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MASS MEDIA E LIBERTÀ D'INFORMAZIONE

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MASS MEDIA E LIBERTÀ D'INFORMAZIONE


Non c'è vera democrazia senza libertà di stampa e d'informazione, ma questa oggi è minacciata dal processo di concentra­zione della proprietà delle testate giorna­listiche e delle reti televisive.

Tipologia D: tema di ordine generale


L'abitudine di vedere circolare 828g61i libera­mente libri, quotidiani, settimanali e di po­ter scegliere tra molti programmi radio-tele­visivi ci rende difficile immaginare l'esi­stenza della censura, che è propria dei regi­mi totalitari, e il controllo sui mezzi di co­municazione di massa. Eppure sappiamo che dei mezzi di comunicazione di massa si fa un uso strumentale di propaganda per dif­fondere le idee e gli orientamenti di chi è al potere.




L'articolo 21 della Costituzione della Repubblica italiana afferma: "Tutti i cittadi­ni hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e censure".

È proprio d'ogni Paese democratico garantire la libertà di stampa e d'informa­zione. Ma questa libertà non può essere in­tesa solo come possibilità teorica di pubbli­care, ad esempio, giornali e periodici: a que­sto riguardo è opportuno che si tenga pre­sente che, per stampare un giornale e diffon­derlo, occorrono, con le idee, anche i mezzi fmanziari.

La libertà di stampa e d'informazione

comporta l'individuazione delle condizioni per l'esercizio di un effettivo pluralismo, cioè presenza di giornali e reti radiotelevisi­ve di diverso orientamento culturale e poli­tico, e correttezza e onestà nell'informare il lettore. Infatti il pluralismo permette il con­fronto delle idee e dei giudizi, perciò è pre­messa e fondamento di maggiore libertà. Ma il pluralismo può essere minacciato dal­la concentrazione dell'informazione nelle mani di pochi proprietari.

I grandi mezzi di comunicazione di massa presentano un alto tasso di ambiguità. Se da un lato rimpiccioliscono il mondo, mettendoci in contatto con uomini e culture lontani da noi, consentendoci di partecipare all'esperienza del mondo e di vivere nella storia e nella contemporaneità, dall' altro ri­schiano di divenire strumenti massificanti e alienanti, un narcotico così suggestionante da lasciarci in balia di chi li gestisce. Se, da un lato, i media permettono un'informazio­ne potenzialmente amplissima, dall'altro tale potenzialità si riduce di fatto ad un nu­mero esiguo di notizie accuratamente sele­zionate e filtrate da gruppi di potere politico ed economico che, attraverso lotte aperte e sotterranee, cercano di controllare stampa, radio, televisioni.

E i media, in mano al potere, oltre che a rafforzarlo, divengono sempre delle terribili macchine di costruzione del consenso, attra­verso il blocco delle informazioni pericolo­se per gli equilibri esistenti, il controllo dei canali informativi, ingigantendo o minimiz­zando e persino inventando le notizie.

A fronte di questi pericoli, s'impone la necessità di una continua battaglia per la li­bertà d'informazione, esercitando, attraver­so adeguati strumenti indicati dalle leggi, un controllo democratico che impedisca la con­centrazione della proprietà delle testate giornalistiche e delle catene televisive e ra­diofoniche, comunque camuffate, e soddisfi l'esigenza di una pluralità di fonti d'infor­mazione.

Ma non basta: occorre attivare altri meccanismi protettivi per difendersi dai pe­ricoli che i media comportano. Si deve cioèreagire, operando non solo là dove la comu­nicazione parte, ma là dove la comunicazio­ne arriva; in altri termini, deve essere il de­stinatario dell'informazione a difendersi, sia attraverso la fruizione critica, sia attraverso la controinformazione (o informazione al­ternativa) per mezzo dei micromedia o mez­zi di comunicazione leggeri: dal manifesto murale al cortometraggio cinematografico, dalla TV via cavo alla stampa alternativa, dalle radio locali alle TV di quartiere.

Per fruire criticamente di un messaggio trasmesso dai mass-media, occorre cono­scere il meccanismo del loro funzionamen­to, la possibilità che essi e chi li gestisce hanno di mistificare la realtà. A volte basta un titolo confezionato con abilità, un agget­tivo piuttosto che un altro, un corsivo, per stravolgere una notizia. Stesse immagini poste in sequenza diversa cambiano di si­gnificato e trasmettono un messaggio diver­so; un'inquadratura dall'alto in basso o dal basso in alto connota diversamente. Occorre quindi essere in grado d'interpretare il codi­ce secondo il quale è stato costruito quel messaggio, e rendersi conto dei valori ideo­logici che tale codice veicola e di quali ri­sposte intende suscitare l'emittente.














