia di Littoria).

Al di là degli aspetti di propaganda politica e che furono ampiamente e retoricamente sfruttati dal regime, quell’intervento può ritenersi come il primo esempio di pianificazione regionale attuato ed anche riuscito, per la linearità degli obiettivi posti ed i risultati conseguiti. La realizzazione della città di Sabaudia (alla redazione del progetto partecipò tra gli altri l’Arch. Piccinato) è stato considerato come uno dei più significativi esempi di urbanistica moderna.


Riferimenti

Cfr. “Metafisica costruita” catalogo della Mostra su “Le città di fondazione degli anni Trenta dall’Italia all’Oltremare” (a cura di R. Besana C.F. Conti, L. Devoti e L. Prisco), Touring Editore, Milano, 2002.



Per quanto la legge n. 2892 fosse un provvedimento con finalità principalmente igieniche, queste non impedirono che l’attenzione si rivolgesse anche ai problemi essenzialmente urbanistici. Tra l’altro l’art. 14 della legge stabiliva che la disciplina del risanamento potesse essere estesa ad altre città e Comuni.

Ma la legge di Napoli è rimasta nel tempo, non tanto perché collegata a un evento doloroso, quanto per aver introdotto delle disposizioni che hanno avuto successivamente una estesissima applicazione nella legislazione speciale in materia urbanistica. Si fa riferimento all’art. 13, con il quale venne stabilito che l’indennità di esproprio fosse “determinata sulla media del valore venale e dei fitti coacervati dell’ultimo decennio purché essi abbiano data certa”. In assenza di tali fitti l’indennità doveva essere fissata “sull’imponibile netto agli effetti dell’imposta sui terreni e sui fabbricati”.



Il sistema della legge di Napoli, benché all’inizio fosse stato paradossalmente introdotto per favorire i proprietari espropriati (il valore degli immobili da demolire era infatti molto basso, in quanto trattavasi di fabbricati vetusti e fatiscenti, mentre elevato si presentava l’affitto, trattandosi di abitazioni collocate nelle zone più centrali), venne successivamente esteso con leggi speciali alle più svariate espropriazioni. Tale sistema consentiva sostanzialmente, stante il valore catastale dei beni espropriandi generalmente molto basso, di dimezzare (dimidiare) il valore dell’indennità, rispetto al criterio del “giusto prezzo che a giudizio dei periti avrebbe avuto l’immobile in una libera contrattazione di compravendita” come stabilito dall’art. 39 della legge n. 2359/1865, conformemente anche ai criteri prevististi dal coevo codice civile.



Durante il periodo in esame, ma anche successivamente per tutta quella che può essere definita la “prima età industriale”, collocabile grosso modo fino alla prima guerra mondiale, ruolo importante svolsero per le trasformazioni territoriali le seguenti istituzioni pubbliche:

    • l’istituto geografico militare, costituito nel 1872 per compilare la prima completa e razionale carta topografica d’Italia, ed
    • il Catasto, istituito per unificare i 23 catasti in vigore nel 1860 e tutti diversi per metodi di funzionamento, qualità, uffici competenti per la redazione, scala delle mappe, ecc.

Carte geografiche e mappe catastali costituirono (come costituiscono tuttora) gli elementi basilari per ogni pianificazione territoriale.



Ma ruolo trainante per il mutamento e la trasformazione del territorio nazionale venne assolto dal Ministero dei Lavori Pubblici.

Tutte le principali trasformazioni dell’assetto insediativo del Paese sono difatti legate alla realizzazione di opere pubbliche, che trovarono in detto Ministero il “costruttore” dell’assetto fisico del territorio e anche delle città.

Come ebbe a scrivere S. Jacini, Sulle opere pubbliche in Italia nel loro rapporto con lo Stato, 1869:


“Allorché fu proclamato il Regno d’Italia, la scarsezza di opere pubbliche in gran parte del nuovo Stato, l’evidenza del vantaggio immenso che dalla esecuzione loro poteva derivare alla politica, l’istinto nazionale di conservazione, il desiderio di mostrare che la differenza tra i nuovi tempi e gli antichi era grande non solo ma infinita, la illusione sulla reale ricchezza del Regno, l’inesperienza finanziaria, indussero il Paese, il Parlamento e il Governo a conferire al Ministero dei Lavori Pubblici il diploma di artefice principale dell’unità nazionale, coll’obbligo inerente di soddisfare, a breve scadenza, a tutti gli infiniti desideri che altre nazioni più ricche e in tempi calmi seppero realizzare nel corso di parecchi lustri. Senza tener conto né della proporzione in cui devono mantenersi le opere pubbliche rispetto alle condizioni del credito pubblico, né dei mezzi d’esecuzione, né della mancanza di studi predisposti, né del pericolo di pregiudicare questioni che avrebbero potuto essere riservate, né di quello di sollevare il malcontento se tutti i fatti non avessero poi potuto corrispondere ai desideri tradotti in legge, l’Italia costituita, con giovanile baldanza, decretò una moltitudine di spese per grandi lavori, a termini fissi di tempo assai prossimi, che gli emendamenti dei deputati, più smaniosi di popolarità, riuscirono spesso anche a maggiormente abbreviare


Sono di questo periodo alcune leggi fondamentali:

del 1865 la legge sui Lavori Pubblici;

del 1881 la legge per le strade comunali;

del 1882 quella per le bonifiche idrauliche;

del 1883 quella per le opere e i servizi ferroviari;

del 1885 la legge sui trasporti.


