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GALILEO GALILEI

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GALILEO GALILEI

Il filosofo


GALILEI  E BRUNO


Galileo Galilei fu uno scienziato e un filosofo della scienza moderna, quella copernicana. Come Giordano Bruno sosteneva la nuova teoria, a differenza di quest’ultimo riuscì a fornire le prove della sua veridicità grazie all’uso del cannocchiale ideato in Olanda. Tutte le osservazioni eseguite rovesciarono i c 949d32j anoni su cui si basava la teoria tolemaica.



Come sottolineato nel film Galileo di Liliana Cavani, lo scienziato ritiene che Bruno sia stato condannato perché non aveva le prove di quanto sosteneva, perciò si affanna a cercarle: è fiducioso che, una volta presentate, verrà meno il pericolo di una condanna. Con sua amara disillusione Galilei troverà le prove, ma verrà anche lui sottoposto a un processo. Nell’opera teatrale di Bartol Brecht, “Vita di Galileo”, si  può capire perchè, nonostante le prove siano state fornite, Galileo verrà processato. Questa parte è stata tratta dall’opera stessa:

L’opera teatrale di Bertold Brecht, Vita di Galileo, ci aiuta a chiarire perché. Nei brani seguenti lo si può capire.


Dal colloquio informale tra Galilei e il cardinale inquisitore Bellarmino (scena settima):

BELLARMINOPensate un istante: quanta fatica, quanto studio è costato ai Padri della Chiesa […] il dare un po’ di senso a un mondo abominevole come il nostro! Pensate alla cattiveria di quei padroni di terre che fanno fustigare i loro contadini seminudi sui campi […] Ebbene, del senso ultimo di questi fatti, che ci riescono incomprensibili, ma di cui è intessuta la vita, noi abbiamo reso responsabile un Ente supremo, abbiamo detto che con quei fatti si perseguono certe finalità, che tutto si spiega con l’attuazione di un immenso disegno[…] ma adesso venite voi a rinfacciare all’Ente supremo di non aver le idee chiare circa i moti degli astri […] E’ una saggia condotta questa?


ALTRO CARDINALEINQUISITORE Di recente alcuni Padri del Sant’Uffizio si sono, direi, scandalizzati di una cotale immagine dell’universo […] e si preoccupano all’idea che, visti a così smisurata distanza, i preti e gli stessi cardinali ci facciano la figura di tante formiche. Non ci sarebbe da stupirsi se l’Onnipotente finisse col perdere di vista anche il Papa!


Scena X: le dottrine di Galilei si diffondono tra il popolo e dappertutto scrittori satirici e cantastorie commentano le nuove idee.

CANTASTORIE  Lo dice il primo libro della Genesi:/ quando Domineddio fece il creato/ creò prima la terra e dopo il sole/ e al sole comandò:”Girale intorno”/ E da quel giorno tutto ciò che vive/ quaggiù deve girare in girotondo./ Intorno al Papa i cardinali/ e intorno ai cardinali i vescovi/ e intorno ai vescovi gli abati/ e poi vengono i nobili./E intorno a questi gli artigiani/ e intorno agli artigiani i servi/ e intorno ai servi i cani, i polli e i mendicanti.

Il saggio Galileo/ diede un’occhiata al cielo e disse:” nella Genesi non c’è nulla di vero!” […] Che resta se si cambia la Scrittura?/ Ognuno dice e fa quel che gli comoda/ senza aver più paura.[…] Non ci saran più chierici alla messa/ le serve il letto non vorrai più fare/[…] i carpentieri si faranno/ la casa, e non banchi di chiesa/ e i ciabattini se ne andranno / per strada con le scarpe ai piedi[…]


LE OSSERVAZIONI DI GALILEI E IL SISTEMA TOLEMAICO


Una delle prove che smentiscono la teoria tolemaica (controevidenze) è l’osservazione della superficie lunare: secondo l’immaginario antico i corpi celesti erano perfetti, ma il cannocchiale mostrò come la luna fosse solcata da valli e montagne come quelle che presenta la terra.

