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IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO - Il contesto storico

interdisciplinare




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"IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO"





Indice degli argomenti


Il contesto storico: il risorgimento.

L'aspetto giuridico: la Costituente e la Costituzione dell'Italia repubblicana.

Il contesto letterario: il neorealismo.

Autore del romanzo: Italo Calvino.

Trama del romanzo.







Il contesto storico


Per delineare il contesto storico, che è quello della Resistenza, dobbiamo partire dagli ultimi anni della seconda guerra mondiale. Sappiamo infatti che già a partire dal '42-'43 le potenze dell'Intesa riescono a ribaltare le sorti della guerra conseguendo una serie di significativi successi: gli americani riorganizzatisi dopo l'attacco a sorpresa di Pearl Harbour iniziano un'efficace opposizione all'azione giapponese nel Pacifico, a Belgrado  l'esercito tedesco viene respinto dopo mesi di assedio e anche in Africa le potenze dell'intesa respingono gli italo-tedeschi che devono rinunciare all'Egitto e si ritirano fino a tornare nelle postazioni iniziali in Tunisia.


A questo punto tocca all'Italia: gli alleati avevano infatti stabilito nella conferenza di Casablanca che chiuso il fronte africano avrebbero liberato l'Italia. Gli alleati sbarcano in Sicilia nel il 10 luglio del '43 e la occupano senza difficoltà.


Il regime fascista è già in declino. Le maggiori cause della crisi e poi della fine del fascismo in Italia sono:

la politica economica infelice, in cui ogni successo era fatto a spese della popolazione o di altri gruppi imprenditoriali e inoltre negli ultimi anni le politiche autarchiche fallirono miseramente con la conseguenza che al peggioramento delle condizioni del popolo e di talune classi di imprenditori non corrispose nessun successo economico;

l'alleanza con la Germania, nemico di sempre, che fu il principale ostacolo nel Risorgimento e che tante perdite provocò al nostro Paese nella lotta per l'unità e l'indipendenza;

l'orientamento bellicoso e imperialistico del regime che non coincideva con il sentire pacifista della maggior parte della popolazione;

le leggi razziali di discriminazione di massa nei confronti degli ebrei, che anche se furono precedute da un'ampia campagna di informazione non furono affatto accettate dalla maggior parte della popolazione e dalla Chiesa;

i giovani, che avevano appoggiato il regime guerriero e imperialistico, quando con la guerra mondiale si trovarono a farsi massacrare in nome di quegli ideali di imperialismo e di potenza, cambiarono alla svelta la loro idea.