Particolarmente rilevante fu il ruolo della viabilità, affidata in prevalente parte alle province:

con legge 5147 del 1869 fu approvato un primo programma per la costruzione di 1076 Km di strade provinciali nel Mezzogiorno;

con la legge n. 2531 del 1875 fu approvato un secondo programma per la costruzione di 3208 Km di strade provinciali;

con la legge 333 del 1881 fu approvato un terzo programma per la realizzazione di 6201 Km di strade provinciali.



Ancora più rilevante fu il ruolo svolto dalla realizzazione della rete ferroviaria, che ebbe nel periodo un vorticoso sviluppo. Basti pensare alle trasformazioni indotte dalla costruzione delle stazioni ferroviarie, che

ove collocate nei centri urbani, in genere al di là delle mura, hanno generato intorno a loro il sorgere di quartieri commerciali e l’esigenza di realizzare collegamenti con la città;

ove situate in campagna sono sorte lontane dai vecchi paesi, ubicati in genere sulle alture circostanti, sicché hanno visto lo svilupparsi di insediamenti e centri abitati vicino ad esse, che hanno spesso assunto ruolo più importante dello stesso comune capoluogo,arroccato per motivi di difesa, ma anche igenico-sanitari, in alto.


La rete ferroviaria, che non arrivava nel 1860 a 2000 Km, si è sviluppata nel periodo 1861-1865 di 430 Km di media all’anno e successivamente è proseguita a ritmo accelerato tanto da presentare nel 1895 uno sviluppo di 12000 Km.

Nel 1865 era stata approvata la legge n. 2279 “del riordinamento e dell’ampliazione delle strade ferrate”, che prevedeva il passaggio di tutte le ferrovie in concessione a compagnie private.

Solo con la legge 22 aprile 1905, n 137 le ferrovie vennero “riscattate dallo Stato” e subito dopo venne costituita l’Azienda Ferrovie dello Stato.



Analoga evoluzione ebbe la legislazione sui porti

(Il R.D. 30 giugno 1885, n. 3095) suddivise i porti in due categorie:

di 1a categoria: i porti militari;

di 2a categoria: tutti gli altri, ripartiti in 4 classi, a seconda l’ordine d’importanza (nazionali, regionali, provinciali, locali)

e quella sui canali navigabili.


La realizzazione di queste opere infrastrutturali, determinò o contribuì all’accelerazione del processo di urbanizzazione ed al fenomeno dell’urbanesimo, consistente nell’accentrarsi della popolazione in poche aree urbane.


Tale fenomeno si è sviluppato dapprima in tempi molto lenti; successivamente (a partire dalla 2° guerra mondiale) in tempi molto veloci, dando luogo a sistemi insediativi nuovi; quali le aree metropolitane e le conurbazioni (termine - quest’ultimo – più prettamente urbanistico).




LE RADICI STORICHE DEL MODERNO PAESAGGIO URBANO.

 



di Oscar GASPARI



È difficile per noi, cittadini del XXI secolo, pensare che la nostra città è, sostanzialmente, quella forgiata nel corso dell”800. Eppure, molte delle più importanti strutture  che noi oggi utilizziamo sono state ideate nel XIX secolo: stazioni ferroviarie, gallerie commerciali, grandi quartieri per abitazioni e per affari, sobborghi-giardino, anelli di circonvallazione, i lungomare, metropolitane, stadi sportivi, campi giochi per i bambini. È lo straordinario ciclo di espansione demografica nell”800 che impone alle città la ricerca di soluzioni adeguate alle crescenti necessità della popolazione. È così che la città moderna fa piazza pulita degli ostacoli che ne impediscono lo sviluppo e che fino a quel momento l’avevano caratterizzata. Spariscono le cinte murarie, diminuiscono le servitù militari e, grazie allo spirito rivoluzionario del 1848, con gli espropri, si dà l’ultima spallata anche alle proprietà religiose e i conventi vengono modificati per i nuovi bisogni della società.

I modelli di sviluppo urbano dell’Europa ottocentesca sono sostanzialmente due: quello inglese, che prevede l’impegno dei privati, e quello francese dove è lo Stato che fa tutto. A Londra, il proprietario immobiliare gestisce anche le opere urbanistiche, mentre solo lo stile architettonico è regolato da leggi e regolamenti: le nuove strade riprendono il tracciato di vecchi sentieri e le costruzioni seguono i confini delle proprietà. A Parigi, invece, la pianificazione statale sconvolge la vecchia struttura cittadina, Napoleone III, come i grandi  monarchi di un tempo, interviene nella progettazione della capitale; muta però il carattere delle opere pubbliche che non hanno più carattere eccezionale, episodico, ma esprimono programmi a lungo termine. Nel resto dell’Europa prosperano le vie intermedie, come in Italia, dove gli attori dello sviluppo urbanistico sono molteplici: Stato, privati, comuni.

Per costruire la nuova città è necessario l’apporto delle più moderne discipline e professionalità, si sviluppano così figure con caratteristiche nuove come quelle degli architetti, degli ingegneri idraulici. Ma la professione che ha avuto l’evoluzione più sorprendente è forse quella dei topografi, che passano dall’ambito militare, dove erano chiamati a descrivere i campi di battaglia, all’ambito civile, dove fanno cartografie di beni immobili e le mappe, prima utilizzate soprattutto in guerra, divengono strumento di pianificazione e persino guide turistiche.