La scoperta dei satelliti che ruotano intorno a Giove, significa che non tutti i corpi celesti girano intorno alla terra.

La vecchia teoria sosteneva l’immutabilità del cielo, smentita dal fatto che esistono le fasi di Venere. Il sole presentava delle macchie a sottolineare come il cielo non è perfetto come si credeva.



Macchie solari

 





Le lune di Giove

 


GLI ARISTOTELICI: finalismo e auctoritas.


Galilei come tutti gli esponenti della rivoluzione scientifica, contestò il principio di auctoritas, quindi la propensione a risolvere le controversie ricorrendo ad una autorevole fonte del sapere, in particolare ad Aristotele. Criticò il finalismo antropocentrico, la tendenza propria dell’aristotelico a pensare che ogni cosa sia finalizzata al bene dell’uomo. Di seguito sono riportate le parole di Galileo circa il principio di autorità e un esempio di argomentazione alla maniera aristotelica.


Alcune parole di Galileo sul principio d’autorità:

Il Saggiatore

Parmi, oltre a ciò, di scorgere nel Sarsi ferma credenza che nel filosofare sia necessario appoggiarsi all’opinione di qualche celebre autore, sì che la mente nostra, quando non si maritasse col discorso d’un altro, ne dovesse in tutto rimanere sterile ed infeconda […] . Sig. Sarsi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica […].


Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, giornata terza: l’aristotelico Simplicio presenta un’obiezione basata sul finalismo, subito contestato dallo scienziato moderno Salviati:

SIMPLICIO …non deviamo ammettere nessuna cosa essere stata creata invano ed esser oziosa nell’ universo; ora, mentre che noi veggiamo questo bell’ ordine di pianeti, disposti intorno alla Terra in distanze proporzionate al produrre sopra di quella i suoi effetti per benefizio nostro, a che fine interpor di poi tra l’orbe supremo di Saturno e la sfera stellata uno spazio vastissimo senza stella alcuna, superfluo e vano? Per comodo e utile di chi?

SALVIATI Troppo mi par che ci arroghiamo, signor Simplicio, mentre vogliamo che la sola cura di noi […] sia il termine oltre al quale la divina sapienza e potenzaniuna altra cosa faccia o disponga […] il che mi pare con un accomodantissimo e nobilissimo esempio poter dichiarare, preso dall’operazione del lume del Sole, il quale […] nel maturar quel grappolo d’uva, anzi pur quel granello solo, vi si applica che più efficacemente applicar non vi si potrebbe quando il termine di tutti i suoi affari fusse la sola maturazione di quel grano. Ora, se questo grano riceve dal Sole tutto quello che ricever si può[…] d’invidia o di stoltizia sarebbe da incolpar quel grano, quando e’ credesse […] che nel suo pro solamente si impiegasse l’azione de’ raggi solari. Son certo che niente si lascia indietro la divina Provvidenza del […] governo delle cose umane; ma che non possano essere altre cose nell’universo dipendenti dall’infinita sua sapienza, non potrei […] accomodarmi a crederlo, tuttavia, quando pure il fatto stesse in altra maniera, nessuna renitenza sarebbe in me di credere alle ragioni che da più alta intelligenza mi venissero addotte.





UN DIALOGO PER SFUGGIRE ALL’INQUISIZIONE


Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo fu pubblicato nel 1632 dopo aver ottenuto l’imprimatur.

È un’opera divulgativa, in volgare e non in latino, che poi venne inserita nell’indice dei libri proibiti. Sceglie la forma del dialogo per una ragione pratica: utilizzando il dialogo la posizione dell’autore rimaneva celata; infatti, dei tre personaggi dell’opera, Simplicio e Salviati espongono rispettivamente il sistema aristotelico e quello copernicano, mentre il terzo, Sagredo, è un gentiluomo appassionato dei nuovi argomenti della filosofia moderna.

