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La Seconda Rivoluzione Industriale - La Civiltà Industriale

storia




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La Seconda Rivoluzione Industriale



Differenze sostanziali con la 1°:

  1. Carattere generale (interessa tutta l'Europa e non solo una nazione).
  2. Danneggiamento nei confronti dell'agricoltura (produzioni abbondanti per via dei nuovi territori disponibili e conseguente calo dei prezzi).
  3. Innovazioni tecnologiche (petrolio, elettricità, acciaio, telefono, motore a scoppio, telegrafo senza fili, dinamite, ricerca chimica, linee ferroviarie transcontinentali).
  4. Capitalismo finanziario (nascita di nuovi grandi istituti di credito per rendere disponibili maggiori capitali). Si creano nuovi co 141b15b ntatti tra società:
    • cartelle: accordi tra imprese che producono le stesse merci per fissare i prezzi;
    • trust: concentrazione di aziende legate ad un identico ciclo di produzione.
  5. Protezionismo invece di liberoscambismo (gli imprenditori nazionali volevano essere tutelati con dazi verso l'esterno).



La Civiltà Industriale



L'industria si diffonde e diventa il settore trainante dell'economia


Il fenomeno più importante della seconda metà dell'Ottocento, denominato "il secolo dell'industrializzazione", fu appunto il diffondersi dell'economia industriale. L'Inghilterra, che alla fine del Settecento aveva dato inizio alla rivoluzione industriale, era l'unico Paese in cui l'industria si era sviluppata sensibilmente, mentre in tutti gli altri Stati europei prevaleva un'economia di tipo agricolo. I primi a seguire l'Inghilterra nell'industrializzazione furono la Francia e il Belgio nei primi decenni dell'Ottocento; poi, attorno alla metà del secolo, emersero anche Germania, Olanda, Svezia e, fuori dall'Europa, Stati Uniti e Giappone. L'Austria, la Russia e l'Italia invece dovettero aspettare gli ultimi decenni dell'Ottocento per veder sorgere le industrie.

L'industrializzazione portò un grande cambiamento nella società e nell'economia dei Paesi che toccò: l'industria divenne il settore trainante dell'economia che, da agricola che era, si trasformò in economia industriale, e venne introdotto un nuovo metodo per stabilire la ricchezza degli Stati, a seconda delle tonnellate d'acciaio prodotte e dell'energia (cavalli vapore) impiegata nelle fabbriche. I Paesi così misurati venivano poi suddivisi in Paesi ricchi (grado di industrializzazione alto) e Paesi poveri (produzione industriale bassa o nulla).



L'industria si trasforma e si sviluppano nuovi settori

Nella seconda metà dell'Ottocento l'industria non solo si diffuse, ma si trasformò; per questo gli storici indicano questo fenomeno come seconda rivoluzione industriale, per distinguerla da quella avvenuta in Inghilterra alla fine del Settecento.

Se l'industria tessile era stata il motore della prima rivoluzione, nella seconda presero questo ruolo due nuovi settori: la siderurgia e la chimica. Questo fu un fatto importante in quanto: l'industria tessile produce beni di consumo, merci cioè che sono destinate ad un consumo rapido e che poi vengono sostituite; l'industria siderurgica e chimica invece producono merci (come l'acciaio, i fertilizzanti, la soda) che non vengono consumate direttamente, ma che vengono trasformate prima di essere immesse sul mercato.

Alcuni prodotti derivati dall'acciaio: macchine industriali, binari, scafi navali e impalcature per grattacieli. Prodotti chimici: coloranti artificiali, materie plastiche (tra cui, importante, la celluloide, che permise la nascita del cinema), fibre artificiali, concimi, dinamite e soda, impiegata in grandi quantità nell'industria chimica, del vetro e nei detersivi.

Petrolio ed energia elettrica favoriscono l'industrializzazione

Alla fine dell'Ottocento si svilupparono anche nuove forme di energia; al carbone si affiancarono, infatti, l'energia elettrica e il petrolio. Quest'ultimo in particolare, che sarebbe poi diventato la più importante forma di energia nel nostro secolo, cominciò ad avere una grande importanza con l'invenzione del motore a scoppio (fine Ottocento). Le invenzioni che invece permisero di utilizzare, trasportare ed accumulare l'energia elettrica furono la turbina, la dinamo e il generatore. Le centrali elettriche erano alimentate col carbone o con l'energia idraulica; in questo modo, anche Paesi poveri di risorse minerarie ma ricchi di acqua come l'Italia, poterono prendere parte alla rivoluzione industriale.

