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DOPO LA VITTORIA - G. John Ikenberry - IL PROBLEMA DELL'ORDINE INTERNAZIONALE

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DOPO LA VITTORIA - G. John Ikenberry - IL PROBLEMA DELL'ORDINE INTERNAZIONALE

DOPO LA VITTORIA - G. John Ikenberry

CAP I: IL PROBLEMA DELL'ORDINE INTERNAZIONALE

Con l'espressione "ordine internazionale" intendiamo un'organizzazione delle relazioni internazionali tale da rendere legittima la distribuzione del potere all'interno del sistema. Nella definizione di ordine possono rientrare, per esempio, diversi concetti, quali quello di sicurezza, quello di stabilità e quello di legittimità.

Dal punto di vista storico, l'ordine internazionale viene creato per garantire la pace, ma già dalla sua nascita contiene al proprio interno diversi motivi di fallimento. A partire dalla Seconda Guerra Mondiale, però, viene creato un nuovo ordine, definito costituzionale, che secondo Ikenberry ha una maggiore possibilità di durare nel tempo.

Per costituire un ordine è necessario un momento particolare, come la guerra, che finisce con dei vincitori e dei vinti e porta ad una nuova distribuzione di potenza. Questa nuova distribuzione deve trovare un insieme di regole, principi e norme che guidino il sistema, ma è inevitabile il ritorno ad una nuova guerra.

S'instaura allora il problema di chi sia legittimato a stabilire queste nuove regole; dato che il sistema internazionale è anarchico, non vi è un'autorità legittimata a fare ciò, però esiste uno Stato egemone che ha più forza e si fa carico della creazione di un nuovo sistema.

Per reggere il futuro ordine è necessaria una strategia da parte dello Stato egemone. Ikenberry ne delinea tre possibili:



  • La strategia del dominio, secondo cui lo Stato egemone deve cercare di massimizzare la propria potenzia in caso di qualsiasi rivendicazione o controversia. Questa strategia però non accontenta gli altri Stati, che si alleano contro il più potente.
  • La strategia dell'abbandono, secondo cui lo Stato egemone può decidere di isolarsi dalla situazione internazionale, minimizzando così anche i costi.
  • La strategia dell'istituzionalizzazione (la migliore secondo l'autore), che prevedere di trasformare la propria potenza momentanea in una egemonia permanente sul nuovo ordine internazionale.

La potenza egemone, storicamente, sceglie la terza opzione, ma la capacità di perseguirla e i relativi strumenti sono cambiati col trascorrere del tempo. A questo proposito, Ikenberry propone tre tesi. La prima riguarda le strategie attuate e afferma che la stabilità dipende dai fenomeni legati al tempo, per cui esiste una variabile determinata dai mezzi di autoaffermazione del potere. Minori sono i mezzi e minore è la possibilità di stabilità dell'ordine. A partire dal 1945 sono aumentati i mezzi a disposizione delle potenze e sono state create istituzioni internazionali in grado di limitarne i poteri sugli altri Stati, che così non si sentono minacciati dall'egemonia dello Stato-guida. A partire dal 1945 lo stampo democratico del potere degli USA ha dato una diversa peculiarità alle istituzioni internazionali, che risultano più stabili. Oltre a ciò, il dominio USA, secondo l'autore, sarà costante nel tempo in quanto la supremazia degli Stati Uniti è talmente forte da avere una grande possibilità d'azione. La terza tesi riguarda la stabilità dell'ordine a partire dal secondo dopoguerra, che secondo Ikenberry deriva proprio dalle istituzioni internazionali, che distribuiscono il potere in maniera equa tra gli stati non egemoni. Sono proprio le istituzioni create dopo il '45 il motivo per cui l'URSS si arrende a regredire dallo stato di superpotenza, in quando, limitano esse il potere egemone degli USA, fanno apparire gli altri stati "minoritari" solo in materia di forza.

Ikenberry sviluppa poi degli "enigmi" dell'ordine, che risolve con diverse tesi. Innanzitutto, si domanda perché gli USA abbiano deciso di investire nelle istituzioni, imbrogliando così la propria supremazia: la risposta risiede nel fatto che un grande squilibrio di potenza porta vantaggi nell'immediato, ma a lungo andare provoca problemi, motivo per cui gli Stati Uniti hanno deciso di proiettare anche nel futuro la propria supremazia.

