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Le stragi del sabato sera

sociologia


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Le stragi del sabato sera

È purtroppo diventata una consuetudine dolorosa leggere sulle prime pagine dei quotidiani, specialmente quelli a diffusione locale, la notizia di qualche giovane vita stroncata in un incidente automobilistico.
Per lo più si tratta di ragazzi di ritorno da una nottata trascorsa in un locale. Spesso chi guida è di sesso maschile.
La notte del sabato è l'intervallo temporale in cui più di frequente succedono gli incidenti. Si tratta, difatti, della serata canonicamente consacrata dai giovani, liberi da impegni di lavoro o di studio, al divertimento.
Quando le vittime di queste sciagure sopravvivono, può accadere che i postumi consistano in deficit cognitivi e motori talmente gravi da impedire loro di condurre un'esistenza soddisfacente. 
Si hanno allora famiglie messe a dura prova, progetti esistenziali in fumo, sofferenze fisiche e psicologiche indicibili, bisogni assistenziali che richiedono la presenza costante di una persona 24 ore su 24, per il resto della vita. Tutto come conseguenza dell'errore di un attimo.

Si sono approntate in questi ultimi anni molte misure per contenere il fenomeno. Purtroppo i risultati non sono sempre stati incoraggianti. Mi sembra, tuttavia, che molte delle misure proposte: limiti di velocità, chiusura anticipata dei locali, patente a punti, siano ragionevoli e che non si può che proseguire con tenacia in questa direzione, magari adottando qualche nuova norma.
Personalmente sono favorevole anche a 919d34j lle misure repressive: chi viola il codice della strada, chi guida in modo pericoloso o in cattive condizioni psicofisiche va punito. Sono convinto che il permissivismo, nella società contemporanea, si trasformi troppo spesso in disinteresse e lassismo. La società deve, a mio avviso, tutelare i diritti di tutti, ma nel contempo richiamare ognuno ai propri doveri e alle proprie responsabilità. Abbiamo tutti il dovere di proteggere e nel contempo di proteggerci.



Anzitutto, credo sia giusto cercare di correggere le cause che portano a questi dolorosi eventi. Bisognerebbe forse cominciare col progettare e costruire strade più sicure; non è raro vedere in Italia il manto stradale ridotto in condizioni pietose, con grosse buche, prive di segnaletica adeguata o di protezioni in prossimità di canali e precipizi.
Poi sarebbe bene costruire veicoli provvisti di tutti quei dispositivi di scurezza (air-bag, sistemi di frenatura ABS, computer di bordo, ecc.), che la moderna tecnologia ci mette a disposizione.
Infine, l'educazione stradale andrebbe insegnata in maniera più intensiva, partendo già dalla scuola dell'obbligo o anche prima, compatibilmente con le capacità di apprendimento dei bambini.

Nella consapevolezza, comunque, che si tratta di soluzioni utili, ma parziali.
Secondo me, infatti, i problemi sostanziali vanno ricercati in un altro contesto.
A mio avviso, i problemi fondamentali, le cause prime, sono prevalentemente di ordine psicologico, sociale e culturale.
La nostra epoca vive nel segno della velocità, dell'efficienza, della competizione e del consumo. Le industrie automobilistiche costruiscono vetture sempre più veloci, che tentano di imporre sul mercato con pubblicità nello stesso tempo seducenti ed aggressive. La macchina potente e veloce è sinonimo di successo, integrazione, conquista sessuale.

Andando più in profondità, molti ragazzi sembrano agiti da una pulsione di morte, da una disperante autodistruttività. La cultura in cui sono immersi è concentrata più sugli oggetti che sulle persone; produce alienazione, mancanza di significato, disorientamento.
La famiglia e le altre istituzioni tradizionali sono in crisi, il mondo del lavoro non sembra offrire ai giovani gli sbocchi occupazionali desiderati.
I legami sociali si allentano, la comunicazione, anche all'interno del gruppo dei pari, appare superficiale; malgrado il diffondersi di nuove opportunità, quali l'e-mail e il telefonino, i giovani appaiono sempre più soli. 
Per questo molti ragazzi cercano lo stordimento per vincere le angosce o il vuoto interiore: l'alcool, le droghe, la musica ad alto volume.
Non a caso, è di frequente riscontro, in chi era alla guida in caso di grave incidente, l'abuso di sostanze tossiche.

Certo, bisogna distinguere caso per caso. Non si può generalizzare; tanto meno fare del facile moralismo: nessuno possiede la ricetta infallibile del buon vivere, siamo tutti allievi alla scuola della vita. Tuttavia, cercare di restituire un senso all'esistenza di ognuno di noi mi sembrerebbe un percorso praticabile. Impegnandoci, per esempio, in attività che non abbiano soltanto uno scopo utilitaristico, ma coinvolgano la solidarietà con gli altri, ci consentano di vivere con e per gli altri. Coltivare la sfera spirituale e non solo quella materiale.
E se proprio non si riesce ad uscire da una dimensione competitiva, capire che la vita non ci richiede che di rado la brillantezza del centometrista, bensì la durata, la pazienza e la ponderazione del fondista. E, soprattutto, che non è necessario arrivare sempre primi.

L'articolo 18

 

Nel fisiologico conflitto fra le parti sociali, imprenditori da una parte, lavoratori dall'altra, si è instaurato, in questi ultimi mesi, un elemento di aspro scontro, di forte contrapposizione, come non succedeva da anni. Il motivo del contendere è rappresentato dalla esplicita volontà del governo di modificare l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che prevede il reintegro del dipendente licenziato senza giusta causa.

Senza entrare nel merito di sottili e specialistiche distinzioni giuridiche, si tratterebbe di concedere agli imprenditori una maggiore libertà di licenziare.
La Confindustria, il governo, la destra liberista vedono nelle modifiche dell'articolo 18 un importante passo avanti sulla strada della flessibilità e dell'efficienza. I lavoratori e le loro rappresentanze sindacali vedono, invece, nelle manipolazioni dell'articolo 18 un pericoloso attentato ai diritti acquisiti in anni di lotte, un passo indietro nelle relazioni all'interno delle imprese.

Forse la verità , questa volta, anzichè nel mezzo, sta proprio altrove.
Secondo molti esperti di economia e di diritto del lavoro, quella sull'articolo 18 sta diventando una contesa di principio, una sorta di guerra di religione, dove molto incerti appaiono i benefici per gli uni quanto abbastanza infondati i timori degli altri.
Insomma, anche la modifica o la soppressione dell'ormai famigerato articolo, non provocherebbe cambiamenti granchè rilevanti nello scenario economico nazionale.

Personalmente, leggendo i giornali e seguendo i dibattiti televisivi, mi hanno convinto più le ragioni dei lavoratori che quelle dei "riformatori".
Dopo i primi entusiasmi, i cittadini italiani si stanno rendendo conto che trapiantare nel nostro paese brandelli del modello economico americano, non rende la vita migliore. Già i cauti cambiamenti che stanno per essere introdotti nella sanità e nella scuola non lasciano presagire nulla di buono: ticket aggiuntivi e discriminazioni basate sul censo.
Dall'America stessa giungono segnali contraddittori, voci critiche, allarmi ragionevolmente fondati; milioni di cittadini americani vedono profilarsi all'orizzonte della loro vita quotidiana nuove insicurezze, nuove angosce, nuove povertà determinate da uno sviluppo economico troppo disordinato e incontrollato.
Lavorare nella totale incertezza del proprio futuro toglie significato all'esitenza e finisce col rendere precari i rapporti umani stessi.

Che in Italia, poi, ci sia bisogno di maggiore flessibilità per favorire l'occupazione mi sembra ipotesi largamente condivisibile. Una flessibilità, semmai, bidirezionale. E, comunque, riamangono molte le leve su cui agire per favorire l'occupazione, senza ricorrere necessariamente a norme più vessatorie nei confronti dei lavoratori: la formazione, per esempio, il sistema del "collocamento", l'orario di lavoro, la mobilità all'interno del Paese. E poi infrastrutture moderne, servizi efficienti, ammortizzatori sociali adeguati. E, ultimo, ma non ultimo, iniezioni di cultura manageriale aggiornata.
Cultura di cui, gli imprenditori italiani danno talvolta l'impressione di difettare. Abituati a prosperare in talune circostanze con il sostegno economico dello Stato o sfruttando vantaggi competitivi "discutibili" (la lira debole), gli imprenditori italiani non costituiscono ancora una classe dirigente matura. L'Italia abbisogna di una borghesia illuminata, lungimirante, moderna, colta, dotata di senso etico. Di imprenditori, come fu il compianto Adriano Olivetti, capaci di progettualità, di dare un significato al lavoro, di coniugare l'etica e gli affari, di ripensare mezzi e metodi organizzativi. Di andare al di là del profitto da conseguire nel breve periodo, della furbizia di piccolo cabotaggio, degli "schei" come unica ragione di vita.

