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Entrare e uscire dai gruppi: processi d'iniziazione e di socializzazione

storia


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Entrare e uscire dai gruppi: processi d'iniziazione e di socializzazione

I riti di passaggio sono i meccanismi cerimoniali che hanno la funzione di guidare, controllare e regolare i cambiamenti d'ogni tipo degli individui e dei gruppi; essi svolgono un'importante funzione sociale, che è quella di facilitare i cambiamenti di stato senza scosse violente per la società, né bruschi arresti della vita individuale e collettiva.

Secondo Van Gennep, lo schema completo dei riti di passaggio comporta, almeno in linea teorica, una distinzione fra riti preliminari (di separazione), riti liminari (di margine) e riti postliminari (d'unione).

Per quanto sia stato più volte rilevato che nelle società moderne si sono notevolmente sfoltiti i riti di passaggio, essi non sono totalmente spariti e conservano una loro pregnanza per quanto riguarda, ad esempio, i settori sociali in cui agisce il sacro o una matrice ideologica o un'appartenenza ad un settore clandestino e illegale della società.

L'entrata in un nuovo gruppo, l'apprendimento delle attività e il rispetto delle norme che costituiscono la ragion d'essere di quel gruppo, l'uscita dal gruppo, possono costituire argomenti interessanti per lo studioso delle scienze sociali, oltre ad essere una parte forte dell'esperienza sociale di ciascun individuo, che dalla scuola al lavoro, dall'appartenenza religiosa e politica, dall'affiliazione a vari tipi di club, confraternite e associazioni ha appreso pragmaticamente l'onere delle iniziazioni ad un gruppo e di quelle esperienze che Lewin ha chiamato «locomozioni sociali», i passaggi da un gruppo sociale all'altro.



1. Entrare nei gruppi

L'entrata in un gruppo è un'esperienza che costella l'intera esistenza umana.

Entrare in un nuovo gruppo può essere un'esperienza facile o difficile, secondo il gruppo cui si entra, del tipo d'individuo, con le sue particolari modalità d'approccio e il suo insieme d'attese, che compie questa «locomozione sociale», e delle caratteristiche dell'ambiente sociale, che determinano quanto questo passaggio sia obbligatorio o volontario, facile o difficile, evitabile o inevitabile.

1.1 I riti d'iniziazione nelle società tradizionali

Il grande storico delle religioni Mircea Eliade ha rilevato nei suoi studi l'importanza dei riti d'iniziazione, che sono quelli che immettono il neofito in una nuova condizione, nuova a tal punto da modificare radicalmente il suo modo di vivere, la sua identità, la sua visione del mondo. Nei riti d'iniziazione è presente una simbologia ricorrente, notata in culture fra loro lontane e in epoche diverse: il simbolismo rituale della morte e quello della nuova nascita. Poiché l'iniziazione rappresenta un inizio, è necessario eliminare prima di tutto ciò che già esiste, che fa parte dell'individuo «vecchio» e che in questo senso deve morire, per lasciare il posto all'individuo nuovo.

Secondo Eliade, i riti d'iniziazione possono essere raggruppati in tre grandi categorie:

1.    La prima categoria riguarda i riti puberali, in pratica l'insieme dei riti collettivi che assicurano il passaggio dei ragazzi e delle ragazze dal mondo dell'infanzia a quello degli adulti e che li preparano ad assumere le loro responsabilità sociali. Si tratta, come dice Mesclin, di riti d'integrazione sociale che sono presenti in tutte le società tradizionali e che, pur nella loro gran varietà di rituali, rappresentano soprattutto uno sradicamento obbligatorio dal mondo dell'infanzia. I riti puberali sono contrassegnati da una serie di prove psicologiche e fisiche, non di rado tali da incutere dolore, paura, incertezza nel neofito, lasciandogli sovente sul corpo, attraverso tatuaggi e scarificazioni, il segno dell'iniziazione subita.

Secondo Mesclin, nei riti puberali vi è il passaggio da una sessualità infantile, naturale e sfrenata, ad una sessualità ritualizzata e regolata dalle norme del gruppo sociale, come pure le amputazioni (ad esempio, la circoncisione per i maschi e l'escissione del clitoride per le femmine) tendono a porre fine a uno stadio iniziale di androginismo e a rivelare ad ogni adolescente la sua vera identità sessuale. I riti puberali nelle società tradizionali erano obbligatori, poiché avevano lo scopo di completare la socializzazione dell'individuo, inserendolo completamente nella cultura del suo gruppo, del suo clan. Inoltre, essi avvengono in una determinata fase della vita, quella delle trasformazioni fisiche della pubertà, tanto che Victor Turner parla di rituali di life- crisis, vale a dire fissato in un momento cruciale dell'esistenza di ognuno.

2.    Un secondo tipo d'iniziazione è costituito dai riti d'ingresso nelle società segrete, nelle congregazioni religiose e militari.

