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Giacomo Leopardi - PENSIERO, LA POESIA

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Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798. Su di lui, chiuso nella piccola cittadina di Recanati, agirono meno gli stimoli della cultura esterna. Studiò nella biblioteca del padre, creò quindi tutto il suo bagaglio culturale da solo, con una straordinaria sensibilità. Intuì per sua via i concetti del Romanticismo: al suo infinito è pervenuto da solo, senza conoscere i romantici. La sua è quindi un'elaborazione originale. Ha sconvolto la tradizionale poetica. Questo perché Recanati era un mondo atrofizzato e fossilizzato, la vita era spenta e non vi era alcun tipo di iniziativa, né politica né culturale.

Politica: non ci sono elementi di riflessione. A Recanati c'è un totale co 535g62f nformismo alla restaurazione, un'ossequiente presa dei valori della conservazione. Non avevano un'idea di nazione, non erano venuti a conoscenza dei moti rivoluzionari, Recanati era un mondo fuori dal tempo e dalla modernità.

Cultura: la cultura era bloccata ad un classicismo mediocre e deteriore; anche la famiglia di Leopardi aveva una formazione ampia, ma datata, stantia, vecchia. Il padre aveva una cultura classicista; la sua biblioteca era l'unica istituzione culturale di Recanati. La cultura quindi non era altro che una stanca ripetizione degli stessi motivi.



La famiglia Leopardi era dominata da un orgoglio di casta e da un'alterigia sprezzante nei confronti anche di tutti gli altri nobili. Si sentivano un modello di libertà, si erano chiusi in una torre d'avorio di perfezione: non ricevevano nessuno, non c'era frequentazione sociale. Importantissimo a casa Leopardi era il cerimoniale: era stato soppresso per principio qualunque moto spontaneo, tutto era regolato da una rigida etichetta. Secondo loro i nobili non erano persone comuni, essere umani, ma bensì l'incarnazione di un'idea, essere nobili significa castigare le parti più umane e spontanee, si piegarono quindi ad un rituale ben preciso.

Il critico Gioanola ha chiamato questo il mito della "Pax Leoparda": cioè tutto è simbolo di una pace, non vi deve essere nessun movimento né umanità.

Il padre Monaldo: a 18 anni divenne capofamiglia, assunse lo scopo di fare della propria famiglia il vero modello di nobiltà, perché per lui essere nobili significava sconfiggere il tempo. Secondo lui la rivoluzione francese era stata voluta al fatto che i nobili si erano traviati. Per lui esisteva la nobiltà e basta, per cui il suo obiettivo era quello di creare una famiglia nobile tipo, una specie di modello. La sua biblioteca rappresenta l'incarnazione di un'idea, ma non corrisponde ad un'ansia culturale, deve essere invece simbolo di una perfetta nobiltà e per questo rifiutava il contributo del mondo moderno, che era corruttore. Monaldo aveva però il difetto di spendere troppo, spendeva molto anche in arredo, rinnovava continuamente la casa perché la mobilia e il lustro esterno corrispondevano a creare un'idea di grande nobiltà, per questo si indebitò moltissimo.

La madre Adelaide Antici: aveva una dote molto scarsa, per cui Monaldo la poteva sposare tranquillamente. Fu il loro un matrimonio d'interesse, anche se contrastato dai genitori di lui. Adelaide era una donna terribile, bellissima ma anche glaciale, priva di moti affettivi, cattolicissima, scrupolosa nei suoi doveri religiosi. Non sapeva amare e quindi trasformò il suo cristianesimo in una serie di pratiche, fraintendendo il messaggio di Cristo.

Ma Adelaide fu la fortuna di Monaldo, per due motivi:

1.   Accettò il progetto di ricostruzione della famiglia. Ma non aveva senso critico quindi si incaricò di costruire un'immagine di nobiltà perfetta. Ma è differente da Monaldo, lui è un debole, mentre lei invece più dura, combattiva, di conseguenza la sua azione è più incisiva. Lei ha applicato nel concreto le idee di Monaldo.

2.   Adelaide rinsanguò le finanze, era un'economa e una spilorcia, si assunse la gestione economico-finanziaria. Eliminò ogni forma di lusso: indossava per esempio sempre lo stesso abito e gli stessi stivali.

Si presentava come una donna rigida; concepiva il Cristianesimo in chiave razionale, ed il suo dovere era quello di obbedire al marito, non c'era in lei una fede vera. Adelaide ha sepolto la sua umanità in una razionalizzazione di se stessa. Nella sua vita, infatti, partorì 12 figli, di cui 2 aborti e 5 morti subito dopo la nascita perché era dovere dei nobili avere molti figli, era il suo dovere di nobile cristiana.

Poi, però, pregava che morissero subito perché più vivevano, più rischiavano di contrarre il peccato.

Ricordava ai propri figli la loro bruttezza, li mortificava, perché in tale modo si avvicinava a Dio. Ma quando li curava lo faceva scrupolosamente, anche se desiderava che morissero.

Nel 1803 morì Luigi Gradolone, uno dei figli, ciò suscitò in Giacomo una crisi di pianto e Monaldo racconta che per questo dovette curarlo. Adelaide si arrabbiò moltissimo perché non capiva perché il marito si dovesse rattristare.

In casa Leopardi vivevano anche altre persone: 3 zii preti e nevrotici, un prozio canonico (Carlo, il quale era completamente pazzo, andava in giro, per Recanati spostando le pietre perché aveva paura che la gente ci inciampasse). Inoltre vi erano altri 4 preti, che non erano parenti e il fratello Vito, anche lui pazzo. Dei fratelli, alcuni se ne sono andati, altri no. Il loro destino era già fissato, il figlio maggiore, cioè Giacomo avrebbe dovuto ereditare il titolo, però visto che era malaticcio, gli tolsero il titolo che prese il fratello Carlo. Per gli altri non era previsto che se ne andassero, avrebbero dovuto divenire canonici rimanendo in casa.

Ma perché i figli non sono fuggiti? Giacomo ci provò all'età di 22 anni, nel '19, ma fu scoperto. La loro era una condizione di carcerazione anche interiore, non avevano la condizione ideologica per fuggire. Erano carcerati nello spirito, l'unico che tentò la fuga fu Giacomo, ma per la sua particolare individualità.

Monaldo aveva organizzato l'educazione in casa, lui stesso faceva lezione, oltre ad avvalersi dell'aiuto di alcuni precettori preti gesuiti. Il suo progetto era di ricostruire in casa un corso di studi come quello dei collegi gesuiti. Giacomo però se ne svincolò presto perché a 9 anni sapeva già benissimo latino e greco.

Gli studi dovevano schiacciare gli aspetti più emotivi, dovevano valorizzare il suo intelletto, per costruire un modello di perfezione nobile. L'uomo contava per lui solo nel mentale, non si possono avere pulsioni, né sentimenti né emozioni, perché questo è da esseri umani. Monaldo, inoltre, prevedeva anche l'organizzazione dei piani di gioco, solo battaglie romane, perché questo produceva emulazione e combattività; era un riferimento alla storia e all'antichità, erano questi gli unici momenti per stare insieme, che erano comunque sia controllati.

Nel 1822 Giacomo si recò a Roma con la segreta speranza di trovare una donna (in quel periodo aveva 24 anni): quando era in intimità parlava in modo volgare soprattutto di donne.

