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SATIRICON

latino


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SATIRICON



1 «Sono forse di un altro tipo le smanie che tormentano i declamatori quando affermano: "Queste ferite me le sono procurate per la libertà del paese; quest'occhio l'ho perso per voi; datemi una guida che mi guidi dai miei figli perché i garretti recisi non mi reggono più in piedi"? Sproloqui come questi sarebbero di per sé sopportabili se facilitassero la strada a quelli che vogliono darsi all'oratoria. Ma a forza di tirate piene di niente e frasi berciate a vanvera, il solo effetto che ne deriva è di farli sentire in un altro mondo non appena mettono piede nel foro. Ed è per questo, a parer mio, che nelle scuole i ragazzi rimbecilliscono perché non vedono e non sentono niente di quello che abbiamo sotto mano, ma solo pirati che tendono agguati sulle spiagge con tanto di catene, tiranni che emettono editti con l'ordine ai figli di tagliare la testa ai propri padri, responsi di oracoli che impongono di immolare tre o più verginelle per placare un'epidemia, o ancora bolle di parole in salsa di miele e tutti quei fatti e detti che sono come conditi col sesamo e il papavero.


2 Chi va avanti nutrendosi di questa roba, non può avere gusto più di quanto non profumino quelli che vivono in cucina. Lasciatemelo dire, vi prego, ma l'eloquenza siete stati voi retori i primi a rovinarla. Grazie ai vostri giochetti deliranti con suoni vacui e inutili svolazzi, avete snervato il corpo del discorso facendolo crollare a terra. I giovani non si erano ancora impastoiati nelle declamazioni, quando Sofocle o Euripide trovarono le parole con le quali dovevano esprimersi, e il maestro in naftalina non aveva ancora danneggiato gli ingegni, quando Pindaro e i nove lirici rinunciarono a cantare sui ritmi di Omero. E per non citare soltanto i poeti, a quanto ne so, né Platone né Demostene si diedero mai a questo genere di esercizi. L'oratoria grande e - mi verrebbe da dire - onesta non vive di trucchi né di gonfiature, ma svetta per bellezza naturale. È da poco che questa logorrea tutta vuoti e turgori si è abbattuta dall'Asia su Atene, e come una stella del male ha invasato le menti delle giovani promesse, così che, una volta corrotti i princìpi, l'eloquenza è rimasta basita nel suo silenzio. Insomma, chi è più riuscito a uguagliare la fama di un Tucidide o di un Iperide? Ma neppure la poesia ha più avuto un bell'aspetto, e tutti i suoi generi, come se si fossero nutriti dello stesso cibo, non sono riusciti a invecchiare fino ad avere i capelli bianchi. Alla pittura è toccata la stessa sorte, quando quegli sfrontati degli Egizi hanno trovato la scorciatoia per un'arte tanto eccelsa».





3 Ad Agamennone non andò a genio che io declamassi nel portico più a lungo di quanto lui non avesse sudato a scuola e disse: «Giovanotto, visto che la tua tirata non incontra il gusto della gente e, cosa davvero insolita, hai del sale in zucca, voglio svelarti i segreti del mestiere. In questi esercizi la colpa non è di certo dei maestri: passando il tempo coi dementi, finiscono per diventare dementi anche loro. Infatti se non insegnassero quello che aggrada ai ragazzini, come dice Cicerone "a scuola ci rimarrebbero solo loro". Prendi gli adulatori da commedia: per scroccare pranzi ai ricchi rimuginano tra sé e sé solo quello che a loro parere manderà in visibilio l'uditorio - e infatti non riescono mai a ottenere quel che desiderano se non tendono qualche trabocchetto alle orecchie. Stessa cosa per il maestro di eloquenza: come il pescatore, se non attacca all'amo l'esca che piace ai pesciolini, resterà sullo scoglio senza che abbocchi mai nulla.


4 E allora che fare? È coi genitori che bisogna prendersela perché non vogliono che i loro rampolli facciano progressi sottostando a severa disciplina. Tanto per cominciare sacrificano tutto, ivi incluse le proprie aspettative, all'ambizione. In secondo luogo, pur di centrare in fretta gli obiettivi, buttano nel foro dei ragazzotti immaturi, e imbottiscono di retorica - che a loro detta non ha eguali - dei bambinetti appena nati. Se invece lasciassero allo studio uno sviluppo graduale, permettendo così ai giovani di modellare le proprie menti sui precetti della filosofia, di migliorare lo stile con rigore impietoso, e di soffermarsi a lungo sui modelli da imitare, convincendosi che non è affatto una gran cosa quello che piace ai bambini, allora sì che la grande oratoria ritroverebbe tutto il prestigio della sua maestà. Ma al giorno d'oggi a scuola i ragazzi passano il tempo a giocare, nel foro i giovani si rendono ridicoli e - cosa ben più umiliante - i vecchi non hanno il coraggio di ammettere di aver studiato in passato soltanto boiate. Ma perché tu non debba pensare che io ce l'ho con le improvvisazioni alla buona alla maniera di Lucilio, eccoti la mia opinione in versi:


5 Chi punta agli effetti di un'arte austera


e rivolge la mente a grandi cose, depuri


innanzitutto i suoi costumi con princìpi severi.


Sdegni con viso aperto la reggia truce,


non punti a mense ricche da cliente di signori,


non si mescoli alla feccia svilendo nel vino


la fiamma del talento, né sieda in teatro


a fare da claque al soldo di un istrione.


Ma sia che gli sorrida la rocca di Pallade in armi,


o la terra abitata dal colono spartano


o la dimora delle Sirene, dedichi ai versi


i suoi primi anni e beva con animo lieto al fonte Meonio.


Poi, dopo aver pascolato col gregge di Socrate,


spazi pure libero a briglie sciolte brandendo le possenti armi


di Demostene. Lo circondi quindi la massa dei Romani,


e libera dai ritmi greci lo infonda di inediti aromi.


Talora lasci il Foro la penna e fugga via nel vento,


e la Sorte risuoni scandita da un ritmo veloce.


Diano pure lo spunto conflitti cantati da truce cantore,


solenni tuonino le parole dell'indomito Cicerone.


Adòrnati l'animo di queste bellezze: invaso da simili acque feconde,


verserai dal tuo petto parole degne delle Muse».


6 Occupato com'ero ad ascoltarlo, non mi rendo conto che Ascilto se l'era squagliata... E mentre passeggiavo in giardino nell'imperversare di quel mare di parole, arriva sotto il portico una gran massa di studenti, reduci, lo si capiva benissimo, dalla declamazione estemporanea di un pincopallino che aveva attaccato a parlare dopo l'esibizione di Agamennone. Così, mentre quei giovani se la ridevano dei temi trattati e criticavano l'intera struttura del discorso, prendo la palla al balzo e me la svigno, buttandomi di corsa sulle tracce di Ascilto. Non seguivo però un percorso preciso, né mi ricordavo dove fosse la mia locanda. E così, dovunque mi dirigessi, continuavo a ritrovarmi al punto di partenza, finché, sfinito dalla corsa e ormai fradicio di sudore, mi accosto a una vecchietta che vendeva verdure dei campi e le chiedo:


7 «Senti un po', nonnina, sai mica dove abito?». Divertita dalla demenza della mia battuta, risponde: «Lo so sì», si alza e comincia a farmi strada. Io credevo fosse un'indovina e...


Dopo un po' arriviamo in una zona fuori mano: lì quello spasso di vecchietta scosta una tenda color birulò e fa: «Mi sa che abiti qua». E mentre io le ripetevo che quella casa non l'avevo mai vista, vedo dei tizi che si aggirano furtivi in mezzo a delle scritte invitanti e a prostitute senza niente addosso. Capisco allora, anche se è ormai troppo tardi, di essermi lasciato trascinare in un bordello. Così, imprecando contro il tiro giocatomi dalla vecchia, mi copro la testa e, attraversando il bordello, me la dò a gambe verso la parte opposta, quando ecco che proprio sulla porta mi imbatto in Ascilto pure lui stanco morto come me. Probabile che lì ce l'avesse trascinato la stessa nonnina. Perciò lo saluto con una risata e gli chiedo che cosa ci fa in un buco tanto laido.


8 Lui si asciuga il sudore con le mani ed esclama: «Se solo sapessi cosa m'è capitato!». «E come faccio a saperlo?» gli faccio io. Ma lui, con un filo di voce, aggiunge: «Mentre stavo girando la città in lungo e in largo senza trovare dove avevo lasciato il nostro alloggio, mi si accosta un tipo stile padre di famiglia e gentilissimo promette di farmi strada lui. Poi però, attraverso una serie di vicoli uno peggio dell'altro, mi ha trascinato fino qua e, tirando fuori di tasca i soldi, ha iniziato a insistere perché cedessi alle sue voglie. La tenutaria si era già presa i soldi della stanza, quello aveva già iniziato a mettermi le mani addosso, e se non fossi stato più grosso di lui, l'avrei pagata cara».




A tal punto mi sembrava che tutti lì intorno avessero tracannato satirio.




Unendo le forze ci sbarazzammo di quel rompipalle.




9 [ENCOLPIO]. Come se fosse avvolto dalla nebbia, vidi Gitone in piedi sul marciapiedi di un vicolo e mi precipitai a razzo da quella parte.


Mentre mi informavo se il fratellino ci aveva preparato qualcosa da mettere sotto i denti, il povero ragazzo si venne a sedere sul letto, asciugandosi col pollice le lacrime che gli inondavano la faccia. E io, colpito dallo stato del piccolo, gli chiesi che cosa fosse successo. Lui, diciamocelo, dopo un bel po' e senza troppo entusiasmo, e solo quando dalle preghiere ero passato alle maniere forti, disse: «Il tuo bel fratellino, o degno compare che sia, un attimo fa si è scaraventato qui e ha iniziato a fare di tutto per attentare al mio pudore. E quando io ho attaccato a strillare, lui ha tirato fuori la spada e mi ha detto: "Se giochi a fare Lucrezia, allora eccoti qua il tuo Tarquinio!"».


A sentire queste cose, saltai agli occhi di Ascilto pronto a prenderlo a cazzotti e gli urlai: «Cos'hai da dire tu, culattone passivo che di pulito non hai nemmeno il fiato?». Ascilto finse di andare in bestia e, agitando più forte i pugni, gridò con più voce ancora: «Ma piantala tu, schifoso di un gladiatore scampato al massacro del circo! Pezzo di galera che non sei riuscito a farti una donna a posto nemmeno quando ti tirava ancora. Proprio tu che nel parco mi facevi lo stesso servizio che adesso in questa locanda tocca al ragazzino!». «Sentitelo!» ribattei io, «tu che te la sei svignata nel pieno dell'interrogazione col maestro!».


10 «O razza di deficiente, cosa ci potevo fare se morivo di fame? Forse stare a sentire quei deliri a base di paccottiglia e interpretazioni di sogni? Per Dio, sei ben più schifoso tu che per farci scappare una cena ti sei messo a tessere le lodi del poeta!». Ma alla fine, dopo tutta quella baraonda vergognosa, la buttiamo sul ridere per occuparci più tranquillamente del resto.




Poi però, ripensando al torto subito, gli faccio: «Ascilto, guarda che tra noi due non può mica funzionare. Dividiamoci quei due stracci che abbiamo e vediamo di sbarcare il lunario ciascuno per conto suo. Un briciolo di cultura ce l'abbiamo tutti e due. Per non intralciarti nei tuoi giri, ti prometto di mettermi a fare dell'altro: se no finisce che ogni giorno saltano fuori mille motivi per litigare e a forza di risse a parole diventiamo lo zimbello di tutta la città». Ascilto, che non aveva nessuna obiezione, mi risponde: «Visto che oggi, in qualità di studenti, ci siamo guadagnati una cena, cerchiamo di non rovinarci la serata. Vuol dire che domani (è questo che vuoi, no?) mi andrò a cercare un'altra locanda e un altro compagno». «Certo che è una seccatura» ribatto io, «dover rimandare quanto si è deciso».




A spingermi a una separazione così frettolosa era la foia: da un pezzo infatti volevo togliermi di torno quel rompi di un guardiano per riallacciare con Gitone il rapporto di un tempo.




11 Dopo aver setacciato ogni angolo della città, me ne torno nella mia stanzetta e lì, ottenuti finalmente dei baci come si deve, mi avvinghio al ragazzino con abbracci da favola, centrando il mio obiettivo da fare invidia. Ma non avevo ancora fatto tutto per bene, che Ascilto, avvicinatosi alla porta in punta di piedi, rompe i chiavistelli con una spallata e mi becca che me la spasso col fratellino. Riempiendo la stanza di risate e applausi, tira via il mantello che avevo addosso e grida: «Che stavi combinando, razza di santerellino? In due sotto la stessa coperta, eh?». E mica si ferma alle sole parole. No, tira fuori la cinghia dalla valigia e attacca a menarmi di santa ragione, in più ripetendo con tono sfacciato: «Così impari a non dividere con un fratello».




12 Al tramonto arriviamo al mercato, e lì vediamo esposta una quantità di merce che non era proprio di gran valore, ma la cui provenienza alquanto sospetta passava facilmente inosservata nel lusco e brusco dell'ora. Dato che anche noi ci eravamo portati dietro il mantello rubato, decidemmo di prendere al volo l'occasione e, piazzatici in un angolo, attaccammo a sbandierarne l'orlo, nella speranza che la bellezza del tessuto attirasse per caso qualche acquirente. Un attimo dopo un contadino, che a me sembrava però di avere già visto, ci si avvicina con una donnetta al fianco e si mette a esaminare il mantello con grande attenzione. Ascilto a sua volta attacca a fissare le spalle del villico, e tace di colpo, sbigottito. Allora scruto anch'io il tizio, non senza una certa apprensione, perché mi dà l'impressione di essere quello che aveva trovato la tunica nella grotta. E infatti era proprio lui. Ascilto, non fidandosi degli occhi e non volendo del resto agire in maniera avventata, prima gli si avvicina dando l'impressione di voler anche lui comprare e poi gli tira giù dalle spalle un lembo del mantello e attacca a tastarlo con cura.


13 Che incredibile botta di fortuna! Quel bifolco non era curioso e fino a quel momento non aveva ancora frugato tra le cuciture, ma cercava di sbarazzarsi del mantello con aria seccata e come se si trattasse dello straccio di un barbone. Ascilto, rendendosi conto che il malloppo non era stato toccato e che il tipo non era un'aquila come venditore, mi prende in disparte e mi fa: «Ti rendi conto, fratello mio, che abbiamo di nuovo in mano il tesoro che tanto mi ha fatto piangere? Il mantello è proprio quello e a quanto pare dentro ci sono ancora le monete d'oro che fino ad oggi nessuno ha toccato. Che si fa dunque, e a che titolo possiamo rivendicare la nostra roba?».


E io, gongolando non solo per il fatto di vedermi davanti il bottino ma anche perché la sorte mi aveva liberato dalla vergogna del sospetto, gli dissi che non bisognava ricorrere a maneggi, ma che era meglio basarsi sul codice senza tanti sotterfugi, in modo tale che, se quei due non volevano restituire la roba al legittimo proprietario, la faccenda venisse portata davanti al pretore.


14 Invece Ascilto, che aveva paura della legge, mi dice: «Ma qui chi ci conosce? Chi darà retta alle nostre parole? Ora che l'abbiamo riconosciuto, io sono dell'avviso di comprarlo il mantello, anche se è roba nostra, e recuperare il tesoro per un tozzo di pane, senza starci a impelagare in una causa che non si sa come possa andare a finire.


Che cosa può la legge là dove regna solo il denaro


e dove il poveraccio non la spunta mai?


Persino quelli che girano con la bisaccia dei Cinici


han l'abitudine qualche volta di vendere la verità a poche lire.


Così la giustizia non è altro che pubblica merce,


e il cavaliere seduto tra i giurati approva la vendita». 222h76c


Ma in tasca non avevamo altro che due soldi per comprarci ceci e lupini. E così, per non lasciarci sfuggire la preda, decidiamo di vendere il nostro mantello per una miseria e di rifarci della perdita con un colpo di ben altra portata. Non appena scioriniamo la nostra mercanzia, la donnetta col capo coperto che era insieme al villico, dopo aver esaminato con cura certi ricami, si avventa con le mani sull'orlo del mantello e attacca a urlare «al ladro, al ladro!», come un'ossessa. Noi, invece, sconvolti, per non sembrare incerti e succubi, ci buttiamo sulla tunica sbrindellata e lercia, sostenendo con la stessa foga che quello che loro hanno in mano è roba nostra. Ma tra gli oggetti contesi non c'era paragone: infatti anche i rigattieri accorsi in massa alle urla se la ridevano della nostra indignazione, perché una parte reclamava un mantello sfarzoso, mentre l'altra, la nostra, voleva indietro una veste rattoppata inutile persino per ricavarne strofinacci. Alla fine Ascilto fu bravo a bloccare le risate e, ottenuto il silenzio, dichiarò:


15 «Visto che ognuno ci tiene alla roba sua, se loro ci danno indietro la tunica, noi gli restituiamo il mantello». Al villico e alla donna l'idea dello scambio sarebbe andata anche a genio, se non fosse stato per dei presunti legulei (o meglio, data l'ora, dei ladruncoli notturni decisi a impadronirsi del mantello), i quali ci intimano di consegnare in mano loro entrambi gli indumenti, così che il giorno dopo un giudice possa pronunciarsi a riguardo. Infatti non erano in questione soltanto quegli oggetti, come poteva sembrare, ma andava esaminato ben altro, perché su entrambe le parti gravava il sospetto del furto. Ormai si era già d'accordo sul sequestro, quando uno dei rigattieri non meglio identificato, col cranio pelato e la fronte piena di bozze, uno che a tempo perso si andava a immischiare nei processi, arraffa il mantello dichiarando che lo avrebbe esibito il giorno dopo in tribunale. Ma era evidente che quelle canaglie volevano soltanto metter le mani sul mantello, sicuri che se noi l'avessimo consegnato, il giorno dopo non ci saremmo presentati all'udienza, per paura di essere accusati di furto.


In fin dei conti era quello che volevamo anche noi. Ma fu il caso a venire incontro a entrambe la parti. Infatti il contadino, infuriato di fronte alla nostra pretesa di vedere esibito anche quello straccio, buttò la tunica sul grugno di Ascilto e ci intimò - non avendo noi più alcuna lamentela da fare - di mollargli il mantello, che al presente restava l'unica ragione della contesa,




recuperato, come pensavamo, il malloppo, ce la filiamo a rotta di collo in pensione e, dopo esserci sprangati in camera, attacchiamo a ridere a crepapelle sulla stupidità dei rigattieri e di quei figuri, che con tutta la loro furbizia avevano finito col restituirci il gruzzolo.


Non voglio avere subito quel che desidero,


né amo la vittoria bella e pronta.




16 Avevamo appena finito di rimpinzarci coi manicaretti preparati da Gitone, quando sentiamo bussare alla porta con fragore minaccioso.


Chiediamo pieni di paura «Chi è?», e subito da fuori una voce ci risponde: «Apri e lo saprai». Mentre ci scambiamo queste battute, lo scrocco della porta scivola via da solo e i battenti si spalancano, lasciando entrare il nuovo venuto. È una donna con un velo sul viso, la stessa che poco prima era insieme al contadino. «Credevate di avermi presa in giro?» dice. «Sono l'ancella di Quartilla, che poco fa voi avete disturbato mentre celebrava un sacrificio di fronte alla cripta. È venuta di persona qui alla vostra locanda e chiede di potervi parlare. Non spaventatevi: non vuole accusarvi né punirvi per l'errore che avete commesso. Piuttosto muore dalla voglia di sapere quale dio mai abbia condotto dalle sue parti dei giovanotti così a modo».


17 Mentre noi ce ne stiamo a bocca chiusa senza azzardarci a prendere posizione, lei entra accompagnata da una ragazzina, si siede sul mio letto e attacca a piangere come una fontana. Noi continuiamo a tacere e aspettiamo increduli che la finisca con tutte quelle lacrime che si era preparata per simulare un grande dolore. Quando finalmente quel diluvio da sceneggiata si smorza, la donna si toglie il velo scoprendo un volto indignato e, stropicciandosi le mani fino a far scrocchiare le giunture, dice: «Che razza di sfrontatezza è mai la vostra! E dove avete imparato questi numeri da balordi che superano di gran lunga quelli teatrali? Provo pena per voi, dio solo sa quanto, perché nessuno ha mai assistito a cerimonie di culto proibite passandola liscia. In ogni modo, il nostro territorio è così affollato di numi tutelari, che in giro è più facile trovare un dio che un uomo. Ma non crediate che sia venuta qua per vendicarmi. Mi ha toccato più la vostra giovane età che non l'offesa subita, perché ho l'impressione che sia stata l'imprudenza a farvi commettere un sacrilegio tanto imperdonabile. Quella notte ebbi dei brividi di freddo tanto preoccupanti da farmi temere un attacco di febbre terzana. Così cercai rimedio nel sonno e mi fu ordinato di cercarvi e di smorzare l'assalto della malattia ricorrendo a un ingegnoso espediente. Ma al momento non è il rimedio la mia più grossa preoccupazione: mi spezza il cuore un dolore ben più grande che finirà per togliermi la vita, e cioè la paura che voialtri, giovani e irresponsabili come siete, andiate a raccontare in giro quel che avete visto nel santuario di Priapo, e diate in pasto alla gente i segreti propositi degli dèi. Per questo mi inginocchio davanti a voi con le mani tese, chiedendovi e supplicandovi di non mettere in burla i riti notturni, e di non rivelare segreti tanto antichi, di cui sono venuti a conoscenza sì e no un migliaio di uomini».


18 Dopo questa implorazione, scoppia di nuovo in lacrime e, scossa da singhiozzi esagerati, affonda il petto e il volto nel mio letto. Commosso e impressionato al contempo, io le dico di farsi coraggio e di stare tranquilla tanto per l'una che per l'altra cosa: nessuno sarebbe andato a raccontare in giro i sacri misteri, e se poi un dio le avesse consigliato qualche altro rimedio per la sua febbre terzana, non avremmo avuto esitazioni a dare una mano alla divina provvidenza, anche a costo di rischiare di persona. Tornata di buon umore dopo la promessa, la donna attacca a sbaciucchiarmi da tutte le parti, e, passando dalle lacrime al riso, mi aggiusta con tocchi languidi i capelli dietro le orecchie e poi dice: «Con voi voglio fare pace e ritiro ogni accusa. Se però non aveste accettato di darmi la medicina che cerco, era già pronta per domani una banda incaricata di vendicare l'offesa fatta alla mia dignità:


Venir disprezzati è infame, perdonare è bello.


Amo seguir la via che mi piace.


Se offeso, anche il saggio chiede ragione,


ma vince davvero chi non taglia la gola all'avversario».




Poi, battendo le mani, scoppia in una risata tanto fragorosa che ci spaventiamo. Dal canto loro, si mettono a fare la stessa cosa anche l'ancella che l'aveva preceduta e la ragazzina che era arrivata con lei.


19 Tutta la stanza rimbombava di quelle risa farsesche, mentre noi, che non riuscivamo ancora a capire che cosa avesse causato un mutamento di umore tanto repentino, un po' ci guardavamo negli occhi tra di noi, e un po' fissavamo le donne.




«È per questo che oggi ho dato istruzione di non fare entrare anima viva nella locanda, per avere da voi il rimedio alla terzana, senza che nessuno venga a interrompere». A queste parole di Quartilla, Ascilto rimase mezzo basito, mentre io, che dentro mi sentivo più freddo di un inverno in Gallia, non riuscivo a spiccicare verbo. A farmi escludere il peggio era la composizione del gruppo. Loro erano infatti solo tre donnicciole per giunta non troppo in forze e, se solo avessero osato farci qualche brutto tiro, noi per lo meno avevamo dalla nostra il sesso. Inoltre, con la tunica tirata in su eravamo anche meno lenti. Ad ogni modo avevo già studiato gli accoppiamenti nel caso si fosse arrivati al corpo a corpo: io me la sarei vista con Quartilla, Ascilto con l'ancella e Gitone con la ragazzina.




In quel momento rimanemmo sbigottiti e sentimmo che le forze ci venivano meno, mentre una morte certa cominciava a offuscare gli occhi di noi poveracci.




20 «Signora», dico, «se hai in mente qualcosa di peggio, vedi di metterlo in pratica in fretta, perché non abbiamo commesso un delitto tanto grave da morire tra mille tormenti».




L'ancella che si chiamava Psiche stese con cura una coperta sul pavimento.




Mi maneggiò gli attributi che ormai erano freddi come se fossero morti un migliaio di volte.




Ascilto aveva nel mentre infilato la testa nel mantello, perché era stato messo in guardia sul rischio di ficcare il naso nei segreti affari altrui.




L'ancella tirò fuori di tasca due cordicelle, usandone prima una e poi l'altra per legarci mani e piedi.




Ascilto, vedendo che la conversazione era arrivata a un punto morto: «Che diamine?» disse «Possibile che non mi venga versato un goccetto?». E l'ancella, chiamata in causa dalla mia risata, batté le mani e dichiarò: «Cocco, io l'ho messo qua... Ti sarai mica bevuto da solo tutta quella roba?». «Cosa?» interruppe Quartilla «Encolpio s'è scolato tutto il satirio che c'era?».




Ancheggiò senza tanto sbracarsi in risate.




Perfino Gitone alla fine scoppiò a ridere, specie quando la ragazzina gli si avvinghiò al collo, cominciando a inondarlo di baci cui lui non diceva certo di no.




21 Disperati come eravamo, avremmo voluto chiedere aiuto, ma non c'era un cane che ci potesse dare una mano. E non appena io cercavo di attirare l'attenzione dei passanti, Psiche mi punzecchiava le guance con una forcina da capelli, mentre la ragazzetta tormentava Ascilto con un pennellino ugualmente imbevuto di satirio.




Per ultimo sopraggiunse un culattone in vestaglia color mirto con tanto di cintura... si venne a strusciare addosso a noi agitando le natiche e ci insozzò con dei baci schifosi, finché Quartilla, con una stecca di balena in mano e la gonna tirata su, gli intimò di aver pietà di noi e di lasciarci tirare il fiato.




Con formule sacrosante giurammo tutti e due che un segreto tanto terribile ce lo saremmo portati nella bara.




Entrarono dei massaggiatori in massa che ci unsero da capo a piedi di olio di oliva rimettendoci in sesto. Così, non sentendo più la stanchezza, indossammo gli abiti per la cena e fummo portati in una camera attigua dove c'erano tre letti pronti all'uso e una parata di leccornie imbandite come dio comanda. Ci dissero di sdraiarci e subito attacchiamo con un antipasto incredibile che inondiamo addirittura con del Falerno. Rimpinzati da molti altri manicaretti, quando ormai stiamo per franare nel sonno, Quartilla interviene: «Non penserete mica di andarvene già a letto, quando sapete benissimo che questa notte va dedicata per intero al culto di Priapo?».




22 Mentre Ascilto, stremato da tutte quelle avventure, non si reggeva più in piedi dal sonno, l'ancella da lui prima ingiuriosamente respinta gli sfrega tutta la faccia con della fuliggine e gli tatua sui fianchi e sulle spalle tanti bei cazzetti senza che lui se ne accorga. Anch'io, stremato com'ero da tutti quegli accidenti, comincio a pregustarmi il piacere di un sonnellino. Lo stesso fa la servitù dentro e fuori la sala da pranzo: c'è chi si stravacca tra i piedi degli invitati, chi invece ronfa accasciato contro le pareti, mentre altri se la dormono in piedi sulla porta, testa contro testa, mentre le lampade, con l'olio ormai quasi finito, spandono una luce fioca e tremolante. In quel momento due schiavi siriani entrano nella sala da pranzo per portarsi via una bottiglia: mentre se la contendono con la bava alla bocca in mezzo a tutti quegli argenti, la bottiglia sgraffignata cade e va in mille pezzi. Insieme a tutta l'argenteria crolla a terra anche il tavolo e capita che un bicchiere schizzato in aria per poco non mandi al creatore una serva stravaccata su un letto. Per la botta la tipa caccia un urlo e automaticamente stana i ladri svegliando parte della gente ubriaca. I due siriani venuti a fare il colpo, quando si vedono scoperti, in un attimo si lasciano cadere ai piedi di un letto, come da copione, e attaccano a russare quasi stessero dormendo da un pezzo.


L'addetto al triclinio, svegliato anche lui, versa dell'olio nelle lampade ormai in riserva, mentre i servi più giovani, dopo essersi stropicciati un attimo gli occhi, tornano alle loro faccende, proprio mentre entra in sala una virtuosa di cembalo che ci sveglia tutti con un colpo di piatti.


23 Il festino riprende e Quartilla invita di nuovo a trincare. La tipa del cembalo fa crescere l'allegria della gozzoviglia.




Entra di nuovo il culattone, uomo di rara demenza e in tutto all'altezza di quella casa, il quale, dopo aver fatto scrocchiare le dita fino a farsi male, se ne esce con questi versi:


Qua, qua radunatevi qua mie morbide checche,


avanti, correte veloci, librate nel vento le piante,


veloci di coscia, di natica lesti, di mano sfrontati,


miei vecchi, adorati, castrati di Delo.


Dopo aver chiuso coi suoi versi, mi sbava la faccia con un bacio schifosissimo. Poi mi salta sul letto e mettendocela tutta riesce a spogliarmi anche se io non voglio, e si dà molto da fare, e a lungo, con le mie parti basse, senza grossi risultati. Dalla fronte fradicia di sudore gli colano rivoli di belletto, mentre nelle grinze del viso c'era tanto di quel fondotinta che l'avresti scambiato per un muro scrostato dalla pioggia battente.


24 Non riesco a trattenere più a lungo le lacrime e, arrivato al colmo dell'avvilimento, esclamo: «Mia signora perdonami, ma avevi ordinato di portarmi il vasino?». Lei batte con grazia le mani e replica: «Ma che tipo sottile e che spirito da uomo di mondo! Ma come? Non avevi capito che qui i culattoni li chiamiamo vasini?». Poi, perché ce ne fosse anche per il mio socio, osservo: «Ma abbiate pazienza: possibile che su questo divano Ascilto sia l'unico a essere lasciato in pace?». «Allora» risponde Quartilla, «portate il vasino anche ad Ascilto!». A queste parole il culattone cambia cavallo e, saltando addosso al mio compare, se lo lavora a colpi di chiappe e di baci. Gitone, che era in piedi lì in mezzo, si sbellicava dal ridere. Quartilla, dopo averlo avvistato, si informa per filo e per segno di chi sia il ragazzino. E quando io specifico che è mio fratello, lei ribatte: «Perché allora non mi ha baciata?». Lo chiama lì da lei, gli si attacca alla bocca. Poi, ficcandogli le mani sotto il vestito, e tastandogli l'arnese ancora in erba, commenta: «Questo verrà bene da antipasto nell'orgia di domani: oggi che mi sono beccata una mazza asinina, di robetta così ne posso fare a meno».




25 Mentre diceva queste cose, Psiche ridendo le sussurra all'orecchio qualcosa che non riesco a capire. «Ma certo», esclama Quartilla, «è proprio un ottimo suggerimento. Non è forse una magnifica occasione per far sverginare la nostra Pannichide?». Fanno subito entrare una ragazzina abbastanza graziosa e che non dimostra più di sette anni, la stessa che era entrata nella nostra camera insieme a Quartilla. Tutti applaudono e chiedono che si celebrino le nozze; io, invece, rimango di sasso e dico che né Gitone, ragazzo quanto mai rispettoso, avrebbe mai avuto il fegato di commettere una simile porcata, né la ragazzina aveva l'età per sostenere da donna fatta un assalto in piena regola. «Non crederai mica» interviene Quartilla «che questa qui sia più giovane di quanto ero io la prima volta che mi è toccato andare con un uomo? Che Giunone mi strafulmini, se mi ricordo d'essere mai stata vergine! Da bambina ho perso il mio onore coi coetanei, poi, col passare degli anni, me la facevo con ragazzi sempre più grandi, e così fino ad oggi. Anzi, credo che proprio di lì venga il proverbio che dice "chi riesce a reggere un vitello, domani potrà sollevare un toro"». Così, per evitare che al fratellino possa succedere qualcosa di peggio lontano da me, mi alzo per assistere alla cerimonia nuziale.


26 Psiche aveva già avvolto la testa della ragazzina nel velo nuziale rosso porpora, il culattone ci stava già facendo strada con la torcia in mano, e le donne, ubriache com'erano, applaudivano schierate in fila, mentre sul letto avevano già sistemato la coperta destinata allo stupro. Quartilla allora, più infoiata ancora da quella messinscena, si alza anche lei, afferra Gitone per mano e lo trascina in camera.


A dir la verità la cosa non fa granché schifo al ragazzo, né sembra che la bimbetta si spaventi a sentir parlare di nozze. Così, mentre i due si buttano a letto dopo esser stati chiusi dentro, noi ci sediamo di fronte alla porta della stanza, e Quartilla è la prima che, ficcando il suo occhio vizioso in un foro praticato apposta, spia con morbosa curiosità i giochetti dei due poppanti. Poi, con tocchi sinuosi, spinge anche me a contemplare quello spettacolo, ma, siccome così facendo ci sfioriamo la faccia, lei - non appena la scenetta ha un attimo di tregua - sporge in quell'attimo le labbra e come di nascosto mi slinguazza furtiva la bocca a colpi di baci.




Buttati sui letti, passiamo il resto della notte senza nulla temere.




Arriva il terzo giorno, cioè quello che noi aspettiamo per partecipare alla cena d'addio. Solo che, rotti com'eravamo in tutto il corpo, l'idea di alzare i tacchi ci andava più a genio che la prospettiva di starcene lì a poltrire. Così, mentre discutiamo mogi mogi su quale sia il modo migliore per evitare la tempesta che c'è nell'aria, arriva a liberarci da ogni perplessità un servo di Agamennone che ci interpella: «Come? Ma allora non sapete da chi si va oggi! Da Trimalcione, uno che scoppia di soldi, e in sala da pranzo ha un orologio e un trombettiere, piazzato lì apposta per ricordargli via via quanto tempo della sua vita se n'è andato». A queste parole, scordandoci di tutti i nostri guai, ci intabarriamo per bene e ordiniamo a Gitone - ben felice di recitare la parte dello schiavo - di venire con noi alle terme.


27 Nel frattempo, senza stare a spogliarci, ci mettiamo a gironzolare... anzi a fare battute passando da un gruppo all'altro, quando all'improvviso vediamo un vecchio crapa pelata con addosso una tunica rosso fuoco, impegnato a giocare a palla in mezzo a dei giovani con i capelli lunghi. Ciò che colpì la nostra attenzione non erano tanto i ragazzi (anche se ne valeva la pena), quanto piuttosto il loro padrone che, con le pantofole ai piedi, si stava allenando con una palla color verde pisello. Il bello è che non raccattava mica quelle che cadevano a terra, ma c'era lì un servo pronto con una sacca piena di palle di riserva da distribuire ai giocatori. Notammo anche delle altre bizzarrie: impalati alle estremità opposte del cerchio c'erano i due eunuchi, il primo con in mano un pitale d'argento, il secondo intento a conteggiare non tanto le palle che passavano di mano in mano nel corso del gioco, quanto quelle che cadevano a terra. Mentre noi siamo lì a guardare a bocca aperta quelle finezze, arriva di corsa Menelao che dice: «Ecco da chi andate a mangiare stasera, anche se quel che avete visto è soltanto l'inizio». Menelao aveva appena finito di parlare, che Trimalcione schiocca le dita e a quel segnale l'eunuco porge il pitale al giocatore. E quello, dopo aver scaricato la vescica, si fa portare dell'acqua per le mani, la sfiora appena con le dita e quindi se le asciuga coi capelli di uno dei ragazzi.


28 Impossibile notare tutta quella sfilza di particolari. Così entriamo nel bagno e, una volta madidi di sudore, in un lampo ci ficchiamo sotto la doccia fredda. Intanto Trimalcione, pieno di creme, si stava asciugando non con le solite salviette, ma con asciugamani di lana finissima. Nel contempo tre massaggiatori gli trincano bottiglie di Falerno davanti agli occhi, ma siccome litigando tra loro ne versano un bel po' per terra, Trimalcione dice che è tutto alla sua salute. Poi, bardato in una veste scarlatta, viene issato su una portantina preceduta da quattro lacchè in livrea e da una specie di carrozzina a mano nella quale c'era il suo tesoro, un bambino con la faccia da vecchietto, tutto cisposo e più brutto ancora del suo padrone. Mentre lo trasportano in questo modo, gli si avvicina un musicista con un flauto minuscolo in mano, che per tutto il tragitto gli fa da colonna sonora, come se gli sussurrasse qualcosa alle orecchie.


Dietro veniamo noi, già un po' seccati da tutte quelle sorprese, e, sempre insieme ad Agamennone, arriviamo alla porta di casa, sul cui stipite era inchiodato un cartello con su scritte queste parole: «Qualsiasi servo esca di casa senza il permesso del padrone, riceverà cento frustate». Sempre lì sull'ingresso c'era un portiere in uniforme verdognola con in vita tanto di cintura color ciliegia e intento a sbucciare piselli su un vassoio d'argento. Sulla soglia penzolava una gabbia d'oro con dentro una gazza screziata che dava il benvenuto alla gente in arrivo.