Il re ha quindi buon gioco nell'allearsi con i partiti democratici e repubblicani per portare l'Italia fuori dalla guerra facendo cadere il regime fascista, è quella che viene chiamata "congiura monarchica". Prendendo a pretesto il Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio '43 in cui Mussolini viene messo in minoranza e viene chiesto al re di riprendere il con 949j99j trollo delle forze armate, questi convoca Mussolini e lo invita a rassegnare le dimissioni. A capo del governo è nominato il maresciallo Badoglio. La caduta di Mussolini viene accolta con esultanza dalla popolazione. Badoglio formalmente continua l'azione di Mussolini, ma in segreto inizia le trattative per l'armistizio che viene reso noto solo l'8 settembre '43. I tedeschi si sentono traditi, discendono in Italia e procedono a rastrellamenti ed esecuzioni sommarie. L'esercito è allo sbando, il re con il governo si è nel frattempo rifugiato a Brindisi protetto dagli alleati. Anche gli alleati ne risentono e vengono fermati sulla linea Gustav (all'altezza di Pescara) dove resteranno fino alla primavera successiva. A nord restano i nazisti che liberano Mussolini e lo mettono a capo della Repubblica di Salò, meglio detta Repubblica Sociale Italiana sotto il sostanziale controllo tedesco. Inizia fin da subito nell'Italia occupata la Resistenza che nasce come incontro spontaneo di antifascisti ed ex militari per poi organizzarsi meglio in formazioni partigiane ispirate ognuna ad un diverso partito dell'area anti-fascista. Tutte le formazioni partigiane e tutti i partiti anti-fascisti confluiscono nel Comitato di Liberazione Nazionale, ostile a Badoglio e al suo governo perché non sufficientemente considerato. La rottura tra CLN e governo si sana con l'arrivo in Italia del leader comunista Palmiro Togliatti che propone un governo di coalizione nazionale contro il nemico tedesco e contro il fascismo. Il governo viene formato sempre sotto la guida di Badoglio, che si dimetterà poco dopo per lasciare il posto a Ivanoe Bonomi, proprio mentre il re lascia il potere nelle mani del figlio Umberto in via provvisoria, nell'attesa della decisione popolare sulla forma dello stato. I cambi al vertice non cambiano però di molto la situazione in Italia: gli scontri tra partigiani e tedeschi sono sempre più violenti, numerosi gli attentati e altrettanto numerose le repressioni e le carneficine. In alcuni casi i partigiani riescono a liberare le città prima dell'arrivo degli alleati che si attardano, fermati nuovamente nell'autunno del '44 all'altezza di Rimini. L'inverno del 44-45 è il più duro per la resistenza, nella primavera successiva però gli alleati riusciranno finalmente a completare la loro azione. L'Italia riconquista quindi la libertà e l'indipendenza perdute, ma deve riorganizzarsi politicamente, scegliendo innanzi tutto quale forma di stato adottare. Su questo tema e su chi debba essere a guidare il Paese indipendentemente dalla forma che esso assumerà si apre quindi un acceso dibattito.


Il 2 giugno 1946 ci sono le elezioni per la costituente e il referendum con cui gli italiani a larga maggioranza scelgono la forma repubblicana. La costituente terminerà i suoi lavori nel '47 e la nuova Costituzione italiana entrerà in vigore dal 1 gennaio '48. La storia che segue è storia dell'Italia repubblicana.




La Costituente e la Costituzione dell'Italia Repubblicana


E' il 2 giugno del 1946 quando gli italiani (per la prima volta, tutti gli italiani, donne comprese) sono chiamati alle urne per il referendum costituzionale (scelta tra monarchia e repubblica) e per le elezioni per la Costituente.


La forma di governo scelta è quella della repubblica parlamentare, anche se ci sono grandi differenze tra nord e sud. Il capo provvisorio dello Stato, in attesa del varo della Costituzione, è Enrico De Nicola. Tutti i poteri vengono presi dal governo, anche quello legislativo, nell'attesa che i lavori della Costituente giungano a compimento.


Per quel che riguarda la costituente, la DC ottenne la maggioranza dei voti con il 35%, seguirono i partiti di massa della sinistra, socialisti prima (20%) e comunisti poi (19%). Non vanno comunque dimenticati altri partiti minori che però ebbero una grande importanza nella redazione della Costituzione, in particolare:

il partito Liberale, che poneva al centro del suo programma la tutela delle libertà civili e in particolare la libertà di iniziativa economica privata;

partito Repubblicano;

partito d'Azione, nato come movimento anti-fascista, di orientamento socialista e garantista.

Erano quindi rappresentate nella Costituente un po' tutte le forze politiche presenti nel nostro Paese, che possiamo riassumere, per comprenderne l'orientamento, in tre grandi aree:



l'area cattolica, rappresentata dalla DC, che voleva uno Stato basato sui principi del cattolicesimo, cioè collaborazione tra classi sociali, tutela della famiglia e della piccola proprietà terriera;

l'area socialista, che invece era contraria alla creazione di uno stato religioso, e voleva invece uno stato laico che tutelasse in modo particolare gli interessi delle classi più deboli, degli operai e dei contadini, realizzando l'equità sociale;

i partiti dell'area liberaldemcratica, anch'essi convinti dell'importanza della laicità dello Stato e della tutela delle libertà personali.


