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Stefano D'Arrigo

letteratura


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Stefano D'Arrigo

Come per pochi altri grandi scrittori, la biografia di Stefano D'Arrigo coincide nella sua parte centrale e più importante (dai trentacinque ai cinquantacinque anni circa) con la storia della tormentata e interminabile stesura del suo capolavoro, Horcynus Orca, cui egli lavorò per una ventina d'anni dalla metà degli anni Cinquanta al 1974. Fortunato Stefano D'Arrigo nasce il 15 ottobre 1919 ad Alì Terme (allora Alì Marina), una cittadina costiera della provincia di Messina. Poco tempo dopo la sua nascita, il padre Giuseppe emig 616d33g ra negli Stati Uniti per cercarvi lavoro e fortuna. Ad Alì Terme D'Arrigo frequenta le scuole elementari e nel 1929 si trasferisce a Milazzo, dove frequenta le medie e le superiori (liceo classico). Nel 1938 va a vivere a Messina, dove si iscrive alla facoltà di Lettere (conseguirà la laurea nel 1942 con una tesi su Hölderlin). Durante gli anni dell'università è chiamato alle armi in Friuli tra i "Volontari Universitari" e partecipa a un corso di allievi ufficiali, dal quale verrà escluso e rimandato in Sicilia. Qui svolge servizio come sottotenente a Palermo durante la seconda Guerra Mondiale fino allo sbarco alleato. Dopo un'altra parentesi a Messina, D'Arrigo si stabilsce a Roma nel 1946, dove si dedica al giornalismo e alla critica d'arte, frequentando musei, gallerie e collezionisti d'arte e collaborando come critico d'arte al «Tempo», al «Giornale d'Italia» e al settimanale «Vie Nuove».Nel 1948 sposa Jutta Bruto, che gli sarà accanto per tutta la vita e sarà per lo scrittore un'interlocutrice critica così attenta e severa (è anche lei laureata in lettere) che egli le dedicherà Horcynus Orca con parole di grande riconoscenza: «A Jutta, che meriterebbe di figurare in copertina col suo Stefano».Il 1950 è un anno significativo nella vita del futuro romanziere, benché egli si occupi ancora di critica d'arte. In una lettera alla moglie Jutta, infatti, annuncia di volersi dedicare a un'opera letteraria di ampio respiro. Quello stesso anno, in occasione di una mostra del pittore Giovanni Omiccioli (Roma, 1907-1975), D'Arrigo cura la pubblicazione del catalogo firmandolo col suo primo nome (Fortunato D'Arrigo, Omiccioli sino a Scilla, Studio d'arte Palma, Roma 1950). Nella presentazione del catalogo si trova non solo un ritratto accorato della dura vita dei pescatori di Scilla - veri "ulissidi" (perché discendenti, forse, dei compagni dell'eroe omerico buttatisi in mare per seguire il canto delle sirene) che inseguono instancabilmente il pesce e placano la fame come in un «pauroso viaggio di 'conoscenza'» -, ritratto che ricorda da vicino quello dei futuri "pellisquadre" di Cariddi (la punta di Torre Faro che, in Sicilia, sta dirimpetto a Scilla sullo Stretto di Messina), ma anche il famoso endecasillabo con cui si chiuderà, venticinque anni dopo, Horcynus Orca: «circoscritta ma disperata, vasta avventura quotidiana di questi pescatori che remano chini e assorti, in un gesto severo e immutabile, in un tentativo continuamente ripetuto di condurre l'imbarcazione dentro, più dentro dove il mare è mare» (cfr. op. cit., pp. 7-8, corsivo nostro). Intorno alla metà degli anni '50, D'Arrigo passa all'attività letteraria scrivendo un libro di versi, Codice Siciliano, edito da Scheiwiller nel 1957 (poi ripubblicato da Mondadori, con l'aggiunta di altre poesie, nel 1978), con cui vince l'anno dopo il Premio Crotone (della giuria fanno parte, fra gli altri, Debenedetti, Ungaretti e Gadda), e cimentandosi con un'opera di narrativa di ampio respiro, La testa del delfino, scritta di getto in quindici mesi tra il 1956 e il 1957. Quest'opera, ancora inedita, è il primo abbozzo di quel romanzo che poi, dopo infinite riscritture e ampliamenti protrattisi per quasi vent'anni, diventerà Horcynus Orca. Ma anche il libro di versi, come ha avuto modo di avvertire lo stesso D'Arrigo, contiene in nuce diversi motivi che poi confluiranno nel grande romanzo. Qui basterà soltanto sottolineare il fatto che una delle poesie, Sui prati, ora in cenere, di Omero (in op. cit., pp. 28-31), oltre a presentare il tema del reduce dalla guerra che torna sconfitto ripensando alla madre (esattamente