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LE FIGURE RETORICHE - LE FIGURE RETORICHE FONETICHE

letteratura


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LE FIGURE RETORICHE


Le figure retoriche sono una forma speciale di espressione del pensiero e un modo particolare di collocare le parole che si allontana dall'uso ordinario della lingua.

Poiché in poesia la parola non è usata solo nel suo valore denotativo, ma si carica di sensi diversi da quello letterale, il poeta sente l'esigenza di potenziare l'efficacia delle immagini e di ravvivare il linguaggio per renderlo più espressivo: ricorre così a figure e simboli che contribuiscano a dare forza, vigore e musicalità a quanto intende comunicare. 131b19b

Generalmente le figure retoriche vengono distinte in tre categorie:

le figure fonetiche riguardano il livello delle strutture foniche, la ripetizione, il parallelismo, la musicalità dei suoni;

le figure di significato incidono sul significato della parola, ampliandolo, connotandolo e rendendolo diverso dal senso comune;




le figure dell'ordine (o di sintassi) riguardano la disposizione delle parole all'interno del testo.


LE FIGURE RETORICHE FONETICHE


ALITTERAZIONE: l'alitterazione è la ripetizione di suoni o sillabe simili all'inizio o all'interno della parola.

ASSONANZA: l'assonanza è l'uguaglianza di tutte le vocali dalla vocale accentata in poi.


CONSONANZA: la consonanza è l'uguaglianza di tutte e consonanti dalla vocale accentata in poi.


ONOMATOPEA: l'onomatopea consiste nell'utilizzare le parole in modo tale da ricreare l'imitazione di un suono o di un rumore naturale.


PARONOMASIA: la paronomàsia è l'accostamento di due o più parole di suono uguale o assai simile, ma di significato diverso.



LE FIGURE RETORICHE DI SIGNIFICATO


SIMILITUDINE: la similitudine è un paragone, che individua una somiglianza (se introdotto da come) o una differenza (se introdotto da più di, meno di), che viene istituito tra due immagini, una nota e l'altra ancora sconosciuta.


METAFORA: la metafora si può definire una "similitudine abbreviata", in quanto si fonda su un rapporto di somiglianza tra due realtà diverse, ma accomunate da qualche elemento e dove il secondo termine di paragone elimina nella scrittura il primo.


ANALOGIA: l'analogia istituisce un paragone tra due elementi molto distanti tra loro sul piano del contenuto ed accostati dall'autore i modo originale sulla base di un'associazione imprevista.


SINESTESIA: la sinestesia è una particolare forma di metafora con cui vengono accostati termini che appartengono a sfere sensoriali diverse (olfattiva, visiva, auditiva e tattile).


METONIMIA: la metonimia consiste nell'esprimere un concetto con un termine diverso da quello proprio, ma a questo legato da un rapporto di vicinanza concettuale. Si ha quando si nomina:

l'effetto per la causa e viceversa (prima di uscire, aspetta la campana);

L'autore invece dell'opera (studiare Montale a memoria);

Il contenente per il contenuto (bere una tazzina di caffè);

Il concreto per l'astratto o viceversa (quella è una donna di cuore);

Il luogo d'origine o produzione per il prodotto (assaggia questo Parma!).


SINEDDOCHE: la sineddoche è una figura retorica che consiste nel definire un concetto o un oggetto con un termine più limitato o più esteso.


OSSIMORO: l'ossimoro è una sorta di antitesi con cui si accostano parole di senso opposto, quando invece l'una sembrerebbe escludere l'altra.


IPERBOLE: l'iperbole consiste nell'accentuazione di un concetto mediante termini volutamente esagerati.


LITOTE: la litote è il contrario dell'iperbole: per attenuare un'immagine troppo forte viene sostituito a un vocabolo il suo opposto, preceduto dalla negazione. 


EUFEMISMO: l'eufemismo è affine alla litote e consiste nel rendere meno aspro un pensiero sgradevole, con il ricorso ad un' espressione più dolce.

PRETERIZIONE: la preterizione consiste nell'esprimere un concetto fingendo di non volerlo dire.


ELLISSI: l'ellissi consiste nell'omissione di una o più parole, che vengono lasciate sottintese.


LE FIGURE RETORICHE DI ORDINE


INVERSIONE: l'inversione consiste nell'alterazione dell'ordine sintattico normale della frase, per dare maggiore importanza a un termine piuttosto che a un altro o per conferire musicalità al verso. Si possono avere due tipi di inversione:

- anastrofe: l'anastrofe consiste nello scambiare l'ordine normale delle parole. 

