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IL 1848 IN ITALIA - L'UNITA' D'ITALIA

storia




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IL 1848 IN ITALIA



I moti rivoluzionari scoppiarono a Palermo, ma vennero coinvolte anche le aree settentrionali della penisola. Venezia insorse il 17 marzo 1848, i rivoltosi imposero la liberazione di molti prigionieri politici (Manin, Tommaseo) e giunsero infine alla proclamazione della repubblica di San marco che cadrà nel 1849 per il problema alimentare e per il colera. Il 18 marzo anche Milano insorse e cacciò le truppe austriache (cinque giornate); esse si ritirarono nel cosiddetto quadrilatero (Mantova, Legnano, Peschiera, Verona). Il fronte rivoluzionario era però diviso in due: i liberali moderati che volevano un intervento piemontese per unificare sotto la corona dei Savoia il lombardo-veneto; mentre i radicali (Cattaneo) che sostenevano uno stato confederale di tipo repubblicano. Venne comunque costituito un governo provvisorio che venne poi egemonizzato dalla componente moderata.

Carlo Alberto puntava sull'espansione verso l'area settentrionale dell'Italia, ma temeva una dura reazione austriaca. Quando però il governo milanese richiese esplicitamente l'intervento piemontese Carlo Alberto dichiarò subito guerra all'Austria, 23 marzo 1848 (prima guerra d'indipendenza). Il 26 marzo l'esercito piemontese entrò trionfante a Milano e tre giorni dopo a Pavia. Anche Pio IX, Leopoldo II e Ferdinando II sostennero la lotta antiaustriaca. Dopo una prima fase positiva (vittorie a Goito e Pastrengo), Pio IX decise di ritirare le truppe perché la chiesa non poteva impegnarsi in una lotta a carattere nazionale e cosi fecero anche gli altri sovrani. Carlo Alberto si trovò quindi solo e l'11 giugno venne riconquistata Vicenza. Dodici giorni dopo, durante la battaglia a Custoza, i piemontesi furono costretti a ritirarsi e il 9 agosto venne firmato l'armistizio nel quale il Piemonte s'impegnava a ritirarsi entro i suoi confini (Ticino).



I moti rivoluzionari ebbero un'effettiva ripresa nonostante le sconfitte delle truppe di Carlo Albero. L'8 agosto Bologna insorse, Venezia resisteva alle truppe austriache, la Sicilia offrì la sovranità a Ferdinando di Savoia e in Toscana il partito democratico spingeva verso radicali riforme. Firenze, dopo l'approvazione della legge per l'elezione dei deputati dell'assemblea costituente, venne lasciata dal granduca ad un governo repubblicano (Guerrazzi, Montanelli), Pio IX abbandonò Roma che divenne repubblica. Carlo Alberto, spinto da questi avvenimenti dichiarò di nuovo guerra all'Austria, ma venne sconfitto a Novara (21-23 marzo 1849). Egli abdicò a favore del figlio Vittorio Emanuele II che stipulò un armistizio a Vignale (24 marzo). Da lì a poi caddero sotto il controllo degli austriaci Brescia, la Toscana, Roma e Venezia. Era la fine dell'esperienza democratica.


L'UNITA' D'ITALIA


In Italia il decennio successivo alla sconfitta dei moti rivoluzionari del 1848-1849 fu decisivo: si crearono le condizioni che resero possibile nel 1859-1860 la costruzione dell'Italia unita.

Giuseppe Mazzini aveva tentato di rilanciare l'azione rivoluzi 212b13c onaria organizzando, nel 1850, un comitato centrale democratico europeo; ma la sua azione era inefficiente sul piano pratico, in Italia non si poteva puntare su un "popolo" per realizzare il processo unitario dato che le masse vivevano spesso in condizioni di miseria e non nutrivano reali interessi patriottici. Fallirono quindi il tentativo di provocare l'insurrezione di Milano (1853) e la spedizione di Sapri (28 giugno 1857).

Nel corso degli anni Cinquanta il fronte moderato si rafforzò gradualmente, trovando nel Piemonte il punto di riferimento politico indispensabile per l'aspirazione all'unità nazionale, ma la Camera dei Deputati era ancora egemonizzata dai democratici a favore della guerra contro l'Austria. Cosi il re e Massimo D'Azeglio sciolsero le Camere per indire nuove elezioni, 20 settembre 1849, che portarono al proclama di Moncalieri, 20 novembre 1849, con il quale si invitava gli elettori ad orientarsi verso il fronte moderato. Si giunse così alla formazione di un nuovo governo presieduto dal moderato Massimo D'Azeglio. Questi avviò importanti riforme (esercito, agricoltura), nel 1850 le leggi Siccardi abolirono alcuni tradizionali privilegi ecclesiastici. Nel 1852 fu presentato un progetto di legge che prevedeva l'istituzione del matrimonio civile al quale però si oppose anche il sovrano. Ormai si andava modificando anche il quadro politico parlamentare.