Tale educazione sul giovane Leopardi produsse un incredibile potenziamento dell'intelligenza, uno sviluppo prodigioso delle capacità della ragione. Ragione che lui odiava ma che nonostante tutto possedeva come nessun altro: Giacomo rimaneva un razionalizzatore. La stessa educazione produsse però nei fratelli una mortificazione dell'intelligenza.

Giacomo era un bambino fragile di salute, ma dimostrò una straordinaria sensibilità, era facile ad emozionarsi, aveva una fantasia prodigiosa. Aveva un temperamento eroico e combattivo: vinceva sempre le battaglie romane, era anche sprezzante, amava la sfida. A 9 anni componeva già in metrica latina e greca, leggeva moltissimo e contraddiceva i suoi maestri. Quindi Monaldo gli dette il permesso di stare nella sua biblioteca, visse quindi, fra i 9 e i 16 anni, 7 anni di studio matto e disperatissimo, di immersione nei libri, come una forma di liberazione. In questo modo la famiglia non lo considerava, però almeno faceva i fatti suoi.

Aveva però delle difficoltà di natura fisica: ha vissuto un'adolescenza malnutrita a cui si aggiungeva lo studio continuo; aveva turbe psichiche, incubi, soffriva d'insonnie, che si accompagnavano ai disturbi fisici: osteoporosi precoce, mancanza di calcio. soffrì poi alla vista, infatti dal 1819 fu costretto a rimanere a letto al buio (quindi senza leggere) per un anno.

Ci fu poi l'intervento di Carlo Antici, il fratello di Adelaide, il quale abitava a Roma, capì che Giacomo era un genio e che quella condizione gli avrebbe nociuto. Era quindi disposto ad accoglierlo a Roma, doveva poteva "aggiornarsi", ma la madre rifiutò sempre perché non voleva esporlo ai veleni del mondo. Nel 1822 riuscì a partire in viaggio, ma solo perché le sue condizioni di salute erano troppo gravi, riuscì quindi per una anno a soggiornare a Roma.

Dal '25 uscì da Recanati, anche perché un editore milanese, Stella, intuì in lui le capacità di un genio e gli affidò un incarico editoriale, quindi viaggiò in Italia ma le sue difficoltà fisiche gli impedirono di lavorare a ritmi seri. Così nel '28 fu costretto a tornare a casa. Poi, i suoi amici fiorentini, con una colletta, lo riportarono a Firenze dove si era innamorato di una donna, ma lei si era innamorata solo del mito del poeta, ma non ci concluse niente. Ha vissuto gli ultimi anni della sua vita a Napoli dove ha composto la ginestra.

In adolescenza ha coltivato l'amicizia con Giordani, il quale si accorse subito che era un genio. Giordani era un uomo equilibrato, classicista e purista però era anche un illuminista, di idee liberali, intelligenza critica, non era un ottuso. Con le sue lettere contribuì ad arricchire il senso critico di Giacomo, fu così che imparò qualcosa su illuminismo e romanticismo. Per Giacomo, Giordani fu un contatto con il mondo esterno.

Oltretutto nel 1816-17, con la crisi psicologica, lo scrittore percepì che era infelice, che soffriva. Reagì con una ribellione titanica, sfogò l'odio contro i familiari, sentiva il bisogno di gloria, capì di essere intelligente ma di essere ridotto ad una condizione di disperazione. Attuò anche un'altra forma di titanismo: l'incessante riflettere, non è mai fuggito di fronte al proprio dolore.

Giacomo osservò criticamente la sua malattia, qui stava il suo titanismo. Aveva il coraggio di una virile osservazione di sé e del male di vivere. Secondo lui di fronte all'infelicità non serviva il sogno, l'evasione o l'alibi intellettuale.

Vedi fotocopie 1-4

PENSIERO

Manzoni, il quale è passato dall'ateismo alla fede, e Leopardi, che è passato dalla fede all'ateismo, hanno seguito lo stesso ragionamento.

Leopardi aveva ricevuto una fede superficiale, fatta di riti, strumentale e consolante. In lui, infatti, si sciolse la fede cattolica, ma rimaneva in lui la religiosità; rimaneva in lui il bisogno di qualcosa di più grande. È importante capire come la religione cristiana, con i suoi dogmi, può essere smantellata facilmente. Affrontò in seguito il problema della fede in generale, ed arriverà ad un ateismo rigoroso. Inizialmente Giacomo pensava che fosse solo un suo problema, pensava di essere infelice in un mondo fatto di persone felici.

È questa la prima fase del pessimismo, quello definito scolasticamente "pessimismo individuale", in cui puntava tutto su se stesso, in cui viveva la fede come desiderio. Ma questa condizione si erode presto cosicché sgretolò tutte le sue certezze con una riflessione continua. Perse quindi qualsiasi forma di fede, pervenne a conclusioni illuministe: il mondo è un meccanicismo materiale.

Leopardi arrivò da solo a questa forma di illuminismo, o tramite la conoscenza di essa? In precedenza si tendeva a sottolineare la sua formazione illuminista, ma in casa del padre non c'era niente del genere. Anche se le lettere scambiate con Giordani lo hanno familiarizzato con la cultura europea, il nocciolo della ricerca è puramente suo. La sua è una religiosità negativa, sentiva cioè il bisogno di Dio ma non ci poteva credere (pensiero simile a quello che sviluppò poi Montale), aveva la persuasione che tutte le cose fossero nulla e che sentiva il bisogno di un senso.

Solo 2 atteggiamenti sono consentiti all'uomo:

1.   Non avere cultura e non pensarci.

2.   Non cercare soluzioni perché non ci sono, ma contemplare la condizione di dolore che comporta l'esistenza, guardando la natura in faccia.

Il punto di partenza della speculazione Leopardiana si individua nella fase degli anni 1816-'17, il "pessimismo personale", poi, gradualmente, attraverso la ragione comincia ad ampliare l'ambito del suo discorso. Letture e conoscenze gli permettono di passare ad un piano più generale, e in particolare sull'infelicità.

Inizia a chiedersi se l'uomo può essere felice e nel 1819-20 perviene ad una risposta negativa. Non è possibile perché la vita stessa, in quanto tale, significa infelicità. Tuttavia alla risposta radicale perviene all'incirca nel 1824. L'uomo ha solo delle illusioni di felicità: sogni o ideologie. Ma la ragione, sistematicamente, le dissolve con impietosità sovrumana. La vita dell'uomo è un'infinita catena, un susseguirsi di sogni e di illusioni. Non possono esistere nemmeno uomini che non possono sognare, che si abbandonino e si rassegnino alla totale disillusione, questo perché la natura è sempre più forte della ragione. L'uomo, infatti, per natura ha ispirazione al piacere che si concretizza in una costante ricerca di felicità (l'uomo è qui visto in termini eroici).Si denotano qui i contatti con il romanticismo, ma vi è arrivato da solo. La ragione però, ogni volta, porta delle frustrazioni e mortifica l'uomo. La battaglia non potrà mai finire, perché ci sarà sempre qualcosa che farà risorgere il desiderio di felicità.