Questo tipo d'iniziazione si distingue da quello precedente in quanto non è obbligatoria, ma liberamente scelta, e non si pone in un momento particolare della vita come i riti puberali, ma è aperta a tutte le età e si presenta spesso come una «vocazione».

3.    Una terza categoria d'iniziazione comprende tutti i riti che segnano l'ingresso ad un tipo di chiamata mistica particolare, che per Eliade si sostanzia in prevalenza in due figure delle società antiche: lo sciamano e il «medicine man». La funzione di sciamano è in genere affidata dalla comunità ad un particolare individuo (o ad una classe d'individui) che esercita i suoi poteri per richiesta del gruppo e sotto il suo controllo. In realtà, nel pensiero tradizionale ogni individuo può «sciamanizzare», per quanto la funzione di vero e proprio sciamano, in pratica di chi agisce in quanto tale per conto della comunità, è affidata per nomina dal clan di appartenenza, attraverso riti che possono essere molto elaborati o estremamente semplici e che distinguono lo sciamano professionista dal profano. La varietà dei riti d'iniziazione dello sciamano è grande anche in zone geograficamente vicine.

Secondo Eliade, le società moderne hanno in gran parte dimenticato l'importanza collettiva dei riti d'iniziazione, per quanto loro siano in genere ancora rinvenibili nelle religioni monoteiste.

Nel cristianesimo si è passati da un unico atto d'iniziazione, il battesimo, ad un'iniziazione in più fasi (battesimo, confermazione, eucaristia).

1.2 Transizioni sociali e iniziazioni severe

Secondo Werner molti rituali definiscono o riaffermano delle relazioni sociali, come quelli che stabiliscono sistemi geografici e politici, relazioni di status e ordini di dominanza, o come quelle che riflettono il sistema socioeconomico; i rituali e le cerimonie ad esse associate contribuiscono a radicare l'individuo nel suo ambiente fisico e sociale e, soprattutto, dirigono un senso d'identità, sia dell'individuo in quanto singolo e unico, sia dell'individuo in quanto membro di una famiglia, di un gruppo, di un clan, di una cultura. In tal senso, essi costituiscono dei meccanismi cerimoniali che contribuiscono all'interazione logica fra individuo e comunità, interazione che non si svolge senza conflitti, poiché talora è dominante l'identità individuale, talora è dominante quella di gruppo. I rituali da un lato soffocano le manifestazioni dell'individualità, dall'altro attraverso cerimonie e feste ne permettono l'espressione.

L'intreccio fra individuale e collettivo, fra il bisogno dell'individuo di essere riconosciuto dalla comunità d'appartenenza e il bisogno di questa di regolamentare i passaggi di status e i cambiamenti di condizione dell'individuo, è diffuso in tutti quegli eventi della storia individuale che segnano un passaggio: matrimonio, nascita dei figli, divorzio, entrata nel lavoro, pensionamento. Poiché tali eventi sono esperienze soggettive che toccano l'assetto sociale, è compito della società garantire l'adeguatezza di queste trasformazioni con cerimonie collettive elaborate secondo il tipo di cultura e della natura della transizione stessa. Se nella nostra società sono spariti i riti di passaggio collettivi riguardanti la pubertà, continuano quelli che accompagnano il matrimonio e la morte, veri e propri riti di passaggio accompagnati da cerimonie, la cui complessità è funzione non solo del contesto culturale, ma anche delle differenziazioni sociali esistenti in tale contesto.

I riti di passaggio e i processi d'iniziazione del neofito sono talora rappresentati, con principali loro modalità, anche nelle nostre società a sviluppo avanzato, seppure in ambiti che variano da cultura a cultura.

Queste pratiche iniziatiche sono una buon'esemplificazione della sequenzialità dei riti di passaggio concepita da Van Gennep: le pratiche di «rinuncia» costituiscono i riti preliminari o di separazione che marcano l'allontanamento dell'ambiente precedente (chiusura delle relazioni con le persone fuori della comunità), e nello stesso tempo i riti liminari o di margine, eseguiti nella frontiera della nuova appartenenza (cambiare aspetto e costumanze), mentre le pratiche di «comunione» costituiscono i riti postliminari o riti d'unione, in cui si compie l'entrata nel nuovo ambiente (relazione con i membri della comunità, lavoro e proprietà comuni).

I rituali che accompagnano l'inserimento in un gruppo, di qualunque natura essi siano, possono essere spiegati in modi diversi. In primo luogo essi hanno una funzione simbolica per l'individuo e per i gruppi in termini d'identità: per l'individuo perché a causa della nuova appartenenza egli subisce un cambiamento nella propria identità sociale, per il gruppo perché egli rafforza i propri confini attraverso l'accettazione da parte del nuovo membro dei segni distintivi del gruppo. Un'altra funzione dei rituali è quella di suscitare la fedeltà e la lealtà del nuovo membro, di attivarne i processi d'identificazione col gruppo. Da ultimo, i riti possono servire da fasi d'apprendistato per l'individuo, che deve essere socializzato alla vita di quel determinato gruppo.

