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LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE

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LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE


LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE



Introduzione


Nel nuovo millennio si è imposto sempre più come tema di molte riflessioni culturali, politiche  e sociali la comunicazione intercu 616b17g lturale. Il pluralismo culturale è ormai diventato una realtà nelle società moderne. Nell’era delle globalizzazioni si impone la necessità di assumere la consapevolezza che con il “traffico delle culture” queste sono portate a mischiarsi e influenzarsi vicendevolmente. Tra i fattori che hanno comportato un maggior interesse verso questa tematica, possiamo individuare, da una parte l’intensificazione delle migrazioni su scala planetaria di persone che portano nei nuovi paesi il proprio bagaglio culturale a cui non intendono rinunciare, dall’altra la crisi di molti modelli culturali dovuta all’influenza dei mass media. Si verifica un incontro/scontro e un avvicinamento tra culture occidentali e non, che comporta un forte mutamento delle culture in gioco. Uno dei maggiori rischi che si corre in questo incontro tra culture diverse è non riuscire a comprendere quanto le nostre azioni e i nostri pensieri siano diretti e guidati da presupposti di cui spesso non siamo consapevoli e che derivano dalla nostra tradizione, dai nostri usi e costumi, dalle nostre esperienze e dalla nostra biografia. Un primo passo, infatti, è quello di divenire coscienti di quanto la nostra cultura ci influenzi nei nostri atteggiamenti quotidiani, impresa ardua perché questa influenza è spesso inconsapevole.



Una storia indiana tratta dal “Sakuntala” di Kalidasi (dramma della letteratura sanscrita) narra di un saggio che sta meditando e davanti a sé si trova un elefante ed afferma: “Questo non è un elefante”. Appena l’elefante se ne va e non è più visibile vede le impronte lasciate dall’animale ed afferma “Qui c’era un elefante”. Questa storia esemplifica la situazione della dimensione culturale nella nostra società. La cultura incombe su di noi come un elefante ma nello stesso tempo è invisibile, non ci si rende conto della sua presenza. La cultura, come l’elefante presente in questa storia, è invisibile se non si sa come e cosa guardare. Oggi si tende spesso a fare valutazioni a posteriori, senza quindi rendersi conto di cosa ci guida nelle nostre valutazioni e nei nostri atti. Attraverso il confronto con l’Altro si può scoprire noi stessi, si aprono occasioni di crescita reciproca. Ciò non significa abbandonare i propri valori ma rispettare le differenze relativizzando i propri modelli culturali e  apprezzando la ricchezza della varietà e della differenza. Non si deve tendere all’omologazione ma si deve cercare di creare un’interazione che abbia i caratteri di uno scambio. L’atteggiamento interculturale deve, quindi, favorire il confronto e l’incontro tra culture. Come afferma Geert Hofstede:


“Tutto comincia con la consapevolezza: il riconoscere che ciascuno porta con sé un particolare software mentale che deriva dal modo in cui è cresciuto, e che coloro che sono cresciuti in altre condizioni hanno, per le stesse ottime ragioni, un diverso software mentale. […] Poi dovrebbe venire la conoscenza: se dobbiamo interagire con altre culture, dobbiamo imparare come sono queste culture, quali sono i loro simboli , i loro eroi, i loro riti […]. L’abilità di comunicare tra culture deriva dalla consapevolezza, dalla conoscenza e dall’esperienza personale”.[1]


Si deve evitare di guardare le altre culture secondo un’ottica etnocentrica, cioè giudicarle confrontandole con la propria, in modo da sottolineare così  la propria superiorità. La convivenza di culture diverse sarà possibile attraverso la costruzione di un dialogo senza dominanza e in cui gli interlocutori si riconoscono come soggetti con gli stessi diritti e impegnati nella comprensione reciproca. In realtà si riscontrano differenze culturali molto profonde anche tra persone che provengono dallo stesso contesto e retroterra culturale, ma che nel corso della loro vita hanno avuto diverse influenze culturali, diverse esperienze. Quindi si può in un certo senso dire che ogni comunicazione è interculturale (anche se magari le differenze sono più evidenti tra culture diverse). La comunicazione tra persone è inevitabile, è impossibile non comunicare, anche il solo fatto di stare fermo e in silenzio implica un messaggio indirizzato agli altri. In questo senso risulta impensabile non comunicare interculturalmente soprattutto oggi che l’Altro non è più lontano.