come sarà per 'Ndrja Cambrìa), contiene in chiusura una variante dell'endecasillabo di cui si è detto, ancora una volta in un contesto marinaresco: «desidero tornare spalla a spalla / coi miei amici marinai che vanno / sempre più dentro nei versi, nel mare» (corsivo nostro). Nel corso del 1958 D'Arrigo sottopone a una prima revisione il testo de La testa del delfino e ne manda un paio di brani al Premio Cino del Duca, che si aggiudica (la premiazione avverrà il 23 aprile 1959). Questo avvenimento cambia la sua vita, perché tra i giurati c'è Elio Vittorini, il quale si dimostra entusiasta del work in progress (qualche mese prima, contattato tramite Renato Guttuso, amico di D'Arrigo, Vittorini ne aveva letto alcune parti che gli erano molto piaciute, e questo fatto costituì un grosso stimolo a proseguire il lavoro per "il commosso lettore diConversazione in Sicilia, come D'Arrigo ebbe a scrivere l'11 febbraio 1959 in una lettera all'amico e alter ego Cesare Zipelli  ) e chiede a D'Arrigo di pubblicare i due brani dell'opera sul «Menabò», che egli dirigeva insieme a Italalo Calvino, mentre Mondadori gli propone un contratto per la pubblicazione integrale. D'Arrigo accetta entrambe le offerte e si rimette a revisionare ulteriormente il testo, due capitoli del quale (un centinaio di pagine) appaiono l'anno dopo sul terzo numero del «Menabò» col titolo I giorni della fera. In occasione di questa pubblicazione emerge già in tutta la sua evidenza il difficile carattere di D'Arrigo, il quale, convinto dell'autoreferenzialità e autosufficienza della 'lingua' del suo romanzo e quindi restìo ad essere considerato uno scrittore che usa in maniera occasionale ed estrinseca il dialetto, si rifiuta di compilare un glossario dei termini dialettali accompagnati dalla 'traduzione' in italiano, così come richiestogli dalla redazione. A luglio manda persino un telegramma a Calvino per chiedergli di avvertire i lettori, nel caso avessero deciso di pubblicare comunque il glossario (che intanto qualcuno - forse addirittura Guttuso, come ipotizza lo stesso D'Arrigo in una lettera a Zipelli - aveva approntato e che la redazione si era premurata di sottoporre alla sua visione e approvazione), che egli si era opposto alla sua realizzazione rifiutandosi anche di compilarlo in prima persona. Alla fine, però, i due brani escono sulla rivista accompagnati dal "Glossario (a cura della redazione)" e da una "Notizia su Stefano D'Arrigo" firmata da Vittorini, e dall'epistolario di Calvino non risulta che questi abbia mai risposto al telegramma dello scrittore siciliano (alla cui richiesta, comunque, non fece seguito). Nel frattempo D'Arrigo, che dopo l'uscita dell'estratto sul «Menabò» si vede arrivare offerte da Einaudi, Garzanti e Feltrinelli (cosa allora inaudita per un autore pressoché sconosciuto e alla sua prima prova narrativa), rivede ulteriormente il romanzo da consegnare per contratto a Mondadori in tempi brevi. Il titolo provvisorio, come si apprende dal carteggio, è ora Ifatti della fera, e il dattiloscritto "definitivo" (1305 cartelle) viene finalmente mandato all'editore nel settembre 1961. Sembra fatta, perché subito dopo la casa editrice manda a D'Arrigo le bozze, che per contratto devono essere corrette in un mese circa, e D'Arrigo è così sicuro di farcela che rifiuta l'aiuto di alcuni collaboratori di Mondadori, come Niccolò Gallo e Walter Pedullà, i quali avevano già trascorso qualche pomeriggio con lui per effettuare una lettura comune, e promette che in massimo quindici giorni avrebbe restituito le bozze corrette. Intanto, nel 1961, D'Arrigo appare nei panni del giudice istruttore nel film Accattone di Pier Paolo Pasolini. La correzione delle bozze, però, durerà quasi quindici anni, nel corso dei quali esse viaggiano a pezzi avanti e indietro tra casa sua e la Mondadori e vengono modificate di continuo. Da quando, nel 2000, la Rizzoli ha pubblicato il dattiloscritto del 1961 col titolo I fatti della fera (nell'ambito del piano di una riedizione delle opere di D'Arrigo a cura di Walter Pedullà e in collaborazione con Jutta Bruto), è possibile farsi un'idea precisa dell'immane lavoro di revisione stilistica e linguistica, integrazione e ampliamento svolto da D'Arrigo, che tra l'altro gli costò la salute fisica e in qualche modo anche quella mentale («la mia