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Il Decadentismo

letteratura


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Il Decadentismo

L'origine del termine "decadentismo"

Nel maggio 1883 Paul Verlaine pubblica su un periodico francese un sonetto dal titolo "Langueur", in cui affermava di identificarsi con l'atmosfera di stanchezza spirituale che ha contraddistinto la decadenza dell'Impero Romano, quando questo era ormai incapace di grandi imprese e teso solo ad oziose esercitazioni letterarie. Nei contemporanei una sensazione simile era diffusa, soprattutto nei circoli d'avanguardia, che si ispiravano al modello maledetto di Baudelair 232j99c e (idea di un crollo prossimo, di un cataclisma epocale). La critica ufficiale usò quindi il termine "decadentismo" a designare atteggiamenti del genere, in accezione negativa e dispregiativa, anche se quei gruppi di intellettuali lo assundsero polemicamente come proprio. Il movimento trovò il suo portavoce in un periodico, Le Decadent (1886à). Come un vero e proprio manifesto di queste tendenze si offrì il romanzo di Huysmans, A rebours (controcorrente), che esercitò poi influenze su Wilde e D'Annunzio. Se inizialmente il termine Decadentismo indica solo un movimento letterario sorto in Francia negli anni 80, ora si tende a riferirlo a tutta una corrente culturale, di dimensioni europee che si colloca negli ultimi 2 decenni del'800, con propagazioni nel primo 800.



La visione del mondo decadente

La base di questa visione del mondo è un irrazionalismo misticheggiante, che esaspera le posizioni romantiche. Viene quindi nettamente rifiutato il Positivismo: il decadente crede che la ragione e la scienza non possano dare la vera conoscenza del reale, perché l'essenza di esso è al di là delle cose, per cui solo rinunciando alla razionalità si può tentare di avvicinarsi all'ignoto. Inoltre, se per la visione comune le cose possiedono una loro oggettiva individualità, per i decadenti tutti gli aspetti dell'essere sono legati tra di loro da analogie e corrispondenze che possono essere individuate solo irrazionalmente. Portando alle estreme conseguenze la visione romantica, che negava consistenza autonoma alla realtà oggettiva, i decadenti propongono l'identità tra uomo e mondo, tra soggetto e oggetto, che si confondono in un'arcana realtà. Quest'unione avviene sul piano dell'inconscio, la cui scoperta è il dato fondamentale della cultura decadente. Senza questa scoperta non si capirebbe nulla delle concezioni del Decadentismo. A fine secolo, Freud comincerà a dare una sistemazione scientifica a questa conoscenza, secondo un impianto positivistico. Lo stesso Freud ammetterà in seguito di non aver fatto nulla di nuovo, ma di aver solo ordinato scientificamente qualcosa che era già stato scoperto.

Come strumenti privilegiati della conoscenza sono considerati tutti gli stati irrazionali dell'esistere: malattia, follia, la nevrosi, il delirio, il sogno. Questi stati, che si sottraggono al controllo della ragione, aprono prospettive ignote alla nostra immaginazione e fanno vedere il mistero che è al di là di ogni cosa. Possono essere provocati artificialmente (fumo, droghe. già presente nel romanticismo - Coleridge).

Vi sono anche altre forme di estasi: l'individuo non può annullarsi e, attraverso questo annullamento, può potenziare la propria parola, renderla come divina (PANISMO). Un altro stato di grazia è costituito dalle EPIFANIE: un particolare qualunque della realtà si carica di un misterioso significato, che affascina il decadente come un messaggio quasi proveniente da un'altra dimensione.




La poetica del Decadentismo

Tra i moemnti della conoscenza vi è soprattutto l'arte: gli artisti, infatti, vengono considerati non solo come abili artefici, ma dei sacerdoti di un vero e proprio culto, veggenti capaci di spingere lo sguardo dove l'uomo comune non vede nulla e di rivelare l'assoluto: l'arte appare il valore più alto, che va collocato al di sopra di tutti gli altri e deve assorbirli. Questo culto religioso dell'arte dà origine all'ESTETISMO. L'esteta è colui che assume come principio regolatore della propria vita non i valori morali, il bene e il male, ma solo il bello, ed esclusivamente in base ad esso giudica la realtà; in questo modo si colloca al di sopra della morale comune, in una sfera di eccezionalità rispetto agli uomini mediocri. Anche gli atti comuni della sua vita sono trasformati in opere d'arte, anzi, tutta la sua vita è un'opera d'arte. Questa concezione del bello fine a se stesso si trasmette anche alla poesia: essa non deve avere nessun fine, ma deve essere pura.

Anche il linguaggio utilizzato nelle poesie deve essere adattato a questa concezione dell'arte. Quindi, alle immagini nitide si sostituisce il vago, capacve di provocare ulteriori suggestioni. La parola recupera quindi quella ancestrale funzione di formula magica.







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