I trasporti e le comunicazioni favoriscono lo sviluppo industriale

Nella seconda metà dell'Ottocento si espanse la rete stradale e vennero resi navigabili numerosi fiumi e canali. Le nuove locomotive, inventate verso il 1850 per sostituire il primo modello a vapore di Stephenson, viaggiavano a 50 chilometri orari, che divennero poi 80 alla fine del secolo. La rete ferroviaria più sviluppata era quella britannica, ma, dopo la metà del secolo, le ferrovie si diffusero rapidamente anche in Germania, in Francia e negli Stati Uniti.

Lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni fu molto importante per l'industria, per due motivi: in primo luogo perché permetteva alle fabbriche di commerciare i loro prodotti in breve tempo e a grandi distanze e analogamente di ricevere le materie prime rapidamente; in secondo luogo perché per costruire le ferrovie erano necessari l'acciaio e la ghisa, che venivano richiesti in grandi quantità alle industrie siderurgiche, le quali incrementavano la produzione e, di conseguenza, i guadagni. A lo sviluppo delle comunicazioni non interessò solamente le ferrovie; dopo il 1870 i battelli a vapore sostituirono le navi a vela, gli scafi in metallo presero il posto di quelli in legno e l'elica subentrò alle ruote a pale. Vennero costruiti dei canali navigabili che ridussero le distanze tra i continenti: il canale di Suez, inaugurato nel 1869, permise di andare dal Mediterraneo al Mar Rosso e all'oceano Indiano senza dover circumnavigare l'Africa, mentre il canale di Panama, aperto nel 1913, collegò l'oceano Atlantico all'oceano Pacifico.

Nella seconda metà dell'Ottocento altre due invenzioni contribuirono a far diventare il mondo sempre più piccolo: il telegrafo (1851) e il telefono (1876), con cui si poteva comunicare da una parte all'altra del globo dapprima con impulsi elettrici, poi con la voce. Tutte le invenzioni sopracitate non rivoluzionarono solo il mondo economico e il mondo degli affari, ma anche la vita quotidiana di ogni persona.

Il mercato e il libero scambio

L'espansione dei trasporti e delle comunicazioni ebbe anche altre conseguenze, ad esempio l'estensione e l'unificazione del mercato, ovvero l'insieme della domanda e dell'offerta delle merci. Il mercato si ampliò enormemente grazie ai nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione, che permisero a ogni città, paese o villaggio di partecipare intensamente al commercio mondiale e contribuirono alla creazione di un mercato globale.

Tra il 1850 e il 1870 la quantità di merci commerciate nel mondo si triplicò, espansione dovuta anche al fatto che in questo periodo prevalsero le idee economiche del liberalismo.

I liberali sostenevano che il commercio mondiale dovesse diventare totalmente libero e che le merci, quando attraversavano le frontiere degli Stati, non dovessero essere soggette a tasse doganali (dazi), così da arricchire le nazioni e migliorare la vita di tutti.

I dazi erano delle tasse che gli Stati applicavano sulle merci straniere per aumentarne il prezzo e favorire quindi i prodotti nazionali. I liberali invece pensavano che la libera concorrenza, conseguenza dell'abolizione dei dazi, avrebbe migliorato il commercio, in quanto ogni produttore avrebbe dovuto immettere sul mercato merci di eguale qualità di quelle della concorrenza, ma a minor prezzo; per far questo avrebbe dovuto sperimentare mezzi di produzione nuovi e tecnologie più avanzate e meno costose, migliorando così la produzione e il commercio mondiale.

Secondo i liberisti, infine, lo Stato non deve intervenire nella vita economica, se non costruendo strutture che possano favorire il commercio. I prezzi dei prodotti devono essere dettati interamente dalla domanda e dall'offerta.

Gli industriali furono favorevoli al liberalismo, in particolare quelli inglesi, tedeschi e dei Paesi economicamente e tecnologicamente più avanzati, perché potevano vendere le loro merci, prodotte con tecnologie più avanzate e meno costose, sui mercati stranieri a minor prezzo di quelle locali, battendone così la concorrenza.

