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René Descartes (latinizzato in Cartesio) nasce nel 1596 nella Turenna (Francia)

filosofia




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CARTESIO


René Descartes (latinizzato in Cartesio) nasce nel 1596 nella Turenna (Francia). Studia presso il collegio gesuita di La Flèche.

Trasferitosi in Olanda nel 1627, compone le Regulae ad directionem ingenii (in cui espone, in maggior numero rispetto al Discorso, le regole del metodo).

Tra il 1630 e il 1633 compone Il Mondo, un trattato in cui difende la teoria copernicana, ma la condanna di Galilei nello stesso anno lo induce a non pubblicarlo.

Nel 1637 pubblica invece tre trattati di natura scientifica (Le meteore, La diottrica, La geometria; in quest'ultimo si delinea la geometria analitica basata sugli assi cartesiani), cui fa precedere come introduzione il Discorso sul metodo, l'opera più famosa di Cartesio, scritta in francese.

Nel 1641 a Parigi pubblica le Meditationes de prima Philosophia (con obiezioni dei critici e risposte dell'autore), in latino, per divulgare la propria dottrina presso il popolo dei dotti.

Nel 1649 la regina di Svezia, Cristina, invita Cartesio alla propria corte per farsi impartire lezioni di filosofia ma il rigore del clima è fatale al filosofo che là muore nel 1650.





ALLA RICERCA DEL METODO


Cartesio è l'iniziatore della filosofia moderna, il campione del razionalismo del '600, ovvero della profonda fiducia nelle possibilità della ragione umana di conoscere la realtà e la natura, purché si segue il corretto metodo di conoscenza.


Anzitutto Cartesio prende le distanze dalla formazione ricevuta dai Gesuiti; criticando:

la filosofia (cioè la scienza), poiché meramente retorica e incapace di risultati certi e degenerata a disputa puramente logica e formale, adatta a trasmettere un sapere costituito e statico più che a nuove scoperte; occorre tener presente che il sapere scolastico criticato da Galileo è quello desunto dai compendi redatti dai Gesuiti, mancando a Cartesio il contatto con gli originali degli autori medievali;

la teologia, poiché si occupa di verità rivelate, come tali superiori all'intelligenza umana, quindi il filosofo (scienziato) non deve occuparsene (separazione dei campi)

geometria e algebra, poiché ridotte a strumenti di problemi sempre più astratti, lontani dalla realtà concreta e da un sapere utile all'uomo.


Nonostante la critica rivolta alla matematica, l'evidenza e la certezza delle conoscenze conseguite da tale disciplina fanno sì che Cartesio la innalzi a mathesis universalis (scienza universale dell'ordine e della misura) e la scelga come modello di tutto il sapere (metafisica, fisica, morale).


Poiché il sapere è come un albero - le cui radici sono la matefisica, il tronco la fisica e i rami le altre scienze -, se Cartesio sostituisce alla fisica aristotelica quella galileiana, allora dovrà anche cercare una nuova metafisica, ovvero dare nuove radici all'albero della conoscenza.


Per fare questo nel Discorso sul Metodo (1637) delinea 4 regole:


l'evidenza: accettare per vera ogni idea che sia chiara (conosciuta in tutti i suoi aspetti, senza oscurità) e distinta (non mescolata ad altre idee)

l'analisi: per risolvere un problema complesso, occorre analizzarlo (letteralmente: dividerlo) in sottoproblemi più semplici la cui soluzione sia evidente

la sintesi: raggiunti diversi risultati parziali, occorre sintetizzarli (lett.: metterli insieme) in un'unica soluzione globale

revisione ed enumerazione: controllare tutti i passaggi e i procedimenti svolti per assicurarsi di non aver tralasciato o sbagliato alcunché.


Delineate le regole per la riforma del sapere scientifico, tocca alla morale, il cui progresso è però legato a quello delle tecniche e della medicina a essa correlate. Questo porta Cartesio a delineare delle regole provvisorie, come un appartamento in cui si possa vivere mentre si sta restaurando l'edificio della morale. Tale provvisorietà è poi frutto della prudenza che Cartesio adotta nei confronti della Chiesa in tempo di controriforma.