1.     COMUNICAZIONE E CULTURA


1.1 IL CONCETTO DI COMUNICAZIONE


Il termine comunicazione viene dal latino “communis” che significa comune, condiviso. Nel dizionario Castiglioni e Mariottti troviamo collegato anche il termine “moenia”, cioè mura, quindi l’espressione “cum moenia” designa il gruppo di persone che vive dentro le stesse mura e quindi partecipa allo stesso contesto. La comunicazione prevede una compartecipazione tra interlocutori che creano e condividono informazioni e significati.

Nel senso comune la comunicazione è vista come una trasmissione di un messaggio da un emittente ad un ricevente secondo lo schema:


A M B


Tale schema è molto riduttivo in quanto vediamo che la comunicazione è unidirezionale cioè va dall’ emittente al ricevente e non viceversa (quindi non si può parlare di una comunicazione interpersonale) e il ricevente o destinatario è passivo. Il messaggio viene quindi trasposto da una persona ad un’altra senza presupporre un feedback del destinatario e soprattutto il contesto in cui avviene la comunicazione sembra non influire.

Questo modello di trasmissione è adatto a descrivere i processi di acculturazione o di una comunicazione che ha un obbiettivo e non uno scambio comunicativo vero e proprio.

Per la comunicazione interpersonale, e soprattutto interculturale, si deve cominciare a considerare la comunicazione come “dialogo”.

Dialogo viene dal greco “dia” preposizione che indica separazione e “légein” parlare, legare. Con il dialogo si unisce ciò che è separato, si incontra l’Altro riconoscendolo come interlocutore.


(F) A           (F)B


Questo schema della comunicazione dialogica evidenzia la bidirezionalità di questo tipo di processo; che, cioè, va da A a B e viceversa. La F, nello schema, significa “frame”, cioè cornice culturale in cui si inserisce tale situazione. A differenza del precedente tipo di comunicazione, nel dialogo, si tiene conto, quindi, anche dell’importanza del contesto, che inevitabilmente lo influenza. Il buon esito della comunicazione deriva non solo dal recapito del messaggio ma da entrambi gli interlocutori e dal loro riconoscimento reciproco.



1.2  IL CONCETTO DI CULTURA


L’etimologia della parola rimanda al latino “colere” cioè coltivare la terra. Nella concezione classica di cultura il senso metaforico dato al termine era coltivazione dello spirito e quindi processo di formazione dell’uomo nel suo valore universale. Nell’Ottocento si cominciò a mettere in discussione tale concezione ma solo l’antropologia riuscì a darne una definizione scientifica sottolineando il carattere condiviso. In senso sociologico


“La cultura si riferisce ai modi di vita dei membri di una società o di gruppi all’interno di una società. Essa include i modi di vestire, le consuetudini matrimoniali, la vita familiare, i modelli di lavoro, le cerimonie religiose e l’uso del tempo libero. La  cultura si può concettualmente distinguere dalla società ma tra le due nozioni esistono rapporti molto stretti. Una società è un insieme di interrelazioni che unisce fra loro gli individui […]. Nessuna cultura potrebbe esistere senza una società. Ma analogamente nessuna società potrebbe esistere senza una cultura[2]”.


Una definizione molto significativa di cultura è quella data da Geertz:


“La cultura è un insieme di significati trasmessi storicamente, incarnati in forme simboliche, incluse azioni, discorsi e oggetti di vario tipo, attraverso i quali gli individui comunicano l’un l’altro e condividono le loro esperienze, concezioni e credenze.”[3]


Ogni cultura è costituita da dei valori, norme, concetti e simboli.

I valori rappresentano gli ideali condivisi da un certo gruppo sociale a cui i soggetti fanno riferimento nelle loro azioni, nei loro pensieri, decisioni e giudizi.

Le norme invece specificano con precise indicazioni di comportamento i valori e, per assicurare il loro rispetto, prevedono delle sanzioni positive o negative, per la devianza.

All’interno di una cultura gli individui condividono spesso modelli di visione del mondo e attraverso i concetti organizzano l’esperienza dal punto di vista cognitivo. I simboli sono termini che stanno per qualcos’altro, rinviano ad un’altra cosa e devono essere condivisi. Il sistema di simboli più importante in una cultura è il linguaggio.