A mano a mano che si sviluppavano anche le altre nazioni europee seguirono l'esempio inglese e abolirono i dazi doganali; per questo motivo il periodo che va dal 1850 al 1870 è detto "l'età d'oro del libero scambio".

1873 - 1896: la "grande depressione" dell'economia mondiale

Da come ne ho parlato fino ad ora, l'economia ottocentesca sembrerebbe quasi perfetta, ma ciò non è vero; nell'Ottocento, infatti, più volte si ebbero crisi economiche.

Per quanto riguarda l'agricoltura, le crisi erano causate da eventi naturali come siccità o, al contrario, piogge troppo abbondanti, neve o grandine. Quando si verificavano questi fenomeni, i raccolti di frumento, granturco, patate, che costituivano la principale alimentazione della maggior parte della popolazione, andavano distrutti e intere regioni rimanevano senza cibo. Una crisi agricola di questo tipo colpì l'Europa nel 1846-47: a causa del cattivo raccolto di grano e di patate, centinaia di migliaia di persone morirono, soprattutto nelle regioni agricole più povere come l'Irlanda; altrettante dovettero emigrare all'estero in cerca di un posto in cui poter sopravvivere.



L'industria fu soggetta fin dall'inizio della rivoluzione industriale, periodicamente, a frequenti crisi economiche. L'alternarsi di periodi di sviluppo ad altri di crisi era ritmico: prima si aveva un lungo periodo di rapido sviluppo, con aumento dei guadagni degli industriali e, seppur in forma minore, degli operai; poi sopraggiungeva una breve ma disastrosa crisi che portava alla chiusura di numerose fabbriche e, di conseguenza, alla disoccupazione e alla miseria.

La più grande crisi economica dell'Ottocento fu quella che durò, in varie fasi, dal 1873 al 1896 e che colpì sia l'economia europea sia quella statunitense. La crisi prese inizio dal settore agricolo: a causa dello sviluppo dei trasporti l'Europa venne invasa dal grano americano, prodotto a minor costo e quindi più economico di quello europeo.

Per battere la concorrenza statunitense allora i produttori europei diminuirono il prezzo del loro grano, diminuendo anche la percentuale del guadagno che andava agli agricoltori. Nello stesso periodo le fabbriche di tutto il mondo (ora anche quelle statunitensi e di altri Paesi neo-sviluppati) immisero sul mercato grandi quantità di merci, molto superiori alla domanda. In questo modo una parte di quelle merci rimase invenduta e gli industriali, come avevano già fatto gli agricoltori, abbassarono i prezzi per far sì che tra le merci vendute ci fossero le loro. Molti stabilimenti, di tutti i settori, fallirono, gettando sul lastrico migliaia di operai. A quel punto lo Stato, che con il liberalismo era stato estromesso dalle faccende economiche, intervenne pesantemente nell'economia (fatta eccezione che in Inghilterra). Vennero attuate politiche protezionistiche, vennero cioè aumentati in maniera esorbitante i dazi doganali per far diventare più care le merci estere e favorire quelle interne. Inoltre gli Stati europei (sempre Inghilterra esclusa) appoggiarono le industrie con commesse e appalti. Le commesse sono degli acquisti che lo Stato opera presso privati di prodotti che gli sono utili (navi, armi...); gli appalti invece sono concessioni che lo Stato dà alle industrie per la costruzione e la gestione di servizi e opere pubbliche (ferrovie, porti...).

Il capitalismo cambia: dalla libera concorrenza ai monopoli

La crisi del 1873 provocò il fallimento di molte industrie. Furono soprattutto le piccole industrie a chiudere, in quanto non disponevano di grandi capitali e quindi non erano in grado di rinnovarsi e di modernizzare i sistemi di produzione. Le industrie maggiori invece diventavano sempre più potenti ed erano avvantaggiate dalla diminuzione della concorrenza. Si verificò un fenomeno di concentrazione industriale (in inglese trust): molte aziende si fusero insieme e crearono grosse compagnie dirette da un'unica direzione. In questo modo si riusciva ad eludere, facendola diminuire, la concorrenza e ad ottenere la supremazia su alcuni settori. Negli ultimi venti anni dell'Ottocento quindi il capitalismo cambiò profondamente: dalla libera concorrenza si passò al monopolio di alcune aziende in dati settori. Più frequente del monopolio è però l'oligopolio (dal greco oligos = poco), in cui il mercato è controllato da poche industrie.

