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NUOVI ASPETTI DEL LIBERALISMO

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NUOVI ASPETTI DEL LIBERALISMO

NUOVI ASPETTI DEL LIBERALISMO

       Il liberalismo europeo, dopo aver combattuto le sue lotte contro l'assolutismo, contro i ritorni al passato della Restaurazione e contro le intese e gli interventi della Santa Alleanza, e dopo aver visto il riconoscimento ampio in campo economico del principio del laissez faire, da un lato risulta complessivamente vincitore, dall'altro si trova a dover fronteggiare altri problemi. Di qui gli ondeggiamenti, le scelte operate dai suoi rappresentanti e le prospettive nuove che si delineano.

Le direzioni sono fondamentalmente tre. C'è l'inclinazione a intrecciare elementi liberali e conservatori. Ci sono i primi segni di un'apertura liberale verso istanze socialiste, che si manifesta in primo luogo in Inghilterra, ma 828f54i che non manca di svilupparsi anche sul continente. C'è, innanzitutto, la convergenza di liberalismo e democrazia.



Le idee democratiche e liberali avevano come retroterra comune la cultura settecentesca ed erano abbastanza vicine nel modo di pensare la cittadinanza, lo stato, la legge. La loro convergenza è  favorita dall'esterno, in primo luogo dalla crescita delle organizzazioni operaie e dalla presa delle idee socialiste, successivamente dall'instaurarsi in Francia del Secondo Impero e dallo spirare di nuovi venti autoritari. Nella seconda metà dell'Ottocento s'imposta, quindi, in Europa il nuovo modello politico della liberaldemocrazia, dove il liberalismo rinuncia alla versione più aspra del suo individualismo, attenua il suo antistatalismo e accetta di muoversi verso l'abbattimento dei limiti censitari al diritto di voto, mentre le idee democratiche lasciano i riferimenti più intransigenti alla sovranità popolare, riconoscono le prerogative individuali e garantiscono la proprietà.

Il liberalismo conservatore reagisce alle trasformazioni sociali in atto e alle varie spinte  democratiche e socialiste, preoccupato dei fenomeni di livellamento e di massificazione che si registrano in Europa. Tocqueville, che da critico acuto del suo tempo ritiene inarrestabile il graduale sviluppo dell'eguaglianza delle condizioni, è favorevole ad un incontro tra democrazia e liberalismo a difesa del valore supremo della libertà, che vede in pericolo; questa posizione, comunque, è da ascrivere a intenzioni di conservazione: testimone della democrazia crescente,  lui stesso precisa di riconoscerla senza esserne un sostenitore.

L'avvicinamento tra liberalismo e  socialismo muove i primi passi con J. S. Mill, che prende le distanze dal principio del libero mercato e del non intervento dello stato in materia sociale ed economica, avendo sotto gli occhi le gravi condizioni del proletariato e prendendo atto delle prime norme che vengono approvate in  Inghilterra a disciplina dei rapporti di lavoro.

           

            13.1.  LA CRITICA DELLE TENDENZE DEMOCRATICHE IN A.  DE  TOCQUEVILLE  (1805 - 1859)

Nel panorama del liberalismo francese degli anni trenta e quaranta, che fa capo a figure come Thiers e Guizot e che si attesta in decisa  difesa degli interessi dell'alta borghesia, il pensiero di Alexis de Tocqueville si distingue nettamente per l'ampiezza del respiro,  per i tagli nuovi e  per il suo porsi a metà tra il moralista e lo scienziato sociale. Il suo liberalismo si porta su basi sociologiche e si avvale, da un lato, di una vasta gamma di comparazioni tra paesi diversi, dall'altro, del confronto tipologico tra l'aristocrazia di un tempo e la democrazia. Il problema, che mette a fuoco e per cui cerca risposte, è quello dell'auspicato mantenimento della libertà in società in cui cresce l'eguaglianza.

La famiglia di Tocqueville appartiene alla nobiltà francese ed egli, pur frequentando gli ambienti aristocratici della Restaurazione, non ne condivide appieno le idee: ancora piuttosto giovane si convince che il corso della storia va in una direzione assai diversa da quella del ripristino dell' ancien régime. Quindi al momento della rivoluzione del 1830 non si fa alcuna illusione circa la possibilità di reinsediare la precedente monarchia e prende le distanze dal legittimismo.

La sua opera più nota è La democrazia in America, pubblicata in due parti nel 1835 e nel 1840 a seguito di un viaggio negli Stati Uniti (1831-32), che aveva come scopo ufficiale lo studio del sistema penitenziario, ma che era  diventato l'occasione per studiare dal vivo l'unica repubblica esistente in un paese di grandi dimensioni ([1]).