29 E mentre io me ne sto lì impalato a guardare tutte quelle cose, faccio un salto indietro che per poco non mi spacco una gamba. Infatti, a sinistra per chi entrava, a pochi passi dalla guardiola del portinaio, vedo dipinto sul muro un cane gigantesco tenuto però alla catena e con sopra scritto a lettere cubitali: «Attenti al cane». I miei soci scoppiano a ridere. Ma io, dopo essermi ripreso dallo spavento, mi rimetto a studiare la parete esaminandola per intero. C'era dipinto un mercato di schiavi con tanto di cartellino al collo e Trimalcione in persona che, con capelli fluenti e in mano il caduceo, faceva ingresso a Roma scortato da Minerva. Di seguito il pittore compiacente lo aveva accuratamente effigiato con tanto di cartigli nell'atto di imparare a far di conto e poi nel giorno in cui era stato nominato tesoriere. In fondo al portico, Mercurio lo issava verso un altissimo trono prendendolo per il mento. Al suo fianco c'era la Fortuna con il corno dell'abbondanza e le tre Parche impegnate a filare con conocchie d'oro. Nel portico vedo anche una squadra di atleti intenti ad allenarsi nella corsa sotto la guida di un preparatore. In un angolo noto poi un grosso armadio, dentro cui, in una nicchia, c'erano dei Lari d'argento, una statua di Venere in marmo e un calice d'oro di proporzioni ragguardevoli, nel quale si vociferava fossero conservati i peli della prima barba di Trimalcione.


A quel punto attacco a chiedere al maggiordomo che cosa rappresentino le pitture visibili al centro. «L'Iliade e l'Odissea» risponde lui, «e l'incontro tra i gladiatori di Lenate».


30 Ma non era davvero possibile star lì a osservare tutta quella roba


Eravamo ormai in prossimità della sala da pranzo, dove un sovrintendente stava facendo dei conti. Ma a colpirmi fu soprattutto un particolare: sugli stipiti della sala erano inchiodati dei fasci con tanto di scuri, che sulla punta terminavano in una specie di rostro di nave in bronzo, su cui era incisa la frase: «A G. Pompeo Trimalcione, seviro Augustale, il tesoriere Cinnamo». Al di sotto di quella scritta c'era una lampada a due becchi appesa al soffitto e, ai lati, fissate ai battenti, due tavole, in una delle quali, se non ricordo male, si leggeva: «Il 30 e il 31 di dicembre il nostro Gaio cena fuori». Sull'altra erano invece dipinti il corso della luna nel cielo e le immagini di sette pianeti, mentre una borchia distingueva i giorni fortunati da quelli disgraziati.


Imbottiti come siamo da queste meraviglie, non appena cerchiamo di entrare nella sala da pranzo, ecco che uno schiavetto, che era lì proprio per questo, esclama: «Col piede destro!». Sinceramente siamo un po' preoccupati all'idea che qualcuno di noi varchi la soglia senza rispettare quell'indicazione. Poi, mentre alziamo tutti insieme all'unisono il piede destro, uno schiavo completamente nudo si viene a buttare ai nostri piedi e attacca a supplicarci di fargli togliere il castigo che gli era stato inflitto per una colpa in effetti non troppo grave (alle terme gli avevano rubato i vestiti del tesoriere che valevano a malapena sei sesterzi) e per la quale adesso rischiava grosso. Allora noi tiriamo indietro il piede destro, e supplichiamo il tesoriere impegnato a contare monete d'oro nell'atrio di perdonare quello schiavo. Ma il tipo ci guarda con faccia piena di boria e fa: «Non è tanto il danno subito a darmi fastidio, quanto piuttosto la negligenza di questo buono a nulla di un servo. Ha perso un completino da sera che mi era stato regalato da un cliente per il mio compleanno. E anche se l'avevo già fatto lavare una volta, era pur sempre della roba di Tiro. Ma insomma, che cosa volete? Ma sì, prendetevelo pure».


31 Toccati da un gesto di tale generosità, stavamo entrando in sala da pranzo, quando ci si para davanti quello stesso servo per il quale eravamo intervenuti e, con noi che lo guardiamo allibiti, ci sommerge letteralmente di baci per ringraziarci del nostro buon cuore e aggiunge: «Presto saprete chi avete aiutato: sono io che ho l'incarico di versare il vino del padrone».


Finalmente ci sediamo a tavola, mentre degli schiavi alessandrini ci versano sulle mani dell'acqua ghiacciata, subito rimpiazzati da altri che, inginocchiati ai nostri piedi, cominciano a tagliarci le pellicine delle unghie con una precisione incredibile. E mentre erano impegnati in questo ingrato servizio non stavano mica a bocca chiusa, ma accompagnavano il tutto cantando. Siccome volevo capire se tutta la servitù avesse quella caratteristica, chiedo che mi portino da bere. In men che non si dica uno schiavetto mi serve emettendo un gorgheggio non meno stridulo, e così tutti gli altri se solo si ordinava qualcosa. Al punto che più che a pranzo in casa di un padre di famiglia, sembrava di essere in mezzo a una compagnia di mimi.


Nel frattempo ci viene servito un antipasto mica male: tutti avevano infatti già preso posto, salvo il solo Trimalcione cui, in virtù di un'usanza del tutto nuova, era stato riservato quello d'onore. Al centro del piatto di portata troneggiava un asinello in bronzo di Corinto, con sopra un basto che da una parte era pieno di olive nere e dall'altra di chiare. Sulla groppa dell'animale c'erano due piatti sui cui orli era stato inciso il nome di Trimalcione e il peso dell'argento. In aggiunta c'erano poi dei ponticelli saldati insieme che sorreggevano dei ghiri conditi con miele e salsa di papavero. E ancora c'erano delle salsicce che friggevano sopra una graticola d'argento e, sotto la graticola, prugne di Siria con chicchi di melagrana.


32 Eravamo nel pieno di quelle delizie, quand'ecco che Trimalcione in persona fa il suo ingresso trasportato a suon di musica, sdraiato su soffici cuscini, e noi scoppiamo a ridere perché la cosa ci coglie alla sprovvista. Gli spuntava la crapa pelata da sotto un mantello rosso fuoco e intorno al collo già imbacuccato per bene si era avvolto un foulard orlato di porpora con frange svolazzanti da una parte e dall'altra. Al mignolo della mano sinistra portava un enorme anello dorato, mentre nell'ultima falange dell'anulare ne aveva uno più piccolo che secondo me era tutto d'oro ma con saldate sopra delle scaglie di ferro fatte a forma di stella. E per non limitarsi a sfoggiare soltanto quei preziosi, si scopre il bicipite destro su cui facevano un gran figurone un bracciale d'oro e un cerchietto d'avorio chiuso da una lamina piena di luce.


33 Dopo essersi dato una ripassata tra i denti con uno stuzzicadenti d'argento, dice: «Amici, ad essere sincero non mi andava ancora di venire a tavola, ma per non farvi cominciare il pranzo in ritardo per la mia assenza, ho preferito sacrificare i comodi miei. Ciò nonostante permettetemi di finire la partita». Infatti gli veniva dietro un ragazzino con in mano una scacchiera di radica e dei dadi di cristallo, e io notai un particolare che era il colmo della raffinatezza: al posto delle pedine bianche e nere aveva infatti delle monete d'oro e d'argento. E mentre lui continuava a giocare bestemmiando come un perfetto portuale, e noi eravamo ancora all'antipasto, viene portato un vassoio con sopra un cestino contenente una gallina di legno che aveva le ali aperte a cerchio, come di solito fanno quando covano le uova. Subito si avvicinano due servi che, sul sottofondo assordante della musica, cominciano a frugare in mezzo alla paglia e tirano fuori una serie di uova di pavone che distribuiscono tra i commensali. Di fronte al colpo di scena, Trimalcione si volta e ci comunica: «Amici, ho fatto mettere sotto la gallina delle uova di pavone ma, per dio, mi sa che ci sia già dentro il pulcino. In ogni modo vediamo un po' se si possono ancora inghiottire». Noi allora prendiamo dei cucchiaini che non pesavano meno di mezza libbra e rompiamo quelle uova ricoperte con un impasto di farina. Io stavo quasi per buttar via il mio perché mi sembrava che dentro ci fosse già il pulcino. Ma poi, quando sento un habitué di quelle serate dire "mi sa che qui dentro c'è qualcosa di buono", frugo un po' con la mano dentro al guscio e ci trovo un beccaccino da favola immerso in salsa piccante di tuorlo.


34 Nel frattempo Trimalcione aveva finito la partita e si era fatto servire ogni cosa, invitando a gran voce chi di noi avesse voluto prendere ancora del vino al miele, quando all'improvviso ricomincia la musica a un preciso segnale e una squadra di servi porta via gli antipasti cantando in coro. Ma nel mezzo di quel caos, caso vuole che cada un piatto d'argento e che subito uno schiavetto lo raccatti: Trimalcione se ne accorge e ordina di schiaffeggiare il ragazzino e di ributtare a terra il piatto che finisce scopato via insieme a tutto il resto da un guardarobiere comparso immediatamente. Poi entrano in sala due capelloni etiopi con in mano dei piccoli otri uguali a quelli che usano allo stadio per spargere la sabbia, e ci versano del vino sulle mani. Di acqua infatti nemmeno a parlarne.


Siccome facciamo un sacco di complimenti al padrone di casa per tutto quel lusso, lui dice: «A Marte piace il giusto. Per questo ho ordinato che a ciascuno venisse assegnato un tavolo personale. Ma anche perché questi schiavi puzzolenti ci soffino meno sul collo andando su e giù per la stanza».


Un attimo dopo arrivano delle anfore di cristallo scrupolosamente sigillate e con delle etichette incollate al collo con su scritto: «Falerno Opimiano di cent'anni». Mentre eravamo impegnati a leggere, Trimalcione batte le mani urlando: «Oddio, dunque il vino vive più a lungo di un pover'uomo. Ma allora scoliamocelo d'un fiato! Il vino è vita e questo è Opimiano puro. Ieri non ne ho offerto di così buono, eppure avevo a cena gente ben più di riguardo». Mentre noi tracanniamo e osserviamo con gli occhi sgranati tutto quel ben di dio, arriva un servo con uno scheletro d'argento costruito in maniera tale che lo snodo delle vertebre e delle giunture permetteva qualunque tipo di movimento. Dopo averlo buttato a più riprese sul tavolo facendogli assumere varie posizioni grazie alla struttura mobile, Trimalcione aggiunge:


«Ahimè, miseri noi, che cosa da nulla è un pover'uomo.


Noi tutti saremo così il giorno che l'Orco ci prende.


Ma allora viviamo, finché godere possiamo».


35 A questo elogio funebre segue una portata inferiore all'attesa, ma capace di far spalancare gli occhi a tutti per la sua assoluta originalità. Era infatti una grossa teglia rotonda che aveva tutto intorno i segni dello zodiaco, sopra ciascuno dei quali il cuoco aveva piazzato una specialità appropriata al simbolo: sull'Ariete dei ceci di Arezzo; sul Toro un quarto di bue; sui Gemelli testicoli e rognoni; sul Cancro una corona; sul Leone fichi africani; sulla Vergine una vagina di scrofa; sulla Libra una bilancia con una focaccia in un piatto e un polpettone nell'altro; sullo Scorpione un pesciolino di mare; sul Sagittario un gufo; sul Capricorno un'aragosta; sull'Acquario un'oca; sui Pesci due triglie. Al centro, poi, una zolla di terra strappata con tutta l'erba attaccata sosteneva un favo di miele. Uno schiavetto egiziano distribuiva pane caldo in giro prendendolo da un forno portatile d'argento.


... e anche lui con una voce d'inferno attacca una tirata dal mimo Il venditore di silfio. Ma quando Trimalcione si accorge che quei cibi tanto ordinari non li abbiamo accolti con troppo slancio, dice: «Abbiate fiducia e pensiamo a mangiare: il meglio della cena è proprio questo».


36 Dopo la battuta di Trimalcione, quattro servi entrano ballando al ritmo di un'orchestra e scoperchiano il vassoio. E cosa ti vediamo dentro? Capponi, mammelle di scrofa e, al centro, una lepre con tanto di ali che sembrava un Pegaso. Agli angoli del vassoio notiamo anche quattro statuette di Marsia, che da piccoli otri innaffiavano di salsa piccante dei pesci che ci sguazzavano dentro come in un braccio di mare. Applaudiamo tutti unendoci ai servi e, nell'allegria generale, ci buttiamo su quel ben di dio. E Trimalcione, come noi al settimo cielo per quella nuova portata, urla: «Trincia!». Subito arriva un trinciatore che, muovendosi lui pure al ritmo dell'orchestra, taglia la carne così bene che lo avresti detto un essedario impegnato a combattere sul carro al suono dell'organo. Trimalcione, intanto, continuava a ripetere «Trincia! Trincia!» con la sua voce strascicata. E io, sospettando che quella parola ripetuta tante volte contenesse un qualche sottosenso spiritoso, non esitai a chiederlo al commensale seduto al mio fianco. Ma quello, che di sicuro aveva assistito già altre volte a pantomime del genere, mi spiega: «Lo vedi il servo che taglia le pietanze? Ebbene si chiama Trincia. Così, ogni volta che Trimalcione dice "Trincia", con una parola sola lo chiama e gli dà un ordine».


37 Io non riuscivo più a buttare giù nulla ma, rivolgendomi a lui per saperne di più, la presi alla larga e gli chiese chi fosse quella donna che continuava ad andare avanti e indietro. «Ma è la moglie di Trimalcione» specifica lui, «si chiama Fortunata e i soldi li conta a palate. E lo sai cos'era fino all'altro ieri? Lasciamelo dire: era una che da lei non avresti accettato nemmeno un tozzo di pane. Adesso, non chiedermi come né perché, ha toccato il cielo con il dito ed è il braccio destro di Trimalcione. Al punto che se a mezzogiorno spaccato lei gli dice che è notte, lui ci crede anche. Lui stesso non lo sa mica quanto ha, tanto è ricco sfondato. Ma quella figlia di troia ne sa una più del diavolo e non le sfugge niente. Mangia poco, non beve, e ha la testa sul collo: tutto oro quel che vedi. Però ha una lingua, una vera cornacchia! Chi ama ama, chi non ama non ama. Lui, Trimalcione, ha tante terre che per vederle ci vorrebbero le ali di un nibbio e fa soldi su soldi. Nella guardiola del suo portiere c'è più oro di quanto altri ne hanno in un patrimonio intiero. Circa la servitù, lasciamo perdere: ad aver visto in faccia il padrone, porcaccia la miseria, ce ne sarà sì e no uno su dieci. Sta di fatto che questi scrocconi lui se li rivolta come vuole.


38 E non ti credere che compri qualcosa. Gli cresce tutto in casa: lana, cedri, pepe. E se gli chiedi latte di gallina, lui te lo trova. Per fartela breve, visto che la lana di sua produzione non era un granché, ha acquistato a Taranto dei montoni fuoriclasse e li ha messi a montare il gregge. Un'altra volta, per avere miele dell'Attica in casa, ha ordinato che gli portassero le api dall'Attica, in modo che le api nostrane migliorassero un po' stando insieme alle greche. Addirittura in questi giorni ha scritto in India che gli spediscano il seme dei funghi. Non ha una sola mula che non sia figlia di un onagro. Guarda quanti cuscini: ebbene, sono tutti imbottiti con porpora o scarlatto. Questa sì che è fortuna! Gli altri suoi compagni di schiavitù di un tempo, occhio a non prenderli sotto gamba. Si son fatti i soldi anche loro. Lo vedi quello che è sdraiato per ultimo nell'ultima fila? Bene, oggi avrà almeno ottocentomila sesterzi ed è venuto su dal nulla. Figurati che fino a ieri portava la legna sulle spalle. Io non lo so per certo, l'ho solo sentito, ma gira voce che abbia rubato il berretto a Incubo e ci abbia trovato dentro un tesoro. Io però non lo invidio mica uno che dio gli ha fatto un regalo. Lui però puzza ancora di schiavo e se la tira da gran signore. E non è mica tanto che ha fatto appendere fuori questo avviso: "Dal 1° luglio G. Pompeo Diogene affitta questo solaio perché si è fatto l'appartamento". E quell'altro che adesso è là seduto al posto dei liberti? Lui sì che se la passava bene! Non che ce l'abbia con lui. Era arrivato a toccare il milione, e poi zac è crollato. Quello non ha più manco i capelli senza ipoteche! E perdio, non è mica colpa sua. Credimi, non c'è persona migliore di lui. Chi gli ha fregato tutto sono stati dei liberti avanzi di galera. Ricordatelo bene: la pentola in comune non c'è mai dentro niente di buono, e quando va male, gli amici ti saluto e sono. Adesso lo vedi ridotto in quel modo, ma sapessi che bel lavoro faceva! Impresario di pompe funebri, era. A tavola era roba da re: cinghiali impanati, timballi al forno, uccelli, cuochi, fornai. A tavola scorreva più vino di quanto se ne può avere in cantina. Un sogno fatto uomo. Ma quando ha iniziato a girargli storta, per evitare che i creditori lo pensassero con l'acqua alla gola, ha organizzato una vendita all'incanto con questo slogan: "G. Giulio Proculo mette all'asta quello che non gli serve"».


39 Quando ormai ci avevano già portato via i piatti e i commensali cominciavano a straparlare dandoci dentro della grossa col vino, Trimalcione, appoggiato sul gomito, interrompe questo ameno monologo dicendo: «A un vino così bisogna fargli onore. I pesci bisogna che nuotino. Ma ditemi un po', non crederete mica che stasera mi accontenti di quello che avete visto su quella teglia?


"Conoscete così poco Ulisse?".


E allora? Anche seduti a tavola, un po' di cultura non fa mica male. Con buona pace di quella buon'anima del mio padrone, che mi ha voluto uomo fra gli uomini. A me non c'è niente che mi prenda alla sprovvista, e quel piattino di prima ve ne ha dato la prova. Questo cielo che vedete ci abitano dentro dodici dèi che a loro volta si trasformano in altrettanti simboli e adesso diventa l'Ariete. Chi nasce sotto quel segno, avrà molte pecore, molta lana, la faccia di bronzo, la testa dura e il corno sempre sull'attenti. Sotto questo segno nascono molti letterati e rompipalle». Noi facciamo un sacco di complimenti a quella battuta da astrologo, e lui riattacca dicendo: «Poi tutto il cielo diventa Toro. Ed è in questa congiuntura che nascono gli scontrosi, i burini e quelli che bastano a se stessi. Sotto i Gemelli vengono fuori le bighe, i buoi, i coglioni e quelli che tengono il piede dentro due scarpe. Sotto il Cancro ci sono nato io. Per questo sono ben piantato su molti piedi e ho un sacco di possedimenti in terra e in mare. E infatti il granchio sta bene sia lì che qui, ed è per questo che non ci ho fatto mettere sopra nulla, perché niente coprisse il mio segno. Sotto il Leone nascono poi i crapuloni e i prepotenti; sotto la Vergine le femminucce, gli schiavi che se la svignano e quelli che finiscono ai ceppi; sotto la Bilancia i macellai, i profumieri e tutti quelli che vendono merci a peso; sotto lo Scorpione gli avvelenatori e gli assassini; sotto il Sagittario gli strabici che adocchiano la verdura e si fottono il lardo; sotto il Capricorno i disgraziati che si ritrovano le corna sulla testa per colpa dei loro mali; sotto l'Acquario gli osti e le teste di rapa; sotto i Pesci gli chef e i retori. Così gira il mondo come una ruota, e sono sempre guai, sia che gli uomini nascano sia che muoiano. Ecco perché al centro vedete quella zolla con sopra il favo: non faccio mai nulla senza buoni motivi. Nel mezzo c'è la madre terra rotonda come un uovo, e racchiude dentro di sé ogni bene come un favo».


40 «Bravissimo!» gridiamo in coro, e con le mani tese verso il soffitto giuriamo che uomini come Ipparco e Arato non sono degni manco di allacciargli le scarpe, quand'ecco entrano dei servi e sistemano sui triclini dei copriletti che avevano ricamate sopra le reti e cacciatori appostati con in mano gli spiedi e tutti gli arnesi per la caccia. Non sapevamo ancora cosa dovessimo immaginare, quando da fuori della sala si leva un grande baccano, ed ecco che dei cani della Laconia entrano e si mettono a correre all'impazzata intorno alla tavola. A ruota arriva una grossa teglia sulla quale giganteggia un enorme cinghiale con in testa un berretto da liberto: alle sue zanne sono appesi due piccoli cestini di palma intrecciata, pieni uno di datteri freschi e l'altro di secchi. Tutto intorno c'erano dei maialini di pasta di mandorle che, essendo attaccati più o meno alle mammelle, facevano capire che si trattava di una femmina. Ce li regalano, da portarli poi via a fine cena. A tagliare il cinghiale non si presenta quel Trincia che aveva fatto le parti coi polli, ma un energumeno barbuto con le gambe fasciate e un mantello damascato sulle spalle. Impugnato un coltello da caccia, il tipo cala un colpo tremendo nel fianco del cinghiale e dallo squarcio ne esce uno stormo di tordi in volo. Ma lì c'erano già pronti gli uccellatori con tanto di canne, e in un battibaleno li riacciuffano mentre quelli svolazzano per la sala. Dopo aver ordinato di darne uno a ogni invitato, aggiunge: «Guardate un po' che ghiande prelibate si pappava quel porco selvatico!». Due schiavetti afferrano i cestini che pendevano dalle zanne del cinghiale e distribuiscono agli invitati i datteri freschi e quelli secchi. |[continua]|




|[SATIRICON, 2]|


41 Nel frattempo, appartato com'ero nel mio cantuccio, io mi spremevo le meningi per capire perché mai quel cinghiale avesse in testa il berretto dei liberti. Dopo aver fatto le supposizioni più assurde, mi decido a interpellare di nuovo il mio vicino chiedendogli lumi sul problema che mi assilla. E lui mi fa: «Anche il tuo servo te lo può spiegare benissimo: non è mica un mistero, lo sanno tutti. Visto che gli invitati di ieri sera hanno rimandato indietro questo cinghiale perché scoppiavano di cibo, per questo oggi ritorna a tavola acconciato da liberto». Me la prendo con la mia stupidità e non gli domando più nulla per non dar l'impressione di essere uno che a tavola con gente per bene non c'è mai stato.


Mentre parliamo di queste cose, uno schiavetto bellissimo con i capelli pieni di foglie di vite e di edera e che dice di essere un po' Bromio, un po' Lieo ed Evio, distribuisce grappoli d'uva prendendoli da un cestino e propina versi del padrone con una voce da rompere i timpani. E Trimalcione, voltandosi in direzione di quel suono, dice: «Dioniso, sii libero». Lo schiavetto toglie il cappello al cinghiale e se lo mette in testa. Trimalcione allora insiste: «Ora non potrete più negare che ho il padre Libero». Applaudiamo la battuta di Trimalcione e copriamo letteralmente di baci il ragazzino impegnato nel suo secondo giro.


Dopo questa portata Trimalcione si alza per andare al cesso. E noi, non sentendoci più in soggezione per la sua ingombrante presenza, ci mettiamo a discutere delle cose di cui si parla a tavola. Dama, dopo essersi scolato un bel boccale di vino, rompe il ghiaccio dicendo: «Il giorno dura un istante. Non fai a tempo a voltarti, che è subito notte. Perciò non c'è niente di meglio che passare dal letto alla tavola. E poi abbiamo avuto un freddo del boia, che quasi non bastava il bagno per scaldarmi le ossa. Credetemi, una bella bibita calda è meglio di una coperta. Ne ho tirate giù un bel po' e adesso sono giù ubriaco fradicio. Il vino mi ha dato alla testa».


42 Alla conversazione prende parte anche Seleuco dicendo: «Io non mi lavo mica tutti i giorni, perché il bagno è una cosa da lavandaie: l'acqua ha i denti e ogni giorno ti scola via un pezzo di cuore. Ma basta che mi faccia un bel bicchiere di vino al miele e al freddo gli dico di fottersi. E poi oggi il bagno non l'ho potuto fare perché sono andato a un funerale. Quel povero diavolo di Crisanto, un vero gentiluomo, se n'è andato e mi aveva fatto chiamare un attimo prima. Mi sembra ancora di averlo qui davanti che parliamo. Mah! Siamo otri gonfiati che camminano. Siamo meno delle mosche, che almeno un po' di vitalità ce l'hanno, mentre noi non siamo altro che bolle. E se non avesse fatto la dieta terribile che sappiamo? È andato avanti cinque giorni senza inghiottire una goccia d'acqua o una briciola di pane. Eppure è finito nel mondo dei più. La sua morte ce l'hanno sulla coscienza i medici, o piuttosto un destino stramaledetto. A cosa servono poi i medici se non a tirare su il morale? Però gli hanno fatto un funerale coi fiocchi, disteso sul suo letto pieno di addobbi di lusso. In più l'hanno pianto di cuore per tutti quegli schiavi che aveva affrancato, mentre la sola che fingesse di essere straziata era la moglie. E che diamine avrebbe fatto, se lui non l'avesse sempre trattata come una regina? Le donne, che sanguisughe, le donne! Non si dovrebbe mai fargli del bene, perché è come buttarlo in un pozzo. L'amore col tempo è come averci il cancro».


43 Il tipo cominciava a seccare, tanto che Filerote salta su e dice: «E i vivi dove li mettiamo? Quel tale ha avuto ciò che si meritava: ha vissuto bene e bene è morto. Che ha da lagnarsi? È venuto su dal nulla ed era pronto a raccattare coi denti una moneta nel pieno della merda. E così è cresciuto come è cresciuto, che sembrava un favo. E santiddio mi sa che ha lasciato centomila sesterzi tranquilli, e tutti sull'unghia. Eppure, volete sapere come stanno davvero le cose? Ve lo dico io che non ho peli sulla lingua: era un cafone, una mala lingua, un rissoso di natura, mica un uomo. Suo fratello, lui sì che c'aveva le palle, un vero amico con gli amici, generoso e con la tavola sempre imbandita. All'inizio non gli andò per il verso giusto, poi si rimise in sesto con la prima vendemmia, perché riuscì a vendere il vino a quanto voleva lui. Ma quello che lo rimise del tutto in carreggiata fu un'eredità dalla quale sgraffignò più di quanto gli toccasse. Ma da deficiente qual era andò poi a litigare col fratello, lasciando tutta la sua fortuna a non so quale figlio di nessuno. Chi pianta in asso la sua gente finisce a rotoli. Aveva dei servi che considerava oracoli, e quelli lo aiutarono a finire sul lastrico. Chi fa in fretta a fidarsi del prossimo, finisce che non combina niente di buono, specie se è nel ramo degli affari. Ma una cosa è certa: finché visse, se la spassò alla grande... chi ha avuto, e non chi avrebbe dovuto avere. Era davvero nato con la camicia. In mano sua il piombo diventava oro (che poi è uno scherzo, se tutto gira alla perfezione). E quanti anni credete che avesse? Settanta e rotti. Ma era fatto di ferro, e se li portava bene gli anni, nero come un corvo. Io lo conoscevo dalla notte dei tempi, ma era ancora attivo sessualmente. E mi sa che in casa sua non risparmiasse nemmeno la cagna. E andava anche coi ragazzini, non si tirava mai indietro. Non gli do mica torto: in fondo questa è la sola cosa che si sia portato dietro con sé».


44 Dopo la tirata di Filerote, interviene Ganimede: «Questa è roba che non sta né in cielo né in terra, e nel mentre nessuno ci pensa ai morsi della carestia. Oggi, maledetta miseria, non sono riuscito a trovare un tozzo di pane. E la siccità non vuole mica finirla! E intanto è da un anno che c'è la fame. Gli venisse un colpo agli edili, che fanno le combines coi fornai: "Aiuta me che aiuto te" dicono, mentre la povera gente tira la cinghia e per quelle canaglie è sempre carnevale. Ah, se ci fossero ancora quei duri che ho trovato qui la prima volta che son venuto dall'Asia! Quello sì che era vivere. Se il grano della Sicilia non valeva un fico secco, a 'sti pezzi di galera quelli là gliene davano un sacco e una sporta, che sembrava venisse giù il cielo. Me ne ricordo uno, Safinio: quand'ero ancora un ragazzino, lui stava dalle parti dell'Arco Vecchio. Era un demonio, non un uomo. Dove passava lui, faceva terra bruciata. Ma era onesto, leale, amico con gli amici, potevi giocarci alla morra anche al buio. E in Senato poi, come se li rigirava tutti, dal primo all'ultimo, e come parlava chiaro, senza fare tanti giri di parole. Nel foro, poi, quando aveva la parola lui, era come sentire una tromba. E mai una goccia di sudore o uno sputo: aveva un non so che di asiatico. E con che gentilezza ti salutava, ricordandosi il nome di tutti, come se fosse uno di noi! Così a quei tempi la roba costava una miseria. Comprando un soldo di pane, non si riusciva mica a finirlo in due. Adesso ti danno dei panini che un occhio di bue è più grosso! Poveri noi, ogni giorno che passa è sempre peggio. Questo paese cresce in senso contrario, come la coda di un vitello. Ma come volete che vada se abbiamo un edile che non vale un fico secco, e che darebbe la nostra vita in cambio di una lira? A casa sua se la spassa, e guadagna più lui in un giorno che il resto della gente in tutta la vita. Io lo so benissimo come ha fatto ad arraffare mille denari d'oro. Se solo noi avessimo le palle, quello lì non se la spasserebbe tanto. Il fatto è che a casa siamo tutti leoni, mentre fuori diventiamo pecore. Per quel che mi riguarda, ho già venduto gli stracci che avevo e, se continua la carestia, finisce che mi dò via anche la baracca. Come volete che vada a finire, se gli dèi e gli uomini continuano a fregarsene di questo paese? Mi scommetterei i figli che tutto questo ce lo mandano gli dèi. Nessuno più crede che il cielo sia il cielo, nessuno più rispetta il digiuno, tutti se ne infischiano del padreterno, e sanno solo sgranare gli occhi per contare la roba che hanno. Una volta le signore bene salivano scalze in Campidoglio, coi capelli sciolti e il cuore puro, e imploravano Giove che facesse piovere. Subito veniva giù a catinelle. Ora o mai, e tutti ridevano, fradici come sorci. Oggi invece gli dèi sono imbestialiti perché non c'è più religione. E intanto i campi se ne vanno in malora...».


45 «Ma per piacere» lo interrompe Echione, il rigattiere, «non hai niente di più allegro da raccontarci? "Un po' su e un po' giù", disse il contadino, dopo aver perso il maiale pezzato. Quello che non è oggi, sarà domani. Così va la vita. Se solo ci fossero degli uomini con gli attributi, santiddìo, questo sì che sarebbe il migliore dei paesi! Ma adesso è piena crisi, e mica solo qui da noi. Non dobbiamo fare tanto i difficili: tutto il mondo è paese. Se tu abitassi da un'altra parte, diresti che qui dalle nostre parti i maiali vanno in giro per le strade già belli e cotti. E poi abbiamo la prospettiva di goderci tre giorni di magnifico spettacolo: al posto dei gladiatori di professione un bel grappolo di liberti. Il nostro Tito ha un cuore grosso così ed è pieno di iniziative. Comunque, o questo o quello, alla fin fine qualcosa succederà. Non è tipo da fare le cose a metà, credete a me che con lui sono culo e camicia. Farà gareggiare i più grossi campioni in duelli all'ultimo sangue, col gran massacro finale al centro, che possano vedere tutti gli spettatori. I mezzi per farlo ce li ha. Quando suo padre buonanima è morto, lui si è beccato trenta milioni di sesterzi. Se anche ne spende quattrocentomila, il suo gruzzolo certo non ne risente, e lui verrà ricordato in eterno. Ha già per le mani qualche bel pezzo di galera, più una tizia che combatte sul carro e il tesoriere di Glicone, quello che l'hanno beccato mentre se la faceva con la padrona. E in mezzo al pubblico vedrai che risse tra i mariti gelosi e i seduttori di professione. E quel pezzente di Glicone, che ha fatto buttare il tesoriere tra le belve? Questo sì che è svergognarsi agli occhi di tutti! Che colpa aveva il servo, se era la padrona che lo costringeva a farlo? Lei piuttosto, quella troiona, meriterebbe che se la sbattesse un toro. Ma è proprio vero che chi non può bastonare l'asino, se la prende col basto. E poi Glicone che cosa si credeva, che dalla gramigna di Ermogene venisse fuori qualcosa di buono? Avrebbe anche potuto tagliare le unghie a un nibbio in volo, tanto da un serpente non nasce mica una corda. E Glicone, Glicone ha avuto quello che si meritava: le corna se le porta dietro finché campa, e non gliele toglie nemmeno il diavolo in persona. Chi rompe paga, e i cocci son tutti suoi. Io sento già il profumo del banchetto che ci offrirà Mammea, e le due monete d'oro che ci scapperanno per me e per i miei. Se lo farà davvero, porterà via a Norbano tutto il favore della gente. Puoi scommetterci che per lui sarà un trionfo. Ma, a conti fatti, da quello lì che cosa ci abbiamo ricavato? Ha fatto gareggiare dei gladiatori da due lire, con un piede nella bara, che li sbattevi a terra con un soffio. In passato ho visto dei condannati che di fronte alle bestie erano molto meglio di loro. Ha fatto ammazzare dei cavalieri da lampade, che sembravano dei galli da pollaio. Uno era da caricarlo sul mulo, l'altro aveva i piedi piatti e il terzo, che doveva sostituire un morto, era già morto pure lui con i tendini tagliati. L'unico con un po' di fiato da spendere era un Trace, ma pure lui combatteva come se fosse in palestra. Alla fine li dovettero frustare, tanto la folla gridava "Dàgli, dàgli!": dei veri campioni dell'arte della fuga. "Io comunque uno spettacolo te l'ho offerto", dice lui. E io ti rispondo: "Ti ho battuto le mani. Tu fatti i tuoi bravi conti, e vedrai che ti ho dato più di quello che ho ricevuto. Una mano lava l'altra"».


46 «Mi sa, Agamennone, che tu stai pensando: "Ma di cosa blatera questo rompiscatole?". È perché tu che sai parlare, non parli. Tu appartieni a un'altra categoria, te la ridi dei discorsi dei poveracci. Lo sappiamo benissimo che a forza di letteratura ti sei intronato il cervello. E allora? Bisogna che un giorno riesca a trascinarti in campagna a vedere la mia casetta. Roba da mangiare ne troveremo: un polletto, due uova e vedrai che ce la spasseremo, anche se quest'anno il maltempo ci ha fatto un brutto scherzo. Troveremo il modo di riempirci fino agli occhi. E là c'è pronto per te un allievo, il mio piccolo tesoro, che sa già dividere per quattro e se ce la farà a campare sarà un docile schiavetto al tuo fianco. Appena ha un attimo di tempo, lo passa con la testa sui libri. Sale in zucca ne ha, la stoffa è buona, solo che ha la mania degli uccelli. Un giorno gli ho ucciso tre cardellini e poi ho dovuto raccontargli che se li era pappati una donnola. Allora lui si è cercato degli altri svaghi e adesso va pazzo per la pittura. Ad ogni modo ha dato un calcio al greco e si è dato al latino che è un piacere, anche se l'insegnante che ha è uno pieno di boria e non sta fermo un attimo: arriva, si fa dare da scrivere, ma voglia di lavorare, figurati. Ce n'è poi un altro che non sarà un pozzo di scienza ma ce la mette tutta e insegna più di quello che sa. Di solito ci viene in casa nei giorni di festa e si accontenta di qualunque cifra gli dai. Adesso ho comprato al ragazzino qualche testo di diritto, perché voglio che abbia un'infarinatura nelle questioni legali ad uso domestico. Quella roba lì sì che dà da mangiare. Di letteratura si è già imbottito abbastanza. Che se poi non ne ha voglia, ho deciso di fargli imparare un mestiere: il barbiere, il banditore di aste, o di sicuro l'avvocato, qualcosa insomma che gli serva finché campa. Ed è per questo che ogni giorno gli ripeto: «Primigenio mio, dài retta a papà, tutto quello che impari, lo impari per te. Guarda Filerone, l'avvocato: se non avesse studiato, oggi non metterebbe insieme il pranzo con la cena. Fino all'altro ieri faceva il facchino, e adesso tiene testa perfino a Norbano. La cultura è un vero tesoro, e un mestiere non te lo toglie nessuno».


47 Giravano discorsi di questo tipo, quando Trimalcione fa il suo ingresso in sala. Si asciuga la fronte, si lava le mani con una lozione profumata e poi dice: «Cari amici, perdonatemi, ma già da un po' di giorni non vado di corpo e i medici non ci capiscono nulla. Tuttavia mi hanno fatto abbastanza bene la scorza di melagrana e l'infuso di resina all'aceto, e spero che il mio intestino torni a fare il suo dignitoso servizio. Se no mi ricomincia questo gorgoglio dalle parti dello stomaco che sembro un toro. Anzi se c'è qualcuno di voi che ha bisogno di andare in bagno, non è proprio il caso di vergognarsene. Nessuno è venuto al mondo senza buchi. E io non penso ci sia tortura peggiore che il doversi trattenere. Questa è l'unica cosa che nemmeno Giove ci può impedire. Ridi, eh Fortunata, proprio tu che di notte non mi lasci chiudere gli occhi? Ad ogni modo anche qui in sala da pranzo io non vieto a nessuno di fare i suoi bisogni, e i medici stessi sconsigliano di trattenersi. Se poi scappa qualcosa di più grosso, lì fuori c'è pronto tutto quello che serve: acqua, pitali e il resto degli accessori. Date retta a me, le flatulenze trattenute salgono al cervello e poi vanno in circolo per tutto il corpo. So che molti ci hanno rimesso la pelle, a forza di non voler guardare le cose in faccia».


Lo ringraziamo per la sua generosa comprensione, e subito soffochiamo un attacco di riso bevendo a piccoli sorsi, uno via l'altro. E non sapevamo, dopo tutta quella roba, di essere - come si dice - appena a metà strada. Infatti, una volta sparecchiati i tavoli a suon di musica, ecco entrare tre maiali bianchi provvisti di guinzagli e campanelli, che hanno, stando a quanto dice il presentatore, uno due anni, l'altro tre mentre il terzo già sei. Io pensavo che stessero per entrare gli acrobati e che i maiali si sarebbero esibiti, come succede nei circhi, in numeri straordinari. Ma Trimalcione, dissipando subito ogni dubbio, dice: «Quale di questi volete che vi venga immediatamente servito? Un galletto domestico, uno spezzatino di pollo alla Penteo e robetta di questo tipo la sanno preparare pure i contadini: i miei cuochi sono capaci di mettere in pentola e cuocere anche vitelli interi». Manda subito a chiamare un cuoco e, senza aspettare che fossimo noi a scegliere, gli ordina di scannare il più vecchio, chiedendogli ad alta voce: «Di che decuria sei?». Quando quello rispose che era della quarantesima, Trimalcione gli chiese: «Ti ho comprato fuori, oppure mi sei nato in casa?». «Né l'uno né l'altro» risponde il cuoco: «ti sono stato lasciato in eredità da Pansa». «Allora vedi di servire bene, se no ti faccio sbattere tra i lacchè». Messo sull'avviso dall'autorità, il cuoco si lascia trascinare in cucina dal candidato all'arrosto.