I trust decidevano liberamente i prezzi delle merci che esponevano, senza dover più tenere conto della concorrenza, ma solo regolandosi in base ai costi di produzione e alla convenienza. Quanto più le industrie si sviluppavano e si concentravano, tanto più avevano bisogno di denaro per i loro investimenti. Soprattutto nel settore meccanico e chimico, in cui le innovazioni si susseguivano senza sosta, le imprese necessitavano di capitali per rinnovarsi.

All'inizio della rivoluzione industriale le industrie nascevano coi finanziamenti dei proprietari; poi però, con lo sviluppo dell'industria, furono necessari i finanziamenti delle banche, le uniche che disponevano del denaro necessario per aprire un'industria. Per questo motivo le banche divennero sempre più importanti, fino a diventare comproprietarie delle fabbriche; questa dipendenza si accentuò con la crisi di fine secolo, in quanto l'unico mezzo che avevano le industrie per ottenere dei capitali era chiederli alle banche. In molti casi le industrie e le banche erano di proprietà della stessa famiglia, quella che aveva costruito la fabbrica o fondato la banca. Altre volte invece la proprietà era frazionata tra molti proprietari: si parla allora di società per azioni, una firma di società che cominciò a diffondersi nella seconda metà dell'Ottocento. Nella società per azioni (S.P.A.), ogni proprietario possiede un certo numero di azioni, in proporzione al denaro versato, e l'impresa è diretta da chi ne possiede la maggior parte. I guadagni dell'industria vengono divisi tra gli azionisti, proporzionalmente al numero di azioni che possiedono. Le azioni vengono vendute e comprate nelle borse, che nella seconda metà del secolo divennero i centri della vita economica delle nazioni. Molte banche comprarono le azioni di varie industrie e al tempo stesso le industrie ne compravano alcune delle banche. Industrie e banche, capitale industriale e capitale finanziario, si trovarono dunque ad essere sempre più collegati tra loro, sempre più dipendenti gli uni dagli altri.

La situazione Italiana


Colonialismo


Cambiano le motivazioni: prima si colonizzava per avere materie prime e per far emigrare e lavorare la popolazione in eccesso; ora invece, oltre a questi motivi si aggiungono la creazione di nuovi mercati ove collocare le merci nazionali, la tutela degli investimenti con gli eserciti e l'ideologia di potenza. Prima della nuova fase del colonialismo si intrapresero missioni esplorative in Africa, finanziate dai governi interessati ai territori (Livingstone, Stanley individuarono la sorgenti del Nilo, ecc.).

Ben presto agli scopi scientifici e umanitari si contrapposero quelli politici e militari.

  • Gran Bretagna: si impossessa dell'Egitto, della Somalia e della Nigeria. Tenta, ma non riesce, di occupare il Sudan.
  • Francia: occupa Tunisia (per accordi di Berlino), gran parte del Congo, Madagascar.
  • Germania: conquista il Camerun, il Togo e il sud-ovest dell'Africa.

Nel 1885 Bismark convoca una conferenza sulla situazione africana e in particolare della parte restante del Congo. Il Congo fu dichiarato stato libero, ma la sovranità apparteneva a Leopoldo II del Belgio. Tra il 1894 e il 1895 si ebbe una ripresa del colonialismo di Francia e Inghilterra. Le loro mire espansionistiche finirono però per scontrarsi in Sudan, a Feshoda. Entrambe preferirono non combattere, per non avvantaggiare la Germania; i francesi si ritirarono ma nacque tra le due potenze un rapporto di distensione.

In Asia la situazione fu la seguente:

  • Francia: occupa l'Indocina.
  • Inghilterra: la Birmania, la Persia e il Turkistan, sui quali c'era l'attenzione della Russia.

Rimaneva insoluto il problema della Cina, nazione debole ma ancora autonoma.


Situazione della chiesa


La Chiesa muta i suoi atteggiamenti verso lo stato. Rinnega il comunismo e la lotta di classe ma condanna i capitalisti che accumulano ricchezze ai danni dei poveri operai sfruttandoli (Leone XIII, Rerum Novarum).

I cattolici cominciano a riunirsi e costituiscono associazioni.


