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Pensiero e Azione: roba per macchine

psicologia


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Pensiero e Azione: roba per macchine

di Orazio Miglino, II Università di Napoli

Il tentativo di costruire macchine intelligenti e viventi ha convogliato l'interesse ed il lavoro di

studiosi, ricercatori e tecnici provenienti dalle più disparate discipline. Tale impresa, in funzione

degli obiettivi e del retroterra culturale dei protagonisti (ed anche dalle cordate di interessi

accademici ed industriali), viene di volta in volta etichettata come Cibernetica, Intelligenza

Artificiale, Vita Artificiale, Robotica, Connessionismo, Scienza Cognitiva, ecc. Comunque, al di là

delle sfumature tecniche/teoriche, le motivazioni dichiarate che spingono il lavoro di ricerca e

sviluppo in questo campo sono fondamentalmente due: a) la possibilità, tr 515d32f amite la costruzione di



macchine, di dettagliare e formalizzare teorie scientifiche sul vivente; b) imitare i sistemi naturali

per realizzare prodotti da usare nella vita quotidiana. In realtà esiste anche una motivazione più

profonda e spesso poco dichiarata: la voglia di creare. Vale a dire la pulsione a realizzare oggetti

che potranno vivere di vita autonoma ad immagine e somiglianza degli esseri viventi. Forse

questa volontà di dar vita alla materia inerte, presente da sempre nella storia dell'uomo, è il fattore

principale di stimolo dell'interesse del grande pubblico ai temi di Intelligenza Artificiale. D'altra

parte c'è da dire che la storia della costruzione delle macchine intelligenti è stata spesso un

susseguirsi di insuccessi e di elusioni di aspettative fantascientifiche. In effetti stiamo ancora

aspettando il robot maggiordomo che alla cibernetica degli anni cinquanta appariva a portata di

mano. È vero, si sono costruite macchine che sconfiggono al gioco degli scacchi il campione del

mondo. Ma, come ha fatto notare in un titolo di un suo famosissimo articolo Rodney Brooks

(capo del laboratorio di Intelligenza Artificiale al MIT di Boston), "Gli elefanti non giocano a Scacchi".

Vale a dire: siamo sicuri che il giocare a scacchi sia la massima espressione dell'intelligenza? Se si,

come mai non riusciamo a costruire macchine che si comportino come degli esseri viventi, come

per esempio gli elefanti, ritenuti inferiori?

A quest'ultima domanda si risponde invocando deficienze del nostro livello tecnologico attuale

(Ah! Se avessimo dei computer più potenti!!) oppure delle forti carenze della nostra conoscenza

sul mondo e sull'uomo. Comunque, a prescindere dalle varie posizioni, la riflessione ed il dibattito

culturale è particolarmente accesso e affollato di protagonisti grandi e piccoli. Infatti, analizzando

la recente produzione italiana di settore, balza all'occhio l'estremo eclettismo dei contributi. Si va

da libri tecnici (veri e propri manuali di informatica e ingegneria elettronica), ad opere di rilevanza

scientifica, a saggi di riflessione filosofica che a volte sono attraversati da sottili venature mistiche.

In questo scritto cercheremo di estrarre dal calderone in ebollizione alcuni pezzi particolarmente

riusciti che, a parere di chi scrive, ben rappresentano i vari "sapori" del menù complessivo.

Innanzitutto è da segnalare la bella opera di Vernon Pratt intitolata "Macchine Pensanti. L'evoluzione

dell'intelligenza artificiale". L'autore introduce il lettore non esperto ai temi di intelligenza artificiale

adottando una prospettiva storica. Parte infatti dalla logica filosofica di matrice scolastica e

approda al progetto settecentesco di Liebniz di meccanizzare i processi di ragionamento umano.

Da questo punto di partenza il discorso costruito da Pratt si dipana con ordine andando a toccare

alcuni momenti fondamentali della storia del pensiero e della tecnica. In particolare, l'autore,

individua due nuclei di evoluzione delle aspirazioni di Liebniz: il progetto di Babbage (XIX

secolo) e quello di Turing (XX secolo).