L'eguaglianza crescente delle condizioni e la democrazia americana. Nell'introduzione alla Prima Parte (1835) Tocqueville espone con estrema chiarezza uno degli assi portanti delle sue considerazioni: "se si scorrono le pagine della nostra storia, si può dire che non s'incontra un solo avvenimento di particolare importanza che in questi ultimi settecento anni non si sia risolto in favore dell'eguaglianza sociale" ([2]). Le contrastanti posizioni dell'epoca sono inquadrate nella prospettiva del lungo periodo, segnato da un movimento "irresistibile", "che progredisce da tanti secoli", che ha i caratteri esterni del "fatto provvidenziale" e che si presenta come "il graduale sviluppo dell'eguaglianza delle condizioni".  Se questo è l'andamento, che riscontra nella storia, egli non applaude all'avanzata dell'eguaglianza, non si schiera con i democratici ed è ancora meno incline a considerare con favore le istanze socialiste, ma ritiene lucidamente che non si possa fare a meno di prenderne atto. Le sorti dell'aristocrazia, alla luce di questa visione, sono irrimediabilmente compromesse. Ciò che si deve cercare di salvare è la libertà; la libertà, infatti, è il solo ideale in cui crede e che pone al centro delle sue riflessioni, come "il solo ed unico valore, in base al quale gli uomini devono agire nel mondo" ([3]).

L'eguaglianza che Tocqueville vede affermarsi è il risultato della "scomparsa in seno alla società di ceti stabili fondati su prerogative ereditarie, di classi stratificate, di corporazioni e di quei nessi che collegano stabilmente nella società aristocratica gli individui tra loro" ([4]) e del passaggio ad un assetto caratterizzato da piccole differenze sociali ed economiche, dall'assenza di legami stabili, da un movimento incessante e da un individualismo sempre più marcato. Non è, quindi, né l'eguaglianza ideale dei democratici, né quella dei socialisti, ma quella che si constata empiricamente dal punto di vista sociologico. E' l'eguaglianza come riduzione delle distanze sociali, come livellamento generale (negli obiettivi, nei comportamenti, nei gusti), come mobilità crescente, che comporta isolamento e intercambiabilità. Il modello di società, che si delinea sulle ceneri dell' ancien régime e che preoccupa Tocqueville, dunque, è quello di una società, che non discrimina in base alla nascita, fatta di tanti individui, piccoli, sperduti, instabili, ispirati da idee generali comuni, mossi dall'utile e presi dalla contemplazione di sé.

Questa immagine della società democratica è tratta in parte dalla Francia rivoluzionaria e post-rivoluzionaria e in parte dagli  Stati Uniti. Nella prima parte della Democrazia in America, comunque, sono gli Stati Uniti, che offrono il materiale più consistente, tanto più che Tocqueville, che si era recato in America equipaggiato di immaginose visioni letterarie del nuovo mondo, aveva dovuto adeguarsi rapidamente ad una realtà differenziata, in cui, a parte il Sud coi suoi latifondi e il suo schiavismo, l'Ovest era dominato da piccoli agricoltori e piccoli imprenditori e il Nord era caratterizzato dall'industria e dal commercio.

Negli Stati Uniti, d'altro canto (è Tocqueville che lo pone in evidenza nelle prime pagine dell'opera), si è verificata la condizione speciale di un paese, in cui lo spirito aristocratico non ha mai messo radici: anche all'epoca delle colonie, infatti, la tradizione aristocratica inglese non si era trapiantata e i problemi da affrontare, assieme all' ampiezza dei territori e alle possibilità di spostamento all'Ovest, favorivano l'eguaglianza. Con la Rivoluzione sulla base di una società fondamentalmente democratica si sono formate delle istituzioni repubblicane, ispirate apertamente al "dogma" della sovranità popolare, che nei decenni successivi ha avuto modo di produrre "tutti gli sviluppi pratici immaginabili". La realtà americana si presenta, quindi, come l'osservatorio più adatto per giudicare "vantaggi" e "pericoli" della democrazia sociale, combinata colla democrazia politica, in rapporto al valore primario della libertà di cui si è detto.

Tocqueville dedica allora ampio spazio alla descrizione degli Stati, alla trattazione degli organi e delle dinamiche della costituzione federale e all'illustrazione degli aspetti più importanti della vita politica statunitense. Mette in rilievo il potere immenso, concentrato nelle mani del popolo, che, eleggendo i suoi rappresentanti in Parlamento, nomina chi fa le leggi (e può esercitare un notevole controllo politico in base alla brevità del mandato) e,  eleggendo il Presidente (anche se con elezioni a doppio grado), nomina  chi le esegue. Descrive con minuzia i sistemi elettorali, che assicurano la rappresentanza. Evidenzia i meccanismi costituzionali, che sono stati posti in essere per evitare lo strapotere delle assemblee, come il veto sospensivo, che il Presidente può opporre alle leggi votate dal Parlamento. E, più in generale, insiste sull'importanza, nello stesso senso, degli organi giurisdizionali, che con l'autorità indiscussa  dei magistrati  forniscono il senso dell'ordine, assicurato in altre condizioni dall'aristocrazia, e che con le giurie popolari diffondono il senso della legge e la moderazione.