Sinistra al potere


Caratteristica della destra fu il senso dello stato, della sinistra l'impegno democratico. La destra aveva svolto ormai i suoi compiti storici con l'unificazione d'Italia e non era in grado di risolvere i nuovi problemi. Nelle elezioni del 1874 la sinistra ebbe più voti; il suo programma era: diminuzione delle imposte, perequazione fondiaria, decentramento. In Italia c'erano due sinistre:



  • meridionale, formata da piccola e media borghesia artigianale e commerciale, proprietari terrieri, ceti professionali che si vedevano svantaggiati dall'unità;
  • settentrionale, formata da media borghesia.

Depretis (1875) propone il programma Stradella che vede tra l'altro:

elettività dei sindaci;

istruzione elementare obbligatoria;

allargamento del suffragio.

Col ministero Depretis sembrava si stesse formando un sistema di governo all'inglese, bipartitico, che alternava i partiti al governo.

Nel 1876 però si sciolse la destra a causa della fragilità della borghesia, dovuta alla mancanza di contrapposizione tra interessi diversi in una società industriale in espansione, ma, soprattutto, mancanza di partecipazione alla vita politica dei cattolici.

Al bipartitismo, quindi, si sostituì il trasformismo, cioè l'aggregarsi al centro di larghissima parte della classe politica. Agli estremi dei trasformisti si delineò una nuova destra (Di Rudinì) e un'estrema sinistra, che aveva tra le sue richieste il suffragio universale, la tutela dei diritti dei lavoratori, la libertà di associazione e la repubblica.

Riforme della sinistra


  • Scuola elementare obbligatoria (rif. Coppino);
  • soppressione tassa sul macinato;
  • abolizione corso forzoso;
  • riforma elettorale: votavano gli uomini con più di 21 anni con il biennio elementare o paganti almeno un'imposta annua di 19.80 lire;
  • prime riforme sul lavoro: infortuni, sciopero, lavoro minorile e orari.

Nel frattempo gli industriali italiani pressavano il governo ad attuare provvedimenti protezionistici al fine di proteggere il già debole mercato interno dalle importazioni straniere. Se da un lato nascevano sempre più nuove industrie siderurgiche e industrie elettriche e cantieri navali (Edison e Navigazione Generale Italiana) dall'altro le strutture di credito restavano arretrate. Lo stato così doveva sostenere lo sviluppo industriale, tassando i cittadini. Le maggiori entrate venivano dall'agricoltura e quindi dal sud, ma finivano al nord. Erano contro il protezionismo:

  • proprietari terrieri che esportavano merci (agrumi, olio, vino);
  • industria tessile e meccanica (che importava materiali meno costosi e migliori).

Ma la crisi agraria dovuta al ribasso dei prezzi a causa dei prodotti importati, rese necessario il protezionismo, iniziando una guerra di dazi con la Francia.


Politica estera della sinistra


I rapporti con la Francia erano incrinati. La politica estera doveva essere estranea alla colonizzazione per il principio di nazionalità risorgimentale. La Francia invase la Tunisia, che subiva da sempre l'influenza italiana, e ciò ruppe definitivamente i rapporti tra le due potenze. L'Italia, ancora giovane non poteva rimanere isolate diplomaticamente, così il governo firmò la Triplice Alleanza con Austria e Germania, che impegnava le potenze a difendersi solo in territorio europeo.

Fattori positivi del patto:

  • rottura isolamento diplomatico italiano;
  • impegno dell'Austria a compensi territoriali in caso di sua espansione balcanica.

Fattori negativi del patto:

  • l'alleanza con l'Austria sembrava sancisse una definitiva rinuncia a Trento, Trieste e all'Istria;
  • si temeva il rafforzarsi di tendenze anti-parlamentari.

Sotto la pressione inglese, nel 1882 l'Italia acquista la baia di Assab e comincia la sua avventura coloniale (in contrapposizione ai principi risorgimentali), ma l'impreparazione dell'Italia, per mancanza di capitale e industrie non portò ai risultati desiderati, anche se i latifondisti meridionali vedevano finalmente risolto il problema delle terre ai contadini. Nel 1887 l'Italia tenta di conquistare l'Eritrea, ma a Dogali furono trucidati 500 soldati italiani.


Crispi: Riforma interna e colonialismo

Punti cardine della riforma di Crispi:

  • nuovo codice penale;
  • abolizione della pena di morte.