L'autore si domanda poi perché non esista una controallenza (che dovrebbe svilupparsi contro gli USA secondo il principio di self-help) che porti il sistema all'equilibrio, e trova una risposta nella mancanza di risorse degli altri Paesi, che non riescono a fronteggiare l'egemonia americana.

A partire dal 1815, si è sempre più sviluppata la possibilità di un ordine internazionale istituzionale, in alternativa al semplice ordine basato sull'equilibrio di potenza; perché dopo la Seconda Guerra Mondiale gli USA hanno deciso di istituzionalizzare la propria potenza? Ikenberry sostiene che le originariamente le ist 353g61d ituzioni siano state create per motivi di calcolo ed ora, passato il tempo, vivono di vita propria, mantenendo al loro interno sovranità di potere. Esistono tre filoni di pensiero sulle istituzioni: il realismo, il liberalismo e l'istituzionalismo storico. Il realismo sostiene che il primo sistema di ordine sia fallito perché ci si aspettava un ordine basato sull'equilibrio, che invece non c'era. Il liberalismo sostiene che le istituzioni limitano il potere degli Stati ma avvicinano la potenza egemone alle altre nazioni. L'istituzionalismo storico sostiene l'importanza delle istituzioni come limite all'agire degli stati.

CAP II: TIPI DI ORDINE: EQUILIBRIO DI POTENZA, EGEMONIA E COSTITUZIONALISMO  

Secondo la maggior parte delle teorie, l'arena interna si differenzia sostanzialmente da quella internazionale in quanto la prima è dominata da un sistema gerarchico, la secondo è caratterizzata dall'anarchia. Nonostante ciò, Ikenberry sostiene che sono siano poi così differenti, in quanto le due arene si trovano ad affrontare i medesimi problemi, risolvendoli, spesso, con soluzioni simili. Proprio a questo proposito, l'autore sostiene che come è possibile raggiungere l'ordine con le istituzioni all'interno di uno stato, così è possibile anche costituzionalizzare il sistema internazionale. Gli Stati-guida sono riusciti ad arrivare ad elaborare strategie istituzionali, che stabiliscono limitazioni ed impegni, proprio per rispecchiare l'ordine interno degli stati gerarchici. Nel momento in cui tutti gli Stati di un sistema sono in grado di realizzare un ordine basato su istituzioni vincolanti, allora nasce l'ordine costituzionale.

Il costituzionalismo internazionale non è però il solo ordine possibile. Nella teoria si sviluppano tre tipi di ordine, anche se nella storia sono esistite solo in parte, attraverso alcune somiglianze: l'equilibrio di potenza, l'egemonia e, infine, il costituzionalismo.

