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Commento a: "Il non luogo che ci somiglia" (di Silvia Vegetti Finzi)

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Commento a: "Il non luogo che ci somiglia" (di Silvia Vegetti Finzi)

Le anime che, sorprese dalla morte, non sono tanto colpevoli da meritare l'Inferno, né tanto buone da essere ammesse immediatamente in Paradiso, dovranno purificarsi nel Purgatorio. Esse soffrono per ripagare la Giustizia Divina infranta e, quindi per ascendere al Paradiso e tro 747h75h varsi al cospetto di Dio. Il purgatorio è il destino delle posizioni intermedie, in cui le anime vivono nel passato della colpa e nel futuro della speranza. In questa situazione di viaggio e transito Silvia Vegetti Finzi ha individuato una certa somiglianza con la condizione dell'uomo sulla Terra. Anche noi tendiamo a sostare in "non luoghi" come stazioni, supermercati, aeroporti e parcheggi. A questo proposito credo si possa considerare la Terra stessa come un "non-luogo", in quanto noi vi transitiamo durante il corso della nostra caduca vita, senza obbiettivi precisi, se non quelli che la nostra ideologia (influenzata dalla società in cui viviamo) ci suggerisce. Differentemente da noi le anime del Purgatorio hanno uno scopo preciso: la salvezza eterna. Il loro sentimento prevalente è la speranza, tratto emotivo che ci accomuna. La vita non è soltanto un'indagine e una curiosità su ciò che succederà domani, ma è invece speranza nel futuro: sperare di stare bene, sperare di essere felici, sperare di avere più soldi, sperare di innamorarsi, sperare di prendere dei bei voti a scuola.ecc.



Così sulla Terra come nel Purgatorio l'uomo può sperare di rimettersi in cammino e riscattare la propria condizione da un trascorso sbagliato.

Dante sottolinea come sia proprio della persona nobile vergognarsi di ogni piccolo errore. Ma mentre il poeta connette la vergogna alla coscienza morale, secondo l'autrice l'uomo moderno la ritrova piuttosto nell'inconscio. Siamo noi i primi critici di noi stessi. Non riuscendo a trovare la nostra ragione d'essere ci ispiriamo ai modelli sociali e puntiamo ad essi sentendoci incompleti e inadeguati.

Alla coscienza Dante collega la ragione umana con i suoi limiti. Argomento, quello del riconoscimento del limite attuale nella nostra civiltà rivolta all'eccesso.

Alla Vegetti Finzi colpisce molto la figura di Manfredi. Egli viene descritto come si descriverebbe l'attore protagonista di un film contemporaneo, risaltandolo oltre che per il suo aspetto fisico piacente anche per la sua anima ambiziosa e guerriera. Pur essendo scomunicato dalla Chiesa Dante sottrae questo personaggio alla dannazione eterna. La Chiesa essendo terrena e formata da uomini può sbagliare e le sue decisioni possono non coincidere col volere di Dio. Dante questo lo riconosce mostrandoci ancora una volta che la sua concezione è moderna e progredita rispetto agli uomini del suo tempo. Pochi a quell'epoca si sarebbero sognati di mettere in discussione il problema dell'intermediazione della Chiesa. Oggi invece si presenta come una discussione insistente.




Il canto si conclude con la richiesta di Manfredi a Dante di far sapere ai vivi e in particolare a sua figlia Costanza che la sua condanna non è eterna, ricordandole di pregare per lui.

Questo rapporto padre-figlia, secondo la scrittrice potrebbe essere un buon modo per crescere le figlie secondo la visione maschile anziché quella femminile della madre. A mio parere la donna, oggi, attraverso l'emancipazione femminile  ha assunto un ruolo paritario a quello dell'uomo, almeno per quanto riguarda l'ambito familiare. Non esiste più il concetto di capofamiglia che un tempo decretava l'uomo membro più importante del nucleo famigliare. Le figure di marito e di padre si sono semplificate mettendosi allo stesso livello di quelle di moglie e di madre.  I figli si sentono più vicini e in confidenza col padre, il quale partecipa alla loro crescita. Ma perché separazioni e divorzi sono in aumento? Soffriamo forse noi donne di questo calo di supremazia e virilità maschile?!







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