Entrare in un gruppo già costituito è un passaggio che ciascun individuo sperimenta più volte nella vita. Questa entrata si realizza talora senza particolari difficoltà o addirittura con calde espressioni di benvenuto, talora è caratterizzata da una serie di prove da superare, come se l'individuo dovesse conquistare la sua nuova appartenenza, mostrando d'essere degno e vincendo la diffidenza e la resistenza dei membri «anziani».

Le iniziazioni severe, che alcuni gruppi mettono in atto, hanno queste diverse funzioni psicologiche: l'iniziazione severa potrebbe avere la funzione di suscitare nel nuovo membro un impegno maggiore nei confronti del gruppo, disponendolo ad accettare tutte le successive pratiche di socializzazione per divenirne membro effettivo. Inoltre, l'iniziazione severa può avere la funzione di scoraggiare gli aspiranti poco motivati, che in tal modo rinunciano ad entrare in un gruppo in cui rimarrebbero per poco e in cui la loro breve eventuale permanenza potrebbe causare turbative inutili. Clarck, nel suo studio sui membri del gruppo terroristico dell'ETA, e Haas, nel suo lavoro sui lavoratori dell'industria siderurgica, vedono nelle iniziazioni severe un mezzo per avere informazioni preziose sui nuovi arrivati da parte del gruppo. Infine, l'iniziazione severa può avere la funzione di indebolire, confondere, rendere dipendente dai membri del gruppo il nuovo arrivato, che si troverà in tal modo nella condizione più disponibile per accettarne senza opposizione le regole e gli svolgimenti.

1.3 L'entrata nei gruppi: i contesti scolastici

Non tutte le entrate in un nuovo gruppo sono, d'altra parte, distinte da meccanismi cerimoniali, pur comportando tutte degli apprendimenti di natura sociale, che contribuiscono ad arricchire l'elenco comportamentale degli individui a svilupparne le abilità relazionali.

Una delle esperienze più comuni nella nostra società è quella del passaggio ad ordini di scolarità diversi. B. Zazzo, a seguito delle sue ricerche sull'entrata nella scuola materna, sul passaggio dalla scuola materna a quell'elementare e da quest'ultima alla scuola media, finisce che i passaggi di scolarità costituiscono una prova cruciale per ciascun allievo, in quanto ciascun ordine di scuola prevede una serie di norme, d'ordinamenti strutturali, d'attese che mettono a dura prova le capacità d'adattamento dell'individuo e che impongono costi psicologici, più o meno evidenti a seconda dei casi. Una delle ragioni che rendono rischiosi per l'adattamento i passaggi di scolarità è la rottura nella natura e nello schema delle relazioni sociali in riferimento tanto al gruppo dei pari quanto a quello degli adulti (insegnanti, autorità scolastiche). Entrare in un nuovo ordine di scuola significa cambiare di gruppo, uscire dalle «nicchie ecologiche» costruite nella vecchia scuola, avere a che fare con una popolazione studentesca che, al di fuori della classe, è inevitabilmente più «vecchia, mentre nell'ordine di scuola precedente si era nel gruppo dei più «grandi», nella nuova scuola si è i più «piccoli», i «primini».

È evidente che il cambiamento del gruppo dei compagni, pur essendo inevitabile in ogni passaggio di scolarità, comporta certamente dei costi nell'adattamento complessivo dell'individuo, anche se non va trascurato che tale cambiamento può introdurre elementi di novità e d'incremento nelle risorse individuali, come fa notare Molinari a proposito del passaggio fra la scuola materna e quell'elementare.

Anche entrare nella scuola materna, nell'ambiente scolastico più protettivo e meno legato all'onere delle prestazioni, costituisce una forte esperienza sociale e comporta dei costi e degli adattamenti, che sono stati studiati da autori di varia appartenenza. Entrare in un nuovo ambiente, interagire con numerose nuove persone, prendere parte ad attività comuni e finalizzate, costruire una trama di rapporti in cui si evidenziano le prime differenziazioni di ruolo e di status, costituiscono le prime esperienze di socializzazione secondaria, cioè dell'introduzione in settori sociali diversi da quelli della famiglia. Nei primi tempi d'entrata nella scuola materna, vari autori hanno rilevato un periodo d'osservazione a distanza dei bambini fra loro; B. Zazzo afferma che tale periodo ha durata variabile da bambino a bambino, anche se tal esperienza appare come generalizzata e precede il periodo di gioco parallelo (giocare a fianco a fianco, ma senza vera e propria interazione) e, poi, di gioco interattivo autentico. È come se i bambini studiassero i comportamenti e le reazioni degli altri prima di sperimentare i costi e i benefici dell'interazione diretta.