  • Equilibrio di potenza: la teoria più famosa sull'equilibrio di potenza è quella di Waltz. La balance of power non, secondo Waltz, qualcosa di automatico, ma volontario. In questo sistema, tutti gli Stati devono far fronte al problema della sicurezza e per questo motivo è necessario controbilanciare le potenze maggiori. A questo scopo si possono rincorrere due strategie: la corsa agli armamenti e l'utilizzo delle alleanze (che sono, però, temporanee). Qualsiasi concentrazione di potenza è necessario che sia controbilanciata automaticamente. Il principio di organizzazione in questo tipo di sistema è anarchico ed i limiti alla concentrazione di potere sono, ovviamente, dati dalle coalizioni opposte.
  • Egemonia: in un sistema egemonico il principio di organizzazione è gerarchico ed il potere è concentrato nelle mani di uno Stato. Esistono, in questo tipo di sistema, diversi modi di implementazione dell'ordine: l'egemone può stabilire un impero e gli altri Stati possono diventare sue "colonie", oppure lo Stato egemone può essere benigno e costruire un ordine consensuale con la partecipazione non forzata degli altri Stati. Il potere si mantiene intatto grazie alla disponibilità di forza, in quanto proprio lo Stato egemone può permettersi di far fronte a costi maggiori per mantenere ciò che tutti gli Stati desiderano, ovvero l'ordine internazionale. Il bene pubblico principale è la sicurezza: si tratta di un bene non esclusivo e non rivale, in quanto chi ne usufruisce non può impedire ad un altro di farlo. In un sistema egemonico non esistono limitazioni alla concentrazione di potere e la stabilità è data solo dalla superiorità, in materia di forza, dello Stato o della coalizione egemone. Si tratta, però, di un ordine molto instabile, in quanto la disparità di potere tende ad assottigliarsi e, nel momento in cui il sovrappiù di potenza dello Stato egemone scende sotto una certa soglia, l'egemonia tende a sgretolarsi.
  • Costituzionalismo: questo tipo di ordine si basa sulle istituzioni, quindi sulle regole, che sono completamente consensuali agli Stati e finalizzate a limitare l'esercizio di potere. In questo sistema, tutti convengono che sia necessario limitare il potere di tutti, stabilendo norme che pongono limiti nel tempo e nelle capacità (proprio come avviene, all'interno di uno Stato, con un regime democratico). Quest'ordine rende redditizia la prospettiva di integrarsi piuttosto che il tentativo di mutarlo. Sono necessarie due condizioni perché si renda possibile il costituzionalismo: innanzitutto l'esistenza di istituzioni internazionali indipendenti dagli stati che ne limitano l'azione e poi un ordine interno degli stati che ne permetta il mantenimento nel lungo periodo degli impegni presi. A questo proposito, Ikenberry sostiene che siano i regimi democratici ad avere caratteristiche tali da predisporli a questo tipo di ordine. Secondo la definizione dell'autore, quest'ordine è legale, fondato sulle istituzioni e dominato dal principio di sovranità. È legale, in quanto non si basa sulla distribuzione della forza, ma su norme e principi consensualmente condivisi da tutti che lo rendono legittimo e percepito come tale da ogni membro; è istituzionale in quando fondato su istituzioni che stabiliscono limiti nell'uso del potere e, essendo autonome, regolano la stabilità del sistema; infine, è basato sul principio di sovranità in quanto le istituzioni e le norme, che sono il pilastro dell'ordine, sono difficili da modificare e non possono essere adattate alle esigenze di un singolo Stato. Proprio per questo ruolo così importante, le istituzioni devono essere più forti degli Stati e, all'interno delle nazioni, più forti dei singoli attori.



Nel corso dei secoli, gli Stati hanno dovuto affrontare il problema della sistemazioni postbelliche e, in particolare, di come delimitare e moderare la potenza. Se si prendo ad esempio le sistemazioni postbelliche del 1648, 1713, 1815, 1919 1 1945 si notano ordini emersi che differiscono nella strategia di limitazione del potere. Il primo è caratterizzato dalla valorizzazione della sovranità: dopo la Guerra dei Trent'anni, l'Europa si divide in entità indipendenti e sovrani con diritto ad esistere, con lo scopo di rafforzare l'autonomia degli stati ed indebolire tutte le istituzioni non statali (quali le coalizioni religiose e i sistemi imperiali) per mezzo della frammentazione. La seconda strategia è la frammentazione territoriale del potere: dopo una guerra, uno Stato sconfitto viene smembrato per limitarne la potenza. La terza consiste nella creazione di alleanze ah hoc con lo scopo di controbilanciare il potere maggiore. Dopo il 1919, invece, si sviluppa una quarta strategia, che utilizza istituzioni internazionali con lo scopo di creare alleanze e vincoli istituzionali tra gli stati potenzialmente pericolosi, che si sottomettono ad un terzo esterno. Con il secondo dopoguerra, invece, si applica una quinta strategia di integrazione soprannazionale, che prevede che gli Stati sovrani condividano la propria sovranità con istituzioni terze di ampia portata (quali la UE).

Ma come è possibile mantenere un ordine nel tempo? La stabilità di un sistema deriva principalmente dalla capacità di resistere alle perturbazioni all'interno dell'ordine stesso. In un sistema internazionale basato sull'equilibrio di potere, la stabilità dura fin tanto che gli Stati sono in grado di controbilanciare la potenza dello Stato maggiore, che è pertanto lo stimolo all'equilibrio. L'ordine egemonico, invece, rimane stabile fintanto che lo Stato egemone conserva la supremazia sul piano della potenza. Il problema, ovviamente, è che gli stati egemoni incorrono sempre in un declino relativo e l'ordine esistente quando essi sono al culmine della propria potenza è sempre difficile da mantenere nel tempo. Negli ordini costituzionali, invece, la sorgente della stabilità è la durata delle istituzioni politiche: se specifiche forze sociali o interessi di classe sono in grado di sovvertire le norme di legge e di governo, il sistema politico perde il suo carattere costituzionale e regredisce a mero dominio del più forte. A livello internazionale, la stabilità di un ordine costituzionale dipende dalla capacità delle istituzioni di limitare efficacemente i dividendi di potere. La stabilità di questi ordini dipende quindi dall'efficacia delle istituzioni intergovernative di fronte alla natura mutevole e asimmetrica dei rapporti di forza.   