mente . forse non sarà mai più una mente . ma io vorrei solo che ce la facesse . giusto giusto per mettere ordine alle ultime pagine del mio libro e chiuderlo, chiudere», scrive già alla fine del 1966 all'amico Zipelli). Questo lavoro di tormentosa revisione ha ormai assunto i colori della leggenda. Da chi ebbe modo di frequentarlo in quegli anni egli è ricordato come un uomo totalmente posseduto dal demone dell'arte e dedito notte e giorno, anche a costo della salute, a uno sforzo creativo rivolto soprattutto all'invenzione di una lingua inaudita che affondasse le sue radici ultime nel magma delle numerose lingue (dilalettali e non) di cui lo Stretto di Messina è stato punto d'incontro e di filtraggio. Non bastando più i margini dei fogli a contenere le aggiunte e le riscritture, D'Arrigo incolla ai lati dei fogli delle strisce scritte con una biro a quattro colori (nero, blu, verde e rosso) e appende questi 'aquiloni' colorati a un filo che attraversa la stanza. Nelle recensioni che precedono e seguono l'uscita del romanzo ci si sofferma persino su particolari bizzarri, che comunque danno il senso del 'caso' e della sua costruzione mediatica: D'Arrigo si è reso quasi inaccessibile per potersi dedicare alla grande opera di cui egli stesso per primo percepisce il valore, lavora fino a quattordici ore al giorno, mangia pochissimo e si nutre soprattutto di babà al rum e granita al caffè. Ma per avere un'idea meno aneddotica del reale clima di attesa creatosi, nella cultura letteraria italiana di quegli anni, intorno al romanzo fantasma (clima favorito anche dal grande battage pubblicitario sul 'capolavoro' in gestazione e dai continui annunci di una imminente pubblicazione), basti considerare che Calvino, scrivendo il 15 giugno 1972 ad Anna Scriboni in occasione di una progettata e mai realizzata antologia in spagnolo del «Menabò» per il pubblico dell'America Latina, segnalava alla studiosa l'opportunità di tener conto del «mitico Stefano D'Arrigo che da anni sta per finire un romanzo di cui si parla come del Joyce italiano e di cui si conoscono solo le pagine pubblicate sul «Menabò» 3 e da allora è il "caso" che tiene la letteratura italiana col fiato sospeso» (in Italo Calvino, Lettere 1940-1985, Meridiani Mondadori, Milano 2000, p. 1168). Una riprova dell'eterna insoddisfazione di D'Arrigo è data dal fatto che all'ultimo momento (cioè due mesi prima del 'via libera' del 24 ottobre 1974), quando le bozze di Horcynus Orca sono quasi completamente corrette, egli decide di sostituire in tutto il romanzo "prendere" con "pigliare" e "preso" con "pigliato". Nemmeno la pubblicazione del romanzo, nel gennaio 1975, interrompe il labor limae, perché D'Arrigo tornerà sul testo fino alla morte, aggiungendovi ulteriori, seppur lievi, modifiche, tant'è vero che la riedizione dell'ottobre 2003 reca nell'aletta di copertina la dicitura "nuova edizione con le ultime inedite correzioni d'autore". L'uscita del romanzo, però, non trova la critica unanime nel giudizio sul valore dell'opera. L'eccessiva attesa, l'enorme mole (1257 pagine), la lingua 'difficile' per i non siciliani o comunque per i non specialisti di linguistica (o meglio di dialettologia connessa all'antropologia, come precisa Salvatore C. Trovato parlando del 'lettore ideale' del romanzo nel saggio del 2002 Sulla regionalità linguistica di alcuni scrittori siciliani: Pirandello e D'Arrigo), sono forse all'origine, insieme o separatamente, di alcune stroncature che oggi appaiono ingenerose e assolutamente superate. Ad esempio, Enzo Siciliano (il quale, per una curiosa analogia con D'Arrigo, nel 1964 aveva recitato in un altro film di Pasolini, indossando i panni dell'apostolo Simone ne Il Vangelo secondo Matteo), intitola la sua recensione Quest'Orca la cucino in fritto misto (in «Il Mondo», 13-3-1975); Pietro Citati parla di un «bellissimo libro rovinato dall'incontinenza dell'autore» (Horcynus Orca, in «Corriere della Sera», 4-3-1975); Paolo Milano, infine, sostiene che «il capolavoro non c'è» (Dovrebbe essere un capolavoro, in «L'Espresso», 2-3-1975). I consensi, però, sono più numerosi: Lorenzo Mondo scrive che con D'Arrigo «la letteratura assume il valore di un'esperienza assoluta, totalizzante» (Venne il giorno dell'Orca, in «La Stampa», 23-2-1975); Geno Pampaloni parla di un capolavoro «grandioso, sofferto, solenne, disperato» (L'amore e l'addio, in «Il Giornale nuovo», 22-2-1975); Giuliano Gramigna esalta in Horcynus Orca il "lungo viaggio fra mito e romanzo" nell'omonimo articolo (in «Il Giorno», 26-2-1975). Discorso a parte merita Walter Pedullà, il quale sin da prima della "rivelazione" ufficiale dello scrittore sul «Menabò» è il più strenuo difensore della grandezza di D'Arrigo narratore (cfr. già il suo L'anno "no" della Letteratura italiana. La rivelazione D'Arrigo, in «Mondo nuovo», 5, 29-1-1960). In una serie di articoli usciti tra il febbraio e l'aprile 1975 sull'«Avanti!» (e poi in tutti i saggi successivi, fino a quelli introduttivi a I fatti della fera e alla riedizione 2003 di Horcynus Orca), Pedullà combatte appassionatamente le stroncature affrettate difendendo la "leggenda" e l'"impresa memorabile" di D'Arrigo. Del 1977 è il saggio La grandezza in pietra di Mazzullo (in «Catalogo della Mostra antologica dell'opera di Giuseppe Mazzullo», Palermo, Palazzo dei Normanni, maggio-luglio l977, pp 7-l0), dedicato al grande artista siciliano (Graniti, Messina, 1913 - Taormina, 1988) noto per il suo espressionistico recupero del 'non finito' michelangiolesco. Nel 1982 esce la prima ristampa di Horcynus Orca negli Oscar Mondadori, preceduta da un'introduzione di Giuseppe Pontiggia. Nel 1985 D'Arrigo pubblica, sempre con Mondadori, il suo secondo (e ultimo) romanzo, Cima delle nobildonne, un'opera profondamente diversa dalla prima, non solo per la lingua, molto più accessibile (anche se 'alta' e specialistica), ma soprattutto per le dimensioni (sono 'solo' 200 pagine circa). Prendendo spunto dalla connessione iconografica del faraone donna Hatshepsut (il cui nome significa appunto "la più nobile tra le donne") con la placenta, D'Arrigo immagina che un gruppo di medici, nel preparare un museo della placenta, scopre che la struttura genetica dell'uomo contiene elementi assassini, a riprova che la morte è intrinsecamente legata alla vita sin nelle sue radici ultime (e prime). In tal senso, Cima delle nobildonne è tematicamente speculare a Horcynus Orca, perché mentre il grande romanzo trovava i germi della vita nella morte trionfante (si pensi alla "cicirella" nella ferita dell'Orca), ora è il germe della morte ad essere trovato nella "placenta" della vita. In quello stesso anno, che vede il suo atteso ritorno alla narrativa, D'Arrigo concede a Stefano Lanuzza una rara intervista, che è anche un'importante dichiarazione di poetica, pubblicata poi in S. Lanuzza, Scill'e cariddi. Luoghi di "Horcynus Orca", in "Lunarionuovo", Acireale 1985. Qui, ad esempio, lo scrittore dichiara: «Ho costantemente cercato di fare coincidere i fatti narrati con l'espressione, la scrittura con l'occhio e con l'orecchio, rifiutando qualunque modulo che mi apparisse parziale, astratto o intuitivo, cioè non completo e assoluto. Non ho rinunciato a nessun materiale linguistico disponibile perché sono partito dall'obiettiva sicurezza che i luoghi della mia narrazione - luoghi topografici ma soprattutto luoghi del testo - restino un fondamentale punto d'incontro e filtraggio delle lingue del mondo. Naturalmente, ogni volta che ho adoperato neologismi o semantiche inedite mi sono preoccupato di fornire immediatamente il corrispettivo metaforico, di scrivere, riscrivere, rifondare il periodo e 'mirare' il vocabolo finché non giudicavo d'avere raggiunto l'espressione completa: fino al momento in cui guadagnavo la certezza che il risultato ottenuto fosse quello giusto e definitivo, che la totalità lessicale, sintattica e semantica fosse realizzata, che, sulla pagina finita, la scrittura 'parlasse'» (pp. 134-135). Per il festival di Taormina del 1989 D'Arrigo scrive una riduzione teatrale di Horcynus Orca, che viene messa in scena con la regia di Roberto Guicciardini. In una lettera del 30 settembre 1991 D'Arrigo confida all'amico Zipelli di avere in mente il progetto di «un'opera che sarebbe pari e diversa da Horcynus Orca», anche se è consapevole di non avere più a disposizione né i venti anni che ci sono voluti per il primo romanzo né "quella vitalità, quella salute" che esso ha richiesto e assorbito per sempre. Il 2 maggio 1992 D'Arrigo muore nel sonno nella sua casa di Roma.



 

 

 

 

 

 







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