All'intero del governo di D'Azeglio ebbe particolare importanza il ministro dell'agricoltura Camillo Benso conte di Cavour. Egli si formò sul pensiero degli economisti liberali ed osservava direttamente le trasformazioni dell'Inghilterra, perciò quando nel 1851 diventò ministro delle Finanze, avviò radicali riforme in campo economico: stipulò importanti trattati commerciali con le maggiori potenze europee, favori la costruzione di ponti e ferrovie. Cavour si accordò con l'ala più moderata del fronte democratico (Rattazzi) dando vita al cosiddetto connubio. La nuova maggioranza poteva contare sul 60% dei deputati presenti in Parlamento. Essa escludeva sia gli estremisti di destra che quelli di sinistra, rendendo impossibile la formazione di maggioranze alternative.

L'11 maggio 1852 Rattazzi fu eletto presidente della Camera provocando le immediate dimissioni di D'Azeglio (caduta del governo). Egli fu sostituito il 24 ottobre da Cavour.

Cavour operò con straordinaria abilità democratica sia sul piano della politica interna che su quella estera.

Seppe agire abilmente le manovre del fronte cattolico per impedire l'attuazione di nuove riforme laiche dello Stato, accolse gli esuli liberali che avevano abbandonato gli Stati italiani dominati dall'assolutismo ed emanò provvedimenti significativi per migliorare le condizioni economiche delle masse contadine. Tutto questo fece crescere il consenso attorno all'opera cavouriana.

Per la politica estera Cavour si preoccupò soprattutto di evitare gli errori commessi nel 1848. Egli puntò soprattutto sulla secolare ostilità tra Francia ed Austria, perciò allo scoppio, senza ragioni ideologiche, della guerra di Crimea (1853) decise di intervenire contro la Russia a fianco d'Inghilterra e Francia. La partecipazione alla guerra consentì al Piemonte, nonostante l'opposizione degli austriaci, di sedere al tavolo della conferenza di pace che si svolse a Parigi nel 1856. Cavour ottenne di poter discutere della questione italiana, denunciando la pericolosa arretratezza del regno delle due Sicilie e lo strapotere austriaco. Nell'immediato non furono ottenuto risultati concreti, tutta via fu questo il primo significativo passo verso l'alleanza con la Francia di Napoleone III.

Gli accordi tra Cavour e Napoleone III vennero conclusi positivamente due anni dopo. Il 14 gennaio 1858 l'imperatore francese fu vittima di un attentato ad opera del democratico italiano Felice Orsini, Cavour sfruttò la situazione e convinse Napoleone che la mancata soluzione della questione italiana avrebbe tenuto in continua agitazione l'Europa. Cosi il 20 luglio 1858 si svolse un incontro segreto a Plombières, dove si stabilirono i termini di un'alleanza difensiva: se il Piemonte fosse stato attaccato dagli austriaci, la Francia sarebbe intervenuta ed in cambio avrebbe ricevuto Nizza e la Savoia, mentre al Piemonte sarebbe toccato il lombardo-veneto. A questo punto non restava che provocare gli austriaci. Cavour avviò una poderosa politica di riarmo, violando gli accordi del 1849, poi organizzò delle esercitazioni militari sotto gli occhi degli austriaci che il 23 aprile 1859 inviarono un ultimatum a Cavour (che alla fine della guerra sarà a capo di Piemonte, Lombardia, Toscana ed Emilia) che oppose la richiesta spingendo gli austriaci a dichiarare guerra il successivo 26 aprile (seconda guerra d'indipendenza).

In attesa che giungessero gli aiuti dalla Francia furono allagate le risaie del novarese per rallentare l'avanzata austriaca. La controffensiva scattò tra il 10 e il 14 maggio e fondamentale fu il contributo offerto da Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi. Gli eserciti vennero a contatto a Magenta (4 giugno), a Solforino e a S. Martino (24 giugno). Nel corso delle battaglie gli austriaci furono sconfitti e costretti a ritirarsi, ma il 6 luglio l'imperatore francese, spinto dai cattolici, decise di porre fine alla guerra. Si giunse così all'armistizio di Villafranca (12 luglio). In esso si sanzionò l'annessione della Lombardia al Piemonte, mentre il Veneto rimase all'Austria. Cavour accettò di cedere ugualmente alla Francia Nizza e la Savia, ottenendo in cambio l'annessione della Toscana e dell'Emilia (sanzionata da due plebisciti 11 e 12 marzo 1860).

Pur mancando all'appello il Veneto, il progetto cavouriano di dare vita ad un grande regno d'Italia era in parte realizzato, ma l'improvvisa ripresa dell'iniziativa democratica modificò tutti i suoi piani. Quest'ultima si indirizzò verso il sud (Regno delle Due Sicilie). Già nell'aprile 1869 a Palermo esplose una violenta rivolta capeggiata dagli autori mazziniani, i rivoltosi riuscirono a convincere Giuseppe Garibaldi ad intervenire al loro fianco. Questi raccolse un migliaio di volontari e si imbarcò a Quarto, la notte del 5 maggio. Dopo essersi riforniti, i garibaldini sbarcarono a Marsala e nella battaglia di Calatafimi le "camice rosse" sbaragliarono l'esercito borbonico. Il 6 giugno venne raggiunta Palermo, da qui Garibaldi si portò fino a Milazzo, liberando l'isola e attribuendone il governo a Francesco Crispi. Diversi tumulti antinobiliari scoppiarono ma furono repressi dalle truppe di Garibaldi. Intanto Cavour si era accorto che l'azione garibaldina non aveva suscitato i temuti contraccolpi internazionali. I francesi temevano però che la controffensiva garibaldina avrebbe potuto far crollare il Papa, perciò chiesero al Piemonte di intervenire. Cavour convinse Napoleone dell'opportunità di affidare alle truppe regolari sabaude il controllo delle operazioni per impedire che la maggior parte dell'Italia diventasse una repubblica (Mazzini si era portato in Sicilia).