CAP III: UNA TEORIA ISTITUZIONALE DELLA FORMAZIONE DELL'ORDINE

L'idea di fondo nella spiegazione di Ikenberry è l'esistenza di una tendenza ciclica nella storia  che vede l'alternarsi di un periodo di guerra con un periodo di pace: dopo ogni conflitto, viene ricostruito l'ordine.

Concentrandosi sulle caratteristiche dell'ordine costituzionale, si nota la grande attenzione prestata al potere non solo come risorsa, ma anche come minaccia. Per questo motivo, è interesse di chi ha potere incanalarlo all'interno delle istituzioni.

Riprendendo il concetto di base per cui esistono tre strategie che gli Stati-guida possono mettere in pratica, questa volta l'autore si concentra su ciò che è necessario fare per attuare queste strategie (dominio, abbandono, consenso). La strategia del dominio viene associata all'ordine egemonico: in questo caso lo Stato egemone deve sviluppare accordi di pace e sistemi di relazione con cui vengono limitate le capacità d'azione degli altri Stati. La strategia dell'abbandono viene invece associata all'equilibrio di potere: dato che i costi del dominio appaiono svantaggiosi, lo Stato egemone si ritira, ma deve prestare molta attenzione all'instabilità del sistema data dalla nuova anarchia. La strategia del consenso invece prevede che l'egemone usi la propria superiorità per indurre gli altri Stati ad accettare il nuovo tipo di ordine. La riuscita di questa strategia dipende tanto dall'atteggiamento degli Stati deboli quanto dalla credibilità dello Stato-guida.

Le condizioni per la credibilità sono sostanzialmente due: la distribuzione dei dividendi di potere disuguale e la democrazia come forma di governo dello Stato egemone.

Solamente dopo il 1945 si verificano alcune condizioni storiche che portano alla possibilità di sviluppare questo tipo di ordine internazionale e che si concentrano nella neonata predominanza degli USA.

Perché gli Stati concordino con l'egemone, devono ricevere in cambio alcuni guadagni; devono infatti considerare l'egemone legittimo, utile ed anche equo (in quanto la distribuzione del potere è asimmetrica, perchè, per essere equo, l'ordine deve vedere la limitazione del potere egemone).

La dinamica del potere dello Stato leader è una corsa in discesa; le istituzioni permettono di limitare la tendenza per cui viene sempre meno il potere dell'egemone, ma allo stesso tempo lo limitano sin dall'inizio. Di conseguenza, con la creazione delle istituzioni, lo Stato guida limita il proprio potere ma questo rimane allo stesso livello prospettico degli Stati deboli, senza continuare a diminuire con il tempo. Si evita cosi lo squilibrio di potenza perché, mentre lo Stato egemone rinuncia all'inizio ad un vantaggio per averne in futuro, lo Stato debole ottiene un vantaggio immediato rinunciando al potere futuro.

Vi sono delle condizioni perché questo sistema si possa attuare: innanzitutto, lo Stato guida deve essere consapevole che il suo potere andrà calando e deve preferire il vantaggio di lungo periodo. Inoltre, le istituzioni devono apparire vincolanti, capaci di durare nel tempo e funzionanti a prescindere dagli interessi degli stati.

Con la massimazione, in questo tipo di sistema, gli stati deboli ottengono voce in capitolo sulle grandi questioni e le istituzioni stemperano l'uso del dominio e appaiono anche come uno strumento di garanzia, anche contro gli effetti dell'anarchia.

Un sistema costituzionale si basa su due tipi di accordi: istituzionali e sostanziali. Gli accordi istituzionali sono quelli che impongono regole, principi e parametri entro i quali si decida la distribuzione dei benefici materiali, i risultati da raggiungere e anche la possibilità di eventuali conflitti. Gli accordi sostanziali riguardano invece l'effettiva distribuzione tra gli Stati di benefici materiali.