Come è facile comprendere quindi c'erano all'interno della Costituente degli interessi contrapposti tali da rendere impossibile per ogni partito presente il raggiungimento di tutti i suoi scopi. Ci fu cioè quello che poi è stato definito "compromesso costituzionale" cioè tutti i partiti rinunciarono a una parte delle loro pretese e delle loro convinzioni e si trovarono costretti ad approvare una carta costituzionale che non era rispondente in toto alle loro convinzioni politiche e ideologiche. Ciò che consentì questo compromesso costituzionale fu in particolare:

il principio di solidarietà, cioè tutte le forze che partecipavano alla Costituente avevano alla fin fine lo scopo comune di uscire dalla buia esperienza fascista dando vita a uno Stato libero e democratico;

il principio personalista, cioè la volontà di tutte le forze politiche di dare vita a uno stato in cui al centro dell'azione politica vi fossero gli interessi dei cittadini e in cui il valore e la dignità della persona umana fossero al centro di ogni provvedimento.


Frutto di questa collaborazione tra le parti interessate fu, nel dicembre del 1947, l'approvazione della Costituzione, che entrò in vigore il 1 gennaio 1948.


La nuova costituzione dell'Italia repubblicana era così composta da tre sezioni per un totale di 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali. La prima parte dedicata ai principi fondamentali, la seconda ai diritti e doveri dei cittadini, la terza all'ordinamento dello Stato.


I principi fondamentali su cui la nuova carta costituzionale è basata sono:

il personalismo, ovvero la tutela della persona umana come individuo e come membro delle organizzazioni collettive;

la libertà, direttamente dipendente dal principio del personalismo, cioè la persona umana ha il diritto di autodeterminarsi in tutti gli aspetti della sua vita;

il principio di uguaglianza;

il principio democratico;

il pluralismo delle istituzioni e nelle istituzioni;

socialità e solidarietà;

la coesistenza pacifica e la collaborazione internazionale.




Il contesto letterario


In Italia nel secondo dopoguerra si fa vivissimo tra gli intellettuali, soprattutto tra quelli delle giovani generazioni, il bisogno di impegnarsi attivamente a livello politico e sociale. I danni derivati dall'esperienza fascista, l'occupazione tedesca, il moto di resistenza popolare, fanno sì che la partecipazione politica, che spesso si traduce nell'adesione alla sinistra, venga vista quasi come un dovere e la letteratura inizia ad essere vista anche come strumento per diffondere le proprie convizioni sociali e politiche. Il neorealismo nasce da questo sentimento spontaneo dei giovani intellettuali, nasce dalla necessità dell'intellettuale di raccontare la propria esperienza di vita, la propria azione politica, le proprie convinzioni di fronte ai grandi fatti storici del Fascismo, della guerra e della Resistenza.


Non è un movimento coordinato, non è una scuola, ma piuttosto l'insieme di tante individualità che in comune avevano solo il contesto storico e socio-culturale ma che esprimevano ognuna una realtà diversa ma simile a tutte le altre. L'assenza di un caposcuola e di un movimento preciso e organizzato non impedì che si creassero comunque dei temi di base, riscontrabili in misura maggiore o minore in tutte le produzioni neo-realiste: erano i temi del fallimento della vecchia classe dirigente, della nuova importanza del popolo, nonché del bisogno di analizzare l'Italia vera, con la sua arretratezza, con la sua miseria, con le sue contraddizioni e ingiustizie.


Si sente inoltre il bisogno di esprimere la propria gioia perché i giovani intellettuali di allora si sentivano vincitori e come tali autorizzati a raccontare la loro vittoria sui vecchi regnanti indegni e con la loro, anche la vittoria di tutto il popolo italiano, anche delle masse popolari, a cui si sentivano legati e con cui avevano bisogno di comunicare e di farsi capire, ragion per cui tesero a utilizzare un linguaggio semplice, che potesse essere facilmente compreso da tutti, anche facendo largo uso di forme dialettali con il rischio, che talvolta si tradusse in realtà, di provincializzare la letteratura strumentalizzandola talvolta anche per fini politici, senza produrre sostanziali innovazioni stilistiche.