- iperbato: l'iperbato prevede che il soggetto su cui poggia tutta la tensione dell'immagine sia enunciato per ultimo.


ANAFORA: l'anafora è la ripetizione delle stesse parole all'inizio di due o più versi.


ANTITESI: l'antitesi consiste nell'accostare, in una stessa frase, termini di significato opposto, contrapponendo concetto a concetto, per far rilevare, tramite il contrario, a qualità di una cosa o una determinata condizione psicologica.


CHIASMO: il chiasmo è la contrapposizione di due espressioni in cui si inverte la disposizione sintattica delle parole.


ENUMERAZIONE: l'enumerazione è un'elencazione di termini uniti dalla coordinazione, sia per asindeto che per polisindeto: nel primo caso mancano le congiunzioni coordinative e disgiuntive, che sono presenti nel secondo.


CLIMAX: il climax (o gradazione) è la disposizione delle parole in una progressione di intensità espressiva "a scala". Se la gradazione è crescente, si parla di climax "ascendente".



FRANCESCO PETRARCA

INTRODUZIONE Petrarca, Francesco (Arezzo 1304 - Arquà, Padova 1374), poeta italiano, uno dei più grandi lirici della storia, che portò a perfezione stilistica la forma poetica del sonetto. Ebbe un ruolo di primo piano nello sviluppo del volgare come lingua letteraria ed esercitò per secoli un'influenza determinante su numerosi autori, non solo italiani.



LA VITA Nel 1312 si trasferì con la famiglia ad Avignone, da sette anni nuova sede della corte papale, vivace e raffinato centro di cultura. Nella città provenzale Petrarca avrebbe conosciuto la donna ispiratrice della sua poesia, Laura, della quale tuttavia non si sa quasi nulla. Rimasto presto orfano, per risolvere la situazione economica della famiglia abbracciò la carriera ecclesiastica: per parecchio tempo fu cappellano presso il cardinale Giovanni Colonna, al seguito del quale compì numerosi viaggi, in Italia (dove lo colpirono soprattutto le antichità romane) e in Europa (Parigi, Liegi, Colonia).

La sua fama di poeta e studioso si diffuse: nel 1341, a Roma, fu incoronato poeta in Campidoglio. Ma fu proprio in seguito a questo riconoscimento che maturò l'insoddisfazione di Petrarca, sempre più colpito dalla distanza che separava i suoi ideali fondati sulla cultura e sui classici dalle amare esperienze della vita, segnata anche dalla morte di persone a lui vicine. Trovò conforto nei ritiri sempre più frequenti a Valchiusa, in Provenza, dove studiava e lavorava. Ciononostante aumentarono i viaggi in Italia e gli incarichi diplomatici, anche per conto del papa; durante una di queste missioni passò da Firenze dove ebbe occasione di conoscere Giovanni Boccaccio, con cui strinse amicizia.

La corruzione della corte avignonese e i sempre più frequenti soggiorni in Italia fecero sì che Petrarca decidesse di abbandonare la Provenza per trasferirsi presso la corte di Galeazzo II Visconti, signore di Milano: l'Italia, meta desiderata, si configurava sempre più ai suoi occhi come l'erede culturale dell'impero romano. Arrivò in città nel 1353, e vi rimase fino al 1361, con la speranza e il desiderio di potersi finalmente dedicare a tempo pieno agli amati studi e alla poesia, aspirazione che realizzò nonostante qualche missione diplomatica e qualche viaggio privato. Allo scoppio della peste nera, nel 1361, Petrarca fuggì prima a Padova e poi a Venezia; come in precedenza, di tanto in tanto rivide l'amico Boccaccio. Infine si stabilì, nel 1368, ad Arquà, sui colli Euganei, ospite di Francesco da Carrara. A partire dal 1370 trascorse qui la maggior parte del suo tempo, con la figlia Francesca e la famiglia, dedicandosi alla revisione definitiva delle sue opere.