L'ordine costituzionale è un sistema difficile da ottenere e richiede accordi complessi, ma una volta raggiunto è efficace e tende a durare più degli attori stessi, che sono molto vincolati anche nella loro politica interna da questo sistema.

La riuscita di un simile progetto dipende dallo Stato-guida, che deve essere credibile e quindi creare istituzioni nell'interesse di tutti e, soprattutto, autolimitarsi. Le strategie che perseguono questa moderazione ed autolimitazione sono diverse: aprirsi, accettare vincoli, rendersi più prevedibile e più pronto ad ascoltare le ragioni degli Stati secondari. Una strategia mirata alla limitazione parte innanzitutto da ciò che viene definito bonding: si basa sulla trasparenza, che è il miglior modo per essere credibile. Il processo decisionale viene aperto e decentrato (come in un sistema democratico), permettendo punti d'accesso anche agli Stati esterni. Un secondo metodo è quello descritto da Grieco e Deudney, che si concentrano sui legami che lo Stato guida può realizzare con gli Stati secondari: istituzionalizzando questi legami, si fa in modo che anche gli Stati più deboli possano avere voce in capitolo e si sentono più sicuri nei confronti dell'egemone, che si pone in condizione di limitare il proprio potere.

La credibilità dell'egemone, però, dipende anche da altri due fattori ovvero la disparità di potere tra esso e gli altri Stati (per esempio, gli USA sono uno Stato senza sfidanti, con una capacità di intervenire unica nella storia) e l'importanza che lo Stato guida ha avuto nel porre fine alla guerra sistematica.




Il regime egemone che con più facilità si avvicinerà alla creazione di un sistema di questo tipo è, secondo Ikenberry, la democrazia. Il sistema democratico è infatti decentrato e trasparente, il leader ha un orizzonte temporale limitato e la sua azione è costretta a vincoli stringenti; egli deve inoltre presentare un messaggio chiaro e trasparente ed è influenzato dall'opinione pubblica, che ha funzione moderante. In una democrazia, inoltre, è importante anche la competizione tra partiti dove, spesso, vincono le coalizioni, frutto di compromessi, ottenendo quindi politiche di moderazione.

Tutti questi elementi facilitano la costanza e rendono facile il mantenimento di impegni, oltre che più credibile la politica dello Stato egemone.

Gli ordini istituzionali più realizzati sono del XX secolo.

CAP IV e CAP V: GLI ACCORDI DEL 1815 e LA SISTEMAZIONE DEL 1919

Dopo il Congresso di Vienna (successivo alle Guerre Napoleoniche) l'ordine internazionale subisce una radicale svolta e, per la prima volta, si sviluppa basandosi sul modello costituzionale. Gli accordi del 1815 sono di gran successo e ciò si nota dal fatto che per cento anni in Europa non si verificherà più nessun conflitto. La potenza egemone di quel momento, la Gran Bretagna, cerca con gli accordi di Vienna di perseguire una strategia di istituzioni basata su procedure formali che coinvolgano anche gli Stati minoritari.

Le novità che l'Inghilterra introduce in questo processo di istituzionalizzazione sono diverse: innanzitutto, rinuncia a facili ed immediati vantaggi di breve periodo e preferisce a questi vantaggi meno sicuri ma di lungo periodo, quali la stabilità del sistema, ottenendo così il consenso degli altri attori del sistema. Inoltre, secondo il piano attuato dalla Gran Bretagna, le istituzioni acquisiscono il ruolo più importante all'interno del sistema, carattere fondamentale per mantenere l'ordine e l'accordo tra le potenze. Un altro elemento di novità è la limitazione del potere delle principali potenze, che accettano l'entrata nella Quadruplice Alleanza, che non è più uno strumento volto ad incrementare la propria forza, ma con lo scopo di gestire meglio gli alleati.

Prima degli accordi di Vienna, l'Europa vedeva due fuochi contrastanti: la Francia, che perseguiva le guerre napoleoniche, e il sistema di alleanza che vedeva a capo Inghilterra e Russia e comprendeva anche Prussica, Svezia e Austria. L'unica soluzione per la gestione dell'ordine internazionale era l'equilibrio di potenza ma, in Europa, mancavano due caratteri per raggiungerlo: un sistema di conferenze e dei vincoli istituzionali.