1.3 RAPPORTO TRA COMUNICAZIONE E CULTURA


Comunicazione e cultura sono due concetti molto legati ed intrecciati tra loro. La cultura si trasmette e si produce attraverso pratiche comunicative ed è proprio grazie alla comunicazione che le culture sopravvivono e si trasmettono ad altri soggetti sociali. Può accadere che il processo di comunicazione provochi dei cambiamenti alla cultura a causa di contaminazioni esterne e nuove interpretazioni.



2. NASCITA DELLA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE


All’inizio del XX secolo le innovazioni tecnologiche e i processi di urbanizzazione hanno imposto una attenta riflessione sul pluralismo culturale e sull’incontro tra diverse culture. Negli anni ’20, presso il Dipartimento di Sociologia della Scuola di Chicago, venne organizzata un’attività di ricerca sulla diversificazione sociale e sulle varie culture presenti nella città. Robert E. Park, studioso di questa scuola, si occupò del concetto di uomo marginale, cioè una persona che si trova spaesata di fronte alla differenza tra la propria cultura di origine e la cultura della società in cui si viene a trovare. Elaborò anche una riflessione su ciò che significava vivere tra due mondi senza riuscire ad integrarsi pienamente né in uno né nell’altro, rimanendo in tal modo estraneo ad entrambi. A lui si deve anche il concetto di distanza sociale con cui si intende il grado di vicinanza o lontananza tra individui appartenenti a culture diverse.



La comunicazione interculturale, come disciplina autonoma, nasce dopo la Seconda Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti si impegnarono con il Piano Marshall nella ricostruzione economica e industriale dei paesi ex alleati ed ex nemici per cercare di favorire la nascita di forme di governo democratiche. I programmi di aiuto però furono progettati senza tener conto delle specificità culturali e sociali dei singoli paesi cui erano destinati. Per questa mancanza, inevitabilmente questi piani, intorno agli anni ’50 e ’60, fallirono.

Venne avvertita, quindi, l’esigenza di dover formare i diplomatici americani anche sotto questo aspetto, con la consulenza e l’aiuto di linguisti e antropologi e soprattutto con l’inserimento nei programmi formativi della Comunicazione Interculturale. Proprio a questo scopo, nel 1946, venne istituito il Foreign Service Institue.

Fondamentale fu il contributo di linguisti, spesso madrelingua, che avevano il compito di preparare i diplomatici a capire quegli elementi della comunicazione non verbale fondamentali per una vera comunicazione interculturale. Gli antropologi contribuivano, invece, con informazioni relative alla dimensione macroculturale delle varie culture, prendendo in considerazione aspetti quali le parentele, l’organizzazione sociale ecc. ecc. E. T. Hall, docente di antropologia, cominciò a sostenere l’importanza degli aspetti micro culturali. Questi vengono spesso usati dai soggetti in modo implicito e per questo rivelano il loro ”inconscio culturale”, la cui indagine ci permette una conoscenza vera e propria degli aspetti più profondi dell’Altro. Dalla gestualità, dall’intonazione, dalla voce, dall’uso dello spazio, dalla postura e da tutti gli altri aspetti che rientrano nella comunicazione non verbale si può arrivare a scavare molto a fondo nelle altre culture.

La nascita della Comunicazione Interculturale e tale denominazione si deve ad uno scritto di E.T.Hall “The Silent Language” in cui risalta il nesso tra cultura ed esperienza. Come si può leggere dalle sue stesse parole:


”C’è un crescente accumulo di esperienze a indicare che l’uomo non ha diretto contatto con l’esperienza di per sé, ma che esiste una serie di modelli che operano incanalando i sensi e i pensieri, determinando una reazione di un certo tipo, mentre qualcun altro, con altri modelli, reagirà come la sua esperienza prevede.”[4]


Si può dire che dagli anni ’70 in poi la disciplina ha preso sempre più campo: vennero aperti i primi corsi universitari, furono organizzati molti convegni e cominciò una vasta produzione saggistica. Dagli anni ’90 c’è stato un ampliamento della materia, che ha ampliato il suo campo di studi ad altre forme di comunicazione oltre che quella interpersonale come, ad esempio, Internet, i mass media. Di grande rilevanza, inoltre, sono stati gli studi che si sono sviluppati fuori dagli Stati Uniti in particolare nei paesi non occidentali, dal momento che partono da una prospettiva completamente diversa dalla nostra.