La possibilità di individuare gli antecedenti storici di alcuni sviluppi recenti è, forse, il maggior

pregio di quest'opera. Inoltre il libro è arricchito da numerose tavole e fotografie che fanno

toccare con mano quanto cammino è stato fatto in questi ultimi duecento anni.

C'è da dire che Pratt dando molto peso alla logica formale nello sviluppo delle cosiddette

macchine pensanti ha, di fatto, mantenuto sullo sfondo il ruolo della biologia e delle neuroscienze

che da sempre hanno orientato la ricerca in intelligenza artificiale. Comunque, la lucidità

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intellettuale di Vernon Pratt evita di infondere al lettore una falsa identificazione tra Pensiero e

Logica formale. Anzi nel capitolo finale viene introdotto un interessante approccio su ciò che

viene ritenuto "intelligente" : «.Noi dobbiamo tentare di immaginare alternative a quel concetto di

intelligenza che influenza il nostro lavoro quotidiano oggi, ma che appartiene ad un quadro di idee che sicuramente

passerà, come i suoi predecessori.» (pagina 303, op. cit.). Vale a dire che le nostre definizioni sono

relative ad un contesto culturale e di possibilità tecnologiche in continuo fermento, ciò che oggi

viene identificata come attività intelligente potrebbe non esserlo domani.

Da tutt'altra prospettiva è da collocarsi l'ormai classico La mente e il computer. Introduzione alla scienza

cognitiva dello psicologo britannico Philip Johnson-Laird. In questo caso, l'autore fornisce un

quadro abbastanza esaustivo di quello che, grazie al computer, si è riuscito a conoscere (ed a

simulare) dei meccanismi della mente umana. Infatti, Johnson-Laird, con una prosa divertente e

divertita porta con mano il lettore ad affrontare temi centrali della psicologia come la visione, la



memoria, l'apprendimento, il concetto di coscienza ecc. Il tutto ovviamente secondo un'ottica

"cognitivista". Vale a dire secondo un approccio tipicamente costruttivista: un'attività mentale

viene compresa e spiegata solo quando è possibile ricondurla ad un processo (modello)

ricostruibile mediante una macchina da calcolo.

Uno dei capitoli più belli riguarda il ragionamento deduttivo. Johnson-Laird, in queste pagine,

introduce la sua ormai famosa teoria sui "modelli mentali" in modo semplice e chiaro. Un

processo di ragionamento deduttivo mette in relazione delle premesse con delle conclusioni. La

veridicità delle premesse è la condizione necessaria (ma non sufficiente) delle validità delle

conclusioni. La derivazione logica di teoremi da un insieme di assiomi iniziali è un classico caso di

ragionamento deduttivo. In genere, una psicologia di matrice prettamente formalista ritiene che il

ragionamento deduttivo si realizzi attraverso l'applicazione più o meno fedele di regole logiche

riconducibili a strutture formali astratte (come per esempio l'algebra di Boole). Johnson-Laird per

spiegare i meccanismi di ragionamento deduttivo ha introdotto dei processi mentali che ricorrono

alla esplicita rappresentazione (in termini di immagini visive) di scene e situazioni. In tal caso, il

ragionamento non avviene mediante l'applicazione di regole logiche formali astratte, ma su

peculiari processi psicologici detti appunto "modelli mentali".

L'opera di Johnson-Laird, come sopra accennato per l'opera di Pratt, è fortemente orientata in

senso mentalistico. Infatti, i modelli basati sulla neurofisiologia e sulle dinamiche cerebrali sono

tratteggiati e riassunti in una ventina di pagine (all'interno della sezione dedicata

all'Apprendimento, Memoria, Azione) che certamente non fanno giustizia dell'enorme lavoro di

ricerca che ne è alla base. La scelta è sicuramente comprensibile, Johnson-Laird oltre ad essere un

ottimo divulgatore è un attore importante della ricerca internazionale per cui sarebbe eccessivo

attendersi un'equidistanza epistemologica con approcci da lui poco apprezzati.

