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L'ITALIA FASCISTA - IL DIRIGISMO ECONOMICO, LA POLITICA ESTERA DEL FASCISMO

storia




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L'Italia fascista


Il dirigismo economico


Caduta della produzione e disoccupazione: il ripiegamento verso il mercato interno


In Italia, le conseguenze della crisi economica mondiale si intrecciarono con gli effetti dell'operazione di stabilizzazione della lira, che si tradussero in un rallentamento complessivo della crescita economica. La particolare natura reazionaria del regime fece ricadere il costo della stretta deflazionistica sui salari dei lavoratori dipendenti e in particolare degli operai industriali, determinando un ulteriore indebolimento del mercato interno. A questa situazione di stagnazione si aggiunse il terremoto causato dalla grande crisi del '29, determinando una spirale depressiva.

In Italia dunque tutto lo sforzo del mondo imprenditoriale fu orientato a sostenere i prezzi e i profitti, con il risultato di alimentare la disoccupazione. La disoccupazione e la riduzione degli stipendi ebbero l'effetto di deprimere ulteriormente i consumi e il mercato interno. In questo contesto il regime tentò di superare la crisi piegando l'intero sistema economico all'interno dei confini nazionali e rompendo i legami di dipendenza dell'economia italiana con gli altri paesi capitalistici. L'agricoltura fu prevalentemente finalizzata a soddisfare i consumi interni e dovette pertanto rinunciare alle esportazioni.




Dallo stato regolatore della vita economica allo stato imprenditore e banchiere


La crisi accentuò la dipendenza della grande industria dall'erogazione dei prestiti delle banche. Le grandi dimensioni della crisi industriale, infatti, resero impraticabile la consueta strategia di salvataggio, consistente nella pubblicizzazione delle perdite, ossia l'assunzione dei debiti delle imprese da parte dello stato. Furono così elaborate soluzioni nuove; attraverso una serie di interventi venne smantellata la banca mista, caratterizzata dalla commistione fra funzioni ordinarie e di finanziamento alle imprese attraverso l'erogazione di prestiti a lungo termine. La soluzione elaborata da tecnici di grande capacità come Alberto Beneduce, puntò proprio a scindere tale commistione, separando le funzioni di credito ordinario, che rimasero di competenza delle banche, da quelle di prestiti a lungo termine. Queste vennero attribuite ad appositi enti economici pubblici, assorbiti poi nel 1933 dall'Iri, Istituto per la Ricostruzione Industriale. In questo istituto si trovò concentrato un impero industriale costituito dall'intera industria siderurgica bellica ed estrattiva e cantieristica, la quasi totalità delle società di navigazione marittima e le imprese costruttrici di locomotive e locomotori, l'industria automobilistica, l'industria elettrica, la siderurgia civile e le fibre artificiali. L'Iri durante il 1933 aggiunse la proprietà delle tre principali banche miste (il Credito Italiano, la Banca Commerciale e il Banco di Roma). Attraverso questo istituto, cui si affiancò l'Imi, Istituto Mobiliare Italiano, lo stato si trovò ad assumere una funzione di principale imprenditore italiano e di centro dell'intermediazione finanziaria. Nel crogiuolo della crisi erano nate due istituzioni originali che avrebbero segnato l'organizzazione economica del paese fino ai nostri giorni: l'industria di stato e la banca pubblica.


