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GAIO SALLUSTIO CRISPO - VITA, INVECTIVA IN CICERONEM

letteratura latina




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GAIO SALLUSTIO CRISPO

VITA

Nasce ad Amiternum, un'antica città sabina vicino l'Aquila, nel'86 a. C. in una famiglia plebea ma benestante che poté garantirgli una formazione accurata. Trasferitosi a Roma entrerà nel circolo di intellettuali con capo Figulo dove si dedicherà anche alla poesia filosofica.

Qui comincerà la sua carriera politica nel partito democratico sotto l'ala di Cesare. Divenne questore e in seguito tribuno della plebe. Espulso dal Senato, per aver accusato Milone dell'uccisione di Clodio e per essere stato beccato in fragrante con la moglie di questi, pronunciò l'Invectiva in Ciceronem e grazie all'intervento di Cesare sarà riammesso in Senato. Dopo un comando militare durante la guerra c 616e49g ivile, ottenne l'incarico di governatore dell'Africa nova nel quale comporrà le due Epistulae ad Cesarem.

Tornato a Roma arricchito acquisterà una villa lussuosa e sposerà la prima moglie di Cicerone, Terenzia. Ma la sua carriera politica non aveva più molte speranze e con la morte di Cesare furono tutte distrutte. Ritiratosi a vita privata comincia la riflessione sulla politica e sul potere e compone De coniuratione Catilinae, Bellum Iugurthinum e Historiae. Muore nel 35 a. C. a cinquant'anni.





INVECTIVA IN CICERONEM

Bozza di un discorso che Sallustio avrebbe esposto in Senato contro Cicerone, ma all'epoca un trentaduenne non poteva prendere la parola contro uno del calibro di Cicerone, forse era solo a fine propagandistico o è semplicemente un falso.

L'autore critica non solo l'uomo pubblico per la condanna dei Catilinari ma anche quello privato definendolo il Romolo Arpinate, a causa del suo auto considerarsi il nuovo fondatore di Roma.


EPISTULAE AD CESAREM

Il programma politico di Sallustio è ben chiaro in queste, ma per quanto è attendibile il suo pensiero politico, per il suo stile e per la sua retorica non ne è sicura l'autenticità. I tratti comuni di queste due lettere sono la condanna dell'avidità e l'assenza di una democrazia assoluta, poiché Cesare mira comunque ai ceti più abbienti:

1) scritta quando ormai Cesare aveva il potere assoluto, l'autore lo esorta alla clemenza grazie alla quale è possibile placare i conflitti tra le fazioni e giungere alla pacificazione sociale. Per questo, Cesare dovrà realizzare un piano di moralizzazione, nell'ambito della corruzione, della rigorosa educazione dei giovani, condannando l'usura e riformando il servizio militare.

2) scritta alla vigilia del conflitto civile con Pompeo, getta discredito sugli avversari dei populares, elogia il progetto politico di Cesare e analizza i mali che tormentano il presente. Il programma di riforme proposto a Cesare viene diviso in uno riguardante la plebs (ne specifica i decadimenti e le soluzioni: aumentare le colonie e le possibilità di accedere a oneste occupazioni) e uno per i patres (in degrado, tentano di manipolare il Senato; le soluzioni sono ampliare il numero dei senatori e introdurre il voto segreto)






DE CONIURATIONE CATILINAE (l'apice della crisi)

L'opera monografica (è trattato cioè un solo episodio o un solo momento storico) si apre con un proemio che affronta temi generali tra cui le forze dello spirito e della virtù per poi descrivere la congiura, con tutti i partecipanti, che gli consente di regredire cronologicamente cogliendo nel processo storico un inarrestabile declino. Dopo la descrizione di un primo tentativo di congiura,  Catilina, battuto nella tornata elettorale, decide di tentare lo scontro armato per impadronirsi del potere (64 a. C.). Cicerone, come console, pronuncia contro di lui un discorso durissimo che costringe Catilina a fuggire con i suoi alleati a Fiesole. Scoperti due coinvolti, vengono rinchiusi e strangolati in carcere, nel dibattito a riguardo prenderanno la parola Cesare, il clemente, e Catone, dalla ferrea integrità morale, comparati e ammirati da Sallustio.

