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QUINTILAINO (I secolo d

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QUINTILAINO (I secolo d.C.)

Peculiarità dell'opera quintilianea è l'attenzione ai problemi didattici e pedagogici. Quintiliano traccia quindi l'intero percorso necessario alla formazione dell'oratore, accompagnato da una serie di indicazioni didattiche legate in modo organico e coerente. D'altronde egli crede fermamente alla determinante importanza dell'insegnamento nella formazione, tanto che ritiene che vi sia possibilità di miglioramento per l'oratoria futura se vi sarà il contributo di docenti validi, moralmente ineccepibili. Per Quintiliano l'oratore deve raggiungere una formazione morale e culturale completa; per conseguire tale scopo è necessario che il maestro segua l'allievo sin dall'infanzia fornendogli non solo competenze tecniche, ma anche un esempio morale che ne permetta un armonico sviluppo interiore. In questo modo Quintiliano riporta nella sua opera (Institutio)  la sua esperienza di docente attento e sensibile, dimostrando di conoscere le 858j93i caratteristiche e le esigenze dell'età infantile e di come i fanciulli vadano trattati per ottenere da loro i migliori risultati nell'apprendimento.

Nel I libro, vengono discusse le doti e le capacità delle nutrici e dei pedagoghi, il modo di insegnare i primi elementi di scrittura e lettura e l'importanza di riconoscere e invogliare le capacità dei singoli discepoli.



Il II, invece, chiarisce la didattica del rètore, consiglia la lettura di autori "optimi", né troppo antichi né troppo moderni, esorta gli scolari ad impostare le loro declamazioni attinenti alla vita reale (e che puntassero comunque alla "sostanza delle cose"), con un linguaggio semplice ed appropriato.

I libri dal III al VII trattano dell' "inventio" e della "dispositio", cioè lo studio degli argomenti da inserire nelle cause e l'arte di distribuirli;

i libri dall'VIII al X, dell' "elocutio", ovvero della scelta dello stile e dell'orazione.

Il X libro insegna i modi di acquisire la "facilitas", cioè la disinvoltura nell'espressione;

l'XI libro parla della "memoria" e dell' "actio", cioè dell'arte di tenere a mente i discorsi e di porgerli.

Il XII (la parte "longe gravissimam", "di gran lunga più impegnativa" dell'opera) presenta, infine, la figura dell'oratore ideale: le sue qualità morali, i princìpi del suo agire, i criteri da osservare.

Quintiliano era profondamente consapevole del valore assunto dall'educazione e dall'istruzione per la vita del Romanus civis. Non c'è parte della sua voluminosa opera, dedicata in gran parte all'eloquenza, che non sottintenda la convinzione del valore assoluto dell'ars docendi. Ha fede nella possibilità di insegnare qualsiasi cosa, poiché per natura tutti gli esseri umani sono dotati di un ingegno sufficiente a capire, memorizzare, interpretare: si esige una cultura più ampia, articolata, raffinata, che presupponga la conoscenza del greco, delle leggi, della letteratura e dell'eloquenza, oltre che una perfetta padronanza del latino e la consapevolezza dei valori della tradizione.

Per Quintiliano l'educazione dell'infans, cioè del bambino sino a 7 anni, dev'essere impartita, in prima istanza, dal padre (non a caso questa prima educazione veniva chiamata praecepta paterna) e riguardava temi pratici, politici, sociali e soprattutto morali.

Quintiliano sottolinea anche l'importante ruolo formativo delle madri. Il coinvolgimento della donna nella prassi educativa non nasce tanto, come presso di noi, dalle esigenze di divisione dei compiti domestico-familiari conseguenti all'emancipazione femminile, quanto dall'assunto che la prole, come bene più prezioso di una famiglia e di ogni essere umano, debba godere delle cure più attente da parte di entrambi i genitori.

Dopo queste premesse, con autentico spirito didattico, Quintiliano apre la trattazione sull'apprendimento della lingua latina da parte dei bambini più piccoli: consiglia pertanto che le nutrici, che affiancavano e spesso sostituivano la matrona nell'allevamento degli infantes, sappiano parlare un latino corretto ("saranno le prime persone che il bambino ascolterà"): se questo non accade, si possono creare danni nell'espressione verbale dei piccolo tali da poter pregiudicare la sua futura eloquenza (e si sa quanto l'eloquenza fosse fondamentale per il Romanus civis). La mente del bambino è infatti estremamente malleabile, nel bene come nel male, ragion per cui certi errori si fissano più tenacemente.

Dopo genitori e nutrici Quintiliano introduce la figura del pedagogo (paedagogus), un servo che di solito si occupava della formazione culturale del bambino fra i quattro e i sette anni, età in cui cominciava poi ad accompagnarlo alla scuola elementare. Anche i pedagoghi devono costituire un "personale altamente qualificato": "essi devono essere o coltissimi o avere consapevolezza della loro mancanza di erudizione. Nulla fa più danno di quegli individui che, per essere andati appena al di là delle conoscenze minime, si sono illusi di sapere davvero" (I 1, 8).