Anche il gruppo, da parte sua, richiede generalmente un'immissione prudente del nuovo venuto e gli oppone barriere e resistenze, ben documentate negli studi d'etnografia, in cui sono descritte le complesse strategie d'accesso ai giochi già iniziati dal gruppo dei pari messe in atto dal newcomer. Accedere ai giochi già cominciati costituisce di per sé un'abilità sociale, uno dei numerosi apprendimenti che permettono di far parte della cultura dei coetanei, che Corsaro e Eder definiscono come un insieme stabile d'attività, routine, prodotti, valori, interessi e obiettivi comuni che i bambini producono e condividono durante le interazioni con i coetanei. La cultura dei pari svolge una funzione cruciale per la socializzazione di bambini e adolescenti, che si realizza analogamente ai processi di socializzazione avviati dagli adulti, analogamente e anche conflittualmente, se si considera che la cultura dei coetanei ha, fra gli altri, lo scopo «di provocare e mettere in discussione l'autorità degli adulti e di mantenere il controllo sul fluire della propria vita quotidiana».

L'utilizzazione da parte del nuovo arrivato di comportamenti d'osservazione e d'attesa, definiti da Brown come periodo probatorio, è funzionale all'entrata nel gruppo in due modi. Infatti, tale periodo da un lato permette all'individuo di compiere alcuni elementari apprendimenti sociali per essere accettato dal gruppo (capire le regole del gioco, la gerarchia degli individui, le norme sottostanti), dall'altro costituisce una tattica d'immissione nel gruppo, che si mostrerà più accettante e disponibile nei confronti di un nuovo membro cauto e attendista rispetto ad un altro dominante e assertivo.

Anche la conquista di una funzione di leadership in un nuovo gruppo d'appartenenza mostra l'importanza delle strategie d'accesso. L'età costituisce un elemento connesso al «prestigio» personale nella cultura dei bambini.

Il processo d'assimilazione al gruppo sembra, inoltre, influenzato dal sesso e dall'età dei newcomers: le femmine e i più giovani d'età sono integrati più rapidamente dei maschi e di coloro che hanno età più elevata, forse perché essi sembrano meno minacciosi rispetto alla gerarchia già costituita del gruppo.

Anche altre ricerche mostrano che i nuovi arrivati più giovani sono più rapidamente assimilati rispetto a chi ha età più avanzata, forse perché essi sono più adattabili e disponibili alle richieste del gruppo, che dal canto suo è meno intollerante nei loro confronti. Per quanto riguarda, invece, il sesso dei newcomers, i dati di ricerca sono più incerti e mostrano talora una più facile integrazione al gruppo delle femmine e talora più dei maschi. Ciò potrebbe spiegarsi col fatto che forse le femmine sono più inclini a adattarsi al gruppo, mentre i maschi richiedono al gruppo una maggiore disponibilità a modificarsi in conformità con le loro esigenze, quindi nei gruppi in cui si richiede un rapido adattamento dei newcomers sono più facilmente integrate le femmine, mentre nei gruppi più flessibili alle richieste dei nuovi arrivati, sono integrati più facilmente i maschi. D'altra parte, Corsaro ha osservato che la socializzazione in un gruppo è più difficile se i newcomers fanno parte di quella che è la minoranza sessuale all'interno del gruppo.



1.4 L'entrata nei gruppi e le strategie del nuovo arrivato

Secondo Moreland e Levine, l'appartenenza ad un gruppo (group membership), che può essere descritta come una serie di fasi separate fra loro da transizioni di ruolo, inizia con la fase d'esplorazione (investigation), quando l'individuo è solo un membro aspirante del gruppo. Durante questa fase, da un lato il gruppo cerca delle persone che sembrano adatte ad offrire contributi al raggiungimento degli obiettivi di gruppo (reclutamento di gruppo), dall'altro l'individuo cerca gruppi che sembrino adatti a contribuire alla soddisfazione dei suoi bisogni personali (ricognizione individuale). Se i livelli d'impegno dell'individuo e del gruppo soddisfano i rispettivi criteri decisionali, avviene la transizione di ruolo dell'entrata nel gruppo.

La fase iniziale della socializzazione di gruppo costituisce un evento critico per la buona riuscita a lungo termine del gruppo e degli individui: i gruppi che non s'impegnano in un efficace reclutamento dei loro membri hanno difficoltà a raggiungere i loro scopi, e gli individui che non s'impegnano in un'effettiva verifica di nuovi gruppi hanno difficoltà a soddisfare i loro bisogni.