L'intero sistema economico italiano sembra, e non solo per colpa degli imprenditori, bloccato, ingessato, per certi versi anacronistico, poco competitivo a livello internazionale, troppo teso alla difesa di privilegi piccoli, ma più spesso grandi, ingiustificati, feudali.
Licenziare i più deboli non mi sembra il miglior punto di partenza di un'ideale riforma.

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Le stragi del sabato sera

È purtroppo diventata una consuetudine dolorosa leggere sulle prime pagine dei quotidiani, specialmente quelli a diffusione locale, la notizia di qualche giovane vita stroncata in un incidente automobilistico.
Per lo più si tratta di ragazzi di ritorno da una nottata trascorsa in un locale. Spesso chi guida è di sesso maschile.
La notte del sabato è l'intervallo temporale in cui più di frequente succedono gli incidenti. Si tratta, difatti, della serata canonicamente consacrata dai giovani, liberi da impegni di lavoro o di studio, al divertimento.
Quando le vittime di queste sciagure sopravvivono, può accadere che i postumi consistano in deficit cognitivi e motori talmente gravi da impedire loro di condurre un'esistenza soddisfacente. 
Si hanno allora famiglie messe a dura prova, progetti esistenziali in fumo, sofferenze fisiche e psicologiche indicibili, bisogni assistenziali che richiedono la presenza costante di una persona 24 ore su 24, per il resto della vita. Tutto come conseguenza dell'errore di un attimo.

Si sono approntate in questi ultimi anni molte misure per contenere il fenomeno. Purtroppo i risultati non sono sempre stati incoraggianti. Mi sembra, tuttavia, che molte delle misure proposte: limiti di velocità, chiusura anticipata dei locali, patente a punti, siano ragionevoli e che non si può che proseguire con tenacia in questa direzione, magari adottando qualche nuova norma.
Personalmente sono favorevole anche a 919d34j lle misure repressive: chi viola il codice della strada, chi guida in modo pericoloso o in cattive condizioni psicofisiche va punito. Sono convinto che il permissivismo, nella società contemporanea, si trasformi troppo spesso in disinteresse e lassismo. La società deve, a mio avviso, tutelare i diritti di tutti, ma nel contempo richiamare ognuno ai propri doveri e alle proprie responsabilità. Abbiamo tutti il dovere di proteggere e nel contempo di proteggerci.

Anzitutto, credo sia giusto cercare di correggere le cause che portano a questi dolorosi eventi. Bisognerebbe forse cominciare col progettare e costruire strade più sicure; non è raro vedere in Italia il manto stradale ridotto in condizioni pietose, con grosse buche, prive di segnaletica adeguata o di protezioni in prossimità di canali e precipizi.
Poi sarebbe bene costruire veicoli provvisti di tutti quei dispositivi di scurezza (air-bag, sistemi di frenatura ABS, computer di bordo, ecc.), che la moderna tecnologia ci mette a disposizione.
Infine, l'educazione stradale andrebbe insegnata in maniera più intensiva, partendo già dalla scuola dell'obbligo o anche prima, compatibilmente con le capacità di apprendimento dei bambini.

Nella consapevolezza, comunque, che si tratta di soluzioni utili, ma parziali.
Secondo me, infatti, i problemi sostanziali vanno ricercati in un altro contesto.
A mio avviso, i problemi fondamentali, le cause prime, sono prevalentemente di ordine psicologico, sociale e culturale.
La nostra epoca vive nel segno della velocità, dell'efficienza, della competizione e del consumo. Le industrie automobilistiche costruiscono vetture sempre più veloci, che tentano di imporre sul mercato con pubblicità nello stesso tempo seducenti ed aggressive. La macchina potente e veloce è sinonimo di successo, integrazione, conquista sessuale.

Andando più in profondità, molti ragazzi sembrano agiti da una pulsione di morte, da una disperante autodistruttività. La cultura in cui sono immersi è concentrata più sugli oggetti che sulle persone; produce alienazione, mancanza di significato, disorientamento.
La famiglia e le altre istituzioni tradizionali sono in crisi, il mondo del lavoro non sembra offrire ai giovani gli sbocchi occupazionali desiderati.
I legami sociali si allentano, la comunicazione, anche all'interno del gruppo dei pari, appare superficiale; malgrado il diffondersi di nuove opportunità, quali l'e-mail e il telefonino, i giovani appaiono sempre più soli. 
Per questo molti ragazzi cercano lo stordimento per vincere le angosce o il vuoto interiore: l'alcool, le droghe, la musica ad alto volume.
Non a caso, è di frequente riscontro, in chi era alla guida in caso di grave incidente, l'abuso di sostanze tossiche.

Certo, bisogna distinguere caso per caso. Non si può generalizzare; tanto meno fare del facile moralismo: nessuno possiede la ricetta infallibile del buon vivere, siamo tutti allievi alla scuola della vita. Tuttavia, cercare di restituire un senso all'esistenza di ognuno di noi mi sembrerebbe un percorso praticabile. Impegnandoci, per esempio, in attività che non abbiano soltanto uno scopo utilitaristico, ma coinvolgano la solidarietà con gli altri, ci consentano di vivere con e per gli altri. Coltivare la sfera spirituale e non solo quella materiale.
E se proprio non si riesce ad uscire da una dimensione competitiva, capire che la vita non ci richiede che di rado la brillantezza del centometrista, bensì la durata, la pazienza e la ponderazione del fondista. E, soprattutto, che non è necessario arrivare sempre primi.

La crisi della famiglia (tema svolto da c.f.)

Se si dovesse definire con un'etichetta l'epoca in cui viviamo, essa andrebbe indubbiamente archiviata con l'appellativo di "epoca della dissacrazione". Numerosi sono infatti i valori, come ad esempio la patria, la religione, la morigeratezza, nei quali i nostri nonni e forse ancora i nostri padri credevano, oggi contestati e messi definitivamente in crisi.

Nell'ambito di questa contestazione generale va inquadrata, sicuramente, anche la crisi della famiglia. Sorta quasi ai primordi dell'umanità, l'istituzione familiare ha subito nel corso dei secoli una notevole evoluzione. Tentare di farne una storia, sia pure sintetica, sarebbe arduo e nello stesso tempo noioso. La famiglia, comunque, un tempo ritenuta il nucleo della società, oggi viene considerata un'istituzione superata, da più parti contestata e respinta.

I motivi sono a mio avviso molteplici e legati intimamente fra loro: fine della società contadina e sgretolamento della famiglia patriarcale, contestazioni femministe, sviluppo di un'educazione consumista, insubordinazione dei figli, disinteresse dello stato.

La donna ha rivendicato, dopo secoli di sudditanza, i propri diritti, la propria legittima autonomia dall'uomo, sino a qualche decennio fa somma autorità, perfino dispotica, della famiglia. A questo proposito il movimento femminista ha svolto, sostenuto da una grande maggioranza di donne stanche e deluse, un'opera preziosa anche se talvolta scoordinata e non sempre costruttiva. La donna ha avvertito il bisogno di inserirsi attivamente nella società, di compiere le medesime esperienze dell'uomo, di evitare una mortificante emarginazione dal mondo del lavoro, della politica, della cultura.
Ciò ha provocato le prime insofferenze, la crisi della coppia, lo scricchiolamento della millenaria autorità maschile, di colui che un tempo era il pater familias. Soprattutto ne è nato un disorientamento, principalmente nell'uomo, che si è intimorito, una confusione di ruoli forse salutare, ma ansiogena, la difficoltà a rimodellare la propria identità in risposta ai mutamenti culturali.

Da parte loro anche i giovani, i figli, sono profondamente cambiati negli ultimi decenni. Un tempo completamente subordinati al padre, quasi schiacciati dall'autorità paterna, resi culturalmente superiori, grazie all'istruzione di massa, hanno finito col non riconoscere più nella figura del padre, nel frattempo resa evanescente dagli stessi mutamenti socioeconomici, la guida, il modello esistenziale e culturale da imitare. Hanno così cercato di imporre la propria personalità, tendendo, nel tentativo di rendersi pienamente liberi, ad estraniarsi dalla famiglia. Così che anche i padri "deboli" e democratici di oggi sono vissuti da molti giovani come noiosi limitatori dell'autonomia personale.

Le stesse democrazie moderne, poi, nel loro economicismo esasperato, tendono a trascurare la famiglia a vantaggio del consumatore, corteggiato e blandito tramite l'offerta di una pletora di merci e di servizi spesso costosi quanto inutili..

Usando un'espressione gergale della politica, ritengo che la crisi della famiglia sia dunque imputabile essenzialmente ad un mutato "rapporto di forze". Ma come ogni crisi rappresenta anche un'opportunità, pure la crisi della famiglia rappresenta, entro certi limiti, un fatto positivo, nella misura in cui mette in discussione rapporti sbagliati e ingiusti, sedimentatisi nel corso dei secoli.