La Comunicazione Interculturale nasce, come abbiamo visto, con uno scopo strumentale cioè con l’intento di avvicinare i diplomatici statunitensi alle culture di paesi lontani da loro e con lo scopo di conoscere l’altro per dominarlo. Già la nozione di “interculturalità” è di per sé connotata culturalmente in quanto nasce in una determinata dimensione culturale di riferimento. Molte definizioni che si trovano in manuali americani fanno propria una concezione della comunicazione trasmissivo-strumentale, che intende la comunicazione come mera trasmissione di informazioni attraverso un processo unidirezionale. In questa ottica anche la comunicazione interculturale veniva intesa come studio della comunicazione finalizzata ad un obbiettivo determinato tra persone di diverse culture. Soprattutto a partire dagli studi post-coloniali, tale disciplina opera, anche tutt’oggi, ad un livello più profondo rispetto al passato in quanto è maggiore la consapevolezza di quanto l’incontro con la diversità consenta di trovare noi stessi e capire le cornici culturali inconsce che guidano le nostre azioni e i nostri pensieri, mettendoci così in discussione. Nel contatto culturale si dovrebbe sviluppare quello che Bateson definisce il “deuteroapprendimento” cioè “apprendere ad apprendere”[5] considerando le nuove esperienze non solo veicolo di conoscenze cognitive ma soprattutto di nuove prospettive diverse dalle nostre che relativizzano i punti di vista e li mettono in discussione per riuscire a risolvere i problemi.

Adesso quindi possiamo iniziare a descrivere la Comunicazione Interculturale intesa come un’interazione dialogica tra cornici culturali o frames in un processo bidirezionale di scambio e comunicazione. In questo processo, ognuno è chiamato a mettersi in gioco e deve essere pronto ad accogliere l’altro ed i suoi punti di vista. Ma, essenziale, è la disposizione reciproca dei partecipanti alla comunicazione a trovare punti di accordo ed equilibrio per creare un campo di confronto condiviso, eventualmente  rinunciando e contrattando le proprie posizioni. Questo livello di comunicazione non è più un processo unidirezionale ma c’è reciprocità, scambio tra i due interlocutori che si riconoscono a vicenda. Il termine interculturale spesso erroneamente è associato al termine “multiculturale” e pensato come suo sinonimo. In realtà i due termini sono molto lontani, soprattutto a livello di significato. Con “multiculturalismo” si intende infatti l’esistenza di molte culture nello stesso tempo e nel medesimo luogo, ha un carattere descrittivo che sottolinea la diversità senza mettere l’accento sull’importanza dello scambio e l’inevitabilità dell’incontro tra culture. Anche il termine “comunicazione interrazziale” non può essere associato al concetto che sin qui si è dato alla Comunicazione intercu 616b17g lturale in quanto si basa sull’ interazione tra la cultura dominante e le altre culture presenti nello stesso territorio.



3. LA COMUNICAZIONE NON VERBALE


Abbiamo visto come attraverso il contributo di E.T. Hall la Comunicazione Non Verbale venga sempre più ritenuta rilevante all’interno della Comunicazione Interculturale in quanto fornisce indizi su aspetti profondi, inconsci e spontanei delle altre culture. Inoltre può aiutare anche nella comunicazione interpersonale laddove si verificano spesso problemi con il linguaggio verbale. Infatti la normale comunicazione interpersonale tra due individui avviene su due livelli: quello della comunicazione verbale con uno scambio di messaggi attraverso un codice comune, come, ad esempio, la lingua e quello della comunicazione non verbale o analogica. Questo secondo livello non fa uso delle parole ma ugualmente trasmette significati attraverso la mimica facciale, lo sguardo, la postura, i gesti, l’organizzazione del tempo e dello spazio ecc. ecc. Questo tipo di comunicazione è molto importante dal momento che spesso avviene inconsciamente e quindi rivela, attraverso la spontaneità somatica e comportamentale, le cornici culturali che stanno alla base del pensiero e delle azioni di ogni individuo. La cultura è un fatto implicito che viene appreso attraverso l’imitazione e l’osservazione di altri individui del medesimo contesto culturale, i quali inconsciamente influenzano anche la sfera della gestualità, della postura, della mimica e dei tratti paralinguistici.