Per quanto riguarda la ricognizione individuale (individual reconnaissance) sono necessarie, secondo Levine e Moreland tre cose: a) la persona deve identificare i gruppi potenzialmente desiderabili per sé, ed in rapporto a ciò decidere a quali tipi di gruppo vorrebbe entrare, accertandosi della loro reperibilità nell'ambiente circostante; b) la persona deve valutare il grado in cui l'appartenenza ad un gruppo potrà soddisfare i suoi bisogni, il che implica necessità di avere informazioni sulle possibili ricompense legate all'appartenenza a quel gruppo; c) supponendo che l'impegno per un particolare gruppo superi i criteri d'entrata dell'individuo, cioè sia superiore a quanto l'individuo sia disposto a «spendere», quest'ultimo dovrà prendere provvedimenti per entrarvi. Spesso succede che l'individuo debba «convincere» il gruppo ad accettarlo come membro.

Le illusioni self- serving includono autovalutazioni eccessivamente positive, un esagerato senso di controllo generale e un irrealistico ottimismo per il futuro. Per quanto riguarda quest'ultimo, vi sono evidenze sperimentali per cui le persone in media credono di avere più probabilità degli altri di sperimentare eventi positivi e meno probabilità degli altri di sperimentare eventi negativi, specialmente in ambiti come la salute, la carriera e il matrimonio; è possibile che tali illusioni riguardino non solo la vita individuale ma anche le aspettative riguardo l'appartenenza ai gruppi.

Un'illusione serlf- serving è basata, come commentano gli autori, sul fatto che è più facile per gli individui immaginare come essi faranno fronte in prima persona ai costi e ai benefici dell'appartenenza ad un gruppo che immaginare la stessa cosa per gli altri.

D'altra parte, nella fase d'esplorazione che prepara all'entrata in un gruppo, non esiste solo la prospettiva degli individui che aspirano ad appartenervi, ma anche il processo di reclutamento del gruppo nei confronti di possibili membri. In tale senso può costituire un importante elemento decisivo lo staffing level, che è definito da Levine e Moreland come la differenza fra quanti membri appartengono attualmente al gruppo e quali membri sarebbero necessari per una prestazione ottimale.

Da questi dati emerge che la rigidità e la permeabilità dei confini di gruppo, che rendono in parte difficile le entrate ai nuovi membri, sono anche legate a questi problemi strutturali, quale il numero reale dei partecipanti e il numero che sarebbe necessario per una prestazione ottima.

Nel processo d'entrata in un nuovo gruppo, è rilevante anche lo status sociale del newcomer: più elevato è lo status sociale «esterno» (cioè antecedente all'immissione nel gruppo) più è facile la sua socializzazione.

Una volta superato l'ostacolo dell'accettazione nel gruppo, il principiante si trova a dover affrontare un periodo di apprendistato e di osservazione da parte dei membri «anziani». Si tratta di un periodo delicato, in cui il nuovo membro si comporta tendenzialmente con circospezione, adottando tattiche che abbiamo già definito come attendiste, di osservazione. Moreland e Levine, passando in rassegna le ricerche incentrate sui newcomers, indicano quattro tattiche che li dispongono a una più facile entrata nel gruppo:

        i.        Condurre un efficace processo di ricognizione durante la fase d'esplorazione, il che significa cercare di comprendere in modo meticoloso e completo se «quel» gruppo è veramente adeguato al soddisfacimento dei propri bisogni senza accontentarsi d'informazioni incerte ed ottenute in modo impreciso;

      ii.        Giocare il ruolo di «nuovo» membro; Moreland e Levine sostengono che quello dei newcomers costituisce un ruolo specifico nella storia di tutti i gruppi naturali e le attese rispetto a tale ruolo sono piuttosto comuni. Ci si attende, infatti, che il newcomer sia ansioso e discreto, dipendente dagli old- timers e inquadrato rispetto alle norme di gruppo, cercando di adottare la prospettiva di gruppo ogni volta che sia necessaria. I newcomers che si presentano come pari hanno più probabilità di essere accettati dagli anziani e di ricevere da questi ultimi delle informazioni utili per un'effettiva integrazione. Questo comportamento, che soddisfa le attese degli «anziani» e che crea un clima di benevolenza nei confronti del nuovo venuto, costituisce una tattica d'inserimento nel gruppo talora utilizzata sperimentalmente e consapevolmente dal nuovo arrivato, talora in modo totalmente spontaneo e inconsapevole;

   iii.        Cercare referenti di fiducia, «tutori», nel gruppo, in pratica old- timers che aiutano il nuovo arrivato a divenire membro del gruppo a pieno titolo, infatti, il tutore può fungere da intermediario fra il newcomer e il gruppo, esortando l'uno e l'altro a non essere troppo rigidi nelle attese reciproche;

    iv.        Collaborare con gli altri newcomers, tattica che diviene possibile solo se il gruppo comprende più di un nuovo arrivato. La collaborazione fra più newcomers produce una socializzazione più facile, sia perché essi si aiutano reciprocamente per assimilarsi al gruppo, sia perché, nel caso in cui siano insoddisfatti, lavorano insieme per richiedere al gruppo l'accomodamento necessario per accoglierli.