Il nostro autore, poi, sottolinea in termini molto pragmatici gli effetti della libertà di stampa ([5]), che si manifestano nella enorme quantità di giornali locali e nella capillare circolazione delle idee e  della vita politica su tutto il territorio nazionale e che  valuta come una conseguenza necessaria della sovranità popolare; nota la tendenza dei cittadini a costituire associazioni volontarie di ogni genere; vede nei giornali e nelle associazioni i punti di forza per il formarsi dei partiti; constata il passaggio dalla presenza di due grandi partiti, il federale e il repubblicano, subito dopo la rivoluzione, a un proliferare di piccoli partiti, legato al frazionarsi dell'opinione pubblica sulle questioni di ridotta portata.  Complessivamente il popolo è visto come un piatto panorama di persone rivolte al perseguimento dei propri interessi individuali; le leggi "tendono generalmente al bene della massa, perché emanano dalla maggioranza di tutti i cittadini", ma "sono quasi sempre difettose o intempestive" ([6]); i governanti (contrariamente a quanto credono i democratici, a suo parere il sistema non seleziona i migliori) non hanno interessi contrari alle masse dei governati, ma sono (rispetto ai sistemi oligarchici) "meno onesti e meno capaci"; le norme, quando sono fondate sulla sovranità popolare, possiedono un'immensa autorità, ma non sono certo ancorabili a principi assoluti, quali la verità o la giustizia.



Il principio della libertà insidiato dall'eguaglianza. Il quadro della democrazia americana, dunque, è ampio, si profonde nei particolari, contiene numerosi chiaroscuri e non cade certo in entusiasmi vanamente idealizzanti. Dall'articolata valutazione Tocqueville  giunge poi a una preoccupazione di fondo, che riporta al tema della libertà insidiata dall'eguaglianza crescente: il possibile affermarsi del dispotismo della maggioranza.

La mediocrità, l'appiattimento, il trionfo dell'utile, il rinchiudersi degli individui in se stessi, che sono collegati all'avanzata dell'eguaglianza, aprono spazi all'azione dello stato, che è nelle mani della maggioranza. Tra i poteri politici quello che obbedisce più volentieri alla maggioranza è il legislativo, ma la maggioranza parlamentare  è poca cosa rispetto al blocco che si può formare nel campo dell'opinione, dei costumi, delle abitudini quotidiane. Da questo non scaturisce l'ideale volontà comune, quanto piuttosto una tirannide dalla forza irresistibile, che risulta dalla saldatura del governo democratico con le opinioni e le passioni dominanti della società.

Nella denuncia di questo pericolo, carica di presentimenti circa la futura società di massa, traspaiono importanti qualificazioni della libertà pensata da Tocqueville. Da un parte, infatti, siamo in presenza della classica libertà liberale, che alza difese contro il potere politico portato a prevaricare; ma in più  c'è la polemica liberale contro la maggioranza, che viene corroborata dalla sociologia dei grandi numeri e spostata dagli organi parlamentari. Il valore della libertà, contrapposto a un mondo di uomini piccoli e mediocri, rinvia alla sensibilità colta, alla creatività, alla capacità di distinguersi, al sapersi differenziare da una maggioranza, livellante in primo luogo sul piano culturale: una libertà che richiama, quindi, le raffinatezze della società aristocratica, anche se Tocqueville si fa poche illusioni sul futuro.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti il nostro autore ritiene che il passaggio dalla democrazia al  dispotismo della maggioranza sia ostacolato efficacemente da almeno tre fattori decisivi: la molteplicità delle associazioni volontarie, il decentramento amministrativo, le confessioni religiose.  La facilità con cui gli americani si uniscono e fondano associazioni per gli scopi più disparati è valutato da Tocqueville in modo molto positivo per due motivi: da una parte  questa inclinazione contrasta la tendenza sociale all'individualismo, per cui ciascuno, pensando al proprio utile, si chiude in se stesso, e tiene viva la sensibilità verso i problemi comuni, assieme alla volontà di risolverli autonomamente; dall'altra toglie spazio all'azione del potere centrale, perché, se i cittadini contano sulle proprie forze per risolvere i problemi che sono alla loro portata, evitano di favorire un'espansione, che può farsi particolarmente insinuante e pericolosa.  A livello di organizzazione dello stato anche il decentramento amministrativo funziona come strumento importantissimo contro i pericoli insiti nell'invadenza del potere centrale; qui Tocqueville distingue nettamente tra il  centralismo politico e quello amministrativo: il primo è necessario perché regola interessi comuni a tutte le parti di una nazione (politica estera e norme generali), il secondo è dannoso perché difficilmente è in grado di aderire alla grande varietà delle situazioni locali e, contemporaneamente, abitua ad un atteggiamento passivo di attesa, per cui tutto deve provenire dall'alto e dal centro. Per quanto riguarda, infine, la religione, in termini generali si nota che difficilmente l'uomo può sopportare una totale indipendenza religiosa e una completa libertà politica: è bene, per Tocqueville, che l'intelletto sia sottoposto a delle credenze dogmatiche e quelle religiose forniscono agli uomini idee precise "su Dio, sulla loro anima, sui doveri che hanno nei confronti del loro creatore e dei loro simili" ([7]) e influiscono direttamente sulla vita quotidiana; il riferimento a Dio solleva dagli orizzonti troppo ristretti, invita a pensare al prossimo e suggerisce rapporti morali di solidarietà e di rispetto, che vanno a vantaggio della libertà,  dell'ordine pubblico e della ricerca del benessere ([8]).