48 Trimalcione si gira verso di noi e, con lo sguardo dolce, dice: «Se il vino non è di vostro gradimento lo cambiamo. Però bisogna che voi gli facciate onore. A dio piacendo non lo compro mica, ma tutto quello che stasera vi state pappando viene da un mio podere che non ho ancora avuto il tempo di visitare. Mi dicono che è al confine tra Terracina e Taranto. Adesso voglio attaccare a quella proprietà la Sicilia: così, se solo mi gira di andare in Africa, lo potrò fare viaggiando nel mio. Ma tu piuttosto, Agamennone, raccontami un po', su che problema giuridico hai discusso oggi? Io, è vero, non faccio il leguleio, eppure un po' di cultura alla buona ce l'ho, e non pensare che i libri mi annoino, perché ho ben tre biblioteche, di cui una in latino e l'altra in greco. Quindi ti prego, dammi un sunto della tua conferenza». E Agamennone attaccò: «Un povero e un ricco erano nemici». «E che cos'è un povero?» lo interrompe Trimalcione. «Bella questa!» commenta Agamennone e prosegue raccontandogli non so quale controversia. E allora Trimalcione, immediatamente: «Se il fatto è accaduto, non c'è controversia; se invece non è accaduto, allora non c'è proprio un bel niente». Visto che questa battuta e altre dello stesso livello noi le accogliamo con applausi fragorosi, Trimalcione insiste dicendo: «Tu te le ricordi, caro il mio Agamennone, le dodici fatiche di Ercole, o quella storia di Ulisse, di come il Ciclope gli portò via un dito con delle tenaglie fatte a piede di porco? Roba che da bambino leggevo in Omero. Anzi, io a Cuma l'ho vista di persona la Sibilla sospesa dentro un'ampolla con i ragazzini intorno che le chiedevano "Sibilla, cosa vuoi?", e lei che rispondeva "Voglio morire"».


49 Non aveva ancora finito di sparare tutte le sue idiozie, quando arriva ad occupare la tavola una teglia con dentro un maiale enorme. Noi restiamo senza fiato di fronte a una simile velocità di esecuzione e giuriamo che neppure un galletto domestico si sarebbe potuto cuocere in tempi così brevi, tanto più che quel maiale ci sembrava molto più grosso che non poco prima. Ma Trimalcione, guardandolo e riguardandolo, sbotta: «Come? Questo maiale non è stato sventrato? Per dio, non lo è stato no. Chiamate il cuoco, lo voglio qui immediatamente». E quando il cuoco arriva con la coda tra le gambe e ammette di essersene proprio dimenticato, Trimalcione lo investe: «Cosa? Dimenticato? E lo dici come se avessi scordato di metterci solo il pepe e il cumino? Spogliatelo». Il cuoco viene immediatamente denudato e rimane lì avvilito in mezzo a due autentici boia. Allora tutti attaccano a prendere le sue parti. «Avanti, son cose che succedono» implorano in coro, «per favore, perdonalo: se lo farà un'altra volta, nessuno di noi dirà più una parola per lui». Io, che sono anche fin troppo severo, non riesco a trattenermi, mi chino verso Agamennone e gli sussurro in un orecchio: «Ma questo servo è davvero un cretino! Chi può dimenticarsi di sventrare un maiale? Io, com'è vero iddio, non lo perdonerei nemmeno se avesse scordato di farlo con un pesce». Trimalcione, invece, con l'aria rilassata e divertita, concede: «E va bene: visto che hai la memoria tanto corta, allora sventralo qui davanti ai nostri occhi». E il cuoco, dopo essersi rimesso la tunica, afferra un coltello e, menando colpi a destra e a sinistra con la mano che gli trema, apre il ventre al maiale. Ed ecco che dagli squarci che si dilatano per la pressione del ripieno vengono fuori salsicce e cotechini.


50 Di fronte a questa trovata, tutta la servitù scoppia in un applauso gridando «Viva Gaio!». Al cuoco tocca anche l'onore di un brindisi, più una corona d'argento, con il bicchiere del cin cin che gli viene offerto su un vassoio corinzio. E siccome Agamennone osservava con grande attenzione il vassoio, Trimalcione precisa: «Sono l'unico ad avere vassoi di Corinto originali». Io mi aspettavo che si lasciasse andare a una delle sue solite sbruffonate, dicendo che i vasi se li faceva portare apposta da Corinto per lui. Invece Trimalcione riesce a fare ancora di meglio. «Forse vorrai sapere perché mai sono l'unico ad avere dei pezzi corinzi originali. Perché il ramaio dal quale compro i vasi si chiama Corinto. E cosa c'è di più Corinzio di quello che produce Corinto? Non pensate che sia un ignorante della grossa, lo so benissimo anch'io qual è l'origine del bronzo di Corinto. Dopo la caduta di Troia, quel gran dritto che era Annibale accatastò in un rogo tutte le statue di bronzo, d'oro e d'argento e ci appiccò il fuoco, così che tutte si mescolarono in un'unica lega. Allora i fabbri ferrai pescarono in quella massa informe e ne fecero bacinelle, vassoi e statuette. Questa è l'origine del bronzo corinzio, che ha dentro un po' di tutti i metalli, senza però essere né l'uno né l'altro in particolare. Personalmente - lasciatemelo dire - preferisco il cristallo: niente odori e, se solo non si rompesse, mi piacerebbe ancora più dell'oro. Così invece non vale niente.


51 Eppure un tempo ci fu un artigiano che costruì una bottiglia di vetro infrangibile. Presentatosi al cospetto di Cesare, gliela regalò. Ma poi, dopo essersela fatta restituire, la sbatté a terra. Cesare rimase senza fiato che più non si poteva. Ma il tipo raccattò da terra la bottiglia, che si era giusto un po' ammaccata come un vaso di bronzo. Poi tirò fuori dalla tasca un martelletto e cominciò tranquillo a rimetterla in sesto. Ormai credeva di tenere Giove per le palle, specie dopo che Cesare gli chiese: "C'è qualcun altro al corrente di questa tecnica di lavorazione del vetro?". Occhio adesso: non appena quello ebbe risposto di no, Cesare ordinò che gli tagliassero la testa: se infatti quel segreto si fosse saputo in giro, per noi l'oro sarebbe al livello dello sterco.


52 Personalmente sono un grande appassionato di argenteria. Di boccali grandi come urne ne avrò su per giù un centinaio... con sopra scolpita la storia di Cassandra che uccide i figli e tutti quei bambini morti lunghi distesi, che li diresti vivi tanto son fatti bene. E poi ho anche un vaso che mi ha lasciato in eredità il mio padrone, dove Dedalo rinchiude Niobe nel cavallo di Troia. Le battaglie di Ermerote e Petraite ce l'ho invece sui bicchieri, che sono tutta roba massiccia. Me ne intendo io, e la mia competenza non ho intenzione di venderla nemmeno per tutto l'oro del mondo».


Mentre ci rifila questo elenco di roba, un ragazzo lascia cadere una coppa. E Trimalcione, girandosi verso di lui, gli ordina: «Prenditi immediatamente a schiaffi da solo, inetto che non sei altro». Il ragazzo abbassa la testa e attacca subito a implorarlo. E lui: «Ma perché mi preghi? Nemmeno se fossi io a procurarti guai. Dammi retta, è te stesso che dovresti implorare, di non essere sempre con la testa tra le nuvole!». E alla fine, supplicato anche da tutti noi, lascia andare il ragazzo che, per la gioia di esser stato graziato, si mette a correre intorno al tavolo...


«Fuori l'acqua e dentro il vino» esclama Trimalcione...


Gradiamo tutti quest'altra sua facezia, e soprattutto Agamennone, che ormai aveva capito con quali meriti si potesse rimediare un'altra abbuffata. E Trimalcione, a sentirsi lodare, riprende a bere di gusto e, ormai mezzo ubriaco, dice: «Possibile che nessuno di voi chieda alla mia Fortunata di farci danzare? Fidatevi di me: nessuno al mondo balla il cordace meglio di lei».


Ed ecco che lui stesso, tenendo le mani alzate sopra la testa, si mette a imitare l'attore Siro, mentre tutta la servitù lo accompagna intonando in coro Madeia, Perimadeia. E si sarebbe andato a esibire al centro della sala, se Fortunata non gli avesse sussurrato qualcosa all'orecchio. Presumo gli avesse detto che stupidaggini di quel genere non si addicevano a un uomo del suo rango. Mai vista però tanta instabilità di umore: un attimo era quasi in soggezione di fronte alla sua Fortunata, e un attimo dopo si lasciava di nuovo trascinare dall'istinto.


53 A togliergli la fregola del ballo ci pensa un contabile che entra in sala e con un tono da bando comunale annuncia: «Oggi, 26 luglio, nel podere cumano di Trimalcione, nati 30 bambini e 40 bambine; trasportati dall'aia nel granaio 500.000 moggi di frumento; aggiogati 500 buoi. Stesso giorno: lo schiavo Mitridate crocifisso causa bestemmie contro il nume tutelare del nostro Gaio. Stesso giorno: chiusi in cassaforte 10 milioni di sesterzi perché non si è trovato il modo di impiegarli. Stesso giorno: scoppiato un incendio negli orti Pompeiani con inizio nella casa del fattore Nasta». «Cosa?» lo interrompe Trimalcione «E quando me li sarei comprati gli Orti Pompeiani?». «L'anno passato» risponde il contabile, «per questo non sono ancora stati registrati». Trimalcione perde il controllo e sbraita: «Qualunque fondo si compri, se io non ne vengo informato entro sei mesi, vi proibisco di includerlo tra le mie proprietà». Poi si passa alla lettura delle ordinanze emesse dagli edili, nonché di testamenti fatti da guardie forestali, nei quali Trimalcione viene diseredato tramite un'apposita clausola. Vengono quindi letti i nomi dei fattori, quello di una liberta ripudiata da un guardiano perché sorpresa a letto con un bagnino, quello di un portinaio relegato a Baia, e in ultimo quello di un tesoriere incriminato e gli atti di una vertenza tra camerieri.


Alla fine arrivano gli acrobati. Un mezzo deficiente tira su una scala e dice a un ragazzo di salirci in cima un gradino dopo l'altro, ballando al suono di certe canzonette; poi di buttarsi attraverso dei cerchi di fuoco e di reggere un'anfora coi denti. L'unico che seguisse a bocca aperta era Trimalcione, il quale diceva che quello sì era un mestiere ingrato, e che gli piaceva vedere solo due cose al mondo, e cioè gli acrobati e i suonatori di corno. Tutto il resto - animali, concerti, ecc. - erano pure e semplici fesserie. «Un tempo avevo scritturato anche degli attori di commedia» aggiunge, «ma ho preferito che recitassero soltanto delle Atellane, e al mio flautista ho ordinato di suonare roba delle nostre parti».


54 Sul più bello dello sproloquio di Gaio, il ragazzino... di Trimalcione gli rovina addosso. La servitù è tutta un urlo, e i commensali non sono da meno, mica per quella nullità che tutti avrebbero visto volentieri con l'osso del collo rotto, ma piuttosto per l'orribile fine che la cena avrebbe avuto, se solo si fosse dovuto piangere un morto di cui non fregava niente a nessuno. Ma siccome Trimalcione si lamentava di brutto piegandosi sul braccio come se fosse fratturato, ecco accorrere i medici da ogni parte e, in mezzo a loro, Fortunata che, coi capelli sciolti e una tazza in mano, urlava di essere la più sfortunata e infelice delle donne. Nel mentre, il ragazzino che gli era franato addosso si era messo a strisciare ai nostri piedi, implorandoci di perdonarlo. A me la cosa puzzava alquanto: temevo che tutto quel piagnisteo preparasse il colpo di scena di qualche trovata di cattivo gusto. Infatti non mi era uscito di mente quel cuoco che aveva dimenticato di sventrare il maiale. Così mi metto a ispezionare la sala da pranzo in lungo e in largo, caso mai dovesse saltar fuori da qualche parete una nuova diavoleria, specie dopo essermi reso conto che stavano fustigando un servo che aveva fasciato il braccio contuso del padrone con una benda di lana e non di porpora. Non mi ero sbagliato di troppo: infatti, al posto della punizione ecco arrivare l'ordine di Trimalcione di rimettere in libertà il ragazzino, per evitare che qualcuno andasse in giro a dire che un pezzo d'uomo come lui era stato ferito da uno schiavo.


55 Approviamo il nobile gesto e ci perdiamo nelle più svariate ciance sull'incertezza delle vicende umane. «Bisogna evitare che questo episodio» interrompe Trimalcione «si esaurisca senza che resti qualcosa di scritto». Si fa subito portare il necessario per scrivere e, senza spremersi granché le meningi, ci recita questi versi:


«Quanto meno ti aspetti, accade all'improvviso.


Domina tutto la Fortuna al di sopra di noi.


Perciò ragazzo versaci del vino di Falerno».


Dopo questo epigramma, il discorso scivola sui poeti... e il primato in quell'arte è rimasto a lungo di Mopso di Tracia... finché Trimalcione dice: «Senti un po', maestro: che differenza passa tra Cicerone e Publilio?». Personalmente credo che il primo sia stato più eloquente, mentre il secondo più morale. Com'è possibile dirlo meglio che con questi versi?


"Sbriciola la lussuria le mura di Marte.


Per il tuo palato viene nutrito al chiuso il pavone,


avvolto nel suo drappo dorato di piume babiloniche,




e la gallina numidica e il grasso cappone.


E così la cicogna, amato ospite in viaggio,


cultrice di pietà, gracile, garrula,


uccello che fugge l'inverno, messo del tiepido tempo,


ora per te fa il suo nido nella pentola del peccato.


Perché ti è cara la perla, piccolo frutto dell'India?


Vuoi forse che la matrona piena di gemme del mare


apra le cosce ingorda su un letto d'altri?


Che fartene del verde smeraldo, preziosissima pietra?


Perché desiderare i rossi sassi di Cartagine?


Risplende l'onestà forse solo tra i rubini?


È giusto che una sposa si vesta di vento,


e poi si mostri nuda in un velo di lino?".


56 Ma, secondo voi, qual è il mestiere più difficile» prosegue Trimalcione «dopo quello del letterato? A parer mio quello del medico o del banchiere: il medico perché deve sapere ciò che i poveri omicciattoli hanno dentro le viscere e quand'è che viene la febbre, anche se personalmente li detesto con tutto il cuore perché mi mettono sempre a brodino d'anatra; il bancario perché deve saper distinguere il rame al di sotto dell'argento. Tra gli animali che sono privi della parola, i più laboriosi sono il bue e la pecora: i buoi perché se abbiamo il pane da mettere sotto i denti lo dobbiamo a loro; le pecore perché con la lana ci rendono sciccosi. Ma la cosa più infame è che certa gente le pecorelle se le mangia e ci si fa pure i vestiti. Le api, poi, secondo me sono animali del cielo, perché vomitano miele, anche se si dice che glielo fornisce Giove. E proprio per questo pungono, perché dove là dove trovi il dolce, sta pur certo che c'è anche l'amaro».


Stava già per rubare il mestiere ai filosofi, quand'ecco che cominciano a far girare una coppa piena di biglietti della lotteria e uno schiavetto addetto a questo compito estrae i numeri leggendo ad alta voce le scritte sui premi. «Argento letale»: portano un prosciutto con sopra dei bussolotti d'argento. «Cuscino»: ed ecco arrivare un pezzo di capicollo. «Scemenze e insulti»: e sono offerte delle gallette scipite insieme a una mela con dentro uno stecco. «Porri e persiche»: e vengono consegnati una frusta e un coltello. «Passeri e moscato»: e arrivano uva passa e miele dell'Attica. «Per la tavola e per il tribunale»: e ci becchiamo un pasticcino e un quaderno. «Canale e pedale»: ed eccoti una lepre e una suola di scarpa. «Murena e lettera»: e ci presentano un sorcio legato a una rana e con un fascio di bietole. Ce la ridiamo di gusto. Di messaggi così ne passano una marea, ma ormai chi li ricorda più?


57 E intanto Ascilto, con la sua solita faccia tosta, siccome sbracciandosi a più non posso sbeffeggiava tutto e tutti e aveva le lacrime agli occhi a forza di ridere, uno dei liberti amico di Trimalcione - proprio quello che stava seduto accanto a me - salta su tutte le furie e gli grida: «Che c'è da ridere, deficiente? Forse che non ti vanno a genio le finezze del mio padrone? Magari sei più ricco tu e sai trattare meglio la gente che inviti a cena. Che il nume tutelare di questa casa mi assista, perché se sedevo vicino a quel ragazzotto, stai pur certo che a quello lì gli avrei già fatto chiudere il becco. Una testa di rapa che sbeffeggia gli altri! Un vagabondo, un brutto ceffo che non vale il suo piscio. Insomma, se gli orino addosso non sa nemmeno dove darsela a gambe. Maledetta miseria, non sono mica uno che si incazza facile, ma la gente molle se la mangiano i vermi! E ride, lui! Ma che avrà mai da ridere? Non sarai mica un figlio di papà, che ti ha pagato a peso d'oro? O sei cavaliere romano? E io sono figlio di un re. "Ma allora" potresti obiettare tu "com'è che prima facevi lo schiavo?". Ma l'ho scelto io: meglio essere cittadino romano che un tributario di provincia. E adesso mi auguro di vivere così e di non venir schernito da chicchessia. Sono un uomo tra gli uomini e cammino a fronte alta. Non devo un centesimo a nessuno e mai ho avuto a che fare con la legge e mai nessuno nel foro mi ha detto: "Ridammi quel che mi devi". Mi son comprato un pezzo di terra e ho messo da parte qualche straccio di risparmi: dò da mangiare a venti persone più un cane, ho riscattato la mia compagna che così nessuno può più usare il suo petto come asciugamano, e ho speso mille denari per la mia libertà. Mi hanno eletto seviro senza scucire una lira, e così spero di non dover arrossire nemmeno dopo morto. Tu invece sei così pieno di cose da fare che non riesci nemmeno a voltarti? La pagliuzza negli occhi degli altri la vedi sì, ma la trave che c'hai nei tuoi no di certo. È solo a te che noi sembriamo ridicoli. Guarda il tuo maestro: ha un sacco di anni in più, ma a lui gli andiamo a genio. Tu che puzzi ancora di biberon, sei fermo al bi e al ba, razza di cesso sfondato, anzi no, pezzo di cuoio nell'acqua: solo più molle, mica meglio. Certo, tu sei più ricco, e magari ti abbuffi due volte a pranzo e due volte a cena. Ma io alla mia dignità ci tengo più che a tutto l'oro del mondo. Insomma, qualcuno mi ha forse chiesto due volte una cosa? Sono stato schiavo per quarant'anni e mai nessuno ha saputo se ero schiavo o libero. Sono arrivato in questo paese che ero un ragazzino con una gran testa di capelli e che la basilica non c'era ancora. Però mi son messo sotto per far contento il padrone, che era un pezzo grosso e un tipo rispettato, e una sua unghia valeva più di tutto quanto sei tu messo insieme. E pensare che in casa gente pronta a farmi le scarpe ce n'era che metà bastava. Ma io, pace all'anima sua, sono rimasto a galla. Queste sì che sono prove. Perché a nascere liberi tutto diventa facile, come dire: "Prego, s'accomodi". E adesso perché mi fissi imbambolato come un caprone in mezzo alle lenticchie?».


58 Finita questa filippica, Gitone, che se ne stava accucciato ai miei piedi, scoppiò anche lui in una risata sguaiata dopo essersi a lungo trattenuto. Non appena l'avversario di Ascilto se ne accorse, attaccò a prendersela col ragazzo e lo assalì con queste parole: «E tu? Adesso ti metti a ridere anche tu, pezzo di cipolla coi boccoli? Ma cos'è, siamo già a Carnevale, è già dicembre? E il tuo cinque per cento quand'è che l'hai pagato? Ma guarda cosa combina 'sto pendaglio da forca, 'sta carogna da corvi. Ci penso io, che Giove ti strafulmini, te e questo qui che non sa tenerti a bada! Possa il pane farmi schifo, se non è vero che lo lascio stare solo per rispetto al mio compare, liberto pure lui. Altrimenti l'avrei già messo a posto come si deve. Noi ce ne stiamo qua bravi bravi, e questi due cretini non sanno farti stare al tuo posto. Ma è un fatto che il servo è tale quale il padrone. A stento riesco a trattenermi: eppure sono uno che non si scalda subito, ma quando comincio non mi fermo nemmeno di fronte a mia madre. Bene, razza di chiavica, ci vediamo fuori, brutto carciofo. Che io possa criccare all'istante, se il tuo padrone non lo riduco in poltiglia e non faccio passare anche a te un brutto quarto d'ora, dovessi anche chiamare in causa il padreterno, maledetta miseria. Fidati, quella capoccia di capelli da due soldi non ti servirà a un bel niente né a te né a quella mezza calzetta del tuo padrone. Dovrai pure capitarmi a tiro: e non sono più io, se non ti tolgo la voglia di prendere per il culo, anche se tu avessi la barba d'oro. Che Atena ti stramaledica, te e quell'altro che per primo ti ha adescato. Io non so di matematica, né di critica e di tutte le altre insulsaggini, ma le maiuscole le leggo e so dividere per cento tutti i pesi e le misure. Insomma, te la vuoi fare una scommessina? Ecco la mia posta, tira fuori la tua. E anche se mastichi un po' di retorica, ti farò vedere che tuo padre ha buttato via i suoi soldi. Beccati questo:


"Cosa sono? Vado su, vado giù, indovinami un po' tu".


E ancora: "Chi si muove e fermo sta?"; "Cos'è che cresce e poi si accorcia?". Corri, t'imbamboli, annaspi che sembri un topo finito nel cesso. E allora chiudi il becco e non infastidire chi è meglio di te e non sa manco che sei nato. A meno che non ti passi per la testa che mi interessi quella bigiotteria che hai alle dita e che hai grattato alla tua troietta. San Trafficone mi protegga! Andiamo al foro a chiedere soldi in prestito, e vedrai se il mio anello non vale di più anche se è solo di ferro! Ah, sei proprio bello con quella faccia di volpe fradicia! Possa io fare un sacco di soldi e morire tanto bene che la gente venga a giurare sulla mia tomba, com'è vero che ti correrò dietro fino alla fine del mondo, foss'anche con la toga messa al rovescio! Gran bell'elemento anche quell'altro che ti insegna 'sta roba, un ciarlatano, altro che maestro! Ai miei tempi le cose non stavano così: il maestro ci diceva: "Avete finito? Allora andatevene a casa. Non state a guardarvi intorno e abbiate rispetto degli anziani". Ma oggi son tutte palle e non ce n'è uno che valga un fico secco. Quanto a me, se sono così come mi vedi, devo solo dire grazie al padreterno per l'educazione che ho avuto».


59 Ascilto era lì lì per rispondergli per le rime, quando Trimalcione, divertito dall'eloquenza del suo compare, interviene: «Avanti, piantatela di litigare. Torniamocene di buonumore e tu, Ermerote, lascia stare il ragazzino che ha il sangue caldo, e mostrati superiore. In faccende come queste, chi cede ha sempre la meglio. Anche tu nei tuoi giorni di galletto facevi chicchirichì e non avevi la testa granché a posto. Vediamo quindi di tornare allegri come prima, che è meglio, e godiamoci gli omeristi». E infatti, proprio in quell'istante, fa il suo ingresso una compagnia di guitti al suono di aste battute contro gli scudi. Trimalcione si stravacca per bene sul cuscino e, dato che gli omeristi si esibivano in greco secondo la loro stramaledetta abitudine, si mette a leggere ad alta voce un libro in latino. All'improvviso, dopo aver imposto il silenzio, dice: «Ma lo sapete che storia stanno rappresentando? Diomede e Ganimede erano fratelli ed Elena era la loro sorella. Agamennone la rapì e a Diana rifilò in cambio una cerva. Così adesso Omero racconta in che modo Troiani e Parentini si facciano la guerra. Naturalmente ha la meglio Agamennone, e dà la figlia Ifigenia in moglie ad Achille. Ed è per questa ragione che Aiace esce pazzo e adesso vedrete voi stessi come va a finire la vicenda». Appena Trimalcione finisce di parlare, gli omeristi si mettono a schiamazzare, mentre in mezzo alla servitù indaffarata viene portato, sopra un vassoio sulle duecento libbre di peso, un vitello lesso, per di più con un elmo sulla testa. Dietro di lui arriva un Aiace che, brandendo la spada con gli occhi impallati, lo fa a brandelli e, colpendo ora di taglio ora di punta, infilza i pezzetti sulla punta della lama e li distribuisce tra gli invitati rimasti a bocca aperta.


60 Ma non possiamo goderci a lungo quelle piroette così eleganti, perché all'improvviso il soffitto si mette a scricchiolare e l'intera sala traballa. Balzo in piedi spaventato, nel timore che dal tetto crolli giù qualche acrobata. Anche gli altri invitati, non meno esterrefatti di me, alzano gli occhi per vedere quale sia la novità in arrivo dal soffitto. Ma ecco che allora la volta si spalanca e all'improvviso viene giù un grosso cerchio (forse tolto da un'enorme botte), lungo il cui intero perimetro erano appese delle corone d'oro e delle boccette di alabastro piene di profumi. Mentre veniamo invitati a prendere quei regali, io mi volto verso la tavola...


Ci avevano già piazzato un grosso portavivande con sopra delle focaccine: al centro, imponente, un Priapo fatto in pasticceria, reggeva in grembo, secondo l'uso comune, frutti di ogni genere e uva. Al colmo della gola allunghiamo le mani su tutto quel ben di dio, e all'improvviso una nuova invenzione ci riporta il sorriso sulle labbra. Infatti non appena le tocchiamo, da tutte quelle focaccine e da quella frutta schizza fuori dello zafferano che con un getto sgradevole ci arriva fino alla faccia. Pensando che una portata servita con tutta quella parata di simboli avesse qualcosa di sacro, ci alziamo impettiti ed esclamiamo: «Lunga vita ad Augusto, padre della patria!». Ma quando ci rendiamo conto che qualcuno, appena finito il brindisi, aveva già arraffato dei frutti, ci riempiamo anche noi i tovaglioli, e soprattutto il sottoscritto, cui non sembrava mai di aver gonfiato abbastanza le tasche di Gitone.


Nel frattempo entrano tre schiavetti vestiti con delle tuniche bianche e attillate: due piazzano sul tavolo le statue dei Lari con le loro brave medagliette al collo, mentre il terzo porta in giro una brocca di vino gridando: «Che gli dèi ci siano propizi!» ...


Diceva che uno si chiamava Affarone, il secondo Contentone e il terzo Guadagnone. E siccome tutti si mettono a baciare un ritratto al naturale di Trimalcione, non ci sembra affatto bello svignarcela senza esserci adeguati.


61 E dopo che tutti si sono scambiati l'augurio di stare bene nell'anima e nel corpo, Trimalcione si gira verso Nicerote e gli fa: «Certo che una volta tu a tavola eri ben più allegro: non capisco perché ora te ne stai lì zitto e non fiati. Ma ti prego, se vuoi farmi contento, raccontami l'avventura che ti è capitata». E Nicerote, compiaciuto per il cortese invito dell'amico, esclama: «Possa io non guadagnare più il becco di un quattrino, se già non faccio salti di gioia a vederti tanto in forma. Viva dunque l'allegria, anche se ho paura che questi letterati mi ridano dietro. Vedano un po' loro, io tanto la racconto lo stesso. E poi cosa vuoi che mi tolga chi ride? È meglio far ridere che essere derisi».


Dopo aver detto così,


incomincia il suo racconto:


«Quando ero ancora schiavo, abitavamo in Vico Stretto, dove oggi c'è la casa di Gavilla. Lì, dài che ti dài, attacco a farmela con la moglie di Terenzio, l'oste. Magari l'avete anche conosciuta, Melissa, la Tarentina, quel gran pezzo di donna. Io però non ci avevo messo gli occhi sopra perché era una maggiorata o per sbattermela, ma piuttosto perché aveva un cuore grande così. Qualunque cosa le chiedevo, lei me lo dava: se racimolava un soldo, la metà finiva a me. Quanto al sottoscritto, quello che avevo lo passavo nelle sue tasche e non ci ho mai preso delle fregature. Un giorno, mentre se ne stava in campagna, il suo ganzo tira le cuoia. Allora io, facendo il boia e l'impiccato, cerco con ogni mezzo di raggiungerla, perché - così si dice - gli amici li si vede nel bisogno.


62 Il caso volle che il mio padrone se ne fosse andato a Capua a vendere il fior fiore del suo ciarpame. E così, cogliendo la palla al balzo, convinco un nostro ospite ad accompagnarmi fino al quinto miglio. Mica per altro: era un soldato e per giunta forte come un demonio. Alziamo le chiappe al primo canto del gallo e con una luna così chiara che sembrava di essere di giorno. Finimmo dentro un cimitero: il mio socio si avvicina a una lapide e si mette a pisciare, mentre io attacco a contare le lapidi fischiettando. A un certo punto, mi giro verso il tipo e vedo che si sta togliendo i vestiti di dosso e butta la sua roba sul ciglio della strada. A me mi va il cuore in gola e resto lì a fissarlo che per poco ci resto stecchito. Ed ecco che quello si mette a pisciare tutto intorno ai vestiti e di colpo si trasforma in lupo. Non pensate che stia scherzando: non mentirei nemmeno per tutto l'oro del mondo. Ma, come stavo dicendo, appena trasformato in lupo, attacca a ululare e poi si va a imboscare nella macchia. Sulle prime io non sapevo più nemmeno dov'ero: poi mi avvicino ai suoi vestiti per raccoglierli, ma quelli erano diventati di pietra. Chi più di me avrebbe dovuto morire dalla paura? Ciò nonostante sguaino la spada e, menando colpi alle ombre, tra uno scongiuro e l'altro, arrivo fino alla casa della mia amica. Entro che sembro un cadavere, senza più fiato, con il sudore che mi scorre tra le gambe e gli occhi spenti. Tanto che per riprendermi ci metto un bel po'. La mia Melissa, stupita di vedermi in giro a quell'ora della notte, mi fa: "Se solo fossi arrivato un po' prima, almeno ci avresti dato una mano: un lupo è entrato nel recinto e ci ha massacrato tutte le pecore come un macellaio. Comunque, anche se è riuscito a scappare, non ha da stare allegro, perché un nostro servo gli ha trapassato il collo con la lancia". Dopo aver sentito questa storia, non riesco a chiudere occhio per tutta la notte, ma alle prime luci dell'alba me la filo a casa del nostro Gaio, nemmeno fossi un oste appena ripulito. E quando passo davanti al punto in cui i vestiti del mio compare erano diventati di pietra, ci trovo soltanto una pozza di sangue. Quando arrivo a casa, il soldato è lì sbracato sul letto come un bue, con al capezzale un medico impegnato a curargli il collo. Allora mi rendo conto che è un lupo mannaro e da quel giorno non ho più mangiato con lui manco un tozzo di pane, nemmeno a costo della vita. Liberi voi di pensare quello che volete, ma se vi racconto una frottola, mi stramaledicano i vostri numi tutelari».


63 Rimaniamo tutti a bocca aperta. «Ci credo sì» commenta Trimalcione «a questa storia - se c'è ancora qualcosa in cui credere - e ho tutti i peli dritti perché so benissimo che Nicerone frottole non ne racconta, anzi è un tipo serio che non ama le chiacchiere. Ma una storia incredibile ve la voglio raccontare anch'io. Un po' come quella dell'asino che vola. Quando avevo ancora una testa di capelli così, che da ragazzo io facevo la bella vita, muore il bambino del mio padrone, un ragazzino affettuoso, per dio una perla come non ce ne sono. Mentre quella poveraccia della madre lo stava piangendo e noi eravamo in moltissimi lì intorno a vegliarlo, ecco che all'improvviso sentiamo urlare le streghe. Era come un cane che insegue una lepre. C'era con noi uno della Cappadocia, uno spilungone, tutto muscoli e niente paura, e così forte che riusciva a sollevarti un toro imbestialito. Questo qui, allora, impugnata coraggiosamente la spada e proteggendosi con cura la mano sinistra con la veste, si precipita fuori della porta e infilza per bene una di quelle donne, proprio qui nel nel mezzo, che dio me lo conservi! Noi sentiamo un gemito, ma - non è una bugia, ve lo giuro - delle streghe nemmeno la traccia. Ma appena rientra dentro, il nostro marcantonio si va ad accasciare sul letto col corpo pieno di lividi, come se lo avessero preso a frustate, perché evidentemente lo aveva toccato una mano stregata. Sprangata la porta, noi ce ne torniamo alla nostra veglia, ma quando la madre fa per abbracciare il corpicino del figlio, mette avanti le mani e trova soltanto un fantoccio di paglia. Niente più cuore, niente più intestino, niente di niente: era chiaro che le streghe si erano portate via il bambino e al suo posto avevano messo quel fantoccio di paglia. Vi prego, mi dovete credere: esistono realmente queste donne che ne sanno una più del diavolo, queste creature della notte che sconvolgono ogni cosa. Del resto quel pezzo di spilungone, dopo il fattaccio, non ha più ripreso il suo colorito e, tempo pochi giorni, è morto pazzo da legare».


64 Noi rimaniamo senza fiato come se fossimo convinti e, baciando la tavola, imploriamo le creature della notte di restare nelle loro dimore, quando di lì a poco ce ne saremmo tornati dalla cena.


A dir la verità io iniziavo a vedere le lampade doppie e mi sembrava che tutta la sala fosse mutata, quando Trimalcione esclama: «Plocamo, dico a te, possibile che tu non ci racconti nulla? Non vuoi proprio farci divertire? E dire che un tempo eri più simpatico, canticchiavi dei motivetti ch'era un piacere e anche quelle canzoncine d'amore. Ahimè, bei giorni che furono!». «Ormai» fa quello, «sono arrivato al traguardo. Adesso ho la gotta. E pensare che quando ero giovane, a forza di cantare quasi mi prendo la tisi. E ballare? E recitare? E fare il barbiere? Ma quando mai c'è stato uno del mio livello, tolto Apellete?». E accostata una mano alla bocca, ne cava fuori non so quale spernacchiata che ci spaccia per musica greca.


Ovviamente anche Trimalcione, per non essere da meno, si mette a imitare quelli che suonano la tromba, poi si gira a guardare il suo tesoro, un ragazzino tutto cisposo e coi denti cariati che lui chiamava Creso. Quest'ultimo, alle prese con una cagnetta nera, grassa da far schifo, che cercava di avvolgere in una fascia verde pisello, aveva piazzato sul letto una pagnotta da mezza libbra e tentava di ingozzarla a tutti i costi, anche se la bestia si tirava indietro per la nausea. Di fronte a quello spettacolo, Trimalcione ordina che gli venga portato Cucciolone, «guardiano della casa e della famiglia». Un attimo dopo viene fatto entrare un cane enorme, con tanto di catena al collo, che, non appena il portinaio gli tira un calcio ordinandogli di fare la cuccia, si va a piazzare davanti alla tavola. E allora Trimalcione, allungandogli un pezzo di pane bianco, dichiara: «Non c'è nessuno in casa mia che mi ami di più». Ma il ragazzino, indispettito da quel complimento tanto smaccato a Cucciolone, mette a terra la cagnetta e la aizza alla rissa. E Cucciolone, da vero cane qual era, riempie la sala di orrendi latrati e per poco non fa a pezzi la perla di Creso. Ma il gran bailamme non si esaurisce nella zuffa, perché un candelabro, rovesciandosi sulla tavola, manda in mille pezzi tutti i vasi di cristallo, schizzando di olio bollente parecchi commensali. Trimalcione, per far vedere che quel disastro non gli faceva né caldo né freddo, bacia il ragazzino e se lo fa salire sulle spalle. Quello non se lo fa ripetere due volte: gli si mette a cavalcioni e gli assesta delle gran pacche a mano aperta sulla schiena, strillando tra una risata e l'altra: «Indovina indovinello quante sono queste qua!». Dopo essersi finalmente sfogato, Trimalcione ordina di preparare un gavettone per dare da bere ai servi seduti ai nostri piedi, ma a una condizione: «Se qualcuno non gli va, rovesciateglielo in testa: di giorno serietà, ma adesso allegria».


65 Dopo questo slancio di bontà arrivano delle altre leccornie, che, vi giuro, mi viene la nausea soltanto a ripensarci. A ciascuno degli invitati, invece dei tordi, portano una gallina d'allevamento, e uova di papera incappucciate, che Trimalcione fa di tutto per costringerci ad assaggiare, dicendo che erano galline disossate. Proprio in quel frangente un littore bussa alla porta della sala ed ecco entrare un nuovo commensale in tunica bianca e con al seguito un gran numero di persone. Impressionato da una simile maestà, io pensavo fosse arrivato il pretore, e così faccio per alzarmi, nonostante fossi a piedi nudi. Di fronte a questa mia agitazione Agamennone scoppia a ridere e dice: «Ma sta' tranquillo, scemo. È soltanto il seviro Abinna, che è anche marmista e pare faccia delle bellissime lapidi».