Catilina, ormai braccato da ogni parte, accetterà con grande coraggio lo scontro con l'esercito romano a Pistoia dove verrà sconfitto e morirà.


Importanza del contenuto

L'autore sceglie tale argomento vedendo in esso il centro della crisi dello Stato e l'apice di un processo degenerativo che gli permetterà di fare luce sulla corruzione dell'aristocrazia romana e sui giovani.

Con questa opera viene inaugura a Roma la storiografia artistica, elevando la ricerca storiografia romana che Sallustio considera essenziale per rintracciare e studiare i singoli fatti che hanno contribuito alla crisi della repubblica.


Stile dell'opera

Tali obbiettivi dell'autore sono realizzati attraverso la componente tragica, enfatizza cioè gli elementi drammatici che caratterizzano gli eventi e la psicologia dei personaggi e con il pathos attrae il lettore. La storiografia non è più una ricerca scientifica ma un'espressione d'arte in cui non mancano approssimazioni, imprecisioni cronologiche, omissioni e giudizi poco motivati.



















BELLUM IUGURTHINUM (l'inizio della crisi)

La struttura dell'opera monografica è decisamente complessa, questa è attuata con abilità necessaria per trattare un argomento così esteso contemporaneamente alle vicende interne di Roma.


Proemio: l'autore propone considerazioni sulla natura umana, nella quale devono prevalere intelletto e virtù, ed elogia il valore della storia che permette di prendere esempio dalle gesta gloriose degli antenati.

Antefatto: il re della Numidia lascia il regno ai due figli e al nipote Giugurta. Questo ucciderà il primo mentre il secondo riuscirà a convincere i romani, anche con la corruzione, che è possibile giungere ad una bipartizione. Ma Giugurta lo uccide e i romani, costretti ad intervenire contro chi aveva violato i patti, gli dichiarano una guerra che durerà sei anni (111 a. C.).

Excursus sull'Africa: di natura geografica ed etnografica.

Prima fase: tentativi diplomatici ed episodi di corruzione.

Excursus sui Gracchi: i buoni costumi prima della distruzione di Cartagine e l'inizio del degrado etico e politico che coincide con l'azione dei Gracchi.

Seconda fase: comando di Metello fino alla presa di Tala.

Excursus su Leptis: digressione sulla città e i suoi abitanti.

Fine della guerra: intervento di Gaio Mario, uomo di forte tensione morale e competenza militare, alleanza di Giugurta con Bocco, re della Mauritania, che lo tradirà consegnandolo ai romani.


Importanza del contenuto

L'autore sceglie tale argomento per la portata storica del fatto e per i risvolti politici, per la prima volta si andò contro l'arroganza della nobiltà per esempio.

Anche in quest'opera Sallustio è convinto sia necessario individuare, ripercorrere ed analizzare i fatti antecedenti per chiarire i mali attuali. Mira a cogliere in questa guerra l'inizio del periodo che condusse alle guerre civili e all'instabilità politica e sociale di Roma e dell'Italia.


Schieramento dell'autore

Espone ed elogia la figura morale del democratico Gaio Mario, in ogni riflessione emerge la sua adesione alla politica democratica senza tralasciare però le gravi responsabilità dei nobili o la moderazione verso i popolari.


Funzioni dell'opera

Anche quest'opera assume un valore moralistico e pedagogico in cui non condanna solo la brama di ricchezze ma la mancanza del metus hostilis, l'assenza del timore del nemico esterno che porta alla discordia interna, le lotte tra partiti e fazioni che riducono quella compattezza essenziale per la difesa. Ma si assiste ad una maturazione che porta l'autore a considerare maggiormente le indagini storiografiche diminuendo il moralismo esorbitante.