Eguaglianza e centralismo politico. Se questi sono i più importanti antidoti, che il nostro autore individua negli Stati Uniti, contro l'avanzata del potere centrale e contro il dispotismo della maggioranza, egli sa bene che le istituzioni e i caratteri sociali non sono esportabili. Così, per quanto riguarda la Francia, non nutre ottimismo e il secondo libro della Democrazia in America (pubblicato alla distanza di cinque anni dal primo e arricchito da numerose comparazioni tra Stati Uniti, Inghilterra e Francia) è pieno di riflessioni amare e di accresciuti timori per il futuro ([9]).

La società democratica, con i suoi caratteri atomistici, è considerata all'origine di due tendenze politiche: l'anarchia, come sviluppo dell'inclinazione all'indipendenza, e la schiavitù, come risultato di una proporzione inversa tra gli individui eguali, che si fanno più deboli, e il potere centrale, che si estende e si rafforza. La prima non rappresenta un vero pericolo, mentre la seconda si affaccia minacciosa: in Europa la centralizzazione del potere politico è in crescita e le tendenze socialiste non fanno che favorirla. Tra le cause accidentali, che alimentano l'ingigantirsi del potere, il primo posto è occupato dal governo, che ama l'eguaglianza o che lo fa credere.

Sul piano economico-sociale, d'altra parte, lo sviluppo dell'industria favorisce l'affermarsi  dei capitalisti,  che possono divenire un'aristocrazia nuova e molto più dura di quella di un tempo, e, contemporaneamente, produce masse di operai, asserviti alle macchine, resi sempre più limitati e impotenti dalla divisione del lavoro, alienati e abbrutiti. "Da un lato ... la scienza industriale fa retrocedere continuamente la classe degli operai, dall'altro innalza quella dei padroni" ([10]), si delinea così una conflittualità, che pone un'ipoteca preoccupante per il futuro.

Questo accresciuto pessimismo, unito ad ulteriori riflessioni, porta alla previsione di un a nuova forma di dispotismo: "un potere immenso e tutelare", "assoluto, sistematico, previdente e mite", che "assomiglierebbe all'autorità paterna se, come questa, avesse lo scopo di preparare l'uomo all'età virile, mentre non cerca che di arrestarlo irrevocabilmente all'infanzia"; un potere che "lavora ... alla ... felicità" dei cittadini, che "provvede alla loro sicurezza, prevede e garantisce i loro bisogni", fino a togliere loro "il fastidio di pensare e la fatica di vivere" ([11]). Un dispotismo più esteso e penetrante di quelli del passato: favorito dall'eguaglianza, ma anche mitigato da questa.

L'accresciuta preoccupazione per il centralismo politico ci consente di  parlare, a questo punto, di una premessa di fondo, che sostiene le considerazioni del Tocqueville della Democrazia in America e che poi viene rivista: la ricomprensione della politica nel sociale. Fin dall'inizio egli mette a punto l'idea di "assetto sociale" e lo considera "come la causa prima della maggior parte delle leggi, delle consuetudini e delle idee, che regolano la condotta delle nazioni"; il suo potere impersonale è così grande che "tutto ciò che non è suo prodotto, viene da esso modificato" ([12]);  la sfera politica  non è indipendente o superiore, quindi, come vuole la lunga tradizione che conosciamo,  ma è ricompresa nel contesto più vasto della società, ampiamente determinato proprio da quell'assetto. Si rivela così una linea di congiunzione con il pensiero di Montesquieu, di cui Tocqueville è considerato un discepolo,  e un'analogia con Marx: come rileva N. Matteucci "l'assetto sociale ... nelle indagini di Tocqueville ha un ruolo analogo a quello della struttura in Marx" ed è "la chiave che spiega tutti i fenomeni politici" ([13]). 