Tranquillizzato da questo suo intervento, torno a distendermi e mi godo con enorme curiosità l'ingresso di Abinna. Quello, ormai ubriaco, appoggiandosi con le mani sulle spalle della moglie, mentre l'olio profumato dalla fronte gli colava fin negli occhi a causa delle molte corone piazzate sulla testa, si sistema al posto d'onore, e ordina subito vino e acqua calda. Compiaciuto dell'allegria che c'era in sala, Trimalcione si fa portare anche lui un boccale più grosso e poi chiede ad Abinna come gli era andata. «Tutto perfetto: mancavi solo tu. Io però ero qui col pensiero. Ma, dio di un dio, è andata alla grande. Scissa ha offerto un ricco novendiale in onore di un suo schiavo che, povero diavolo, lui aveva liberato in punto di morte. Ma mi sa che avrà delle brutte rogne con le tasse, perché il morto gliel'hanno valutato 50.000 sesterzi. Comunque siamo stati che è un piacere, anche se ci è toccato versare metà del vino sulle quattro ossa di quel disgraziato».


66 «Va bene, va bene» fa Trimalcione. «Ma per cena che cosa vi hanno dato?». «Adesso» risponde l'altro, «provo a dirtelo, se ci riesco. Ma io a memoria vado così forte che a volte non mi ricordo manco come mi chiamo. Ad ogni modo, di primo ci hanno portato del maiale incoronato di salsicce e di ventrigli di pollo cucinati meravigliosamente, bietole e pane integrale autentico, che io preferisco a quello bianco perché ti rimette in forze e quando faccio i miei bisogni non mi vengono le lacrime agli occhi. Di secondo ci hanno portato una focaccia fredda con sopra del miele caldo, di quello spagnolo che è la fine del mondo. La focaccia l'ho assaggiata appena, il miele invece me lo son fatto uscire dagli occhi. Di contorno ceci e lupini, noci a piacere e una mela a testa. Io comunque me ne sono prese due, e la seconda ce l'ho qua nel tovagliolo, perché se al mio schiavetto non gli porto qualcosa, finisce che mi fa una scenata. Ah sì, fa bene a ricordarmelo la mia signora. Avevamo davanti agli occhi anche un bel pezzo di carne di orso e Scintilla, dopo averne assaggiata un po' senza starci a pensare, a momenti si vomita anche le budella. Io invece me ne son fatta più di una libbra perché sapeva di carne di cinghiale. E poi, dico io, se l'orso si pappa gli ometti, perché gli ometti non dovrebbero papparselo l'orso? Per dessert ci hanno portato formaggio fresco, sapa, lumache, una a testa, trippa, fegatini al tegamino, uova alla coque, rape, senape e un piatto con dentro della roba che sembrava merda. Ma basta! Niente da fare: hanno fatto girare anche un vaso di olive in salamoia, e dei burini se ne sono prese fino a tre manciate a testa. Il prosciutto invece lo abbiamo rimandato al mittente».


67 «Ma dimmi un po', Gaio, te ne prego, com'è che Fortunata non è della partita?». «Come? Non lo sai» gli risponde Trimalcione «che quella, finché non ha rimesso a posto tutta l'argenteria e distribuito gli avanzi ai servi, non butta giù nemmeno una goccia d'acqua?». «Va bene» incalza Abinna, «ma se lei non si fa vedere, io alzo le chiappe e tolgo il disturbo». E aveva già fatto il gesto di alzarsi, quando, su ordine del padrone, tutta la servitù si mette a chiamare Fortunata quattro volte e più. Così lei arriva, con il vestito tenuto su da una cintura giallina che le si vedeva sotto la tunica color ciliegia, i cerchietti intrecciati alle caviglie e gli stivaletti dorati. Allora, asciugandosi le mani con un fazzoletto che aveva al collo, si va a sdraiare accanto a Scintilla, la moglie di Abinna, e mentre questa batte le mani, la sbaciucchia dicendo: «Te, beato chi ti vede!».


Tra un discorso e l'altro, si arriva al punto che Fortunata si sfila i braccialetti dalle braccia grassissime e li mostra a Scintilla tutta presa dalla cosa. Poi si toglie anche i cerchietti dalle caviglie e la reticella da capelli che a sua detta era di oro puro. Trimalcione segue la scena e poi, alla fine, si fa portare il tutto dicendo: «Ecco qua le catene delle donne! E noi, baccalà, ci facciamo ripulire fino all'osso. Questo qui mi sa che pesa almeno sei libbre e mezzo. Però un bracciale da dieci libbre ce l'ho anch'io, che me lo son fatto fare coi millesimi di Mercurio». Poi, per far vedere che non raccontava frottole, si fa portare una bilancia e pretende che i commensali se la passino per verificare il peso del bracciale. Ma Scintilla non è da meno, perché si toglie dal collo un astuccio in oro da lei chiamato Felicione e ne estrae due orecchini che porge a Fortunata, dicendole: «Questi sono un regalo del mio signor marito che di più belli non ce ne sono». «Sfido io!» sbotta Abinna. «Per farti comprare quegli affari di vetro, mi hai portato via anche la camicia! Stai pur certa che se avessi una figlia, le taglierei i lobi delle orecchie. Se non ci fossero le donne, ti tirebbero dietro la roba. E invece, guarda un po', ci tocca pisciare caldo e bere freddo».


Intanto le due donne, toccate nel vivo, mezze brille com'erano già, se la ridono e si sbaciucchiano, mentre una elogia il suo impegno di madre di famiglia, e l'altra si lamenta delle scappatelle del marito e di quanto lui la trascuri. E mentre se ne stanno così appiccicate, Abinna, senza farsi vedere, si alza e tira Fortunata per i piedi, facendola finire lunga e distesa sul letto. «O porca...» urla quella con il vestito che svolazza fin sopra le ginocchia. Poi però si ricompone e si va a buttare tra le braccia di Scintilla, nascondendosi con il fazzoletto la faccia resa ancora più volgare dal rossore.


68 Poco dopo Trimalcione ordina di servire il dessert, e i servi sparecchiano i tavoli e preparano dei nuovi coperti, spargendo per terra della segatura colorata di zafferano e di carminio e, cosa questa che non avevo mai visto, della polvere di mica. Subito Trimalcione attacca: «Certo poteva bastare la prima portata. Invece c'è anche il dolce. E se di là avete qualcosa di buono, allora portatelo».


Intanto uno schiavetto di Alessandria impegnato a servirci l'acqua calda comincia a imitare l'usignolo, con Trimalcione che ogni tanto gli grida: «Cambia». E allora ecco arrivare un altro numero. Un servo che era sdraiato ai piedi di Abinna, a un cenno direi del padrone, comincia a declamare ad alta voce:


«Intanto Enea era già in mare aperto con la flotta».


Un suono più duro e sgradevole io non l'avevo mai sentito: infatti quel tizio, oltre agli alti e bassi casuali nei toni e agli errori di pronuncia tipici di chi è straniero, mescolava al testo dei versi di Atellana, tanto che per la prima volta in vita mia anche Virgilio mi fece venire il voltastomaco. Quando a un certo punto non ne poteva più, Abinna aggiunge: «E pensare che a scuola non ci ha mai messo piede: sono stato io che per fargli imparare qualcosa lo mandavo dai suonatori ambulanti. Ed è per questo che adesso è una forza quando si mette a fare il verso ai mulattieri e ai suonatori ambulanti. E poi è un talento nato: sa fare il sarto, il cuoco, il pasticciere, un drago in tutti i mestieri. Certo, due difetti ce l'ha, sennò sarebbe perfetto: è circonciso e russa. Che poi sia strabico, non me ne importa: ha gli occhi come Venere. Per questo non sta mai zitto, e i suoi occhi sono sempre mobilissimi. L'ho pagato trecento denari...».


69 Scintilla lo interrompe e sbotta: «Non li hai mica raccontati tutti i pregi di questo schiavo, eh? Perché ti fa anche da ruffiano, ma io uno di questi giorni lo faccio marchiare». Trimalcione rise e disse: «Lo riconosco, il Cappadoce: non si priva di nulla e com'è vero dio fa pure bene, perché son cose quelle che nella bara non ce le regala più nessuno. Ma tu, Scintilla, vedi di non fare troppo la gelosa. Credimi, voi donne vi conosciamo bene. Morissi qui sul posto, se non è vero che ai miei tempi mi sbattevo la padrona, tanto che anche il padrone ha fiutato qualcosa e mi ha spedito a sgobbare in campagna. Ma non fatemi parlare che è meglio». Ma quella lenza di uno schiavo, come se avessero detto mirabilia sul suo conto, tira fuori una piccola lampada di argilla e per una buona mezz'ora imita la tromba, con Abinna che lo accompagna facendo vibrare il labbro inferiore. Alla fine avanza nel mezzo della sala e imita il flautista con due pezzi di canna, per poi passare a fare il verso al mulattiere con un mantello e una frusta, finché Abinna lo richiama a sé e lo sbaciucchia porgendogli un bicchiere di vino: «Sei sempre più gagliardo, Massa, eccoti in dono un bel paio di sandali».


Dio solo sa quando sarebbe finito quello strazio, se non avessero servito il dolce, a base di tordi farciti di uva passa e noci. Poi arrivano delle mele cotogne piene di spine per farle sembrare tanti ricci. E questo ancora ancora era tollerabile, se non avessero portato un piatto ben più spaventoso che ci fa pensare che sarebbe stato meglio morire di fame. Quando viene servita in tavola, occhio e croce ci sembra un'oca obesa con contorno di pesci e di uccelli assortiti: «...», dice Trimalcione, «tutto quello che vedete in tavola è fatto di un unico ingrediente». E io, siccome un paio di cose le so, capisco subito di cosa si tratta e, rivolgendomi ad Agamennone, gli dico: «Ci va già bene se tutta 'sta roba non è fatta di... o almeno di fango. A Roma ne ho viste, a Carnevale, di cene così che erano tutte finte».


70 Non avevo ancora finito di parlare, che Trimalcione riattacca: «Possano tutte le mie ricchezze, e non la pancia, smettere di crescere, se non è vero che per fare tutte queste cose il mio cuoco ha usato solo carne di porco! Bravi come lui non ce ne sono. Se solo lo volete, quello è capace che con una vulva vi fa un pesce, con un pezzo di lardo un piccione, con un prosciutto una tortora e con un culatello una gallina. Ed è per questo che io - ma sarò in gamba? - gli ho dato un nome bellissimo: l'ho chiamato Dedalo. Siccome poi è davvero tanto in gamba, gli ho portato in dono da Roma dei coltelli in acciaio Norico». Se li fa subito portare e, dopo averli scrutati per bene con aria soddisfatta, ce li passa per farcene provare l'affilatura sulla faccia.


Tutto a un tratto entrano due servi, che sembrano reduci da una rissa alla fontana, perché hanno ancora le anfore sulle spalle. Trimalcione si mette a fare il giudice tra i due litiganti, solo che quelli se ne fottono della sua decisione e cominciano a percuotere con un bastone l'uno l'anfora dell'altro. Colpiti dall'insolenza di quei due ubriachi, li stavamo guardando a bocca aperta mentre si scazzottavano, quando notiamo che le anfore rotte seminano in giro patelle e ostriche, subito raccattate da uno schiavetto che ce le viene a servire in un piatto. Quel cuoco ingegnoso non è però da meno quanto a finezze e ci serve delle lumache su una graticola d'argento, mettendosi poi a cantare un motivetto con una voce tremula e cavernosa.


A raccontare il seguito mi vergogno quasi: come non mi era mai successo prima, due ragazzi con delle teste di capelli così portano dell'olio profumato in un catino d'argento e ungono i piedi ai commensali, legandone poi le gambe e le caviglie con coroncine di fiori. Quel che resta di quell'olio profumato lo versano poi dentro la lampada e nel contenitore del vino.


Fortunata aveva già voglia di fare due salti, e Scintilla più che parlare riusciva solo a battere le mani, quando Trimalcione disse: «Vi concedo di venirvi a sedere qui al mio tavolo, a te Filargiro, e pure a te Carione e a Menofila, la tua signora, anche se sei un Verde malfamato». E cos'altro ci mancava? Per poco non ci cacciano giù dai triclinî, tanto la servitù aveva invaso la sala da pranzo. Certo è che mi trovo spaparanzato addosso il cuoco che aveva trasformato il porco in anatra e che feteva di sughetti e salamoia. E come se non gli bastasse di essere lì a tavola, il tipo attacca a fare il verso a Efeso, l'attore tragico, e addirittura a stuzzicare il padrone con questa scommessa: «Nei prossimi giochi al Circo, la palma va ai Verdi!».


71 Eccitato da questa sfida, Trimalcione fa: «Amici, anche gli schiavi sono uomini e hanno bevuto il nostro stesso latte, solo che poi il destino non gli ha detto bene. Ad ogni modo, presto berranno l'acqua della libertà, com'è vero che io sono ancora al mondo. Insomma, nel mio testamento io li affranco tutti. A Filargiro gli lascio pure un pezzo di terra e la sua donna, a Carione un palazzo intero, i soldi per pagarsi la tassa del riscatto e un letto già belle che pronto. Erede universale nomino invece la mia Fortunata e la raccomando a tutti i miei amici. E tutte queste disposizioni le rendo pubbliche proprio perché l'intera casa cominci ad amarmi adesso come se fossi già morto». Tutti avevano già attaccato a ringraziare il padrone di tanta gentilezza, quando lui, lasciando perdere le ciance, ordina che gli portino una copia del testamento e lo legge da cima a fondo, mentre tutta la servitù singhiozza in sottofondo. Poi, rivolgendosi ad Abinna, gli fa: «E tu che ne dici, caro amico mio? Me lo stai costruendo, vero, il mio monumento sepolcrale come t'ho chiesto io? Ma soprattutto ti raccomando di scolpire ai piedi della mia statua la cagnetta, delle corone, dei vasi di fiori e in più tutti i combattimenti di Petraite, così che per merito tuo io possa vivere anche dopo la morte. E provvedi a che la tomba sia larga trenta metri e lunga sessanta. Poi voglio che intorno alle mie ossa ci siano frutti di ogni tipo e viti in abbondanza. Infatti mi sembra una vera assurdità avere case eleganti quando si è vivi, e non curarsi affatto di quella in cui ci tocca vivere più a lungo. Ed è proprio per questo che voglio, prima di ogni altra cosa, che sulla mia tomba ci sia scritto: "Questo sepolcro non passi agli eredi".


In più, col testamento mi regolerò in modo che nessuno mi possa offendere da morto. Così darò disposizioni che a guardia del sepolcro ci sia sempre uno dei miei liberti, per evitare che la gente vada a cacarci sopra. Mi raccomando, poi, di scolpirci nel mio mausoleo... anche le navi con le vele al vento, e me che me ne sto seduto in tribunale con la pretesta addosso e cinque anelli al dito, nell'atto di distribuire soldi al popolo da una sacca. Lo sai benissimo che una volta ho offerto un banchetto da due denari a testa. Se poi ti garba, mettici pure dei triclini pieni zeppi di gente che se la spassa. Alla mia destra colloca però la statua della mia Fortunata con in mano una colomba e la cagnetta al guinzaglio, e pure il mio tesoro e tante anfore ben sigillate che il vino non esca fuori. Se ti va, ci puoi anche scolpire un'urna rotta con un ragazzino che ci piange sopra. Poi nel mezzo mettici un orologio, così che chiunque voglia leggere l'ora, legga volente o nolente il mio nome. Per l'iscrizione, dimmi un po' cosa te ne pare di questa: "Qui riposa G. Pompeo Trimalcione Mecenaziano. Gli decretarono il sevirato mentre lui era assente. Pur potendo far parte di qualsiasi decuria di Roma, non lo volle. Devoto, forte, leale, anche se venuto su dal nulla, lasciò trenta milioni di sesterzi, senza mai dare ascolto a un filosofo. Salute". "Anche a te"».


72 Detto questo, Trimalcione attacca a piangere come una fontana. Piangeva Fortunata, piangeva anche Abinna, e alla fine piangeva anche tutta la servitù, riempiendo di singhiozzi l'intera sala, come se stessero seguendo un funerale. E stavo per scoppiare in lacrime anch'io, quando Trimalcione disse: «Ma allora, visto che sappiamo benissimo di dover morire, perché nel frattempo non pensiamo un po' a vivere? Su, dài, che vi voglio vedere tutti felici. Andiamoci a fare un bel bagno. Fidatevi di me e non ve ne pentirete: è caldo come un forno». «Giusto, giusto» esclama Abinna, «dobbiamo vivere un giorno come se fosse due. Così mi piace». E salta su a piedi scalzi, per seguire Trimalcione che gongolava.


Io mi giro verso Ascilto e lo apostrofo: «Che ne dici? Io se solo vedo il bagno, ci resto secco sul colpo». «Diciamo di sì» mi risponde, «e mentre quelli se ne vanno al bagno, noi ce la battiamo nel mucchio». Approviamo l'idea e, scortati da Gitone lungo il portico, guadagniamo l'uscita, dove però un cane alla catena ci accoglie con tali latrati che Ascilto finisce a gambe all'aria nell'acqua della vasca. Anch'io, che quanto a ubriachezza non ero da meno e che prima mi ero spaventato persino di fronte al cane dipinto sulla parete, finisco in acqua mentre cerco di dare una mano ad Ascilto che annaspa nell'acqua. A salvarci è il portinaio che col suo intervento mette a tacere il cane e riesce a tirarci in secco tutti tremanti. Gitone, nel frattempo, se l'era cavata alla grande col cane, buttando alla bestia latrante tutti gli avanzi della cena che noi gli avevamo affidato: e il cane si era ammansito, attratto dal cibo. Ma quando, tutti intirizziti, chiediamo al portinaio di farci sgusciare fuori, quello replica: «Grosso errore se credete di potervene andare dalla porta attraverso la quale siete entrati. Nessun invitato è mai passato dallo stesso ingresso: da una parte si entra, e da un'altra si esce». |[continua]|




|[SATIRICON, 3]|


73 Che cosa potevamo fare, noi poveri diavoli, chiusi in quel labirinto di nuovo genere, se non vedere un bagno caldo come l'unica via d'uscita? Così siamo noi a chiedere al portinaio di accompagnarci e, dopo esserci tolti i vestiti che Gitone mette ad asciugare sulla soglia, entriamo nella sala da bagno che guarda caso era così stretta da sembrare una cella frigorifera, con dentro Trimalcione impalato in piedi. Neppure lì riusciamo a evitare le sue schifose esibizioni: stava infatti dicendo che non c'era niente di meglio al mondo che lavarsi senza tanta gente intorno e che in quel punto c'era prima un mulino. Poi, quando si sente senza forze, si siede e, ispirato dall'acustica del locale, gira il suo faccione da ubriaco verso il soffitto e attacca a massacrare le romanze di Menecrate (così almeno dicevano quelli che capivano le sue parole). Gli altri invitati, nel frattempo, correvano lungo la vasca dandosi la mano e cantavano un ritornello facendo un baccano terrificante. Altri, invece, cercavano di raccogliere dal pavimento degli anelli con le mani strette dietro la schiena, o di toccarsi la testa con la punta dei piedi piegandosi con le ginocchia e rovesciandosi all'indietro. Mentre quelli se la spassavano con questi giochetti, noi ci infiliamo nella vasca che era stata preparata per Trimalcione.


Smaltita così la sbornia, ci portano in un'altra sala, dove Fortunata aveva preparato degli altri manicaretti, perché sopra le lampade vedo... pescatori di bronzo, tavole in argento massiccio, calici di terracotta dorata e vino che sgorgava da un otre lì davanti ai nostri occhi. E Trimalcione dice: «Amici, oggi un mio servo si è rasato per la prima volta. E siccome è un tipo parsimonioso e risparmiatore fino alle briciole, gozzovigliamo e stiamocene a tavola fin che fa giorno».


74 Stava pronunciando queste parole, quando arrivò il canto di un gallo. Turbato da quel suono, Trimalcione fa versare del vino sotto il tavolo e anche sulla lampada. Poi, passandosi l'anello alla mano destra, disse: «Se questo trombettiere ha dato l'allarme non può non esserci un buon motivo: mi sa che sta per scoppiare un incendio o qui intorno qualcuno è lì lì per esalare l'anima. Vade retro da noi! Chi mi trova questo profeta del malaugurio si becca una bella mancia». Detto fatto: lì dal vicinato gli portano un gallo e Trimalcione ordina di cucinarlo. Sventrato da quel genio d'un cuoco che poco prima aveva trasformato la carne di maiale in pesci e uccelli, il gallo viene messo in pentola, mentre Dedalo ci versa dentro dell'acqua bollente e Fortunata trita sopra il pepe con un macinino di legno.


Dopo aver assaggiato un po' anche di questo manicaretto, Trimalcione si rivolge ai suoi schiavi e dice: «Ma come, voi non avete ancora mangiato? Avanti, sparite e fate venire degli altri a servire». Entra così un nuovo gruppo e, mentre i primi esclamavano: "Statti bene, o Gaio", i nuovi arrivati fecero eco dicendo: "Salute a te, o Gaio". Ma da quel momento il nostro buon umore cominciò a guastarsi, perché tra i servi appena venuti c'era un ragazzino niente male che Trimalcione, appena lo vede, gli si butta al collo attaccando a sbaciucchiarselo tutto. Ma Fortunata, facendo valere il suo sacrosanto diritto, comincia a inveire contro Trimalcione, dandogli dello sporcaccione e dell'impunito, incapace addirittura di controllare la sua foia. E, per finire, lo chiama "cane". Allora Trimalcione, colpito dall'insulto, per tutta risposta, le tira in faccia un calice. Ma lei, come se ci avesse rimesso un occhio, attacca a strillare e si porta le mani tremanti al viso. Chi è anche sconvolta è Scintilla, che si stringe al petto l'amica in lacrime e singhiozzi, mentre un ragazzino pieno di premure le porge una bacinella con dell'acqua fresca e Fortunata ci si piega sopra tra lacrime e gemiti. Trimalcione, invece, senza badarle, prorompe: «Ma non se lo ricorda cos'era questa baldracca di una canzonettara? L'ho tolta io dal marciapiede e ne ho fatto una signora tra le signore. Lei no, si gonfia come una rana, si crede chissà chi: è una testa di legno, altro che una donna! Ma chi è nato in una capanna non si sogna certo un palazzo. E se solo la mia buona stella mi assiste, ci penso io a domare questa Cassandra in ciabatte! E pensare che avrei potuto avere in moglie una donna con un milione di sesterzi, razza di idiota che non sono altro. E tu lo sai che non racconto frottole. Agatone, il profumiere di una vicina di qui, mi prende da parte e mi dice: "Non vorrai mica lasciar morire così la tua stirpe!". E io, da bonaccione che sono e per non sembrare uno sconsiderato, mi sono dato la zappa sui piedi. D'accordo: ma farò in modo che tu mi venga a cercare grattando la terra con le unghie. Anzi, per capire già fin da adesso il bel guadagno che ci hai fatto, guarda: Abinna, la sua statua non mi va più che la scolpisci sulla mia tomba, perché non ho nessuna intenzione di farmi del sangue cattivo anche da morto. Anzi, perché sappia che con me non c'è da scherzare, le proibisco di baciarmi quando sarò cadavere».


75 Dopo questa sfuriata, Abinna comincia a implorarlo di calmarsi. «Tutti possono sbagliare. Siamo uomini, non dèi». Le stesse cose gliele ripete anche Scintilla in lacrime, chiamandolo Gaio e scongiurandolo in nome del suo nume tutelare di avere pietà. E Trimalcione, non riuscendo più a trattenere le lacrime, sbotta: «Ti prego, Abinna, e che tu possa godere a lungo dei tuoi soldi, ma sputami in faccia se ho fatto qualcosa di male. Ho baciato un ragazzino tutto per bene, non tanto perché è carino, ma perché è pieno di pregi: sa dividere per dieci, legge i libri a prima vista, coi suoi risparmi si è comprato una tenuta da Trace, e poi una poltrona e due vasi, sempre di tasca sua. Non è dunque giusto che sia la pupilla dei miei occhi? Ma Fortunata non vuole. È così che la mettiamo, razza di spocchiosa? Lo vuoi un consiglio? Cerca di capire il colpo di fortuna che hai avuto, razza di arpia, e non irritarmi più del dovuto, se no finisce che lo vedi di cosa sono capace, zoccola da strapazzo. Eppure mi conosci: se mi ficco in testa qualcosa, è come un chiodo piantato in un muro. Ma pensiamo a noi, piuttosto. E voi, amici, vi prego, su con la vita. Come voi lo sono stato anch'io, ma per la mia bravura sono arrivato fino a qui. È il cuore che fa l'uomo, e tutto il resto sono quisquilie. "Compro bene, vendo bene". C'è chi vi dirà una cosa, chi un'altra. Sta di fatto che io ho benessere da vendere. E tu invece, cosa continui a piangere, razza di lagna? Bada che se non la pianti, ti faccio piangere io. Allora, come vi stavo dicendo, è stata la mia parsimonia a farmi arrivare così in alto. Quando sono arrivato dall'Asia ero alto come quel candelabro: ogni giorno mi ci andavo a misurare e, per farmi crescere la barba più in fretta, mi ungevo la faccia con l'olio delle lampade. Per quattordici anni sono stato il cocco del padrone, e non venitemi a dire che è un obbrobrio: chi comanda è il padrone. Io comunque mi facevo a mia volta la padrona. Capite benissimo di cosa parlo: ma non aggiungo altro, perché non sono uno che si dà arie».


76 «Ad ogni modo, come gli dèi han voluto, in quella casa divenni io il padrone, e il mio signore faceva tutto di testa mia. Che altro dovrei dirvi? Mi nominò erede unico insieme all'imperatore, lasciandomi un patrimonio da senatore. Ma nessuno ne ha mai abbastanza, e così mi buttai nel commercio. Per non farvela troppo lunga, feci costruire cinque navi, le caricai di vino - che in quel tempo era oro colato - e lo spedii a Roma. Però, nemmeno a farlo apposta, le navi andarono a picco dalla prima all'ultima. È la verità, mica una frottola. In un solo giorno il mare si pappò trecentomila sesterzi. Credete che mi sia scoraggiato? Manco a pensarlo: la cosa non mi fece né caldo né freddo, come se non fosse successo un bel niente. Invece feci costruire altre navi, più grosse, più robuste e più fortunate, così che tutti andassero a dire in giro che ero uno che non si scoraggia. Lo sapete benissimo, più una nave è grande, più diventa resistente. Imbarcai di nuovo vino, lardo, fave, cosmetici e schiavi. In quel frangente fu Fortunata a compiere un bel gesto davvero: vendette in massa gioielli e guardaroba e mi mise in mano cento monete d'oro. E per le mie finanze questo gruzzolo fu come lievito. Quando poi il cielo ti assiste, le cose filano ch'è un piacere. Con un viaggio soltanto mi misi in tasca dieci milioni di sesterzi. Riscattai subito la terra che era stata del mio padrone, mi tirai su una casa, acquistai schiavi e bestie da soma. Tutto quello che toccavo, cresceva come fosse stato un favo. Quando mi resi conto di esser più ricco di tutta la mia città messa insieme, la piantai col commercio e mi misi a prestare a interesse ai liberti. A essere sinceri, non lo facevo volentieri quel traffico, ma a spingermi a continuare fu un astrologo che dalle nostre parti ci era capitato per caso, un greco di nome Serapa, che quanto a consigli poteva darne anche agli dèi. Riuscì a elencarmi per filo e per segno anche quelle cose che ormai io mi ero bello che dimenticato. Sembrava in grado anche di leggermi negli intestini, e poco mancò che mi sapesse dire anche quello che avevo mangiato il giorno prima. Sembrava avesse passato con me una vita intera».


77 «Dammi una mano, Abinna, se non sbaglio c'eri anche tu, no, quando mi diceva: "Tu la padrona l'hai conquistata con quella tua tecnica. Tu con gli amici non sei granché fortunato. Nessuno ti è mai grato abbastanza di quello che fai. Tu possiedi terre a perdita d'occhio. Tu ti porti in seno una vipera". E - perché poi non dovrei confessarvelo - che mi restano da vivere trent'anni, quattro mesi e due giorni, e che riceverò presto un'eredità. Il mio oroscopo è questo. Se poi riuscirò a toccare la Puglia coi miei terreni, allora sì che avrò speso bene la vita. Nel frattempo, con l'aiuto di Mercurio, mi sono costruito questa casa. E voi lo sapete benissimo che era una bicocca: adesso è diventata una reggia. Ha quattro sale da pranzo, venti camere da letto, due porticati in marmo, una serie di stanze al piano di sopra, la camera dove dormo io, un salottino per questa vipera qua, e un alloggetto niente male per il portinaio. Per gli ospiti, poi, lo spazio non manca. Quando Scauro è transitato di qua, non ha voluto alloggiare se non da me, e dire che il padre ha una gran villa sul mare. E ci sono anche tante altre cose che tra un attimo vi faccio vedere. Credete a me: noi valiamo per quello che abbiamo. Più possiedi, più sarai considerato. Prendete il vostro amico: da rana che era, adesso è diventato re. Ma ora Stico portami la roba con cui voglio essere seppellito. E portami anche i cosmetici e un dito di quel vino nell'anfora, che voglio lo usino per lavarmi le ossa».


78 Stico non si fa pregare, e in un attimo porta in sala una coperta bianca e una toga pretesta... che lui ci ordina di palpare, per vedere se erano di lana buona o meno. Poi, sorridendo, riprende: «Sta' all'occhio, Stico, che non me le rodano i sorci o le tarme, se no ti brucio vivo. Voglio un funerale coi fiocchi, con tutta la gente dietro a parlar bene di me». Poi stappa una boccetta di nardo e ci unge dal primo all'ultimo dicendo: «Spero che da morto questo profumo mi piaccia come da vivo». Dopo aver fatto versare del vino nel contenitore, aggiunge: «Fate conto ch'io vi abbia già invitati al mio banchetto funebre».


La faccenda stava diventando nauseante, quando Trimalcione, ormai stordito dalla sbornia, ordina che entri nella sala una nuova banda - questa volta costituita da suonatori di corno - e, stravaccandosi su una montagna di cuscini, si sdraia in fondo al divano, dicendo: «Fingete che sia morto e suonatemi qualcosa di carino». Gli orchestrali attaccano un'assordante marcia funebre e specialmente uno di essi, il servo di quell'impresario di pompe funebri, che era il più rispettabile in quella combriccola, si butta sullo strumento con una foga tale da svegliare tutto il vicinato. E così, i pompieri che erano in servizio in quel quartiere, credendo che la casa di Trimalcione stesse andando a fuoco, sfondano subito la porta e si mettono a fare il loro solito caos a base di colpi di accetta e secchiate d'acqua. E noi, approfittando di quella meravigliosa occasione, salutiamo al volo Agamennone e filiamo via di corsa proprio come se stessimo scappando da un incendio.


79 Non avevamo dietro nemmeno una torcia che ci illuminasse la via, né il silenzio della notte ormai a metà del suo corso ci faceva sperare nel lume di qualche passante. A tutto questo si aggiungeva il fatto che eravamo ubriachi e non conoscevamo quella zona, dove sarebbe stato difficile districarsi anche in pieno giorno. Così, dopo aver girato per quasi un'ora in mezzo a sassi e a pezzi di anfora rotta con i piedi che ci sanguinavano, alla fine riuscimmo a venirne a capo solo grazie all'accortezza di Gitone. Quel furbone, infatti, la sera prima, temendo che da quelle parti ci si potesse perdere anche alla luce del sole, aveva marcato col gesso tutti i pilastri e le colonne, e adesso quei segni che, bianchi com'erano, li si poteva distinguere anche nel cuore della notte, ci indicavano la giusta via. Ma anche alla locanda ci toccò sudare, perché la vecchia aveva passato la giornata a riempirsi di vino insieme agli altri clienti, e adesso non si sarebbe svegliata nemmeno dando fuoco alla casa. E forse avremmo passato il resto della notte lì sulla porta, se non fosse passato un corriere di Trimalcione scortato da dieci carri, il quale, senza stare tanto a bussare, scaraventò giù la porta, permettendoci così di entrare attraverso quel varco.




Che notte stupenda fu quella, o numi del cielo,


Che letto di fiaba! Uniti nel fuoco dei baci,


Le anime ardenti scambiammo, passandole


di bocca in bocca. Addio, mortali affanni!


Quello sì che fu un dolce morire.


Ma ho ben poco da stare allegro. Appena infatti la sbornia e il sonno mi allentano la presa, Ascilto, sempre pronto a inventarne di nuove, mi porta via il ragazzino nel cuore della notte e se lo trascina nel letto, spupazzandosi alla grande quell'amante non suo: e Gitone, vuoi perché insensibile all'offesa, vuoi perché fingeva di non accorgersene, finisce coll'addormentarsi nella braccia di quell'estraneo, con somma indifferenza per ogni umano rispetto. Così, quando apro gli occhi e allungando la mano nel letto mi accorgo che il mio tesoro non c'è più, rimango lì nel dubbio (ammesso che si debba prestar fede agli innamorati) se valga la pena di trafiggerli con la spada, facendoli così passare dal sonno alla morte. Poi però, scegliendo la soluzione più saggia, sveglio Gitone a furia di botte e, fissando Ascilto con aria truce, gli urlo: «Visto che con questo bel numero hai violato la parola data e l'amicizia che ci legava, levati di torno più presto che puoi e vai a fare le tue schifezze da qualche altra parte».


Ascilto non batte ciglio e, dopo aver diviso d'amore e d'accordo la nostra roba, mi dice: «Bene, e adesso dividiamoci anche il ragazzino».


80 Io pensavo volesse congedarsi con una battuta di spirito. Ma lui sguaina la spada con mano fratricida e si mette a gridare: «Non te lo godrai questo tesoro, su cui vorresti buttarti da solo. Bisogna proprio che ci esca la mia parte, a costo di tagliarmela con questa spada, visto il disprezzo in cui mi tieni!». Dall'altra parte io faccio lo stesso, mi avvolgo il braccio col mantello e mi metto in guardia in attesa dello scontro. Nel pieno di questo accesso di follia a due, quel poveraccio di Gitone ci abbracciava in lacrime le ginocchia, implorandoci di non trasformare quella locanda in una seconda Tebe e di non macchiare col nostro sangue il sacro vincolo di un'amicizia tanto bella. «Ma se il morto ci deve scappare comunque» urlava, «eccovi la mia gola: rivolgete qui le vostre mani, infilateci dentro le spade fino all'elsa. Chi deve morire sono io, perché ho distrutto il sacro vincolo dell'amicizia». Di fronte a quelle suppliche rimettiamo a posto le spade, e il primo a parlare è Ascilto: «Io voglio mettere fine alla lite: il ragazzo vada pure con chi gli pare, perché sia libero di optare per chi vuole almeno nella scelta del "fratellino"». Pensando che l'amicizia di lunga data tra me e Gitone si fosse ormai trasformata in un legame di sangue, non ho nulla da temere, anzi aderisco subito alla proposta con uno slancio rabbioso, lasciando che a giudicare della lite sia il solo Gitone. Che non ci pensa su nemmeno un attimo, tanto per far vedere di essere un po' indeciso, e mentre io sono ancora lì che devo finire l'ultima parola, lui si alza di scatto e si sceglie Ascilto come fratellino. Fulminato da quella decisione, così com'ero, senza nemmeno più la spada, cado sul letto, e mi sarei ammazzato con le mie mani, non fosse stato per il trionfo del nemico. E così Ascilto se ne va tutto ringalluzzito da quella preda, piantando lì su due piedi e in un posto sconosciuto l'uomo che fino a poco prima era stato il suo migliore amico nella buona e nella cattiva sorte.


La parola amicizia dura finché serve;


la pedina corre instabile sulla scacchiera.


Finché regge la fortuna, eccoti tutti amici;


ma quando crolla, è subito vergognosa fuga.




I guitti sono in scena alle prese con un mimo:


chi fa il padre, chi fa il figlio, chi la parte del riccone.


Ma quando sulla pagina il comico finisce,


torna la faccia vera e quella falsa muore.




81 Ad ogni modo, non me ne sto lì a piangere ancora per molto, ma per paura che tra le altre disgrazie l'assistente Menelao mi trovi lì da solo nella locanda, raccolgo i miei stracci e avvilito come sono prendo in affitto un posticino fuori mano in riva al mare. Rimango lì barricato per tre giorni e, assillato dal pensiero della solitudine e da quello dell'affronto subito, mi percuotevo il petto, continuando a ripetermi, tra gemiti disperati: «Ma perché la terra non mi ha voluto inghiottire? Perché non mi ha risucchiato il mare che infierisce anche contro gli innocenti? Sono forse sfuggito alla giustizia, ho scampato la sabbia del circo, ho assassinato un ospite, per finire, dopo tante prove coraggiose, in una pensioncina di una città greca, senza il becco di un quattrino, cacciato dalla patria e abbandonato? E chi mi ha condannato a questo isolamento? Un ragazzino rotto a ogni libidine, degno per sua stessa ammissione dell'esilio, uno che a forza di concedersi è diventato libero e rispettabile, uno che ha alle spalle una vita di marchette, e che faceva la ragazzina anche con quelli che sapevano benissimo che era un maschio. E dell'altro, che cosa dovrei dire? Che il giorno della toga virile si è messo un vestito da donna, che già sua madre lo aveva persuaso di non essere un uomo, che quand'era ai lavori forzati faceva la troia di tutti, e che poi, soltanto per cambiare settore di schifezze, ha tradito il nome di un'antica amicizia. Vergogna! Come la peggiore delle puttane, si è venduto fino alle braghe per la fregola di un'unica notte. E nel frattempo, quei due se la spassano abbracciati, e magari, stremati dal piacere, se la ridono anche della mia solitudine. Ma non la passeranno liscia. E non sarò più un uomo e libero per giunta, se non laverò nel loro sangue l'affronto che hanno fatto al mio onore».