Il documento base da cui si può desumere il pensiero leopardiano è lo "Zibaldone": un diario che Giacomo ha tenuto fin da giovanissimo, che, dal 1818 diviene il suo confidente, vi scrive infatti moltissimo, è come una forma di alter ego. Le pagine più celebri sono quelle del 1820, scritte dopo la crisi del '19 e dopo la perdita della fede. Nei testi di quest'anno, Leopardi, attorno al 1819, quando aveva già perso la fede ed era approdato al naturalismo, identificava la felicità con il piacere, sensibile e materiale. La felicità non è qui vista come vaghe aspirazioni, non è niente di metafisico o religioso. La felicità non è uno dei tanti piaceri perché questi finiscono; i piaceri naturali, quelli che possiamo sperimentare, sono quindi limitati. Infatti, l'uomo non desidera un piacere, bensì il piacere: aspira cioè a un piacere che sia infinito, per estensione e per durata, un piacere che non abbia limiti, e che l'uomo non possa immaginare che ve ne siano di più grandi.

In sintesi: se l'uomo è finito ed essendo la natura finita, essendo la felicità infinita ed essendo l'infinito impossibile, la felicità è impossibile. Leopardi, come si può notare, rimane in questa ipotesi su un piano esclusivamente materialistico e razionale (processo di deduzione). La condizione dell'uomo è quindi una condizione di vuoto perenne, una condizione di evidente stortura.

Da questa percezione razionale scaturisce una condizione psicologica, la NOIA, cioè il "desiderio del piacere allo stato puro": è la condizione in cui l'uomo desidera qualsiasi cosa, ma in cui, in realtà l'uomo desidera IL piacere. Tale desiderio si presenta, inizialmente, in forme camuffate, ma quando ne siamo consapevoli, ci rendiamo conto che in effetti tale sentimento è la noia, un "soffocamento". Questa implica un senso di vuoto, di paralisi totale, un senso di inappagamento, perché si aspira  a qualcosa che non si può ottenere e quindi non si sa trovare un senso alla vita. L'unica cosa che rimane in quel momento è percepire il nulla, il non senso della vita (annichilimento e appiattimento, soffocamento dell'uomo).

Non tutti sentono la noia, non ne sono affetti animali, piante, che però non sono felici perché nemmeno la loro vita ha senso. Inoltre non la sentono la maggior parte degli uomini che sono inconsapevoli, vivono senza porsi domande e credono di essere felici (in realtà non lo sono), vivendo così tranquilli e inconsapevoli.

La natura, che in questa prima fase è concepita da Leopardi come madre benigna e provvidenzialmente attenta al bene delle sue creature, ha voluto sin dalle origini offrire un rimedio all'uomo: l'immaginazione e le illusioni, grazie alle quali ha velato agli occhi della misera creatura le sue effettive condizioni. Leopardi pensava che la natura per aiutare l'uomo, gli abbia dato lo strumento che compensa l'infelicità, gli ha dato cioè la capacità di sognare, grazie alla quale può mettere sotto scacco la ragione, cosicché non possa comprendere, in proposito si parla addirittura di "provvidenzialismo" della Natura. La capacità immaginativa è il sogno fatto in presenza della ragione, è un'"attività di tipo razionale", non un abbandono del proprio corpo. Costringe quindi la ragione ad usare se stessa in modo differente; la costringe ad elaborare un mondo fantastico. Così da alla ragione non solo un modo di capire ma anche di immaginare. Tale possibilità per gli antichi era fortissima, perché erano simili ai bambini, perché la loro ragione era giovane, in loro c'era più natura. L'uomo moderno, invece, ha perso la capacità immaginativa, così, mentre il bambino sogna facilmente, l'uomo moderno, per sognare, deve costringere la propria ragione, e per fare questo occorre un grande sforzo eroico. L'uomo deve ingaggiare una lotta terribile con la ragione: qui si vede lo slancio eroico dello scrittore. L'attività del sogno è un'azione difficilissima che implica sforzo, frutto di una lotta strenua. Gli antichi ne avevano la possibilità perché il loro pensiero filosofico era appena iniziato (allo stesso modo la pensava Vico).

Quello degli antichi era un pensiero pittorico, ma ora l'uomo è riuscito a creare una ragione abnorme, un mostro (costruita con l'Illuminismo); Leopardi pensava cioè che lo sviluppo non fosse positivo, perché l'uomo più che progredisce più che perde se stesso, l'uomo è un mostro che si fa ragione ma la cui umanità rimane impoverita.

Secondo Leopardi gli antichi erano anche fisicamente più forti, perché erano più naturali, più eroici, più combattivi, mentre invece l'uomo moderno è divenuto solo più vigliacco.

Questa fase, che copre gli anni dal '20 al '21, viene denominata "pessimismo storico", perché deriva dall'evoluzione storica dell'uomo. (NB: tale definizione è arbitraria, perché è una schematizzazione che lui non ha mai usato).



L'approdo finale dello scrittore è il cosiddetto "pessimismo cosmico": un approfondimento che appare nei testi leopardiani dal 1824. In questo anno cambia la visione della natura: non è più vista come un'entità buona, ma è una matrigna indifferente che crea l'uomo e lo getta in questo meccanismo senza dargli uno scopo, è inoltre gli dà la ragione perché si renda conto di essere infelice. Oltre a questo, pone l'uomo in condizioni climatiche negative. È questa una natura gelida e indifferente.

Da sottolineare è però la matrice fondamentalmente problematica del pensiero leopardiano: non c'è mai un momento della sua elaborazione in cui questi due aspetti siano nettamente distinti: Leopardi ha una visione della natura un po' ambigua, sembra considerarla in modo benefico in alcuni punti, ma in altri lascia intuire che inizia a pensare ad essa in modo differente.

Schematizzazione teorica delle fasi del pensiero leopardiano:

1816-17

PESSIMISMO SENTIMENTALE

1818-23

PESSIMISMO STORICO

1824-30

PESSIMISMO COSMICO

1830-36

FASE EROICA

"LA TEORIA DEL PIACERE" (pag. 1147)

1.   Definizione del piacere: sensibile e materiale;

2.   Piacere congenito con esistenza;

3.   Piacere infinito per durata ed estensione.

CONCLUSIONE: l'uomo è per natura infelice perché non può appagare il desiderio di felicità. Di conseguenza il dolore più grande è avvertire i limiti (è questo un'idea romantica, a cui però Leopardi perviene da solo).

LA POESIA

La poesia per Giacomo era un diletto, un semplice piacere: Leopardi rifiutava il concetto di una poesia utile, caro a Manzoni. Casomai, la poesia può essere utile, ma indirettamente: la poesia fa infatti tornare l'uomo un po' bambino (la poesia è utile solo se vuole essere inutile), Leopardi mira quindi al solo diletto.

La poesia, secondo lui, nasce dall'immaginazione, è una forma di spontaneità, un gioco di fantasia. La poesia riesce a guardare il mondo con occhi della fantasia e con quelli della ragione.

Non tutti però sono poeti: c'è chi nasce poeta perché per lui la poesia è una "scintilla celeste", ispirazione che gli ha dato la capacità immaginativa. Dice Leopardi: "Poesia è natura e non ragione, è sempre primitiva e non voluta, corrisponde all'infanzia e non alla maturità dello spirito".