Le 3 regole provvisorie della morale sono le seguenti:


il prudente conformismo: vivere secondo usi e costumi del proprio Paese

la perseveranza nelle decisioni assunte: ritenere certe anche le opinioni più dubbie, come chi si smarrisce nella foresta segue deciso una direzione pur di uscirne

il dominio di sé: imparare a modificare i propri desideri piuttosto che la fortuna e il corso del mondo.



DAL DUBBIO UNIVERSALE ALLA CERTEZZA DEL COGITO


Rifondare l'edificio del sapere significa rimettere in discussione tutto il sapere fino ad allora dato per assodato, vero e indubitabile. Occorre dunque dubitare di ogni nozione del sapere per rifondarlo dalle sue radici.



Il dubbio cartesiano non è il dubbio scettico - cioè Cartesio non afferma che occorre dubitare di tutto poiché non è possibile determinare il vero e il falso - bensì è dubbio:

metodico: è cioè l'inizio della ricerca del nuovo edificio del sapere, non la fine di ogni tentativo di conoscere la verità, e come tale fa parte del metodo del conoscere;

iperbolico: eccessivo, universale, perché se si deve dubitare di tutto, allora ogni nozione di sapere deve essere oggetto di tale dubbio metodico


Anzitutto si dubita degli oggetti dei sensi: i sensi ingannano (la torre quadrata appare tonda a una certa distanza; il bastoncino nel bicchiere d'acqua appare spezzato); per pensare che tutte le conoscenze sensibili siano sottoposte al dubbio basta ipotizzare che potremmo essere incapaci di distinguere la veglia dal sonno (come a volte capita quando facciamo un sogno e non ci rendiamo conto che non è realtà ma finzione).


Il secondo passo è quello degli oggetti dell'intelletto. Se anche infatti stessimo sognando, la verità di alcune proposizioni matematiche parrebbe indubitabile ("2+2= 4" è vero anche in sogno). Per estendere il dubbio anche a tali nozioni semplici e apparentemente evidenti, Cartesio introduce l'ipotesi del genio maligno: un'entità inferiore e Dio ma superiore all'uomo (genio) intenzionata a trarre in inganno l'uomo (mentre Dio, che è buono, non potrebbe mai indurre in errore l'uomo). L'ipotesi del genio maligno apre dunque la strada alla universale sospensione del giudizio.


Se però dubito di tutto, di una cosa almeno sono certo: ovvero di dubitare, quindi di pensare, cioè di esistere come cosa pensante. "Cogito ergo sum", penso dunque sono, esisto come res cogitans.

L'argomento è una chiara ripresa del "dubito ergo sum" di Agostino, benché in Cartesio la finalità sia tutta gnoseologica (fondare la validità della conoscenza scientifica) e non teologica

Il pensiero si identifica con una sostanza pensante e questo posta alla rigida separazione di anima e di corpo: se non posso dubitare infatti del mio pensiero, devo però dubitare di quanto riguarda il mio corpo le cui attività sono indipendenti dall'anima e non necessarie al pensiero

Se devo dubitare del mio (e degli altri) corpi, posso però definire a priori un corpo come una cosa estesa, ovvero una res extensa, incentrando tale idea sull'unico aspetto che per natura è proprio del corpo, tralasciando invece le caratteristiche soggettive e mutevoli (colori, odori, sapori, etc.: cfr Galilei e la matematizzazione della natura)

La rigida separazione tra anima e corpo, res cogitans e res extensa, soggetto e oggetto va sotto il nome di dualismo cartesiano.



DIO FONDAMENTO DEL METODO


Una volta accertata l'esistenza della res cogitans, occorre interrogarsi sul mondo esterno alla mente. Per edificare il nuovo sapere occorre infatti vincere l'ipotesi del genio maligno per poter ritenere affidabili quelle conoscenze che paiono evidenti nel campo dei sensi e dell'intelletto. Ma per vincere l'ipotesi del genio maligno occorre opporgli una forza maggiore (Dio) e contraria (buono): occorre cioè dimostrare che Dio esiste.

Se non si riesce in questo compito, l'unica evidenza affidabile sarà quella attuale, cioè quella del cogito, ma il mondo e l'edificio del sapere resteranno sprofondati nel dubbio e nell'inganno del genio maligno.