82 Al termine di questo sproloquio, mi cingo la spada al fianco e, per evitare che la debolezza fisica comprometta l'esito della missione, mi rimetto in forze con una bella abbuffata. Poi mi precipito fuori e, come un pazzo, comincio a camminare su e giù sotto i portici. Ma mentre son lì invasato a sognare stragi e massacri con gli occhi fuori della testa, e la mia mano corre sempre più spesso alla spada destinata alla vendetta, mi nota un tizio in uniforme, o barbone o tagliagole che fosse e mi fa: «Altolà camerata! Di che legione sei o di quale centuria?». Siccome io mi invento lì su due piedi i nomi del centurione e della legione, quello ribatte: «E dimmi un po', in questo tuo reggimento i soldati vanno in giro coi sandali bianchi ai piedi?». Ma quando poi dalla mia faccia e dal mio imbarazzo si capisce benissimo che ho mentito, il tipo mi intima di consegnargli l'arma e di non mettermi nei pasticci. Disarmato e ormai privo di ogni velleità di vendetta, me ne torno alla pensione e lì, sbollita a poco a poco la rabbia, finisco per ringraziare la spudoratezza di quel cialtrone.




Non beve in mezzo all'acqua, né coglie i frutti penduli


il povero Tantalo, anche se il desiderio lo rode.


Questa è la sorte del ricco, che sguazza nel troppo


di tutto e rumina a bocca asciutta la sua fame.




Mai fidarsi troppo di quel che si ha in animo di fare, perché la sorte ha una sua logica.




83 Arrivo in una splendida pinacoteca piena di quadri di ogni tipo. Vedo infatti opere di Zeusi non ancora intaccate dall'usura del tempo, e non senza un brivido sfioro degli schizzi di Protogene che quanto a realismo gareggiavano con la natura stessa. Inoltre contemplo di Apelle uno di quelli che i Greci chiamano monocnémi. I contorni delle umane erano tratteggiati con una naturalezza e una precisione tali che si sarebbe potuto dire ci fossero dipinte dentro anche le anime. Da una parte un'aquila rapiva Ganimede trascinandolo in cielo, dall'altra l'ingenuo Ila respingeva una Naiade priva di ritegno, e Apollo imprecava contro le sue mani colpevoli, mettendo sulla allentata lira un fiore appena sbocciato. In mezzo a tutte quelle scene con al centro l'amore, salto su a dire, come se fossi stato da solo in pieno deserto: «Ma allora l'amore colpisce anche gli dèi! Siccome Giove non trovava in cielo quel che gli andava a genio, se n'è sceso a peccare sulla terra, senza però far dei torti a nessuno. La ninfa che rapì Ila avrebbe frenato la propria febbre d'amore, se solo avesse saputo che Eracle sarebbe venuto a lamentarsi da lei. Apollo fa rivivere in un fiore l'ombra del suo diletto. Anche tutti gli altri miti del passato raccontano storie di amori non corrisposti. Io, invece, mi sono andato a mettere con un socio più crudele di Licurgo».


Mentre son lì che me la prendo con l'aria, entra nella pinacoteca un vecchio coi capelli tutti bianchi, la faccia tirata, e che sembrava promettere chissà cosa, anche se i suoi vestiti non erano proprio eleganti, che si capiva benissimo era uno di quegli intellettuali che ai ricchi di solito non gli vanno giù. Il tipo si viene a fermare accanto a me.




«Sono un poeta» mi dice, «e nemmeno, come mi auguro, da buttar via, per lo meno se si deve credere ai premi letterari, che adesso c'è il vizio di darli anche a cani e porci. "Ma allora" tu mi potresti chiedere "perché vai in giro vestito a quel modo?". Ma proprio per questo: la passione per la cultura non ha mai reso ricco nessuno.


Chi al mare s'affida, di guadagni si riempie;


chi corre dietro guerre e battaglie, d'oro si cinge;


il vile adulatore se ne sta sdraiato ubriaco sulla porpora,


e chi attenta alle spose, trae profitto peccando.


I retori solo tremano in poveri panni,


e con voce debole invocano le arti abbandonate.


84 È senz'altro così: se uno, nemico di tutti i vizi, si mette a seguire la retta via, lo guardano subito male proprio per questa sua differenza di mentalità, perché non piace a nessuno la gente che non pensa come lui. E poi, coloro che badano solo a fare soldi a palate, pretendono che al mondo non ci sia niente di più prezioso di quello che possiedono. E così perseguitano in tutti i modi possibili gli amanti delle lettere, perché anche quelli diano l'impressione di essere inferiori al denaro.




Non so perché l'intelligenza debba sempre essere sorella della povertà.




Vorrei che chi avversa la mia sobrietà fosse tanto indulgente da potersi commuovere. E invece quello lì è una canaglia incallita, che ne sa più dei papponi in persona».




85 EUMOLPO. «Quand'ero militare in Asia agli ordini di un questore, mi ospitò una famiglia di Pergamo. Siccome mi trovavo benissimo non solo per la comodità dell'alloggio, ma anche perché il padrone di casa aveva un figlio bellissimo, mi misi subito a escogitare il sistema per diventarne l'amante senza che il padre se ne rendesse conto. Tutte le volte che a tavola si faceva un accenno a certe esperienze omosessuali, io mi infervoravo così tanto e chiedevo con una tale decisione di non offendere le mie orecchie con sconcezze di quel tipo, che soprattutto la madre del ragazzo mi guardava come un vero filosofo. Così cominciai ad accompagnarlo io in palestra, ad organizzargli lo studio, a dargli qualche lezione, a raccomandargli di non portarsi in casa qualche maniaco sessuale.




La sera di un giorno di festa, mentre ce la godevamo nel triclinio e una protratta allegria ci aveva tolto la forza di ritirarci nelle nostre camere, verso mezzanotte mi resi conto che il ragazzo era ancora sveglio. E allora, con un filo di voce, feci questo voto: "O nostra Signora Venere, se solo riesco a baciare questo ragazzo senza che se ne accorga, domani gli regalo una coppia di colombe". Ma il giovane, sentendo il prezzo che ero disposto a pagare per quel tipo di piacere, cominciò a russare. Io saltai subito addosso a quell'ipocrita e lo sommersi di baci. Soddisfatto di questo inizio, la mattina mi alzai di buon'ora e comprai un bel paio di colombe che, come lui si aspettava, gli portai, per tener fede al mio voto.


86 Essendosi la notte successiva ripresentata l'occasione, cambiai obiettivo e dissi tra me e me: "Se riesco a palparlo per bene senza che lui se ne accorga, in cambio gli regalo due galli da combattimento". Sentendo questa promessa e, mi sa tanto, temendo che fossi io ad addormentarmi, il ragazzino mi si avvicinò spontaneamente. Io allora mi sbrigai a tranquillizzarlo e mi rimpinzai con tutto il suo corpo, senza però arrivare al piacere supremo. Poi, alle prime luci del giorno, gli portai con sua grande gioia quanto promesso. Quando anche la terza notte vidi che c'era via libera, mi alzai e, mentre lui fingeva di dormire, gli sussurrai in un orecchio: "O dèi immortali, se a questo angioletto addormentato riesco a fargli il servizio completo, domani, in cambio di questo piacere, gli regalo un bellissimo puledro macedone, a patto però che non si accorga di nulla". Il ragazzino dormì profondo come non gli era mai successo. Così io prima mi riempii le mani coi suoi capezzoli al latte, poi mi attaccai alle sue labbra in un bacio lunghissimo e alla fine concentrai tutte le mie voglie in un unico punto. La mattina successiva, lui se ne stava in camera, aspettando che come al solito io gli portassi il mio regalo. Ma sai benissimo quanto più facile sia comprare colombe e galli rispetto a un puledro, e in più avevo paura che un regalo di quelle dimensioni potesse rendere sospetta la mia generosità. Così, dopo qualche ora passata a zonzo, me ne tornai a casa e al ragazzino non gli diedi altro che baci. Ma lui, guardandosi intorno mentre mi stringeva tra le braccia, mi disse: "Signore mio, ma il cavallo dov'è?".




87 Non avendo mantenuto la mia promessa, mi ero chiuso quella porta che io stesso avevo aperto. Ciò nonostante ritornai alla carica. Pochi giorni dopo, essendosi ripresentata un'altra occasione altrettanto propizia, non appena mi resi conto che il padre stava russando, cominciai a scongiurare il ragazzino che facesse la pace con me, che cioè continuasse a lasciarsi soddisfare come prima, e aggiunsi tutte le altre frescacce che la foia più matta suggerisce. Ma lui, ancora imbronciato con me, continuava a ripetere: "O dormi, o chiamo mio padre!". Ma non c'è nulla che sia così difficile da non poterlo strappare a colpi di malizia. E mentre lui continuava a ripetere: "Guarda che chiamo mio padre", io gli scivolo nel letto e lo possiedo di forza senza stare tanto a badare alle sue resistenze. Ma lui, per niente contrariato dalla mia violenza, dopo essersi a lungo lamentato dicendo che io l'avevo ingannato e che era diventato lo zimbello dei suoi compagni di scuola coi quali si era fatto bello della mia generosità, disse: "Ti farò vedere che non sono come te. Se vuoi fa' pure". E così, lasciando da parte ogni motivo di rancore, tornai nelle grazie del ragazzino e, dopo avere di nuovo approfittato della sua compiacenza, scivolai nel sonno. Ma lui, che era nel pieno dello sviluppo e in quell'età in cui si prova più gusto a farsi ingroppare, non si accontentò del mio bis. Così mi venne a svegliare dicendomi: "Non vuoi nient'altro?". Anche se non del tutto, la sua generosità cominciava però a pesarmi. Ad ogni modo, anche se col fiato corto e in un lago di sudore, gli diedi quel che voleva, per poi ripiombare nel sonno, stremato dal piacere. Non era passata nemmeno un'ora, che il ragazzino prese a darmi dei pizzicotti dicendo: "Perché non lo rifacciamo?". Ma io, seccato da tutti quei risvegli forzati, saltai su tutte le furie e gli restituii le sue stesse parole: "O dormi, o chiamo tuo padre"».




88 Sollevato da quel racconto, mi misi a interrogare quel vecchio saggio...


sull'epoca dei quadri e su certi argomenti che non mi erano troppo chiari, e insieme sulle cause della decadenza della nostra età e sul perché le più belle arti fossero tanto in crisi, e in particolare la pittura di cui non era rimasta nemmeno la traccia. E lui attacca: «La sete di denaro ha portato a questo cambiamento. Nel buon tempo antico, la virtù la si apprezzava di per se stessa, le arti liberali fiorivano e gli uomini gareggiavano per evitare a tutti i costi che non rimanesse nell'ombra ciò che avrebbe potuto giovare ai secoli a venire. Fu così che Democrito distillò i succhi di tutte le erbe, e impiegò la vita intera a fare esperimenti perché le proprietà di piante e minerali non rimanessero un mistero. Eudosso, a sua volta, invecchiò sulla cima di una montagna altissima per studiare il moto delle stelle e del cielo, mentre Crisippo, perché la sua mente desse il meglio nelle invenzioni, la purificò per tre volte con l'elleboro. Tornando però alle arti figurative, Lisippo morì di inedia perché troppo preso a dare gli ultimi tocchi a una sua statua, mentre Mirone, che riusciva quasi a trasfondere nel bronzo i sentimenti degli umani e delle bestie, adesso è senza eredi. E noi invece, persi come siamo tra crapule e battone, non riusciamo nemmeno ad apprezzare le opere di un tempo, e ce la prendiamo con gli antichi, anche se poi siamo maestri e discepoli di vizi. Dov'è finita la dialettica? E l'astronomia? Che fine ha fatto quell'eccelsa via alla sapienza? Chi è mai più entrato in un tempio facendo voti per diventare eloquente? Chi per attingere alla sorgente della filosofia? Nessuno fa più voti perché il cielo ci conservi la salute e ci dia la serenità interiore. Ma uno non ha ancora varcato la soglia del Campidoglio, che subito promette un'offerta se potrà vedere sottoterra un parente pieno di soldi, un altro se scopre un tesoro, e un altro ancora se arriva a mettere insieme trenta milioni di sesterzi senza incidenti. Addirittura il senato, che invece dovrebbe essere un esempio di rettitudine e di giustizia, ha ormai preso l'abitudine di promettere mille libbre d'oro al Campidoglio e, perché nessuno si faccia troppi scrupoli sulla gran voglia di far soldi, corrompe pure il padreterno a suon di bustarelle. Dunque non ti stupire se la pittura è bella che andata, quando tutti - uomini e dèi compresi - preferiscono un bel malloppo d'oro piuttosto che tutto quanto han fatto quei due pazzoidi di greci, Apelle e Fidia.


89 Ma siccome ti vedo tutto concentrato su quel quadro con la presa di Troia, cercherò di spiegartene il soggetto in versi:


Già la decima estate assediava i mesti e incerti Frigi


e il nero dubbio invadeva la fede del vate Calcante,


quando al responso di Apollo crollano recise le vette


dell'Ida, cadono i tronchi tagliati gli uni sugli altri,


e già danno forma a un cavallo minaccioso. Nel vasto fianco


si apre uno squarcio di caverna che dentro nasconde


uno stuolo agguerrito d'armati. Lì s'annida un valore infuriato da


un decennio di guerra, e i Danai stipati


si celano in quel dono votivo. O patria! Noi credemmo in fuga


le mille navi e libero il suolo patrio dalla guerra.


Questo trovammo inciso sulla bestia, questo affermò


Sinone pronto al destino, possente menzogna verso il baratro.


Sciama a frotte dalle porte la gente, a offrire voti


credendo finita la guerra. Rigano i volti le lacrime,


è un pianto di gioia che invade gli animi ancora in subbuglio.


Ma nuovo timore le caccia. Capelli sciolti al vento,


Laocoonte ministro di Nettuno fende urlando la folla,


vibra la lancia, la scaglia nel ventre del mostro,


ma il volere dei numi gli fa debole il braccio,


e il colpo rimbalza attutito, e dà credito all'inganno.


Ma ancora egli chiede vigore alla mano spossata


e saggia con l'ascia i concavi fianchi. Trasalgono


i giovani chiusi nel ventre panciuto, e al loro sussurro


la mole di quercia palpita d'estranea angoscia.


Quei giovani presi andavano a prendere Troia,


finendo per sempre la guerra con frode inuaudita.


Ma ecco un altro prodigio là dove Tenedo sorge dal mare,


i flutti si gonfiano turgidi, rimbalzano le onde,


si gonfiano di schiuma che la spiaggia ribatte,


quale un tonfo di remi arriva nel cuore sereno della notte,


quando solca una flotta le acque del mare


che fervide gemono sotto l'impeto delle chiglie.


Là noi volgiamo gli occhi e vediamo due draghi,


che torcendosi spingono l'onda agli scogli,


e coi petti impetuosi vorticano schiume intorno ai fianchi,


come alte navi. Il mare percuotono con le code,


le sciolte criniere lampeggiano come gli occhi,


un bagliore di folgore incendia il mare


e le onde sono tutte un tremolio di fremiti.


Ogni cuore è sgomento. Cinti di sacre bende


e con addosso il costume frigio i due figli gemelli


di Laocoonte stavano lì sulla spiaggia. A un tratto


li avvinghiano nelle loro spire i due draghi di fiamma,


e quelli protendono ai morsi le piccole mani. Ciascuno


non sé ma il fratello aiuta, e pietà si scambiano,


finché morte li coglie in un mutuo terrore.


Alla strage si aggiunge anche il padre, ben debole aiuto,


che i due draghi già sazi di morte assalgono


e trascinano sul lido. Giace vittima il sacerdote


tra le are e il suo corpo percuote la terra.


Così venne profanato il sacro e Troia


affacciata sulla rovina perse per prima cosa gli dèi.


Piena la luna già spandeva il suo candido raggio


guidando con luce raggiante gli astri minori,


quando dai chiusi recessi liberano i Danai i guerrieri


tra i Priamidi immersi nel sonno e nel vino.


Tutti i capi sono in armi già pronti alla strage,


come un cavallo tessalo che a briglia sciolta


scuote alta la testa e agita l'irta criniera


prima di darsi al galoppo. Sguainano le spade,


imbracciano saldi gli scudi e ovunque son pronti


all'assalto. Uno sgozza i nemici ancora immersi nel vino,


e dal sonno alla morte li invia, un altro accende


le torce alla fiamma degli altari,


e il dio di Troia contro Troia invoca».


90 Alcuni di quelli che passeggiavano sotto i portici cominciarono a prendere a pietrate Eumolpo che stava declamando. Ma lui, che doveva essere abituato a quel tipo di applausi rivolti alle sue tirate, si riparò la testa e sgattaiolò fuori dal tempio. Quanto al sottoscritto, tremai al pensiero di essere preso anch'io per un poeta. E così, seguendolo nella fuga, arrivai alla spiaggia, e non appena ci trovammo fuori dalla portata delle sassate, gli gridai: «Ehi, ma cosa diamine ti sei messo in testa con questa mania? Siamo insieme da meno di due ore e invece di parlare da persona normale continui a recitare versi. Non mi stupisco davvero se la gente ti prende a sassate! Anzi, bisogna che mi faccia anch'io una bella scorta di pietre, così, ogni volta che attacchi a dar fuori di matto, ti faccio uscire pure io un po' di sangue dalla testa». Lui scuote la testa e mi fa: «Caro il mio giovanotto, non crederai mica che oggi sia stato il mio debutto? No, e tutte le volte che salgo su un palcoscenico per declamare qualcosa, la gente mi riserva sempre un trattamento del genere. Ma dato che non ho alcuna intenzione di mettermi a litigare anche con te, ti prometto che oggi ne farò a meno per tutto il giorno». «Benissimo: se oggi la pianti con la tua fissazione» faccio io, «allora ce ne andiamo a mangiare insieme».




Perciò ordino alla proprietaria della locanda di prepararci una bella cenetta...




91 Vedo Gitone appoggiato al muro, con in mano spazzole e asciugamani e l'aria triste e frastornata. Era evidente che vivere in servitù non gli andava granché a genio. E così, per verificare che la vista non mi stesse ingannando...


Quello si volge verso di me, col viso illuminato dalla gioia e mi dice: «Pietà, fratello. Ora che non ci sono armi in giro, posso parlare senza remore. Puniscimi come preferisci, ma liberami da quel criminale sanguinario: nella mia miseria, sarà per me una bella consolazione morire per mano tua». Io gli ordino di piantarla con quella lagna, per non render noti i fatti nostri alla gente e, dopo essermi sganciato da Eumolpo che, nel frattempo, si era messo a declamare carmi nel bagno, trascino via Gitone attraverso una viuzza sudicia e buia e filo dritto alla mia stamberga. E lì, dopo aver sprangato la porta, lo soffoco a forza di abbracci e col volto cancello dal suo viso le lacrime. Per un bel po' non fiatammo né l'uno né l'altro, anche perché il petto del ragazzino era squassato da gemiti senza tregua. «È un'indegna vergogna!» esclamai alla fine «Che io ti ami anche dopo che mi hai piantato, che nel mio cuore non ci sia più traccia di cicatrici, là dove prima c'era una ferita tanto profonda! Come puoi giustificare l'esserti dato a un altro? Mi meritavo un trattamento simile?». Quando si rese conto che io ero ancora preso di lui, inarcò le sopracciglia ancora più sorpreso...




«E pensare che avevo rimesso a te come unico giudice la decisione d'amore! Ma non mi lamento più di niente, non mi ricordo più di niente, se adesso sei disposto a rimediare alla tua colpa con un affetto sincero». E dopo aver pronunciato quelle parole in un profluvio di gemiti e lacrime, lui mi asciugò la faccia col mantello e disse: «Encolpio, mi affido alla tua memoria: sono io che ti ho piantato, oppure sei stato tu a tradirmi? Per quanto mi riguarda, ammetto in tutta sincerità che, quando ho visto due uomini armati, mi sono messo con quello più forte». Baciando di nuovo quella testina che ragionava in maniera tanto assennata, gliela presi tra le mani, e per fargli capire ch'era rientrato nelle mie grazie e che la nostra amicizia era tornata quella di una volta, me lo strinsi forte al petto.


92 Era già notte fonda e la padrona ci aveva preparato la cena come richiesto, quando Eumolpo bussò alla porta. «Quanti siete?» domandai io, correndo a sbirciare dal buco della serratura per accertarmi se c'era anche Ascilto. Ma quando vidi che il mio ospite era da solo, lo feci subito entrare. Quello si lasciò cadere sul mio letto. Scorgendo però Gitone impegnato ad apparecchiare, esclamò: «Gran bel pezzo di Ganimede! Qui stasera si folleggia». Questa curiosa uscita non mi andò giù per niente e cominciai a temere di essermi trascinato in casa uno simile ad Ascilto. Ma Eumolpo insisteva e, mentre il ragazzo gli porgeva da bere, gli disse: «Meglio te che tutti quelli del bagno messi insieme». Dopo essersi scolato il bicchiere tutto d'un fiato, ci confessò che non gli era mai capitato di peggio. «Mentre mi stavo lavando» disse lui, «per poco non mi prendevano a sprangate perché mi ero messo a declamare una poesia a quelli seduti sul bordo della vasca. Dopo esser stato scacciato dal bagno come se fossi stato a teatro, cominciai a girare in lungo e in largo e a chiamare a gran voce "Encolpio!". Ma dalla parte opposta vidi venire verso di me un giovane senza niente addosso (i vestiti li aveva persi), che gridava con lo stesso tono di voce arrabbiata "Gitone!". E mentre a me dei ragazzini facevano malamente il verso come se fossi stato fuori di testa, quello invece venne circondato da una enorme folla che gli batteva le mani con grande rispetto e ammirazione. Il fatto è che il tizio aveva tra le gambe un arnese talmente grosso che lui, dico l'uomo, sembrava una semplice appendice del suo membro. Che giovanotto in gamba! Mi sa che quello attaccava la sera e finiva la mattina. E infatti trovò subito chi gli diede una mano. Infatti, un tale non meglio identificato, un cavaliere romano (a quanto pare non uno stinco di santo), gli buttò addossso il mantello e se lo portò a casa per godersi, credo, da solo tutto quel ben di dio. Io, invece, non sarei riuscito nemmeno farmi ridare i vestiti dal guardaroba, se non avessi trovato un testimone. Com'è vero che al mondo è meglio lavorare d'uccello che non di cervello». Mentre Eumolpo raccontava questa storia, io continuavo a cambiare espressione, divertendomi un mondo per le disgrazie del mio avversario e rattristandomi di fronte ai suoi successi. Ad ogni modo me ne stetti zitto, fingendo di non sapere nulla di quella faccenda e ordinai che ci portassero la cena.




93 «Ciò che è alla portata di tutti non vale granché, e l'animo, portato com'è all'errore, finisce col preferire le ingiustizie.


Il fagiano importato dalla Colchide


e le galline d'Africa piacciono al nostro palato,


perché li trovi di rado. L'oca bianca invece


e l'anatra dalle penne screziate




hanno sapore plebeo. Uno scaro giunto


da spiagge lontane e i pesci che ci offre la Sirte,


se in più c'è di mezzo un naufragio, ci sono graditi.


Stufa invece la triglia. Vale più della moglie


l'amante, cede la rosa alla cannella.


Sempre pare migliore ciò che tocca cercare».


«È così» salto su io «che mantieni la promessa di non metterti a comporre versi per tutta la giornata di oggi? Che diamine, noi potresti anche risparmiarci, visto che non ti abbiamo ancora preso a sassate. Perché mi sa che, se qualcuno di quelli che stanno sbevazzando in questa taverna sente puzza di poeta in giro, tira giù dai letti tutto il vicinato e finisce che ci accoppa dal primo all'ultimo! Abbi quindi un po' di compassione e ricordati di quello che ti è successo alla pinacoteca e al bagno». Ma Gitone, buono dentro com'era, mi rimproverò per quelle parole e mi disse che non era affatto bello agire così, cioè mancare di rispetto a una persona più anziana e nel contempo di dimenticarsi dei doveri di ospitalità, offendendo Eumolpo dopo esser stato tanto gentile da invitarlo a cena. A questi rilievi ne aggiunse poi anche parecchi altri, ma detti con quella garbata moderazione che tanto si addicevano alla sua grazia.




94 EUMOLPO A GITONE. «Beata la mamma tua che ti ha fatto così: onore al merito! Non succede spesso che la saggezza sia unita alla bellezza. Perché tu non debba pensare di aver sprecato il fiato, sappi che in me hai trovato uno che ti vuole bene. Io riempirò le mie poesie con le tue lodi, e sarò tuo maestro e tua guardia del corpo, anche se non lo vorrai. E poi a Encolpio non gli faccio mica un torto: è innamorato di un altro, lui». Encolpio poteva ringraziare quel soldato che mi aveva portato via la spada, perché altrimenti tutta la mia rabbia contro Ascilto l'avrei scaricata sul suo sangue. Il che non sfuggì a Gitone che uscì dalla camera col pretesto di andarsi a prendere un bicchier d'acqua, e così, durante questa sua assenza strategica, la rabbia mi sbollì a poco a poco. E quando i nervi mi si distesero un pochino, gli dissi: «Ascolta, Eumolpo, preferisco che tu ti metta a snocciolare versi, piuttosto che farti venire certe idee. E poi, se tu sei uno che si infoia, io sono un collerico: lo vedi benissimo, caratteri del genere non possono legare. Fa' quindi conto che io sia pazzo, cedi alla mia follia, cioè togliti immediatamente dai piedi». Sconcertato da questa dichiarazione, Eumolpo, senza indagare sui motivi della mia scenata, con un balzo raggiunse l'ingresso, si tirò dietro la porta e, senza che io me ne rendessi conto, me la chiuse in faccia, portandosi via la chiave per correre a cercare Gitone.


Intrappolato lì dentro, decisi di farla finita impiccandomi al soffitto. Avevo già legato la cintura alla sponda del letto appoggiato alla parete e stavo già per infilare la testa dentro il cappio, quando la porta si spalancò ed entrarono Eumolpo e Gitone che mi riportarono alla luce della vita impedendomi di compiere quel passo fatale. Soprattutto Gitone che, passando dal dolore alla rabbia in un crescendo isterico, mi afferò con entrambe le mani scaraventandomi sul letto: «Ti sbagli di grosso» esclamò, «se credi di potertene morire prima di me: ci ho pensato prima io. Quand'ero in camera di Ascilto, ho cercato di procurarmi una spada, e se non ti avessi trovato mi sarei ucciso buttandomi in qualche burrone. E perché tu possa renderti conto che la morte non gira alla larga di quelli che la cercano, sta' a vedere quel che tu volevi far vedere a me». Detto fatto, strappa un rasoio dalle mani del servo di Eumolpo e, dopo essersi assestato un paio di colpi alla gola, crolla a terra ai nostri piedi. Io caccio un urlo di terrore e, buttandomi su di lui, cerco di togliermi anch'io la vita con quello stesso arnese. Ma se Gitone non si era fatto manco un graffio, io non avevo male in nessun punto. E infatti, nell'astuccio c'era un rasoio spuntato e privo di filo, come quelli che usano i garzoni dei barbieri per farsi la mano. Ecco perché il servo se l'era lasciato prendere senza fare una piega, ed Eumolpo non aveva interrotto quel suicidio farsa.


95 Mentre era in corso questa sceneggiata da innamorati, entrò l'albergatore con una portata della cena e, vedendoci nel pieno di quell'avvitamento sfrontato di corpi sul pavimento, disse: «Ma vi prego: siete ubriachi, evasi, o tutte e due le cose insieme? Chi è che ha tirato su quel letto e che cosa significano tutti questi armeggi furtivi? Ci scommetterei che volevate svignarvela nel cuore della notte senza pagarmi la stanza! Ma non la passerete liscia, perché vi farò vedere io che questa pensione è di Marco Mannicio, e non di una vedova». «Anche le minacce, adesso?» saltò su Eumolpo, assestandogli un sonoro ceffone sulla faccia. Ma quello, che a forza di bicchierini scolati coi clienti era un po' andato, scaraventa un orcio di argilla sulla testa di Eumolpo, gliela spacca facendolo urlare dal dolore e quindi se la fila. Imbestialito da quell'affronto, Eumolpo afferra un candelabro di legno e si butta all'inseguimento, vendicandosi del sopracciglio a suon di legnate. Accorrono in massa i servi e i clienti ubriachi. Io allora, cogliendo la palla al balzo per prendermi la rivincita su Eumolpo, lo chiudo fuori rendendogli così pan per focaccia, e mi preparo a godermi la camera e la notte senza più rivali.


Intanto i cuochi e i pensionanti se la prendono con quel disgraziato rimasto chiuso fuori: c'è chi gli vuole ficcare in un occhio uno spiedo ancora pieno di frattaglie sfrigolanti, e c'è chi invece gli si fa sotto minaccioso brandendo un gancio da macellaio. Più di tutti una vecchia cisposa, con addosso un grembiule sudicio e ai piedi due zoccoli spaiati, si fa avanti trascinando un enorme cane legato alla catena e lo aizza contro Eumolpo che, nel frattempo, si difende da tutti quegli assalti impugnando il candelabro.


96 Noi ci godevamo tutto lo spettacolo guardando attraverso il buco che si era aperto poco prima nella porta quando era saltata via la maniglia, e io gioivo al vedere Eumolpo che ne prendeva un sacco e una sporta. Gitone però, pietoso com'era sempre, sosteneva che avremmo dovuto aprire la porta e intervenire in suo aiuto. Ma io, che dentro ero ancora arrabbiato nero, non riuscii più a frenare la mano e gli rifilai un bel colpo in testa a pugno chiuso. Lui scoppiò a piangere e si andò a buttare sul letto. Io invece, dopo essermi rimesso a sbirciare dal buco prima con un occhio, poi con l'altro, mi stavo godendo le mazzate assestate a Eumolpo come se fossero state dei manicaretti e gli consigliavo di scegliersi un avvocato, quand'ecco che Bargate, amministratore dello stabile avvertito nel pieno della cena, fece il suo ingresso in lettiga proprio nel bel mezzo di quel putiferio. Quello, che in più ci aveva anche la gotta, dopo aver investito con voce cavernosa e piena di rabbia gli ubriachi e gli evasi, scorgendo Eumolpo gli disse: «O sommo tra tutti i poeti, eri tu? Ma cosa aspettano a togliersi di torno questi schiavi fottuti e a piantarla con la rissa?».




[L'AMMINISTRATORE BARGATE A EUMOLPO] «La mia compagna ha alzato la cresta. Perciò, se mi vuoi bene, vedi di darle un po' addosso coi tuoi versi, che si esalti un po' meno».




97 Mentre Eumolpo e Bargate se ne stavano a confabulare in disparte, entrò nella locanda un banditore accompagnato da un pubblico ufficiale e da un modesto codazzo di gente e, sventagliando una torcia che faceva più fumo che luce, proclamò: «Poco fa si è smarrito nei bagni un ragazzo di circa sedici anni, ricciolino, delicato, bello, di nome Gitone. Chi volesse riportarlo o fornire indicazioni per rintracciarlo riceverà mille sesterzi di ricompensa». A due passi dal banditore c'era Ascilto intabarrato in una veste variopinta e con in mano un vassoio d'argento sul quale aveva in bella mostra il denaro. Ordinai a Gitone di buttarsi subito sotto il letto e di aggrapparsi mani e piedi alle cinghie che reggevano il materasso, convinto che così appeso al letto sarebbe sfuggito anche se avessero frugato per bene là sotto, un po' come in passato Ulisse era riuscito a sfuggire al Ciclope attaccandosi al ventre di un montone. Gitone non se lo fece ripetere e in un secondo si abbrancò alle cinghie, superando in astuzia lo stesso Ulisse. Per non dare adito a sospetti, riempii il letto di vestiti, creando l'impronta di un unico corpo su per giù della mia stazza.


Nel frattempo Ascilto, dopo aver passato in rassegna con il messo tutte le stanze, giunse di fronte alla mia e, quando vide che era sprangata per bene, cominciò a essere assai speranzoso. L'usciere fece saltare la serratura infilando una scure tra i battenti. Io allora mi buttai ai piedi di Ascilto e, in nome dell'amicizia di un tempo e delle disgrazie patite insieme, lo supplicai di farmi almeno vedere il fratellino. Anzi, per rendere le mie false suppliche ancora più efficaci, gli dissi: «Lo so benissimo, Ascilto, che sei venuto qui per uccidermi. Se no perché mai avresti portato le scuri? Sfoga dunque la tua rabbia: eccoti la mia testa, spargi pure il mio sangue, visto che è questo che volevi con la scusa della perquisizione». Ascilto questa accusa la respinge e assicura di essere solo sulle tracce del ragazzino sfuggitogli e di non avere alcuna intenzione di ammazzare un uomo, e tanto più uno che lo stava supplicando e a cui era ancora attaccatissimo nonostante quella tremenda litigata.


98 Ma il messo non fa troppo i complimenti e, prendendo un bastone dalle mani dell'albergatore, lo infila sotto il letto, passando in rassegna anche i buchi nella parete. Gitone cercava nel frattempo di schivare i colpi e tratteneva il respiro, tutto intimorito, e con ormai la faccia tra gli insetti del materasso.




Ma siccome la porta scardinata della stanza non era più un ostacolo per nessuno, ecco Eumolpo catapultarsi dentro eccitato come non mai. «I mille sesterzi me li becco io» dice trillante. «Adesso raggiungo il messo che sta già allontanandosi e gli spiffero che Gitone è qui con te, così mi prendo la più meritata delle rivincite». Io mi butto ai suoi piedi e, nonostante continuasse a insistere con quell'idea, lo imploro di non uccidere un uomo morto. «Se solo Gitone fosse qui» spiego io, «avresti ragione a dare in escandescenze, ma il tipetto se l'è squagliata in mezzo a tutto questo can can, e non riesco nemmeno a immaginare dove sia andato a nascondersi. Te ne prego, Eumolpo, riportalo qua, e poi riconsegnalo pure ad Ascilto». E quando ero ormai quasi riuscito a convincerlo, Gitone, non riuscendo più a trattenere il fiato da tanto era pieno, starnutì tre volte di seguito in maniera così violenta da far tremare il letto. A quel mezzo finimondo Eumolpo si volta e dice a Gitone «Salute!». Poi, dopo aver tirato via anche il materasso, ci scopre sotto un Ulisse contro il quale non avrebbe infierito nemmeno un Ciclope affamato. E, voltandosi di scatto verso di me, mi fa: «E questo cos'è, pezzo di canaglia? Non hai il coraggio di ammettere la verità nemmeno quando ti si coglie in flagrante! Ma che dico? Se una qualche divinità, arbitra delle cose umane, non avesse costretto questo ragazzo a indicare la propria presenza con un segno, adesso io sarei in giro per bettole a dargli la caccia come un cretino».




Gitone, che era molto più disponibile di me, gli tamponò la ferita al sopracciglio con delle ragnatele intinte nell'olio. Poi, dopo avergli dato il proprio mantello in cambio dei suoi stracci laceri, quando lo vide un po' più tranquillo, gli buttò le braccia al collo e coprendolo di baci gli disse: «Caro paparino, siamo nelle tue mani - ti rendi conto? -, nelle tue mani. Se vuoi bene al tuo Gitone, comincia a pensare a come salvarlo. Vorrei che a bruciare nel fuoco impietoso fossi io solo, io solo a essere travolto dalla furia del mare in inverno! Perché io solo sono la causa e l'origine prima di tante sventure. Se almeno morissi, tra i nemici tornerebbe la pace».




99 EUMOLPO. «Sempre e dovunque io ho vissuto godendomi ogni giorno presente come se fosse l'ultimo e destinato a non tornare mai più».




In un mare di lacrime, lo prego e lo scongiuro di fare la pace anche con me, perché quando si ama alla gelosia non c'è freno. Per altro gli prometto di non dire e non fare più nulla che potesse dargli fastidio. A patto però che lui, da maestro di nobili discipline qual era, cancellasse dall'animo suo ogni traccia di rancore. «Nei luoghi incolti e selvaggi la neve dura più a lungo, ma dove invece la terra risplende domata dall'aratro, la brina leggera si scioglie mentre parli. Stessa cosa fa l'ira che alberga nei nostri cuori: dura tenace nelle menti rozze, non si sofferma su quelle raffinate». «Perché tu sappia com'è vero quel che dici» replicò Eumolpo, «eccoti qua un bacio col quale metto fine alla collera. E ora, che il cielo ce la mandi buona, fate su le valigie e seguitemi o, se preferite, andate avanti voi». Non aveva ancora finito di parlare, che la porta venne spalancata con una spallata e comparve sulla soglia un marinaio con un barbone ispido sulla faccia. «Guarda, Eumolpo, che sei in ritardo» gli disse, «come se non sapessi la fretta che abbiamo». Allora ci alzammo tutti senza perdere un minuto di più, ed Eumolpo diede ordine al suo servo, che nel mentre si era appisolato, di incamminarsi con il bagaglio. Quanto a me, dopo aver sistemato insieme a Gitone i nostri straccetti in una sacca di pelle, raccomando l'anima alle stelle e salgo a bordo. |[continua]|




|[SATIRICON, 4]|


100 «Certo che è una bella seccatura che il ragazzino piaccia a un estraneo. Ma non appartiene a tutti ciò che di più bello ha fatto la natura? Il sole risplende per tutti e la luna, insieme a tutte le altre stelle infinite, guida anche le bestie al pascolo. Cosa c'è di più prezioso dell'acqua? Eppure scorre per tutti. Possibile che unicamente l'amore sia un furto invece che una ricompensa? Niente affatto: io un bene che la gente non mi invidia non ce lo voglio mica avere. Un solo individuo, e per di più avanti negli anni, non mi preoccupa più di tanto. E se poi anche volesse prendere delle iniziative, gli verrebbero a mancare le energie». Dopo aver stabilito questi


principi fondamentali ed essermi preso un po' in giro pur non credendoci granché, cominciai a far finta di dormire tutto imbacuccato nel cappuccio.