In Oltre la mente modulare Annette Karmiloff-Smith, una psicologa de La Jolla University di San

Diego, usa la prospettiva cognitivista per costruire un'originale sintesi di diverse teorie

psicologiche (modularismo fodoriano, costruttivismo piagetiano, innatismo, connessionismo). Il

lavoro si fonda su un obiettivo principale: portare all'attenzione degli psicologi e teorici di

Intelligenza Artificiale il ruolo fondamentale dello sviluppo nella manifestazione delle cosiddette

attività intelligenti. In effetti una caratteristica fondamentale di ogni essere vivente è rappresentata

dal cambiamento: tutto è in movimento ed in continua trasformazione. Eppure questa banale

considerazione è spesso negletta nei modelli di Intelligenza Artificiale (almeno quelli più

tradizionali). Spesso le attività cognitive vengono rappresentate come strutture immutabili che

tendono a fotografare il livello cognitivo umano ad un particolare stadio (infantile, adulto, senile

ecc.). È anche vero che negli ultimi anni, grazie al connessionismo, si è cominciato ad affrontare

il ruolo dello sviluppo nella costruzione dell'intelligenza. I sistemi connessionisti, infatti, tramite

particolari formalismi matematici, simulano l'attività del sistema nervoso in continua interazione

con l'ambiente esterno. Il tipo di interazione governa il cambiamento della struttura interna di tali

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sistemi. In tal senso si afferma che i modelli connessionisti sono strutture che "apprendono"

(ovvero si modificano nel tempo). Purtroppo, lo stato dell'arte del connessionismo è

estremamente orientato alla produzione di micro modelli che tentano di studiare fenomeni molto

circoscritti (come per esempio il riconoscimento acustico dei fonemi) e soprattutto in maniera

avulsa da una teoria dello sviluppo cognitivo generale. Il contributo della Karmiloff-Smith si

inserisce proprio in questo contesto. L'autrice sfrutta le potenzialità simulative del

connessionismo per costruire un'ardita sintesi tra teorie psicologiche in forte contrasto tra di loro.

In sostanza, si tende di far incontrare il modularismo fodoriano con il costruttivismo piagetiano.

Vale a dire quanto di più distante possa esistere nell'attuale dibattito scientifico. Da un lato Fodor

propone una concezione della mente come fondamentalmente organizzata e strutturata in moduli

cognitivi visti come i mattoni costitutivi dell'architettura della mente. Tali moduli sono fissi ed

immutabili nel tempo e le uniche dinamiche previste sono quelle del tempo di maturazione e,

ovviamente, dal livello di interazione tra i moduli. All'opposto la teoria piagetiana propone una

mente in continua evoluzione in cui il raggiungimento di alcune abilità cognitive condiziona




inevitabilmente tutta l'architettura interna. Nella visione piagetiana la mente è un tutto

indivisibile che si modifica ed adatta all'ambiente non per compartimenti stagni ma globalmente.

La Karmiloff-Smith contesta a Fodor l'eccessiva staticità della sua concezione ed a Piaget

l'estremo globalismo e propone una terza via. Senza addentrarci nei dettagli del pensiero della

Karmiloff-Smith si può sicuramente affermare che l'opera rappresenta l'introduzione di una

teoria di ampio respiro sull'intelligenza e sullo sviluppo dell'intelligenza che sta orientando

l'attuale ricerca in psicologia ed in intelligenza artificiale.