Proprio muovendo dalla considerazione che la classe dirigente precedente ha fallito e che il popolo ha assunto un ruolo importante nella vita del Paese e sta acquisendo una sempre maggiore importanza, alcuni neo-realisti si abbandonano anche a quello che la critica definisce "populismo", ovvero alla tendenza a rappresentare il popolo minuto come un insieme meraviglioso di virtù, come gente senza difetto, mirabile esempio da seguire in tutto e per tutto. Si tratta di un'analisi acritica della realtà, che non interessa tutti i neo-realisti ma solo una parte di essi, ovvero quella parte che si lascia travolgere dai tempi e dall'ideologia dominante compiendo una grossa approssimazione.


Furono molti i neo-realisti che per rifuggire il pericolo del "populismo" finirono per rifarsi alla narrativa realistica degli anni '20 e '30, un insieme di produzioni minori tra i cui autori spicca il nome di Italo Svevo. Furono molti anche quelli che andarono ancora più indietro fino a rifarsi al realismo ottocentesco pre-decandente, pur senza mutuarne la componente scientista.




Nasce in questo periodo proprio tra i neorealisti anche un vivace dibattito culturale sul ruolo dell'intellettuale, sui legami tra gli intellettuali e le parti politiche presenti e passate, sull'influenza del credo politico sull'attività artistica e via dicendo, dibattito culturale questo che viene ospitato in molte celebri riviste del tempo, prima tra tutte "Il Politecnico" di Elio Vittorini.







Italo Calvino


Italo Calvino nasce a Santiago de las Vegas, nell'isola di Cuba, nel 1923 ma poco dopo si trasferisce con la famiglia a San Remo. I genitori, una naturalista e un agronomo, gli danno un'educazione rigorosamente laica e lo avviano agli studi di Agraria che però non termina a causa dell'inizio della guerra e dell'esperienza partigiana oltre che per i suoi interessi politici, culturali e letterari che Calvino soddisfa aderendo al PCI e collaborando con la casa editrice Einaudi che svolge, insieme alla Facoltà di Lettere di Torino, un ruolo importante nella sua formazione.


Laureatosi in Lettere all'Università di Torino, intraprende nel 1947 la sua carriera letteraria aderendo al neorealismo e pubblicando due romanzi: "Il sentiero dei nidi di ragno" e "Ultimo viene il corvo". Con essi, Calvino esprime la sua convinzione che il letterato debba essere participe della vita politica. Dal punto di vista formale, in questa prima fase della sua produzione, Calvino inaugura anche un'altra novità formale importante: la semplificazione del linguaggio. I romanzi di Calvino dovevano prestarsi ad una doppia interpretazione: dovevano poter essere letti dal popolo ingenuo e ignorante che doveva apprezzarne l'intreccio, così come dovevano poter esser letti dall'intellettuale che poteva andare oltre le apparenze, che poteva quindi interpretare la vicenda narrata deducendone i temi che ne costituivano il fondamento.  Come elemento di innovazione, egli crea un nuovo tipo di neo-realismo in cui assume particolare importanza l'aspetto fiabesco, del magico, dell'irreale, particolarmente presente ad esempio in "Il sentiero dei nidi di ragno" in cui l'autore esprime tutta l'importanza della Resistenza nel processo storico rappresentando però questo momento così importante attraverso gli occhi di un bambino, Pin, che vive l'esperienza partigiana come un gioco, con un misto di paura, di curiosità, di fantasia e di magia tipica di quell'età. L'elemento fiabesco è dominante anche nell'altra produzione neo-realista, la raccolta di racconti che ha per titolo "Ultimo viene il corvo" in cui però l'autore manifesta tutta la sua rassegnazione e tutto il suo ripiegamento di fronte ad una realtà che egli interpreta in modo pessimistico. Non c'è più il lieto fine del "Sentiero dei nidi di ragno", qui la narrazione fiabesca porta sempre alla violenza, al dolore, alla morte.