Eppure se la famiglia muta, se i ruoli al suo interno vanno ripensati e reinventati, essa rimane un'istituzione che va sostanzialmente sostenuta e difesa. Personalmente nella famiglia io credo ancora. Per me rappresenta qualcosa di più di quella "entità economica", prospettata dalle teorie materialistiche. Alternative alla famiglia non ne sono ancora state inventate. Le comuni di sessantottina memoria sono fallite miseramente e costituiscono ormai una soluzione anacronistica e avulsa dalla realtà 

Il problema, a mio avviso, è quello di trovare un equilibrio, che non sia però turbato da ingiustizie e sopraffazioni. Ritengo quindi che genitori e figli, uomini e donne, debbano coesistere cercando di comprendersi e di comprendere i rispettivi limiti, al di là degli egoismi e degli estremismi sempre assai controproducenti e soprattutto ritengo che, come modesta soluzione comportamentale praticabile, ognuno di noi ricordi sempre che per ricevere bisogna prima donare.

Il razzismo

Il razzismo inteso come quella dottrina che presuppone una superiorità su basi biologiche di una razza umana sull'altra, è un concetto moderno, sviluppatosi da un fraintendimento delle teorie di Darwin e del positivismo.
In epoche antecedenti prevaleva un sentimento di disprezzo verso le altre culture ritenute inferiori, verso i "barbari".

Il razzismo rappresenta uno dei tanti abbagli ideologici presi dalla mente umana nel corso della Storia e credo che nessuno possa sostenere, al giorno d'oggi, in maniera fondata, con argomentazioni scientifiche e senza timore di essere sonoramente disapprovato, che una razza sia superiore a un'altra. Ammesso che all'interno della specie umana sia possibile individuare delle razze pure.

Il nazismo, per citare una delle ultime vittoriose (almeno per un certo periodo) concezioni politiche razziste, che si basava sull'idea di superiorità della razza ariana, oggi ripugna alla quasi totalità delle persone ed è considerato un obbrobrio ideologico non più ripetibile.

Eppure la guardia non va mai abbassata e la cronaca ci riferisce, con cadenza presso che quotidiana, di episodi di discriminazione avvenuti sulla base del colore della pelle o del luogo di provenienza. Si tratta, per lo più, di microepisodi di intolleranza o di xenofobia. Certo siamo lontani, almeno qui in Italia, da quanto scritto nei libri di Wright o nei racconti della Gordimer.
Speriamo ci sia risparmiato di assistere ad esperienze umilianti per la dignità umana come la schiavitù in tante parti del globo, o l'apartheid in Sudafrica o la violenza rivoltante del Ku Klux Klan negli Stati Uniti.

Non bisogna nascondersi che l'ondata di immigrati dal Terzo Mondo, che ha raggiunto l'Italia negli ultimi decenni, ha scosso equilibri secolari, abitudini consolidate, modi di vivere e di pensare sedimentati nei secoli, provocando inquietudini. Da noi esisteva, tutt'al più, la contrapposizione fra Nord e Sud, l'annosa e irrisolta questione meridionale, ma lo sviluppo industriale del Paese ha finito col metabolizzare le insofferenze razziste. Molti operai e intellettuali meridionali hanno contribuito alla crescita economica della nazione.

Oggi non è così. La crisi economica, la disoccupazione, l'insicurezza fanno vivere lo Straniero come una minaccia a un benessere da poco acquisito e già precario. La psiche umana, sempre in cerca di un facile capro espiatorio, responsabile delle proprie disavventure, può facilmente individuare nell'Altro, nel Diverso, l'origine di tutti i mali.
Per contro, culture quasi totalmente estranee al nostro modo di pensare, con valori spesso antitetici ai nostri, reclamano oggi attenzione, diritti, considerazione. Richieste legittime, ma non si può pensare che ciò non possa provocare, per la velocità con cui è avvenuto il processo di immigrazione, degli intoppi nell'integrazione dei nuovi arrivati in un tessuto sociale consolidato. Insomma anche gli italiani, che razzisti non sono, hanno bisogno di abituarsi all'idea di una società multiculturale, un'entità fino a ora totalmente loro sconosciuta.

Io credo che ciò stia avvenendo quotidianamente, a piccoli passi, nel migliore dei modi. La nostra è una società aperta, una democrazia matura, che, pur tenendo conto di mille disfunzioni e ritardi,  considera la tolleranza verso chi è diverso uno dei valori fondamentali.
Penso che gli italiani abbiano capito che quello che conta sono gli individui, la loro voglia di fare e di inserirsi, la loro umanità, il contributo che ognuno è in grado di portare allo sviluppo e al progresso della società. Il colore della pelle, l'area geografica di provenienza, la religione professata, le idee politiche non possono essere motivo di discriminazione.

Gli italiani avvertono altresì l'esigenza di essere rassicurati circa il tasso di tolleranza contenuto nelle altre culture. Su questo concetto è difficile transigere. Chi proviene da fuori deve accettare le nostre leggi, le nostre regole del gioco, i valori democratici su cui si fonda la nostra Costituzione. Non si può essere tolleranti con gli intolleranti. Lo sosteneva pure un filosofo pacifista come Norberto Bobbio. Non ci si può rifugiare nel relativismo culturale tanto caro a certi nostri intellettuali contemporanei, che finiscono col promuovere un deleterio razzismo alla rovescia sostenendo la superiorità morale di coloro che sono storicamente oppressi e proponendo una riedizione del mito russoviano del Buon Selvaggio francamente inaccettabile.

I reality show

Da qualche anno la televisione propone un particolare tipo di programma, ma quelli che parlano bene dicono "format", che costa poco e sembra incontrare il favore del pubblico: si tratta dei reality show, nei quali un gruppo eterogeneo di persone viene fatto interagire, per un periodo prolungato di tempo, in situazioni, in genere, frustranti.

Il prototipo di questi programmi è rappresentato da "Il Grande Fratello", una trasmissione entrata ormai a far parte del costume nazionale, ma hanno conosciuto alterne fortune anche "La Talpa", "Amici" e "La fattoria".
Quest'anno hanno riscosso particolare successo "L'isola dei famosi" e "Campioni", un reality su una squadra di calcio di un campionato minore.

Premesso che, a mio avviso, è senz'altro meglio impiegare il proprio tempo leggendo La Repubblica di Platone, Il discorso sul metodo di Cartesio o Guerra e pace di Tolstoj, trovo tuttavia esagerati il rifiuto o l'ammiccamento di sufficienza che una cosiddetta elite di spettatori e di critici televisivi riserva a questi programmi.
Purtroppo è vero che, grazie ai reality, individui modesti e dalle competenze limitate quando non inesistenti assurgono alla ribalta e alla notorietà senza merito, e  per anni ci vengono propinati in tutte le trasmissioni di intrattenimento, generando sazietà quando non disgusto.
E va condivisa secondo me l'opinione che è ingiusto e diseducativo promuovere il successo disgiunto dal lavoro, dall'intelligenza, dall'abilità, dalla sensibilità. 
Inoltre, capita spesso, seguendo i reality, di imbattersi nella volgarità, nella banalità, nella noia: battute sbracate, frasi fatte, imprecazioni grossolane, refrattarietà al pensiero articolato sono all'ordine del giorno. 
Ma è nello stesso tempo difficile negare che tali programmi e i loro protagonisti non costituiscano, in qualche modo, lo specchio abbastanza veritiero della odierna società.

Io dispongo di poco tempo libero, ma nei periodi in cui ho meno da fare e quindi ho più agio di trafficare col telecomando non disdegno di seguire le peripezie dei personaggi che si avvicendano nei reality. Alcuni li trovo molto vivi, interessanti, seducenti; altri, è vero, mi risultano antipatici o addirittura ripugnanti.
Ma come diceva Terenzio: "Humani nihil a me alienum puto ".
Noi partecipiamo dell'umanità di tutti e io credo sia un esercizio salutare riconoscersi nei difetti degli altri. Ci sono un Taricone, una Serena, un'Antonella Elia, un d.j. Francesco in ognuno di noi.
Insomma, i reality finiscono col costituire un'occasione in più per un benefico esercizio di introspezione, attività in genere negletta in una società dedita all'attivismo maniacale come la nostra.

Qualcuno attribuisce agli affezionati spettatori di questi programmi una perversa pulsione voyeuristica, tuttavia, secondo me, esagerando ancora. È il segno dei tempi. Non è stato forse uno degli autori più significativi del Novecento italiano ed europeo, mi riferisco ad Alberto Moravia, ad intitolare un suo fortunato romanzo "L'uomo che guarda"?
La curiosità verso l'esistenza degli altri non è semplice pettegolezzo, ma sovente una forma di intelligenza e di riflessione filosofeggiante.