E’ inevitabile comunicare non verbalmente e spesso ciò precede la comunicazione verbale in quanto la nostra fisicità, già di per sé, trasmette informazioni all’altro. Comunemente si è portati a pensare a questo tipo di comunicazione come universalmente comprensibile, innata, al punto da poter superare le barriere linguistiche. Diverse ricerche, per esempio, hanno cercato di dimostrare l’universalità transculturale dell’espressione facciale delle emozioni. Paul Ekman propose ad un popolo della Nuova Guinea, che non aveva mai avuto contatti con degli stranieri, di identificare le emozioni che venivano comunicate dall’espressione facciale rappresentata in alcune immagini e riconobbero in esse le nostre stesse emozioni confermando così la tesi che le emozioni e la loro manifestazione sono innate. In effetti i meccanismi dai quali scaturisce la comunicazione non verbale sono simili in tutte le culture, ma ogni cultura poi tende a rielaborare in maniera differente l’interpretazione e l’uso dei messaggi non verbali. Ciò vuol dire che forme di comunicazione non verbale perfettamente comprensibili per le persone appartenenti ad una determinata cultura, possono invece essere, per chi ha un altro retaggio culturale, assolutamente incomprensibili o addirittura avere un significato opposto. E’ proprio la singola cultura che indica a chi vi appartiene quale comportamento non verbale è proprio di specifici pensieri o emozioni, quando è opportuno esprimerli e l’intensità adeguata con cui dimostrarli. Da quanto detto risultano evidenti le difficoltà e gli equivoci in cui si può incorrere nell’ambito della Comunicazione intercu 616b17g lturale anche solo al livello della comunicazione non verbale. Per esempio, basti pensare che il gesto che a noi appare elementare per esprimere la negazione attraverso lo scuotere lateralmente il capo in altri paesi, quali ad esempio alcune zone dell’India e dell’Africa, ha il significato opposto.



La comunicazione non verbale si esprime attraverso diversi canali. La cinesica studia la comunicazione che avviene attraverso i movimenti del volto, del corpo e la postura quindi quello che potrebbe essere chiamato il linguaggio del corpo. Anche i tratti paralinguistici sono aspetti connotati culturalmente che fanno parte della comunicazione non verbale. Si riferiscono alle componenti verbali ma non vocali che caratterizzano il parlato come l’intensità e il tono della voce, la velocità di pronuncia delle parole; e alle componenti vocali ma non verbali. Anche la gestione dello spazio e i suoi usi sociali diventano molto importanti a livello della comunicazione non verbale ed è la prossemica ad occuparsene. Lo spazio viene distinto in “spazio percepito” cioè quello che percepiamo di ciò che è intorno a noi attraverso i nostri organi di senso (spazio visivo, acustico, olfattivo, tattile e termico) e lo “spazio agito” cioè le modalità con cui ci muoviamo nello spazio. Nell’ambito delle relazioni sociali tra individui si possono individuare forti differenze culturali nella concezione dello spazio personale e della distanza interpersonale. E.T. Hall distingue diversi tipi di distanza tra  soggetti indicativa anche del tipo di relazione tra di essi instaurata. Ad esempio la distanza intima, che va dal contatto corporeo fino quasi a cinquanta centimetri, è riservata a quegli individui con cui si è stretto un tipo di rapporto intimo. La distanza personale (da cinquanta centimetri fino ad un metro e venti) è lo spazio riservato ad amici, conoscenti e persone di cui si ha fiducia. La distanza sociale (da uno fino a tre o quattro metri) è la distanza che si tiene nei confronti degli sconosciuti o in situazioni di interazione formale. La distanza pubblica è quella che supera i quattro metri ed è adottata in cerimonie pubbliche o ufficiali. Quindi nelle relazioni tra soggetti la distanza giusta viene stabilita in base al tipo di relazione che li lega, alla situazione e al contesto specifico e alla cultura. Ogni interazione tra individui si può dire che è “situata” cioè si svolge in un luogo preciso ed in un preciso istante di tempo. La cronemica si occupa dello studio dell’organizzazione del tempo e del suo potenziale comunicativo. La distinzione proposta da E.T. Hall riguardo all’organizzazione temporale nelle società, distingue il tempo monocromico dal tempo policronico. Il primo è tipico delle società occidentali in cui il tempo è pianificato, strettamente controllato, dominato ed orientato all’azione. Il tempo policronico invece è fluido, flessibile poiché si adatta alla situazione e al contesto, permette la contemporaneità di più azioni e va rispettato ed accettato E’ tipico di società basate sulla socialità e convivialità.