Le crescenti delusioni che gli provengono dal regime liberale di Luigi Filippo, la rivoluzione del '48, poi il colpo di stato di Luigi Napoleone nel dicembre del '51, conducono Tocqueville a intensificare i suoi studi di storia e a concentrarsi sul proprio paese per cercare una risposta al perché, data la comune evoluzione verso condizioni di accresciuta eguaglianza, la Francia inclini di nuovo verso l'autoritarismo a differenza degli Stati Uniti.

Risultato di questa nuova prospettiva è l Ancien régime et la révolution, la sua ultima grande opera (1856), in cui le premesse metodologiche precedenti, centrate sull' "assetto sociale", sono abbandonate. La chiave per interpretare la storia francese recente, con la sua accesa conflittualità di classe e con il succedersi degli episodi rivoluzionari, è trovata nel centralismo impostato dalla monarchia assoluta. L'azione disgregatrice svolta dalla monarchia contro gli antichi legami sociali ha tramandato divisioni aspre, assenza totale di partecipazione, mancanza di abitudine all'autogoverno; così la Francia non si è saputa liberare da queste strutture accentrate:  anche le rivoluzioni dell'ottantanove e del quarantotto più che smentire questa linea l'hanno rafforzata.

Senza addentrarci nei numerosi motivi d'interesse, che riveste quest'opera, che giunge a smentire alcune linee consolidate della storiografia rivoluzionaria del primo Ottocento, vogliamo sottolineare che con la nuova impostazione è la struttura politica a tornare in primo piano. La marcia inarrestabile dell'eguaglianza e il mutato assetto sociale in Francia si sono venuti  combinando con il centralismo politico: dal Quattrocento e dal Cinquecento questo si è  rafforzato, ha trovato nell'eguaglianza un elemento di sostegno e sta traendo anche dalla rivoluzione industriale apporti, che utilizza a vantaggio della preponderanza dello stato e a scapito della libertà.

Con questi tagli, sempre accompagnati da grande lucidità e realismo, il pensiero politico di Tocqueville non solo offre un contributo originale al liberalismo ottocentesco, ma si proietta verso il Novecento, soprattutto grazie all'acuta percezione delle problematiche, che sono destinate a scaturire dalla  società di massa.

            13.2.  JOHN  STUART  MILL  (1806 - 1873) E LE APERTURE DEL LIBERALISMO A ISTANZE  DEMOCRATICHE  E  SOCIALISTE




Il liberalismo di John Stuart Mill ci sposta in uno scenario diverso: l'Inghilterra della metà dell'Ottocento col suo forte sviluppo industriale, con la piena affermazione del liberismo economico e con una classe operaia organizzata e protagonista di lotte vigorose.

Amico di Tocqueville, Stuart Mill riprende alcune delle sue tematiche, ma mette a punto  un pensiero, che, pur essendo meno geniale nello spaziare sulle grandi prospettive, si dimostra più aderente alle problematiche del suo tempo e capace di inaugurare una svolta progressista del liberalismo in campo sociale, abbandonando il principio del libero mercato.

La revisione del lassez faire. Figlio di uno stretto collaboratore di Bentham, James Mill, egli era stato educato con rigore secondo i modelli di un'antropologia rigidamente utilitaristica. Grazie al romanticismo letterario, ai temi dell'idealismo tedesco, al pensiero francese di Saint-Simon e di Comte, poi a Tocqueville, egli giunge ad allargare e a modificare profondamente  quell'iniziale orizzonte culturale ed imposta un liberalismo in equilibrio tra istanze diverse ed ispirato ad una morale assai  più spiritualistica di quella del padre. Negli anni quaranta, accanto all'impegno dedicato alla filosofia, che si condensa nell'opera sulla Logica deduttiva e induttiva, J. Stuart Mill si occupa di economia.  Egli riprende le teorie degli economisti classici e, in particolare di Ricardo, ma giunge alla conclusione  che le leggi da loro individuate siano state indiscriminatamente pensate come leggi naturali e che si siano quindi trascurate le componenti istituzionali e storiche, che di fatto intervengono. In altri termini Smith e Ricardo hanno operato delle astrazioni troppo forti, considerando le categorie economiche in termini assoluti e ancorandole a proprietà della natura umana e a condizioni fisiche della vita, che arbitrariamente hanno postulato come fisse e immutabili.