La scelta autarchica come coronamento della politica economica corporativa


Elemento chiave della strategia dirigista del regime fu l'intensificazione del protezionismo, già avviato da Volpi a partire dal 1926, con l'obiettivo di raggiungere l'autosufficienza economica sostituendo le importazioni con merci di produzione italiana mediante misure di sostegno alla produzione nazionale di fonti energetiche provenienti dall'estero. L'autarchia, termine più patriottico per protezionismo, fu inaugurata ufficialmente nel 1936. La scelta autarchica si inseriva in un contesto internazionale nel quale tutte le nazioni industriali avevano reagito alle grandi crisi attuando provvedimenti rigidamente protezionistici. Ma in Italia essa significò anche il coronamento di tutta la politica economica fascista, fondata sui principi corporativi. Secondo la teoria corporativa la crisi generale poteva essere superata soltanto attraverso un rigido controllo della concorrenza a tutti i livelli: a livello internazionale, impedendo alle merci estere di penetrare nel mercato interno; a livello nazionale, regolando il mercato e organizzando i produttori dei diversi settori. Il corporativismo fascista attribuiva allo stato il compito di comporre gli interessi contrapposti di lavoratori e datori di lavoro. Già nel 1926, con le leggi sindacali elaborate da Alfredo Rocco, ebbe inizio la creazione delle corporazioni, dichiarate organi dello stato. I provvedimenti successivi cercarono di rendere operante l'edificio corporativo: nel 1926 fu istituito il ministero delle corporazioni, nel 1930 il consiglio nazionale delle corporazioni, che divenne un organo costituzionale presieduto da Mussolini. Solo nel 1934, però, vennero costituite le corporazioni, 14 enti pubblici dipendenti dal ministero delle corporazioni, assunto direttamente da Mussolini, che avevano il compito di coordinare la produzione nelle diverse branche dell'economia. Il sistema corporativo mancò molti dei suoi obiettivi, perché non riuscì di fatto a disciplinare il mercato e a cancellare l'autonomia dei soggetti economici. La più importante e duratura realizzazione del regime, la creazione di Iri e Imi, che portò alla concentrazione dei colossi dell'industria italiana nelle mani pubbliche, venne infatti attuata fuori dal controllo degli organismi corporativi. Il dirigismo economico consentì da un lato di mobilitare, in nome degli interessi della nazione, tutte le risorse disponibili finanziandole allo sviluppo industriale; dall'altro di riorganizzare e selezionare il sistema delle imprese, favorendo, attraverso l'espulsione dal mercato delle aziende più deboli, un'ulteriore concentrazione del capitale in mano a pochi grandi industriali e finanziari, il cui potere era in grado di condizionare pesantemente la politica economica del regime.


Imperialismo e rilancio dell'economia nazionale




Fino al 1934 l'economia dette ben pochi segni di ripresa perché il mercato interno non era in grado di sostenere un effettivo rilancio del sistema produttivo. Nel 1935 il regime mise in atto l'unico, autentico, programma di rilancio dell'economia nazionale, quando il ciclo internazionale volgeva verso la ripresa, promuovendo la guerra d'Etiopia. Alla ripresa economica, che si fece sostenuta a partire dal 1935 e che durò per quattro anni, dette un contributo notevole la cosiddetta autarchia. Il regime si proponeva di promuovere la sostituzione delle importazioni con produzione italiana per favorire l'industria nazionale.


LA POLITICA ESTERA DEL FASCISMO


Le ragioni economiche e politiche della scelta imperialista: la conquista dell'Etiopia


Da tempo oggetto delle mire espansionistiche italiane, la conquista dell'Etiopia fu iniziata nell'Ottobre 1935 e portata a termine nel Maggio 1936 dalle truppe guidate dal maresciallo Pietro Badoglio. La guerra fu avviata prendendo a pretesto alcuni incidenti avvenuti alla frontiera dei possedimenti italiani in Somalia e in Eritrea. Il maresciallo di'Italia Rodolfo Graziani, a capo di un imponente spiegamento di mezzi e di uomini, si distinse per la ferocia con cui condusse le operazioni militari; vennero, per esempio, usate su larga scala le armi chimiche nonostante fossero state bandite dagli accordi internazionali dopo la prima guerra mondiale. Con la Somalia italiana e l'Eritrea, l'Etiopia formò l'Aoi (Africa Orientale Italiana), parte integrante dell'impero proclamato il 9 Maggio da Mussolini. La guerra d'Africa, oltre che rispondere a ragioni di politica economica volte ad allargare i confini del mercato nazionale, rispose anche all'obiettivo di riannodare i fili del consenso popolare. La ricerca propagandistica del posto al sole si calava infatti in un contesto di perdurante disoccupazione dovuta al blocco dell'emigrazione transoceanica per la chiusura delle frontiere da parte degli Stati Uniti. Il governo, inoltre, nel 1930 e nel 1934 aveva abbassato i salari degli operai e degli impiegati, mentre la disoccupazione veniva arginata con estrema difficoltà soprattutto nelle grandi città. Questa pesante situazione aveva provocato una serie continua di vertenze e di astensioni dal lavoro, che in qualche caso erano sfociate in manifestazioni di piazza.