Le conseguenze sono che i veri poeti erano gli antichi e la vera poesia erano i miti (teoria simile a quella di Vico), perché in quel periodo gli uomini si trovavano ancora allo stato fanciullesco, avevano quindi molta capacità d'immaginazione. I moderni possono quindi fare poesia nella misura in cui tornano fanciulli (con la rimembranza). Occorre quindi un taglio su se stesso, bisogna tornare alla condizione ideale di fanciullezza, attraverso la RIMEMBRANZA. Idee, queste, totalmente differenti da quelle del Conciliatore e di Manzoni, infatti, secondo Leopardi, i romantici italiani confondevano la poesia con la filosofia, uccidendola.

Rifiutò anche tutto il classicismo: la letteratura classicista e il concetto stesso di "poesia d'imitazione". Per Leopardi non esistevano regole, e inoltre non pensava, al contrario dei classicisti, che la poesia fosse cultura, riteneva infatti che questi confondessero i due termini.

Giacomo era inoltre contrario al romanticismo tedesco. Rifiuta:

1.   Il gusto per il tenebroso, il senso della notte e gli aspetti magici; questo perché era un razionalista, secondo lui questo era un atteggiamento costruito, artificioso. In questo modo, i romantici non farebbero altro che avvilire l'uomo ad altri schemi. Non riteneva che questa fosse frutto di un'immaginazione vera come la intendeva lui, ma fantasia corrotta e stereotipata.

2.   La tendenza al metafisico.

3.   Lo scavo nell'io, l'indagine di sé, perché questo era secondo lui assurdo.  Infatti, per i Romantici, più si scava nell'io, più si analizza la profondità dell'uomo, ma in questo modo, secondo Leopardi, si da man forte alla ragione. Bisogna      quindi fare l'opposto: liberare l'io nell'immaginazione, solo così si può far poesia.

Una poesia, come quella proposta dai contemporanei di Leopardi è impossibile. La vera poesia è morta, nessuno può più fare poesia. Tutt'al più si può far poesia essendo consapevoli che quello che stiamo facendo non è altro che un tentativo di poesia. La consapevolezza dell'uomo moderno non può essere, infatti, eliminata, e la poesia è quindi contaminata. L'eroismo qui sta proprio nel tentare di riprodurre un tipo di poesia d'immaginazione.

Secondo Leopardi lo studio non è utile per la poesia, è chiaro che una formazione culturale è un limite per dar libero spazio alla ragione. Vi sono due soluzioni:

1.   Visto che capire e ragionare è doloroso e che rinunciare non è umano, bisogna avere il coraggio di guardare chi siamo (rinunciare a studiare è invece vigliacco), non bisogna fuggire di fronte al male di vivere.

2.   Soluzione più adolescenziale, legata alla sua fanciullezza. Lo studio è collegato alla sua personale condizione degli anni passati in biblioteca, in cui ha vissuto nel tormento ma che è stata la sua unica possibilità di vita.

STILE

Leopardi necessitava di uno stile che permettesse una poesia dell'immaginazione senza precedenti. Cercò di realizzare in ogni particolare la sensazione di vago e d'indefinito. Lo strumento per pervenire a ciò è un lessico ridottissimo, composto da parole incorporee. Giacomo rivoluziona la sintassi poetica italiana che diviene più agile e più semplice.

Inoltre nello Zibaldone cercò di stilare un elenco di tutte le situazioni e immagini più efficaci in poesia; dei luoghi dove meglio si vede l'infinito e che quindi meglio si adattano alla poesia dell'immaginazione (vedi pag. 1135).

"Il vago, l'indefinito e le rimembranze della fanciullezza" (pag. 1148)

Tecnica dell'indefinito:

1.   Ostacolo

2.   Accorgimenti tecnici

Oltre a questo occorre la rimembranza, che non è il ricordo, che è razionale, un semplice atto di ricordare, ma la rimembranza ha anche una sfumatura di carattere emotivo, sentimentale. È questa un elemento fondamentale, perché le cose ricordate sono più belle di quelle che si vivono perché quelle che si vivono sono vere e il vero è brutto. Nel ricordo però succede che:

1.   Non si può ricordare tutto: il limite è quindi un po' dissolto;

2.   Le cose sono trasfigurate dall'immaginazione e dai sentimenti, perché si ricostruiscono, si rimmaginano. Il ricordo è soggettivo e quindi ancora più vago, quindi le cose rimembrate sono più poetiche.

"La rimembranza" (pag. 1153)

"L'INFINITO" (pag. 1159)

Questo canto è stato scritto nel 1819, per dimostrare il tentativo di far poesia con l'immaginazione.

Presupposti filosofici: · teoria del piacere;

· doppia visione.

Concetto fondamentale: l'infinito non ha niente a che vedere con la dimensione mistico-religiosa, non si riferisce né ad un Dio, né all'infinito romantico. L'infinito è una creazione dell'immaginazione dell'uomo, è il sogno che la ragione, sganciata dalla sua logica impetuosa, produce nell'uomo.

Lo stile: si denota la presenta di molti enjambement, tutti i versi sono collegati, tranne il primo e l'ultimo (che descrivono la situazione di partenza e d'arrivo): è questa una scelta voluta perché Leopardi vuol dare l'idea di una lettura ininterrotta, indefinita e lenta perché il mondo dell'immaginazione non ha le cesure e le pause della realtà. Inoltre gli enjambement fotografano il titanismo dell'uomo perché il verso, tramite esso, è sempre superato come l'uomo che va oltre i limiti della realtà.

Il disegno della poesia non è casuale, ma è costruito anche graficamente: è composto da 4 periodi che si corrispondono perfettamente.

 

Primo e quarto (1° e 4°)

Secondo e terzo (2° e 3°)

brevissimi

più ampi

sintassi piana e paratattica

Sintassi più complessa




Hanno un verso che può stare anche da solo (il 1° e l'ultimo).

Con l'uso della fantasia, esprime gli sviluppi della situazione di partenza nello spazio e nel tempo

Riferimenti paesaggistici in correlazione fra loro

Questa poesia, dedicata all'immaginazione è quindi estremamente ordinata, questo perché Leopardi sentiva il bisogno di ordine, pensava che l'immaginazione non fosse un capriccio fantastico, ma è una costruzione della fantasia, ordinata e equilibrata: è un trovarsi nell'infinito, non un abbandono.

Il lessico è studiato per dare l'idea di infinito, ci sono termini come "caro", una parola vaga, che si trova spesso in Leopardi; "colle", che non è precisato perché non specifica se sia una collina o monte; "ermo" che significa solitario, ma è un termine antico. Giacomo predilige, infatti, le parole antiche, perché sono più indefinite e suggestive di quelle moderne, è questo un altro tipo di rimembranza.

"LA SERA DEL DÌ DI FESTA" (pag. 1158)

Questo canto è stato scritto nel 1820, nella stagione dell'"infinito". Metricamente è composto da endecasillabi sciolti, cioè da versi completamente liberi. È questo un cambiamento radicale nella poetica: Leopardi rifiuta le strofe della tradizione, rifiuta i metri tradizionali. Questa poesia è una "canzone libera", non segue, cioè, nessuno schema. Infatti, se la poesia deve essere una ricerca dell'infinito, non si può usare una metrica vincolata, perché sarebbe astratta, sarebbe una costruzione esterna (Leopardi si oppose alla poesia con i suoi limiti).