La visione inglese del 1814 si basava sulla necessità di vincere la guerra, mettendo fine all'egemonia francese e ponendo le fondamenta per una sistemazione stabile e una vittoria di tutte le potenze del continente. Alla fine della guerra, per la Gran Bretagna, si svilupparono anche altri obiettivi, quali il mantenimento della coalizione dell'Alleanza, l'egemonia sugli alleati (quindi il fatto di riuscire a condizionale le loro azioni, motivo per cui si mostrò molto flessibile nelle condizioni di pace) e la garanzia dell'Olanda quale stato indipendente.

Per rendere in futuro l'Europa stabile e sicura, scopo prioritario dell'Inghilterra, questa nazione si rende perno di una serie di negoziati attraverso due strumenti: gli aiuti economici e una diplomazia abile e attiva.

Quando si parla di diplomazia attiva, si fa riferimento ad una serie di consultazioni che avevano come problema principale i dissidi territoriali. Napoleone aveva modificato i confini geopolitici dell'Europa e questi andavano risistemati. Per attuare questo processo, l'Inghilterra evitò di arrivare ad una soluzione immediata e la questione fu risolta con accordi istituzionali, proprio grazie alla diplomazia attiva. Con le consultazioni riuscì ad imporre una norma per cui l'espansione territoriale non era legittima, ma andava sanzionata dal complesso delle altre potenze, sviluppando un sistema di equilibrio e compensazione.

Il primo traguardo raggiunto dall'Inghilterra si ha nel 1814 con il trattato di Chaumont, con cui si fissano alcuni principi dell'ordine istituzionale successivo, si delinea una clausola che impegna le potenze europee a mantenere la difesa reciproca perché si mantenga la pace per altri vent'anni e si fissa per la Gran Bretagna un costo sostanzioso in termini monetari e di concessioni territoriali sul continente, al fine di mantenere l'ordine stabile.

Ma cosa preserva gli altri Stati dalla supremazia inglese? La soluzione si trova nell'ordine basato su principi di legalità ed automoderazione che sono garantiti da due istituzioni: le alleanze e i sistemi di consultazione permanenti. Per quanto riguarda il sistema di alleanze, la principale era la Quadruplice, stabilita nel 1813 (ma da un'idea partita già nel 1805 quando Inghilterra e Russia riconobbero le rispettive potenze) e basata su principi di equilibrio con un carattere istituzionale più profondo di quelle precedenti (come la Santa Alleanza), che mostra la possibilità degli Stati di controllarsi a vicenda. Per quanto riguarda invece i sistemi di consultazioni, l'origine di questi risale alle ultime fasi della guerra, quando la Gran Bretagna si rende conto di dover tenere insieme una coalizione eterogenea e di dover conciliare obiettivi divergenti. La prassi delle consultazioni era quella di far incontrare frequentemente i capi di Stato, in quanto, in parte, il problema di trovare la soluzione tra grandi potenze derivava dall'ignoranza, così gli incontri aiutarono a conoscere gli altri. Ogni trattato stipulato consolidava la prassi che venne a creare legittimità formale delle decisioni e la possibilità degli Stati di controllarsi a vicenda.

Lo scopo di queste consultazioni era quello di subordinare le proprie volontà per ottenere beni superiori, in primo luogo la pace.  

Vi erano due fattori primari che consentivano il funzionamento del sistema dopo il Congresso di Vienna: i confini arbitrari (limitati al contesto europeo, in quanto il resto del mondo era questione solo dei poteri egemonici) e il fattore che tutti i trattati fossero collegati tra loro. Fu infatti proprio il risultato degli accordi a dare vita ella coerenza del sistema.

Nel 1919 si vive un momento completamente nuovo rispetto al passato. Per la prima volta, il dibattito sul futuro dell'ordine internazionale fu aperto e trasparente e coinvolse l'opinione pubblica che giocò un ruolo importante per le scelte strategiche. L'ordine sviluppatosi fu però molto breve e quindi di scarso successo.

Cercando di perseguire un modello costituzionale, gli USA usarono la propria superiorità per costruire un ordine stabile, non per dominare e cercarono di convincere l'Europa ad accettare questo ordine moderando la propria forza (ad esempio istituendo la Società delle Nazioni). Il presidente Wilson si dimostrò disponibile a concedere le richieste degli alleati in cambio dell'accettazione europea della visione americana e il carattere democratico degli USA si riflesse nella distribuzione della potenza a livello internazionale.