Per fare questo, come prima prova dell'esistenza di Dio, Cartesio parte dal fatto che l'uomo possiede l'idea di perfezione (poiché sappiamo giudicare le cose e le idee imperfette, cioè non perfette). Ora, tale idea:

non è avventizia: non proviene dall'esterno in quanto in natura non sono date cose che alcun uomo giudichi tali, cioè assolutamente perfette

né è fattizia: non è fatta dall'uomo, poiché se l'intelletto umano potesse creare una tale idea, allora l'intelletto stesso dovrebbe esser almeno di pari grado dell'idea di cui è causa, ovvero perfetto, mentre ognuno sa quanto la ragione umana sia fallibile

bensì è innata: è connaturata alla mente dell'uomo, in cui è stata posta da una Causa esterna di pari grado e valore che è Dio.




Seconda prova dell'esistenza di Dio: a posteriori. Se Dio non ci fosse, chi mi avrebbe dato l'essere? Se io fossi causa di me stesso, non mi sarei infatti creato dotato di tutte le perfezioni, quindi anche dell'infallibilità ? Ma poiché l'uomo non è infallibile, allora non è causa sui (causa di sé) bensì causato da una Causa prima e incausata (che deve esser tale per evitare il regresso all'infinito) che è Dio.


Terza prova dell'esistenza di Dio: a priori. E' una rielaborazione dell'argomento ontologico di Sant'Anselmo: se posso pensare all'idea di Dio come ente perfetto, devo anche pensarlo come esistente poiché, in quanto perfezione assoluta, sarà dotato di tutte le perfezioni e dunque anche dell'esistenza.


L'esistenza di Dio fonda dunque metafisicamente il criterio di verità: l'evidenza è affidabile poiché è esclusa l'ipotesi del genio maligno che tale evidenza poneva in dubbio.


Obiezione - Per dimostrare l'esistenza di Dio presupponiamo però già tale criterio: siamo certi di Dio poiché lo concepiamo come idea chiara e distinta.

Replica - A questa obiezione Cartesio risponde dicendo che l'evidenza presente e attuale del cogito non è sottoposta all'ipotesi del genio maligno, da cui occorre invece salvare ogni evidenza passata. Come dire: Dio fonda l'evidenza della memoria, non delle idee immediatamente e attualmente evidenti.


Negato il genio maligno, ogni ipotesi si inganno svanisce. Posso dunque esser certo delle verità matematiche più semplici, come pure dell'esistenza della realtà corporea (res extensa).


Per quest'ultima in particolare Cartesio offre ulteriori argomenti:

il fatto che l'intelletto concepisca chiaramente e distintamente le proprietà geometriche mi fa ritenere possibile l'esistenza reale di corpi dotati di tali qualità essenziali;

il modo in cui tali proprietà sono concepite dall'intelletto è differente da quanto operato dall'immaginazione che si sforza di rappresentarle sensibilmente, rendendo probabile l'esistenza della res extensa;

la vivacità delle impressioni che colpiscono il mio corpo è maggiore di quelle intellettuali, il che - unitamente alla sincerità di Dio che non mi ingannerebbe mai - mi rende certo del mio corpo e delle altre res extensae.



LA COSMOLOGIA


Il dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa è fondamento della concezione meccanicistica dell'universo che, spogliato di ogni connotazione qualitativa o finalistica, è inteso in termini puramente quantitativi.

Unica caratteristica valutata nella considerazione fisica dei corpi è la dimensione corporea (estensione, grandezza, figura, movimento) ovvero tutte le proprietà ma tematizzabili, trascurando invece le qualità soggettive (colori, odori, sapori).


Di conseguenza la natura è indagata con una prospettiva rigidamente fisico-matematica (nella quale emerge un grande debito nei confronti della fisica galileiana):

corpo e spazio coincidono;

il vuoto non esiste;

la materia è infinitamente divisibile;

il mondo corporeo è infinitamente esteso;

la sostanza terrestre è quella celeste sono identiche;

unico tipo di mutamento è il movimento locale, fondato sui principi di inerzia e conservazione del moto.


Il mondo è dunque una grande macchina, o un grande orologio, il cui funzionamento segue rigide e immutabili leggi di tipo fisico-meccanico, la cui invariabilità è garantita da Dio stesso in quanto creatore.








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