Grazie alle scoperte di Pasteur anche i medici divengono protagonisti della pianificazione urbana, cambia il modo di vedere le epidemie che non vengono più considerate un castigo divino ma il risultato di specifiche condizioni che devono essere modificate. È l’utilizzazione congiunta di topografia e statistica che evidenzia il legame tra diffusione delle epidemie e la mancanza, o il cattivo funzionamento di acquedotti e fognature.

Le città dell”800 è più salubre, con più grandi e ariose vie di comunicazione lastricate, anche grazie alla scoperta di sistemi di pavimentazione più economici di porfido e lastre di pietra, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione rende rapidi gli spostamenti. Si regolano le acque: i canali vengono coperti, i fiumi vengono imbrigliati da muraglioni; appaiono i servizi a rete, acquedotti, fognature, gas illuminante, elettricità, che nascono e si sviluppano come servizi al pubblico.

Nascono nuove tipologie di edifici pubblici. Il teatro diventa un edifico simbolo con una nuova funzione simile a quella avuta dalla chiesa, motore di nuovi assetti urbanistici, come a Palermo, o a Parigi. Biblioteche e musei, ospitano attività che un tempo erano un lusso per pochi  nobili e ricchi. Vengono costruiti palazzi del governo, parlamenti, poste, licei, scuole, sedi dell’amministrazione fiscale e giudiziaria, spesso con piazza antistante, per sottolinearne il protagonismo sulla scena urbana.

Nell’Europa continentale appaiono gli immobili multipiano necessari per la migliore utilizzazione del suolo: massima superficie coperta, massima altezza permessa, minime prescrizioni igieniche, minime prescrizioni anti-incendio. Dalla ricerca del limite prendono forma tipi edilizi standardizzati ed è così che i grandi blocchi abitativi in affitto caratterizzano la città nuova dell”800. Non in Inghilterra però, dove si sviluppa un’edilizia bassa, di casa a schiera, il paese che garantisce ai nobili la proprietà semiperpetua dei suoli è anche quello delle città giardino e dove le condizioni strutturali che consentono un generale abbassamento della densità residenziale.

Negli USA per le abitazioni private si segue soprattutto il modello inglese del cottage, grazie ad un’ampia offerta di suoli ed alla rete dei trasporti pubblici, ma accanto a questo, tra il 1885 ed il 1895 a New York e Chicago, appare il grattacielo per uffici, lo sky-scraper.

Da Parigi vengono i modelli di grandi magazzini, mercati coperti, gallerie di negozi, forme commerciali che caratterizzano la città di oggi, un modello che si impone dal 1850 come sublimazione del concetto del gran bazar arabo. Un altro modello che si impone nelle città, a partire dal 1850, viene dell’Inghilterra, è quello dei luoghi destinati all’attività sportiva situati dentro la città: campi da tennis, per l’equitazione, il rugby, il football, il cricket. Dall’unione tra attività all’aria aperta e lo stadio di tradizione greco-romana nel 1898 nascono le olimpiadi. Sempre dall’Inghilterra, a partire dall’ultimo quarto dell”800, vengono i campi gioco per bambini.



CAPITOLO II

DAGLI INIZI DEL 1900 FINO ALLA LEGGE URBANISTICA DEL 1942.


 




I piani regolatori e di ampliamento, previsti dalla legge del 1865, che avevano privilegiato il momento espropriativo rispetto a quello urbanistico, entrarono ben presto in crisi, a partire dai primi anni del secolo, a seguito del concatenarsi di varie circostanze, ed in particolare:

del crescente fenomeno dell’urbanesimo, con conseguente spopolamento delle campagne;

del miglioramento delle condizioni di vita;



dello svilupparsi della motorizzazione;

delle distruzioni causate dai terremoti (particolarmente grave quello di Messina);

e successivamente dalle distruzioni causate dalla prima guerra mondiale.


Ciò nonostante, per quanto poco attuati, e inadeguati a far fronte alla situazione i piani, previsti dalla legge del 1865, restarono formalmente in vigore fino alla legge urbanistica del 1942.

Particolarmente rilevante è stato il fenomeno dell’urbanesimo, tant’è che il legislatore fascista negli anni trenta sentì la necessità di emanare provvedimenti contro l’urbanesimo (cfr. L. 9 aprile 1931, n. 358 e L. 6 luglio 1939, n. 1092). Lo stesso art. 1 della L.U. del 1942 fa riferimento all’esigenza di regolare l’incremento demografico.



Nacquero nuove esigenze, che portarono al superamento del piano urbanistico, come concepito nell’ottocento. Il piano cominciò ad essere valutato nel suo aspetto, non più statico, ma dinamico, come piano che doveva porre attenzione alle esigenze future; non è più un piano limitato a singole zone di intervento (quartieri vecchi da risanare; quartieri nuovi da costruire) ma piano esteso a tutto il centro abitato ed alle zone di futura espansione.

Né aiuto poteva venire dal regolamento edilizio, i cui contenuti, come definiti dall’art. 111 del dPR del R.D. 12 febbraio 1911, n. 297, approvante il regolamento della legge comunale e provinciale (regolamento in parte rimasto in vigore praticamente fino ai giorni nostri), si limitavano a dettare prescrizioni sulle distanze, sulle altezze, sull’insolazione ecc., ossia un complesso di limiti e divieti rivolti alla mera disciplina dell’attività edilizia.