L'11 settembre le truppe piemontesi penetrarono nello stato pontificio ed occuparono le Marche e l'Umbria. Le truppe del Papa furono sconfitte a Castelfidardo. Nel sud Garibaldi colse la vittoria decisiva nella battaglia del Volturno il 2 ottobre 1860. Cavour fece votare al Parlamento piemontese l'annessione dell'Italia meridionale, bloccando così l'iniziativa democratica. Il 26 ottobre Garibaldi e Vittorio Emanuele II s'incontrarono a Teano. Il 17 marzo 1861 il Parlamento nazionale proclamò lo stesso Vittorio Emanuele Sovrano del nuovo Stato, un'Italia unita e non soggetta alla dominazione straniera.


IL PRIMO DECENNIO DELL'UNITA' D'ITALIA

LA DESTRA STORICA


Erano trascorsi appena due mesi dalla proclamazione ufficiale del Regno d'Italia che Cavour, il 6 giugno 1861 morì. Ai suoi successori lasciava un compito molto arduo, era infatti difficile fare coesistere genti diverse per cultura, lingua e tradizioni.

Nel tentativo di compattare il nuovo Stato prevalse l'idea opposta a quella federalista e si scelse la via dell'accentramento amministrativo (estensione delle strutture istituzionali piemontesi = piemontesizzazione). L'Italia venne divisa in province, esse vennero governate dai prefetti, direttamente controllati dal ministro degli Interni. Il 20 marzo 1865 il governo presieduto da Alfonso La Marmora stabilì quindi che il modello sabaudo fosse esteso all'intera penisola. Anche il sistema scolastico subì un'importante evoluzione: a partire dal 1860 fu infatti estesa alla nazione la legge Casati. Essa prevedeva l'istruzione elementare, divisa in due cicli, inferiore e superiore, di due anni ciascuno, doveva essere obbligatoria e gratuita per il grado inferiore ed il comune doveva aprire a sue spese la scuola. Gli allievi per classe non dovevano superare i settanta. L'istruzione tecnica prevedeva due gradi: una scuola di durata triennale ed un successivo istituto d'altri tre anni. L'istruzione secondaria classica comprendeva cinque anni. Per passare ad una delle cinque facoltà dell'università bisognava sostenere un esame al termine dell'istruzione secondaria.

A governare l'Italia tra il 1861 e il 1876 furono i liberali moderati, sostenitori dell'idea monarchica, con un forte senso dello Stato e dai rigorosi comportamenti individuali (Destra storica). Il ministro delle finanze Quintino Sella fu l'autore di un rigido controllo sulle spese, economia fino all'osso, che servì per conseguire il pareggio del bilancio. Nel 1856 ci fu la definitiva approvazione dei codici penali, civili e commerciali, d'ispirazione piemontese. Nella concezione politica della Destra storica la gestione del potere, quindi anche il diritto di voto, dovevano essere riservati ai ceti più abbienti.

In nome della concezione liberista, i governi eliminarono le tariffe doganali per costruire un libero mercato interno, questo favorì le aree più ricche del paese e svantaggio le aree più arretrate.

Ora occorreva porre un ordine nel bilancio del nuovo Stato, era urgente una politica di risanamento; che si scontrava con l'esigenza d'infrastrutture più adeguate (rete ferroviaria e stradale, scuole, acquedotti). Per coprire queste spese venne adottata una politica fiscale molto dura, essa culminò nel 1868 con l'introduzione della impopolare tassa sul macinato che gravando sul basilare alimento dei ceti poveri (pane), impoverì ulteriormente le masse.

Un'altra grave questione concerneva le forti differenze esistenti tra Nord e Sud, nel settentrione si formarono i primi nuclei operai ed un'avanzata agricoltura, nel meridione la miseria dominava sulle masse, subordinate ad alcuni latifondisti. La reazione popolare esplose perciò all'indomani dell'unificazione, dando vita al fenomeno del brigantaggio. I briganti bruciavano le liste di leva, le schede fiscali sui redditi.

Alcune migliaia di uomini contro il governo che aveva creato squilibri sociali; per la repressione vennero impiegati 120000 uomini, tra il giugno 1861 e il dicembre 1865 ne furono uccisi 5212 ed arrestati 5044 (Puglia, Campagna, Basilicata, Abruzzo, Molise). Come stabilito dalla legge Pica, i processi furono gestiti dai tribunali militari, che comminarono pene durissime.

La sconfitta del brigantaggio non pose comunque fine alle tensioni alimentari, anche negli anni seguenti continuarono le polemiche sulla politica del governo nei confronti del meridione. Inchieste sulla condizione dell'agricoltura e sui "carusi" = Jacini, Sonnino, Franchetti.