Inoltre, i reality, almeno nei momenti più spontanei e depurati dalle melense trovate degli autori, costituiscono esperimenti di psicologia sociale con un importante valore educativo. Lo spettatore ha modo di vedere come funziona in concreto un gruppo, come si cementa o si disgrega, come si costituisce o si distrugge la leadership, come ogni singolo affronta i problemi che la contiguità fra esseri umani fatalmente determina. E questo, in qualche modo, favorisce nel telespettatore un non trascurabile apprendimento per imitazione. Impara secondo le stesse modalità con cui si apprende di frequente nella vita reale.
Identificandosi con i vari personaggi vive il colpo basso, il tradimento dell'amico o del fidanzato, le invidie, le gelosie, gli esibizionismi che fanno parte integrante della quotidianità concreta di qualsivoglia gruppo si appartenga: i compagni di classe, i colleghi di lavoro, gli amici.

Concludendo, se i reality sono spazzatura, dobbiamo riconoscere che nella nostra epoca forse proprio i rifiuti hanno molto da dirci circa il punto in cui sono giunte la nostra civiltà e la nostra umanità.

Il divieto di fumo

La legge restrittiva sul fumo, introdotta di recente in Italia, non è un provvedimento arbitrario, ma fondato su evidenze scientifiche.

Il fumo ha un ruolo riconosciuto nella genesi del tumore del polmone e dell'infarto del miocardio, contribuisce a incrementare sensibilmente i casi di BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva), una patologia grave e potenzialmente mortale, porta a tutta una serie di disturbi respiratori e infettivi, che incidono negativamente sulla salute e sulla qualità della vita dei cittadini.

Se il compito dello Stato è quello di utilizzare al meglio le risorse disponibili in vista della realizzazione del bene comune, ecco che una campagna di prevenzione delle malattie legate al fumo appare un intervento meritorio, ineccepibile sia dal punto di vista sanitario che economico.

Bar, ristoranti, pub, locali pubblici assomigliano spesso a camere a gas, dove le particelle nocive per la salute raggiungono concentrazioni pericolosissime. Era giusto che qualcuno intervenisse, non fosse altro che per difendere i diritti di chi , come il sottoscritto, non fuma e non ne può più da tempo della iattanza dei fumatori: cicche lanciate dai finestrini delle auto in corsa, conficcate nella sabbia, gettate dai balconi. Una maleducazione francamente insopportabile, che sta a testimoniare del degrado della civiltà e delle buone maniere in Italia.

Detto questo, trovo che non abbiano del tutto torto i fumatori quando paventano una spietata persecuzione nei loro confronti. Quando denunciano di sentirsi infantilizzati, stigmatizzati, limitati nella propria personale libertà. 
Certo, molti fumatori faticano a capire che la propria libertà finisce dove inizia quella degli altri, altrimenti non più di libertà si tratta, ma di licenza, sopruso, prevaricazione.
Però forse è vero che è forte l'impressione di stare assistendo all'inizio di una sorta di offensiva salutista e puritana, con lo Stato che assume sempre più le sembianze di un Grande Fratello occhiuto, capace di immischiarsi nella vita privata di ciascuno, controllarne i piccoli riti quotidiani, registrare i più piccoli vizi privati dei suoi cittadini. Si tratta di un incubo burocratico e di una possibile tirannia da cui è lecito guardarsi con apprensione

Mentre è in atto la campagna antifumo, già si preannunciano le prossime: quella contro l'alcol e quella contro il sovrappeso. Si rischia ormai che chiunque venga visto entrare in un Mc Donald's venga schedato come reprobo.

E' sempre una questione di equilibrio, di misura. Rendere coscienti le persone della nocività di certe abitudini acquisite è senz'altro una buona cosa; voler sostituirsi all'individuo e alle sue scelte, in maniera paternalistica e autoritaria, rappresenta a mio avviso un'invasione della libertà personale inaccettabile.

Inoltre la campagna antifumo, enfatizzando la responsabilità del singolo, non deve far stornare l'attenzione dai problemi collettivi, sociali, altrettanto gravi, legati a un particolare tipo di sviluppo: il problema dell'inquinamento atmosferico per esempio.
Di inquinamento da smog si muore, soprattutto nelle grandi città. I killer si chiamano ozono, biossido d'azoto, monossido di carbonio e le cosiddette polveri sottili.

Le società più sono evolute più hanno equilibri delicati e complessi. C'è quindi sempre più bisogno dell'impegno responsabile di tutti nello sviluppare abitudini di vita più sane e responsabili e nel promuovere uno sviluppo sostenibile, capace di creare ricchezza, benessere, libertà e non morte.

La morte del papa

In tanti abbiamo seguito con apprensiva partecipazione l'agonia del papa.
Da ventisette anni alla guida della Chiesa, ferito gravemente in un feroce attentato, minato nel fisico possente da una lunga sequela di malattie, papa Wojtyla si era guadagnato la simpatia di molti, anche nella cerchia dei non credenti.

Conservatore, ma nello stesso tempo aperto alle novità nel campo della comunicazione e dell'informazione, - soltanto pochi mesi prima di morire tessé l'elogio di Internet e delle sue potenzialità -, il papa polacco ha attraversato il Novecento da protagonista.

Si è opposto, nei fatti e con efficacia e concretezza, ai totalitarismi, nazifascismo e comunismo, ha lottato contro le storture e le ingiustizie indotte dal capitalismo e dalla globalizzazione, ha predicato un cattolicesimo ortodosso e rigoroso, alieno dal lassismo contemporaneo.

Ha contribuito a mantenere solide l'autorità e l'immagine della Chiesa, conservando la schiena diritta anche nei confronti della prima potenza economica e militare del mondo, gli Stati Uniti, di cui ha stigmatizzato l'intervento in Iraq.

Uomo del dialogo, ha sempre dato l'impressione che quello che diceva fosse il prodotto di un indefesso lavorio interiore, di un sofferto tentativo di conciliazione fra istanze diverse, di una meditata e travagliata sintesi fra vecchio e nuovo.

Ha manifestato apertura verso le altre religioni e ha avuto la forza e il coraggio di riconoscere, scusandosi, gli errori e le colpe che la Chiesa ha compiuto nei secoli passati.

Sportivo, operaio, scrittore, infaticabile viaggiatore, provinciale e cosmopolita allo stesso tempo, Wojtyla ha saputo conquistarsi la simpatia e la fiducia dei giovani che continuano a riconoscere in lui un modello morale ed esistenziale da ammirare e imitare.

Tuttavia tutto ciò spiega soltanto in parte la viva ondata di cordoglio che ha accompagnato la morte di un papa, pur popolare come Giovanni Paolo II.

Qualcuno ha criticato l'operato dei mass media, la spettacolarizzazione e il cattivo gusto di tante dirette televisive. Ma i giornalisti fanno il loro mestiere, stanno sulle notizie che interessano il pubblico.

Soprattutto la grancassa dei mezzi di comunicazione non ha impedito in tutti noi, durante la lenta agonia, l'emergere di un autentico sentimento del sacro e della trascendenza. I valori materiali dell'esistenza, così dominanti nella nostra epoca, sono stati, almeno per qualche istante, accantonati, in quelle ore drammatiche, per lasciar posto ai grandi interrogativi circa il significato della nostra esistenza, di cui la morte rappresenta la terrena, inevitabile conclusione.

La morte, così respinta dalla società contemporanea, allontanata da pubblicità e intrattenimento, negata dai consumi e dal divertimento, soffocata e confinata nelle corsie d'ospedale, è così diventata, per alcuni giorni, lo sfondo dei nostri pensieri.
Quella morte che è l'origine e il motivo di tutta la filosofia occidentale, il fondamento della nostra cultura.

Davvero aleggiava, nei giorni dell'agonia del papa, malgrado il chiasso massmediatico, un benefico clima di raccolta spiritualità a testimonianza dell'insopprimibile bisogno dell'uomo di conferire alla propria esistenza un significato che trascenda la mera, grezza materialità.

Non è infondata  la speranza che la morte del papa abbia costituito l'occasione, per credenti e non credenti, di apprendere che non si muore mai veramente e che fra vivi e morti continua nei secoli un fecondo, ininterrotto dialogo e una silente, interiore solidarietà. Tutti, vivi e morti, partecipiamo del medesimo mistero della nostra tragica, fragile esistenza.

L'intolleranza

L'esistenza umana, già intrinsecamente fragile, esposta com'è a pericoli, sventure e malattie, è resa ancor più precaria da un vizio che attraversa tutte le culture: l'intolleranza.