Al fine di superare l’ostacolo derivante dalla inadeguatezza della legislazione generale, fu posto in atto il sistema di approvare piani regolatori con leggi speciali, relative a città e situazioni particolari.

Invero il sistema era stato già anticipato dalla legge per il risanamento della città di Napoli (L. 15 gennaio 1885, n. 2892), ma questa si muoveva pur sempre nell’ambito degli strumenti previsti dalla legge del 1865, n. 2359. La sua importanza è legata a due fatti:

è stata la prima legge speciale per singole città, può quindi considerarsi la legge “capostipite”;

determinava, all’art. 13, nuovi criteri per la determinazione dell’identità di esproprio (criteri cui si richiama, in via di principio, la stessa normativa vigente).


La prassi di provvedere con leggi speciali, con le quali il singolo piano regolatore veniva approvato con l’introduzione di norme più adeguate e con la concessione di provvidenze intese ad agevolarne l’attuazione, riguardò moltissime delle maggiori città italiane, tra cui Roma, Milano, Padova, Salerno, Torino, Brescia, Firenze, Parma, Bari, Ancona, Bologna e Trieste

Più disposizioni specifiche riguardarono in particolare la città di Roma: tra cui la L. 8 luglio 1904, n. 320 “Provvedimenti per la città di Roma”, la L. 11 luglio 1907, n. 502: leggi contenenti numerose disposizioni in ordine fiscale, finanziario e urbanistico.

Con R.D.L. 6 luglio 1931, n. 981 venne approvato il piano regolatore di Roma. Quest’ultimo provvedimento legislativo è particolarmente importante, in quanto stabiliva alcuni principi fondamentali che saranno poi sviluppati dalla legge urbanistica del 1942.



Il sistema delle leggi speciali è continuato in pratica fino all’emanazione della legge urbanistica, dando luogo al sorgere di uno ius singulare per ciascun comune, con effetti dannosi per l’unitarietà delle soluzioni. Il sistema ha peraltro avuto anche vantaggi consentendo la sperimentazione di istituti nuovi, poi utilizzati dalla L.U..

La legislazione dei singoli piani regolatori è andata nel tempo assumendo contenuti più ampi ed dettagliati, e ha determinato, attraverso la somma delle esperienze, una evoluzione dell’urbanistica, poi servita di base per la disciplina generale, posta dalla L.U., di tal che può affermarsi senza errore che questa non ha creato un solo istituto che in qualche modo non fosse stato previsto e sperimentato in qualche legge speciale.


I piani regolatori approvati con leggi speciali hanno avuto una vita molto lunga, in quanto la stessa L.U. all’art. 42 ne stabiliva la validità ai fini della loro attuazione, fino a 10 anni dopo la sua entrata in vigore, termine poi prorogato (con L. 20 aprile 1952, n. 524) al 31 dicembre 1955. Successivamente la L. 21 dicembre 1955 n. 1357 ha ulteriormente previsto, per i comuni obbligati a dotarsi di piano regolatore, che “…i piani regolatori preesistenti continuano ad avere efficacia fino alla data di approvazione del rispettivo nuovo piano regolatore”.

 




Nel periodo considerato nel presente capitolo sono state emanate numerose leggi, intese alla tutela di interessi pubblici specifici, che pur non riguardando direttamente la disciplina urbanistica, presentavano con questa rilevanti connessioni. Questa legislazione più che intervenire con la previsione di nuovi strumenti urbanistici, si poneva in coordinamento e collegamento con la disciplina urbanistica, utilizzando altri istituti: autorizzazioni, nulla-osta ecc., che venivano a sovrapporsi o collegarsi autonomamente agli strumenti di disciplina urbanistica.

Molte di queste leggi ponevano (e pongono, essendo in parte tuttora vigenti) limiti e vincoli all’edificabilità e concorrevano (e concorrono) a disciplinare gli insediamenti, ma la loro finalità non è direttamente la sistemazione urbanistica, bensì la salvaguardia di altri interessi pubblici, che si collegano con la disciplina urbanistica e tendono a completarla prendendo in considerazione interessi a questa complementari.



Una storia della legislazione urbanistica difficilmente può prescindere da queste leggi, alcune delle quali sono tuttora vigenti e altre contenevano comunque disposizioni che sono state riprese dalle leggi vigenti. Si fa riferimento in particolare a:

    • legislazione sui parchi nazionali, che si venne formando con l’istituzione dei primi quattro parchi nazionali, disposta con leggi emanate nei periodi 1922/23 e 1934/35;
    • leggi in materia di parchi e terreni montani (R.D. 30 dicembre 1923, n. 3267);
    • leggi sulle miniere (R.D. 29 luglio 1927, n. 1443 e D.L. 15 giugno 1936, n. 1347;
    • R.D. 27 luglio 1934, n. 1265 – T.U. delle leggi sanitarie, contenente numerose norme sull’igiene del suolo e dell’abitato;
    • L. 1° giugno 1931 n. 886. Regime giuridico delle proprietà in zone militarmente importanti e L. 20 dicembre 1932, n. 1849, recante la riforma del T.U. delle leggi sulle servitù militari;
    • Legislazione delle acque pubbliche (R.D. luglio 1904, n. 523 e R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775);
    • R.D.L. 13 febbraio 1933, n. 215 sulla “bonifica integrale” (già ricordata);
    • Leggi sulle zone sismiche, emanate nel periodo 1935 e 1937. Fu proprio con una legge, collegata a quest’ultima legislazione ossia con il R.D.L. 25 marzo 1935, n. 640, che fu introdotto nel nostro ordinamento un istituto giuridico fondamentale, la “preventiva autorizzazione comunale” per la realizzazione di qualsiasi costruzione, che anticipò l’istituto della licenza edilizia prevista poi dalla legge urbanistica. È ben vero che precedenti di questo istituto sono rinvenibili in numerosi regolamenti edilizi specie di grandi città, ma è solo con la citata legge che fu sancito un obbligo specifico, con carattere di generalità.