All'epoca di Quintiliano, a sette anni i pueri lasciavano l'educazione domestica per intraprendere quella esterna. Cominciavano cioè a frequentare la scuola (ludus litterarius). Gli allievi iniziavano con la scrittura e la lettura di singole lettere, poi di sillabe e di frasi. Ampio spazio era riservato alla lettura di testi che venivano scelti soprattutto per il loro contenuto formativo. Anche l'esercizio di memorizzazione era considerato fondamentale: gli studenti latini si cimentavano con i testi delle XII Tavole e con repertori di massime e sentenze, e anche con brani di poesia.


Quintiliano consiglia poi che lo studio sia come un gioco (I 1, 20):

"il bambino riceva domande ed elogi e sia sempre contento di essersi impegnato. Se qualche volta appare svogliato, è bene passare ad insegnare a un altro, in modo che provi gelosia: talora entri in competizione, e il più delle volte creda di essere lui il più bravo; lo si attiri anche con premi che si accettano a quell'età".




Alla scuola elementare seguiva l'insegnamento secondario (grammatici schola), basato essenzialmente sullo studio della grammatica, che non va inteso nella nostra accezione ristretta di studio della morfosintassi di una lingua.

Quintiliano difende questa fase degli studi: "non dobbiamo quindi tollerare l'opinione di quanti scherniscono la grammatica come futile e limitata: se prima non è stata lei a gettare con cura le fondamenta del futuro oratore, crollerà qualunque edificio ci si costruisca sopra. Indispensabile ai ragazzi, gradita ai vecchi, dolce compagna della solitudine, la grammatica è forse la sola disciplina che in tutti i tipi di studio risulta più utile che appariscente" (I 4, 5).

SCUOLA PRIVATA O SCUOLA PUBBLICA?

Quintiliano tratta anche del valore della scuola privata, cioè di lezioni tenute in casa da un maestro, spesso di origine greca o orientale, e della scuola pubblica. Probabilmente alla sua epoca, molte famiglie prediligevano l'insegnamento privato per evitare ai ragazzi la frequentazione di "cattive compagnie" (I 2, 4 "ritengono che nelle scuole i costumi si corrompano") e nella convinzione che il rapporto insegnante-allievo sia più proficuo di fronte a un numero nettamente inferiore di discenti. Alla prima perplessità Quintiliano ribatte che se l'indole del giovane è buona, difficilmente potrà essere corrotta, quindi quello che conta è la prima educazione ricevuta in casa.

Passa poi a elencare i vantaggi di un'istruzione condotta in classe. Prima di tutto, poiché questo tipo di educazione è rivolta a formare un oratore e cittadino che dovrà vivere all'interno di una comunità, venendo a contatto con moltissima gente, occorre che fin da piccolo "si abitui a non aver paura degli uomini e a non sbiadire come nell'ombra di quell'esistenza solitaria". Quintiliano insiste proprio sul confronto con gli altri e la convivenza come momento fondamentale della crescita individuale; il confronto e l'interazione con gli altri consente di "tenere sveglia la mente e volgerla ad alti pensieri, perché in recessi di quel genere o perde vigore e prende la muffa, come un oggetto lasciato al buio, oppure, al contrario, si gonfia di vuote illusioni; è infatti inevitabile che chi non si misura con nessuno finisca per presumere troppo di se stesso".


Il secondo argomento del retore latino a sostegno del lavoro della "classe" insiste poi sull'assoluta importanza che rivestono le amicizie nate a scuola per la vita futura. È per noi difficile cogliere appieno il significato di questa affermazione, in quanto per l'uomo latino l'amicitia era davvero un valore

inestimabile: nel sistema dei valori della repubblica, l'amicitia indicava, originariamente, l'alleanza sia tra gentes sia con popoli stranieri; solo con la conquista della Grecia e dell'Oriente, e con la conseguente influenza delle filosofie ellenistiche, come quella epicurea, i latini evolsero il loro concetto di amicizia nella direzione di un legame affettivo, interiore, basato non sull'utilitas, ma sulla confidenza e sulla fiducia.

Ebbene, in quest'ottica, Quintiliano riprende quello che non è solo un topos letterario, ma uno dei valori più sentiti della latinità, per sostenere che al bambino deve essere concesso il rapporto privilegiato che nasce "sui banchi di scuola".

Ma il punto forte della sua argomentazione a favore della scuola pubblica si basa sul concetto di emulazione, che garantisce l'apprendimento anche attraverso l'apprendimento degli altri: "si aggiunga che il bambino, a casa sua, può apprendere solo quanto verrà insegnato a lui, a scuola anche quanto verrà insegnato agli altri. Sentirà ogni giorno molte affermazioni ottenere l'approvazione del maestro e molte altre subirne la correzione; gli gioverà veder biasimata la pigrizia di qualcuno; gli gioverà veder elogiata l'applicazione; la lode stimolerà il suo spirito di emulazione (aemulatio)" (I 2, 21).

L'emulazione, infatti, favorisce i progressi sia di chi è già avanti negli studi, ma anche dei principianti, cioè dei più giovani, che cercano di imitare i compagni più dotati e preparati.







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