Con la proclamazione del Regno d'Italia, l'unificazione non si era conclusa. Restavano fuori il Veneto e il Lazio. Il primo venne conquistato con la cosiddetta terza guerra d'indipendenza, l'Italia si alleò con la Prussia e partecipò ad un nuovo conflitto contro l'Austria e nonostante le sconfitte (Custoza e Lissa) ottenne il Veneto (24 agosto 1866).

Più complicata fu la questione romana, nel settembre 1864 Minghetti stipulò con la Francia la convenzione di settembre. Essa stabilì che l'Italia avrebbe garantito l'integrità dello stato pontificio e trasferito la sua capitale a Firenze. L'accordo suscitò ampie recriminazioni, in quanto venne interpretata come la definitiva rinuncia alla conquista di Roma. Pio IX si attestava su posizioni sempre più intransigenti testimoniate dalla pubblicazione, nel dicembre 1864, del Sillabo. In esso si rigettava il liberalismo e si riaffermava l'impossibilità della riconciliazione con lo Stato italiano.

Nell'aprile 1867 Urbano Rattazzi tornò al potere e tentò una nuova soluzione di forza. Il presidente del Consiglio, Bettino Ricasoli, finse di ignorare i preparativi condotti in Toscana da Garibaldi, così la sera del 2 ottobre fu attuato un attentato dinamitardo contro una caserma di soldati del Papa. Garibaldi insistette nella sua azione penetrando nello Stato pontificio, ma la sua avanzata fu bloccata da un corpo militare francese a Mentana (3 novembre 1867). A questo punto sembrava ormai impossibile aggirare l'opposizione francese alla conquista di Roma. Ma tre anni dopo una nuova favorevole congiuntura internazionale sbloccò la situazione. Napoleone III fu sconfitto ed il governo italiano decise l'intervento militare, un corpo di bersaglieri invase il Lazio ed entrò a Roma. Il voto espresso in Parlamento il 20 settembre 1871 finalmente trovò compimento: Roma era la nuova capitale d'Italia, un plebiscito che si svolse il 2 ottobre sancì l'annessione.



La risoluzione della questione romana aveva aperto una fase di difficili rapporti con la chiesa cattolica. Nonostante la legge delle Guarentigie (13 maggio 1871) che garantiva l'immunità dei luoghi residenziali del pontefice, l'inviolabilità del Pontefice, il diritto di tenere guardie armate, il libero esercizio del potere spirituale e l'indipendenza del clero da ogni controllo, il Papa considerò gli italiani degli usurpatori. Venne quindi emanata una bolla non expedit (lettera papale) con la quale i cattolici erano invitati a non partecipare alla vita politica del nuovo Stato.













LA SINISTRA STORICA AL POTERE


Il 16 marzo del 1876 il presidente del Consiglio Marco Minghetti annunciò ufficialmente il raggiungimento del pareggio del bilancio, la Destra storica aveva vinto la sua battaglia, ma questa battaglia l'aveva logorata ed era quindi sempre più divisa al suo interno. La politica economica del governo, se da un lato aveva dato credibilità e prestigio internazionale all'Italia, dall'altro aveva mostrato alcuni pesanti limiti.

Il 18 marzo 1876 durante un dibattito per il passaggio della gestione delle ferrovie dai privati allo Stato, la Destra perse l'appoggio della maggioranza dei deputati e cadde. In pochi anni morirono tutti i protagonisti del Risorgimento (Mazzini, Vittorio Emanuele II, Pio IX e Garibaldi).

Il 25 marzo 1876 il re affidò l'incarico di formare il nuovo governo al leader dell'opposizione, Agostino Depretis. Pochi mesi dopo si tennero nuove elezioni: vinse la Sinistra storica (1876-1896).

L'8 ottobre 1876 Depretis presentò il suo collegio elettorale, egli intendeva: eliminare l'analfabetismo, allargare il suffragio elettorale, abolire la tassa sul macinato, decentrare l'amministrazione pubblica.

Il suo primo importante provvedimento riguardò l'istruzione. Nel 1877 venne emanata la legge Coppino che riprendeva la legge Casati ma elevava l'obbligo scolastico fino a nove anni. Fuorono inoltre creati asili d'infanzia e aperte numerose scuole serali. Nel 1880 venne notevolmente diminuita la tassa sul macinato, abolita nel 1884, contemporaneamente però ricomparve il deficit del bilancio.

Con la riforma elettorale del 1882 il diritto di voto venne allargato, era necessario essere cittadini maschi maggiorenni (21 anni), aver frequentato la seconda elementare, pagare almeno 20 lire di imposte l'anno. I votanti diventarono cosi 2 milioni. Le elezioni videro la vittoria della sinistra e per la prima volta venne eletto deputato un socialista (Andrea Costa). Il buon risultato comunque ottenuto dalla Destra preoccupò Depretis che per giustificare l'accordo stipulato con il leader dell'opposizione di Destra Minghetti, incoraggiava il passaggio dei parlamentari da uno schieramento all'altro (trasformismo). Questo portò alla fine dello scontro tra i due schieramenti politici, era esattamente l'obiettivo voluto da Depretis che intendeva così allargare la sua base parlamentare costituendo un'ampia formazione di centro, di conseguenza si trovavano da un lato i conservatori e i reazionari di destra e dall'altro i socialisti ed i radicali di sinistra.