In nome di dottrine religiose, principi etici, concezioni del mondo diverse, pregiudizi ingiustificati, gli uomini lottano e si aggrediscono fra loro, spesso con ferocia, diversamente dalle specie animali che, se si sbranano, lo fanno quasi esclusivamente per soddisfare i loro bisogni alimentari.

Studiando la storia e la filosofia, conosciamo le vicende di Giordano Bruno, messo al rogo per le sue idee troppo avanzate rispetto ai tempi, di Galileo Galilei e della sua famosa abiura, conosciamo la turpe e secolare opera dell'Inquisizione, gli eretici perseguitati e trucidati, la caccia alle streghe, le teste mozzate durante la Rivoluzione francese, i campi di sterminio nazisti, i gulag sovietici. Una lunga serie di orrori e di violenze che ha costellato il cammino della storia.




Altre volte una razza si ritiene superiore biologicamente, e in modo infondato su di un'altra, e si genera il razzismo. Oppure è un genere a ritenersi superiore all'altro: storicamente l'oppressione secolare del genere femminile nasce dal discutibile convincimento che l'uomo sia superiore alla donna.

Esistono poi anche forme di intolleranza meno vistose, quelle che nascono da pregiudizi di casta, di classe sociale, di corporazione, ma forse è più giusto parlare di discriminazione. Esiste l'intolleranza economica, laddove all'individuo è preclusa la libera iniziativa economica, perché una burocrazia pseudo-onnisciente, che governa e pianifica, determina dall'alto ogni attività. Siffatti sistemi economici, presto o tardi giungono alla rovina, quasi per implosione; si veda il recente crollo dell'impero sovietico.

Eppure un'illustre tradizione del pensiero occidentale, da Ockham a Boccaccio, da Erasmo a Montaigne, da Locke a Voltaire, ha predicato i valori della pacifica convivenza tra gli uomini e della tolleranza.

Il problema è che nel corso della storia, alcune elite culturali presumono di possedere la verità e per il bene del mondo, per redimerlo e migliorarlo, cercano di imporre il proprio sistema di valori e credenze agli altri, ritenendo legittimo anche il ricorso alla forza e alla violenza. Per il bene di tutto il genere umano.

Nelle sue forme estreme, l'intolleranza si intreccia al fanatismo. Le buone intenzioni si trasformano nell'edificazione di spaventosi inferni. Illuminante è a questo proposito un libretto uscito di recente nella traduzione italiana, dello scrittore israeliano Amos Oz: Contro il fanatismo ne è il titolo.

Quello che i riformatori violenti non capiscono è che se da una parte la scienza è in grado di formulare teorie verificabili (e comunque smentibili) sulla base di una metodologia rigorosa, il mondo delle idee è molto più aleatorio. L'uomo è fallibile, dotato di una razionalità limitata e quindi soggetto a errori anche grossolani.

Consapevole dei propri limiti gnoseologici, l'uomo dovrebbe perciò vivere secondo le proprie idee, avere la libertà di manifestarle e praticarle nel rispetto della libertà e della vita altrui, senza  volerle imporre con la forza agli altri.

Le società più evolute e aperte vivono di questo fecondo dialogo culturale, di questo rispetto reciproco, dove lo scontro fra concezioni diverse avviene in maniera rituale e pacifica.

Non esistono benessere materiale e psicologico, sviluppo delle arti e delle scienze, laddove c'è guerra, distruzione, dove il ciclo della vita quotidiana, la continuità di studi ed affari, è resa impossibile dalla violenza.

L'intolleranza, dunque, sia nelle forme vistose della guerra di religione, sia nelle più sottili e subdole forme di discriminazione fra esseri umani, è un male. Coltiviamo allora il suo naturale antidoto: la tolleranza. Ma cos'è la tolleranza?
Ci risponde Voltaire, nel suo Dizionario filosofico del 1763: "Che cosa è la tolleranza? È l'appannaggio dell'umanità. Noi siamo tutti impastati di debolezza e di errori: perdoniamoci reciprocamente le nostre balordaggini, è la prima legge di natura".

I diritti dell'uomo

Tra le conquiste più significative del Novecento va annoverata la universalizzazione dei diritti dell'uomo.

La sensibilizzazione e l'attenzione verso i diritti umani si sono talmente estese nei decenni trascorsi, da far sì che "i diritti dell'uomo costituiscono al giorno d'oggi un nuovo ethos mondiale", come ebbe a dire nel 1988 Walter Kasper.

Eppure si tratta di una conquista tutt'altro che pienamente realizzata. Basta sfogliare i quotidiani, seguire i telegiornali, scorrere la saggistica di attualità per accorgersi che, ovunque nel mondo, avvengono soprusi, violenze, oppressioni.
I diritti di milioni di persone a vivere in libertà e in sicurezza vengono disattesi e scherniti, i bambini vengono sfruttati per i più inverecondi commerci, i vecchi emarginati, i poveri discriminati, le donne private della possibilità di condurre un'esistenza secondo la propria autonoma determinazione. Per non parlare dei diritti al lavoro, all'istruzione, alla salute, alla privatezza, a vivere in un ecosistema non degradato.
Il detto di Rousseau, contenuto nel Contratto sociale: "L'uomo è nato libero ma dovunque è in catene" è purtroppo ancora attuale. I diritti, proclamati sulla carta, tardano ad essere applicati.

Eppure, la storia dei diritti dell'uomo, dell'individuo, affonda le sue radici più prossime almeno nel Seicento e nel Settecento, con Locke, per cui gli uomini nascono liberi ed uguali, per proseguire con gli illuministi; idee poi raccolte e maturate dalla Rivoluzione americana e da quella francese; per giungere infine alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948.
Sono il frutto, dunque, della lenta evoluzione storica e morale della nostra specie.

I motivi che impediscono una loro completa attuazione, vanno ricercati, a mio avviso, in una diversa serie di fattori. 
In primo luogo non si tratta di bisogni umani fisiologici ed oggettivi, facilmente misurabili e documentabili, bensì di bisogni storici e culturali, legati all'evoluzione biopsichica, sociale e culturale della specie e quindi soggetti a mutamenti dipendenti dal variare delle vicende storiche e dall'evoluzione del progresso tecnologico. 
Gli interessi politici ed economici di una minoranza possono inoltre opporsi alla loro realizzazione in tante parti del globo. Coloro che detengono potere e privilegi tendono a conservali, non facendosi scrupolo di ricorrere anche alla violenza.
Infine, un ambiguo, quanto pericoloso "relativismo culturale", ha fatto breccia tra le elite intellettuali dell'Occidente, finendo col giustificare, in nome della diversità culturale, misfatti e oppressioni che vengono perpetrate in varie aree del pianeta.

Per favorire il rispetto universale dei diritti dell'uomo, non esistono soluzioni infallibili e onnipotenti. 
Esiste un'organizzazione, Amnesty International, che svolge un proficuo lavoro di denuncia. 
C'è la comunità internazionale che può decretare sanzioni politiche ed economiche nei confronti di quei Paesi dove i diritti umani vengono palesemente violati. Esiste la possibilità di ricorrere all'uso della forza, alla guerra, ma si tratta di una soluzione che spesso si può rivelare peggiore del male.

Eppure Kant aveva intravisto proprio nell'affermarsi di una cultura dei diritti umani il viatico più sicuro per raggiungere quella che è forse la più nobile e dolce utopia dell'uomo: la pace perpetua.

Il telefono cellulare

Sono stato per un lungo periodo diffidente nei confronti del telefono cellulare.

Gli esibizionisti che ce l'avevano costantemente attaccato all'orecchio, persino alla guida, assumendo espressioni per nulla intelligenti, mi ispiravano assai scarsa simpatia.

Tuttavia, col tempo, ne sono rimasto catturato anch'io. Non rincorro l'ultimo modello, risibile status-symbol, ma riconosco che il telefono cellulare ha, negli ultimi anni, cambiato la vita di tutti noi.

Ha, per esempio, spedito in pensione le vecchie cabine telefoniche, verso le quali nutro una mesta nostalgia. Diffuse capillarmente sul territorio nazionale, presenti in ogni centro grande o piccolo, da Sondrio a Cefalù, le cabine telefoniche erano diventate un importante simbolo dell'unità nazionale.

Oggi non ci sono quasi più. E presto, forse, spariranno gli orologi da polso. Il cellulare li sostituisce egregiamente: oltre a segnare l'ora, fa da cronometro e da sveglia.
Non solo: funge da videogioco, da rubrica, da calcolatrice, da foto e da video-camera, da quotidiano, da computer. È multimediale.

Dietro la prepotente affermazione del telefono cellulare non ci sono soltanto ragioni utilitaristiche. Anzi, come sempre nell'affermazione di un nuovo oggetto, conta molto la sua funzione psicologica.