HISTORIAE

Diviso in cinque libri, trattanti eventi a partire dalla morte di Silla (78 a. C.) fino all'inverno del 66 a. C. appena dopo la guerra contro pirati, è probabile che l'autore sia morto prima di completare il sesto, eventi fino alla morte di Mitridate (63 a. C.). Di struttura annalistica si sofferma solo sui fatti più significativi e dà rilievo ai personaggi chiave. Tale scelta può spiegarsi con la necessità di condurre un discorso più ampio ed articolato.

Dell'opera ci rimangono quattro discorsi, due lettere e circa 500 frammenti.




Proemio

Sono ricordati i principali storici antecedenti a Sallustio ed è esposta una nuova visione: le discordie interne erano esistite a Roma fin dalla sua fondazione a causa della natura dell'animo umano. Sono inoltre individuati due soli periodi dell'integrità morale di Roma, dalla cacciata dei re fino al termine della guerra contro gli Etruschi e dalla fine della seconda guerra punica fino alla terza, periodi ormai andati e guardati con rimpianto.


I quattro discorsi conservati

Rappresentano sia la polemica dell'autore contro una retorica incapace di affrontare tematiche vive e profonde sia il suo sforzo di calarsi nella psicologia e ideologia dei personaggi.

1) Marco Emilio Lepido al popolo romano; appassionata esortazione a riconquistare la libertà sottratta dal tiranno Silla.

2) Lucio Marcio Filippo ai senatori; invito a dichiarare guerra a Lepido per il suo programma rivoltoso.

3) Gaio Aurelio Cotta al popolo romano; invito a sopportare le avversità e darsi cura dello Stato a seguito della recente carestia.

4) Gaio Licino Macro al popolo romano; esortazione a riconquistare i propri diritti a seguito della condizione di schiavitù imposta da Silla.


Le due lettere conservate

1) Pompeo, in Spagna, al Senato; dopo aver ricordato di avere sempre sopportato fatiche e pericoli per difendere Roma, espone la sua condizione di mancanza di cibo. Richiede aiuto andando a elencare tutte le sue imprese compiute per la patria.

Emerge la figura di Pompeo, arrogante, superbo, avido, minaccioso e poco credibile nel suo attaccamento alla patria e nel suo definirsi garante della sicurezza dei cittadini.

2) Mitridate, re del Ponto, ad Arsace; richiesta di alleanza contro i romani argomentata da i vantaggi che ne trarrebbe, dalle guerre portate dai romani in Oriente e dalla situazione di Mitridate nei loro confronti. La lettera può intendersi sia come denuncia ai nobili, che si macchiarono di gravi colpe in Oriente, sia come un discorso carico d'odio contro Mitridate; Sallustio non perde comunque l'occasione per esprimere il suo solito pessimismo generale sulle sorti dell'impero.






La narrazione informa anche sugli eventi di politica interna e procede in maniera vivace e matura, arricchita da discorsi diretti e lettere di vari personaggi. Ritorna poi l'elemento tragico che genera un pathos da attrarre il lettore: l'autore attribuisce rilievo ai personaggi segnati da un destino tragico.

Lo stile dell'opera si basava sui procedimenti propri dell'uso vivo della lingua, lontano dall'abbellimento retorico, ottenendo una scrittura articolata e nervosa che rifletteva il suo stato d'inquietudine.

Ricorre poi frequentemente agli arcaismi, con i quali riusciva ad accostarsi all'antica tradizione romana, e al tempo dell'infinito narrativo. La sintassi è caratterizzata dall'usus scribendi, per ridurre il numero di parole per esempio con la subordinazione, dalla brevitas, che sfrutta figure retoriche come l'asindeto e l'ellissi per la tipica prosa nervosa e tesa di Sallustio, e dalla variatio, mutamento improvviso del costrutto per respingere armonia e simmetria.





























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