Negli anni Settanta sorsero le prime grandi industrie, l'agricoltura però rimaneva il settore di gran lunga prevalente, ma a causa delle crescenti importazioni di cereali provenienti dall'America, tra 1880 e il 1887 il prezzo dei cereali si dimezzò e trascinò nelle crisi tutta la produzione agricola. Di conseguenza gli agrari, specie del Mezzogiorno, presero a premere sul governo affinché elevasse le tariffe doganali a "protezione" della produzione cerealicola nazionale. Dal settore agricolo la crisi dilagò in quello industriale ed anche gli industriali erano a favore dell'elevazione delle tariffe doganali.

Nel 1887 vennero introdotte alte tariffe doganali sul grano e su molti prodotti industriali, ma la crisi economica aveva determinato la nascita di un potente blocco, costituito dagli agrari e dagli industriali in grado di condizionare pesantemente la politica economica del governo (protezionismo). La svolta protezionistica ebbe sicuri effetti positivi sulla produzione industriale, ma l'aumento del prezzo del grano determinò un notevole peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari, l'emigrazione risultò per molti l'unica soluzione; tra il 1881 e il 1901 più di 2 milioni di persone abbandonarono per sempre l'Italia. Inoltre il protezionismo ebbe effetti negativi sull'agricoltura specializzata del Sud (vino, olio, agrumi) che non trovò più sbocco in Europa per la ritorsione degli altri paesi.

Anche in politica estera la Sinistra storica operò una radicale svolta rispetto alla Destra, nel 1881 la Francia aveva occupato la Tunisia, provocando una forte delusione all'Italia. La Francia aveva potuto agire indisturbata perché l'Italia era di fatto isolata a livello internazionale e in segno di protesta nei confronti della Francia, nel 1882 l'Italia decise di allearsi con la Germania e l'Austria. L'accordo diede luogo alla Triplice Alleanza, dove le tre potenze si impegnavano in un reciproco aiuto solo in caso di aggressione da parte di altri paesi. L'Italia rinunciava quindi alle terre irredente come il Trentino e il Friuli Venezia Giulia. Sotto il profilo economico però l'alleanza fu senz'altro vantaggiosa, presero infatti ad affluire capitali tedeschi che permisero il finanziamento dell'industria italiana e l'apertura di nuove banche (banca commerciale e credito italiano).

Sempre nel 1882 l'Italia avviò un'avventura coloniale e occupò uno stretto territorio nei pressi della Baia di Assab, sul Mar Rosso. Da lì le truppe italiane si mossero nel 1885 alla conquista di Massaia,ma quando cercarono di raggiungere l'interno del paese provocarono la reazione del negus, l'imperatore d'Etiopia. Bel gennaio 1887 a Dogali un reparto italiano di 500 uomini venne sorpreso e massacrato da 7000 Etiopi.

Nell'estate 1887 Depretis morì. Gli succedette Francesco Crispi, primo meridionale a diventare Presidente del Consiglio, diventerà poi ministro degli esteri e degli interni, egli rimase al potere per quasi dieci anni, dal 1887 e il 1896. Difensore della Triplice Alleanza, sosteneva la necessità di uno Stato forte. Nel 1888 Crispi fece approvare una nuova legge elettorale comunale e provinciale che da un lato estendeva il diritto di voto e consentiva ai comuni con più di diecimila abitanti l'elezione dei sindaci, dall'altro aumentava il potere di controllo dei prefetti.

In politica estera Crispi per via della sua ostilità con la Francia, consolidò l'alleanza con la Germania. Nel 1888 la Francia introdusse una tariffa doganale discriminatoria nei confronti dei prodotti italiani. Crispi reagì aumentando del 50% le tariffe sui prodotti francesi, iniziava così la "guerra doganale" tra Italia e Francia; di ciò ne risentì soprattutto l'economia del sud.

Durante il governo di Crispi non mancarono comunque scelte progressiste, nel 1889 venne promulgato un nuovo codice penale, codice Zanardelli, con esso veniva abolita la pena di morte e si riconosceva una limitata libertà di sciopero. A questi provvedimenti fece però da contrappeso una legge di pubblica sicurezza che restringeva i diritti sindacali e accresceva i poteri della polizia.

All'autoritaria politica interna, Crispi affiancò un'aggressiva politica coloniale. Nel 1889 venne firmato con il negus Menelik di Etiopia il trattato di Uccialli, dove si riconoscevano i possedimenti italiani in Eritrea e il protettorato (forma di tutela politica e militare esercitata da uno stato sull'altro) italiano sull'Etiopia e la Somalia. Menelik interpretò questo patto solo come un semplice patto di amicizia. L'intenzione di Crispi di riprendere la politica coloniale suscitò però molte perplessità nell'ambito stesso della maggioranza, quindi, messo in minoranza, Crispi rassegnò le dimissioni nel 1891.