Ma all'improvviso, come se la Fortuna avesse voluto sbriciolare tutta la mia sicurezza, mi arrivò da poppa lì in coperta il lamento di una voce che diceva: «Allora mi ha preso per i fondelli?». La voce che mi fece sobbalzare era quella di un uomo, e per le mie orecchie aveva qualcosa di familiare. Come se ciò non bastasse, anche una voce di donna, pure lei imbestialita, echeggiò ancora più infervorata: «Se solo un dio mi mettesse tra le mani Gitone, glielo darei io un bel benvenuto a quel cialtrone!». Di fronte a quel suono a sorpresa, sia io che Gitone rimanemmo senza fiato col sangue che ci si gelava nelle vene. Soprattutto io, come se avessi avuto un incubo allucinante, dopo un attimo di sconcerto provai a raccogliere la voce e, tastando con il tremolio alle mani la veste di Eumolpo che era già mezzo assopito, gli dissi: «Santo dio, paparino, sai di chi è questa nave e chi sono i passeggeri?». Ma lui, seccatissimo, la prende male e replica: «È per non lasciarmi riposare in pace che hai voluto ci andassimo a imboscare nel punto più appartato della nave? Che importanza vuoi che abbia, quando ti ho detto che la nave è di Lica, un tipo di Taranto, e che porta a Taranto Trifena, un'esule?».


101 Fulminato da quella notizia, mi misi a tremare tutto e, tirando fuori la testa dal cappuccio, dissi: «Questa volta, o Fortuna, mi hai proprio annientato». Gitone rimase invece a lungo con la testa appoggiata sul mio petto, come se fosse sul punto di rendere la bell'anima a dio. Quando poi un sudore copioso ci richiamò entrambi alla vita, io mi buttai ai piedi di Eumolpo e gli dissi: «Abbi pietà di due cadaveri annunciati e, non fosse altro per la comune passione che abbiamo per le lettere, dammi una mano: siamo spacciati e, se la morte deve avvenire tramite tuo, finisce che è pure un beneficio». Sbalordito di fronte a questa antipatica insinuazione, Eumolpo giura su tutti gli dèi e le dee di non essere al corrente di nulla, di non averci voluto tendere alcun tipo di tranello, ma di averci fatti salire con le migliori intenzioni e in tutta buona fede su quella nave, dove già fin da prima aveva deciso di imbarcarsi. «Ma di che razza di pericoli parlate» esclamò poi, «e chi è questo Annibale che viaggerebbe con noi? Lica di Taranto, uomo assolutamente a posto, non è soltanto il comandante e il proprietario di questa nave, ma ha anche parecchi terreni e un'impresa di spedizioni, e ora sta trasportando un carico al mercato. È questo il Ciclope e il pirata con patente cui noi dobbiamo il passaggio. Oltre a lui c'è poi Trifena, una delle donne più belle del mondo, che naviga per suo piacere un po' qua un po' là». «Ma è proprio da questi due che noi vogliamo scappare», rispose Gitone e tutto d'un fiato spiegò ad Eumolpo che lo ascoltava trepidante le ragioni del loro odio e il pericolo che incombeva sulle nostre teste. Ma lui, in preda alla confusione e a corto di idee com'era, suggerì che ciascuno di noi dicesse la sua. «Fate finta» aggiunse «che siamo finiti nell'antro del Ciclope. A meno di buttarci in mare e liberarci così di tutti i nostri guai, bisogna pure che troviamo una via d'uscita». «Potresti invece» intervenne Gitone «convincere il pilota a fare scalo in qualche porto - ovviamente gli pagheremmo il favore -, magari raccontandogli che tuo fratello non resiste al mal di mare ed è agli sgoccioli ormai. Riuscirai a rifilargli questa frottola se mostri un viso afflitto e ti vengono le lacrime agli occhi, in modo che il pilota si lasci prendere dalla compassione e ti accontenti». Ma Eumolpo disse che una cosa del genere non era nemmeno pensabile, «perché le navi di grossa stazza» spiegò «non possono entrare nei porti piccoli, e perché alla storia del fratello che sta per andarsene lì su due piedi è difficile che ci si creda. Metti poi che Lica, per puro dovere d'ufficio, voglia dare un'occhiata al moribondo. In tal caso, sarebbe davvero un bel guadagno far venire qui il comandante proprio mentre tentiamo di svignarcela. Ammesso e concesso poi che la nave possa cambiare rotta deviando nel corso di un viaggio tanto lungo e che Lica non vada a ispezionare l'infermeria, come pensi di poter lasciare la nave senza esser visti da tutti? Con la testa coperta, o forse scoperta? Uscendo con la testa coperta, chi non vorrebbe dare una mano a dei sofferenti? Optare invece per la testa nuda, cos'altro sarebbe se non denunciarci da soli?».


102 «E perché» intervenni io, «non rischiare il tutto per tutto? Potremmo calarci con una fune in una scialuppa e, dopo aver tagliato la cima, affidarci in toto alla Fortuna. Ovvio però che Eumolpo in un rischio del genere non lo coinvolgiamo. Che senso avrebbe infatti esporre un innocente a un pericolo che riguarda altri? Sarei già contento se il caso ci assistesse mentre ci caliamo con la fune». «Come piano non sarebbe male» osservò Eumolpo, «se solo lo si potesse mettere in pratica. Ma come riusciremo a svignarcela senza che nessuno si accorga di noi? Per lo meno il timoniere, visto che sta su tutta la notte e sorveglia perfino i movimenti delle stelle. Ad ogni modo, riusciremmo a fregarlo caso mai stesse dormendo, ma bisognerebbe tentare la fuga in un altro punto della nave. Solo che bisogna calarsi da poppa, dove c'è il timone, perché è proprio di lì che pende il cavo che tiene la scialuppa. E poi mi meraviglio, Encolpio, di come non ti sia venuto in mente che sulla barca c'è sempre un marinaio di guardia, giorno e notte, e che non è possibile liberarsene se non eliminandolo fisicamente o scaraventandolo fuori bordo con la forza. Ma voi avreste il fegato per farlo? Per quel che poi concerne la mia partecipazione alla cosa, io non mi tiro indietro di fronte ad alcun pericolo, a patto però che ci sia una qualche speranza di riuscita. E infatti credo che nemmeno voi abbiate intenzione di buttarvi allo sbaraglio rischiando la vita per niente. Sentite un po', invece, questa mia idea: io vi metto in due sacchi di pelle, li lego con cinghie e li metto tra i miei bagagli, lasciandone, è ovvio, un po' aperte le estremità perché possiate respirare e mangiare qualcosa. Poi, nel cuore della notte, mi metto a gridare che i miei due servi, per paura di chissà quale tremenda punizione, si sono buttati in mare. Una volta arrivati in porto, io vi scarico come se foste dei miei bagagli e senza che nessuno se ne accorga». «Sicché» faccio io «ci vorresti impacchettare come se non avessimo buchi e non ci venisse mai il mal di pancia? O come gente che non ha l'abitudine di starnutire o russare? Oppure perché un giochetto del genere è andato bene in un'altra occasione? Ma metti pure che noi si riesca a resistere per un'intera giornata legati in quella maniera: come andrebbe a finire se la bonaccia o una tempesta ci trattenessero in mare più a lungo? Che cosa potremmo fare? Anche i vestiti, a forza di stare schiacciati, finisce che fanno le pieghe, e i fogli di carta si deformano se li si lega troppo stretti. E poi, dei giovani come noi, non abituati agli strapazzi, credi che potrebbero resistere legati e impacchettati come statue?...




Niente da fare. Bisogna trovare un'altra via d'uscita. State un po' a sentire la mia di idea. Eumolpo, da buon letterato qual è, ha sicuramente dell'inchiostro con sé. Possiamo servircene e tingerci la pelle dalla testa ai piedi. Prendendoci così per degli schiavi etiopi ai tuoi ordini, riusciremo a evitare allegramente ogni pericolo senza l'incubo di torture, e col diverso colore della pelle la faremo in barba ai nostri avversari». «Ma perché allora» interviene Gitone «non ci circoncidi pure, per farci sembrare dei Giudei, o non ci fai i buchi alle orecchie che ci scambino per Arabi, o non ci spalmi la faccia di gesso così che in Gallia ci prendano per concittadini? Come se solo un po' di colore bastasse a cambiarci i connotati, e non ci fosse bisogno di tutta una serie di accorgimenti perché il giochetto funzioni. Mettiamo pure che la tintura sulla faccia possa resistere a lungo. E supponiamo anche che qualche spruzzo d'acqua non ci riempia la pelle di macchie, o che i vestiti non si attacchino all'inchiostro (cosa questa possibilissima, anche nei casi in cui non c'è la colla), ma con le labbra come la mettiamo? Non possiamo mica deformarle gonfiandole in quell'orrenda maniera. E i capelli? Li arricciamo col ferro caldo? E la fronte? Ce la riempiamo di cicatrici apposta? E le gambe? Le facciamo diventare arcuate? Ci mettiamo a camminare coi piedi piatti? E la barba? Ce la facciamo crescere come quelli là in Etiopia? La tintura artefatta ti sporca il corpo, ma non te lo cambia. Sentite un po' che cosa mi suggerisce la paura: tiriamoci i vestiti sulla testa e buttiamoci in mare».


103 «Che gli dèi e gli uomini» esclamò Eumolpo, «non vi permettano di finire così male! Fate piuttosto come dico io: il mio servo, come avete notato dal rasoio, sa fare il barbiere: vi raderà in un attimo non solo la testa ma anche le sopracciglia. Poi intervengo io e vi imprimo sulla fronte una bella scritta come si deve, perché passiate per dei bollati a fuoco. Così sarà proprio quella scritta a sviare i sospetti di chi vi sta braccando: il marchio nasconderà i vostri veri lineamenti».


Non perdemmo tempo a mettere in atto il nostro piano: dopo aver raggiunto di nascosto un angolo della nave, offrimmo testa e sopracciglia al barbiere che ce le radesse. Eumolpo, dal canto suo, ci tappezzò la fronte di lettere cubitali, disegnandoci, senza troppe economie, su tutta la faccia la ben nota sigla degli schiavi fuggiaschi. Ma per puro caso, uno dei passeggeri che era lì appoggiato al parapetto per liberarsi lo stomaco in balia del mal di mare, vedendo al chiaro di luna il barbiere in piena attività a quell'ora tanto insolita, inveendo contro quel presagio in tutto simile al voto estremo che di solito fanno i naufraghi, se ne tornò in fretta e furia alla sua cuccetta. E noi, fingendo di non dare alcun peso alle bestemmie di quel tipo alle prese con la nausea, ripiombammo nell'angoscia di prima e quindi, accovacciandoci in silenzio, trascorremmo il resto della notte in un inquieto dormiveglia.




104 LICA. «Mentre dormivo, mi è sembrato che Priapo mi dicesse: "Visto che stai cercando Encolpio, sappi che è stato da me condotto sulla tua nave"». Trifena rabbrividì e poi disse: «Manco avessimo dormito insieme! Perché anche a me è sembrato che la statua di Nettuno, da me vista nel tempio di Baia, mi dicesse: "Sulla nave di Lica ritroverai Gitone"». «Questo ti dimostra chiaramente» replicò Eumolpo, «che uomo di genio sia Epicuro, là dove mette così argutamente in ridicolo le superstizioni di questo tipo».


Ma dopo aver fatto i debiti scongiuri a seguito del sogno di Trifena, Lica osservò: «E chi ci vieta di dare un'occhiata in giro per la nave? Così, giusto per far vedere che non ce ne infischiamo dei segni del cielo».


Quel tipo che nel cuore della notte ci aveva disgraziatamente sorpresi nel pieno dei nostri maneggi, un certo Eso, saltò subito su e disse: «Ma allora chi sono quei due che stanotte davano un pessimo esempio, facendosi radere al chiaro di luna? Perché ho sentito dire che nessun mortale dovrebbe, nel corso di una traversata, tagliarsi unghie e capelli, a meno che non infuri la tempesta».


105 «Cosa?» saltò su a dire Lica, sconvolto da queste parole. «Qualcuno si è fatto tagliare i capelli su questa nave, e per di più nel cuore della notte? Portatemi qui subito quelle canaglie, perché voglio proprio sapere a chi devo tagliare la testa per allontanare il malocchio da questa nave!». «Sono io che l'ho ordinato» intervenne Eumolpo, «e non certo per attirare il malocchio su questa nave (visto che ci viaggio anch'io), ma perché quelle due fecce avevano i capelli così lunghi e scarmigliati che, per non dare l'impressione che la nave si fosse trasformata in una galera, gli ho ordinato di togliersi di dosso tutto quello schifo, ma nel contempo anche perché senza più quella massa di capelli sulla fronte, tutti potessero leggere chiaramente il marchio dell'infamia che si portano dietro. Pensate che oltretutto si stavano mangiando i miei soldi spassandosela con una ganza che avevano in comune. Ed è proprio a casa di quella lì che ieri notte li ho portati via inondati di vino e di profumo. Per farla breve, hanno ancora addosso l'odore di quei pochi quattrini che mi restano».




Così, per placare il nume protettore della nave, fu deciso di rifilarci quaranta nerbate a testa. E non ci stettero mica a pensare su: alcuni marinai con funi alla mano ci saltano addosso come furie e cercano di placare il dio tutelare col nostro sangue miserabile. Le prime tre nerbate io le ressi con la fermezza di uno spartano. Gitone, invece, alla prima tirò un urlo tanto forte, che Trifena ne riconobbe subito la ben nota voce, e non solo la padrona rimase turbata, ma anche le sue ancelle, colpite dal suono familiare di quell'urlo, si buttarono in massa sul malcapitato. Ma Gitone, bello com'era, aveva già disarmato i marinai per conto suo e, anche senza aprir bocca, stava cercando di impietosire i suoi carnefici, quando tutte le ancelle si misero a gridare in coro: «È Gitone, è Gitone! Fermi con quelle manacce! È Gitone, signora, presto!». Trifena, che aveva capito d'istinto, drizza le orecchie e si precipita dal ragazzo. Quanto a Lica, che mi conosceva benissimo, come se avesse anche lui sentito la mia voce, accorse in coperta e, senza nemmeno guardarmi la faccia e le mani, mi inquadrò subito l'arnese e palpeggiandolo con tocchi premurosi disse: «Salute a te, Encolpio». Non c'è quindi da meravigliarsi che la balia avesse riconosciuto Ulisse a vent'anni di distanza solo per una cicatrice, se a quel furbone, nonostante la mia faccia e il resto del corpo fossero resi irriconoscibili dal travestimento, bastò un unico segno di riconoscimento per identificare con tanta precisione l'uomo che lo aveva abbandonato. Trifena, invece, ingannata dal nostro trucco - credeva infatti fosse vera la lettera che avevamo incisa sulla fronte -, scoppiò a piangere e con un filo di voce si mise a chiederci in quale galera fossimo finiti nelle nostre avventure di sbandati, e di chi fossero state le mani che avevano infierito su di noi in quel modo. Però ammetteva che un po' ce lo meritavamo tutto quel penare, noi che ce l'eravamo svignata infischiandocene delle sue attenzioni...


106 Ma Lica, infiammato dalla rabbia, salta su e dice: «Stupida d'una donna! Cosa ti credi, che gliel'abbiano incise col ferro rovente quelle lettere? Magari avessero davvero la fronte deturpata da quel marchio! Se così fosse, noi adesso avremmo almeno una piccola consolazione. Invece ci hanno preso in giro con tiri da farsa, infinocchiandoci con una finta scritta».


Trifena era disposta alla pietà, perché non aveva ancora perso del tutto la speranza di spassarsela, ma Lica, che si ricordava benissimo della moglie sedotta e dell'affronto patito sotto il portico di Ercole, con la faccia stravolta dalla rabbia disse: «Che gli dèi immortali si occupano delle cose umane, mi sa che ormai l'hai capito benissimo, Trifena. Infatti ci hanno portato qui sulla nave queste canaglie senza che loro se ne rendessero conto, e ce ne hanno segnalato la presenza con due sogni identici. Vedi un po' se li possiamo perdonare, quando son stati gli dèi in persona a mandarceli qui perché fossero castigati. Personalmente non ho intenzione di infierire, ma temo che risparmiandoli debba poi essere io a pagarla cara». Trasformata nella sua opinione da un discorso tanto pieno di scrupoli religiosi, dice di non volersi opporre alla pena, approvando anzi in pieno la vendetta proposta. Infatti anche lei, non meno di Lica, era stata offesa nella dignità individuale e svergognata di fronte a tutti.




107 EUMOLPO. «Questo incarico lo hanno affidato a me, in qualità di persona a voi non sconosciuta, e mi hanno pregato di riconciliarli con quelli che un tempo erano loro grandissimi amici. A meno che non pensiate che questi due ragazzi siano qui per una pura coincidenza, quando la prima cosa che ogni passeggero chiede prima di imbarcarsi è proprio l'identità delle persone cui si affida. Siate quindi comprensivi, ora che avete avuto la vostra soddisfazione, e lasciate che proseguano liberi e senza danni il loro viaggio fino a destinazione. Anche i padroni più duri e inflessibili moderano il loro risentimento quando gli schiavi fuggiti tornano pentiti, e noi risparmiamo la vita ai nemici che si arrendono. Che cosa altro volete o pretendete di più? Sono qui supplici al vostro cospetto dei giovani di buona famiglia, onesti, e - cosa questa che conta ancora di più - legati a voi in passato da rapporti di grande intimità. Anche se vi avessero portato via del denaro, o avessero tradito la vostra fiducia, potreste per dio farvi bastare la pena di cui siete al presente testimoni. Eccoveli qua, col marchio dell'infamia sulla fronte, e i nobili volti sfregiati dai simboli di una punizione che si son voluti infliggere da soli». Ma Lica troncò di netto l'arringa del nostro difensore dicendo: «Non confondere le carte in tavola, ma limitati ad esaminare le cose una per volta. Tanto per cominciare, se sono venuti di loro spontanea volontà, per quale ragione si sono rasati la testa? Chi cambia i suoi lineamenti, prepara un inganno con una scusa, mica per venirsi a scusare. E poi, se pensavano di ottenere il perdono per tramite tuo, tu perché hai fatto di tutto per nasconderli? Ne consegue che questi due avanzi di galera nella rete ci sono finiti per caso, e tu hai cercato di sottrarli alla rabbia della nostra punizione. Quanto poi al tuo tentativo di metterci in cattiva luce starnazzando che questi due sono onesti e di buona famiglia, sta' attento a non peggiorare la situazione con questo tuo tono tronfio. Che cosa deve fare la parte lesa, quando il colpevole si va a costituire? Ma sono stati nostri amici: a maggior ragione meritano un castigo più duro, perché chi fa del male a uno sconosciuto lo chiamiamo furfante, mentre chi lo fa agli amici è poco meno di un parricida». Eumolpo, cercando di confutare una requisitoria tanto spietata, disse: «Mi rendo perfettamente conto che questi due giovani non potevano commettere nulla di peggio che tagliarsi i capelli nel cuore della notte, e questo spiegherebbe il fatto che sulla nave costoro ci sono arrivati per caso e non per loro spontanea volontà. Ma in tutta franchezza vorrei vi fosse chiaro in che modo si siano semplicemente svolte le cose. Prima di imbarcarsi, volevano liberarsi la testa di tutto quel peso superfluo e fastidioso, ma l'improvviso rinforzo del vento li distolse dal mettere in pratica quell'igienico proposito. Ritennero tuttavia che per portare a termine quanto avevano deciso di fare il dove non avesse alcuna importanza, dato che non erano al corrente né delle credenze né delle superstizioni tipiche di chi naviga». «Ma per ottenere il nostro perdono» interruppe Lica «c'era forse bisogno di farsi radere i capelli? Non sarà mica che i calvi, di solito, destano più pena? Ma che senso ha arrivare alla verità attraverso un intermediario? Tu, piuttosto, che cosa ne dici, razza di cialtrone? Quale salamandra ti ha fatto cadere le sopracciglia? A quale divinità hai votato le chiome? Rispondi, canaglia!».


108 Terrorizzato all'idea della punizione, io me ne stavo lì imbambolato e, confuso com'ero di fronte all'evidenza dei fatti, non sapevo cosa ribattere... e oltretutto la vergogna di avere la testa rapata e la fronte liscia per la mancanza di sopracciglia mi impediva di dire e di fare qualunque cosa. Ma quando poi presero a strofinarmi con una spugna bagnata la faccia rigata dalle lacrime, e l'inchiostro, colando da ogni parte, mi trasformò il viso in un mascherone nero, allora la rabbia si convertì in odio. Eumolpo protestava che non avrebbe permesso a nessuno di infierire in quella maniera, andando contro le leggi della morale, dei giovani di buona famiglia, e cercava di opporsi alle minacce di quelle belve inferocite non solo con le parole ma anche ricorrendo all'uso delle mani. In questa sua fiera opposizione lo spalleggiavano il servo e un paio di passeggeri che però, malmessi com'erano, costituivano un conforto verbale più che un aiuto fisico. Io invece non sto a implorare nulla per me stesso ma, mostrando i pugni a Trifena, mi metto a gridare a squarciagola che sarei ricorso alla violenza se lei, quella stramaledetta femmina che lì sulla nave era l'unica a dover essere presa a nerbate, non avesse smesso di tormentare Gitone. Ma Lica, indispettito da quella mia impudente uscita, perde la tramontana, vedendo che, invece di pensare alla mia situazione, son lì che sbraito tanto per un altro. Anche Trifena, toccata nel vivo dalle mie frecciate, si scatena di brutto, e tutta la ciurma comincia a dividersi in due schiere. Da una parte il servo-barbiere ci distribuisce i suoi rasoi armandosi anche lui; dall'altra i servi di Trifena ci mostrano i pugni, mentre anche le ancelle partecipano allo scontro strillando a più non posso. Soltanto il timoniere dichiara che avrebbe lasciato andare la nave alla deriva, se non cessava la gazzarra provocata dalla foia di quei depravati. Ciò nonostante il furore dei duellanti non accenna a placarsi, decisi com'erano quelli a vendicarsi, e noi a salvare la pelle. Sia di qui che di là ne andarono al tappeto parecchi, anche se nessuno ci lasciò le penne, mentre in molti abbandonarono sanguinanti lo scontro, proprio come in una battaglia vera, senza che però a nessuno si placassero i bollenti spiriti. Allora Gitone, coraggiosissimo, si accostò il rasoio funesto alle parti basse, minacciando di tagliar via la causa di tutti quei guai. Ma Trifena si buttò a impedire un delitto tanto grave, mostrandosi però disposta al perdono. Allora anch'io mi accostai numerose volte il rasoio alla gola, deciso però a togliermi la vita tanto quanto Gitone lo era di mettere in pratica il suo di proposito. Lui però recitava la scenetta tragica con maggiore convinzione, perché sapeva di avere in mano proprio il rasoio col quale si era già in precedenza tagliato il collo. Quando fu chiaro che, stando così le cose da entrambe le parti, quella non sarebbe stata una scaramuccia delle solite, il timoniere ottenne non senza sforzi che Trifena, in qualità di mediatrice, proponesse una tregua. Dopo esserci così scambiati i giuramenti secondo la consuetudine dei nostri padri, Trifena avanza con in mano un ramo d'olivo tolto al dio protettore della nave, e coraggiosamente si fa avanti a parlamentare:


«Quale furore trasforma la pace in guerra?


Che colpa scontano le nostre truppe? Su questa nave


l'eroe troiano non conduce seco


il pegno sottratto all'Atride ingannato;


qui Medea non combatte furiosa per mezzo del sangue fraterno,


ma l'amore spregiato schiera le sue milizie. Ahimè,


chi impugnando le armi desidera affrettare la sorte?


Una morte non è già abbastanza? Non vincete per furia


il mare, altri flutti di sangue non date ai gorghi selvaggi».


109 Quando la donna proruppe in queste commosse parole, la mischia cessò per un attimo, e le schiere, richiamate alla pace, interruppero lo scontro. Eumolpo, il nostro capo, coglie al volo quell'attimo di rinsavimento e, dopo aver mosso i rimproveri più aspri a Lica, suggella i termini di un trattato, le cui clausole erano le seguenti: «Nel pieno possesso delle tue facoltà mentali, tu, Trifena, prometti di non lamentarti più dell'affronto subito da Gitone, e di non accusarlo, di non vendicartene e di non perseguitarlo in alcun modo per tutto quello che tra di voi c'è stato fino a oggi. Inoltre ti impegni a non pretendere dal ragazzo, qualora non sia pienamente consenziente, che ti abbracci, ti baci, venga a letto con te, pena il pagamento di un'ammenda di cento denari in contanti. Allo stesso modo, tu, Lica, nel pieno possesso delle tue facoltà mentali, ti impegni a non tormentare Encolpio con espressioni ingiuriose o con sguardi sprezzanti, né cercherai di sapere dove dorma la notte, pena - nel caso in cui tu debba violare ciascuna delle suddette condizioni - un'ammenda di duecento denari in contanti». Dopo aver concluso il trattato in questi termini, deponiamo le armi e, per evitare che anche dopo il giuramento ci resti un qualche residuo di rancore nell'animo, decidiamo di dimenticare il passato scambiandoci dei baci. Visto che entrambe le parti non vogliono altro, gli odi reciproci si sgonfiano, e un bel banchetto allestito sul luogo dello scontro suggella il ritorno all'armonia nell'ilarità generale. Tutta la nave risuona di canti e, siccome un'improvvisa bonaccia aveva fatto ridurre la velocità, alcuni si misero ad arpionare con la fiocina i pesci che saltavano fuori dall'acqua, mentre altri cercavano di tirare su le prede guizzanti servendosi di ami insidiosi. Sull'albero maestro venivano intanto a posarsi degli uccelli marini che un tizio, un vero virtuoso, toccava appena con delle canne preparate apposta, e quelli, rimanendo impigliati, si lasciavano poi catturare con le mani. Le piume leggere vorticavano nell'aria e la schiuma impalpabile del mare le avvolgeva nelle sue spire.


Nel frattempo Lica era di nuovo in buona armonia con me e Trifena stava versando le ultime gocce del suo bicchiere addosso a Gitone, quando Eumolpo, anche lui un po' alticcio, cominciò a raccontare barzellette su calvi e marchiati. Quando poi ebbe esaurito il suo repertorio di scemenze e freddure, tornò ai versi e ci rifilò questa specie di elegia sui capelli:


«Sono caduti i capelli ch'erano il fiore della bellezza,


un triste inverno ha spazzato via le chiome primaverili.


Ora le tempie private dell'ombra perduta si struggono in lacrime,


e il cranio bruciato dal sole perduti i suoi peli sogghigna.


O natura ingannevole dei numi! Le gioie donate per prime


alla vita, per prime le togli.


Poveraccio, un attimo fa splendevi per chiome


più bello di Febo e della sorella di Febo.


Adesso più liscio del bronzo o del fungo


rotondo cresciuto sotto la pioggia,


pauroso eviti il riso delle fanciulle.


Che la morte rapida arriva te lo dice


quella parte del cranio che t'è già morta».


110 E mi sa che l'avrebbe tirata ancora per le lunghe, con altre stupidaggini peggio delle precedenti, quando una delle ancelle di Trifena si porta Gitone sottocoperta e gli mette in testa una parrucca della padrona. Poi tira fuori da una scatoletta due sopracciglia finte e gliele applica così bene sulla fronte, da restituirgli tutta la bellezza di un tempo. Allora Trifena riconobbe il vero Gitone e, commossa fino alle lacrime, gli diede un primo bacio in piena regola. Quanto a me, anche se ci godevo tantissimo a rivedermi davanti il mio ragazzino di nuovo bello come in passato, ciò nonostante cercavo di nascondere la faccia il più possibile, consapevole com'ero di essere sfigurato e brutto a un livello tale che adesso nemmeno Lica mi rivolgeva più la parola. Ma a questo mio stato di scoramento venne in soccorso quella stessa ancella che, chiamatomi in disparte, mi sistemò in testa una parrucca non meno aggraziata. E anzi, il mio volto risplendette ancora più attraente, perché la parrucca era bionda.




Nel frattempo Eumolpo, che ci aveva fatto da avvocato in quel momento critico e che era un po' l'artefice dell'avvenuta riappacificazione, perché il buon umore non scemasse per mancanza di storielle divertenti, cominciò a dirne di tutti i colori sulla leggerezza delle donne, che perdono la testa in un attimo, che si dimenticano subito persino dei figli e che non esiste al mondo una donna, fosse anche la più onesta, che non sia disposta a fare follie pur di buttarsi in qualche avventuretta fuori di casa. Il suo discorso, precisò Eumolpo, non si riferiva mica alle antiche tragedie o a certi nomi arcinoti da secoli, ma a un fatto successo ai suoi tempi, che lui ci avrebbe raccontato se solo lo avessimo voluto ascoltare. E quando poi tutti rivolsero occhi e orecchi verso di lui, attaccò così:


111 «A Efeso viveva una matrona così famosa per la sua virtù, che anche dai paesi vicini le donne venivano ad ammirare un simile prodigio. Quando le morì il marito, non contenta di seguire il feretro - come facevano tutte le altre - coi capelli sciolti e percuotendosi il petto nudo al cospetto della gente, volle seguire il defunto fin dentro la cappella, dove cominciò a vegliare in lacrime giorno e notte la salma deposta nella cripta secondo l'uso dei Greci. Era così disperata e decisa a lasciarsi morire di fame, che né i genitori né i parenti riuscivano a farle cambiare idea. Infine, anche i magistrati vennero rispediti indietro senza aver ottenuto alcun risultato, e ormai tutti piangevano quella donna senza uguali, che non toccava cibo da cinque giorni. Ad assistere la sventurata c'era una sua ancella fedelissima che univa le sue lacrime a quelle della padrona e che ogni qual volta la lampada piazzata sulla tomba accennava a spegnersi provvedeva a riaccenderla. In città non si parlava d'altro e gli uomini di ogni estrazione sociale ammettevano che un esempio tanto fulgido di virtù e di amor coniugale non lo si era mai visto, quando il governatore di quella provincia fece crocifiggere certi lestofanti proprio accanto alla cappella dove la matrona continuava a piangere il marito scomparso da poco. E così, la notte successiva, quando un soldato, messo lì di guardia alle croci perché nessuno tirasse giù i corpi per andarli a seppellire, vide il bagliore di una lampada tra le tombe e sentì anche dei gemiti, come se qualcuno stesse piangendo, e per quel vizio che un po' tutti hanno, venne preso dal desiderio di sapere chi ci fosse e che cosa stesse facendo. Scese così nella cripta e quando vide quella donna bellissima, sulle prime rimase di sasso, pensando di essersi imbattuto in un qualche fantasma o in una visione infernale. Ma poi, vedendo la salma lunga distesa e il volto della donna tutto graffiato dalle unghie, si rese conto (come in effetti era) che si trattava di una giovane vedova incapace di rassegnarsi alla morte del marito, e così si portò giù nella cripta quel poco che aveva per cena e cominciò a esortare la donna tra una lacrima e l'altra, dicendole che era inutile ostinarsi in un vano dolore e che squassarsi il petto a forza di gemiti non serviva granché: tanto la morte era uguale per tutti, come uguale lo era l'estrema dimora e tutte quelle belle frasi di circostanza che si dicono per dare un po' di conforto alle menti lacerate dal dolore. Ma lei, ancora più turbata dall'assurdo tentativo di consolazione di uno sconosciuto, prese a graffiarsi il petto con maggiore intensità, buttando sulla salma del marito le ciocche di capelli che si strappava. Il soldato, però, non si perse d'animo e, continuando a insistere con lo stesso metodo, tentò di far mangiare qualcosa a quella povera donna. Finché l'ancella, conquistata dal profumo del vino, cedette per prima e tese la mano a quell'offerta allettante, e poi, ristorata dalla bevanda e dal cibo, cominciò anche lei a dare l'assalto all'ostinazione della padrona. "A cosa vuoi che ti serva" le diceva "lasciarti morire di fame, seppellirti viva e rendere l'anima innocente prima che sia la tua ora?


Credi forse che se ne avvedano i Mani e le ceneri dei defunti?


Vuoi o no tornare alla vita? Vuoi mettere da parte questi scrupoli da donnicciola e goderti l'esistenza fin che ti è possibile? È proprio questo cadavere che dovrebbe convincerti a scegliere la vita". Siccome chi ci invita a mangiare e a vivere la vita non lo si ascolta mai controvoglia, così anche la signora, sfinita dopo tutti quei giorni di digiuno, lasciò che spezzassero la sua ostinazione, e si rimpinzò di cibo non meno avidamente dell'ancella, che si era lasciata convincere per prima.


112 Ora, sapete benissimo quali altri stimoli si provino quando si ha la pancia piena. Ebbene, con le stesse lusinghe usate per convincere la donna a vivere, il soldato diede l'assalto alla sua virtù. Agli occhi di quell'esempio di castità il soldato non sembrava per altro né brutto né insipido, tanto più che l'ancella cercava di renderglielo simpatico, continuando a ripeterle:


"Non vorrai mica rinunciare anche a un amore gradito?


[E non ti ricordi in che paese vivi?"].


Bene, per non farvela troppo lunga, la donna non proseguì il digiuno nemmeno con questa parte del corpo, e il soldato vittorioso la persuase a rompere la doppia astinenza. E così giacquero insieme non solo nella notte che li vide consumare le nozze, ma il giorno successivo e quello dopo ancora, naturalmente dopo aver chiuso la porta della cappella, in maniera tale che chiunque, estraneo o parente, si fosse recato per caso alla tomba, credesse che quella moglie castissima si fosse lasciata morire sulla salma del marito.


Nel frattempo il soldato, trascinato dalla bellezza della donna e dalla tresca segreta, comprava quanto di buono era alla portata delle sue finanze e, appena calava la sera, lo portava giù nella cappella. E così i parenti di uno dei ladri crocifissi, vedendo che la sorveglianza si era allentata, una notte tirarono giù il loro congiunto dalla croce e gli resero gli estremi onori. Il soldato, raggirato mentre si occupava di ben altro, quando il giorno seguente si rese conto che su una delle croci non c'era più il corpo, temendo il supplizio, corse a raccontare alla donna quel che era successo, e aggiunse che non avrebbe aspettato il verdetto del giudice, ma che avrebbe punito da solo, con la spada, la propria negligenza. Poi le chiese di preparare lì nella cappella un loculo anche per lui che aveva ormai le ore contate, in modo che quella tomba fatale riunisse le spoglie del marito e dell'amante. Ma la donna, non meno pietosa che casta, gli rispose così: "Gli dèi non permettano che io assista a così breve distanza al funerale dei due uomini che ho amato di più nella vita. Preferisco appendere un morto sulla croce, piuttosto che lasciar morire un vivo". Dopo aver detto queste parole, ordina di togliere dalla bara il cadavere del marito e di inchiodarlo alla croce rimasta vuota. Il soldato mise in pratica la brillante idea della donna e, il giorno seguente, la gente si domandava allibita come avesse fatto un morto a salire sulla croce da solo».


113 I marinai accolsero il racconto con una bella risata, mentre Trifena, tutta rossa dalla vergogna, nascose la faccia sul collo di Gitone con un gesto pieno di grazia. Non rise invece Lica che, scuotendo stizzito il capo, disse: «Se il governatore avesse agito secondo giustizia, avrebbe dovuto far riportare nel sepolcro la salma del marito e far crocifiggere la donna».


È chiaro che gli era venuta in mente Edile e il caos scoppiato a bordo durante quel viaggio tutto a base di sesso. Solo che i termini del trattato non ammettevano i brutti ricordi, e l'allegria che aveva ormai contagiato tutti non lasciava spazio al risentimento. Trifena, nel mentre, seduta com'era in grembo a Gitone, un po' gli copriva di baci il petto e un po' gli rimetteva a posto le ciocche della parrucca sulla fronte pelata. Quanto a me, avvilito e insofferente di fronte a quel nuovo sodalizio, non toccavo né cibo né vino, limitandomi a tirare occhiate torve e minacciose a quei due. A farmi male dentro erano tutte le carezze e tutti i baci che quella viziosa riusciva a inventare. In quel momento non sapevo con chi prendermela di più: se con il ragazzino che mi portava via la tipa, o con la tipa che si stava circuendo il ragazzino: ai miei occhi entrambe le cose erano insopportabili e ben più gravose della prigionia di prima. A tutto questo si aggiungeva poi il fatto che Trifena mi si rivolgeva come se non fossi mai stato uno del gruppo oltre che il suo gradito amante di un tempo, e Gitone non mi riteneva degno nemmeno del tradizionale bicchierino, né - il che è il minimo -, mi coinvolgeva nella normale conversazione, immagino per paura di riaprire una ferita nel cuore della donna, proprio adesso che la riconciliazione si era avviata. Fu così che il petto mi si inondò di lacrime di dolore, e i gemiti soffocati dai singhiozzi per poco non mi fecero soffocare.




Lica cercava anche lui di spassarsela un po', senza però avere più quel suo tono da padrone, ma con il sorriso di un amico che chiede un favore.




L'ANCELLA DI TRIFENA A ENCOLPIO. «Se solo ti resta un po' di sangue libero nelle vene, allora quella lì non considerarla più di una baldracca. Se sei un uomo vero, gira alla larga da quella rotta in culo».




Quello di cui mi vergognavo di più era che Eumolpo venisse a sapere quanto era successo e, pettegolo com'era nella sua insolenza, si vendicasse con qualcuno dei suoi versi.




Eumolpo allora giurò con formule solenni.




114 Mentre stavamo chiacchierando di queste cose, il mare cominciò a incresparsi, e grossi nuvoloni addensatisi da ogni parte seppellirono il cielo nel buio. I marinai corrono trepidanti ai loro posti di manovra e ammainano le vele in prossimità della tempesta. Ma né il vento spingeva le ondate in una direzione precisa, né il timoniere sapeva che rotta seguire. A tratti le folate ci spingevano verso la Sicilia, ma ben più di frequente era l'Aquilone, che domina incontrastato sulle coste dell'Italia, a sballottare da una parte e dall'altra la nostra povera nave, e poi - cosa questa assai più inquietante della stessa tempesta - tutto ad un tratto la luce venne risucchiata da tenebre così fitte, che il timoniere non riusciva nemmeno a scorgere tutta la prua. Quando poi fu evidente che il disastro era ormai inevitabile, Lica protese trepidante le mani verso di me e mi disse: «Encolpio, aiutaci tu in questo pericolo, e restituisci alla dea che protegge la nave la veste e il sistro. In nome del cielo, abbi pietà di noi, tu che lo hai sempre fatto!».