Le leggi tuttavia più rilevanti, prima della L. U., furono emanate nel 1939, per merito prevalentemente del Ministero dell’Educazione Nazionale, che sotto la guida del Ministro Bottai comprese l’esigenza di sostituire gli interventi contingenti (quali la bonifica delle paludi pontine; gli sventramenti dei centri storici, si pensi solo a Roma: la realizzazione di via della Conciliazione, con la distruzione della c.d. Spina, la realizzazione di via dei Fori Imperiali o gli sventramenti intorno al Mausoleo Augusto; la costruzione di nuove città: Littoria, Sabaudia, ecc.) con una pianificazione complessiva nazionale e culturalmente aggiornata (cfr. L. BENEVOLO, L’architettura nell’Italia contemporanea, Bari, 1998, p. 118).

Trattasi delle leggi:

1° giugno 1939, n. 1089 sulla tutela del patrimonio storico-artistico (che va a sostituire la legislazione formatasi nel 1908 e nel 1912) e il regolamento d’esecuzione 30 giugno 1913, n. 363;

L. 29 giugno 1939, n. 1497 sulla protezione delle bellezze naturali, (che sostituisce la legge del 1922) ed il relativo regolamento di esecuzione 3 giugno 1940, n. 1357.

Questi testi, che sono rimasti in vigore fino al T.U. dei beni culturali e ambientali, approvato con D.lg. 29 ottobre 1999, n. 490, presentavano notevoli connessioni con la materia urbanistica.

La legge n. 1497 conteneva anche norme più propriamente urbanistiche, quali la previsione dell’approvazione da parte del Ministero della Pubblica Istruzione di piani paesistici, per salvaguardare i complessi aventi valore estetico e altre bellezze naturali e panoramiche ossia le c.d. bellezze d’insieme, rispetto al quelle c.d. individue.

Trattavasi di leggi molto avanzate per il periodo. Questa legislazione tra l’altro, in carenza ed assenza di altri interventi, ha posto un argine nel dopoguerra alla degradazione del patrimonio storico e naturale.

Le leggi sopraindicate sono importanti anche per la disciplina urbanistica perché pongono una tutela indiretta, differenziata, (da taluno – SALVIA – TERESI – definita parallela), con l’introduzione a livello generale di due istituti, che tanta parte hanno avuto ed hanno per la disciplina urbanistica del territorio. Si fa in articolare riferimento a:

    • i vincoli;
    • le zone di rispetto.

Trattasi nell’uno e nell’altro caso di limitazioni al diritto di proprietà, poste nell’interesse pubblico.


Con i vincoli (i più noti: il vincolo storico-artistico, il vincolo paesaggistico, il vincolo ideologico ecc) non si impedisce ai proprietari di fare; ma possono fare solo quelle cose che non danneggiano il bene, per la cui tutela è stato posto il vincolo.

Per poter realizzare opere, devono pertanto essere richieste all’Autorità preposta alla tutela del bene, oggetto del vincolo, apposita autorizzazione o nulla-osta, che viene rilasciato previa verifica che l’intervento non contrasta con l’interesse pubblico tutelato.


Le zone di rispetto pongono anch’esse limiti (più pronunciati) all’attività edilizia, consistendo (di norma) in divieti di edificabilità intorno a luoghi o beni soggetti ad uso pubblico per finalità di igiene, di sicurezza, di migliore utilizzo del bene medesimo. Si tratta sostanzialmente di obblighi di rispettare determinate distanze per le costruzioni prossime al bene (a tutela, si esemplifica, delle strade ferrate, dei cimiteri, del demanio marittimo, delle carceri, ecc.).



LE RADICI DELLA CULTURA E DELLA MODERNA LEGISLAZIONE URBANISTICA ITALIANA.


 



di Oscar GASPARI.



Prima di approfondire l’esame della legge urbanistica del 1942 è utile accennare al ruolo dei Segretari comunali, ed in particolare a quelli di Silvio Ardy e di Virgilio Testa nella formazione dell’INU e della legislazione urbanistica italiana.