MODERNITÀ E UMANESIMO DI PETRARCA La vita privata di Petrarca, che alternava le attività culturali alle missioni diplomatiche, non sempre fu distinta da quella pubblica. In tale varietà di lavori e di interessi è possibile individuare un primo sintomo della modernità della vocazione petrarchesca, che anche a livello strettamente culturale e letterario mostra una notevole ricchezza: alla riflessione religiosa (lesse ben presto e meditò le Confessioni di sant'Agostino, nel 1333) si accompagna il precoce amore per i classici della letteratura latina (nel 1333 scoprì a Liegi l'orazione di Cicerone in difesa del poeta Archia e nel 1345, nella Biblioteca Capitolare di Verona, le lettere di Cicerone ad Attico, a Bruto e a Quinto); e alla produzione in latino si accompagnò quella in volgare, relativamente esigua (due sole opere) ma importantissima.

Petrarca può a ragione essere considerato uno dei primi umanisti proprio per l'amore profondo che nutrì per i classici, concepiti non in contrasto ma in continuità con la tradizione cristiana, e per l'utilizzo degli esempi antichi nell'ambito della sua produzione. Tipicamente umanistica è la sua vocazione filologica, ma anche il fatto che egli fu sempre in relazione con i maggiori studiosi a livello europeo, secondo una concezione di arte transnazionale e cosmopolita.

LE OPERE IN VOLGARE L'opera che rese Petrarca uno dei poeti più celebri al mondo è il Canzoniere, una raccolta di testi in volgare che l'autore riteneva di importanza secondaria rispetto alle sue grandi opere in latino. Il titolo originale recita infatti Rerum vulgarium fragmenta, cioè "Frammenti di cose volgari", dove "volgari" deve intendersi, appunto, in lingua volgare, ossia in italiano. In realtà la cura con cui l'autore organizzò questo canzoniere fu attentissima, e del resto proprio l'impianto così meditato fu una vera e propria novità. La raccolta è composta di 366 componimenti (per la maggior parte sonetti) concepiti come lettura da compiere nell'arco dell'anno, un componimento al giorno, più uno proemiale. La raccolta ha al centro la figura di Laura, e nel complesso tematizza due epoche fondamentali nella vita del poeta, la fase in cui Laura era viva e quella in cui era ormai morta. Non si tratta di una suddivisione cronologica, ma di una serie di corrispondenze e di atmosfere ispirate a questi due fatti capitali, frammenti di una vita segnata dalla gioia dell'amore e dal dolore della morte, in modo difficilmente districabile.

Laura, raffigurata in modo astratto e stilizzato, incarna l'ideale dell'amore, della bellezza e della religiosità e rappresenta un'aspirazione irraggiungibile che viene esplicitata tramite metafore e immagini studiate e ricorrenti. Petrarca lavorò con grande impegno a ogni singolo testo, apportando continue correzioni e varianti, con un meticoloso lavoro di rifinitura e di bilanciamento fra i singoli componimenti e l'insieme che essi costituiscono.

Per realizzare una poesia all'altezza dell'argomento, il volgare assunse un'eleganza mai raggiunta prima; il vocabolario usato dal poeta è ridotto e molto scelto, ma usato in modo "intensivo": nella poesia del Canzoniere conta anche la minima sfumatura di significato. Proprio la sistematicità con cui il progetto fu realizzato, insieme alla sua astrattezza intellettuale (una poesia dunque non legata da questo punto di vista a un preciso contesto storico e culturale) rese il Canzoniere un vero e proprio modello poetico, che avrebbe poi influenzato per diversi secoli la lirica occidentale. Si tratta di un paradigma determinante anche dal punto di vista metrico, ad esempio nella definizione della forma del sonetto e della canzone.

L'altra importante opera poetica in volgare è un poema in terza rima (l'allusione a Dante è evidente anche nella scelta del metro e nell'impianto allegorico) intitolato I trionfi, a cui Petrarca lavorò tra il 1356 e il 1374. Rimasto incompiuto, fu stampato per la prima volta con il Canzoniere nel 1470; la struttura riprendeva l'impostazione data da Boccaccio alla sua Amorosa visione, articolata in una serie di "trionfi". Il poeta dorme in Valchiusa, quando gli appaiono visioni trionfali del dio Amore seguito da un corteo di personaggi storici e mitologici. Anche qui ha grande importanza la valutazione, da un punto di vista spirituale, dell'esperienza legata alla figura di Laura. In generale, ogni quadro, attraverso un processo di simbolizzazione e allegorizzazione, cerca di innalzare sentimenti ed esperienze terrene verso l'assoluto celeste e la verità universale.