Portare con sé il telefonino è come portarsi appresso un pezzetto di casa: ci si sente più sicuri, meno soli nell'affrontare un mondo, che tutti noi a volte percepiamo come ostile. Non solo il cellulare ci può essere utile nelle situazioni di emergenza, ma anche in circostanze più banali, quotidiane; esso ci permette di sentire più vicine le persone cui siamo più emotivamente legati.

In un'epoca storica di declino forse irreversibile della corrispondenza epistolare il telefonino, tramite gli SMS, ha riconferito valore alla parola scritta, impiegata in una comunicazione al passo coi frenetici ritmi della vita contemporanea, una corrispondenza stringata, veloce, immediata, come sarebbe senz'altro piaciuto ai futuristi, dove la brillantezza di una personalità ha la possibilità di estrinsecarsi ricorrendo a pochi caratteri.

Grande strumento di socialità, il telefonino permette anche ai più timidi di esporsi nella vita sociale, a piccole dosi, in maniera modulata e quasi intimista.

Inoltre penso che il telefonino giochi un ruolo crescente nella seduzione. Non solo la pubblicità dei cellulari è popolata di belle ragazze e baldi giovanotti, ma davvero il telefonino costituisce una possibilità in più per avvicinare ragazze e ragazzi, spezzare le barriere tra coetanei. Basta un messaggino e può scoccare la scintilla.

Che non si tratti ormai di un oggetto effimero, bensì di un'invenzione tecnologica destinata a durare, lo testimonia la sua diffusione ormai planetaria. 

Pensavamo che il cellulare attecchisse soltanto presso gli italiani, notori esibizionisti, sempre un po' sopra le righe e invece il cellulare ha conquistato pure l'austero e calvinista Nord del mondo. Persino gli svizzeri, compassati tradizionalisti, ne sono diventati fanatici estimatori.

Scriveva, soltanto pochi anni fa, Derrick de Kerckove:
"Il telefono cellulare è la più intima di tutte le nostre tecnologie di comunicazione, sebbene alcuni potrebbero sostenere che è anche la più rumorosa e intrusiva". Oggi dobbiamo riconoscere che la sua profezia si è pienamente avverata.

Il nuovo papa

Chissà se Joseph Ratzinger si considera davvero soltanto "un umile lavoratore della vigna del Signore", come si è definito appena nominato papa il 19 aprile?

La frase già denota grandi capacità comunicative e ci rende il nuovo pontefice, Benedetto XVI, molto simpatico.

Eppure le sfide cui è chiamato a rispondere il nuovo papa sono tante, specialmente in questo inizio di secolo turbolento e pieno di insicurezze. Con la fame che attanaglia ancora i 3/4 della popolazione mondiale, mentre si va imponendo globalmente un pensiero economico sempre più lontano dalle esigenze dei poveri, dei diseredati, dei deboli, degli oppressi, in favore invece delle ragioni e degli interessi dei ricchi e dei potenti.

Con un antagonismo, quello tra cristianesimo e Islam, che sta radicalizzandosi in maniera preoccupante, mentre il dialogo ispirato alla saggezza e alla moderazione sembra l'unica valida alternativa all'uso delle armi, che tanti disastri ha già procurato.

Con una crisi dell'uomo che, almeno in Occidente, affida la propria felicità soltanto al soddisfacimento dei bisogni della sfera materiale, negando pericolosamente la spiritualità.

Con una scienza che procede per la propria strada, astraendosi sempre di più da quei valori umani che dovrebbero ispirarla

Su alcune di tali questioni questo papa tedesco di 77 anni, gentile, intelligente e dotato di sense of humour, si è già espresso. Il papa non ha legioni, è noto, ma la sua autorità in Occidente e nel mondo è ancora tale da poter incidere su molti problemi ancora aperti.

Benedetto XVI dovrà pronunciarsi inoltre sulle donne prete, la riconciliazione con l'ebraismo e il dialogo con le altre religioni, la sessualità e il concepimento, i giovani e soprattutto la pace: molto il papa può, deve fare e farà per la pace nel mondo, condizione primaria per la sopravvivenza dell'uomo sul pianeta. È questa anzi, a mio avviso, la sfida davvero cruciale e prioritaria che pone il mondo contemporaneo.

Ratzinger succede a un pontefice, Karol Wojtyla, che aveva fatto breccia per lungo tempo nel cuore della gente. Già questo è un compito arduo. Ma il papa tedesco non sembra essersi fatto prendere dallo scoraggiamento. Forte della sua preparazione teologica e intellettuale, il nuovo papa sembra voler già prendere le distanze dai meeting interreligiosi, dall'incessante viaggiare per il mondo, dai grandi raduni di massa, dai numerosi processi di beatificazione, tratti distintivi del precedente pontificato.
Si sa che ha in uggia il relativismo culturale, per cui tutte le culture e tutte le religioni ipoteticamente si equivalgono; inoltre, come il predecessore Giovanni Paolo II, è un fiero avversario del marxismo, che giudica una "schiavitù indegna dell'uomo".

Ce la farà Ratzinger a portare a termine il suo immane compito?

Secondo Jean Daniel, un acuto e autorevole osservatore, sì, a patto che il suo messaggio si rivolga a tutti gli uomini e sappia attingere a quei valori universali condivisibili da tutti gli esseri umani. Si esprima, cioè, "in nome di quel vasto insieme di valori che sono il dato comune tra la saggezza greca, la cultura romana, il messaggio dei dieci comandamenti, il sermone della montagna, l'eredità delle rivoluzioni americana o francese, la morale universale di Immanuel Kant, la dichiarazione dei diritti dell'uomo e la Carta dell'Onu".

Insomma papa Ratzinger deve saper aprirsi alla cultura laica e trovare una giusta sintesi tra san Pietro e Kant.

La democrazia

Etimologicamente "governo del popolo", quando parliamo di democrazia il nostro pensiero corre subito a quello che rimane il prototipo  della democrazia, l'Atene di Pericle del VI-V secolo a.C., dove i cittadini riuniti nell'agorà deliberavano intorno al governo della polis, della città.

L'origine della democrazia è dovuto alla necessità per gli uomini di superare lo stato di natura, quello in cui ogni uomo ha paura del suo simile. Nasce così, su un patto di non aggressione reciproco lo stato, che garantisce protezione agli individui. Lo stato si fa democratico quando si ispira al principio dell'unicuique suum tribuere, quando cioè si realizza una qualche forma di giustizia distributiva.

Nel corso dei secoli il concetto di democrazia si è evoluto, principalmente ad opera dell'illuminismo e del pensiero liberale e siamo giunti alle democrazie moderne, più articolate e complesse, dove non è più possibile la democrazia diretta ateniese, in quanto il governo non riguarda più qualche migliaio di uomini, ma milioni.

Le democrazie sembrano presentare alcuni indubitabili vantaggi rispetto alle autocrazie e al dispotismo: garantiscono la libertà di opinione, la libertà di stampa, la libertà di riunione e di associazione, tollerano il dissenso, favoriscono i commerci anziché le guerre, determinano delle regole certe che limitano il potere dei più forti, sono costituite da poteri che si controllano vicendevolmente, i cittadini possono scegliere le elite che si occupano dell'interesse generale della repubblica.

Le democrazie sono società aperte, per usare una fortunata denominazione di Karl Popper, in movimento, dove "dall'attrito perpetuo delle idee", come lo definiva Carlo Cattaneo, nasce un incessante rinnovamento. Le democrazie tollerano il conflitto, ne riconoscono anzi il ruolo propulsore e giungono ad una risoluzione pacifica del medesimo. La lotta per il potere è anch'essa una competizione assolutamente pacifica, regolata da leggi e da regole certe e condivise.

I sistemi democratici si stanno espandendo nel mondo, rimanendo tuttavia minoranza rispetto al numero delle dittature. Eppure sembra che la specie umana abbia sempre più bisogno di democrazia per realizzare una qualche forma di progresso, se è vero, come ha fatto notare il Nobel dell'economia Amartya Sen, che non ci sono democrazie che conoscano la carestia.

Le democrazie moderne non sono tuttavia esenti da difetti. Quell'acuto studioso del fenomeno che fu Norberto Bobbio li identificava principalmente nella sopravvivenza del potere invisibile, nella permanenza delle oligarchie, nella soppressione dei corpi intermedi, nella rivincita della rappresentanza degli interessi, nella partecipazione interrotta, nell'apatia e nel conformismo delle masse, nello strapotere dei tecnici, nell'aumento degli apparati burocratici. 

Alcune di queste manchevolezze sono in parte il frutto del divario fra una concezione ideale della democrazia e la realtà concreta degli uomini, anche se molto può essere fatto per avvicinare il reale all'utopia.