Nel 1952 si apre la seconda fase della produzione calviniana. L'autore infatti decide, dietro consiglio di Vittorini, di abbandonare la narrativa neo-realistica per concentrarsi sulla sua abilità di affabulatore, di narratore del fantastico. Pubblica così "Il Visconte dimezzato", prima opera di una trilogia fantastica, che segna la fine del periodo neo-realistico e l'inizio di quello fantastico. Con questi romanzi, non privi di temi fondanti, Calvino evidenzia la complessità dell'uomo e del suo comportamento ipotizzando ad esempio, nel "Visconte dimezzato", di poter scindere in due il protagonista e poter analizzare il comportamento di due personaggi distinti, il buono e il cattivo che risiedevano in lui, ma evidenzia anche l'impossibilità di vivere una vita tutta razionale, priva delle influenze del contesto in cui si vive, come dimostra il fallimento del protagonista del "Cavaliere inesistente", cavaliere tutto mente e razionalità privo di corpo che finisce per suicidarsi. Con la nuova fase letteraria, inizia anche una nuova fase politica: Calvino abbandona il PCI dopo gli eventi d'Ungheria, dove i comunisti trovatisi in rotta di collisione con gli alleati di centrosinistra nel momento in cui si trattò di decidere se accettare o meno gli siuti statunitensi del piano Marshall, si imposero con la forza e presero il potere.


Nel 1964, dopo essersi sposato con Judith Ester Singer, Calvino si trasferisce a Parigi, mirabile luogo d'incontro tra le maggiori avanguardie e i maggiori esponenti in ambito letterario e scientifico. Calvino, da sempre interessato alla scienza e allo studio dell'umanità, ha così occasione di approfondire le sue conoscenze scientifiche che poi vengono trasposte in letteratura senza con questo abbandonare i temi del pessimismo e della difficoltà nell'interpretare il reale che avevano caratterizzato la sua produzione precedente e senza mai rinunciare al tentativo di dimostrare come la scienza possa costituire uno strumento per la risoluzione dei problemi concreti del vivere dell'uomo.


Nel 1979 infine si apre l'ultima fase della produzione calviniana, quella cosiddetta dei "romanzi combinatori", in cui cioè l'autore prova a leggere la realtà come un insieme di eventi aleatori che variamente combinati portano a determinate conseguenze secondo uno schema deterministico. Calvino pare quindi affermare che c'è un meccanismo profondo che combina in varia maniera gli eventi e i personaggi e che dalla combinazione di questi eventi e personaggi scaturiscono le conseguenze fenomeniche, cioè quello che possiamo materialmente vedere della realtà.


Questa concezione del reale, che si apre con il romanzo "Il castello dei destini incrociati" pare però già esaurirsi poco dopo, quando Calvino sposta la sua attenzione sui problemi della letteratura e della narratologia quasi a manifestare un ripiegamento, una rinuncia ad interpretare la realtà fornendone un modello preciso e definito. L'esempio più importante di questa fase di ripiegamento ci è dato dal romanzo "Se una notte" in cui il protagonista, Palomar, volendo conoscere ogni minimo aspetto del reale attraverso l'analisi scientifica, finisce per fallire a dimostrazione del fatto che esistono aspetti della realtà imperscrutabili, che sfuggono per loro stessa natura all'analisi razionale e scientifica dell'uomo e non possono essere inseriti all'interno di un modello scientifico e quindi non tutta la realtà è comprensibile e non tutti gli eventi che concorrono alla sua determinazione possono essere studiati con la razionalità.




Trama del romanzo


La prima parte del romanzo è dedicata alla vita che un bambino di nome Pin trascorre nella sua città, la Città Vecchia, una delle tante città liguri arroccate sui monti in faccia al mare, durante il periodo della Resistenza, dopo l'armistizio dell'8 settembre e l'invasione tedesca in Italia. E' una vita particolare la sua, in cui i coetanei sono "i grandi", quei grandi che si ritrovano ogni giorno all'osteria e che hanno la vita fatta di fumo, alcool e donne, così diversi da lui che privo dei genitori e con la sorella prostituta, vorrebbe tanto poter avere dei coetanei della sua età che però lo rifiutano. Il tema della resistenza resta solo in sottofondo, non compare subito: in questa prima parte l'autore si concentra sulla vita quotidiana tranquilla e spensierata di questo bambino.