Adottare particolari cautele nella pubblicazione di opere scientifiche e filosofiche è una pratica frequente nel periodo della Controriforma: Spinoza  pubblicherà l’Etica in forma anonima, Descartes, nel trattato Il Mondo, presenterà la teoria copernicana come ipotesi fantasiosa, per poi rinunciare alla pubblicazione dell’opera.


ESPERIMENTI MENTALI


Nel Dialogo Galileo risponde anche alle obiezioni aristoteliche. Questi ultimi usavano l’argomento della torre. Se la terra si muovesse, lanciando un sasso da una torre, questa nel frattempo si sposterebbe ed il sasso dovrebbe cadere più indietro rispetto alla base, cosa che non avviene, quindi la terra è ferma.

per rispondere a questa obiezione Galileo propone un esperimento mentale, ossia gli scienziati immaginavano un esperimento che potesse servire a confermare la teoria, ma questo non veniva poi materialmente eseguito. In questo caso lui immagina di andare all’interno di una nave, al coperto, con mare calmo, per osservare cosa succede quando la nave è ferma e quando inizia a muoversi. Immagina di portare pesci, farfalle, mosche e due vasi, uno con la bocca stretta su cui cadono le gocce d’acqua versate dall’altro. Se fosse vera l’obiezione degli aristotelici, quando la nave si sposta in avanti, le mosche e le farfalle dovrebbero rimanere indietro, le gocce cadrebbero fuori dal vaso e i pesci dovrebbero nuotare da una parte sola. L’esperienza comune ci dice che ciò non accade e Galilei ne spiega la ragione: il moto della nave si trasmette a tutti gli oggetti che sono al suo interno.

Un altro esponente della rivoluzione scientifica, Francis Bacon, introdusse l’idea dell’esperimento cruciale (instantia crucis), che serve a stabilire quale, tra due ipotesi concorrenti, sia quella vera. Per verificare, ad esempio, la causa della caduta dei gravi, l’esperimento mentale che viene immaginato consiste nel prendere due orologi a pendolo, sincronizzarli e collocarli rispettivamente uno sopra una montagna, l’altro in fondo ad una miniera. Secondo la teoria di Aristotele, i corpi sono attratti dal proprio luogo naturale, per cui gli orologi rimarranno sincronizzati. Secondo la teoria moderna dell’attrazione gravitazionale, l’orologio posto in alto diminuisce la sua velocità.


METODO: “SENSATE ESPERIENZE”, “IPOTESI E DEDUZIONE


Nell’ esperimento del gran naviglio si comprende anche perchè Galileo parli di sensate esperienze: osservazioni che non sono casuali, in quanto lo scienziato decide in anticipo cosa osservare e l’esperimento viene eseguito in un ambiente costruito dallo scienziato stesso.

Il metodo di Galileo è ipotetico-deduttivo: parte da osservazioni che devono essere sistematiche, devono far uso della matematica e devono essere guidate da ipotesi iniziali che risultano verificate se da esse si deducono -cioè si prevedono- fatti particolari che poi vengono effettivamente osservati, confermando così l’ipotesi, che diventa una teoria -o legge- scientifica.


CONOSCENZA E SACRE SCRITTURE


Nell’epoca in cui vive Galileo, quella della Controriforma, un altro principio dal quale non ci si poteva allontanare era la certezza che la Bibbia faccia conoscere all’uomo la verità.

Galileo nella Lettera a Benedetto Castelli, del 21 dicembre 1613, ammette che la Bibbia non menta, ma suggerisce che talvolta siano gli interpreti ad errare, poiché si fermano al nudo senso, quello letterale, quando invece si devono cogliere i significati sottesi, come già diceva Agostino. Inoltre si deve evitare di ricorrere alle Sacre Scritture per discussioni di carattere scientifico, poiché queste sono guidate da sensate esperienze e necessarie dimostrazioni. Infine sarebbe prudente evitare di sostenere verità scientifiche ricavate dalla Bibbia, poiché la scienza scopre sempre nuove verità, che andrebbero a smentire la Bibbia, così da farla passare per errata.