Anche la struttura è nuova, segno questo di una ribellione culturale, un tentativo unico: i versi sono completamente sciolti, senza concatenazioni di rime, ma sono cuciti insieme con una trama di armonie musicali come assonanze, enjambement. legami sempre nuovi e differenti in una musicalità studiata di volta in volta.  Anche la costruzione è basata sulla ricerca della musicalità e non delle rime, non è quindi una poesia totalmente libera.

Il canto inizia con un tono lirico, con una descrizione simile a quella dell'infinito. Descrive un paesaggio al chiaro di Luna dai toni intimi e dalle parole vaghe. Pervade un senso di pace, ma fin dal verso 7 la descrizione viene aggredita da riflessioni razionali che nella seconda parte divengono una vera e propria riflessione, senza che lo scrittore se ne renda conto (in modo evidente dal verso 14).

È questa la dimostrazione che ormai la poesia di immaginazione non è più possibile, poiché la poesia è condita di riflessioni sul dolore dell'uomo moderno. Dimostra come l'uomo moderno non possa dimenticare se stesso. Anche se per un momento l'uomo riesce a costringere la ragione a immaginare, questa condizione è destinata ad essere scalzata dalla ragione stessa.

LE CANZONI E  L'"ULTIMO CANTO DI SAFFO" (pag. 1169)

L'opera è una canzone, a differenza dell'"Infinito" che, invece, fa parte degli idilli. Leopardi aveva tradotto degli idilli latini di Teocrito Mosco (questo legame si rivela per esempio nella descrizione della campagna e nelle scene campestri). Riprende questo genere approfondendolo. Il punto di partenza sono paesaggi autobiografici; da qui, con l'utilizzo dell'immaginazione, varia. Con gli idilli cerca di  riprodurre la poesia degli antichi, ma questa è improponibile. Scrive anche delle canzoni civili di impianto tradizionale (riprende la canzone del Petrarca). Il lessico che utilizza sembra essere ripreso dalla tradizione italiana. La scelta di rifarsi a tale esempio deriva da due motivazioni:

1.   La vera poesia è morta, non si può più fare. Quando scrive le canzoni sa benissimo di non fare poesia.

2.   Accusa la condizione italiana politica, culturale e poetica (quindi anche la tradizione letteraria). Lo scopo diventa quindi quello di una corrosiva denuncia contro i luoghi comuni. Usa una forma espressiva tradizionale a modo proprio e con originalità, per ritorcerla contro la tradizione stessa: cerca di usare in modo originale la tradizione per accusare la poesia italiana tradizionale stessa.

Siamo infatti ancora in una prima fase in cui c'è il titanismo eroico contro la tradizione.

Nell'"Ultimo canto di Saffo" affronta un tema esistenziale e accusa in modo disperato non la tradizione, ma la Natura, nemica dell'uomo. È questo un presupposto ancora adolescenziale: con la Natura si può e si deve combattere. Ci sono molti punti di contatto (non voluti!) con il Romanticismo: dietro a Saffo ci sta qualsiasi eroe pre-romantico e romantico.

Lo spunto è preso da una leggenda: Saffo era una donna bruttoccia e piccolina, ma con un animo grandissimo e profondo (ritratto di Leopardi). Ella si innamora di un ragazzo bellissimo (Faone), ma dopo essere stata rifiutata si uccide. Saffo rappresenta ogni uomo; infatti ognuno di noi ha una propria deformità e soprattutto dei limiti (come per esempio la bruttezza di Saffo). Come Saffo si innamora di Faone, così ognuno di noi si innamora della vita, della felicità.

In questa fase si vede come Leopardi contemplasse l'idea del suicidio (Saffo si suicidia), e la vedesse come una soluzione possibile (idea romantica del suicidio come morte di protesta). In seguito il poeta maturerà un'altra idea: la morte non è più vista come protesta, poiché l'uccidersi non disturba la Natura né il resto del mondo, che va comunque avanti per i fatti suoi. Infatti per Leopardi la Natura è una macchina indifferente e cattiva, quindi non risentirebbe della protesta umana; anzi il suicidio si rivelerebbe solo un prostrasti, un mettersi su quello stesso livello da cui ci si vuole staccare; sarebbe come considerare macchina anche se stessi e decidere vilmente di spengersi.

LE OPERETTE MORALI

"Le operette morali" sono un'opera originale in prosa: sono dialoghi fra personaggi o storici, o mitici, o religiosi. I temi trattati sono quelli consueti della riflessione leopardiana, per questo le operette sono definite "morali": perché affrontano anch'esse il problema della felicità. Lo spunto letterario deriva dalle operette di Luciano, scrittore greco che, nel II secolo d.C., aveva scritto dei dialoghi satirici nei confronti dei luoghi comuni. Leopardi riprese tale modello ma lo rielaborò. In particolare riprese lo spunto del dialogo e della vena satirica (caratteristica distintiva delle "Operette morali". Qui è però del tutto assente un atteggiamento bonario, è presente invece un'ironia sarcastica che demolisce, senza costruire.

Sono state scritte quasi tutte per intero nel 1824, anche se alcune sono state scritte nel 1829 e due nel 1831; la scelta di scrivere in prosa corrisponde alla scomparsa della poesia del 1824, da questo momento in poi, fino al '28, Leopardi non scrisse più in poesia. Questo è avvenuto perché spariscono per Leopardi le illusioni, il pessimismo raggiunge in questo periodo un livello tanto alto che non lascia più spazio all'immaginazione. Il sistema filosofico leopardiano raggiunge la punta più negativa. Ora ha la persuasione certa che la natura sia una matrigna insensibile e cattiva. Capisce poi che non ha più senso l'atteggiamento di Saffo, il titanismo, l'atteggiamento di protesta. In questa luce non serve più nemmeno il suicidio eroico, che ora vede come un atteggiamento sterile nei confronti della natura.

Può però essere utile l'atteggiamento della contemplazione: riuscire cioè a guardare se stessi e le cose nella loro verità, anche se è terribile e amara. Infatti nulla ha senso e tutto è nulla. Il coraggio diviene quindi riuscire a reggere il dolore del nulla, la noia. Due elementi fanno parte della contemplazione:

1.   La lucidità: sgombrare cioè qualsiasi alibi consolante, qualsiasi illusione.

2.   La disperazione: avere, cioè, il coraggio di non cercare nessuna soluzione positiva perché questa sarebbe un'illusione.

L'atteggiamento da tenere "prescrive" che di fronte a qualsiasi cosa positiva è quello di smontarla.

Viene ora a formarsi anche un'altra visione della noia: vista ora come il sentimento più terribile, però anche il più umano, perché solo l'uomo può provarlo, ciò è tipico dell'uomo grande, che ha una profonda umanità. La noia diviene quindi anche un prezioso alleato. La noia è vista come il più umiliante e al tempo stesso più nobile dei sentimenti.

Per cui l'unico senso dell'esistenza sarebbe quello di contemplarla nella sua inesistenza di senso.

Da qui deriva l'odio feroce contro le religioni, responsabili dell'umiliazione dell'uomo; inducono infatti l'uomo ad un atteggiamento vigliacco nei confronti della natura.

Si schiera poi contro tutte le ideologie umane e politiche, che producono illusioni perverse. La sua è una critica altamente corrosiva.

Nella sopportazione del male Leopardi si configura ad un saggio stoico, però il saggio stoico crede almeno in una provvidenza, ha un obiettivo nella vita.