L’ampiezza degli apporti che contribuirono alla formalizzazione di una disciplina urbanistica nel nostro Paese non può essere compreso pienamente se non viene messo in relazione all’attività nell’ANCI durante il periodo liberale ed alla centralità del ruolo del Segretario comunale nel governo del territorio urbano alla fine del”800 almeno fino alla prima metà nel ‘900. Testa, segretario presso il Governatorato di Roma (così era denominata l’amministrazione comunale della città capitale nel periodo fascista), è la figura chiave che esemplifica la progressiva maturazione della legislazione urbanistica. Come ha scritto Guido Zucconi rispetto alla politica edilizia municipale: “Ufficiale sanitario, ingegnere-capo e segretario comunale, diventano i tre vertici di un’organizzazione sempre più complessa; (…) è al terzo che compete il ruolo di coordinatore degli aspetti giuridici. Ben prima che Virgilio Testa “inventi”, negli anni trenta la figura del consulente-esperto di diritto è al Segretario comunale che spetta il compito di “formalizzare” i provvedimenti, di armonizzarli entro un quadro legislativo che, come abbiamo visto, lascia ampio margine all’interpretazione (…) non è un caso se dalle file dei segretari usciranno, oltre allo stesso Testa, personaggi come Silvio Ardy che, per primi, avanzeranno la richiesta di una legge quadro, di scuole e di centri per il coordinamento nazionale dei problemi urbanistici.

Accanto a Testa, quindi, vi era un altro segretario comunale tra i protagonisti della nascita dell’urbanistica italiana Silvio Ardy. “Fu proprio a Torino che, in occasione del 1° Congresso nazionale di Urbanistica tenutosi nel maggio 1926, sorse la prima idea della fondazione di un Istituto di Urbanistica. Il Dr. Silvio Ardy, allora segretario generale nel Municipio di Vercelli, presentò una elaboratissima proposta al Congresso sostenendo la necessità che anche in Italia si desse inizio ad un centro studi urbanistici o di “alti studi municipali”.

La segnalazione del progetto di Ardy nell’articolo che apre il primo numero dell’organo ufficiale dell’INU nel 1930 sottolineava la circostanza che la primogenitura dell’idea di una istituzionalizzazione dell’urbanistica veniva da un segretario comunale. L’“elaboratissima proposta” di Ardy era preceduta da un’iniziativa che ebbe grandissimo rilievo all’epoca e che permette di comprendere meglio i riferimenti culturali e professionali del personaggio.

Nel 1942, infatti Ardy fu l’ispiratore della Prima mostra italiana di attività municipale svoltasi dal 23 settembre al 16 dicembre 1924 nella città di Vercelli, sotto il patronato del Re Vittorio Emanuele III e, nell’ordine, gli auspici dell’Anci, dell’Unione statistica e delle città italiane (Usci), dei Ministeri dell’interno, dell’economia nazionale, dell’istruzione, dei lavori pubblici e, infine, dei comuni di Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Firenze, Bologna, Trieste.

L’anno seguente, dal 28 settembre al 4 ottobre, si svolgeva a Parigi il congresso dell’Union Internationale des Villes con all’ordine del giorno: il regime municipale nei diversi paesi; la politica fondiaria dei comuni, le grandi agglomerazioni urbane. Le relazioni dell’Anci erano a cura, rispettivamente, di Silvio Molinari e Santino Verratti; Virgilio Testa; Leo Pollini, Cesare Chiodi, Cesare Albertini e Alessandro Visconti. Tre dei maggiori protagonisti della storia dell’Inu, nata nel 1930, Testa, Chiodi e Albertini scrivevano nel 1925, le relazioni su temi di urbanistica che l’Anci presentava a Parigi. Testa, in qualità di rappresentante del comune di Roma: l’assessore Chiodi e il capo divisione dell’ufficio tecnico Albertini insieme all’assessore Leo Pollini ed al Segretario Alessandro Visconti, come relatori dell’ufficio studi del comune di Milano. Due mesi dopo, il 31 dicembre 1925, l’Anci scompariva nella Confederazione generale degli enti autarchici.

La fine dell’organismo che fino ad allora era stato il principale referente sia delle iniziative sulla città in Italia, sia di quelle che dall’Italia guardavano all’estero non significava che si fosse accettato come nuovo punto di riferimento della politica urbana la Confederazione fascista degli Enti autarchici che avrebbe dovuto essere l’erede ufficiale dell’Anci, i tecnici legati alla città, infatti, avrebbero preferito “costruirne” uno nuovo: l’INU.

Il 28 maggio 1926 si svolgeva a Torino il primo congresso nazionale di urbanesimo a cui partecipavano come relatori ufficiali Chiodi, Albertini e Ardy.

Per il congresso di Torino Ardy aveva sviluppato una proposta che poteva essere immediatamente operativa: il progetto di un Istituto italiano di urbanesimo e di alti studi municipali.

Ardy, dopo averne evidenziato la complessità ed averne accennato alla varietà delle discipline a questo collegate definiva l’urbanesimo come “quella scienza che studia lo sviluppo edilizio, demografico e sociale delle città ed il progresso dei servizi pubblici locali.

I due grandi pilastri su cui poggia questa scienza sono dunque l’edilizia e la demografia: l’urbs e la civitas” e ancora: “La scienza urbanistica (…) si vale di tutte le altre scienze: dell’igiene come dell’economia politica, dell’ingegneria come del diritto, e vive con esse una feconda vita di relazione. Ma essa non è un semplice mosaico di altre discipline: perché la scevera, le elabora e le amalgama per armonizzarle in un tutto ispirato ad un’unica concezione: la vita urbana”.

Dopo l’elogio dell’urbanesimo fascista, di cui sottolineava la concretezza elencando sventramenti di città e nuovi edifici, Ardy passava ad illustrare il progetto dell’Istituto che aveva una duplice natura: di scuola e di associazione.