Modello da imitare per Crispi è Bismark: egli ai valori risorgimentali aggiunge il conservatorismo e il nazionalismo.

Vara la nuova legge comunale e provinciale, che comprendeva l'elettività del sindaco. Promulga il nuovo codice penale, con l'abolizione della pena di morte, garanzie per i lavoratori (libertà di associazione, pensiero, sciopero).

Inasprisce i rapporti con la Chiesa e il conflitto doganale con la Francia. Per tentare di risolvere i problemi relativi alla povertà nel mezzogiorno, riprende l'attività coloniale e firma il trattato di Uccialli con Menelik, in base al quale era riconosciuto il controllo italiano in Eritrea ed un ambiguo protettorato sull'Etiopia. A causa della crisi economica cade Crispi e sale Giolitti (1892). A sud intanto, prendono corpo i fasci dei lavoratori, che chiedevano un contratto di lavoro e una soluzione riguardante la questione dello zolfo siciliano, invenduto appannaggio di quello americano. Giolitti non interviene, neanche quando la situazione degenera in guerriglia. A contribuire al suo declino interviene lo scandalo della Banca Romana, anche se in realtà anche Crispi ne fu colpevole. Travolto dallo scandalo, Giolitti si dimette. Nasceva intanto la Banca d'Italia. Crispi tornò al governo con fare autoritario: represse nel sangue rivolte in Sicilia, tolse il diritto di voto a 800.000 persone attirando attorno a sé perplessità sul suo operato. L'ambiguità del trattato con Menelik fece scoppiare una guerra che si concluse con la disfatta italiana ad Adua, nel 1896, e con le dimissioni di Crispi.



La crisi di fine secolo


Durante il governo di Di Rudinì destò scalpore l'articolo di Sonnino "Torniamo allo statuto", che diceva di dar meno importanza al parlamento, e che il governo era responsabile solo nei riguardi del sovrano, non del parlamento.

Un altro problema era la necessità dei cattolici a partecipare alla vita politica italiana.

Tra il 1897-1898 scoppiarono a Milano rivolte per il prezzo del pane: Di Rudinì mando il generale Bava Beccaris, che le represse nel sangue e che fu addirittura insignito di medaglia. Fu scandalo e Di Rudinì si dimise.



Salì così al potere Pelloux che abolisce le leggi di Crispi (libertà di stampa, associazione, pensiero). Ma in parlamento le leggi liberticide non passano grazie all'ostruzionismo dell'opposizione, la quale si prende il consenso dell'opinione pubblica. Nelle elezioni del 1900 vista la sconfitta Pelloux si dimette e sale Saracco.

Nel frattempo viene ucciso il re Umberto I dall'anarchico Bresci che voleva vendicare i morti di Milano. Sale al trono Vittorio Emanuele III. A Genova viene sciolta la camera del lavoro, ma Saracco revoca lo scioglimento e si dimette. Il re affida il governo a Zanardelli che prende con sé Giolitti.



Origine delle teorie razziste e "L'affare Dreyfus"

Alcuni elementi avevano dato vita a teorie di razze superiori e inferiori, primo fra tutti la posizione egemonica che l'Europa aveva assunto nella storia degli ultimi secoli. I primi autori che si espressero con queste opinioni furono Arthur de Gobineau ("Sull'ineguaglianza delle razze") e H. S. Chamberlain ("Fondamenti del XIX secolo"). Chamberlain stesso poi identificava la razza germanica come migliore dei suoi tempi, destinata ad espandersi nel corso del Novecento. C'era però anche chi andava contro queste tesi, come Friedrich Meinecke, che scrisse un'opera liberale, "Cosmopolitismo e stato nazionale". Nel frattempo nel mondo la conflittualità tra le potenze europee stava prendendo il potere ed il lungo periodo di pace era destinato ad essere interrotto. Infatti, sia a causa delle rivolte socialiste sedate nel sangue, sia per le guerre coloniali, le teorie razziste non erano altro che una manifestazione del disagio crescente europeo, un disagio che avrebbe portato gravi conseguenze.