Ora, mentre le leggi della produzione hanno effettivamente, secondo Stuart Mill, l'immutabilità delle leggi naturali (sono ad esempio le leggi della domanda e dell'offerta o quelle che presiedono alla produttività di un apezzamento di terreno), a suo parere quelle della distribuzione, che presiedono alla ripartizione del reddito, discendono dalle istituzioni umane, dalle leggi e dalle consuetudini, e quindi sono modificabili. Così egli apre "tutta la questione del rapporto tra legislazione ed economia e del suo rapporto con il mantenimento del libero scambio" ([14]) e negli ultimi scritti giunge ad ammettere un vero e proprio controllo legislativo come strumento di una politica pubblica.

In ogni caso, davanti alle condizioni socio-economiche dell'Inghilterra di metà Ottocento e davanti alle ipotesi socialiste e comuniste, Mill disegna un modello economico, che da un lato riconferma la proprietà individuale e i vantaggi della concorrenza, dall'altro  salda la proprietà al  lavoro. Ne discende una forte critica alla rendita fondiaria, che prescinde dal lavoro e frena ogni dinamismo, e un atteggiamento decisamente antimonopolistico, perché il monopolio in termini analoghi attenua l'iniziativa e dissocia il guadagno dal lavoro. In vista dell'eliminazione delle rendite egli prevede degli interventi fiscali sulle successioni, mentre contro i monopoli auspica il diffondersi di associazioni sia a livello operaio, in termini di cooperative,  sia a livello produttivo, in forma di società per azioni o di associazioni tra capitalisti e operai.

Anche se questi strumenti appartengono tipicamente all'arsenale delle proposte socialiste, bisogna tener presente che in J. Stuart Mill, come in tutto il pensiero liberale, gli interessi individuali restano il punto di riferimento fondamentale. Così l'intervento dello stato è pensato prevalentemente in termini indiretti, per fornire alcune opportunità di fondo, come l'istruzione o certi servizi primari (acqua, strade ...), o per assicurare una gestione basata sull'interesse nazionale, come nel caso delle colonie; e, anche quando assume i caratteri dell'intervento diretto, che pure viene ammesso  (sotto forma di aiuti finanziari, per esempio), lo scopo resta sempre quello di garantire il principio della concorrenza. "La caratteristica essenziale di questo interventismo è che esso non deve limitare, bensì favorire la concorrenza e in genere gli sviluppi individuali, come se lo stato fosse un maestro di liberalismo per i suoi cittadini" ([15]).

Libertà, società, stato. Con questo si torna alla svolta di Mill, che va sondata ora nelle sue più vaste implicazioni. Infatti l'abbandono del laissez faire comporta anche la maturazione di una visione dello stato, della legge e della società diversa da quella del pensiero liberale del primo Ottocento. Il potere dello stato non è più da pensare come una minaccia costante, come intrinsecamente pericoloso, per la libertà; la legge non è più, come voleva Bentham, un male in sè da ridurre al minimo. La forte componente antistatuale del primo liberalismo viene decisamente ridimensionata dalla scoperta che ci sono altri poteri, altre forme di coercizione, capaci di limitare la libertà individuale. Di qui uno spostamento di attenzione verso l'economia e la società ([16]) e una riduzione del rilievo assegnato in precedenza a tutto il complesso giuridico-istituzionale.

Anche sulla scorta del pensiero di Tocqueville, nel noto scritto Della libertà (1859) le questioni politiche non sono più in primo piano. J. Stuart Mill riconosce che un governo liberale deve poggiare su una società liberale e che il complesso dei rapporti esistenti tra i cittadini è della massima importanza per la libertà. "Il riconoscimento che le istituzioni politiche sono parte di un più vasto tessuto sociale, che determina in gran parte il loro funzionamento era un'importante scoperta in sé  e costituiva un importante apporto ai concetti politici. La società o la comunità diventa un terzo fattore, e un fattore preponderante, nei rapporti tra individuo e governo e nell'assicurazione della libertà individuale" ([17]). Di qui le preoccupazioni per il prevalere delle tradizioni e dei costumi più consolidati, per il possibile formarsi di un'opinione pubblica  oppressiva e intollerante e il timore di maggioranze ancorate alla routine, conformiste e prevaricatrici, ostili ad ogni minoranza mossa da idee innovative e originali.

Nello scritto sulla Libertà, d'altra parte,  trovamo anche un altro aspetto  importante per caratterizzare John Stuart Mill: la dimensione etico-umanistica dell'antropologia, che egli sostituisce all' utilitarismo di Bentham e del padre. Infatti le libertà di pensiero,  di parola, di espressione sono sostenute non in funzione di un governo efficiente o di una vita pubblica trasparente e non sulla base di argomentazioni utilitaristiche, ma in quanto pertinenti all'affermazione dell'uomo in sé: l'elaborazione autonoma di un giudizio, di una convinzione, anche se difforme dalll'opinione comune, risponde a qualità interiori di una personalità,   è il risultato di un dialogo interiore; e, quando le persone si confrontano liberamente con gli altri, assumono le proprie responsabilità e, così facendo, dimostrano la loro maturità morale. Socialmente ciò non deve esser "tollerato", ma favorito, perché non va soltanto a vantaggio del singolo, ma alimenta la crescita di esseri umani ragionevoli e responsabili e va a vantaggio dell'intera società. Politicamente è ugualmente positivo perché aumenta la consapevolezza generale e fornisce allo stato liberale quel tessuto  liberale di rapporti sociali e quell'opinione pubblica avveduta, che gli è necessaria.