A questo proposito Galileo sostiene che lo scopo delle Sacre Scritture è dire come si deve vivere per salvare la propria anima: la Bibbia non descrive come è fatto il cielo, ma come si può andare in cielo, infatti se avesse voluto insegnare l’astronomia avrebbe parlato in modo più esteso, non limitandosi a qualche accenno.

Riguardo ciò particolare rilievo ha un frammento della “Lettera a Benedetto Castelli”, dove si chiarisce il pensiero di Galileo intorno al rapporto fra la scienza e le Sacre Scritture.


Lettera a B. Castelli, 21 dic. 1613

[…] parmi che prudentissimamente fusse […] stabilito[…]non poter mai la SS mentire o errare[…] . Solo avrei aggiunto che[…]  potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de’ suoi interpreti ed espositori, […] quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbero non solo diverse contraddizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a Iddio mani e occhi, e affetti corporali e umani, come d’ira, pentimento, odio[…],

Stante dunque che la SS in molti luoghi è […] bisognosa d’esposizioni diverse dall’apparente significato delle parole, mi par che nelle dispute naturali ella dovrebbe esser riserbata nell’ultimo luogo: perché […]  la natura [è] osservantissima esecutrice degli ordini di Dio […].

Stante questo, ed essendo di più manifesto che due verità non possono mai contrariarsi, è ufizio de’ saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi de’ luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avvessero resi certi e sicuri. Anzi […] crederei che fusse prudentemente fatto se non si permettesse ad alcuno l’impegnar i luoghi della SS […] a dover sostenere per vere alcune conclusioni naturali, nelle quali il senso e le ragioni dimostrative ci potessero manifestare il contrario. E chi vuol por termine a li umani ingegni? Chi vorrà asserire già essersi saputo tutto quello che è al mondo di scibile? E per questo, oltre a gli articoli concernenti alla salute e allo stabilimento della Fede, […] sarebbe ottimo consiglio non ne aggiunger altri senza necessità[…].


La distinzione tra sapere sacro e profano non si riscontra solo in Galileo. Difatti già Guglielmo da Ockham argomenta nel Trecento che la teologia è “sacra” e non razionale, perché Dio non avrebbe rivelato la verità nelle Sacre Scritture se l’uomo potesse cogliere quella stessa verità tramite la ragione (rasoio di Ockham).

Giordano Bruno per difendersi dalla Santa Inquisizione, distingue la filosofia, che cerca le cause naturali e scientifiche, dalla teologia, che cerca le cause prime.

Anche la metafisica dualistica di Descartes,  che individua due principi primi: la res cogitans (mente) e res extensa (materia), assicura l’autonomia della ricerca scientifica, poiché essa studia il mondo materiale e non quello spirituale.


IL SAGGIATORE: la natura espressa tramite la matematica


Il saggiatore viene pubblicato nel 1623 a cura dell’Accademia dei Lincei, ed è dedicato ad Urbano VIII. Nasce come confutazione all’opera di Orazio Grassi che aveva scritto un trattato in latino: Libra.

Galileo sostiene che la natura è un grande libro espresso in lingua matematica, che l’uomo deve saper decodificare. Se non si ha conoscenza della matematica, i tentativi di conoscere il mondo saranno come il vano aggirarsi di chi è chiuso in un labirinto sconosciuto. Qui l’autore contesta ancora il principio di auctoritas, perché attenersi alle teorie di Aristotele impedisce qualsiasi progresso. luci
ed ombre sulla superficie lunare.
(Biblioteca Nazionale di Firenze)









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