La sfida tuttavia principale che si apre davanti alle democrazie pluraliste contemporanee è quella di allargare la partecipazione e i meccanismi della democrazia alla vita sociale, di introdurre elementi di democrazia, di potere che va dal basso verso l'alto anche in quelle vaste organizzazioni autocratiche o burocratiche, costituite dalla grande impresa e dalla pubblica amministrazione. La dignità e la felicità dell'uomo ne avrebbero tutto da guadagnare.

La guerra

Nonostante la storia dell'uomo sia millenaria, l'umanità non sembra aver attraversato nessun periodo prolungato senza guerre.

La guerra, con i suoi orrori e le sue crudeltà, sembra appartenere al patrimonio genetico della specie umana.
È un poema sulla guerra, quella fra Greci e Troiani, il primo grande libro della civiltà occidentale, l'Iliade e anche oggi, che abbiamo ormai superato la boa del terzo millennio, la guerra divampa in varie parti del globo, guerre fra nazioni, ma anche guerre civili, interne ai singoli stati. 



Eppure l'aspirazione alla pace fa ugualmente parte dei sogni dell'uomo, tanto che il massimo filosofo della modernità, Immanuel Kant, dedicò un volumetto importante allo studio delle condizioni che avrebbero condotto alla pace perpetua.

Perché allora l'uomo vuole il bene e fa il male? Perché la storia umana è un succedersi ininterrotto di atrocità, un "immenso mattatoio", secondo la definizione datane da Hegel nella sua Filosofia della storia? Perché la guerra?

Freud rispose a quest'ultima domanda affermando che nell'uomo c'è un'ineliminabile spinta aggressiva e distruttiva, che solo l'incessante processo di civilizzazione può tentare di tenere a bada.

Ma la guerra, questo "duello su vasta scala per costringere l'avversario a piegarsi alla propria volontà", come la definì Von Clausewitz, riconosce a mio avviso, ragioni supplementari; di carattere economico e ideologico.

Gli uomini entrano costantemente in conflitto, a causa di interessi e di visioni del mondo contrapposte e, almeno in apparenza, inconciliabili.

E, ritornando nell'ambito della psicologia, possono affacciarsi alla ribalta della Storia, favoriti da un preciso contesto economico e culturale, leader animati da una volontà di potenza distruttiva, dalla personalità gravemente disturbata, capaci di convincere le masse della giustezza dei loro propositi.
Di personaggi sanguinari e affascinanti allo stesso tempo, ne incrociamo di continuo, sfogliando qualsiasi manuale di Storia. Hitler, Stalin, Gengis Kahn, Caligola, Nerone, Tamerlano...

E, spiace ammetterlo, per un imperscrutabile mistero della natura umana persino persone colte colte e capaci di affetto autentico nei confronti dei propri familiari e della cerchia degli amici, riescono a macchiarsi di crimini infamanti nei confronti dell'umanità. È il caso, per esempio, di molti gerarchi nazisti, affabili nella quotidianità, che leggevano buoni libri e ascoltavano buona musica, capaci poi di pianificare freddamente lo sterminio di esseri umani innocenti.

I pacifisti sostengono che la guerra è diventata ormai nella coscienza evoluta, uno strumento obsoleto nella risoluzione dei conflitti. E hanno sostanzialmente ragione.Purtroppo non riescono a dirci cosa dobbiamo fare, in concreto, se imperi o nazioni sono pronti ad annientarci senza pietà.

La speranza di tutti va riposta nella costruzione di una Società delle Nazioni, giudice super partes, che abbia l'autorevolezza e la forza di dirimere le contese in nome di leggi e di regole chiare, stipulate in precedenza. Qualcosa che assomigli all'Onu di oggi, ma riveduta e corretta, più giusta ed efficiente.
La pace e non la guerra è ciò di cui noi e le generazioni future abbiamo bisogno.

La condizione femminile

"Questo è un mondo che ha sempre appartenuto al maschio", scrive Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso.

L'enunciato è probabilmente valido ancor oggi, ma senz'altro in misura meno intensa, meno perentoria, più sfumata. Riguarda soltanto alcune sfere dell'esistenza e non altre.
Tre secoli di femminismo hanno modificato la posizione della donna nella società. Il Novecento è stato un secolo particolarmente ricco di analisi sulla condizione femminile, alcune acute, altre, secondo me, a dir poco fantasiose. L'essere donna, il vissuto femminile, grazie soprattutto al contributo della psicoanalisi, è stato indagato con meticolosità e tutta la teoria e la pratica prodotte hanno influito non soltanto sull'autoconsapevolezza delle donne, ma anche su quella degli uomini.
Che oggi appaiono sempre più disorientati, incerti, dubbiosi, nella quasi totalità ormai renitenti a incarnare quel modello di maschio prepotente e oppressore, che sembra irreversibilmente tramontato.

La stessa società dei consumi, lungi dal richiedere virtù guerriere, ha femminilizzato un po' tutti.

Maschile e femminile sono due poli sempre più compenetrati e confusi e vanno a comporre personalità forse meno scisse che in passato, più tendenti all'androginia. La biologia e la psicologia ci hanno insegnato che maschile e femminile sono dentro ognuno di noi; le differenze tra maschio e femmina a livello psichico esistono, ma sono sottili, sfumate, questione di impercettibili e insondabili qualità e quantità.

Le femmine si affermano oggi nella scuola, dove sono mediamente più brave dei maschietti, nelle professioni, - tra i medici per esempio, le donne stanno superando numericamente i maschi -, nella società in genere, dove la pubblicità si rivolge di preferenza a un pubblico femminile, essendo le donne quelle che orientano e compiono di fatto la quasi totalità degli acquisti.

Un benefico caos domina dunque la società contemporanea. Un caos ricco di promesse e di opportunità, foriero di un nuovo ordine più complesso e articolato.

Forse, da maschietto, tendo a sottovalutare le disparità ancora esistenti tra uomini e donne. Ma mi sembra che alle donne di oggi non sia precluso praticamente alcunché e francamente mi dà noia il vittimismo querulo di chi invoca per le donne un trattamento di favore, come ad esempio delle quote fisse a loro destinate ai vertici delle aziende, delle università, della politica e della pubblica amministrazione. Le donne brave, abili, capaci possono oggigiorno affermarsi senza ricorrere a trucchi che le mortificano e vanificano nello stesso tempo i benefici della libera concorrenza.

Emergere, poi, raggiungere i vertici, è difficile per tutti, anche per gli uomini, particolarmente in Italia dove nepotismi, favoritismi, raccomandazioni, cooptazioni minano l'efficienza dell'intero sistema economico e la giustizia sociale. Temo che a volte le femministe tendano a idealizzare la vita dell'uomo, a crederla soltanto all'insegna dell'avventura, del gioco, del divertimento.
Credo, al contrario, che l'esistenza sia spesso più gratificante e ricca di possibilità per le donne delle classi sociali superiori che non per gli uomini appartenenti alle classi sociali inferiori, oggi come nel passato.

Già le etere greche o le matrone romane se la passavano meglio degli schiavi, le castellane meglio dei vassalli e dei servi della gleba, le regine meglio dei loro sudditi.

Nessuno oggigiorno può credere, in buona fede, alla superiorità dell'uomo sulla donna. I risultati raggiunti dalle donne nelle arti, nella scienza, nella letteratura, nella politica, nell'imprenditoria, nel corso dei secoli, e particolarmente oggi, sono tali che qualsiasi donna è autorizzata a impegnarsi con fiducia nel futuro e ad aspirare a un'esistenza ricca di significato quanto gli uomini.
Il processo di liberazione della donna, per quanto riguarda le ricche regioni dell'Occidente, mi sembra pressoché concluso. 
Se i ponderosi saggi delle femministe sono quasi spariti dalle librerie, mentre imperversavano sino alla fine del secolo scorso, significa che gli obiettivi di emancipazione della donna sono stati raggiunti.

Ora si tratta, a mio avviso, di ridare la parola alle donne di altre culture e di altri continenti. Le donne europee e americane hanno comunicato al mondo come volevano vivere. 
La libertà non si può imporre. Ora spetta alle altre dirci in cosa vorranno che consista la loro libertà.

Il computer al servizio del progresso dell'umanità

 

La nostra era moderna, altamente tecnologizzata, è stata giustamente definita l'era delle macchine. Con la rivoluzione industriale, l'uomo ha rivoluzionato anche il proprio rapporto con il lavoro e la tecnica. Se prima infatti era l'uomo l'artefice della propria attività e di ogni sua realizzazione, sempre di più è stata sfruttata ed usata la macchina, come intermediario efficace fra l'uomo e la sua produzione.

La macchina infatti ha soppiantato l'uomo in molte attività, creando anche problemi sociali non di poca importanza, come quello della disoccupazione. La tecnologia sempre più all'avanguardia soprattutto in paesi come il Giappone, la Germania, gli Stati Uniti, crea oggi macchine perfettissime, capaci persino di «pensare».