La politica di equilibrio e di mediazione internazionale dei primi anni trenta


La scelta imperialista di Mussolini sanciva la conclusione di un lungo ciclo della politica estera fascista. Dopo una prima fase, in cui Mussolini cercò di inserirsi nel giogo diplomatico delle potenze europee, culminato negli accordi di Locarno, la politica estera del regime, incarnata dal ministro Dino Grandi, si orientò in senso revisionista, mirante cioè a rivedere l'equilibrio internazionale scaturito dai trattati di Versailles. Mussolini aveva cercato di assumere un ruolo di primo piano nel processo di costruzione di un nuovo ordine europeo. La diffusione dei fascismi e dei regimi autoritari in Europa, soprattutto a partire dagli anni 30, rappresentò un successo dell'attivismo del duce e del fascismo italiano. La politica estera del regime fu volta in primo luogo a isolare la Jugoslavia, a tentare di arginare l'influenza francese e, contemporaneamente, ad avvicinare la Gran Bretagna agli Stati Uniti. L'irruzione nella scena di una potenza quale la Germania preoccupò Mussolini, che ne temeva le mire espansive sull'Austria. Con il patto a quattro siglato il 7 Luglio 1933, il duce aveva tentato di accreditarsi come ago della bilancia e di farsi mediatore tra la Germania nazista da un lato e la Francia e la Gran Bretagna da un altro affinché si giungesse a una revisione consensuale dei trattati di pace e in particolare della spinosa questione dei crediti di guerra tedeschi. In tal modo Mussolini cercava di ridimensionare il ruolo di grande potenza che la Germania hitleriana stava assumendo. In questa chiave vanno letti anche i trattati bilaterali con l'Austria e l'Ungheria del 1934 e la conferenza di Stresa del 1935 nella quale Francia, Italia e Gran Bretagna espressero il loro dissenso nei confronti del riarmo tedesco che violava apertamente i trattati di pace. Questa linea di equilibrio non venne contraddetta né dalla definitiva conquista della Libia né dalle scelte espansionistiche nell'area balcanica. Sotto l'alto comando del generale Graziani, il corpo di spedizione italiano era riuscito ad avere ragione della resistenza anticoloniale, ricorrendo a metodi di eccezionale durezza che furono poi adottati nelle operazioni militari in Etiopia. Si ricorse senza scrupoli a pratiche di guerra particolarmente feroci che provocarono massacri nella popolazione civile. Parallelamente a questa politica coloniale, il fascismo aveva perseguito l'obiettivo di estendere la propria influenza nei Balcani. Forte al protettorato che di fatto l'Italia aveva stabilito sull'Albania e degli accordi diplomatici che avevano sancito la sovranità italiana su Fiume, estese la propria influenza su tutta l'area.