Mentre mi gridava queste parole, una folata di vento lo scaraventò in mare. Poi riemerse per un attimo tra le onde, ma alla fine l'acqua lo inghiottì coi suoi vortici di morte. Trifena che era a un passo dal fare la stessa... la afferrarono degli schiavi fedeli che la misero su una scialuppa insieme a buona parte dei bagagli, strappandola a morte sicura.


Avvinghiato a lui, gli gridai tra le lacrime: «È dunque questo che ci meritiamo dagli dèi, che a unirci sia solo la morte? Ma la sorte avversa non vuole concederci nemmeno questo. Ecco, tra un attimo le ondate rovesceranno la nave e tra un attimo il mare dividerà il nostro abbraccio d'amore. Dunque, se Encolpio l'hai amato davvero, bacialo finché c'è tempo, e strappa quest'ultima gioia al destino che incalza». A queste mie parole, Gitone si tolse il vestito e, insinuandosi sotto la mia tunica mi porse la testa perché gliela baciassi. Poi, per evitare che un'onda maligna ci spazzasse via stretti com'eravamo in quell'abbraccio, legò insieme i nostri corpi con una cintura e disse: «Se non altro, il mare ci trascinerà insieme un po' più a lungo, o se invece vorrà essere più pietoso, ci scaraventerà sulla stessa spiaggia, dove qualcuno, per un comune senso di umanità, forse ci coprirà di pietre, o ancora, cosa che alla fine concedono anche i flutti in tempesta, sarà la sabbia a coprirci senza nemmeno saperlo». Io mi attaccai a lui in quell'ultimo abbraccio e poi, sistemandomi come dentro una bara, attesi la morte che adesso non mi faceva più paura. Nel frattempo la tempesta, realizzando il volere del destino, distrusse tutto quel che restava della nave, che ormai non aveva più albero, né timone, né sartie, ma era ridotta a una carcassa senza forma che andava alla deriva in balia delle onde.




In un attimo arrivarono dei pescatori, pronti a fare razzia sulle loro piccole imbarcazioni. Ma poi, quando videro che c'era ancora della gente decisa a difendere le proprie cose, da aggressivi che erano si dimostrarono disponibili a darci una mano.




115 Dall'interno della stiva, proprio sotto la cabina del nostromo, sentiamo arrivare un gemito, come il verso strozzato di una bestia che cerchi una via d'uscita. Seguendo quindi il suono, troviamo Eumolpo che, seduto per terra, stava riempiendo di versi un grosso foglio di pergamena. Sbalorditi al vedere che anche con un piede nella fossa lui trovasse ancora il tempo di scrivere poesie, lo trasciniamo fuori nonostante le sue urla di protesta, e lo preghiamo di non fare tante storie. Ma lui, interrotto nel pieno del lavorìo poetico, salta su tutte le furie e ci investe così: «Lasciatemi finire il concetto: è proprio alla fine che viene il difficile». Afferro quell'invasato per un braccio e chiedo a Gitone di darmi una mano a trascinare a terra il poeta che intanto non la smetteva di muggire.




E finalmente, dopo aver sistemato anche questa faccenda, ci rintanammo col morale a terra in una capanna di pescatori e lì, rifocillati in qualche modo con della roba avariata scampata al naufragio, passammo una notte terribile. La mattina dopo, mentre stavamo discutendo sulla direzione di marcia da prendere, all'improvviso vidi un corpo umano avvicinarsi alla spiaggia trascinato da una debole corrente. Rimasi tristemente sorpreso e, fissando con occhi umidi quel mare traditore, dissi: «Quest'uomo da qualche parte della terra ha una moglie tranquilla che lo aspetta, o forse un figlio che non sa nulla della tempesta, o addirittura un padre: comunque, il giorno della partenza ha lasciato qualcuno, salutandolo con un bacio. Ecco come vanno a finire i progetti degli esseri umani, i loro sogni e le loro speranze! Ecco l'uomo come sta a galla!». Ero convinto di compiangere un pinco pallino, quando un'onda gli girò verso terra il volto ancora intatto, e riconobbi quello che fino a poco tempo prima era stato il tremendo e implacabile Lica, e che adesso era lì quasi disteso davanti ai miei piedi. Non riuscii a trattenere più oltre le lacrime, e anzi, percuotendomi un paio di volte il petto con le mani, esclamai: «Dov'è finita la tua tracotanza? Dov'è ora la tua prepotenza? Ma guardati: sei in balia dei pesci e delle bestie: poco fa strombazzavi la potenza del tuo dominio, e adesso, da naufrago quale sei, di quella nave enorme non ti resta più manco una tavola. Avanti, mortali, riempitevi pure la testa di grossi progetti, muovetevi pure coi piedi di piombo, disponendo per migliaia di anni delle ricchezze accumulate col raggiro. Ma guardatelo: ieri era ancora lì che si contava tutta la sua roba, e in cuor suo aveva già stabilito il giorno del rientro in patria. O dèi e dee, com'è lontano adesso dalla sua meta! E non solo il mare è così infido per i mortali. Chi combatte lo tradiscono le armi. Chi invece fa voti agli dèi, gli crolla addosso la casa. Chi, per la fretta, si butta di corsa sul cocchio, finisce che cade e ci lascia la pelle. C'è chi si strozza di cibo, e chi muore a forza di digiuni. Se solo tiri bene le somme, il naufragio arriva dovunque. Ma è pur vero che chi è travolto dal mare non ha sepoltura: come se importasse qualcosa al corpo, che comunque è destinato a morire, se a consumarlo è il fuoco, il mare o il tempo. Qualunque cosa accada, la fine è uguale per tutti. Ma le bestie feroci faranno a pezzi il cadavere: come se il fuoco gli riservasse un trattamento migliore! Anzi, c'è da credere che sia proprio questa la pena più grave, visto che tocca agli schiavi quando ci fanno arrabbiare. Ma allora, che razza di follia è mai questa, fare cioè di tutto perché di noi non resti più nulla dopo la morte?».




Il corpo di Lica bruciava su un rogo innalzato da mani nemiche, mentre Eumolpo, impegnato com'era a ponzare l'elogio funebre del defunto, puntava lo sguardo lontano in cerca di ispirazione.




116 Dopo aver volentieri portato a termine questo pietoso ufficio, ci mettiamo in marcia e, tempo un attimo, arriviamo fradici di sudore su un'altura, e di lì riusciamo a scorgere non troppo lontano un paese arroccato in cima a una collina. Sbandati com'eravamo, non riuscivamo a riconoscerlo, finché un contadino ci informò che si trattava di Crotone, città antichissima e, un tempo, la prima d'Italia. Siccome poi cercavamo di avere maggiori ragguagli sugli abitanti di quella nobile terra e sul tipo di affari cui essi amavano dedicarsi, visto che a forza di guerra non gli era rimasto granché. «Cari forestieri» ci illuminò il tipo, «se siete commercianti, allora cambiate programma e trovatevi un altro settore nel quale sbarcare il lunario. Se invece siete dei furbacchioni che ci sanno fare e avete la menzogna facile, allora buttatevici pure perché non ci metterete molto a fare soldi. Infatti in questa città delle lettere se ne infischiano, l'eloquenza non trova spazi, e l'onestà e le buone maniere non sono per niente di moda. La gente che incontrerete in questa città, bene, sappiate che si divide in due categorie: o truffatori o truffati. In questa città i figli non li riconosce nessuno, perché chi ha un erede legittimo non lo invitano ai pranzi o a teatro, ma lo escludono da ogni piacere, costringendolo a mescolarsi in mezzo ai derelitti. Invece, quelli che non si sono mai sposati e che non hanno parenti prossimi raggiungono le cariche più alte, cioè a dire sono soltanto loro che muovono le cose, sono loro gli unici coraggiosi e onesti. Entrate in una città» proseguì, «che è come quelle campagne dove, nel pieno delle pestilenze, non si vedono altro che cadaveri dilaniati o corvi che li dilaniano».




117 Eumolpo, che di noi era quello che la sapeva più lunga, si mise a riflettere sulla nuova situazione e ci confessò che a lui quel sistema di rastrellare quattrini non gli dispiaceva affatto. Sulle prime io pensai che il vecchio, un po' suonato com'era per quella sua mania di fare versi, scherzasse, ma lui, invece, disse: «Se solo potessi disporre di un più ricco apparato scenico, cioè di un costume più presentabile, un equipaggiamento scelto, per garantire maggiore credibilità alle mie menzogne! Per dio, è un lavoretto che non rimanderei un attimo soltanto e vi procurerei soldi a palate in men che non si dica». Gli prometto di aiutarlo a procurarsi quanto gli serve, basta che si adatti a mettersi il vestito indossato nell'ultima rapina e a servirsi di ciò che avevamo portato via nel colpo alla villa di Licurgo. Quanto poi al denaro necessario lì sul momento, ce lo avrebbe procurato la madre degli dèi, bontà sua.


«E allora cosa aspettiamo» disse Eumolpo, «a incominciare la nostra messinscena? Se la cosa vi va a genio, fate finta che io sia il vostro padrone». Nessuno osò criticare quell'iniziativa, che oltretutto non ci costava nulla. E così, perché il segreto di quella farsa non uscisse dalla nostra cerchia, giurammo, attenendoci a una formula di Eumolpo, che ci saremmo fatti bruciare vivi, incatenare, bastonare, passare da parte a parte, e tutto quello che lui ci avesse imposto: ci consegnammo anima e corpo, devotamente, al nostro nuovo padrone, come se fossimo stati dei gladiatori di professione. Dopo aver prestato il giuramento e avere indossato vesti servili, salutiamo Eumolpo come padrone e insieme apprendiamo che Eumolpo aveva perduto un figlio, un ragazzo di eccezionali qualità e di belle speranze, e che il povero vecchio se ne era andato dalla sua città proprio per non avere più sotto gli occhi tutti i giorni i clienti e gli amici del figlio e quella tomba per lui causa di continue lacrime. A questo lutto si era poi aggiunto di recente un naufragio nel quale aveva perduto più di venti milioni di sesterzi, disastro questo che gli dispiaceva non tanto per la perdita in sé e per sé, quanto piuttosto perché, avendo perso il suo seguito, non si riconosceva più nel suo rango. In Africa aveva però ancora un capitale di trenta milioni in terreni e in crediti, e un numero così elevato di schiavi, sparsi un po' in giro per le campagne della Numidia, che con loro avrebbe potuto conquistare perfino Cartagine. In base a queste premesse di copione, suggeriamo a Eumolpo di tossire spesso, di far finta di avere la gastrite e proprio per questo di rifiutare, davanti agli altri, qualunque tipo di cibo. Di parlare in continuazione di oro e d'argento, dei terreni che non rendono e della costante sterilità dei suoi sterminati possedimenti. E poi di mostrarsi ogni giorno alle prese con conti vari e di cambiare testamento una volta al mese. Infine, perché non mancasse proprio nulla a quella sceneggiata, di confondere i vostri nomi ogni volta che ci chiamava, per dare così l'impressione di ricordarsi anche dei servi che non erano lì insieme a lui.


Dopo avere rifinito il nostro piano, preghiamo gli dèi che ce la mandino buona e poi ci rimettiamo per strada. Ma Gitone non ce la faceva a portare quel carico cui non era abituato, e il servo Corace, imprecando contro il suo mestiere, a ogni passo appoggiava a terra il bagaglio, prendendosela con la nostra fretta e minacciandoci che avrebbe abbandonato lì ogni cosa, o che se la sarebbe svignata con tutta la nostra roba. «Ma cosa credete che sia» sbottò poi, «un mulo o una nave da carico? Mi sono messo a disposizione per fare il lavoro di un uomo, non di un cavallo. E non sono meno libero di voi, anche se mio padre mi ha lasciato povero». Ma dare in escandescenze non gli bastava mica: ogni tanto alzava una gamba e riempiva la strada di rumori vergognosi corredati da adeguati profumini. Queste bizze polemiche di Corace destavano il riso di Gitone, che a sua volta ne accompagnava ogni crepitio con un verso della bocca di uguale efficacia.


118 EUMOLPO. «Cari ragazzi miei, non sapete quanti la poesia ne ha illusi. Infatti basta che uno metta insieme un verso e rabberci qualche idea in una frase elegante, che subito si crede d'essere arrivato in cima all'Elicona. Ed è per questo che moltissimi avvocati, sfiniti dal lavoro in tribunale, si rifugiano nella serenità della poesia come se fosse un porto più tranquillo, convinti che sia più facile mettere insieme dei versi che un'arringa traboccante di pensierini vigorosi. Ma uno spirito eletto disprezza la superficialità, e la mente non è in grado di concepire o di creare nulla di buono, se non è per così dire inondata dal grande fiume della cultura. È obbligatorio evitare le trivialità del lessico, e usare parole sconosciute alla massa, in modo da mettere in pratica il famoso principio


"odio il volgo profano e ne giro alla larga".


Bisogna poi evitare che i concetti esulino troppo dal contesto generale: devono invece venir inseriti armonicamente, in modo da risplendere come i colori di un tessuto. Prova ne siano Omero e i lirici, o il romano Virgilio e Orazio che è così felice nella descrizione dei particolari. Quanto agli altri, o non sono riusciti a imboccare la strada giusta che porta alla poesia o, se l'hanno imboccata, non hanno avuto il coraggio di percorrerla fino in fondo. Per esempio, prendete un po' un soggetto stupendo come la guerra civile: se qualcuno volesse affrontarlo senza però essere sorretto da un'adeguata mole di studi, rimarrebbe schiacciato dal peso. Il problema infatti non è tanto quello di trattare in versi una successione di eventi (campo questo in cui gli storici riescono di gran lunga meglio), quanto piuttosto quello di avventurarsi con la fantasia attraverso peripezie e interventi di divinità, vicende reali e inventate, in modo che il risultato finale sembri più il fervore di una mente davvero ispirata che non il racconto scrupoloso basato su testimonianze certe. Tipo questa mia improvvisazione, se vi va di sentirla, anche se non ha ancora ricevuto l'ultima mano:




119 «I Romani regnavano signori vittoriosi del mondo,


per terra e per mare, là dove corrono entrambi i soli,


eppure non erano sazi. E ancora solcavano i flutti


battuti da grosse carene. Se un golfo s'apriva nascosto,


o qualche terra che l'oro brillante esportasse,


lì c'era il nemico e, pronti alla triste guerra i destini,


ne predavano i beni. Non piacevano più


i piaceri di un tempo, non le gioie travolte dall'uso comune.


Lodavano il bronzo corinzio i soldati, si cercava


nel cuor della terra una luce più viva dell'ostro,


tessuti mai visti ne traevano Numidi e Seri,


e i popoli d'Arabia avevano spogliato i propri campi.


Ecco nuove stragi e ferite inferte alla pace.


Si acquistano con l'oro le belve nei boschi, si scovano


ai limiti dell'africo Ammone, che non manchi la belva


dai denti preziosi per la morte. Una fame straniera colpisce le navi,


e pace non trova la tigre tradotta con gabbia dorata,


a bere il sangue dell'uomo dinanzi a una folla festante.


Ahi, che vergogna svelare l'amaro destino che incalza!


Come fanno i Persiani, rapiscono i giovani nel fiore degli anni,


e il membro gli troncano col ferro, perché ignorino il sesso,


e ritardino il corso del tempo che vola e la fuga degli anni,


mentre cerca se stessa natura e non sa ritrovarsi.


Son le checche che piacciono a tutti coi loro flaccidi corpi,


i capelli al vento, le mille novità della moda


e tutto ciò che eccita il maschio. Sradicata dall'Africa


ecco una tavola in cedro che riverbera stuoli di schiavi


e di porpore, screziata di macchie simili all'oro,


che in bellezza lo vincono e attirano lo sguardo.


Sepolta nel vino una folla circonda questa tavola sterile


e a torto pregiata, e insegue errabondo il soldato


la preda con in pugno le armi per le strade del mondo.


Ingegnosa è la gola. Lo scaro che nuota nel mar di Sicilia


lo portano vivo alla mensa, e l'ostrica colta sui lidi lucrini


la vendono per cene sontuose, come stimolo subdolo


alla fame. Già le acque del Fasi son deserte d'uccelli,


e nel vuoto fogliame resta solo il sospiro dell'aria.


Stessa folle demenza nel Campo. Si svendono i Quiriti,


e rivolgono i voti al sonante denaro e al profitto.


Una merce è la massa, una merce è la Curia dei padri,


e il favore è in vetrina col prezzo. Anche il libero cuore


dei senatori è venuto meno, e dispersi gli averi


il potere ad altri è passato. Giace guasta dall'oro


anche la somma maestà. È sconfitto e scacciato dal popolo Catone,


ma più triste chi vinse, che a Catone i fasci ha strappato.


E infatti - questa è l'onta del popolo e il crollo


di tutti i principi - non fu l'uomo soltanto sconfitto,


ma con lui si piegò in un tratto la potenza e l'onore


di Roma. A tal punto era Roma corrotta


che vendeva se stessa e chiunque poteva predarla.


Travolta nel mentre da duplice gorgo, la plebe


cedeva al diluvio d'usura e al debito fatto sistema.


Non c'è casa sicura, non c'è corpo che pegno non abbia,


come fosse una peste che nata nel cuore dei corpi


furiosa dilani le membra tra spasimi atroci.


Le armi piacciono ai miseri, perché i beni distrutti dal lusso,


nel sangue ritrovano vita. Osa il povero che nulla rischia.


Immersa in un fango così, prostrata in pieno letargo,


che rimedi potevano scuotere Roma e sanarla,


se non della guerra il furore e le brame eccitate dal ferro?


120 La sorte tre capi fornì, che tutti in regioni diverse


la mortifera Enio ha travolto in un cumulo d'armi.


Crasso è preda dei Parti, giace il grande nel mare di Libia,


Giulio Roma l'ingrata del suo sangue ha cosparso,


e, quasi la terra non reggesse simili tombe,


ne disperse le ceneri. Ecco gli onori che dà la gloria.


Giace immerso nel mezzo di un'ampia voragine un luogo


tra Partenope e i campi dell'alta Dicarchi,


che lo bagna il Cocito: e l'efflato che fuori ne spira


tutto intorno si spande infuriando come vampa funesta.


Non è questa una terra che verdeggi nel tempo d'autunno,


non ne allietano il suolo le erbe, né dai molli virgulti


a primavera si leva il suono di voci tra loro discordi,


ma caos informe soltanto e rocce di pomice nera


godono dei cipressi che spuntano intorno funerei.


In quel luogo il padre Plutone solleva la testa,


cosparsa di fiamme di roghi e di cenere bianca,


e con tali parole eccita la Fortuna dal rapido volo:


"Tu che reggi ogni cosa, umana o divina che sia,


o Sorte, cui mai piacque troppo certa potenza,


che sempre ami il nuovo e appena lo hai lo rigetti,


non ti senti per caso schiacciata dal peso di Roma,


né più puoi sollevare la mole già avviata allo sfascio?


Le sue stesse forze dispregia la gioventù di Roma,


e quanto ha creato sostiene a fatica. Guarda ovunque


che sfarzo di prede e sostanze smaniose d'estinguersi.


Costruiscono case dorate che toccano il cielo,


con le rocce ricacciano l'acqua, fanno nascere il mare nei campi,


e ribelli sconvolgono l'ordine dato alle cose.


Ecco assaltano pure i miei regni. Solcata da macchine folli,


la terra si squarcia, nei monti svuotati


gemono gli antri, e mentre la pietra s'adatta a folli usi,


i Mani infernali confessano di ambire al cielo.


Per questo trasforma, o Sorte, in guerra il tuo volto pacato,


e risveglia i Romani, fornisci di anime il mio regno.


Da troppo non bagno le mie labbra nel sangue,


né l'amata Tisifone v'intinge le membra assetate,


dal giorno che il brando di Silla ne bevve a fiumi e diede


la terra alla luce orride messi nutrite di sangue".


121 Disse così, e volendo alla destra unire la destra,


col gesto squarciò la terra aprendovi un baratro enorme.


Allora la sorte dal cuore volubile parlò queste parole:


"O padre, cui ottemperano gli antri segreti del Cocito,


se impunemente m'è dato svelare i destini veraci,


i tuoi voti saranno esauditi. Nel petto mi si agita


un'ira non minore, né fiamma più lieve le viscere m'arde.


Tutto ciò che io ho dato alla rocca di Roma lo odio,


e la rabbia mi rode a quei doni. Ma il dio che creò tale mole,


la schianterà lui stesso. Perché anch'io sento in cuore la brama


di cremare le salme e saziarmi di un'orgia di sangue.


Già io vedo Filippi ricoperta due volte di morte,


e le pire in Tessaglia e i lutti del popolo ispano.


Già il fragore delle armi mi introna le orecchie ferventi.


E già vedo, o Nilo, risuonare la tua fortezza di Libia,


e la punta di Azio e i guerrieri atterriti dalle frecce di Apollo.


Orsù, dunque, spalanca del tuo regno i confini assetati


e anime nuove richiama. A stento il nocchiero del fiume


traghettare potrà sulla barca tutte le ombre dei morti:


di una flotta avrebbe bisogno. Ma tu saziati in tanta rovina,


o Tisifone pallida, e lecca le aperte ferite:


il mondo straziato tra i morti è sospinto allo Stige".


122 Aveva appena finito di parlare, che una nube squassata


da un lampo corrusco tremò vomitando lingue di fuoco.


Il padre delle ombre si china, rinserra il grembo del suolo,


e pallido in volto paventa le saette fraterne.


I presagi divini tosto annunciano stragi di umani


e flagelli imminenti. Sfigurato nel volto da macchie di sangue,


il Titano si copre la faccia di nebbia: già da allora


fiutare potevi l'orrore delle guerre civili.


Dal suo canto velandosi il candido volto,


Cinzia nega luce allo scempio. Stroncate le cime dei monti


franano tra strepiti, e i fiumi in un cieco vagare


vanno verso la morte scorrendo tra rive non note.


Il cielo infuria per strepito d'armi e un tremulo squillo fra gli astri


chiama Marte a battaglia, e già l'Etna divorano


fiamme mai viste e al cielo arrivano i lampi.




Tra le tombe e le ossa dei morti insepolti,


ecco falbe parvenze levano minacce con strida sinistre.


Sparge fiamme una cometa seguita da stelle inaudite,


e Giove subito riversa sul mondo una pioggia di sangue.


Un dio scioglie rapido i presagi, perché Cesare ha rotto


gli indugi, e sospinto dall'ansia di vendetta,


le armi galliche butta e brandisce spade civili.


Sulle altissime Alpi sconfitte dal Greco divino,


dove i sassi si abbassano e cedono il passo a chi sale,


lì c'è un luogo che a Eracle è sacro: dura neve lo copre


d'inverno e su fino al cielo lo innalza con bianca vetta.


Lì diresti che il cielo è crollato: quel luogo non si stempera ai raggi


del sole cocente, né alla brezza della nuova stagione,


ma tutto congelano il ghiaccio e la brina invernale.


Tutto il mondo potrebbe sorreggere col suo dorso minaccioso.


Come Cesare il passo calcò coi soldati festanti,


e scelse un punto di sosta, dalla cima più alta del monte


abbracciò con lo sguardo le vaste terre d'Esperia,


e levando le mani alle stelle e insieme la voce, così disse:


"Onnipotente Giove, o terra saturnia un tempo


felice delle mie gesta e greve di tanti trionfi,


è a voi che m'appello: mio malgrado qui Marte risveglio a battaglia,


mio malgrado riporto la guerra. Grave offesa mi spinge,


cacciato dalla mia terra, mentre il Reno coloro di sangue,


mentre ancora respingo i Galli che di nuovo si spingono


dalle Alpi a assediare la rocca, io ne vengo bandito


sebbene in trionfo. Dopo il sangue germano e sessanta vittorie,


mi si dice sei reo. A chi fa paura la mia gloria?


Chi sono quelli che vogliono la guerra? Solo masse assoldate


da vile mercede, per le quali la mia Roma è matrigna.


Ma non senza vendetta, credo, né senza castigo, un codardo


legherà questa mia destra. Correte furenti alla vittoria,


correte, compagni, e la causa col ferro trattate.


Una per tutti è l'accusa e tutti sovrasta un'unica strage.


Voglio rendervi grazie, non ho vinto da solo.


Ma se sono colpa i trofei e infamia le nostre vittorie,


il dado sia tratto e giudice sia la Fortuna. Guerra portate,


date prova di voi nello scontro. Certo la causa per me è risolta:


tra tanti guerrieri armato, non so cosa sia la sconfitta!".


Dopo aver tuonato così, dal cielo l'uccello d'Apollo


diede fausti presagi muovendosi in volo per aria.


A sinistra si udirono poi da una selva paurosa


voci strane seguite da bagliori di fiamma.


Anche il disco di Febo si fece più vivo e più grande


di sempre, e il volto si cinse di un raggio di oro splendente.


123 Rincuorato da tali presagi, le insegne di guerra


Cesare innalza e solo al comando affronta imprese mai viste.


Per prima la terra coperta di ghiaccio e di candide brine


non gli si oppone, restando immobile nel suo orrore.


Ma quando le schiere spezzarono la nebbia compatta


e il cavallo impaurito ruppe le croste gelate dell'acqua,


le nevi si sciolsero. Un attimo e fiumi creati dal nulla


sgorgarono dai monti, ma come a un ordine dato


si bloccavano anch'essi, con il flutto stupito di fronte


all'arresto, e ciò che prima era liquido, adesso era lastra da taglio.


Illuse allora i passi la crosta sempre malfida,


e i piedi sorprese: e insieme le schiere e i guerrieri


con le armi giacevano perduti in un mucchio confuso.


Ecco pure le nubi colpite da gelidi soffi


rovesciare il carico, e i venti irrompere a turbine,


e la grandine turgida scrosciava dal cielo sventrato.


Ormai le nubi stesse crollavano sfatte sulle schiere,


cozzando col ghiaccio come onde sul mare.


Vinta era la terra dal gelo, vinte anche le stelle,


e vinte le correnti che immobili tacevano a riva.


Ma non Cesare ancora, che appoggiato all'asta possente


col suo passo sicuro violava quegli orridi campi,


quale l'Anfitrioniade scese altero dal Caucaso,


o Giove cupo in volto calò dalle vette d'Olimpo,


quando respinse i dardi dei Giganti al tramonto.


Mentre Cesare irato sconfigge quelle rocche superbe,


con un battito d'ali fremente la Fama veloce s'invola,


e del Palatino il punto più alto raggiunge,


ogni statua rimbomba di quel rombo romano:


navi corrono il mare e a ogni giogo delle Alpi


si addensano squadre coperte di sangue germano.


Armi, sangue, massacri, incendi e rovine di guerra


dinanzi agli occhi sfilano. Allora i cuori sconvolti


in tumulto dal panico sono scissi in due schiere.


Scappa questo per terra, confida quello nel mare,


della patria adesso più sicuro. Qualcuno vuole invece


la strada delle armi tentare e il fato seguire imperioso.


Quanto grande il terrore, tanto rapida è la fuga. Ma ancora più in fretta,


- vista questa miseranda - nel pieno del caos lascia


il popolo la sua città deserta e va dove il cuore lo spinge.


Roma vuole fuggire, e i Quiriti sbaragliati a un semplice suono


di voce le case si lasciano dietro nel lutto.


Chi con mano tremante i figli sostiene, chi in seno


i Penati nasconde e piangendo varca per l'ultima volta la soglia,


e il nemico assente consacra nel voto alla morte.


Alcuni si stringono al petto angosciati le spose,


e i genitori anziani, mentre i giovani inadatti agli sforzi


salvano solo quel che han di più caro. Chi incauto trascina


con sé tutto quanto possiede, il bottino trasporta ai nemici.


È come quando l'Austro si leva imperioso dal largo,


e gonfia di colpi le onde, che allora alla ciurma


non serve più remo o timone, ma all'albero lega uno il suo peso,


mentre un altro cerca spiagge sicure in fondo a un golfo,


e un altro ancora spiega le vele e in tutto alla sorte si affida.


Ma questo è ancora poco. Insieme ai due consoli il Grande,


lui terrore del Ponto, lui che è giunto all'Idaspe selvaggio,


lui flagello dei pirati, che portato tre volte in trionfo,


Giove stesso aveva temuto, cui il Ponto dal vortice infranto


e il Bosforo dall'onda mansueta si erano inchinati,


lui - vergogna! - fuggiva gettando il suo nome di capo,


così che la Sorte bizzarra vedesse la schiena anche del Grande.


124 Allora l'immane contagio colpisce anche gli dèi.


E il cielo stesso fugge impaurito. Ed ecco che la mite schiera


dei numi abbandona sdegnata la terra impazzita,


lasciandosi dietro le spalle la folla dannata dei mortali.


Agitando le sue candide braccia, prima fra tutti la Pace


nasconde nell'elmo il capo sconfitto, e in fuga abbandona


la terra, riparando nel regno implacabile di Dite.


L'accompagna dimessa la Fede e sciolte le chiome


la Giustizia, e in lacrime la Concordia col mantello a brani.


Ma là dove s'apre squarciata la sede dell'Erebo,


sale in massa la schiera di Dite, l'orrida Erinni,


l'inquietante Bellona, e Megera armata di faci,


e Leto, e i Tradimenti e lo squallido fantasma della Morte.


In mezzo c'è il Furore che impazza con le redini infrante,


e il capo cruento solleva, coprendo con l'elmo cruento


il viso scavato da mille ferite. Nella sinistra regge


il logoro scudo di Marte, greve per gli infiniti dardi,


e impugna la destra minacciosa un tronco in fiamme


a spargere incendi nel mondo.


Sente gli dèi la terra, e gli astri cercano il peso di un tempo


nell'ordine sconvolto, perché tutta la reggia del cielo


si affretta a spaccarsi in due parti. Dione è la prima


a sorreggere le armi di Cesare amato, e Pallade le è vicina,


e insieme va Marte, che vibra l'immensa sua asta.


Con il Grande si schierano invece Febo e la sorella


e la prole Cillenia, e il dio di Tirinto che in tutto l'eguaglia.


Squillarono le trombe e su dallo Stige Discordia


coi crini discinti alta levò la sua testa d'inferno.


In bocca il sangue è un grumo e piangono lividi gli occhi,


i denti li incrostava una ruggine scabra, è marcia la lingua,


avvolta di serpi la faccia, il petto stretto in una lacera veste,


mentre la destra tremante brandiva una torcia con bagliori di sangue.


Com'ella lasciò il Tartaro e il Cocito avvolto nell'ombra,


con passi possenti raggiunge i gioghi del fiero Appennino,


di dove scrutare potesse tutte le terre e i lidi


e ovunque nel mondo brulicanti le caterve di armati,


e cotali parole riversa dal petto in fermento:


"Prendete o genti le armi, infiammatevi d'odio


e gettate con forza le torce nel cuore delle città!


Chi si cela cadrà: non rifiuti lo scontro la donna,


non fanciullo, non vecchio, se pure prostrato dagli anni,


ma tremi la terra stessa e insorgano i tetti in rovina.


Tu Marcello difendi la legge. Tu Curione aizza la plebe.


Non frenare, tu Lentulo, l'infuriare di Marte.


Ma perché dunque, tu figlio di dèi, tanto indugi nell'armi,


e non schianti le porte e non spezzi i bastioni ai castelli,


e tesori non strappi? E tu, o Grande, non sai proteggere


le rocche di Roma? Rifùgiati dentro Epidamno,


e con sangue di uomo tingi i tessali golfi!".


E sulla terra accadde ciò che Discordia volle».




E mentre Eumolpo terminava con grande scioltezza di lingua la sua tirata in versi, finalmente entrammo a Crotone. Qui, dopo esserci rimessi un po' in sesto in un alberghetto, il giorno seguente, mentre ci stavamo cercando una sistemazione un po' più decorosa, ci imbattemmo in un gruppo di cacciatori di eredità, che ci chiesero chi fossimo e da dove venivamo. Attenendoci a quanto concertato nel piano, rispondemmo rifilando loro un sacco di frottole, riuscendo tranquillamente a convincerli sulla nostra identità e sulla nostra provenienza. E tra di loro fu subito una lotta accanita per mettere a disposizione di Eumolpo i propri beni.




Tutti quei cacciatori di eredità facevano a gara a colpi di regali per conquistarsi la simpatia di Eumolpo.




125 Era già da un bel pezzo che noi ce la spassavamo in quel modo a Crotone, ed Eumolpo, al settimo cielo dalla felicità, non si ricordava già più della sua condizione passata, al punto che cominciava a vantarsi con gli intimi dicendo che lì nessuno era in grado di resistergli e che se in quella città qualcuno dei suoi compari avesse commesso qualche reato, l'avrebbe passata liscia grazie all'influenza delle sue conoscenze. Io, però, anche se passavo la giornata a rimpinzarmi con tutto quel ben di dio che avevamo in eccesso ed ero ormai quasi convinto che la sfortuna avesse smesso di braccarmi come un cane, ciò non ostante pensavo spesso alla mia presente condizione e a come ci fossi arrivato. «Ma come la mettiamo se uno di questi sciacalli un po' più furbo degli altri spedisce un investigatore in Africa e scopre la nostra messinscena? E se il servo di Eumolpo, nauseato da questo benessere, si lascia scappare qualcosa coi suoi amici, e da invidioso qual è ci tradisce svelando tutta la frode? Sicuramente bisognerebbe di nuovo alzare i tacchi e, proprio adesso che ci siamo scrollati di dosso la miseria, ci toccherebbe vivere da pezzenti. O dèi e dee, certo che è dura la vita dei fuorilegge! Sono sempre lì ad aspettarsi che arrivi quel che si meritano». |[continua]|






|[SATIRICON, 5]|


126 CRISIDE, ANCELLA DI CIRCE, A POLIENO. «Siccome lo sai di essere irresistibile, sei pieno di te, e i tuoi abbracci li vendi, invece di farne dono. A cosa ti servono tutti quei bei riccioli, quella faccia ritoccata dai cosmetici, quel tuo sguardo birichino, quel tuo sculettare ad arte, con passettini studiati apposta, se non per pubblicizzare le tue qualità per poi metterle in vendita? Stammi bene a sentire: io non sono una di quelle che sanno tutto di oroscopi e stanno a sentire gli astrologi, ma mi basta guardare in faccia le persone per capire che tipi sono, e se poi li vedo anche fare due passi sono capace di dirti pure quello che pensano. Bando alle ciance: sia che tu venda quello che cerco (e il compratore è già bello e pronto), sia - e sarebbe anche più carino da parte tua - che lo regali, datti da fare perché io ti sia grata. Se poi vai a raccontare in giro di essere uno schiavo e un morto di fame, guarda che accendi una ch'è già abbastanza in calore. Perché ci sono delle tipe che si eccitano solo con la feccia: gli basta vedere un servo o uno stalliere con la veste tirata un po' su, e si infiammano subito. Altre, invece, le manda in fregola il circo, o un mulattiere impiastricciato di polvere, o ancora un attorucolo che si sia fatto un nome calcando le scene. La mia padrona è una di queste: lei salta oltre le quattordici file dei posti riservati nell'orchestra, per andarsi a prendere in mezzo alla gentaglia qualcuno che la faccia andare su di giri».


Ringalluzzito da tutte quelle lusinghe, io le dissi: «Ma dimmi un po', saresti tu quella che spasima per me?». Ma la ragazza scoppiò a ridere a quella freddura e replicò: «Vacci piano con le arie. Finora, a letto con un servo non ci sono mai andata, e prego gli dèi di evitarmi rapporti intimi con gente destinata alla croce. Con tipi come quelli se la vedano un po' le signore bene, che i segni delle frustate se li baciano pure. Quanto a me, con tutto che sono solo una serva, se non sono almeno dei cavalieri, non mi ci metto». Io rimasi a bocca aperta di fronte a una simile differenza di gusti, e non riuscivo a darmi pace che un'ancella avesse la superbia di una signora, e una signora la bassezza di un'ancella.


Dopo esserci scambiati ancora un bel po' di battute, chiesi all'ancella di portarmi la sua padrona nel boschetto di platani. L'idea le andò a genio e... si tirò su per bene la tunica andandosi a infilare in mezzo alle macchie di alloro che costeggiavano il vialetto. Un attimo dopo riemerse dal nascondiglio insieme alla sua padrona, e io mi ritrovai accanto una donna che era meglio di qualunque statua. Per descriverne la bellezza non ci sono parole adeguate, perché tutto quello che potrei tirar fuori non sarebbe all'altezza della realtà. I capelli naturalmente ondulati le si spargevano ovunque sulle spalle, pettinati all'indietro a partire dalla fronte minuta, mentre le sopracciglia le correvano fino alla linea delle guance andandosi quasi a unire tra gli occhi, che erano più limpidi delle stelle nelle notti senza luna, il naso era appena arcuato e le labbrucce come quelle che Prassitele immaginò avesse Diana. Per non dire del mento, del collo, delle mani e dei piedi, così bianchi tra i giri di una catenina dorata, che il marmo di Paro avrebbe sfigurato al confronto. E così, fu allora che per la prima volta mi sembrò di non provare più nulla per Doride, la mia fiamma di un tempo.




Che ti succede, o Giove, che gettate a terra le armi


resti tacito in mezzi agli dèi, tu idolo muto?


Era questo il momento di ornare la fronte tua torva di corna


e nascondere i bianchi capelli con candide piume.


Ecco la vera Danae. Ma tu sfiorale il corpo soltanto,


si scioglieranno le membra per ardore di fiamma che brucia.