Anche per i gruppi che nascono è prevista una fase di cautela e incertezza da parte dei membri. Nella teoria sugli stadi di sviluppo dei piccoli gruppi proposta da Tuckman, il primo stadio di forming è caratterizzato dal punto di vista socioemozionale dalla dipendenza e dal punto di vista delle attività centrate sul compito da una fase d'orientamento. I partecipanti sono incerti ed ansiosi, si studiano a vicenda, cercando un leader possibile per il gruppo, s'interrogano sulla natura del compito da svolgere, si comportano in modo attento e cauto.

Da quanto detto fino ora, si potrebbe pensare che i nuovi arrivati in un gruppo presentino solo comportamenti di ritiro ansioso e di conformismo rispettoso. In realtà anche durante la fase d'esplorazione, i membri aspiranti possono produrre innovazioni, prima ancora di appartenere al gruppo. Tali innovazioni possono essere non intenzionali, come nel caso in cui i membri aspiranti pongono domande rispetto al gruppo che attivano nei membri esistenti riflessioni sulla struttura e sulla dinamica del gruppo tali da produrre cambiamenti. In altri casi, come osservano Levine e Moreland, le innovazioni possono essere intenzionali, come nel caso dell'accomodamento anticipatorio in cui i membri aspiranti domandano cambiamenti da parte del gruppo quali incentivi per appartenervi. Tali cambiamenti potrebbero comprendere delle alterazioni nella vita del gruppo e/o delle promesse che tali trasformazioni si realizzeranno quando l'individuo diverrà membro a tutti gli effetti. L'accomodamento anticipatorio può avere conseguenze nella vita del gruppo, per esempio esso può avere l'effetto di indebolire il potere del gruppo nel trattenere i nuovi membri nel caso in cui le promesse di trasformazioni non sono mantenute, oppure quello di contrariare gli old- timers con eccesso di ricompense ai newcomers.

In effetti, considerando che i processi d'influenza sociale sono sempre reciproci, l'entrata di un nuovo membro o di più membri comporta dei cambiamenti per il gruppo che li riceve, sia in termini di struttura e dinamica, sia in termini di nuovi apporti di idee e opinioni che possono contribuire a cambiare quegli insiemi di pensieri condivisi che costituiscono la cultura di quel determinato gruppo. Se i nuovi membri non potessero essere in grado di portare eccitazioni nuove ai gruppi cui entrano, sarebbe piuttosto difficile spiegare perché esistono il cambiamento e l'innovazione sociali.

2. Processi di socializzazione di gruppo

Una volta entrati in un gruppo, è necessario imparare a rimanervi.

Entrare in un gruppo prevede negli ambienti lavorativi la diffusione di specifiche conoscenze necessarie per svolgere quel determinato compito, ma di là di questi meccanismi formali esistono dei meccanismi informali, denominati in modo totale con il termine di socializzazione, che trasmettono comportamenti, abilità e conoscenze più generali ma indispensabili per far parte a pieno titolo di quel gruppo.

Secondo l'ampia definizione di Brim, la socializzazione è un processo attraverso il quale gli individui acquisiscono le conoscenze, le abilità e le disposizioni che li rendono in grado di partecipare come membri più o meno effettivi dei gruppi e delle società.

Tale processo è interattivo, in quanto l'individuo da socializzare è un soggetto attivo che può a sua volta influenzare l'ambiente e il gruppo che lo accoglie. Come afferma Depolo: «ciò che avviene in realtà nei processi di socializzazione è una negoziazione, e il soggetto interessato svolge un ruolo attivo, al pari di quello degli agenti socializzatori». Anche il nuovo arrivato in un gruppo, per quanto egli è in genere minoritario e in condizioni di dipendenza rispetto ai «veterani», può portare elementi di novità, di cambiamento e anche di «disturbo» per il gruppo che lo riceve.

Quando un individuo entra in un gruppo deve immergersi nella «cultura» particolare di quel gruppo, che include modi condivisi e costumi comuni, che per Levine e Moreland sono l'espressione comportamentale di una cultura e contengono routine (procedure quotidiane usate dai membri del gruppo), resoconti (storie di questioni concernenti i membri del gruppo), gergo (parole e gesti comprensibili solo dai membri del gruppo), rituali (cerimonie che segnano importanti eventi di gruppo) e simboli (oggetti che hanno un significato speciale per i membri del gruppo).

Essere o non essere parte del gruppo è segnato da questi costumi, da questa cultura condivisa. Non accettare di entrare nella cultura del gruppo comporta per l'individuo una marginalità che lo conduce pressoché inevitabilmente all'esclusione da lui o per uscita volontaria o per espulsione da parte del gruppo.

Questi aspetti della socializzazione secondaria valgono anche per i gruppi non formali, vale a dire per quei tipi di gruppo che si formano spontaneamente, senza uno scopo istituzionalmente determinato e di cui i gruppi informali d'adolescenti costituiscono l'esempio più paradigmatico.