Da tutto ciò deriva la caratteristica fondamentale delle operette: l'ironia. Anche Manzoni usava l'ironia, ma tentava anche di dare dei suggerimenti, invece l'ironia di Leopardi era "solo negativa" (sembra infatti che Leopardi non abbia mai degnato di un solo sguardo i "Promessi Sposi").

Lo stile: le operette sono scritte in prosa, ma non è un'opera filosofica, è questa una prosa poetica, che esprime in una forma artistica argomenti nuovi. È una prosa letteraria, gelida, che rifiuta la colloquialità: deve suonare distante  e magmatica.

Leopardi attua un'operazione inversa a quella di Manzoni: cerca di allontanarsi dal linguaggio prosaico, ad indicare il distacco dello scrittore dalla vita. Lo stile freddo ed immobile rappresenta la noia; non vi sono illusioni, viene rappresentata la vita cruda, rappresentata quindi da uno stile arido.

Ritmo:

1.   In alcuni casi la sintassi ha un ritmo musicale, molto ampia per raggelare l'affetto, per dare un senso di sontuosa bellezza, per cancellare l'idea di vitalità.

2.   In altri punti il ritmo è caratterizzato da frasi brevi, crude, per portare il lettore davanti al nulla.

Il lessico: è formato da una mescolanza di termini arcaici, per dare l'idea di morte (quest'uso ha un obiettivo differente rispetto al periodo degli idilli); riprende poi parole latine e greche nel loro antico significato etimologico (come per esempio "studio"), usa cioè parole morte. A ciò, Leopardi aggiunge espressioni scherzose o familiari per sottolineare il contrasto fra la morte e la vita, e il senso di morte delle illusioni. Sono inoltre presenti costrutti immaginari, anacoluti e figure retoriche originalmente costruite dallo scrittore.

"Dialogo della Natura e di un islandese" (pag. 1172)

"Cantico del gallo silvestre" (pag. 1177)

"DIALOGO DI PLOTINO E PORFIRIO" (fot. 7)

Il tema è quello del suicidio: risponde al problema dello scopo della vita umana, che non ha senso e per questo è inutile il suicidio. Uccidersi infatti è la cosa più ragionevole, oltre che legittima, ma è anche disumano. Quindi è meglio vivere assecondando la Natura piuttosto che essere mostri secondo ragione. Uccidersi significa quindi inchinarsi di fronte alla ragione, è da vigliacchi.

Nella prima parte dell'Operetta, la religione accusa il Platonismo (è come accusare la Ragione), perché considera il suicidio illegittimo, perché rifiuta Dio. Leopardi contesta dicendo che la religione induce la gente a soffrire promettendo un premio dopo la vita. Così facendo:

1.   Illude l'uomo

2.   Induce a una scelta di vita passiva

La religione dice che la vita viene da un principio più alto e quindi non ci appartiene. Secondo Leopardi al contrario la vita ci appartiene e quindi ce la possiamo togliere. Il suicidio è ragionevole per il semplice motivo che la vita non ha senso; è quindi anche la soluzione più logica, però contraddice l'effettiva condizione di essere umano.

"DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE" (fot. 8)

È questa una delle ultime Operette, scritta nel '32. Trattasi di un'operetta breve, quasi fiabesca, scattante e veloce.

Gli almanacchi sono delle specie di calendari, arricchiti con suggerimenti, storie, ricette, preghiere, vite di Santi etc. Rappresentano un tipo di saggezza popolare ed andavano ampiamente di moda nell'800. Leopardi si scagliò anche contro tale moda, che reputava ciarliera e vana, come pure contro i giornali, i rotocalchi. che producono una cultura vuota e sterile, la quale non rende consapevoli della vita e, senza dare risposte, è fatta solo di parole.

L'interpretazione di questa operetta è molto complessa. Il contenuto è di tipo filosofico: "quello che non si sa è più bello di quello che si sa". Da adulti abbiamo già coscienza del vero e siamo sfiduciati. Non vorremo rifare la nostra vita perché si sa che c'è il dolore, però se ci chiedessimo se vogliamo ricominciare da capo, con un'incognita sul futuro diremmo di sì. È la natura dei nostri sensi che ci dice di sì. Per la ragione è assurdo perché si sa che il dolore c'è comunque.



Il passeggere usa un tono inquisitorio, incalzante, terribile, "porta" il venditore dove vuole, con continue domande.

Il venditore è invece un uomo aproblematico, semplice, privo di consapevolezza della vita, totalmente esteriore. Vive di esperienze, che ovviamente comprendono il dolore, ma non conosce il vero e nemmeno la noia. Non riesce a interloquire, non recepisce gli stimoli del passeggere e si limita a reazioni di stupore.

La conclusione del passeggere è chiaramente un monologo.

RAPPORTO FRA "LE OPERETTE MORALI" E LO "ZIBALDONE"

Gli spunti filosofici di questi due testi viene spesso fraintesa.

Si pensava che le operette fossero un'opera filosofica, non poetica, mentre invece studi più recenti hanno dimostrato che non è così. Lo "Zibaldone" ha invece in tono filosofico, perché è l'oggettivazione dei concetti cari a Leopardi. Lo "Zibaldone" chiarisce i concetti di fondo sulla cui base lo scrittore costruisce "Le operette morali", qui i concetti si condiscono di sentimenti, i concetti vengono arricchiti da una profonda coscienza sentimentale.

CANTI PISANO-RECANATESI

Spesso si usa la definizione "grandi idilli", ma risulta più corretta la definizione "canti pisano-recanatesi": sono canti che ha iniziato ha scrivere a Pisa e poi li ha continuati, fra il '26 e il '27 a Firenze. Avviene un rinnovamento (che dimostra ancora una volta come la natura sia più forte della ragione) tangibile nella poesia "Il risorgimento", dove appunto Leopardi sente la rinascita della capacità immaginativa ripiena dell'infinito, riesce a costringere ancora una volta la ragione ad immaginare. Fra questi canti ci sono: "A Silvia", "La quiete dopo la tempesta", "Il sabato nel villaggio" e il "Canto notturno del pastore errante", ovvero la più grande poesia di Leopardi.

I temi sono sempre gli stessi, per questo vengono chiamati "Grandi idilli", per distinguerli dai primi, ma tale denominazione è errata, perché fra le due sezioni poetiche Giacomo aveva scritto le "Operette morali", aveva quindi una consapevolezza più forte.

Il sistema filosofico è più maturo e quindi le poesie, sono poeticamente divise in due parti differenti. La prima parte è idillica: vi domina il vago e l'indefinito. La seconda parte è invece riflessiva e filosofica, caratterizzata da una sintassi più difficile, da un tono più arido e da un linguaggio intellettualizzato.

Questo avveniva anche nei primi idilli, ma con delle differenze, mentre prima il passaggio tra la prima e la seconda parte era sfumato, ora invece c'è una cesura netta: una contrapposizione violenta, questo perché il salto fra illusione e realtà è molto più profondo.

Ci sono anche altre differenze: manca il titanismo della prima maniera, c'è qui un titanismo differente, ovvero quello dell'atteggiamento dell'islandese, una coraggiosa contemplazione della verità. È questo l'orgoglio della noia: una fonte di coraggio. Sul piano formale queste poesie sono calibrate su una musicalità originale affidata al ritmo, alle rime interne e a vari richiami interni. Usa una strofa nuova, senza schemi; per esempio in "A Silvia" usa endecasillabi e settenari insieme.