127 Estasiata dal mio madrigale, la donna sorrise in maniera così soave da sembrarmi la luna quando fa capolino da una nube con la sua faccia piena. Poi, accompagnando con gesti le parole, disse: «Se non disdegni, o bel giovine, una donna di classe che quest'anno ha conosciuto per la prima volta l'uomo, io ti offro l'amore di una sorella. So che tu hai già un fratellino - lo ammetto, ho preso qualche informazione -, ma chi ti impedisce di adottare anche una sorella? A me basta stare sul suo stesso piano. Tu dègnati solo, quando te ne vien voglia, di provare anche i miei di baci». «Anzi» replicai, «sono io che ti scongiuro, in nome della tua bellezza, di voler ammettere tra i tuoi spasimanti uno straniero. Se ti lasci adorare, vedrai come sono devoto. E perché tu non debba pensare che io voglia entrare gratis nel tempio d'Amore, accetta in dono il mio fratellino». «Ma come» replicò lei, «mi regali questo bel ragazzino senza il quale non puoi vivere e dalle cui labbra pendi, questo qui che tu ami come io vorrei essere amata da te?». Mentre pronunciava queste parole, la sua voce era accompagnata da una tale grazia, e un suono così dolce carezzava l'aria, che sembrava di sentire nell'aria l'armonioso canto delle Sirene. E mentre ero lì in estasi che la contemplavo e tutto il cielo intorno brillava di un non so che di più splendente, volli sapere il nome di quella dea. «E così» disse lei «la mia ancella non ti ha detto che mi chiamo Circe? Ma non sono figlia del Sole, e mia madre non fermò, a piacer suo, il corso del mondo. Eppure, se il destino vorrà vederci uniti, avrò lo stesso motivo di render grazie al cielo. Anzi, penso che un dio sia già all'opera con non so quali suoi taciti progetti. E non è senza un motivo che Circe ama Polieno: da sempre tra questi due nomi divampa una grande passione. Avanti, se ne hai voglia prendimi pure, e non temere se qualcuno ci vede, perché tanto il tuo fratellino non c'è». Così disse Circe e, abbracciandomi con quelle sue braccia morbide come la piuma, mi attirò a terra su un prato che era tutto colori.


Come i fiori che in vetta dell'Ida cosparse


la madre Terra, nel giorno in cui Giove si unì


al suo legittimo amore e l'ardere delle fiamma sentì nel petto:


brillarono le rose, le viole e il cipero dolce,


e risero i bianchi gigli sul verde del prato:


così ci invitava all'amplesso la terra su soffici erbe,


e candido il giorno inneggiava all'amore segreto.


Ugualmente avvinghiati in quel prato, ci divoravamo in un gioco di baci, nell'attesa del piacere più intenso.


128 CIRCE A POLIENO. «Ma cosa t'è preso?» sbottò a un tratto. «Forse ti danno fastidio i miei baci? Non avrò per caso l'alito cattivo per colpa del digiuno? O del sudore rancido sotto le ascelle? Ma se non è così, e lo credo, non sarà mica perché hai paura di Gitone?». E io, tutto rosso in faccia per la vergogna, persi anche quel poco di forze che mi restavano, e col corpo che mi si afflosciava dissi: «Non schernire, ti prego, o regina, le mie sventure: qui mi sa che sono vittima di una fattura».




CIRCE. «Criside, sii sincera, dimmi la verità: sono brutta? Non sono vestita come si deve? C'è qualche difetto che offusca la mia bellezza? Non ingannare la tua padrona. Non lo so proprio in cosa ho sbagliato». E dato che la ragazza non apriva bocca, le strappò di mano uno specchio e, dopo aver provato tutte le espressioni che la gioia di solito disegna sui volti degli innamorati, si aggiustò un attimo il vestito spiegazzato dal contatto con la terra e poi si infilò in fretta e furia nel tempio di Venere. Io invece, con la faccia da condannato e i brividi dappertutto come se avessi visto un fantasma, cominciai a chiedermi se non ero stato defraudato del vero piacere.


Così, nel sopore della notte, quando i sogni c'illudono


gli occhi errabondi e la terra sventrata ci mostra


alla luce dell'oro, rapace la mano soppesa il tesoro


e lo rapisce, sul volto si spande il sudore, stringe


il cuore la paura che possa qualcuno scoprire


il segreto e ci strappi dal grembo il bottino.


Quando poi l'illusione svanisce e al vero ritorna


la mente, brama l'animo ciò che ha perduto,


e nel sogno scomparso con tutti i suoi sensi s'aggira.




GITONE A ENCOLPIO. «E così ti ringrazio davvero per questo tuo amore socratico che hai verso di me. Nemmeno Alcibiade dormì così intatto nel letto del suo precettore».




129 ENCOLPIO A GITONE. «Mi devi credere, caro fratellino mio, ma mi sembra di non essere nemmeno più un uomo, di non provare più nulla. È ormai morta e sepolta quella parte del mio corpo, dove prima io ero un Achille».




Siccome il ragazzino temeva di dar adito a chiacchiere se lo trovavano lì con me, schizzò via come una furia e andò a rintanarsi nell'angolo più lontano della casa.




Ma a entrare nella mia stanza fu invece Criside, che mi consegnò un biglietto della sua padrona nel quale c'era scritto: «Caro Polieno, se io fossi una che bada solo ai sensi, sarei qui a lamentarmi per la delusione. Devo invece ringraziare la tua debolezza, perché mi ha permesso di godermi più a lungo i preliminari. Vorrei però sapere come ti senti e se a casa ci sei ritornato con le tue gambe, visto che, stando a quanto dicono i medici, senza nervi non si cammina più. Ascoltami bene, tesoro, occhio alla paralisi, perché uno mal preso come te non l'ho mica mai visto. Sei già mezzo spacciato, e se quel gelo ti arriva alle ginocchia e alle mani, puoi pure chiamare le pompe funebri. E allora? Anche se è grave l'offesa che ho ricevuto, non voglio negare la medicina a uno che sta così male. Se vuoi guarire, raccomandati a Gitone. Ti garantisco, riacquisterai le forze, se solo per tre notti non vai a letto col fratellino. Quanto a me, niente paura: se la fama e lo specchio non mi ingannano, qualcuno cui piacere lo trovo ancora. Stammi bene, se ci riesci».


Quando Criside vide che avevo finito di leggere quella presa in giro, disse: «Ma dài, son cose che succedono. Specie in questa città, dove le donne son capaci di tirarti giù perfino la luna dal cielo... Tranquillo che un rimedio lo troviamo. Tanto per cominciare, rispondi alla padrona buttandole giù qualche parola carina, e restituiscile coraggio col candore della sincerità. Perché è meglio ti dica come stanno le cose: da quando ha subito l'offesa, la mia padrona è fuori di sé». Seguii di buon grado il consiglio della ragazza e misi per iscritto quanto segue:


130 «Polieno a Circe: salve! Ti confesso, o mia regina, di aver peccato parecchio, ma sono un uomo e per giunta giovane. Prima di oggi però non ero mai incappato in un peccato mortale. Eccoti qua davanti un reo confesso: qualunque sia il tuo verdetto, sarà meritato. Mi son macchiato di tradimento, ho ucciso un uomo e ho profanato un tempio: trova tu un adeguato castigo per questi misfatti. Se ritieni che io debba morire, verrò da te con la mia spada; se ti basterà farmi frustare, allora correrò nudo dalla mia regina. Ricòrdati però di una cosa soltanto: non son stato io a fallire, ma l'arnese. Il soldato era pronto, sono state le armi a mancare. Chi abbia provocato il pasticcio, lo ignoro. Forse la smania interiore ha preso sul tempo gli indugi del corpo; o forse, volendoti tutta godere, ho sprecato il piacere prima del tempo. Non riesco a capire che diamine ho combinato. Mi dici poi di stare attento alla paralisi: come se ce ne fosse una ancora peggiore di questa, che mi ha impedito di farti mia. Eccoti però il succo delle mie scuse: vedrai che saprò soddisfarti, se solo mi darai modo di rimediare alla mia colpa».




Dopo aver congedato Criside con questa promessa, mi presi cura con ogni attenzione di quello sciagurato mio corpo, iniziando col ricorrere a un leggero massaggio, invece del solito bagno. Poi buttai giù della roba afrodisiaca, cioè cipolle e teste di lumaca senza salsa, con meno vino del solito. Poi, dopo aver fatto due passi, mi infiliai a letto senza Gitone. La voglia di far pace con Circe era così forte, da temere che il fratellino mi sfiorasse anche solo col fianco.


131 Il giorno dopo, essendomi alzato senza più alcun disturbo di natura fisica e psicologica, mi recai di nuovo in quello stesso viale coi platani, anche se ormai avevo il sospetto che si trattasse di un posto un po' iellato, e rimasi lì tra gli alberi ad aspettare Criside che mi indicasse la strada. Stanco di andare su e giù, mi ero seduto nel punto del giorno prima ed eccola arrivare in compagnia di una vecchietta. E dopo avermi salutato, mi disse: «E allora, pagliaccio, oggi andiamo un po' meglio?».




La vecchia, intanto, tirò fuori dal grembo un cordoncino intrecciato con fili di diverso colore e me lo legò al collo. Poi raccolse col dito medio un po' di terriccio, ci sputò sopra e mi tracciò dei segni sulla fronte, anche se io cercavo di oppormi schifato...




Dopo aver pronunciato questa formula magica, la vecchietta mi ordinò di sputare tre volte e di tirarmi per tre volte contro il petto dei sassolini incantati che aveva portato avvolti in uno straccetto di porpora. Poi, allungando le mani, cominciò a manipolarmi l'affare, che obbedì all'istante, gonfiandosi e indurendosi in maniera così spettacolare da riempire le mani della vecchia, che esultante esclamò: «Guarda un pochino, Criside mia, che bel leprotto ti ho stanato perché un'altra se lo goda!».




Il platano mobile l'ombra estiva diffonde,


e il tremulo cipresso, e Dafne coperta di bacche,


e pini potati dalle cime ondeggianti.


Lì in mezzo giocavano le acque errabonde di un rivo


spumoso, smeriglio dei ciottoli le querule onde.


Un luogo degno d'amore: ne davano conferma l'aedo silvestre


e Procne l'urbana, che a volo sui prati d'intorno


e su tenere viole un inno levavano ai campi.




Mollemente adagiata sul letto, lei poggiava il suo collo marmoreo su un cuscino dorato, e con un mirto in fiore si faceva vento lentamente. Appena mi vide, arrossì un pochino, memore forse del brutto scherzo che le avevo fatto il giorno prima. Quando però tutti i presenti si ritirarono e mi invitò a sdraiarmi accanto a lei, mi coprì gli occhi con il rametto e, quasi resa più sbarazzina da quella specie di schermo tra di noi, disse: «E allora, mio bel paralitico, oggi sei venuto tutto intero?». «Perché fai tante domande» replicai io «invece di toccare con mano?». E abbandonatomi tutto nel suo abbraccio, ormai senza bisogno di incantesimi, andai avanti a baciarla fino a non poterne più.




132 ENCOLPIO A PROPOSITO DEL FANCIULLO ENDIMIONE. Con la sola bellezza del suo corpo che per me era tutto un invito, lei mi attirava al piacere. Già sulle nostre labbra fioccavano fitti i baci, già le mani intrecciate si erano avventurate in ogni tipo di carezze amorose, già i nostri corpi allacciati si erano fatti un respiro solo.




Esasperata da un fiasco tanto palese, la signora si decise alla fin fine a punirmi: e così, chiamati i domestici, dà ordine di appendermi per i piedi e frustarmi. Ma non contenta di avermi già umiliato in quel modo, chiama le sue schiave addette al telaio e la feccia della servitù, invitando tutti a coprirmi di sputi. Io mi metto una mano sugli occhi e, senza lasciarmi scappare una sola parola di supplica perché sapevo di meritarmelo in pieno, vengo scaraventato fuori in una gragnuola di calci e di sputi. Insieme a me cacciano anche la vecchia Proseleno, e Criside si busca la sua bella razione di botte, mentre tutti i servi bisbigliano preoccupati tra loro, chiedendo chi mai abbia fatto uscire dai gangheri la padrona, che un attimo prima così di buon umore.





Così, rinfrancato al pensiero che anche gli altri le avevano prese, nascosi abilmente i segni delle frustate, per evitare che Eumolpo se la ridesse dei miei guai e che Gitone se ne rattristasse. Facendo perciò l'unica cosa possibile per salvare la faccia, finsi di non sentirmi bene e, cacciatomi a letto, scatenai tutta la mia rabbia contro l'arnese, unico e vero responsabile di quella serie di disavventure.


Strinsi in mano tre volte la scure terribile,


tre volte temetti il ferro che male la mano reggeva,


rammollito com'ero più di un torso di cavolo.


Né più avrei potuto infligger la pena che pure volevo.


Infatti l'arnese, spaurito e più freddo del ghiaccio,


si era ritirato nella pancia coperto da innumeri grinze.


Né potei la cappella scoprirgli per dar mano al supplizio,


ma beffato dal terrore mortale di tale pendaglio da forca,


mi tuffai negli insulti che più lo potevano ferire.


Appoggiandomi dunque sul gomito, indirizzai a quel contumace un'invettiva grosso modo così: «Cos'hai da dire, vergogna di tutti gli uomini e di tutti gli dèi? Infatti in un discorso serio non è corretto nemmeno nominarti. Cosa ti avrei mai fatto perché tu mi trascinassi all'inferno dal paradiso in cui mi trovavo? Perché tu mi togliessi il fiore degli anni nel suo primo rigoglio, per mettermi addosso lo sfinimento dell'estrema vecchiaia? Avanti, dammi anche solo una prova che almeno ci sei». Mentre così mi sfogavo,


Volgendo il capo, a terra gli occhi teneva,


e la faccia non tradiva ombra di movimento alle mie parole,


più di un salice molle o di un papavero dal gambo appassito.


Eppure, appena finita quella penosa tirata, cominciai a provare rimorso per quanto avevo appena detto e ad arrossire tutto dentro di me, perché, lasciando da parte ogni traccia di pudore, mi ero messo a parlare con quella parte del corpo che la gente a modo non ammette nemmeno di avere. Ma poi, dopo una lunga grattata di testa, mi dissi: «Ma, in fin dei conti, che male c'è se ho sfogato la mia rabbia con un po' di parolacce? Non è forse la stessa cosa quando, sempre accanendoci col nostro corpo, imprechiamo contro la pancia o la gola o la testa, quando ci fanno male troppo spesso? Ulisse non litiga forse col proprio cuore, e certi personaggi della tragedia non se la prendono con gli occhi, come se quelli potessero starli a sentire? I gottosi poi maledicono i piedi, gli artritici le mani, i cisposi gli occhi, mentre quelli che prendono una botta al dito, scaricano la rabbia contro i piedi, come se fosse tutta colpa loro:


Perché mai mi squadrate con la fronte accigliata, o Catoni,


e condannate un'opera fresca come i tempi che corrono?


Sorride serena la grazia di uno stile spontaneo,


e quello che il popolo fa, chiara la lingua lo dice.


Chi è all'oscuro del sesso, e chi ignora le gioie di Venere?


Chi mai nega che i corpi si incendino nel caldo del letto?


Anche il padre del Vero, il saggio Epicuro, lo ingiunse,


e disse che questo è lo scopo finale della vita.




«Negli uomini non c'è nulla di più falso dei pregiudizi, e nulla di più stupido di un'austerità ipocrita».




133 Finita la declamazione, chiamo Gitone e gli faccio: «Ma dimmi un po', caro fratellino, in tutta coscienza: quella notte che Ascilto ti portò via da me, restò sveglio fino a quando riuscì a possederti, oppure si accontentò di una notte vedova e casta?». Il ragazzino si toccò gli occhi e giurò nel modo più solenne di non aver subito violenza da Ascilto.




... e inginocchiandomi sulla soglia del tempio, rivolsi questa preghiera al dio che mi aveva voltato le spalle:


«Delle Ninfe e di Bacco compagno, che Dione la bella


fece dio delle selve fiorenti, che regni sull'inclita


Lesbo e la verde Taso, cui innalza preghiere il Lido


dai sette fiumi, e dedica templi in Ipepa,


vieni qua, protettore di Bacco e amore delle Driadi insieme,


e ascolta una timida prece. Non vengo cosparso


di sangue funesto, né mai i tuoi templi violai


con sacrilega mano, ma misero e messo alle strette,


se mai un delitto commisi, non fu con il corpo mio tutto.


Minore è la colpa di chi pecca per debolezza. Per questo,


ti prego, l'animo mio solleva e indulgi a un peccato minore,


che, se mai mi sorrida un'ora di buona fortuna,


il tuo nume io non lascerò senza onori. All'ara tua andranno,


o divino, il capro, il padre cornuto del gregge,


e vittima ancora lattante, il parto di querula scrofa.


Nei calici spumeggerà il vino dell'anno, e tre volte


danzando i giovani ebri il giro del tempio faranno».




Mentre son lì che recito questa preghiera, senza mai togliere gli occhi dal caro estinto tra le gambe, entra nel tempio una vecchia orripilante, coi capelli scarmigliati e una veste nera addosso, che mi abbranca e mi porta fuori dal tempio.




134 LA VECCHIA PROSELENO A ENCOLPIO. «Che razza di streghe ti hanno mangiato i nervi, o quale schifezza o cadavere hai calpestato nel cuor della notte a un crocicchio? Nemmeno con il ragazzo sei riuscito a rifarti ma, molle, fiacco e scoppiato come un ronzino in salita, ci hai rimesso soltanto fatica e sudore. E non contento di essere già tu in peccato, hai messo gli dèi anche contro di me».




E poi, senza che io facessi alcuna resistenza, mi trascinò di nuovo nella cella della sacerdotessa, mi cacciò sul letto e, dopo aver afferrato una canna dietro la porta, cominciò a darmele di santa ragione, senza che io avessi il coraggio di reagire. E se la canna non si fosse rotta quasi subito, diminuendo così la violenza dei colpi, probabilmente quella mi avrebbe fratturato testa e braccia. A piagnucolare cominciai invece quando lei si mise a trafficare con l'arnese e, mentre le lacrime mi rigavano il volto, caddi riverso sul cuscino nascondendomi la faccia con la destra. Allora anche la vecchia scoppiò a piangere e, sedutasi sull'altra sponda del letto, cominciò a lamentarsi, con voce tremula, di quanto le pesassero tutti i suoi anni, finché non intervenne la sacerdotessa: «Che ci fate voialtri» ci investì, «qui nella mia cella? Non l'avrete mica presa per una tomba ancora fresca? E per giunta in un giorno festivo, quando ride anche chi dovrebbe piangere?».




PROSELENO AD ENOTEA, SACERDOTESSA DI PRIAPO «O Enotea» le si rivolse la vecchia, «questo giovanotto qui è nato davvero sotto una cattiva stella: figurati che non riesce a piazzare la sua mercanzia né agli uomini né alle donne. Un disgraziato come questo non l'hai mai visto: al posto dell'affare là sotto, ci ha un'anguilla marinata. Per fartela breve, che cosa mi dici di uno che si è alzato dal letto di Circe senza aver goduto?». Udite queste parole, Enotea prese posto in mezzo a noi e, dopo aver scosso per un bel po' la testa, disse: «Io sono l'unica che può guarirlo da questa malattia: e per dimostrarvi che non parlo a vanvera, chiedo che questo tuo giovanotto dorma con me una notte, e poi vediamo se non glielo faccio ritornare duro come un corno:


Tutto ciò che vedi al mondo, mi si inchina. La florida terra


se voglio la faccio languire arida, con tutte le linfe essiccate,


se voglio, lei spande i suoi beni e rocce selvagge e macigni


eruttano acque del Nilo. A me il mare sottomette


gli inerti marosi, e innanzi ai miei piedi gli zefiri fermano


taciti i soffi. A me obbediscono i fiumi, le tigri d'Ircania,


e i draghi immobili a un cenno. Perché mai parlare di cose


da nulla? La mia voce d'incanto fa scendere dal cielo la Luna,


e Febo sgomento costringo a mutare il suo corso, volgendo


a ritroso i suoi bai furibondi.


A tanto giungono gli scongiuri. L'ardore dei tori si placa,


bloccato da riti di vergine, con magici filtri la figlia


di Febo che è Circe trasforma i compagni di Ulisse,


e Proteo assume l'aspetto che vuole. Esperta ch'io sono


in quest'arte, sul fondo dei mari trapianto i boschi dell'Ida,


e l'acqua dei fiumi sospingo alle vette più alte.


135 Rabbrividii atterrito da tutte quelle incredibili promesse e cominciai a osservare con maggiore attenzione la vecchia.




«Avanti» esclama Enotea, «eseguite i miei ordini!»...




e dopo essersi lavata con cura le mani, si chinò sul letto e mi baciò due volte...




Enotea piazzò una vecchia tavola in mezzo all'altare, ci sistemò sopra dei carboni ardenti, e quindi, dopo aver sciolto un po' di pece, riparò una vecchia scodella tutta forata. Poi riattaccò alla parete affumicata il chiodo che era venuto giù mentre prendeva la ciotola di legno. Quindi, dopo essersi legata ai fianchi un grembiule quadrato e aver sistemato sul fuoco una grossa pentola, servendosi di un forchettone tirò giù dalla dispensa un sacchetto con dentro delle fave pronte per l'uso e una testina di maiale già tutta rosicchiata. Aperto il sacco, distribuì sulla tavola una parte delle fave e mi intimò di pulirle per bene. Io le obbedisco e, mettendoci dell'impegno, comincio col mettere da parte quelle che dalla buccia sembravano ammuffite. Ma lei, dandomi del buono a nulla, raccoglie quella robaccia e, strappandone le bucce con i denti, le sputa per terra, che sembravano tante mosche.




Dal canto mio, ero sbalordito al vedere quanto la povertà aguzzi l'ingegno e come ogni singolo aspetto possa esser sfruttato col senso pratico:


L'avorio dell'India non splendeva montato nell'oro,


né di lastrici in marmo pregiato brillava la terra


privata dei suoi tesori, ma solo una stuoia di salice


e fasci di povera paglia, e tazze ancor fresche d'argilla,


che un ruvido tornio aveva forgiato alla buona.


Per l'acqua un catino, e ceste di vimini appese


a un ramo flessuoso, e un'anfora sporca di vino.


E al muro lì intorno di paglia e di fango commesso


infissi vedevi dei rustici chiodi, e appesa


a un giunco nel pieno del verde un'esile canna.


Inoltre da un trave fumoso dell'umile casa pendevan


le scorte, e dolci sorbe oscillavano in trecce odorose


intrecciate, e santoreggia lasciata invecchiare,


e grappoli d'uva passita. Al pari ospitale fu un giorno


la casa d'Ecale nell'Attica, degna di culti sacrali,


che il verso del vecchio Battiade a noi nel memore corso


degli anni trasmise a un'età che sapesse ammirarlo.




136 Mentre lei è alle prese con un pezzettino di carne e col forchettone cerca di riappendere in dispensa quella testina che, occhio e croce, doveva avere la sua età, lo sgabello tarlato sul quale era salita per arrivare fin lassù si sfascia e manda a gambe levate la vecchia, facendola planare con tutto il suo peso sul focolare. Di conseguenza si spacca anche l'orlo della pentola e il fuoco, che stava già per prendere, si spegne. Lei centra col gomito un tizzone ardente e la cenere che si solleva le sporca tutta la faccia. Io salto su in piedi tutto spaventato e, non senza sghignazzare, aiuto la vecchia a tirarsi su... e, per evitare ritardi al sacrificio, va subito dai vicini a farsi dare il necessario per riattizzare il fuoco.


Io allora mi diressi verso l'ingresso della stamberga... quand'ecco che tre oche sacre, abituate intorno a mezzogiorno - mi immagino - a reclamare il becchime dalla vecchia, mi si avventano addosso e mi circondano da ogni parte, spaventandomi pure con un orrendo e rabbioso strepito. Una mi fa a pezzi la tunica, un'altra mi slega le stringhe dei calzari e se li porta via, mentre una terza, che guidava quell'assalto in piena regola, non esita a straziarmi un polpaccio col suo becco seghettato. Siccome di quel brutto scherzo non ne potevo davvero più, strappai una gamba alla tavola e cercai di liberarmi a mano armata da quella bestiaccia inferocita. E non mi limitai a qualche semplice colpo dimostrativo, ma mi vendicai stendendola morta al suolo:


Così costretti dall'astuzia di Eracle, credo, al cielo fuggirono


gli uccelli Stinfalidi, e rapide come corrente le Arpie quando a Fineo


lordarono i tavoli stillando veleno sulle false mense.


Tremò la volta celeste, squassata alle insolite grida,


e fu scossa la reggia del cielo.




Nel frattempo le altre due oche si erano spazzolate le fave che, rotolando sul pavimento, si erano sparse dovunque e, sconfortate dalla perdita di quella che a mio avviso doveva essere il capo, se ne erano tornate nel tempio, quando io, raggiante per essermi rifatto portando via anche del bottino, nascondo dietro il letto l'oca uccisa e mi disinfetto con un po' di aceto la ferita non troppo profonda alla gamba. Per paura poi di doverla pagare cara, pensai bene di togliere il disturbo e, raccolta la mia roba, feci per uscire dalla stamberga. Ma non ne avevo ancora varcato la soglia, che vidi Enotea tornare sui suoi passi con un recipiente pieno di braci. Tirai subito indietro il piede e, dopo essermi tolto di nuovo il mantello, rimasi lì sulla porta, come se stessi aspettando il suo arrivo. Lei allora sistemò un po' di brace sotto le canne, ci mise sopra molta legna e cominciò a scusarsi del ritardo, dovuto a una vicina che non l'aveva lasciata andare via se non dopo aver buttato giù i soliti tre bicchierini. «E tu» disse poi «che hai fatto mentre non c'ero? E le fave dove sono finite?». Convinto com'ero di aver compiuto chissà quale prodezza, le raccontai per filo e per segno tutta la storia della battaglia e, perché non stesse a pensarci troppo, le offrii l'oca come risarcimento al danno subito. Ma non appena la vecchia la vide, si mise a strillare così tanto e così forte, da dar l'impressione che le oche fossero di nuovo lì sulla porta. Impressionato, allora, e sbalordito da come si stava mettendo la faccenda, le chiesi perché mai si fosse scaldata tanto e perché si preoccupasse più dell'oca che di me.


137 Ma lei, battendo forte le mani, mi urlò: «Razza di criminale, e hai anche la faccia tosta di parlare? Tu non ti rendi mica conto di che infamia ti sei macchiato: hai ucciso la gioia di Priapo, un'oca che faceva impazzire tutte le signore. Non credere quindi che sia una cosa da poco, perché se solo lo vengono a sapere i magistrati, finisci dritto sulla croce. Hai profanato col sangue la mia dimora fino a oggi inviolata, e hai fatto in modo che chiunque lo voglia fra i miei nemici possa farmi espellere dal sacerdozio».




«Per carità» le dico io, «non gridare: in cambio dell'oca ti farò avere uno struzzo».




Mentre me ne sto lì imbambolato a fissarla seduta sul letto che continua a piangere per la morte dell'oca, entra Proseleno con la spesa fatta per il sacrificio e, vedendo l'oca uccisa e domandando le ragioni di tutto quello strazio, scoppia anche lei in calde lacrime e si mette a commiserare la mia sorte, come se avessi ucciso mio padre invece di un'oca qualunque. Alla fine, seccato da quella lagna, dico: «Ditemi un po', non mi è concesso espiare la colpa tirando fuori qualche soldo?... Manco se vi avessi insultato e mi fossi macchiato di un omicidio! Eccovi qua due belle monete d'oro, che ci potete comprare anche gli dèi insieme alle oche». Appena Enotea vide la grana, disse: «Scusami tanto, ragazzo mio: è per te che mi preoccupo, non lo faccio mica per cattiveria, ma solo perché ti voglio bene. Vedrai, sistemeremo tutto, che nessuno lo venga a sapere. Tu però prega solo gli dèi che ti perdonino per la bella impresa che hai fatto.


Veleggi col vento in poppa chi ha denaro,


e regoli la sorte secondo il suo piacere.


Se in moglie prende Danae, ad Acrisio persino


farà credere quel che Danae ha creduto.


Scriva versi, declami e lo applaudano tutti,


e se cause discute, superi anche Catone.


Se fa il giudice, abbia il "consta" e il "non consta",


e sia almeno alla pari di Servio e Labeone.


Ne ho già dette abbastanza: coi contanti ciò che vuoi


te lo danno. Ogni scrigno ha dentro il suo Giove».




Mi mise in mano una ciotola piena di vino e, dopo avermi pulito con porri e prezzemolo le dita della mano distese in avanti, immerse pregando delle nocciole nel vino. E a seconda che tornassero o meno a galla, lei tirava fuori il pronostico. Ma io capivo benissimo che a galla rimanevano le nocciole vuote e senza midollo (perché dentro non avevano niente), mentre quelle piene e con il frutto intatto andavano giù.




Dopo aver squartato l'oca, ne tirò fuori un fegato robustissimo, che le servì per predirmi il futuro. Anzi, per evitare che rimanessero tracce del mio delitto, fece a pezzi tutta la bestia e, dopo averli infilati su spiedi, organizzò una cenetta non male, in onore proprio di quello che, a sentire lei, fino a un attimo prima era a un passo dal patibolo. Nel frattempo fioccavano uno dietro l'altro dei bei bicchieri di vino puro.




138 Enotea tira fuori un fallo di cuoio e, dopo averlo cosparso ben bene di olio, pepe in polvere e semi di ortica tritati, incomincia lentamente a infilarmelo nel didietro.


Un attimo dopo la dannata vecchiaccia mi versa quello stesso intruglio tra le cosce.




Poi mescola succo di nasturzio con abrotono e, dopo avermi lavato i genitali con quella mistura, prende un fascio di ortiche verdi e comincia a frustarmi a ritmo lento dall'ombelico in giù.




Le due vecchiette, belle che andate com'erano per il vino e la foia, mi si slanciano dietro e, inseguendomi giù per un vicolo, gridavano: «Al ladro! Al ladro!». Per fortuna riuscii a seminarle, non senza però essermi fatto venire le vesciche ai piedi per tutto quel correre a rompicollo.




«Criside, che prima ti detestava per la condizione in cui versavi, ora che sei così ha deciso di averti anche a costo della vita».




«Ma Arianna e Leda che cosa ebbero di simile a questa bellezza? Che cosa avrebbe potuto, al suo confronto, Elena, che cosa Venere? Perfino Paride, che fece da giudice tra quelle dee infoiate, se nel pieno di quella gara avesse visto i suoi occhi che ammaliano, per lei avrebbe dato Elena e tutte le dee messe insieme. Ah, se mi riuscisse soltanto di strapparle un bacio, di stringere a me quel petto meraviglioso e divino, forse il mio fisico tornerebbe al vigore di un tempo, e risusciterebbe quella parte che mi hanno, credo, addormentato con un maleficio. Le umiliazioni subite non mi tolgono lo slancio: le bastonate che ho preso non me le ricordo neppure, se mi ha cacciato fuori lo ha fatto per scherzo. Se solo potessi rientrare nelle sue grazie!».




139 Cominciai a dimenarmi freneticamente nel letto, come se avessi avuto tra le braccia il mio amore.




«Non me soltanto un nume e il fato implacabile


tormenta. Prima di me il Tirinzio, colpito dall'ira


di Inaco, resse il peso del cielo, già Pelia


il rancore provò di Giunone, e Laomedonte cinse


ignaro le armi, Telefo di due numi saziò l'ira


terribile, e Ulisse temette la forza di Nettuno.


Me pure per tutte le terre, sui mari del bianco Nereo


incalza feroce la collera dell'ellespontiaco Priapo.




Chiesi al mio Gitone se qualcuno mi aveva cercato. "Oggi nessuno" rispose lui, «ma ieri è venuta qui una donna mica male che, dopo aver parlato un bel po' con me tormentandomi con un sacco di domande, alla fine ha attaccato a dire che l'avevi fatta grossa e che, se solo la parte lesa perseverava nell'accusa, ti sarebbe toccata la pena degli schiavi».




Non avevo ancora finito di fare le mie rimostranze, quando arrivò Criside che, avvinghiandosi a me in un abbraccio selvaggio, urlò: «Finalmente sei mio, come ho tanto sperato! Tu mio unico desiderio, mio solo amore. Questo fuoco che mi divora, non potrai mai estinguerlo, se non col sangue».




All'improvviso arrivò uno dei giovani appena assunti, sostenendo che il padrone ce l'aveva da bestia con me perché erano due giorni che non mi vedeva e avrei fatto bene a trovarmi una scusa credibile, se no era difficile che a quel collerico passasse la rabbia senza dover arrivare alla frusta.




140 Filomela, una delle signore più stimate del luogo, che in passato, sfruttando la giovane età, aveva messo le mani su un bel po' di eredità, adesso che era avanti negli anni e sfiorita, appioppava il figlio e la figlia a dei vecchi senza prole e così, nonostante il cambio di guardia, continuava a incrementare i suoi traffici. Questa donna si presentò a Eumolpo, per raccomandare alla sua saggezza e alla sua bontà di cuore i propri figli... e affidare nelle sue mani se stessa e le sue speranze. Gli disse infatti che lui era l'unico uomo al mondo in grado di educare i giovani impartendo loro anche i migliori principi morali. Che, a farla breve, lei lasciava i suoi due figli a casa di Eumolpo perché facessero tesoro delle sue parole, in quanto quella era la sola eredità che era in grado di dare ai ragazzi. E non si comportò diversamente da quanto aveva detto: lasciò infatti lì in camera la ragazza che era un vero splendore e il fratello che era appena adolescente, e finse di andare al tempio a fare un voto. Eumolpo, che era così casto e puro da considerare anche me un ragazzino, non perse tempo e invitò subito la ragazza ai sacri riti del didietro. Ma dato che a tutti aveva detto di avere la gotta e di soffrire di lombaggine, e se non continuava a sostenere questa tesi rischiava di mandare a carte quarantotto tutta la sceneggiata, per dar credito alla messinscena, pregò la piccola di andarsi a sedere su quel commendevole segno di bontà. Al servo Corace ordinò invece di mettersi sotto il letto su cui lui era disteso e, puntellandosi a forza di braccia sul pavimento, di muovere su e giù con la schiena il padrone. Quello eseguì l'ordine, in un primo tempo a ritmo lento e armonizzando il proprio movimento alle mosse esperte della ragazza. Ma, quando si era ormai quasi sul più bello, Eumolpo si mise a gridare a Corace di andare più svelto. E così il vecchio, messo tra il servitore e l'amichetta, se la spassava un mondo con quella specie di altalena. E, fra le risa di tutti cui si univano anche le sue, Eumolpo aveva già bissato un paio di volte il giochetto. Quanto a me, per non perdere le buone abitudini a forza di stare con le mani in mano, mi accostai al ragazzino che stava sbirciando dal buco della serratura le evoluzioni della sorella, e controllai se ci stava. E il ragazzino, che la sapeva già alquanto lunga, non avrebbe rifiutato le mie attenzioni, solo che anche lì il dio avverso mi venne a stanare.




«A rimettermi in sesto sono stati gli dèi maggiori. Mercurio infatti, abituato com'è a scarrozzare avanti e indietro le anime, bontà sua mi ha restituito ciò che una mano imbestialita mi aveva strappato, perché adesso, come puoi constatare, vado più forte di Protesilao e di tutti quanti gli amatori del mondo antico». E così dicendo, mi tirai su la tunica e feci vedere il tutto a Eumolpo. Lui, sulle prime, ci rimane di stucco. Poi, per meglio sincerarsi della cosa, si mette a palpeggiare tutto quel ben di dio con entrambe le mani.




«Socrate, degli dèi e degli uomini... soleva vantarsi di non avere mai messo il naso in un'osteria e di non essersi mai fermato a curiosare in un assembramento di gente. Non c'è niente di meglio che intrattenersi sempre con i saggi».


«Tutto questo» risposi io «è vero. Infatti nessuno è destinato a fare in fretta una brutta fine, più di quelli che mettono gli occhi sulle cose degli altri. Ad esempio, di che cosa vivrebbero ladri e vagabondi, se non avessero con sé scrigneti e borselli con monete sonanti da buttare come esca alla gente? Come i pesci abboccano attirati dall'esca, allo stesso modo gli uomini non rimarrebbero intrappolati se non si facesse balenare loro la speranza di mordere qualcosa».




141 «Tanto per cominciare, la tua nave che doveva giungere dall'Africa, secondo la tua promessa, con tanto di soldi e schiavi a bordo non è ancora arrivata. E i cacciatori di eredità, ormai ridotti in bolletta, cominciano a tirarsi indietro. Perciò, o sono io che mi sbaglio, oppure la fortuna comincia di nuovo a voltarci le spalle».




«Tutti coloro che ho menzionato nel mio testamento, ad eccezione dei miei liberti, potranno avere quanto ho lasciato loro solo a patto che taglino a pezzi il mio cadavere e se lo mangino alla presenza del popolo».




Sappiamo che presso alcune popolazioni esiste ancor oggi l'usanza che i vivi mangino i corpi dei loro parenti defunti, tanto è vero che spesso i malati si sentono rinfacciare di rendere peggiore la loro carne. Perciò io esorto tutti i miei amici a non sottrarsi alla mia volontà, invitandoli a mangiarsi il mio cadavere con lo stesso gusto con il quale avranno di certo mandato a quel paese l'anima mia».




L'enorme risonanza di tutta quella ricchezza accecava gli occhi e le menti di quei poveracci.




Gorgia era disposto a rispettare la clausola.




«Non ho paura che il tuo stomaco si possa rifiutare. Seguirà le direttive impartite, se gli prometterai che una sola ora di nausea verrà ricompensata da un sacco di belle cose. Basterà che tu chiuda gli occhi e immagini di buttar giù un milione di sesterzi invece di carne umana. E poi, a tutto questo si aggiunge che un sughetto per modificare il sapore lo troveremo. Infatti non esiste una carne che piaccia in sé e per sé, ma viene lavorata ad arte perché risulti appetibile anche a uno stomaco cui altrimenti ripugnerebbe. Se poi vuoi degli esempi che ti dimostrino quanto sto dicendo, sappi che i Saguntini assediati da Annibale mangiarono carne umana, anche se non aspettavano alcuna eredità. E lo stesso fecero gli abitanti di Petelia nell'estremo bisogno, non aspettandosi da un banchetto di quel tipo nient'altro se non vincere i morsi della fame. Quando Numanzia fu espugnata da Scipione, si trovarono delle madri che stringevano tra le braccia i corpi semidivorati dei figli».







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