La presidenza del consiglio passò prima al conservatore Di Rudinì, poi a Giovanni Giolitti, che dovette subito affrontare un problema di ordine politico: lo scoppio in Sicilia del moto di protesta popolare dei Fasci siciliani (operai, artigiani, lavoratori delle miniere di zolfo e contadini) che raggiunse il suo culmine nel 1893. essi protestavano contro le pesanti tasse del governo e contro i latifondisti, rivendicando il diritto ad una più equa distribuzione delle terre. Ideologicamente non era un movimento rivoluzionario, ma era un movimento popolare, un'esplosione di rabbia per le vessazioni a cui era sottoposto il popolo siciliano. Giolitti decise di affrontare la questione con prudenza.

Nel frattempo scoppiò lo scandalo della Banca Romana, per coprire vari ammanchi era successo che la Banca Romana aveva cominciato a stampare lire in eccedenza rispetto ai limiti di legge. Il fatto era emerso nel 1889, quando Giolitti era ministro del Tesoro del governo di Crispi.

Accusato di "debolezza" e di aver coperto lo scandalo della Banca di Roma nel dicembre del 1893 Giolitti dovette rassegnare le dimissioni. Al governo tornò Crispi che immediatamente proclamò lo stato d'assedio in Sicilia, poi fece intervenire l'esercito con 50000 uomini. Nel 1894 la protesta dei Fasci siciliani era definitivamente stroncata.

Dopo questo successe Crispi rivolse la sua attenzione alla politica coloniale, rivendicando il rispetto da parte dell'Etiopia dell'interpretazione italiana del Trattato di Uccialli, al  rifiuto di Menelik le truppe italiane penetrarono nel territorio. Gli italiani vennero sconfitti ad Amba Alagi (1895) poi a Macallé (1896). Infine l'1 marzo 1896 ad Adua 7000 soldati italiani rimasero uccisi e 3000 furono fatti prigionieri. Travolto dalle critiche, Crispi nel 1896 rassegnò le dimissioni e si ritirò a vita privata. Terminava così l'età della Sinistra storica ed iniziava la crisi di fine secolo.




LA CRISI DI FINE SECOLO


Il fallimento dell'impresa coloniale aprì una crisi politica e istituzionale che si prolungò fino al nuovo secolo. A sostituire Crispi venne chiamato al governo il marchese Antonio Di Rudinì che nel 1896 firmò con Menelik il Trattato di Addis Abeba, con cui l'Italia rinunciava a qualsiasi pretesa sull'Etiopia.

Intanto nel paese dilagava la crisi economica. Il popolo cominciò a soffrire la fame, nell'estate del 1898 un improvviso aumento del prezzo del pane, dovuto al cattivo raccolto e al blocco delle importazioni degli Stati Uniti provocò un'ondata di manifestazioni di protesta che percorse il paese. La più grave di queste si ebbe il 6 maggio 1898 a Milano dove il generale Bava Beccarsi ordinò ai suoi uomini di sparare sulla folla che protestava, anche con il cannone. Molti dirigenti socialisti vennero arrestati e processati, fra cui Filippo Turati, il capo del Partito socialista. Bava Beccarsi per la sua azione ricevette la medaglia d'oro e il re Umberto I lo decorò con la Gran Croce dell'Ordine militare di Savoia.

Poiché la tensione rimaneva alta, Di Rudinì diede le dimissioni. Umberto I affidò l'incarico di formare un nuovo governo a un generale piemontese, Pelloux. Questi presentò alla Camera dei provvedimenti che limitavano decisamente la libertà di stampa e di riunione. L'estrema sinistra reagì attuando un deciso ostruzionismo parlamentare; a Pelloux non restava che sciogliere le Camere e indire nuove elezioni.

Il 29 luglio 1900 l'anarchico Gaetano Cresci per vendicare i morti di Milano, uccise il re Umberto I a Monza. La situazione era sempre più drammatica, il nuovo re Vittorio Emanuele II decise di affidare il governo a Zanardelli, affiancato da Giolitti come ministro degli Interni. Iniziava l'età giolittiana.




DESTRA STORICA

SINISTRA STORICA



PERIODO



ORIGINE RISORGIMENTALE

Cavouriani

Mazziniani e garibaldini

PRINCIPALI ESPONENTI

Ricasoli, Sella, Minghetti

Depretis, Crispi

LEGGE ELETTORALE

Estensione all'Italia della legge elettorale del Regno di Sardegna. Condizioni per avere diritto di voto: essere cittadini maschi, avere 25 anni, saper leggere e scrivere, pagare almeno 40 lire di imposte l'anno.

Introdotta con la riforma elettorale del 1882. Condizioni per avere diritto di voto: essere cittadini maschi, avere 21 anni, saper leggere e scrivere, pagare almeno 20 lire di imposte l'anno.

SCHIERAMENTI PARLAMENTARI

Contrapposizione Destra-Sinistra

Trasformismo

POLITICA ECONOMICA

Liberoscambismo

Protezionismo

POLITICA FINANZIARIA

Pareggio del bilancio

Deficit del bilancio

POLITICA FISCALE

Imposte indirette: tassa sul macinato

Imposte dirette: abolizione tassa sul macinato

POLITICA ESTERA

Rapporto preferenziale con la Francia. Completamento dell'unità d'Italia: Lazio e Veneto.