LE OPERE IN LATINO Se i Trionfi sono in effetti piuttosto astratti e intellettualizzati, lo stesso non si può dire del principale testo latino di Petrarca, il Secretum, composto in varie fasi successive e edito a stampa per la prima volta nel 1473. Sorta di autoanalisi, di dialogo interiore, problematico e rasserenante insieme, è un'opera non destinata, nelle intenzioni dell'autore, alla pubblicazione.

La forma è quella del dialogo: una figura simbolica e muta, la Verità, appare a Francesco per aiutarlo a superare i suoi errori. Il poeta parla con sant'Agostino, suo referente dialettico. I temi sono il legame con le cose terrene, i vizi che assediano l'uomo, gli ideali che nascondono un fondo di egoismo e di cecità, a partire dal desiderio di gloria, particolarmente sentito dal poeta. E poi temi universali come la morte, la colpa, la caducità della vita. Il dialogo cui assiste la Verità, garante delle parole dei due interlocutori, si conclude, realisticamente, senza né vinti né vincitori. La modernità del libro sta anche in questo.

Tra le altre opere latine di Petrarca si ricorda De vita solitaria, un trattato morale scritto nel 1346, che consiste in un elogio della vita di studio condotta lontano dalla città (il riferimento autobiografico è ai sospirati soggiorni di Valchiusa contrapposti alla vita mondana di Avignone). Alla difesa dello studio solitario e disinteressato segue una serie di esempi ricavati dalla tradizione classica e cristiana.

L'Africa (incompiuto) è un poema epico in esametri che ha per argomento la seconda guerra punica, cantata tenendo presente soprattutto la ricostruzione dello storico latino Tito Livio e il modello poetico di Virgilio. De viris illustribus (Degli uomini illustri), iniziato a Valchiusa nel 1338 e a lungo rielaborato, è una specie di commento al poema: si tratta di una serie di ritratti di personaggi celebri, romani, mitologici e dell'Antico Testamento. In entrambi i casi la rappresentazione è piuttosto statica e la tematica abbastanza tradizionale.



Di grande interesse è invece l'epistolario, preziosa fonte di informazioni sulla vita dell'autore, sulla sua opera e sugli ambienti che frequentò, ma anche miniera di idee e riflessioni culturali, religiose e politiche, nonché ideale autoritratto col quale il poeta intendeva consegnare ai posteri la sua figura. Fu Petrarca stesso a curare la pubblicazione dei ventiquattro libri delle epistole (la sua raccolta più importante di lettere) Familiarium rerum libri (Libri di cose familiari), indirizzate ad amici e ad antichi autori classici (Virgilio, Cicerone).

Fra le altre opere in latino meritano di essere ricordate le Invectivae contra medicum (Invettive contro un medico): scritte fra il 1352 e il 1353, svolgono una polemica contro la pseudoscienza dei medici di Avignone, un pretesto per esaltare il valore spirituale della poesia in confronto alle tecniche pratiche. Così Petrarca intervenne in una tematica che ebbe molti esempi medievali ed era destinata a diffondersi anche in epoca moderna.

La grandezza di Petrarca è affidata in primo luogo alla sua poesia volgare, almeno volendo considerare la straordinaria importanza che ebbe non solo in Italia ma in tutta l'Europa e per parecchi secoli, innescando un fenomeno noto come "petrarchismo": un grande poeta come Giacomo Leopardi, collocandosi alla fine di questa tradizione, osservò che Petrarca era stato a tal punto imitato da parere un imitatore.

Solo et pensoso.

Solo et pensoso i più deserti campi

vo mesurando a passi tardi e lenti,

et gli occhi porto per fuggire intenti

ove vestigio human l'arena stampi.


Altro schermo non trovo che mi scampi

dal manifesto accorger de le genti,

perché negli atti d'allegrezza spenti

di fuor si legge com'io dentro avampi:


sì ch'io mi credo omai che monti et piagge

et fiumi et selve sappian di che tempre

sia la mia vita, ch'è celata altrui.


Ma pur sì aspre vie né sì selvagge

cercar non so ch'Amor non venga sempre

ragionando con meco, et io co llui.


ANALISI:

Il tema della lirica è la tristezza del poeta che ricerca la solitudine vagando in una natura deserta e malinconica.

Tre sono gli elementi del sonetto:

il poeta che manifesta un tormento interiore, destinato a non trovare sollievo;

la natura, deserta e malinconica, in perfetta sintonia con il suo stato d'animo;

l'Amore, fonte di continua tensione e sofferenza ma anche compagno cui il poeta non può rinunciare.