L'appartenenza ad un gruppo comporta non solo gli apprendimenti d'attività, linguaggi, conoscenze specifiche, ma anche una ridefinizione della propria identità, che può essere più o meno ampia a seconda della salienza psicologica che il gruppo riveste per l'individuo che vi entra.

Moreland e Levine hanno sviluppato una teoria che considera sia l'individuo sia il gruppo come agenti attivi d'influenza reciproca e che presuppone che la loro relazione cambi in modo sistematico nel corso del tempo. La teoria si basa su tre processi psicologici, ognuno dei quali può essere considerato dalla prospettiva sia del gruppo sia dell'individuo. Questi tre processi sono la valutazione, l'impegno e la transizione di ruolo.

La valutazione contiene gli sforzi compiuti dal gruppo e dall'individuo per misurare e massimizzare la remuneratività (rewardingness) l'uno dell'altro. Ogni gruppo ha degli scopi da raggiungere e, per questo, valuta gli individui nei termini di quanto potranno contribuire a questo raggiungimento di scopi. Nello stesso tempo ogni individuo ha dei bisogni personali da soddisfare e valuta il gruppo nei termini di quanto esso potrà contribuire al soddisfacimento dei suoi bisogni. Benché le valutazioni siano di solito centrate sulla relazione presenti fra gruppo e individuo, esse possono essere anche estese al passato e al futuro; inoltre entrambe le parti possono valutare la remuneratività passata, presente e futura delle loro possibili relazioni alternative (con altri gruppi).

L'impegno dipende dal risultato del processo di valutazione: come aumenta la percezione di remuneratività delle loro passate, presenti e future relazioni, più il gruppo e l'individuo si sentiranno impegnati reciprocamente; al contrario, coma aumenta la percezione di remuneratività delle loro passate, presenti e future relazioni alternative, meno il gruppo e l'individuo si sentiranno impegnati l'uno con l'altro. L'impegno ha importanti sviluppi sul comportamento del gruppo e dell'individuo, in quanto produce in entrambi un'accettazione dei reciproci scopi, bisogni e valori, attiva sentimenti positivi, stimola a lavorare intensamente per soddisfare le reciproche aspettative, spinge a rafforzare i legami di gruppo.




Poiché i livelli d'impegno del gruppo e dell'individuo cambiano nel tempo, cambia anche la natura della loro relazione. Quando l'impegno reciproco del gruppo e dell'individuo si alza o si abbassa nei confronti dei rispettivi criteri decisionali in precedenza stabiliti, che riflettevano specifici livelli d'impegno, allora l'individuo affronterà una transizione di ruolo e le sue relazioni col gruppo cambieranno, come pure muteranno le attese reciproche. Le transizioni di ruolo spesso comportano cerimonie e rituali, come i riti di passaggio, che segnalano che un importante evento si è realizzato. Dopo una transizione di ruolo, continua la valutazione, che produce altri cambiamenti nell'impegno e successive transizioni di ruolo. In questo modo l'individuo può passare attraverso cinque fasi della socializzazione di gruppo: l'esplorazione, la socializzazione, il mantenimento, la risocializzazione e il ricordo. Queste fasi sono separate fra loro da quattro transizioni di ruolo: l'entrata, l'accettazione, la divergenza e l'uscita.

Se i livelli d'impegno d'entrambe le parti raggiungono i rispettivi criteri d'entrata, si compie la transizione di ruolo dell'entrata e l'individuo diventa un nuovo membro.

La seconda fase dell'appartenenza ad un gruppo è la socializzazione, durante la quale il gruppo cerca di cambiare l'individuo in modo che contribuisca maggiormente al raggiungimento degli scopi di gruppo. Se ciò avviene, l'individuo è «assimilato» dal gruppo. Nello stesso tempo, l'individuo cerca di produrre cambiamenti nel gruppo in modo che esso possa contribuire maggiormente alla soddisfazione dei suoi bisogni personali; se ciò si realizza il gruppo attraversa l'esperienza dell'«accomodamento». Se i livelli d'impegno d'ambo le parti raggiungono i rispettivi criteri di accettazione, avviene la transizione di ruolo dell'accettazione e l'individuo diventa membro e pieno titolo del gruppo.

Nel corso della terza fase, definita mantenimento, il gruppo e l'individuo si cimentano in negoziazioni di ruolo, nelle quali il gruppo cerca di trovare per l'individuo un ruolo specializzato che massimizzi i suoi contributi per il raggiungimento degli scopi comuni; dal canto suo l'individuo cerca un ruolo specializzato che gli consenta la soddisfazione dei propri bisogni personali. Se queste transizioni hanno successo, l'impegno reciproco persiste ad alti livelli, ma se la negoziazione di ruolo fallisce e i livelli di impegno di ambo le parti si abbassano rispetto ai loro rispettivi criteri di divergenza, avviene la transizione di ruolo della divergenza e l'individuo diventa un membro marginale del gruppo.