Triplice alleanza: Italia Germania, Austria. Inizio del colonialismo italiano: conquista dell'Eritrea e della Somalia.

RIVOLTE SOCIALI

Repressione del brigantaggio (1860-1865)

Repressione dei Fasci siciliani (1893-1895)

ISTRUZIONE

Legge Casati (1859): obbligo d'istruzione per due anni.

Legge Coppino (1877): obbligo d'istruzione fino ai nove anni.





L'EUROPA AL BIVIO


L'INGHILTERRA VITTORIANA


La monarchia parlamentare della Regina Vittoria I (dal 1837 al 1901), detta età vittoriana, conobbe una notevole prosperità economica. L'Inghilterra divenne il paese più importante nei commerci del mondo.

Si attuò inoltre la concezione del liberalismo, secondo la quale l'esercizio del potere spettava prevalentemente ad un parlamento eletto su base censitaria, in questo modo i classici diritti borghesi erano pienamente garantiti.

A partire dal 1846 governò Henry John Palmerston che diventò ministro degli esteri; egli era sostenitore del principio di libero scambio. Nel 1860 si riavvicinò alla Francia stipulando un importante trattato commerciale, nonostante le importanti novità introdotte, Palmerston non accettò l'allargamento del diritto di voto chiesto dalla piccola e media borghesia (scuola di Manchester= pace, economia, riforme).



William Gladston successore di Palmerston fu protagonista di un processo di profondo rinnovamento in senso democratico ed accettò l'allargamento del diritto di voto.

Benjamin Disraeli attuò una prima riforma elettorale (1867) raddoppiando il numero degli aventi diritto al voto e nel 1885 gli elettori divennero 5 milioni. Inoltre legalizzò il diritto di sciopero (1875) e rese obbligatoria la frequenza della scuola elementare (1880).


LA FRANCIA DI NAPOLEONE III


Il 10 dicembre 1848 ascese Luigi Bonaparte, egli puntava ad una rielezione popolare perché era consapevole che il popolo francese sarebbe stato imbavagliato ed il controllo del potere sarebbe tornato nelle mani di una ristretta aristocrazia. Per scongiurare tutto questo attuò un colpo di Stato, 2 dicembre 1851, alla Camera. Il 21 dicembre emanò un plebiscito per sottoporre al parere dei francesi il suo operato, essi dimostrarono di apprezzarlo, così Napoleone III fece approvare una nuova costituzione (14 gennaio 1852) con la quale ottenne pieni poteri e che diede vita ad un regime autoritario. Il 20 novembre venne sancita inoltre la Restaurazione dell'impero, iniziò così una fase politica dominata proprio dall'autoritarismo del sovrano; i prefetti controllavano rigidamente le periferie, gli oppositori furono arrestati e fu avviato un gigantesco processo di modernizzazione dell'economia.

Una svolta importante si verificò dopo il 1860: i contrasti con i conservatori aumentarono e parecchie furono le richieste riformiste, il Sovrano emanò quindi alcuni provvedimenti in favore dei ceti meno agiati (concesse un'amnistia ai prigionieri politici e una moderata libertà di stampa). L'opposizione rimase comunque troppo debole e fu solo un  avvenimento esterno (guerra di Prussia) a determinare la caduta del regime nel 1870.

Venne ripristinata la repubblica ed il capo del governo Thiers firmò l'armistizio con i prussiani, la Francia dovette cedere l'Alsazia e la Lorena e dovette pagare una cifra enorme. Il 18 marzo 1871 il popolo si impadronì di Parigi con l'appoggio della Guardia Nazionale. Il 20 marzo fu proclamata la Comune di Parigi che durò tra il marzo ed il maggio 1871 e fu il primo tentativo di democrazia diretta (socialisti).






LA RUSSIA ZARISTA


Significative trasformazioni avvennero anche nella Russia dello zar Alessandro II, Paese estremamente fragile militarmente e politicamente, con la maggior parte della popolazione che viveva in condizioni di servitù. I servi della gleba infatti rappresentavano quasi la metà della popolazione ed erano la base fondamentale della vita economica della Russia, quando nel 1855 furono chiamati alle armi, molti di loro pensarono che il premio del loro sacrificio sarebbe stato il riconoscimento della loro condizione di "liberi" perciò tentarono di accelerare i tempi della riforma tramite insurrezioni servili. La riforma venne attuata nel 1861 ma in una forma compromissoria: i contadini potevano emanciparsi nello spazio di alcuni anni. Perciò esplosero nuove rivolte antizariste che furono represse a fatica.

Contemporaneamente si diffondevano ideologie rivoluzionarie ed il segno più evidente fu l'affermazione del movimento populista (studenti, operai, contadini) che sognava di realizzare una violenta rivolta contadina per abolire la servitù.


UNIFICAZIONE TEDESCA: LE PREMESSE


Il fallimento dei moti rivoluzionari del 1848 bloccò momentaneamente il processo di unificazione della Germania. A differenza di quanto accadde il Italia, qui fu totalmente assente il contributo di un partito democratico. L'unificazione avvenne infatti mediante azioni militari portate avanti dallo Stato, dai nobili proprietari terrieri (Junker). L'aristocrazia guerriera infatti aveva mantenuto i suoi privilegi tradizionali e si era cementata con la monarchia degli Hohenzollern (sostenitori del pangermanesimo, unificazione di tutti i popoli di lingua tedesca).