Con l'ordine del primo dopoguerra si introduce una grande novità. Innanzitutto, la guerra portò al collasso degli Imperi ed in Europa la cartina geopolitica si sviluppò attraverso il nuovo principio dell'autodeterminazione dei popoli.

Nel 1916, Wilson affermò che la causa della guerra risiedeva nel comportamento delle potenze europee, senza che vi fosse un diretto responsabile, e che quindi l'unico ordine che poteva seguire alla guerra era un ordine completamente diverso, rivoluzionato. Questa visione cambiò quando la Germania diede inizio alla guerra sottomarina e Wilson ebbe la possibilità di vedere questa potenza come la vera minaccia. Gli americani volevano dunque la fine della guerra con la resa condizionata della Germania.



Nel 1917 il presidente Wilson sviluppa una nuova proposta di pace e di ricostruzione di un nuovo ordine internazionale, volta alla presenza degli USA in Europa, che sarebbero intervenuti per garantire la pace all'interno e attraverso la Società delle Nazioni.

CAP VI e CAP VII: LA PACE DEL 1945 e IL DOPO GUERRA FREDDA

La soluzione che giunge in seguito alla Prima Guerra Mondiale risulta instabile e la crisi del dopo Versailles permane. Gli USA emergono come Stato guida ma si trovano ai margini (territoriali) del sistema e proprio questa lontananza costituisce dei limiti in diversi campi. Innanzitutto il contributo USA alla soluzione della guerra non fu così determinante e principalmente costituito da aiuti, in quanto la presenza militare americana non era soverchiante. Si era poi diffusa la convinzione che chi nel conflitto aveva sofferto maggiormente dovesse avere più voce in capitolo, per cui il potere contrattuale degli USA fu molto limitato. In terzo luogo, la Germania non fu assolutamente sconfitta in modo evidente e non fu costretta alla resa condizionata (come invece speravano gli USA).

Nonostante ciò, il potere USA sul vecchio continente era innegabile: gli Stati europei erano ridotti a pezzi e l'America avrebbe potuto ristabilire la situazione favorendo la crescita economica con un sistema di prestiti, ma la Francia e l'Inghilterra volevano garanzie sul controllo di questo immenso potere americano.

La grandezza degli USA si era imposta durante tutto il corso della guerra: già nel 1916 Wilson, che considerava la guerra un errore nel sistema dell'equilibrio di potere, propose un piano di pace tra pari, in cui non si configuravano potenze vincitrici o sconfitte. Era però un accordo tra poteri dove si riconosceva tutta la superiorità americana in quanto Wilson pretendeva che l'Europa accettasse questo piano perché gli USA intervenissero nella guerra. Gli Stati europei però non accettarono questo scambio finché nel 1917 non ci fu un punto di svolta: in un anno si vide la più grande rivoluzione Russa e l'inizio della guerra sottomarina da parte della Germania. Wilson si trova a dover cambiare la propria visione del mondo e riconosce che la società tedesca è vittima di élite autocratiche: in linea di principio la Germania avrebbe dovuto essere punita, ma doveva intraprendere un nuovo cammino democratico, di modo che non fosse punito anche il popolo tedesco, innocente. La rivoluzione russa fu molto importante nello sviluppo delle ideologie di Wilson, in quanto ne condivideva in pieno tre punti fondamentali: l'importanza del ruolo della società, l'importanza della pace e l'autodeterminazione dei popoli.

Intanto, la Gran Bretagna inizia ad avvicinarsi agli ideali proposti da Wilson e proprio qui si ha il punto di svolta: il premier inglese iniziò a considerare la guerra come l'unica opportunità per democratizzare la Germania, anche attraverso la creazione della Società delle Nazioni. Anche la Francia, che più di tutti aveva subito durante la guerra, voleva la sconfitta totale della Germania, ma voleva che questa assumesse posizioni umilianti, per esempio con lo smembramento dei suoi territori più importanti.