4. OSTACOLI ALLA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE


Per comprendere le altre culture gli individui devono essere disposti innanzitutto a comprendere che il nostro modo di ordinare il reale è solo uno dei molti possibili, che dipende dai nostri frames o cornici culturali. Questo consentirebbe di essere maggiormente disposti ad accettare e confrontarsi con l’altro.

La percezione è un fatto culturale. Nel processo percettivo, infatti, i dati non vengono registrati meccanicamente, ma vengono selezionati, categorizzati, interpretati in base e in funzione ad un determinata cultura. Attraverso il processo di categorizzazione gli individui riescono ad ordinare i dati selezionati e quindi a semplificare la complessità del reale e l’enorme quantità di stimoli esterni per dare loro un significato. La cultura influenza ciò che riteniamo degno di importanza e che perciò verrà selezionato e poi interpretato, causando così fraintendimenti tra persone appartenenti a culture diverse.

Legato al processo di categorizzazione troviamo lo stereotipo che può essere definito come


“«un calco cognitivo», uno schema rigido fornito dal contesto sociale e culturale che produce a livello dei discorsi, immagini e figure caratterizzate dalla ripetitività[6].


Lo stereotipo precede l’uso della ragione opera, quindi, già a livello della percezione sensoriale. Con lo stereotipo si attua una semplificazione della complessità del reale attraverso la costruzione di categorie rigide e immodificabili che costituiscono anche un modo per proteggere se stessi. Lo stereotipo è parziale in quanto tende a prendere in considerazione soltanto alcuni tratti o caratteristiche di un gruppo attribuendogli una valenza negativa o positiva. Spesso si tende a prevedere i possibili comportamenti futuri di un individuo basandosi sullo stereotipo attribuito al gruppo di appartenenza. Si accentuano in questo modo le somiglianze tra i membri interni (ingroup) e le differenze rispetto agli altri gruppi (outgroup). Anche per la spiegazioni di eventi sociali si ricorre spesso all’uso dello stereotipo. Questo agisce facendo sì che il proprio comportamento possa venir attribuito a cause esterne (es. in uno scontro è stato l’altro a provocarci) e quello degli altri a cause interne (es. “è nella loro indole comportarsi in tal modo”).

E’ una forma di difesa utilizzata davanti all’altro che ci spaventa per la sua diversità, vista, non come una risorsa, ma come minaccia. La trasmissione culturale riproduce gli stereotipi di generazione in generazione cosicché è difficile accorgersi di esserne influenzati perché diventano schemi mentali automatici. Le singoli esperienze relazionali con un soggetto appartenente alla categoria bersaglio dello stereotipo possono permettere l’abbandono di questo schema mentale, ma purtroppo tali esperienze spesso sono rese impossibili dalla barriera innalzata tra noi e l’altro proprio in virtù dello stereotipo stesso.

Attiguo al concetto di stereotipo si trova il concetto di stigma, ossia


“Un tratto somatico o culturale, innato o acquisito, oggetto di valutazioni negative diffuse, tali da marcare severamente l’identità e l’autostima del soggetto … è uno stereotipo (negativo) radicalizzato, funzionale a ribadire i confini del gruppo attraverso la messa a distanza di ciò che è definito come estraneo[7].


L’attribuzione di una caratteristica negativa al soggetto stigmatizzato porta, in relazione anche alle teorie sull’etichettamento, ad una interiorizzazione di tali attributi da parte del soggetto che ne è vittima tanto da portarlo ad adeguarsi a questo modello imposto dall’esterno e a convincersi che sia il proprio. Lo stigma produce quindi meccanismi di esclusione e isolamento infatti anche la discriminazione può essere vista come un suo effetto.