L'evento che cambia il corso delle cose è la richiesta che viene fatta a Pin dai "grandi" dell'osteria che volevano la pistola, una P38 si scoprirà poi, che teneva il marinaio tedesco che ogni sera andava da sua sorella. Pin esegue l'ordine, poi corre a nascondere la pistola "dove i ragni fanno il nido", un posto magico, segreto, che solo lui conosce o crede di conoscere, ma non lascia il cinturone e quando torna alla città i tedeschi lo fermano e lo "battono" per farlo parlare. Pin non dice niente, non dice che sono stati quelli dell'osteria a chiedere la pistola. Portato in prigione, conosce Lupo Rosso, leggendario partigiano giovanissimo molto conosciuto e temuto e ritrova anche Pietromagro, il ciabattino presso la cui bottega Pin era garzone. Pin e Lupo Rosso riescono ad evadere il giorno stesso dell'arrivo di Pin in prigione e scappano per i campi finchè non trovano un luogo riparato dove trascorrere la giornata nascosti nell'attesa che il calare della notte li agevoli nella prosecuzione della fuga.


Fattosi buio, Lupo Rosso esce per controllare che non ci siano guardie intorno promettendo che sarebbe tornato a riprenderlo e che sarebbero andati al distaccamento dei partigiani. In realtà Lupo Rosso non torna, si scoprirà poi che è dovuto correre da solo all'accampamento per avvertire che i tedeschi stavano preparando un'offensiva. Pin, che si era addormentato nell'attesa del ritorno di Lupo Rosso, si risveglia solo e decide di far ritorno alla sua città, al suo posto magico dove "i ragni fanno il nido". Lì trova Cugino, un partigiano molto più grande di lui che lo prende con sé e lo porta al distaccamento.


I due arrivano al distaccamento che ormai si è fatto giorno, appena in tempo per veder tornare i partigiani vittoriosi dallo scontro con i tedeschi ma comunque tristi per non aver avuto un ruolo attivo nel combattimento. Il distaccamento dove si trovava Pin, guidato dal Dritto, era infatti il peggiore che ci fosse e gli venivano riservati sempre ruoli secondari. A questo punto inizia una descrizione particolareggiata degli accadimenti interni al distaccamento con tanto di descrizione dei vari personaggi che vi si trovano, su cui però possiamo soprassedere.


L'altro colpo di scena avviene quando il Dritto, invaghito della moglie del cuoco del distaccamento, durante una tranquilla serata passata intorno al camino del distaccamento per riscaldarsi un po', si distrae più del dovuto e non si rende conto che le fiamme del camino, ormai troppo alte, arrivano a contatto con il frascume che fa da pavimento al piano superiore. In poco tempo l'intero distaccamento è in fiamme e deve essere abbandonato. I partigiani ne trovano un altro, anche se peggiore.


Di lì a pochi giorni arrivano dal comando di brigata il comandante Ferreira e il commissario Kim che vengono a portare la notizia che i tedeschi stanno preparando un'offensiva partendo da valle per rastrellare tutte le montagne. Dopo aver dato le indicazioni necessarie e aver riferito del tradimento di Pelle che era un partigiano del loro distaccamento e che ore si era arruolato nella brigata nera, i due se ne vanno, senza curarsi troppo dell'inconveniente dell'incendio di cui il Dritto si assume tutte le responsabilità.