IL LAVORO

Il lavoro dà un senso all'esistenza dell'in­dividuo nella società, ma è importante che sia gratificante ed opportunamente tutelato.

Tipologia D: tema di ordine generale


L'inserimento di un individuo nella so­cietà si realizza essenzialmente tramite il la­voro. È il lavoro infatti che consente all'uo­mo di sentirsi parte integrante della societàed è sempre il lavoro che, oltre alla famiglia, dà un senso all'esistenza dell'adulto. Esso rende materialmente possibile il manteni­mento della famiglia e di altre eventuali oc­cupazioni minori, come nel caso d'interessi culturali.

Ma il lavoro è anche ciò che consente all'uomo di distinguersi dall'animale perché quest'ultimo, spinto dal suo bisogno fisico immediato, si limita ad utilizzare ciò che trova in natura, senza trasformarlo.

L'uomo invece, come si sa, è capace di trasformare ciò che la natura gli offre e, inoltre, può produrre anche indipendente­mente dal bisogno fisico immediato.

Ebbene, il lavoro, in una società indu­striale avanzata, ha perso il suo valore di mezzo di sopravvivenza, tanto che pochi sono disposti a vivere per lavorare, ma sem­pre meno sono anche quelli costretti a lavo­rare per vivere, benché questo possa sem­brare cinico ai sempre più numerosi disoc­cupati del nostro tempo.

Bisogna riconoscere che il lavoro non ha più il significato di un tempo, cioè non è più un valore in sé. Ne deriva la ricerca di

quelle che possono essere le sue nuove mo­tivazioni: basti pensare che le stesse aziende si rivolgono sempre più agli psicologi ed ai sociologi per cercare nuovi e più efficaci in­centivi.

La crescente automazione del lavoro ha oggi liberato gran parte dei lavoratori da quei gesti ripetitivi e alienanti che costitui­vano l'essenza del lavoro in fabbrica.

D'altra parte, il diffuso consumismo ha reso veramente di massa il possesso di alcuni prodotti: conseguentemente non è nemmeno la possibilità del possesso di determinati beni, con le loro connotazioni simboliche di prestigio e di omologazione sociale, a costi­tuire un'efficace motivazione al lavoro, dato che quest'ultimo non è in grado né di assicu­rare il possesso dei beni oggi veramente di lusso, che restano riservati a pochi, né di con­cedere in esclusiva il possesso di quelli che si presentano come consumi di massa, facil­mente accessibili a tutti e non costituenti, pertanto, un fattore di distinzione sociale. Quindi né il lavoro in sé, né l'incentivo eco­nomico bastano a motivare oggi la grande maggioranza della popolazione attiva.

È proprio per questo che oggi sentiamo dire che soprattutto la maggior parte dei gio­vani aspira a un lavoro che sia veramente gratificante e piacevole, tanto che, nella mo­derna società industrializzata, la maggior parte dei lavori umili è lasciata agli immi­grati, nonostante che i tassi di disoccupazio­ne siano più elevati che in passato. Proprio questa contraddizione, che si riscontra in tanti Paesi dell'Occidente opulento, deve farci riflettere sul nuovo significato che oggi assume il lavoro. Questo può rappre­sentare un segno distintivo della nostra assi­stenza in quanto cittadini, nel senso che, se ci lascia un margine di creatività e d'indi­pendenza, può procurarci davvero benesse­re psicofisico e soddisfazione.

Ma pensiamo ora all'eventuale non la­voro, che si configura oggi come una condi­zione di smarrimento: il giovane che resta a lungo inoperoso, lontano dagli studi com­piuti e lontano ancora dal lavoro, può cadere facilmente in comportamenti viziosi, diven­tare preda della noia. La vita rischia di rive­larsi insignificante a chi non ha modo di tra­scorreria operosamente. Quindi il tempo del non lavoro può diventare un tempo psicolo­gicamente vuoto, tanto che l'evitare di cor­rere questo rischio rappresenta una delle motivazioni al lavoro stesso. Il lavoro, se gratificante, può riempire l'esistenza, dando all'individuo un'identità, che nasce dalla consapevolezza di sentirsi davvero parte della comunità in cui vive ed alla quale offre il contributo della sua operosità.

È in questo senso che la nostra Costitu­zione, all'art. 4, vede il lavoro come fonda­mentale, non solo quale diritto di libertà del­la persona umana, ma anche quale dovere del cittadino di svolgere, secondo le sue possibilità e sulla base delle sue scelte, un'attività e una funzione che concorrano al progresso materiale o spirituale della socie­tà. È sempre la Costituzione, all'art. 36, a ri­conoscere il diritto del lavoratore ad un'esi­stenza libera e dignitosa, ma è proprio il la­voro che rende l'uomo libero e degno: se esso viene svolto in libertà e con dignità può davvero consentire al lavoratore di realiz­zarsi pienamente.








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