Nel 1919 si raggiunge un armistizio: il primo compromesso riguarda la Germania. Wilson cedette nella sua ideologia per ottenere l'appoggio riguardo alla Società delle Nazioni; in primo luogo cedette sul tema delle colonie tedesche, poi sul fattore che le truppe francesi potessero occupare la Renania per motivi di sicurezza, oltre che su altri punti. Nasce però la Società delle Nazioni, primo esempio costituzionalizzato per la sicurezza collettiva,, basato sull'ambiziosa idea che di fronte a qualsiasi aggressione tutti gli altri Stati debbano reagire alleandosi contro il primo aggressore. Nell'idea di Wilson non era necessario che la Società avesse valore vincolante e istituzionale, ma con il tempo la prassi si sarebbe imposta da sola. Nonostante il grande impegno del presidente americano, Wilson impegnò gli USA in termini molto vaghi e di fatto la potenza americana non entrò a far parte della Società delle Nazioni. Il problema di Wilson era infatti quello di far accettare al popolo l'intervento in Europa, ma l'accordo vago proposto dal presidente scontentava sia il popolo che le potenze europee, in quanto il movimento minoritario isolazionista americano ebbe la meglio all'interno del Paese.

La questione ruotava sul meccanismo dell'intervento degli USA: Wilson fece tre errori gravi che lo portarono a doversi allontanare dagli interessi europei. In primo luogo, durante le elezioni del 1918 fece di tutto una questione politica e perse grande credibilità, vedendosi schierati tre gruppi di opposizione: quello degli isolazionisti, quello di Roosvelt (favorevole alle istituzioni, ma più incline alla visione di queste in termini di alleanze) e quello di Taft (favorevole alla Società della Nazioni ma contrario all'idea di una pace senza vittoria degli USA). Il gruppo degli isolazionisti, seppur minoritario, riuscì ad imporre le proprie volontà. In secondo luogo, Wilson fece un grave errore imponendo che il diritto di vero implicasse che gli USA non sarebbero entrati in guerra se non per i propri interessi. In terzo luogo, Wilson ebbe eccessiva fiducia nel processo di democratizzazione. Tutto ciò lo portò ad avere poca presa sulle élite europee conservatrici, oltre che a sviluppare una politica sempre più isolazionista.

Se si paragona l'ordine del primo dopoguerra a quello del secondo, si nota immediatamente che quello stabilito nel 1945 fu decisamente più efficiente e duraturo. Dopo il secondo conflitto mondiale le potenze risultavano decisamente indebolite e i vinti era completamente distrutti. Gli USA uscirono invece più forti e l'ordine costituzionale che si instaurò fu molto più ampio, comprendendo questioni di sicurezza ma anche economiche.

L'esperienza del fallimento del primo dopoguerra incrementò una visione dell'ordine completamente nuova, basata sulle priorità strategiche: nacquero con la guerra fredda due ordini, fondati su due paci permanenti.

Si vide allora la nascita del miglior esempio di ordine costituzionale, con uno scambio evidente tra lo Stato egemone (USA), la presenza di istituzioni che hanno cristallizzato la supremazia dell'egemone e la condivisione dell'ordine tra stati democratici.

Nel 1947 il neopresidente americano Truman formula i precetti che pongono le basi per il sistema internazionale che si sarebbe sviluppato con la guerra fredda: si tratta della necessità per la pace economica e per una visione strategica questa volta di più lungo periodo, dettata dal libero scambio (esattamente ciò su cui era basato l'ordine interno americano).

Gli USA dovevano raggiungere obiettivi importanti per la creazione dell'ordine, quali l'accordo tra Germania e Giappone e tra Inghilterra e Francia. Di fronte alla supremazia americana, però, si raggiungono dei compromessi, il più importante dei quali è in materia economica, con l'accettazione della libera circolazione delle merci e l'imposizione dei correttivi, ovvero sistemi per garantire la fluttuazione delle valute.

A livello di sicurezza, l'Europa, almeno quella occidentale, avrebbe dovuto rimanere alleata degli USA, in modo tale da dimostrare l'impegno americano, che vedeva gli Stati Uniti in difesa dell'Europa da qualsiasi attacco sovietico. Il problema ultimo degli USA, una volta assicurata la pace e l'accettazione europea della supremazia americana, era il futuro della Germania, che si risolse con l'inserimento della nazione in Europa.

Raggiunto, questo ordine rimarrà stabile fino ai giorni nostri. Dopo la fine della Guerra Fredda, nove istituzioni internazionali verranno istituite e i capi di Stato si incontreranno sempre più spesso, in una prassi di incontri internazionali, facendo sì che il nuovo ordine possa rimanere stabile.







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