Rispetto alla scuola si dilungava sul modello rappresentato dell’Institut d’urbanisme annesso alla facoltà di diritto della Sorbona di Parigi per sottolineare però la necessità che l’Istituto italiano dovesse “integrare i vari insegnamenti superiori ai fini urbanistici”. L’obbiettivo era quello di “formare da un lato dei Tecnici, dall’altro degli Amministratori nel senso generale della parola (…) su un terreno unico” figure che in un secondo momento – ma solo in un secondo momento e per una pura ragione pratica – si perfezionassero “per vie diverse per evitare una doppia specializzazione”. Nel rispetto della concezione della città come corpo unico, vivo ed indivisibile, i costruttori e gli amministratori delle città dovevano formarsi su una base comune per poi specializzarsi, i primi nella “Sezione Tecnica” destinata ad “Amministratori e Funzionari preposti agli Uffici Tecnici, agli uffici di architettura, agli Uffici d’Igiene, ai Servizi pubblici non burocratici, alle Officine di produzione del Gas, dell’energia delle Aziende comune dei trasporti”, i secondi nella “Sezione Amministrativa” dedicata alla formazione dello “Stato Maggiore delle Amministrazioni comunali, e cioè i Segretari. I Ragionieri, gli Ingegneri, i Capi degli Uffici d’Igiene”.

L’Istituto proposto dal segretario comunale di Vercelli era, sostanzialmente una scuola di specializzazione post-laurea di durata biennale – suddivisa in un anno di base ed uno di specializzazione – che doveva porre riparo, innanzitutto alla mancanza di una scuola per segretari comunali che avrebbe quindi reso “superflua (…) la prova d’esame presso le Prefetture” ai laureati in legge o a discipline affini. Doveva formare adeguatamente al ruolo di ragionieri comunali “i laureati delle Università Commerciali” e i laureati nei Politecnici alla professione di ingeneri municipali, grazie allo “studio sistematico dei fenomeni urbanistici, - dal processo storico di formazione e sviluppo delle Città alle esigenze tecnico – sanitarie moderne”, specializzandoli nella costruzione di strade, fogne, nella conoscenze dei trasporti pubblici e nella legislazione urbanistica. L’Istituto era destinato anche a formare laureati in medicina alla professione di “Ufficiali sanitari o medici Capi degli Uffici d’Igiene”.

Un paragrafo della Proposta di creazione di un istituto italiano di urbanesimo è dedicato a L’Istituto come associazione urbanistica con la funzione di “coordinare e promuovere gli studi urbanistici in Italia; di raccogliere, elaborare e divulgare i dati e le applicazioni dell’arte urbanistica”, la scuola di Ardy, quindi, era il nucleo dal quale sarebbe dovuta nascere l’istituzionalizzazione dell’urbanistica in Italia. Il progetto del segretario comunale di Vercelli e, poi di Genova, non venne mai attuato. Fu così sconfitta l’idea di una cultura urbanistica che, in nome dell’unitarietà dello sviluppo urbano formasse insieme tecnici ed amministratori.


L’UTOPIA DI UNA URBANISTICA “DEMOCRATICA

 



di Oscar GASPARI



Il piano regolatore della Valle d’Aosta elaborato nel 1936/37, raccolto nel 1934 in un volume dalle Nuove Edizioni Ivrea, è conosciuto dagli storici dell’urbanistica come il “Piano Olivetti”. Il “Piano” è stato il frutto del lavoro di un gruppo di architetti che costituiva una sorta di avanguardia dell’urbanistica e dell’architettura italiana con il quale collaborano dirigenti dell’azienda dell’industriale di Ivrea, come il pubblicitario Renato Zveterenich e l’ingegner Italo Lauro.

Per realizzare il progetto gli autori raccolsero in una parte introduttiva dati statistici, fotografie, elaborazioni grafiche sui caratteri della regione e notizie sulla sua storia, sullo spopolamento della montagna, sulla realtà e le prospettive dello sviluppo industriale e turistico che, nel loro insieme, non solo forniscono una documentazione eccezionale sulla situazione della montagna aostana in epoca fascista ma danno anche un esempio di come potrebbe essere costruita la relazione tra montagna e montanari.

Basti pensare, a questo proposito, all’idea del Piano di coinvolgere direttamente la popolazione nello sviluppo complessivo della Val d’Aosta che sarebbe dovuto essere completo ed avrebbe dovuto promuovere l’agricoltura, l’industria il turismo e l’artigianato.

Nella Prefazione alla Parte introduttiva e generale del piano di Renato Zveterenich e Italo Lauro è scritto che nella Valle d’Aosta “un immenso ed inesauribile serbatoio di gioia, di godimento e di svago per la Nazione, una ricchezza quasi intatta da custodire, da difendere e valorizzare” era “in contrasto con (…) le condizioni di vita assolutamente arretrate in cui vive una gente laboriosa, mal ripagata da un’economia avara, insufficiente e disarmonica. Dal giudizio del rapporto fra questi due termini, nasce immediata e drammatica la percezione di una insostenibile assurdità”. Queste non rappresentavano tanto una denuncia delle condizioni di vita dei montanari quanto il presupposto sul quale venivano costruite le finalità del Piano. È infatti scritto nel progetto che si “dà la precedenza al problema turistico, come a quello la cui risoluzione consente di ottenere un miglioramento dell’economia locale, riflettendosi beneficamente e sensibilmente sul tenore di vita, l’igiene e l’economia della popolazione”.