I due ufficiali, usciti dal distaccamento, camminano nel buio inquietante della notte per raggiungere entro la nottata tutti i distaccamenti e dare le necessarie indicazioni per la battaglia del giorno successivo. Mentre camminano, i due parlano e si apre una lunga parentesi riflessiva che occupa l'intero capitolo IX del romanzo. Le loro riflessioni sono di tipo politico, è questo l'unico punto del romanzo dove l'autore si sofferma sull'aspetto politico dell'azione partigiana. Perché i partigiani combattono, si chiedono i due ufficiali. Kim prova a rispondere e provando a entrare nelle menti dei partigiani dice che le risposte che essi darebbero sarebbero le più diverse: c'è chi vuol difendere le proprie terre e le proprie vacche, c'è chi spera di poter avere un giorno il controllo delle fabbriche dove lavora sul modello sovietico, c'è anche chi combatte per tornare al passato, è il caso dei partigiani del distaccamento del Dritto, che Kim apprezza proprio perché combattono con fervore, con accanimento, pur avendo ben poco da difendere del presente e meno ancora da sperare per il futuro. Nessuno combatte per gli ideali, nessuno combatte per un'indefinita libertà, per la patria, per ogni partigiano la libertà e la patria non sono ideali ma entità precise, ben definite e circoscritte: per il contadino la patria da difendere è il suo orto e le sue vacche, per l'operaio la libertà da raggiungere è l'eliminazione del superiore e il raggiungimento del controllo della fabbrica, per i partigiani del distaccamento del Dritto invece, che cosa sono la libertà e la patria? Cos'hanno da difendere o da sperare? Niente, ma hanno da riconquistare, riconquistare un passato perduto, riconquistare la gioia di vivere e di agire senza essere arrestati o limitati. Anche per loro la libertà è qualcosa di preciso: per il commissario di distaccamento la libertà è poter fare tranquillo il suo lavoro, la patria è la sua casa distrutta dai bombardamenti. Al comandante Ferreira questi discorsi non interessano e non piacciono: non si cura del perché si combatte, non crede nel fervore della lotta, vede l'azione partigiana come qualcosa di meccanico, preciso, in cui si deve agire secondo regole precise per ottenere un solo obiettivo preciso comune a tutti, la libertà dallo straniero, l'unità e l'indipendenza della patria.


Nella notte fervono i preparativi. La mattina seguente, prima che faccia giorno, gli uomini partono. Restano al distaccamento la moglie del cuoco, unica donna presente, insieme al Dritto che non è andato in battaglia facendosi passare per malato e a Pin, troppo piccolo per andare a combattere. Mentre i partigiani combattono sui monti, il Dritto mette in atto il suo piano e trascorre delle tranquille ore in intimità con la donna, trovando a Pin delle occupazioni che lo tengano lontano dal distaccamento il più a lungo possibile.


Il Dritto raggiunge i suoi uomini solo dopo la battaglia, quando essi si sono già trasferiti in un luogo più sicuro, per evitare di essere colti di sorpresa dai rinforzi tedeschi. Con lui c'è anche Pin il quale non manca di riferire del rapporto clandestino tra il Dritto e la moglie di Mancino il cuoco che c'era stato la mattina precedente, mentre gli altri erano in battaglia.


Fatto ciò, Pin scappa e va di corsa al suo luogo magico dove aveva nascosto la pistola rubata al marinaio tedesco. Quella pistola però non c'è più: un partigiano del suo stesso distaccamento, Pelle, che conosceva quella zona bene quanto lui, l'aveva trovata e poi aveva tradito i compagni partigiani arruolandosi nella brigata nera. Pin, disperato, orna alla città vecchia da sua sorella, ma giusto per mangiare qualcosa salvo poi scappare nuovamente. Non voleva stare Pin con quella sorella prostituta, così falsamente interessata a lui e pergiunta affiliata alle SS e stretta collaboratrice di un capitano tedesco. Così Pin esce dalla Città Vecchia e torna di nuovo a quel posto magico dove "i ragni fanno il nido" e lì trova di nuovo Cugino, il partigiano che per primo l'aveva trovato e accolto con sé. Cugino però è cambiato, ora non è più il grande amico di prima, ora anche lui è diventato come tutti gli uomini e vuole andare dalla Nera del Carrugio, ovvero la sorella prostituta di Pin. Pin ci resta malissimo, ma gli indica la via. Pochi minuti dopo, ecco che Cugino è nuovamente di ritorno: è rimasto schifato ed è scappato, dice. I due quindi si rimettono in cammino, probabilmente per far ritorno al distaccamento. Chissà che accoglienza verrà riservata a Pin dopo quello che ha fatto?








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