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IL SISTEMA PERIODICO

chimica


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IL SISTEMA PERIODICO



IL LIBRO. Questo libro è stato scritto da Levi dopo 30 anni dal ritorno da Auschwitz, quando, dopo aver raccontato l'accaduto di quegli anni nei suoi primi libri, spinto dal successo ottenuto con quelli, decide di raccontare qualcosa della sua vita, e di quando aveva esercitato il suo mestiere, quello del chimico. Infatti dà al suo libro il titolo "Il sistema periodico" con chiara allusione al sistema di classificazione degli elementi chimici elaborato nel 1869 da Mendeleev, base della chimica moderna.


LA STRUTTURA. "Il sistema periodico" é diviso in 21 capitoli, ognuno di quali ha il nome di un elemento chimico, e ognuno dei quali racconta un episodio preciso della sua vita che riguarda in qualche modo l'elemento che dà il nome al capitolo. Il libro ha una struttura a cornice, e la cornice è appunto la chimica, con tutti i suoi elementi, chimica a cui Levi deve molto, infatti è gra 646h75g zie ad essa se si è salvato dalla strage degli ebrei durante la  seconda guerra mondiale, lavorando come chimico al campo di concentramento di Auschwitz.



Più o meno tutti i capitoli del libro riguardano situazioni di vita quotidiana o situazioni di lavoro nelle quali allo scrittore è capitato di dover avere a che fare con un determinato elemento, che appunto dà nome al capitolo. Ci sono solo tre casi in cui non è così, ed in due di questi (piombo e mercurio) Levi ci fa subito capire che sta trattando un caso particolare, infatti fa stampare quei due capitoli che non hanno niente a che fare con la sua vita, ma che sono racconti scritti da lui mentre lavorava ad una cava di nichel in un carattere diverso da tutto il resto del libro, usando una tecnica molto in voga oggi e di cui lui è stato un po' il predecessore.

L' altro capitolo un po' fuori da quelli che sono i canoni del libro è l' ultimo, quello che ha titolo "Carbonio", nel quale Levi racconta la storia di un atomo di quel così comune elemento chimico. Anche in questo caso lo scrittore ci anticipa che l' argomento che tratterà in quel capitolo sarà diverso dagli altri, scrivendolo espressamente in un passo del libro stesso.

La cornice che Levi usa come sottofondo, come scusa per raccontarci, come scrive nel sottotitolo, i guai passati, è dunque la chimica.


LA MATERIA COME ANTAGONISTA. Nelle sue avventure da chimico la materia prima è spesso vista come antagonista di un Levi che, per riuscire a soddisfare un obiettivo che si pone o che gli impone di raggiungere il datore di lavoro, deve sottoporsi a dure sfide contro di essa, a volte con esiti positivi (ad es. nel capitolo "Cromo", dove lo scrittore riporta un suo successo, quello di riuscire a recuperare delle grandi quantità di vernice impolmonita, cioè inutilizzabile), a volte (vedi capitolo "Azoto", dove il chimico abbandona il campo sconfitto da un rossetto che sbavava, e che non ne voleva sapere di farsi correggere quel suo difetto non da poco) dovendo lasciare perdere ciò a cui stava lavorando.

Posso citare alcuni esempi: - nel capitolo "Potassio" lancia la sua sfida al benzene ed è sicuro di vincerla, infatti non deve fare altro che distillarlo due volte: la prima nel solito modo, la seconda in presenza di sodio; non trova il sodio, e così sostituisce ad esso il potassio, che dovrebbe avere la stessa funzione, secondo l'opinione del chimico inesperto, che però sbaglia, perché il potassio a contatto con l'acqua innesca un'intensa fiammata che stupisce Levi: ha perso la sfida, si è fatto sorprendere inaspettatamente dal potassio; - nel capitolo "Nichel" il passo <<il nichel scovato dalla sua tana>> simboleggia bene la sfida intensa con questo elemento; - nel capitolo "Cromo" il passo <<per qualche motivo l'analista stesso era stato tradito da un reattivo impuro>> è un altro buon esempio; - un altro esempio è ancora nello stesso capitolo, quando Levi cerca di capire perchè la vernice impolmoniva, e cerca di rimediare a questo difetto analizzando la vernice stessa e riuscendo, dopo vario tempo a scovare la causa di quel difetto: è una sfida vinta dal chimico-scrittore. Potrei citare altri esempi, ce ne sono tantissimi, quasi tutti i capitoli comprendono sfide lanciate alla o dalla materia, ma ritengo che questi siano sufficienti per comprendere questa caratteristica del libro e del suo autore.




LA SCRITTURA. Troviamo inoltre in alcuni passi del libro qualche riflessione di Primo Levi riguardo alla sua attività di scrittore. Levi, all'inizio della sua carriera, scrive riguardo all'olocausto in qualità di sopravvissuto ad esso, ed il fine di ciò che scrive è esclusivamente informativo, ossia scrive per far sapere al mondo intero come andavano le cose là ad Auschwitz. Preposto questo, c' è da dire che nei libri successivi Levi cambia lo scopo e il destinatario dei suoi scritti. Infatti non scrive più per informazione sullo sterminio degli ebrei, ma si dedica a raccontare, come in questo libro, la sua vita. Raccontando la sua vita, tuttavia, non può non parlare dell'olocausto, esperienza che lo ha completamente cambiato. Lo fa in modo più spiccio, ma lo fa.

Ricorre frequentemente nel modo di scrivere di Levi il fatto di incitare il lettore a leggere l'opera che lui ritiene la sua più importante: "Se questo è un uomo" citandola molte volte nei suoi altri libri; infatti la prima cosa che fa quando conosce una persona nuova, o incontra una vecchia conoscenza dopo parecchio tempo è mandargli una copia del suddetto libro.

Levi vuole far sapere a tutti quelli che leggono le sue opere come erano trattati gli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Lo scopo principale del suo scrivere è sostanzialmente divulgare informazioni, in qualità di ultimo sopravvissuto, riguardo all'olocausto.


IL NEMICO PERFETTO - LA RESPONSABILITA'. C'è un'altra cosa da dire sul modo di scrivere di Levi: per lui il nemico perfetto non esiste. Per quanto egli possa odiare una persona, non gli attribuirà mai tutta la colpa di ciò che gli ha fatto passare, ma cercherà in qualche modo di scovare i lati positivi del suo nemico, di capire le ragioni per cui ha fattto ciò che ha fatto, di andare a fondo nella psicologia dell'individuo nemico per riuscire a discolparlo parzialmente di ciò che ha commesso. Infatti Levi ritiene che la colpa dello sterminio degli ebrei sia da attribuire a tutta l'umanità, che ha permesso un simile scempio di vite umane, non ad un singolo individuo che ha dato l'ordine di distruggere la razza ebrea. Questa caratteristica di Levi appare anche nel libro di cui si sta parlando, esattamente è evidente nel capitolo "Vanadio", dove lo scrittore "parla" per via epistolare con uno dei carnefici di Auschwitz, uno di quelli che <<eseguivano gli ordini>> come se parlasse con un vecchio amico rivisto dopo molto tempo; non riesce a odiarlo, sebbene il dottor Lothar Muller sia stato il responsabile della morte di molti suoi compagni.








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