Precise scelte lessicali consentono la ricostruzione dei campi semantici:

poeta: il campo semantico delimitato è quello di una solitudine pensosa, volutamente ricercata, e di un dissidio interiore;

natura: il campo semantico evidenzia un paesaggio indeterminato, contraddistinto da un asolitudine e una malinconia simili a quelle del poeta;

amore: l'amore, fonte di sofferenza, è anche compagno del poeta e interlocutore privilegiato.

La struttura si può quindi così ricostruire:

nelle due quartine e nella prima terzina è evidenziata la consonanza (somiglianza) tra lo stato d'animo e il paesaggio;

nella terzina finale, l'immagine di Amore, che non abbandona il poeta, è in antitesi con il primo verso, che esprime la necessità di solitudine. Qui si rivela il conflitto interiore del Petrarca: lo stretto rapporto di interdipendenza tra lui e l'Amore.

Petrarca utilizza aggettivi e sostantivi a coppia, con lievi sfumature di significato: l'impressione è quella di un rallentamento del ritmo che riproduce un vagare senza meta. La sensazione che la lirica comunica è quella di una condizione esistenziale i cui la passione si è ricomposta nell'armonia: nel Canzoniere l'amore non si esprime in forme drammatiche, ma viene filtrato dalla memoria e controllato secondo un ideale di saggezza. Sul piano sintattico si notano richiami simmetrici: la prima quartina e la seconda terzina sono costituite da un periodo concluso, con piena corrispondenza tra unità metrica e sintattica. La seconda quartina e la prima terzina, invece, costituiscono un unico periodo. Le quartine, a loro volta, sono divise in due distici.

Anche la simmetria sintattica trasmette un'idea di armonia; si può quindi dire che struttura metrica e forma sintattica tendano allo stesso scopo: produrre un ritmo regolare.

L'espressione "atti d'allegrezza spenti" è propriamente una litote, in quanto attenua un'immagine troppo forte, ma ha anche un significato ossimorico in quanto i due termini sono accostati per opposizione. Struttura a chiasmo.

Parecchie antitesi sottolineano il contrasto tra la pena d'amore intima del poeta e gli atti esteriori in cui si evidenzia il dissidio tra la solitudine ricercata dal poeta e la continua presenza di Amore.

Numerose anche le inversioni, in particolare l'iperbato del v.3 che rallenta notevolmente il ritmo. Ai versi 9-10 l'enumerazione per polisindeto amplia la dimensione del paesaggio solitario.

Nel sonetto si succedono 14 endecasillabi, con la presenza di sinalefe nei primi 4 versi. Vari enjambement contribuiscono a dilatare la meditazione del poeta oltre la misura del verso.

Le rime delle quartine terminano tutte in "i" e contengono sempre i gruppi consonantici "mp" o "nt", il cui suono allitterante comunica una sensazione di monotonia e di immutabilità.

Altre allitterazioni sono presenti nella lirica.




EUGENIO MONTALE

INTRODUZIONE Montale, Eugenio (Genova 1896 - Milano 1981), poeta e critico letterario italiano, premio Nobel per la letteratura nel 1975. Nato da una famiglia di commercianti, frequentò le scuole tecniche e studiò canto, ma rinunciò alla carriera musicale. Partecipò dal 1917 alla prima guerra mondiale come ufficiale sul fronte della Vallarsa in Trentino. Tornato a Genova, prese contatto con i poeti liguri (primo fra tutti Camillo Sbarbaro) e con l'ambiente torinese: furono anni di intense letture di italiani e stranieri, specie i simbolisti francesi.


OSSI DI SEPPIA Del 1916 è il testo che segna la sua nascita come poeta: Meriggiare pallido e assorto. Nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce e pubblicò, per le edizioni di Piero Gobetti, il suo primo libro, Ossi di seppia. Con un cliché nuovo e personalissimo, filtrato attraverso Pascoli, D'Annunzio e gli scrittori della "Voce", la raccolta propone un linguaggio scabro ed essenziale, un po' abbassato verso i modi colloquiali e ironici di Gozzano, vicino alla concretezza delle cose. Il paesaggio ligure (centrato su Monterosso, dove i Montale avevano una villa) che vi domina è il "correlativo oggettivo" di una condizione esistenziale, in cui il senso della vita risulta inafferrabile e le vie di uscita dalla catena delle necessità naturali si possono solo intravedere, e in forma ipotetica. Si tratta di una poesia metafisica che "nasce dal cozzo della ragione contro qualcosa che non è ragione".