Le vene spiritualistiche del liberalismo continentale, in accordo con  suggestioni romantiche e idealistiche, fanno sentire la loro influenza e consentono qui di superare i risvolti egoistici dell'individualismo utilitaristico,  nel senso di una precisa affermazione del valore della libertà in sé,  come, in precedenza,  avevano sostenuto teoricamente la preoccupazione per il benessere collettivo e lo sviluppo di rapporti equi per tutti.

Le istituzioni liberal-democratiche. Per quanto riguarda le istituzioni statuali J. Stuart Mill nelle Considerazioni sul governo rappresentativo (1861) delinea istituzioni e meccanismi costituzionali per un moderno stato rappresentativo, caratterizzato dalla sovranità popolare, ma capace di valorizzare gli aspetti più qualitativi delle capacità umane.

Le assemblee rappresentative  sono elette a suffragio universale o, tenendo conto dell'inamissibilità del voto agli analfabeti o agli assistiti dalla beneficenza pubblica, lo saranno quando questi limiti, transitori in una società che si va perfezionando,  scompariranno. In omaggio al rispetto assoluto di cui devono godere le minoranze il sistema elettorale deve essere di tipo proporzionale (il voto per collegi uninominali si dimostra particolarmente punitivo per i piccoli gruppi, che si affacciano sulla scena politica).  Sia in presenza del suffragio universale, che di un diritto di voto ampiamente esteso, poi, Mill prevede il correttivo del voto plurimo: la grande massa degli elettori, infatti, per le sue modeste capacità culturali è esposta al rischio di un voto ispirato da pregiudizi classisti o anche, semplicemente, limitato da un giudizio rozzo e grossolano e il suo peso va compensato da un voto plurimo accordato a tutti coloro che esercitano una professione con precise competenze intellettuali (imprenditori, banchieri, professionisti, laureati ...). Così dal privilegio del diritto di voto basato sul censo, ancora presente in Inghilterra, si passerebbe gradualmente a premiare la cultura, che per Mill è sinonimo di avvedutezza, di competenza, d'indipendenza di giudizio, e che costituirebbe un'ulteriore garanzia di rispetto per le minoranze. Naturalmente mano a mano che l'istruzione e la cultura si diffondono negli strati più ampi della popolazione, anche il diritto al voto plurimo si estende e il nostro autore prevede una prova, che attesti la raggiunta capacità ([18]).

Questo aristocraticismo intellettuale si prolunga anche a livello di organi rappresentativi. Il parlamento di Mill, infatti, è formato da due camere, una bassa, eletta con le modalità esposte, e una alta, che raccoglie le migliori capacità tecniche e culturali. E il potere legislativo è esercitato in compartecipazione dalle assemblee e da una speciale commissione, dotata del compito tecnico di redigere il testo di legge. Le assemblee, dunque, sarebbero dotate di iniziativa legislativa e del potere finale supremo di approvare o respingere il testo, mentre alla commissione spetterebbe il compito di prepare il testo stesso, rafforzato dall'impossibilità per il parlamento di introdurre modifiche mediante emendamenti.

Non viene meno, comunque, il potere di controllo del parlamento sul governo: il governo è composto da un gruppo ristretto di esperti e le assemblee hanno su di lui il compito politico di indirizzare il suo operato, di controllarlo ed eventualmente di criticarlo. Il primo ministro, pur nominato dal re, deve godere della fiducia della maggioranza parlamentare, ma non deve esser succube del parlamento: così Mill per rafforzare la posizione del governo gli assegna il potere di sciogliere il parlamento.