Quando lo stereotipo viene caricato di valenze emotive, affettive ed identitarie diventa pregiudizio. Sono giudizi a priori, quindi parziali, che avvengono senza un esame completo di tutti gli aspetti, venendo così a costituire dei veri e propri preconcetti. Il pregiudizio, spesso, prevede una posizione ostile nei confronti degli individui che ne sono bersaglio e che vengono inseriti in una categoria perché gli è stata attribuita una serie di tratti stereotipati. La valutazione negativa deriva proprio dal fatto di appartenere a quel determinato gruppo di cui si ha una immagine stereotipata carica emotivamente. Il pregiudizio serve per proteggere il proprio gruppo dalla diversità e per distanziare l’outgroup, assumendo un compito importante nella formazione dell’identità sociale e individuale. Si attua una de-personalizzazione dell’individuo, il quale non viene più valutato per le sue caratteristiche personali ma in base alle caratteristiche che lo fanno appartenere a quel determinato gruppo di riferimento. Il pregiudizio produce immagini collettivamente condivise quindi ha una importante funzione sociale. Per cercare in qualche modo di frenare i pregiudizi si dovrebbe innanzitutto cercare di favorire l’incontro con il soggetto che è stato spogliato della sua identità per assumere quella del gruppo cui appartiene e quindi contrastare la de-individualizzazione attraverso l’esperienza e l’incontro diretto. Proprio attraverso il contatto con l’altro e anche grazie all’appoggio delle istituzioni, che dovrebbero cercare eliminare i comportamenti pregiudiziali, si dovrebbe tendere verso l’abbattimento delle rigide categorie precostruite.

Un altro ostacolo alla Comunicazione Interculturale è l’etnocentrismo (dal greco etnòs popolo e kéntron centro) cioè la tendenza a valutare la altre culture o gli altri gruppi tenendo come punto di riferimento la propria cultura e in questo modo affermandone la superiorità e universalità. Dall’altra parte però pensare che una cultura debba essere considerata nelle sue caratteristiche particolari, comprendendola dall'interno nel suo contesto, si rischia di approdare al relativismo culturale. Nella versione moderata questo sostiene che le caratteristiche di ogni cultura, pur costituendo un mondo a sé, posseggono degli elementi comuni alle altre; mentre la versione radicale sostiene l’impossibilità di un dialogo tra culture in quanto appartenenti ad universi lontani tra loro ed inavvicinabili. Anche l’etnocentrismo in un certo modo favorisce la coesione nel gruppo, valorizzando i tratti della cultura di appartenenza a discapito degli altri gruppi. Si può dire che predispone le condizioni per lo sviluppo del razzismo che consiste nel




“contrassegnare un insieme umano in base ad attributi naturali associati a loro volta a caratteristiche intellettuali e morali, rinvenibili in ogni individuo appartenente a quell’insieme e, in ragione di ciò mettere eventualmente in opera pratiche di inferiorizzazione e di esclusione”[8].


La scienza è riuscita a dimostrare che non esistono razze umane che possono essere distinte in base a caratteristiche somatiche o biologiche e, quindi, nessun gruppo di individui può considerarsi superiore. Anche l’opinione pubblica ormai condanna esplicitamente questo atteggiamento, considerandolo immorale, riprovevole e ingiustificato. Il concetto di razza era legato quindi non ad un aspetto biologico ma ad un significato politico e sociale. Il razzismo biologico delle origini non può più essere sostenuto coerentemente con le scoperte scientifiche, ma ciò non significa che oggi non esistano più fenomeni di razzismo. Il razzismo nell’epoca contemporanea ha assunto altre forme, cerca di nascondersi e di raggirare i classici concetti universalmente condannati per poi ritornare all’incirca alle posizioni e, quindi, agli stessi sbagli, del passato. Invece che sulla razza, si è sviluppato un razzismo che fa leva sull’appartenenza etnica, che quindi comporta l’assolutizzazione delle differenze culturali e l’impossibilità, data proprio dalla differenza, di uno scambio o mescolanza tra di esse. Il neorazzismo rappresenta un grandissimo ostacolo alla Comunicazione Interculturale in quanto sostiene a priori l’impossibilità di un avvicinamento tra culture diverse e soprattutto è molto pericoloso, in quanto, l’esperienza del passato ci dimostra che non è solo un atteggiamento teorico, ma si può incarnare anche in azioni pratiche con effetti devastanti.

Un’altra derivazione dell’etnocentrismo è l’orientalismo che rappresenta una prospettiva con cui guardare e interpretare il mondo orientale attraverso le categorie occidentali. Si viene a creare in questo modo un’immagine distorta e lontana dalla realtà.