Nel 1894 la Francia fu colpita da una grave crisi politica denominata "affare Dreyfus". Alfred Dreyfus era un capitano dell'esercito di origine ebraica che fu accusato di spionaggio senza reali prove a suo carico. Scoperta più tardi la frettolosità con cui era stato trattato l'affare, l'esercito e l'opinione pubblica nazionalista, supportati dal clero francese, si opposero ad una revisione del processo, per non danneggiare le istituzioni. Contro di essi si scagliò il romanziere Emile Zola, con il suo celebre articolo "J'accuse", nel quale condannava tutte le più alte cariche militari di voler trattenere in carcere un innocente e soprattutto di voler attentare ai principi della legalità.



L'età giolittiana


Il primo quindicennio del XIX secolo vide prevalere la figura di Giovanni Giolitti, quasi ininterrottamente al governo dal 1903 al 1914. L'originalità del suo pensiero si capì subito quando, non ancora ministro degli interni, in un discorso al parlamento disse che era sbagliato lodare la frugalità dei contadini, in quanto chi non consuma non produce. Mantenendo bassi i salari, continuava Giolitti, si commetteva un'ingiustizia, un errore economico ed un errore politico:

  • un'ingiustizia perché lo stato non dava a tutti i cittadini le stesse opportunità;
  • un errore economico perché chi non ha soldi da spendere non può certo produrre ricchezze;
  • un errore politico perché si mettevano contro lo stato le classi che ne costituiscono la maggioranza.

Per alzare i salari bisognava dunque non contrastare gli scioperi dei lavoratori: e questa fu, infatti, la sua politica, pur con qualche sanguinosa eccezione. L'altro mezzo con il quale Giolitti tentò di accelerare lo sviluppo economico furono le nuove leggi e riforme, sulle pensioni, sulla tutela del lavoro minorile e femminile. Istituì un commissariato per l'emigrazione, il Consiglio Nazionale del Lavoro; varò inoltre la legge sulla municipalizzazione dei servizi pubblici, onde rendere più agili questi ultimi. Ciò che indubbiamente favorì lo statista fu il suo organizzatissimo sistema burocratico, anche perché, senza di esso, il suo programma riformatore avrebbe sicuramente incontrato resistenze. Ovviamente Giolitti trovò oppositori sia a destra che a sinistra: non passò, infatti, in parlamento il progetto del ministro delle finanze Wollenborg, che prevedeva un aumento delle imposte dirette (che colpivano i ceti dirigenti) e una diminuzione delle imposte indirette (che colpivano invece la popolazione), dimostrando così gli industriali italiani di non essere in grado di assumersi la responsabilità dello sviluppo economico; ma, contemporaneamente, il leader dei socialisti Filippo Turati rifiutò un posto nel governo Giolitti, temendo ripercussioni dal suo partito. La mancanza di alleanze formali fece sì che Giolitti potesse attuare quella politica di favori, clientelismi, di trasformismo insomma più capillare e nocivo di quello di De Pretis. Ancora più spregiudicata fu la sua posizione nelle elezioni del 1904, che furono pilotate tramite una pressione operata sull'elettorato. Alla luce di questi fatti Giolitti fu definito da Gaetano Salvemini "Il ministro della malavita". Dopo un breve periodo di pausa, nel 1906 Giolitti tornò al governo, durante un periodo di prosperità economica che aveva portato la lira a "fare aggio sull'oro", cioè a valere più dello stesso equivalente in oro, e nel quale i tassi di interesse erano scesi dal 5 al 3,5 per cento. Ma già l'anno dopo le carenze di base dell'economia italiana, dovute sia a scarsità di materie prime sia a mancanza di capitali, si resero evidenti. La nuova crisi economica fece aumentare la resistenza alle sue riforme sia a destra che a sinistra. Nacquero la C.G.L (Confederazione Generale del Lavoro) e la confederazione italiana dell'industria. Dopo le nuove elezioni del 1909, che videro il rafforzamento soprattutto dei socialisti, Giolitti capì che non era il momento per tentare altre riforme e il governo andò in mano a Luigi Luzzatti. Il suo piano prevedeva il monopolio delle assicurazioni sulla vita, l'ampliamento dell'istruzione pubblica e soprattutto l'introduzione del suffragio universale maschile, nella speranza di avere l'appoggio dei socialisti.