Si tratta dei computer, dei cervelli elettronici, in grado di immagazzinare miliardi di dati e di riprodurli a comando, in qualunque momento.

Questa del computer è forse la terza grande rivoluzione tecnologica della recente storia moderna, dopo la macchina a vapore e il motore a scoppio. Credo infatti che l'impiego dei computer diventerà sempre più un fatto generalizzato e che il loro uso potrà cambiare notevolmente il sistema di vita dell'uomo del futuro.

Già oggi respiriamo l'aria di una società robotizzata o computerizzata. Le piccole e grandi «banche di dati» sono ormai entrate non solo nei più importanti complessi industriali, ma persino negli uffici, nei negozi, nella pratica quotidiana. Essi sono in grado di svolgere, con precisione e velocità superiori a quelle umane, una eccezionale mole di lavoro. Se oggi queste apparecchiature hanno ancora un costo elevato, non passerà molto tempo che diventeranno accessibili alla stragrande maggioranza della gente.

La civiltà del futuro è quindi, sicuramente, una civiltà ad alta tecnologia computerizzata, dove questa macchina potrà essere messa al servizio del progresso dell'umanità con estremo profitto. Il futuro del computer è il futuro di tutti noi, perché il suo impiego potrà essere utilizzato su scala sempre più vasta, con effetti che forse, oggi, sono ancora inimmaginabili. Nel campo della medicina, per esempio, il computer potrebbe fare miracoli e potrebbe permettere ad ogni medico di conoscere in pochissimo tempo tutte le caratteristiche dei vari farmaci in commercio per un determinato tipo di disturbo, le più recenti tecniche di intervento o di cura.

Il computer potrà permettere a tutti una vita più facile e una risposta più sicura a tutti i più importanti interrogativi. In ogni caso, la macchina non potrà mai fare a meno dell'uomo. Per fortuna infatti è in grado di «pensare» ma non di ragionare, di creare o di inventare. Egli può trarre il miglior risultato possibile dalle informazioni che gli sono state fornite, ma non può cambiarle, crearne di nuove, manipolarle.

Saggio breve: "L'eutanasia"

di Edoardo Sandon
La notizia che il parlamento olandese ha autorizzato l'eutanasia ha rinfocolato anche da noi il dibattito sulla "buona morte", radicalizzando vieppiù le posizioni dei favorevoli e dei contrari. Personalmente, credo si tratti di un problema bioetico di notevole complessità, poco adatto ai ferrei e irrinunciabili convincimenti e che dà adito, invece, sempre secondo la mia modesta opinione, a dubbi personali, ripensamenti, perplessità. Da un lato, la nostra coscienza di individui moderni, laici e illuministi, sensibili in sommo grado ai diritti umani, ci porta a pensare che siamo legittimi proprietari della nostra vita, liberi di condurla come ci piace e perciò anche di interromperla quando l'esistenza ci appare troppo dolorosa o priva di significato. Dall'altro, la nostra anima cristiana, cattolica, romantica, che sopravvive persino in quest'epoca di sbadata secolarizzazione, magari in forma larvata e inconscia, ma vigorosa, ci avverte che la sfera del razionale non spiega tutto, che la vita umana possiede un valore incommensurabile che nessun dolore può scalfire e un'aura misteriosa, ineffabile, sacra, di cui magari ci sfugge il senso, che soltanto oscuramente intuiamo.
In alcuni momenti ci scopriamo a pensare, insomma, che non possiamo escludere l'esistenza di un Dio cui dobbiamo rendere conto e a cui dobbiamo la vita. Sentiamo il suicidio (e l'eutanasia è una forma di suicidio) come peccato. Conciliare e armonizzare questi due poli dialettici all'interno della nostra coscienza non è compito facile. Spesso la sintesi e l'equilibrio raggiunti sono provvisori e soggetti a ripensamenti. Il dolore e la morte, poi, sono temi con cui l'uomo contemporaneo non ama intrattenersi e preferisce rimuovere ed esorcizzare, stordendosi nell'attivismo e nel divertimento. Paradossalmente ciò rende il nostro approccio a queste esperienze rudimentale e immaturo. Ripetute ricerche confermano, ad esempio, che i medici, in Italia in particolare, tendono a trattare il dolore fisico dovuto alle malattie in maniera inadeguata, irrazionale, "sottodosata". Altri studi sottolineano come l'esperienza della morte, sempre più spesso relegata nell'indifferenza di una corsia di ospedale, non sia mai stata così negata, respinta, impoverita come nelle moderne società affluenti. Ecco, forse essere a favore dell'eutanasia, della "buona morte", significa oggi principalmente ridare significato e dignità ad esperienze come il dolore, la morte, la solidarietà fra gli uomini. Significa farsi responsabile carico dei problemi generati dalla sofferenza dei malati terminali di cancro o di qualche altra grave patologia, di chi è costretto a condurre un'esistenza ai limiti dell'umano. Ma i distinguo da operare sono tanti e difficilissimo è generalizzare. Alla società vengono richiesti sensibilità e un diffuso e sviluppato senso di responsabilità. Per esempio: se la persona è incosciente, chi decide? E qual è il confine preciso fra il legittimo intervento sanitario per salvare una vita e quello che viene definito accanimento terapeutico?
Certo che no, a mio giudizio, a un'eutanasia affidata alla discrezione di un comitato di medici e infermieri, ai calcoli economici degli amministratori, agli interessi egoistici dei familiari. Sì, forse, a un'eutanasia voluta in modo inequivoco e reciso dalla persona sofferente, allo stremo, senza più alcuna speranza, in grado di esprimere (o che aveva già espresso) una ferma e meditata volontà di porre fine alla propria esistenza, date determinate drammatiche condizioni. Può succedere, più di frequente di quanto si pensi, che chi soffre, anche intensamente, sia ancora fortemente attaccato alla vita. In questo caso, penso che chi decidesse al suo posto, che è giunto per lui il momento di lasciare questa terra, non gli darebbe una "buona morte", ma commetterebbe un'ingiustificabile omicidio. Il pericolo cui ci espone l'ideologia occidentale contemporanea è di considerare umano soltanto chi è giovane, sano e produttivo.
La malattia e la morte appartengono alla sfera dell'umano come la buona salute. Sono esperienze dense di significato, non pesi che ci impediscono di consumare e divertirci, costi sociali da abbattere, inevitabili scorie di cui disfarsi al più presto.

Tema su Ungaretti

Parla dell'originalità e profondità della poesia ungarettiana

Ungaretti vive in un periodo in cui le idee e gli obiettivi che gli uomini avevano avuto sino ad allora vengono sconvolti e trasformati. Per esempio l'ideale dell'amor di patria viene esasperato con il nazionalismo, che porta ai conflitti tra le nazioni. C'è una grande voglia di cambiare, una rivolta contro la tradizione e il passato. I futuristi si fanno portavoce di questi sentimenti, esaltano la velocità, la forza, la violenza e la guerra. Anche nel campo della letteratura i futuristi rompono con la tradizione. Ungaretti si stacca dal futurismo, perché le poesie dei futuristi, come Marinetti, non hanno significato, se non nello sconvolgimento della forma tradizionale. Invece per Ungaretti lo sconvolgimento della forma non esprime una completa ribellione alla tradizione, ma rappresenta la confusione e lo stato d'animo di tutti gli uomini di quel periodo. Infatti Ungaretti si pone delle domande nelle sue poesie, non è indifferente a questo disordine. Queste domande sono quelle che nascono dal cuore di ogni uomo che non evita, ma incontra la realtà. Si potrebbe dire, come la bibbia "Signore, ci hai fatto un cuore inquieto finché non riposa in Te". Anch'io qualche volta mi pongo delle domande, per esempio nei momenti di estremo dolore, come quando c'è stata la morte improvvisa di mio nonno, oppure quando succedono catastrofi (come il maremoto) o guerre nel mondo. In quei momenti è come se si svuotasse una parte di me. Allora mi sento perso e ho il bisogno di chiedermi: "Perché?". Sento il bisogno di capire il significato, il perché di tali avvenimenti, ma so e sono certo, come dice Ungaretti nella poesia "Destino", che gli uomini non sono fatti solo per il dolore. Anche se siamo continuamente schiacciati e oppressi, proprio perché non siamo fatti per il dolore, dobbiamo domandare una risposta, cercare un significato. Dobbiamo sperare, essere attaccati alla vita, perché l'uomo ha un cuore affamato, assetato di infinito. È per questo, per esprimere il suo attaccamento alla vita, per esternare questa sua domanda sul significato della vita che Ungaretti scrive poesie. Questa è la differenza tra Ungaretti e i futuristi. Chi è attaccato alla vita, infatti, domanda, invece chi è indifferente, chi esprime solo i suoi giochetti di parole, come i futuristi, è perché non ricerca un senso alla vita sua e a quella degli altri.







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