La rottura degli equilibri internazionali e la costituzione dell'asse Roma-Berlino


Con la guerra d'Africa, dunque, il fascismo scelse una via di aperta rottura dell'equilibrio internazionale: le sanzioni economiche che la società delle nazioni inflisse all'Italia per aver aggredito uno stato membro (l'Etiopia) ebbero però l'effetto di peggiorare le relazioni diplomatiche dell'Italia con le due grandi democrazie europee e nel contempo determinarono un inevitabile avvicinamento alla Germania nazista, caldeggiato del resto dal nuovo ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, dichiaratamente filotedesco. L'asse Roma-Berlino, stabilito con gli accordi diplomatici dell'ottobre del 1936, sanciva l'inizio di una nuova fase fondata sulla costituzione di un blocco degli stati fascisti. L'alleanza poté subito concretizzarsi con il sostegno alle truppe nazionaliste del generale Francisco Franco nella guerra civile spagnola, dove Mussolini inviò uomini e mezzi e si rafforzò l'anno successivo con l'adesione dell'Italia al patto Anticomintern che già univa Germania e Giappone.


LA FASCISTIZZAZIONE DELLA SOCIETA'


La chiesa cattolica e la stabilizzazione del regime: i patti lateranensi


La crisi minacciò di rompere la stabilità che il regime era riuscito faticosamente a costruire dopo il 1926 dilatando la sua area di consenso nella società civile. Uno dei fattori che maggiormente contribuirono al successo del fascismo fu il crescente appoggio della chiesa cattolica, coronato dai patti lateranensi, stipulati tra lo stato italiano e la santa sede. In virtù dei patti, costituiti da tre atti distinti (trattato, convenzione finanziaria, concordato), fu posta formalmente fine alla questione romana apertasi con la conquista e la proclamazione di Roma capitale nel 1970. Il trattato garantiva l'assoluta indipendenza alla santa sede, riconosciuta come soggetto di diritto internazionale: sui territori circostanti la basilica di San Pietro, noti come città del Vaticano, il pontefice esercitava la piena sovranità e a sua volta riconosceva lo stato italiano con capitale Roma, nel quale la religione cattolica era la sola religione di stato. Con la convenzione finanziaria venne pagata un'indennità al risarcimento dei beni espropriati alla presa di Roma. Il concordato imponeva ai vescovi di giurare fedeltà allo stato italiano e contemporaneamente assicurava importanti privilegi alla chiesa cattolica nella società: lo stato italiano riconobbe gli effetti civili del matrimonio religioso e si impegnò a far impartire nelle scuole pubbliche l'insegnamento della dottrina cattolica, resa obbligatoria nelle scuole elementari e medie. Questo risultato rafforzò il consenso dell'opinione pubblica al regime; le elezioni indette subito dopo i patti diedero un risultato largamente favorevole al regime. Le elezioni del 1929 furono dette plebiscitarie per il nuovo sistema elettorale adottato con la riforma dell'anno precedente, che imponeva agli italiani di poter soltanto approvare o respingere, con un si o con un no, la lista predisposta dal gran consiglio del fascismo. L'alleanza fra la chiesa e il regime fu messa a dura prova due anni dopo i patti quando le squadre fasciste colpirono l'azione cattolica e Mussolini ordinò lo scioglimento di tutte le organizzazioni dell'associazionismo cattolico al fine di assicurarsi il monopolio della formazione dei giovani e dell'organizzazione del consenso; ma l'azione cattolica sopravvisse come luogo di formazione spirituale non controllato dal fascismo. Molti tra i cattolici continuarono però a dissentire dal fascismo, unendosi alle file dell'opposizione clandestina e pagando il prezzo dell'esilio.