Tornava intanto ad affacciarsi la questione coloniale e in particolare l'occupazione della Libia. Per fare questo però, bisognava tornare ad avere dei rapporti con la Francia. Ed, infatti, con gli accordi tra Prinetti e Barrère in cambio del riconoscimento degli interessi francesi in Marocco l'Italia aveva campo libero in Libia. Fu questo il giro di valzer cui si riferiva il cancelliere tedesco Bulow, a cui l'Italia era legata dalla triplice alleanza. La guerra di Libia aveva tra i socialisti i maggiori oppositori: essi sostenevano, infatti, che non ne valeva la pena ("Uno scatolone di sabbia" la definì Salvemini) e che non avrebbe dato neanche terra coltivabile ai contadini meridionali. Chi la sosteneva erano invece i settori nazionalisti, capeggiati da Gabriele D'Annunzio. Nel frattempo all'interno del partito socialista prevalse la corrente intransigente e rivoluzionaria, guidata dal giornalista Benito Mussolini e l'ala riformista, espulsa, creò il Partito socialista riformista al quale non aderì Turati. Intanto la guerra in Libia continuava e gli italiani, se pure formalmente avevano dichiarato la loro sovranità, si trovarono costretti a combattere con le agguerrite popolazioni locali. Per giungere ad una conclusione, l'Italia si decisa ad attaccare l'impero Ottomano direttamente: fu occupata Rodi e le isole del Dodecaneso e l'ammiraglio Millo arrivò persino a forzare i Dardanelli. La Turchia fu così costretta a firmare la pace di Losanna, con la quale riconosceva la supremazia italiana in Libia. La guerra fu più lunga e cruenta del previsto, dando ragione ai timori dei socialisti, e per riannodare i rapporti Giolitti fece approvare la legge sul suffragio universale maschile: votavano gli uomini con più di 21 anni (30 se analfabeti). Ma in quelle elezioni la novità fu la partecipazione dei cattolici a sostegno dei liberali, grazie al Patto Gentiloni: esso prevedeva appunto il voto dei cattolici in cambio dell'ostruzionismo su alcune leggi contrarie agli interessi cattolici (divorzio, laicità dell'insegnamento). Dopo le elezioni del 1913, il parlamento si ritrovò troppo frammentato e Giolitti preferì dare le dimissioni; al suo posto salì Antonio Salandra, che si dimostrò subito autoritario e d'indirizzo conservatore, reprimendo violentemente i moti della settimana rossa del giugno 1914.


La Prima Guerra Mondiale


Le cause della prima guerra mondiale non si possono individuare in modo preciso; tuttavia è possibile delineare i principali motivi di dissidio tra le potenze europee. In primo luogo la questione dei confini franco - tedeschi: la Germania nel 1970 si era annessa l'Alsazia e la Lorena, e la cosa non andava giù alla Francia, che voleva riprendersi le provincie. La Germania aveva anche il problema della Russia, che si era alleata con la Francia e che avrebbe potuto aprire un nuovo fronte orientale; contemporaneamente l'impero Turco aveva avuto appoggi dalla Germania e ciò aggravava i suoi rapporti con l'impero zarista; anche l'Austria aveva due potenziali fronti: l'Italia, che rivendicava le terre irredente, e la zona balcanica, in bilico tra espansionismo russo e spirito nazionalista.

La Germania inoltre era la più terribile concorrente economica della Gran Bretagna, anche se ad un grande sviluppo industriale corrispondeva una forte dipendenza alimentare, aggravata dalla mancanza di un vasto impero coloniale e da una flotta insufficiente; questo naturalmente non poteva andare bene alla Germania Guglielmina. Questione coloniale e riarmo navale furono i principali motivi di tensione tra Germania da un lato, Francia e Gran Bretagna dall'altro. Riguardo alla prima, la Germania, dopo aver subito molte sconfitte diplomatiche, riteneva che la forza fosse l'unica soluzione possibile per rompere questo accerchiamento delle altre potenze. Per fare questo però, bisognava rinforzare gli armamenti: la Germania, andando contro il principio inglese del "two - powers standard" (cioè la flotta inglese doveva essere pari alla somma delle prime due potenze a lei successive) varò nuove navi, alle quali l'Inghilterra rispose con il "two keels for one" (due chiglie per una ovvero costruì due navi, con enorme sforzo produttivo, per ognuna varata dalla Germania. Si assistette dunque ad una rivalutazione e ad un acquisto di potere da parte delle gerarchie militari e ad un irrigidirsi del sistema di alleanze europee che avrebbe impedito la soluzione diplomatica agli incidenti che si sarebbero sviluppati dopo.






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