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La società riproduce la stessa tripartizione dell'anima (Platone dice addirittura di considerare la città "un uomo scritto in grande"). Al 757e44h la parte concupiscibile e irrazionale corrisponde la classe dei lavoratori comuni, che spesso si lasciano trasportare dalle passioni. Alla parte volitiva corrisponde la classe guerriera, mentre alla parte razionale è associata la classe al governo. Devono cioè governare coloro che, attraverso un lungo e difficile tirocinio, sono riusciti a far prevalere la parte razionale sulla concupiscibile: i filosofi. La dialettica, infatti, porta attraverso la teoria delle idee alla conoscenza del bene, e quindi, secondo la teoria dell'intellettualismo etico, i filosofi sono coloro che più s'intendono di giustizia ideale, e di conseguenza i più adatti, loro malgrado, a governare la città
Ad ogni essere umano associamo automaticamente il concetto di "vivo". Platone chiama la "parte" dell'uomo associata all'idea di vita anima (psiche, originariamente "soffio vitale"), riprendendo le teorie pitagoriche e orfiche. Il discorso sull'anima era accennato nella Repubblica nell'allegoria della caverna: l'anima del filosofo, dopo essersi liberata dai legami del corpo, riesce a giungere attraverso la seconda navigazione nel mondo delle idee. Nel Fedro Platone adduce tre prove dell'immortalità dell'anima, già postulata nel Menone:
Nella Repubblica, Platone supera il semplice dualismo tra anima e corpo e suddivide l'anima stessa in tre parti: razionale, concupiscibile e volitiva, e spiega questa tripartizione attraverso la metafora dell'auriga:
Sempre nella Repubblica, Platone espone il mito di Er, in cui un uomo muore e descrive il mondo iperuranio. L'anima resta nel mondo iperuranio a contatto con le idee per circa mille anni, durante i quali è a contatto e conosce il mondo delle idee. Dopo questi mille anni, la parte concupiscibile ha il sopravvento su quella razionale, e pertanto l'anima si reincarna in un corpo nel mondo sensibile. Lì rimarrà per dieci cicli vitali, ossia circa altri mille anni, prima di ritornare nel mondo iperuranio. A seconda di quanto è stata in contatto con le idee nell'iperuranio, l'uomo in cui si è reincarnata sarà più o meno interessato alla ricerca della verità. Quest'ultima cosa è da ricollegare al processo dell'anamnesi descritto nel Menone.
Nella Repubblica Platone enuncia i diversi livelli della conoscenza, operando una fondamentale distinzione tra doxa, cioè opinione, e epistème, cioè scienza, la conoscenza della verità. La sofistica non poteva portare oltre il primo. Secondo una famosa immagine marinaresca, la "prima navigazione" con la vela non riesce a condurre alla meta; solo l'inizio della "seconda navigazione", quella con la fatica dei dialecticorum remis si può arrivare alla meta, alla scienza. Vi sono due livelli di doxa: l'eikasia, o immaginazione, e la pistis, o credenza. Attraverso l'allegoria della caverna, Platone spiega cosa significhino questi stati. Immaginiamo un uomo sempre vissuto incatenato in una caverna in cui l'unica fonte di luce è un fuoco. Quest'uomo non si può voltare, e può vedere solo le ombre lungo le pareti. Poiché nella sua vita non ha visto che ombre, è sicuro che siano cose reali. Questo stadio è l'eikasia, quello più lontano dalla vera conoscenza: scambiare la rappresentazione di una cosa per la cosa stessa, ad esempio credere che una statua sia l'uomo che essa rappresenta. Ad un certo punto, l'uomo si libera e riesce a vedere, i veri oggetti che lanciavano le ombre. Questo stadio è la pisitV, in cui si conoscono gli oggetti della realtà, ma solo in rapporto ai sensi, come nel sapere sofistico. Anche l'episthmh si divide in due livelli: il pensiero discorsivo, o dianoia, e lo stadio ultimo della scienza, l'intellezione o noesis. L'uomo finalmente può uscire dalla caverna, e vedere le cose reali; ma il sole, simbolo della verità, lo acceca, e può scorgere le cose molto a fatica. Questa è la fase della dianoia, in cui da una cosa particolare si giunge per astrazione alla verità, come in un problema di geometria si parte dalla figura, che non è però che una rappresentazione particolare di un caso più generale, che viene sfruttato come ausilio. Quando gli occhi dell'uomo si sono abituati alla luce, può vedere le cose in sé, non mediate più da niente. Questa è la noesis, in cui si possono considerare le categorie generali senza partire da un caso particolare. Queste sono le idee. Platone, ferrato in geometria, enunciò che
doxa : episteme = eikasia : pistis = dianoia : noesis
E ora, che cosa sono le idee, la base fondamentale del pensiero platonico? Quando noi vediamo un cavallo, il cervello ricerca automaticamente nella memoria e riconosce il cavallo come un qualcosa che ha già visto e dice: "è un cavallo". Ma noi riconosciamo un cavallo come tale anche se non abbiamo mai visto quel cavallo in particolare. Che cosa c'è allora nel nostro cervello? C'è un qualcosa che ha tutte e sole le caratteristiche generali di tutti i cavalli, la "cavallinità", il "cavallo in sé", l'idea (eidos) di cavallo. Più precisamente, è la forma o l'aspetto distintivo delle cose (nel nostro caso del cavallo) che ne costituisce l'essenza o il modello essere e immutabile (tutti i cavalli si devono rispecchiare nell'idea di cavallo, perché attraverso di essa noi diremmo "quello è un cavallo"). E l'importante è che può essere colto solo attraverso l'intellezione, allo stesso modo di come da tre tracciati su un foglio di carta si risale a un triangolo generico. Antistene derideva Platone: "Io non ho mai visto una cavallinità", e il secondo replicava: "Non hai gli occhi per vederla", che era un velato modo per offenderne le capacità intellettive.
Già Socrate aveva dato una spinta verso la teoria delle idee attraverso il problema della definizione. Ma mentre in Socrate la definizione è un atto puramente verbale il più possibile universale, al quale si giunge dopo un accordo razionale (omologhia) tra i dialoganti. E poi, chiedere "ti estì" la virtù è strumentale a conoscerla e quindi a metterla in pratica, secondo l'intellettualismo etico. In Platone l'idea è universale di per sé, ed è fine a se stessa: non si parla dell'idea della cavallinità per studiare il cavallo.
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