"Il sabato nel villaggio" (pag. 1195)

"La quiete dopo la tempesta" (pag. 1192, da leggere)

"A SILVIA" (pag. 1181)

Silvia è probabilmente nome inventato, ma nell'800 si pensava che dietro tale nome ci fosse una ragazza realmente vissuta, Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere, ma tale notizia è quasi sicuramente falsa. Attualmente si pensa che la Silvia poetica non esista, ma che in realtà sia una personificazione della giovinezza. Silvia è un nome dalla grande dignità letteraria, alto e antico, vago ed indefinito, simile alla giovinezza. Oltretutto il nome Silvia ha a che vedere con il bosco, richiama quindi al verdeggiare delle illusioni e all'energia creativa della fanciullezza.

"CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE" (pag. 1198)

Questo canto ha avuto una gestione molto travagliata, è stato scritto fra il 22 ottobre 1829 e il 9 aprile 1830, è questa una poesia differente da quella dei "Grandi idilli". Non è una poesia dell'immaginazione, del vago e dell'indefinito. L'argomento è una riflessione sull'infelicità di tutti gli esseri viventi e di tutte le cose.

È una riflessione perché inizia in questi anni l'ultima fase della poesia leopardiana: scompaiono le illusioni e così si cimenta nell'arduo compito di scrivere in poesia la sua riflessione. Compito arduo proprio perché questa per Giacomo non è poesia: è sulla noia, su contenuti razionali e quindi è faticosa e dolorosa. Secondo lui, tali contenuti sono impoetici. I concetti presenti in questo canto sono quelli già espressi nello "Zibaldone", con una maggior chiarezza filosofica, ma Leopardi capisce che il suo scopo d'intellettuale è un altro. Prima pensava che lo scopo della filosofia fosse di dilettare e quindi di consolare, ma ora pensa che il vero scopo sia quello di rendere gli uomini consapevoli della loro infelicità. La vera solidarietà del poeta non sta nel dare le illusioni ma di rendere consapevoli, da qui nascerà una nuova umanità. Pensa inoltre che sia importante dire tali cose in poesia, oltre che, come già fatto, in filosofia, perché l'effetto risulta più persuasivo ed efficace. Il poeta è quindi simile ad un profeta: vuole rivelare la vera verità.

Già il titolo del canto è lungo e lento, come la vita dell'uomo; deve suonare prosaico ed arido come la vita.

Lo spunto è dato da un articolo apparso su un giornale del 1826, in cui si descriveva la vita dei pastori che guardano la Luna e cantano melodie tristissime. Leopardi riprese questa immagine: il pastore diviene qui simbolo dell'uomo. Anche questa è una parola che indica un mestiere, come ne "Il sabato nel villaggio", ma questo ha compreso: è consapevole della nullità della vita, infatti, è "errante", cioè vaga nel suo nulla.

Come si registra nelle pagine dello "Zibaldone" che coprono il periodo dal 1826 al 1829, cambia il modo in cui Leopardi vede gli antichi. Prima sottolineava la loro capacità d'illusione, ma ora capisce che anche gli antichi soffrivano, perché gli antichi erano capaci anche di sentire di più degli uomini moderni. Percepivano la verità della vita in forme più nude e quindi più autentiche: l'uomo moderno era "più" dell'uomo moderno in tutto. Essendo più ignoranti, gli uomini antichi erano anche più saggi. Di conseguenza questo pastore rappresenta gli uomini antiche che sentivano anche il dolore di vivere in modo più vero, è quindi un appello all'uomo moderno, il quale deve tornare a questa elementare e nuda ricerca, deve rinunciare alle certezze, alla fede, e ai sofismi (ragionamenti capziosi), alla volontà di interpretare razionalmente il pensiero.

Il titolo è, quindi, già un invito a spogliarsi delle proprie presunzioni intellettuali.

LA FASE EROICA

La fase della poetica eroica si protende dal 1830 in poi, negli ultimi 6 anni di lavoro di Leopardi. Tale denominazione è stata coniata dal critico Walter Binni, perché è caratterizzata da un nuovo atteggiamento verso il mondo e verso la poesia a cui corrisponde un differente modo di fare poesia. Per questo è significativa l'esperienza fiorentina: nel 1830 Giacomo lasciò Recanati, tentò di inserirsi nella società, tentò l'ultima strada perché temeva che l'isolamento a Recanati fosse un alibi per sfuggire e non affrontare la vita. Voleva scoprire se la sua persuasione del nulla fosse una verità o un alibi intellettuale. L'esperienza fiorentina fu dolorosa, i suoi problemi fisici si erano infatti aggravati, a ciò si aggiunse l'esperienza dell'amore. Leopardi non si era mai innamorato prima d'ora, ma giunto a Firenze si innamorò di Fanny Targioni Torzetti, una donna colta, moderna, che non lo amava ma che se ne servì per ostentarlo nei salotti e alle feste, perché era famoso, poi lo lasciò. La delusione fu talmente terribile che lo confermò della disillusione di ogni forma di speranza. Rimane così in lui solo l'atteggiamento eroico della contemplazione amara e dolorosa della verità.

Cambia, quindi, sensibilmente il suo pensiero: si convince che come intellettuale ha un suo ruolo, si propone come obiettivo di persuadere il mondo della verità che ha scoperto. La funzione del poeta diventa di protesta contro:

1.   La natura

2.   Il mondo e le sue stupidaggini.

L'intellettuale ha il dovere morale di denunciare le falsità, di corrodere tutti miti, le religioni, le ideologie, le scempiaggini culturali, le stupidaggini che gli uomini, orgogliosi di sé, propongono e che non sono altro che alibi intellettuali.

Dopo aver fatto ciò l'intellettuale ha il secondo compito, propositivo, di insegnare la filosofia dolorosa ma vera:

1.   Riportare l'uomo ad un uso coerente della ragione, perché l'uomo moderno non ragiona più, insegue sogni, in una specie di nuovo illusionismo.

2.   Insegnare alla gente a reagire in modo fermo al male di vivere, a guardare in faccia il male di vivere.

Tutto questo dovrebbe produrre un effetto, un progresso. Leopardi non crede nel progresso in cui crede il mondo, tecnologico o politico o scientifico, ma in un progresso legato alla verità della vita, il progresso di chi ha percepito di essere nulla, perché solo quando l'uomo ha percepito di essere nulla, può progredire. Il vero progresso consiste quindi nell'umana solidarietà, nell'amore (tale amore non corrisponde all'amore cristiano, da Dio, ma dal nulla); ma solidarietà e amore, per Leopardi non sono ancora mai esistiti.

La consapevolezza produce fratellanza perché quando siamo tutti consapevoli di essere nulla le differenze tra noi scompaiono e quindi anche le inimicizie e le differenze fra classi. La sofferenza della vita può quindi essere superata solo se ci convinciamo che siamo nulla. È questa la teoria della social catena: se tutti fossimo consapevoli della nostra nullità ci prenderemmo tutti per meno nella lotta eterna contro la Natura. Non si risolverebbe nulla, ma i sentimenti sono preziosi consolatori.