Politiche sociali e propaganda ideologica


Le tensioni sociali causate dalla crisi costrinsero il regime ad allargare le maglie della legislazione sociale, costituendo una sorta di stato assistenziale autoritario, fatto di mute, casse pensionistiche, organismi di assistenza e di previdenza sociale, cui nel 1935 si aggiunsero l'erogazione degli assegni familiari e una serie di premi in denaro per gli ex combattenti e i capifamiglia con prole numerosa. La politica sociale era parte integrante di quel disegno di mobilitazione delle masse perseguito dal regime e che Mussolini tentò di potenziare con la propaganda imperialistica e la lotta contro il nemico esterno, rappresentato dalla comunità internazionale che aveva criticato duramente la guerra d'Africa. L'intervento del regime nel sistema sociale rientrava nel quadro di consolidamento del controllo totalitario della società civile messo in atto fin dalla fine degli anni venti. Ma lo strumento che più di ogni altro minava alla fascistizzazione era il Pnf, preposto alla politicizzazione passiva della popolazione, alla formazione delle giovani generazioni, alla organizzazione della macchina propagandistica. Si tentò di irreggimentare la gioventù attraverso una serie di organismi di massa: l'operazione nazionale Balilla, la gioventù italiana del littorio, i gruppi universitari fascisti. Con il precipuo compito di organizzare e controllare il tempo libero dei lavoratori dipendenti, nel 1925 venne istituita l'opera nazionale dopolavoro. Parallelamente venne costituita una complessa rete di associazioni femminili, che coinvolgeva sia le donne lavoratrici sia le casalinghe allo scopo di sostenere l'incremento della popolazione e valorizzare in chiave conservatrice l'istituzione della famiglia. Alla scuola venne assegnato il ruolo decisivo di principale canale di diffusione della ideologia e dei valori del regime. Attraverso una serie di riforme, la scuola fu privata di ogni autonomia culturale, per trasformarsi in una cassa di risonanza delle direttive del governo in materia di formazione delle giovani generazioni. Le autorità scolastiche furono rese tutte di nomina governativa, ossia sottoposte al controllo diretto o indiretto del duce. I libri di testo delle scuole elementari vennero sostituiti con il testo unico di stato e i professori sottoposti al giuramento di fedeltà al regime. Al controllo delle istituzioni esistenti il regime affiancò la creazione di importanti istituti di cultura legati al regime, come l'accademia d'Italia e l'istituto nazionale di cultura fascista, presieduto da Gentile, il quale dirigeva anche l'istituto per l'enciclopedia italiana fondata da Giovanni Treccani. Il controllo della società era perseguito anche dalla stampa, dalla radio e dal cinema. Fu attuata in modo graduale ma intransigente e curata direttamente da Mussolini la fascistizzazione della stampa. Sulla produzione cinematografica fu esercitata una stretta censura e solo in un secondo tempo fu favorita la produzione cinematografica nazionale; dal 1925 fu statalizzato l'istituto Luce che deteneva il monopolio dell'informazione cinematografica. L'organizzazione del consenso non andava mai disgiunta dall'esercizio della repressione, attraverso l'azione capillare degli organi di pulizia e soprattutto dell'Ovra, la polizia segreta, istituita dalla dittatura per reprimere ogni manifestazione di dissenso.


La modernizzazione autoritaria della società


Negli anni della crisi si assistette a un processo di profonda trasformazione della società italiana, che ne accentuò i tratti di moderno paese industriale. Nonostante la politica demografica del regime, volta a impedire l'inurbamento e a elevare la natalità, tra gli anni venti e trenta si assistette a consistenti processi di mobilità e di trasferimento della popolazione dalle campagne alle città e a un continuo calo delle nascite. Si stava avviando quel gigantesco processo di spostamento della popolazione dal mezzogiorno agricolo e arretrato al nord industriale sviluppato che sarebbe esploso dopo la seconda guerra mondiale, negli anni cinquanta. Con l'acuirsi della questione meridionale ci furono diversi andamenti della natalità, che al nord tendeva a scendere e al sud tendeva a rimanere alta. Parallelamente si assistette a un progressivo calo della mortalità infantile che rimase comunque assai alta. Sul piano igienico-sanitario proseguì la diminuzione delle grandi malattie infettive, per lo sviluppo delle conoscenze mediche e soprattutto per la diffusione delle strutture di prevenzione e di cura; dalle campagne scomparve definitivamente la pellagra. Nello stesso tempo però le grandi sindromi della povertà, come la tubercolosi e l'alcolismo, si trasferivano dalle città alle campagne. Le campagne si vennero configurando come aree di arretratezza e di povertà rispetto al mondo urbano, più dinamico e ricco di occasioni di promozione sociale.







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