Paul M. Churchland in La natura della mente e la struttura della scienza si pone un obiettivo molto

simile a quello della Karmiloff-Smith: usare l'artificiale come terreno di costruzione di un ampia

teoria In questo caso, l'autore tenta di dare una lettura dell'epistemologia scientifica in termini di

concetti e processi mutuati dalle neuroscienze ed in particolare dai modelli artificiali, i sistemi

connessionisti, che simulano la realtà neurofisiologica. L'orientamento materialista dell'opera è

evidente. Churchland tenta di rileggere i processi cognitivi in termini di attivazione di gruppi

neurali, apprendimento come modificazione neurale ecc. In sostanza cerca di dare un'alternativa

alla posizione fortemente mentalistica della scienza cognitiva. In questo senso, Churchland si

pone dal punto di vista opposto a quello di un Johnson-Laird: la mente non esiste (e non può

essere né studiata, né simulata), se non come prodotto di un oggetto fisico che si chiama cervello.

Per cui le caratteristiche e le leggi fisiche che sostanziano e governano un sistema nervoso non

sono un dettaglio, ma diventano il punto centrale da cui partire sia per costruire delle macchine

intelligenti che per spiegare processi cognitivi come quelli implicati nella costruzione di teorie

scientifiche.

Indipendentemente dalle diverse posizioni di ogni singolo autore, le opere riportate e brevemente

commentate fino a questo punto, sono il prodotto di accademici. In realtà il tentativo di costruire

macchine intelligenti varca ampiamente i limitati confini della ricerca istituzionalizzata. È ovvio,

che gli ambienti industriali siano molto interessati all'impresa. Ma da questa sponda vengono

oggetti concreti certamente non libri e riflessioni. Certo c'è da chiedersi se un libro abbaia più

impatto sulla nostra cultura di un prodotto ben progettato e (soprattutto) ben pubblicizzato. Ma

questa domanda esula dagli obiettivi di questo scritto.

Un'area che sta a cavallo tra la divulgazione scientifica, la futurologia e le avanguardie massmediologiche

è un altro terreno di fertili spunti per la riflessione sulle discipline dell'artificiale. In

questo ambito l'opera più innovativa e pirotecnica è, a parere di chi scrive, "Out of Control" di

Kevin Kelly. Già dal titolo l'autore compie una precisa scelta di campo: si propone di affrontare

le macchine che sebbene siano il frutto di un progetto umano sfuggono al controllo dell'uomo e

cominciano ad avere vita proprio. Il grande pregio dell'opera di Kelly è quello di usare un

linguaggio semplice, comprensibile ed alcune volte ironico nell'affrontare argomenti complessi. Il

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libro è un'introduzione ad una molteplicità di approcci, idee, progetti, prodotti che sono

accomunati dal fatto di tendere a costruire un universo artificiale parallelo al nostro mondo, per

cui il lettore viene introdotto in un vorticoso turbinio di proposte: Sistemi dinamici complessi,

Vita Artificiale, Robotica Evolutiva, Realtà Virtuale, Reti Telematiche ecc. Il tutto è sostenuto

dalla penna di Kelly che con leggerezza presenta degli oggetti ostici attraverso una dettagliata

descrizione dei loro creatori. È questa la chiave di volta dell'intera trattazione dell'opera: prima gli

uomini, poi gli oggetti. E per uomini si intende sia chi ha creato, sia chi dovrà competere e

convivere con le nuove tecnologie. Certo, l'entusiasmo e la partigianeria dell'autore per il nuovo e

l'innovazione è particolarmente evidente. Ma forse questa comunicazione calda permette ad ogni

lettore di appassionarsi e di prendere posizione su temi che altrimenti apparterebbero alle

categorie: "roba da ingegneri" o "roba da psicologi". Ma attenzione, come ogni buona medicina

anche quella prodotta da Kelly ha delle controindicazioni ed effetti collaterali. Controindicazioni:

leggete ogni dichiarazione di effettiva realizzabilità ed uso quotidiano di una particolare tecnologia

come una possibilità tutta da verificare. Effetti collaterali: credere acriticamente alle tesi

dell'autore vi potrebbe causare una pericolosa forma di misticismo tecnologico leggermente

venato di new-age.







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