Ovviamente questa è utopia, ma una nobile utopia. Lui stesso si è reso conto di ciò nell'immediato, perché il mondo non vuole cambiare. Chiusa anche questa parte Leopardi non ha più la pretesa di convincere nessuno e si chiude in un silenzioso disprezzo di delusione. Visto che il mondo è vigliacco e non accetta la verità Giacomo si chiude in se stesso, senza più la pretesa di convincere nessuno.

"La noia" (fot. 5)

"Il giardino" (fot. 5)

"La noia e la «souffrance» universale" (fot. 6)

"A SE STESSO" (pag. 1220)

È questa una delle ultime poesie di Leopardi, scritta nel 1835 e rivolta a se stesso. È, infatti, una foto di se stesso, ormai disperato. Interessante è il confronto con l'"Infinito" per notare il cambiamento. Il tema è quello del disinganno amoroso, ma in realtà, più in generale, è un addio alle speranze, a ciò che è stato in gioventù, è una radiografia della sua disperazione finale.

È una poesia aspra, disarmonica nella sintassi, in cui il ritmo e i suoni rappresentano l'amarezza di una vita azzerata. Ci sono quasi completamente solo verbi, che sono tutti esortativi e imperativi, è questa la rappresentazione dello sdoppiamento dell'io: il poeta parla a se stesso e cerca di imporsi a rinunciare ai sentimenti, di qui la tensione emotiva fra ragione e sentimento, che sembrano ancora in conflitto.

Il critico Monteverdi in una sua analisi ha sottolineato che nella poesia ci sono molti termini che esprimono le cose nella loro essenzialità, termini come: "terra", "mondo", "natura", "vita", "morte", "fato", "tutto", "vanità", non ci sono cioè precisazioni. Leopardi usa questi termini per descrivere la cruda nullità dell'esistenza, del nulla.

"DIALOGO DI TRISTANO E DI UN AMICO" (pag. 1207)

È questo il modo in cui Leopardi saluta il mondo, è una requisitoria di tutti i luoghi comuni. L'amico rappresenta, infatti, il secolo XIX, il poeta finge di aver ritratto tutte le sue opinioni.

L'amico si esprime con luoghi comuni banalizzanti; parla in modo malinconico, infatti è così che il mondo legge Leopardi, senza percepire la sostanza profonda, appiattendo i sentimenti.

Inoltre si registra un ampio uso di iperboli: ingrandisce luoghi comuni e li esaspera. Significative sono le domande dell'amico: non ascolta nulla del discorso di Tristano (Leopardi), obbedisce a dei luoghi comuni e a degli slogan. L'amico è privo di curiosità intellettuale: il mondo non è interessato a capire, gli bastano i suoi luoghi comuni.

Tristano, invece, esprime tutte le sue opinioni, ma quando capisce con chi ha a che fare, non si preoccupa di farglielo capire e dice di aver cambiato idea. Si capisce bene che non è vero nulla, ma l'amico no.

Nel primo discorso di Tristano si notano due concetti fondamentali:

1.   Sbigottimento di Leopardi che non capisce come e perché il mondo non crede in quello che lui dice.

2.   Sua considerazione degli uomini: "codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto".

Nella battuta di Tristano (a pag. 1209) Leopardi introduce un altro tema: oggi non c'è più la genialità; si professa tanto di imparare, ma in realtà nessuno vuol più studiare in modo rigoroso e serio e questo perché si rifiuta la fatica, ci si accontenta dei luoghi comuni. Un altro luogo comune è quello di dire "è vero che oggi non ci sono più grandi statisti e grandi uomini, ma tutti sappiamo qualcosa di più": è solo una scusante perché sappiamo ben poco! Tutto quello che sappiamo in più sono luoghi comuni, favolette a cui stupidamente crediamo. Tanto più che secondo Leopardi il sapere del mondo va avanti con la genialità del singolo, non con il sapere di massa.

"LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO" (pag. 1229)

E' l'ultima cosa che Leopardi ha scritto e anche per questo si rivela una testimonianza di sé al mondo. Vi si intravedono due obiettivi, indubbiamente utopici:

1.   Rendere consapevoli della condizione disperata dell'esistenza (per questo sceglie come immagine il Vesuvio, minaccioso e imprevedibile);

2.   Spingere gli uomini a una solidarietà contro la Natura, con un atteggiamento eroico; è questa la solidarietà universale.

Alla caduta lavica si oppone la ginestra, fiore debole e fragile che rappresenta l'uomo che, pur minuscolo e debole può combattere contro la Natura.

La poesia esordisce con una citazione di Giovanni, che è un'ironia poiché ne rovescia il significato. La luce per lui non è Dio ma la conoscenza razionale. Gli uomini hanno la possibilità di vedere razionalmente le cose, ma stupidamente la rifiutano e preferiscono restare nelle tenebre, ovvero le illusioni, fra cui anche la religione. C'è una forte dissacrazione del Vangelo, una provocazione totale ai valori intoccabili del secolo decimo-nono. Tale provocazione comunque non fu capita: l'aspetto ironico dell'ultimo Leopardi non fu apprezzato né compreso e fino alla prima metà del '900 Leopardi è rimasto per la critica solo il sognatore pessimista degli idilli.

Il linguaggio è chiaramente diverso: la poesia è altamente riflessiva, non parla al cuore, ma alla ragione. Lo stile è aspro, contorto e complesso nella sintassi.

La Natura è "arida", Leopardi con questo termine allude alla mancanza di significati, all'inutilità, e "formidabil", cioè fa paura.

Il deserto e la lava rappresentano il deserto dei valori, l'assenza di senso, l'aridità della vita; al contrario i fiori e gli alberi rappresentano le rare speranze e le illusioni che sono seppellite e uccise dal male di vivere, ovvero dalla lava. La ginestra rappresenta l'uomo consapevole: ha le radici nel deserto e lì nasce; questo è metafora dell'uomo che sa accettare la sua situazione e che ha il coraggio di mettere le radici nella consapevolezza di una vita disperata. I profumi che spande la ginestra sono la rappresentazione del dovere che ha l'uomo (che ha capito) di essere solidale con gli altri. Questo deve dire la verità che ha appreso agli altri; al contempo però, pur svelando qualcosa che fa male, consola (in questo sta la solidarietà universale).

Quando si critica il secolo decimo-nono ci si vuole indirizzare prima di tutto allo spiritualismo cattolico, di cui Leopardi non condivide l'ottimismo storico, il concetto di Provvidenza (la visione della storia come "Mirabilia Dei") e più in generale ad ogni forma di spiritualismo. Inoltre se la prende anche con un libro di Chateaubriand ("René") e con tutto il Romanticismo in quanto tale, e con la tendenza romantica di voler rivalutare positivamente il Medioevo, l'Infinito e Dio (tutte cose in cui lui non crede). Inoltre se la prende con alcuni aspetti dell'Illuminismo. Infatti per lui c'è di buono nell'Illuminismo il fatto di aver potenziato la ragione e di aver introdotto una visione meccanicistica della Natura, in cui anche lui crede. Ma l''Illuminismo ha anche dei limiti: l'ottimismo ("più si va verso il progresso più si diventa felici") e la troppa fiducia affidata al progresso tecnologico. Per Leopardi, infatti, questo progresso è fallace, non fa diventare felici, ma illude ancor di più. Infine se la prende in generale con ogni forma di Umanesimo, con chiunque offre dell'uomo una visione propositiva e ottimistica.

Tutti questi che critica sono per lui parte del "secol superbo e sciocco" (v.53).







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