In questo comporsi di elementi liberali (divisione dei poteri e controlli incrociati tra gli organi), democratici (suffragio tendenzialmente universale), elitistici (voto plurimo, commissione per la redazione delle leggi) è da osservare una connessione. Da una parte abbiamo una vena tecnocratica, riconducibile a Comte e a Saint-Simon e comune ai conservatori, che testimonia il timore dell'affermarsi, assieme all'ingresso delle masse nello stato, dell'incompetenza e  della demagogia. Dall'altra questa vena si allarga in un più vasto apprezzamento della cultura, intesa  in senso elevato e non esclusivo: Mill sul piano economico giunge a prospettare una condizione stazionaria  di stagnazione produttiva, come condizione particolarmente positiva, perché arresterebbe le competizioni relative allo sviluppo economico e consentirebbe di dedicare ampie energie all'innalzamento culturale dell'uomo, al raffinamento della sua sensibilità artistica, al suo perfezionamento morale; il suo aristocraticismo intellettuale non intende elevare barriere, aspira alla comunicazione: fa riferimento agli uomini di genio, alle minoranze innovatrici, ma senza preclusioni e con una sensata fiducia verso un innalzamento collettivo. Solo in questi termini l'omaggio alla competenza e all'intelletto si presenta conciliabile con la difesa spiritualistico-romantica della libertà in sé, praticata da tutti, e con le preoccupazioni sociali per le masse operaie vittime del potere economico.



Concludendo, si può dire che il collegamento di principi liberali a esigenze democratiche e socialiste, avviato sul piano politico-sociale, soprattutto nell'ambito inglese risulta particolarmente innovativo e foriero di sviluppi; più faticoso e insoddisfacente è, invece, a livello antropologico e morale, l'accostamento agli iniziali motivi utilitaristici delle successive acquisizioni romantiche, degli aspetti spiritualistici e degli elementi positivistici. Resta da sottolineare, a riprova della sua fresca percezione dei problemi sul tappeto, l'attenzione che Mill rivolge all'idea di una scienza sociale, da pensare come una sorta di scienza generale, che serva di base alle scienze più circoscritte della politica e dell'economia, assieme a una legge generale del progresso, risultante da vaste indagini empiriche e capace di orientare e confermare gli sforzi umani.



[1]) Il viaggio gli consente, sul piano pratico, di sottrarsi all'ostilità degli ambienti legittimisti, che hanno criticato il suo atteggiamento nel corso della rivoluzione, e si verifica quando egli non ha ancora riconosciuto a pieno la sua vocazione politica.

[2]) A. de Tocqueville, Democrazia in America, in Scritti politici, Torino, UTET, 1973, vol. II, p. 18.

[3]) N. Matteucci, Alla ricerca dell'ordine politico, Bologna, Il Mulino, 1984, p. 208. Secondo Tocqueville il movimento che trascina i popoli "è già troppo forte perché lo si possa fermare, e d'altra parte non è ancora abbastanza rapido, perché si debba perdere ogni speranza di poterlo dirigere" (Scritti politici cit., vol. II, p. 19).

[4]) A. M. Battista, Lo Errore. L'origine riferimento non è stata trovata. nelle analisi di Tocqueville e nelle valutazioni dei contemporanei, in Errore. L'origine riferimento non è stata trovata., Firenze, Olschki, 1973, n. 3, p. 342.

[5]) "Confesso che non ho per la libertà di stampa quell'amore completo e immediato che si accorda alle cose sovranamente buone per loro natura. L'apprezzo per i mali che essa impedisce, molto più che per i beni che essa fa" (A. de Tocqueville, Scritti politici cit., vol. II, p. 216).

[6]) Ivi, p. 276.

[7]) Ivi, p. 508.

[8]) Tocqueville vede nella compresenza in America di più confessioni religiose un fatto altamente positivo: tra loro c'è una condizione di pacifica competizione, che evita le tendenze  egemoniche e le induce a sostenerei i doveri civili, accanto ai valori strettamente religiosi.

[9]) La seconda parte della Democrazia in America è dedicata in gran parte agli aspetti culturali della società democratica e presenta una vera e propria sociologia della produzione culturale: oltre che parlare della religione, contiene, infatti, una lunga serie di considerazioni sulla letteratura, la poesia, il teatro, e prolunga le sue riflessioni verso l'evoluzione del linguaggio e la retorica.

[10]) A. de Tocqueville, Scritti politici cit., vol. II, p. 650.

[11]) Ivi, p. 812.

[12]) Ivi, p. 66.

[13]) N. Matteucci, Introduzione in A. de Tocqueville, Scritti politici cit., vol. I,  p. 23.

[14]) G. H. Sabine, Storia delle dottrine politiche, Milano, Comunità, 1959, p. 569.

[15]) F. Valentini, Il pensiero politico contemporaneo, Bari, Laterza, 1976, p. 257.

[16])   Anche perché non era più possibile non tener conto dei dati ampiamente circolanti sulle condizioni di vita degli operai dell'industria e questi dati si mostravano in un contrasto troppo stridente con l'idea stessa della libertà e della felicità individuale.

[17]) G. H. Sabine, Storia delle dottrine cit., p. 567.

[18]) Aggiungiamo che J. Stuart Mill è favorevole al voto alle donne, è contrario alla corresponsione di un compenso ai rappresentanti (misura richiesta dalle tendenze più popolari), è contrario al voto segreto, perché, come altri, sostiene il rilievo pubblico del voto.







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