Il problema dell'unificazione venne  quindi ripreso dal principe Otto Von Bismarck, appartenente alla classe degli Junker, egli era convinto che solo le armi avrebbero portato all'unificazione tedesca.

Diventò Cancelliere nel 1862 su ordine di Re Guglielmo I che era entrato in conflitto con il Parlamento sulla questione della riforma dell'esercito alla quale i parlamentari si opposero di dare finanziamenti, così il sovrano sciolse le Camere e indisse nuove elezioni che rafforzarono però la maggioranza borghese e antimilitarista. Grazie alla nomina di Bismarck la situazione si sbloccò, egli agì in modo autonomo, mettendo da parte il parlamento.

Dopo aver stipulato un patto con Napoleone III e un trattato di alleanza con l'Italia, Bismarck invase l'Holstein violando gli accordi, questo provocò un'immediata reazione asburgica. Dopo varie manovre militari si giunse alla pace il 23 agosto 1866 (Pace di Praga), l'Austria perse il Veneto ed il controllo dell'area tedesca.

Rimaneva aperta la questione del controllo degli Stati meridionali dell'area germanica, Bismarck avviò una nuova azione mirata a porli sotto il controllo prussiano e lo scontro con la Francia fu inevitabile.

Con la Pace di Francoforte, 20 maggio 1871, la Francia fu costretta a cedere l'Alsazia e la Lorena.


IL DECLINO DELL'IMPERO ASBURGICO


Mentre cresceva la potenza del Reich tedesco, l'impero asburgico entrava in una crisi irreversibile e l'elemento decisivo che ne incrinò la solidità fu certamente il suo carattere multietnico. Era impossibile unificare sotto un solo imperatore persone con caratteristiche diverse, ognuno rivendicava la formazione di diverse entità locali.

Tutto questo porterà più avanti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.




GLI STATI UNITI E LA GUERRA CIVILE


Gli Stati uniti d'America conobbero una fase storica caratterizzata da un'estrema conflittualità. Le tredici colonie fondatrici dell'Unione erano diventate trentuno. La frontiera in origine collocata lungo i monti Allegheny si spostò verso Ovest e si arrivo dall'oceano Atlantico al Pacifico.

Gli stati del Nord erano già notevolmente industrializzati, quello del Sud erano basati sull'attività agricola e sullo sfruttamento della schiavitù.

Vi erano inoltre notevoli differenze politiche ed ideologiche, nel Nord si affermava la propaganda abolizionista, favorevole all'abolizione della schiavitù; si formò così un vero e proprio partito il Free Soil Party che diventerà il Partito Repubblicano. Esso dopo il 1850 divenne l'unica formazione politica capace di contrastare l'egemonia del Partito Democratico.

Negli stati del Sud si registrò l'ascesa di una fronte schiavista, sostenitrice che lo schiavismo rappresentava un ordine sociale giusto.

Tra il 1820 e il 1850 i rapporti tra le due aree venero regolati da un accordo detto compromesso del Missouri. Esso prevedeva l'accoglimento di uno Stato non schiavista (il Maine) e sanciva che la schiavitù non superasse una certa area.

Lo sviluppo della California e la colonizzazione del Texas resero inapplicabili le regole stabilite nel compromesso del Missouri, in particolare la situazione del Kansas fu delicata. Né i proprietari terrieri del Sud né i liberi agricoltori del Nord erano disposti a cederlo, così nelle elezioni del 1865 i democratici riuscirono a mantenere una maggioranza ed elessero a capo  l'abolizionista Abramo Lincoln, per il Sud era il segnale della rivolta.

Nel febbraio 1861 fu istituita la Confermazione del Sud con a capo Jefferson Davis che nell'aprile 1861 ordinò alle truppe di attaccare a Fort Sumter una postazione di "nordisti", cominciava quindi per cause di carattere sociale, economico ed amministrativo la guerra civile.

Sia gli Stati del Nord che la Confederazione del Sud ritenevano che la guerra sarebbe durata poco tempo, invece da guerra di secessione, diventò una guerra di logoramento che durò quattro anni. La battaglia decisiva venne combattuta a Gettysburg dove le truppe sudiste vennero bloccate sul fronte orientale. Fu dunque emanato il proclama di emancipazione con il quale si aprivano grandi speranze di libertà per gli schiavi del sud. Dopo altri due anni di guerra, il 9 aprile 1865 i soldati nordisti ebbero la meglio. Il 14 aprile fu assassinato Lincoln, era la prova che le contraddizioni aperte dal conflitto restavano in gran parte irrisolte.


LA DOTTRINA DI MONROE

Durante i moti rivoluzionari del Sud America (1810-1825), i presidente americano James Monroe fece conoscere la posizione ufficiale degli Usa circa un possibile intervento di forze europee per sedare i tumulti: solamente quando i loro diritti verranno lesi o minacciati essi si sarebbero preparati alla difesa. Questo portò ad una tendenza isolazionista americana che venne accantonata soltanto nel corso della Prima Guerra Mondiale.

































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