Veniva citata, quindi, la “documentazione veramente preziosa in quella indagine che il Comitato Nazionale delle Ricerche e l’Istituto Nazionale di Economia Agraria hanno condotto sullo spopolamento montano in Italia”, si scriveva poi che “Le cifre dei censimenti dimostrano che cinquanta, cento anni fa l’alta montagna ospitava e nutriva un numero molto maggiore di individui”, rispondendo così implicitamente alla diffusa considerazione che gli abitanti lasciavano la montagna perché non avevano di ché vivere. Si indicavano quindi misure che avrebbero potuto contribuire a far rimanere nei propri Paesi i montanari: sovvenzioni per pascoli e stalle, assicurazioni, strade, assistenza sanitaria, aiuti per artigianato e piccola industria, facilitazione emigrazione stagionale, rimboschimenti e sistemazioni idriche, scuole; si chiedeva l’applicazione rigorosa della “legge di Mussolini sulla bonifica integrale per la riunione particellare delle piccole proprietà soggette a trasformazione fondiaria”.

L’aiuto della montagna doveva avvenire sia in nome “di solidarietà sociale e di dignità umana”, sia perché andava riconosciuto ai valdostani “il loro superbo valore militare in guerra” e “la necessità di tutelare la razza”, viste le tristissime condizioni di vita.

L’intervento legislativo, finanziario ed esecutivo dello Stato doveva investire anche l’aspetto che oggi verrebbe definito ambientale, esso, infatti “risulta indispensabile anche per la conservazione di quella che vorremmo chiamare l’integrità estetica della montagna. Si tratta di stabilire e tutelare delle zone di rispetto, d’impedire l’invadenza disordinata delle iniziative individuali che spesso portano alle contaminazioni più disinvolte ed arrecano danni irreparabili all’armonia del paesaggio. In contrapposto l’architettura moderna ritrova la solidarietà con la bellezza del cielo e della terra e ricerca con costante coerenza i rapporti intesi a raggiungere un massimo di equilibrio fra gli elementi dell’edilizia e quelli dell’ambiente”.

L’importanza della Prefazione al progetto è data dal fatto che la montagna di cui si tracciavano le linee di sviluppo non era una montagna “ideale” ad uso dei turisti, ma la montagna “reale” vissuta dai montanari della quale questi erano parte essenziale. Il turismo che si voleva sviluppare non era solo quello dei grandi alberghi, ma anche, o forse soprattutto, quello gestito dalle famiglie dei montanari, sempre con l’obbiettivo di salvaguardare la “armonia del paesaggio”.

Il riferimento alla montagna “reale” piuttosto che a quella ideale o propagandistica, è confermata dal fatto che veniva ricordata l’attività del Segretario per la montagna descritto come “un istituto che ha per compito di valorizzare anche a favore dei montanari gli aiuti che lo stato concede ai miglioramenti fondiari eseguiti per iniziativa degli stessi proprietari e di assicurare contro modesto compenso le necessarie prestazioni tecniche nella fase di progettazione, nonché di sorveglianza e controllo sull’esecuzione dei lavori”. Il Segretariato era stato fondato nel 1919 come Ente tecnico dell’Associazione dei comuni italiani (Anci), precursore dell’attuale Unione dei comuni e delle comunità montane (Uncem).

Manca invece qualsiasi menzione della Milizia forestale nazionale, dedicata essenzialmente all’attività di rimboschimento, specie nell’interesse dell’industria idroelettrica.

L’importanza di tenere presente questi dati nella lettura del Piano è data dal fatto che con la dittatura e la conseguente fine dei partiti,con l’affermazione del centralismo dello Stato e la cancellazione dell’autonomia dei comuni e la fine dell’Anci, per vent’anni non vi fu alcuna possibilità di discutere liberamente della valenza politica dell’intervento urbanistico, come dell’importanza di un ruolo attivo delle comunità locali nella gestione del territorio, fosse questo urbano o rurale, in pianura come in montagna. La valenza politica dell’intervento urbanistico però rimaneva intatta e di questa, per vent’anni, poterono discutere ad argomentare quasi solo architetti ed urbanisti. Per questo ben più che per qualsiasi altro periodo della storia dell’urbanistica gli strumenti che devono essere utilizzati oggi per interpretarne lo sviluppo durante il periodo fascista devono essere anche di tipo politico-istituzionale.

Solo in seguito, con i governi democratici ed il ristabilimento di condizioni favorevoli al libero sviluppo del dibattito politico, il mondo dell’urbanistica e dell’architettura perse l’esclusiva della discussione di tipo politico sulla gestione del territorio che l’aveva caratterizzato durante il fascismo.

È per questa ragioni che un documento come il Piano regolatore per la Val d’Aosta è così ricco di valenze politiche e di riferimenti sociali, caratteristiche che possono però essere facilmente ignorate da chi dovesse avvicinarsi al Piano con l’idea di trovarsi di fronte ad un documento di carattere prettamente tecnico-scientifico.

Questi elementi, infine, aiutano a comprendere meglio le ragioni che portarono Adriano Olivetti, nel secondo dopoguerra, a dedicarsi alla costruzione di un movimento con fortissima valenza politica come il Movimento di Comunità dopo essere passato attraverso un’intensa esperienza nel mondo dell’urbanistica: era quello, infatti, uno dei pochissimi luoghi dove in Italia, durante il fascismo, si poteva discutere e fare politica pubblicamente e con una certa libertà.








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