5. PROSPETTIVE GLOBALI


Molti sono gli ostacoli che si possono trovare nella normale comunicazione con l’altro, ostacoli che inevitabilmente aumentano nella comunicazione interculturale. Nel rapportarsi con l’altro è importantissimo il riconoscimento cioè il considerare il nostro interlocutore prima di tutto come un individuo singolo, un soggetto quindi, non solo un appartenente ad un gruppo. L’altro non deve essere visto come elemento da classificare e inquadrare nelle nostre categorie ma come soggetto in possesso di una sua individualità, una sua storia e che, anche per questo, ha qualcosa da scambiare con noi. In una relazione ci si deve predisporre all’ascolto attivo, sviluppare la capacità di ascolto dell’altro, aver voglia di scoprire l’individuo che ci sta di fronte anche per scoprire noi stessi. Dalla comunicazione con l’ altro, infatti, possiamo innanzitutto  farci una idea propria del soggetto e revisionare così i nostri preconcetti e pregiudizi che fino a quel momento avevano guidato il nostro pensiero. Diventa così molto interessante riuscire a vedersi dall’esterno e osservare il mondo da un’altra prospettiva. Spesso l’incontro con l’altro fa paura perché noi siamo abituati a esplorare il mondo che ci circonda attraverso le nostre categorie e quando si ha di fronte un soggetto appartenente ad un’altra cultura ci sentiamo spaesati perché ciò non è possibile. Per avere una vera comprensione dell’altro si deve partire dal presupposto che sono proprio le categorie di partenza con cui si cerca di catalogare il mondo esterno ad essere diverse. Quindi predisporsi all’ascolto possiamo dire che è l’aspetto fondamentale della comunicazione intercu 616b17g lturale:


“Per incontrare l’alterità, occorre essere pronti a cambiare: non possiamo comunicare e metterci in relazione con le differenze semplicemente restando noi stessi. La possibilità della convivenza richiede qualche capacità e volontà di incontrare l’altro, e ha una profonda implicazione morale: la necessità di mantenere e di perdere, di misurarsi con le paure e con le resistenze, ma anche di trascendere le nostre identità già date” [9].


In realtà nel mondo occidentale solo recentemente si è cominciato a dare importanza all’ascolto attivo, in quanto fino agli anni ’80 si preferiva un ascoltatore passivo neutrale e ben deciso a rimanere sulle sue posizioni. Oggi senza una predisposizione positiva e ricettiva verso l’altro si cadrebbe in conflitti quotidiani. La disponibilità verso l’altro aiuta anche ad eliminare gli stereotipi che spesso abbiamo interiorizzato dalla nostra cultura e che difficilmente ci rendiamo conto di possedere. Bisogna essere disposti ad aprirci all’altro, in modo da essere il più possibile disponibili allo scambio. Oggi risulta difficile pensare al mondo come ad un tutto costituito da tante culture confinate in modo netto e ben separate le une dalle altre. Le migrazioni su scala planetaria, i mass media, l’urbanizzazione e i progressi tecnologici dei mezzi di trasporto hanno favorito la mescolanza tra le culture. Per far in modo che tale situazione non si risolva in conflitto è necessario aprirsi al dialogo, unica via di uscita ad una situazione tesa e molto complessa.



BIBLIOGRAFIA

C.GIACCARDI, La comunicazione intercu 616b17g lturale, Il Mulino, Bologna, 2005;

A.GIDDENS, Fondamenti di sociologia, Il Mulino, Bologna, 2000

G.MANTOVANI, L’elefante invisibile, Giunti, Milano, 2005

http://www.urp.it





[1] http://www.urp.it

[2] A.GIDDENS, Fondamenti di sociologia, Il Mulino, Bologna, 2000; p.23

[3]C.GIACCARDI, La comunicazione interculturale, Il Mulino, Bologna, 2005; P.23

[4]C.GIACCARDI, La comunicazione interculturale, Il Mulino, Bologna, 2005; pp.38-39

[5]C.GIACCARDI, La comunicazione interculturale, Il Mulino, Bologna, 2005; p.45

[6] C.GIACCARDI, La comunicazione interculturale, Il Mulino, Bologna, 2005; p.203    

[7] C.GIACCARDI, La comunicazione interculturale, Il Mulino, Bologna, 2005; p.216

[8]C.GIACCARDI, La comunicazione interculturale, Il Mulino, Bologna, 2005; pp.245-246

[9] C.GIACCARDI, La comunicazione interculturale, Il Mulino, Bologna, 2005; p.281







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