Montale aveva anche iniziato un'attività di critico, collaborando a varie riviste, con aperture intellettuali molto ampie. A lui si deve la scoperta di Italo Svevo in Italia (Omaggio a Svevo, 1925). A Trieste, dove era stato invitato da Svevo per l'anno seguente, conobbe Umberto Saba e altri scrittori triestini come Virginio Giotti e Silvio Benco. L'incontro con il poeta americano Ezra Pound nel 1926 lo aprì alla letteratura anglosassone.

LE OCCASIONI Nel 1928 Montale fu nominato direttore del Gabinetto Vieusseux a Firenze, ma ne venne allontanato dopo dieci anni perché non iscritto al partito fascista. Si dedicò allora, oltre all'attività di critico, a quella di traduttore. Nel vivace ambiente fiorentino stabilì stimolanti rapporti intellettuali con Vittorini, Gadda, Landolfi, Pratolini, Contini. Nel 1939 uscirono Le occasioni, poesie in parte già precedentemente pubblicate su riviste. In esse Montale continua l'indagine esistenziale degli Ossi di seppia. Nel modificarsi e svanire di una realtà indecifrata e incupita, acquista forza il tema della memoria (anch'essa gracile), sollecitata da "occasioni" di richiamo, e si delineano le figure salvifiche di alcune donne. Il linguaggio si fa meno penetrabile e i messaggi appaiono più nascosti; Montale però non muove verso l'irrazionale gorgo analogico degli ermetici, ma riafferma la sua tensione razionale e pudicamente sentimentale. Nel 1943 pubblicò in Svizzera, per interessamento di Contini, il volumetto Finisterre.

LA BUFERA E ALTRO Dopo la guerra e la breve esperienza politica nelle file del Partito d'azione, divenne per poco tempo condirettore della rivista "Il mondo". Nel 1948 si trasferì a Milano, dove lavorò al "Corriere della Sera" e al "Corriere d'informazione", e pubblicò il Quaderno di traduzioni. Nel 1956 uscì La bufera e altro, che comprende anche le poesie già comparse in Finisterre. La "bufera" è la guerra intesa come catastrofe della storia e della civiltà, e simbolo dunque di una disperata condizione umana e personale. Dalla speranza di un'immaginata salvezza attraverso la donna-angelo e dai lampi di fiducia nella possibilità di un mondo diverso, Montale passa all'angoscia per il presente. Nell'amara esperienza dell'orrore della guerra e degli anni cupi della Guerra Fredda, la poesia diventa il segno di un'estrema umana resistenza e di decenza nel quotidiano "mare / infinito di creta e di mondiglia".

DA SATURA AL QUADERNO DI QUATTRO ANNI Nel 1966 Montale pubblicò i saggi Auto da fé, una lucida riflessione sulle trasformazioni culturali in corso. Nel 1967 venne nominato senatore a vita. Nel 1971 uscì Satura, cui seguirono nel 1973 Diario del '71 e '72 e nel 1977 Quaderno di quattro anni. A partire da Satura il registro linguistico di Montale subisce una svolta. La sua poesia sceglie uno stile basso e prosastico, in cui la parodia, l'ironia amara, il tono epigrammatico sostituiscono quello lirico. Questo perché il mondo gli appare ora perduto in una civiltà dell'immagine, che ha rinunciato alla ricerca del senso di sé e alla tensione etica. Dalla bufera della guerra si è passati alla palude immobile nel vuoto del presente.



Spesso il male di vivere.


Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.


Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.


Questa lirica di Eugenio Montale fa parte degli Ossi di seppia, pubblicati nel 1925 a Torino. Metricamente è costituita da due quartine di endecasillabi, tranne l'ultimo verso che è di quattordici sillabe, legate dalla rima secondo lo schema ABBA, CDDA.

Già in Ossi di seppia si notano importanti novità: il linguaggio unisce a espressioni proprie della tradizione poetica toni discorsivi e un lessico quotidiano; la realtà descritta appartiene al mondo del paesaggio ligure, colto nella sua asprezza, negli aspetti più semplici e quotidiani. Anche la poesia è incapace di enunciare verità oggettive e può solo limitarsi a trascrivere una realtà di "male di vivere", legata alla vicenda personale di un uomo che ha rinunciato a trovare risposte definitive.   


















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