La quarta fase è quella della risocializzazione, in cui tanto il gruppo quanto l'individuo cercano di ripristinare i contributi che ciascuno dei due può fornire rispettivamente per il raggiungimento degli scopi di gruppo e per la soddisfazione dei bisogni personali. Se l'operazione ha successo e se i livelli d'impegno superano i rispettivi criteri di divergenza, l'individuo torna membro a tutti gli effetti e si realizzano di nuovo assimilazione e accomodamento. Questa transizione di ruolo, nel complesso piuttosto rara, può essere definita come convergenza. Se, invece, i livelli d'impegno d'ambo le parti scendono sotto i rispettivi criteri d'uscita, si compie la transizione di ruolo dell'uscita e l'individuo diventa un ex membro (situazione molto più comune della convergenza).

La quinta fase è quella in cui la relazione individuo- gruppo diventa un ricordo. Durante questo periodo il gruppo rammenta quanto l'individuo ha fatto per il raggiungimento degli scopi e queste memorie diventano una parte della tradizione di gruppo. Da parte sua l'individuo s'impegna nell'elaborazione di ricordi su quanto il gruppo gli ha offerto per la soddisfazione dei propri bisogni e su quanto non ha riconosciuto del contributo da lui offerto.

Alcune ricerche mostrano quali fattori possono influenzare l'abilità del gruppo nell'assimilare i nuovi membri. Un fattore riguarda l'apertura e la chiusura del gruppo: i gruppi aperti assimilano i newcomers più facilmente dei gruppi chiusi. Un altro fattore che promuove con maggiore probabilità l'assimilazione dei nuovi membri, consiste nel fatto che siano immessi pochi newcomers alla volta e che essi non abbiano che scarsa o addirittura nessun'esperienza con gruppi simili, probabilmente perché ciò li dispone ad un atteggiamento di maggiore dipendenza ed accettazione delle regole presenti nel gruppo. Altre ricerche mostrano che un buon reclutamento dei nuovi membri e la loro somiglianza a quelli esistenti assicurano con più probabilità la loro assimilazione, che avviene più facilmente anche quando i nuovi membri si sentono impegnati nei confronti del gruppo più di quanto quest'ultimo si senta impegnato con loro.

Per quanto riguarda l'abilità dei nuovi membri nel produrre accomodamento nel gruppo, Levine e Moreland indicano i seguenti fattori: l'introduzione di un numero abbastanza consistente di newcomers, che siano piuttosto diversi dai membri esistenti, che abbiano nei confronti del gruppo un livello d'impegno minore di quanto quest'ultimo abbia nei loro confronti, e che il gruppo in cui entrano fosse precedentemente chiuso. In tal caso, l'accomodamento può realizzarsi anche senza che i newcomers facciano tentativi per realizzarlo, poiché la loro sola presenza produce variazioni nel gruppo.

Non per tutti i nuovi arrivati, d'altra parte, il processo di socializzazione si realizza con le stesse modalità, poiché ci sono vari tipi di newcomers. Moreland e Levine sostengono che i processi messi in atto dipendono dalla tipologia del neofito, anche se su tale argomento vi sono scarsi studi comparativi. Tuttavia è da ipotizzare che le strategie socializzanti si differenziano secondo il tipo di neofita che entra: vi sono i membri istituenti (charter members), in pratica coloro che arrivano insieme per creare un nuovo gruppo; vi sono i visitatori, in pratica coloro che entrano per breve tempo nel gruppo e non partecipano in modo totale alle attività; vi sono i trasferisti, cioè coloro che hanno partecipato di recente ad un gruppo simile o affiliato all'attuale; vi sono i sostituti, cioè coloro che prendono il posto di precedenti membri del gruppo; vi sono, infine, i neofiti regolari, che si uniscono a un gruppo in corso, si aspettano di restarvi a lungo, non hanno partecipato a gruppi simili nel passato e non sostituiscono nessuno.

Il processo di socializzazione che si realizza in un gruppo costituisce, in definitiva, un iter complesso di natura interattiva, in cui tanto l'individuo che entra quanto il gruppo che l'accoglie s'impegnano in negoziazioni più o meno evidenti e con esiti diversi, che dipendono sia dalla «dotazione di partenza» del nuovo membro, sia dal tipo di gruppo cui egli entra. Questo processo non è, tuttavia, così chiaro, in quanto il socializzando, essendo un soggetto attivo e non materiale inattivo da plasmare, potrà cercare nel nuovo ambiente dei gruppi di socializzazione alternativa sempre presenti nelle grandi organizzazioni, in cui sono messi in discussione in modo formale o in modo informale i criteri normativi proposti dall'istituzione.

Corsaro evidenzia come la vita sotterranea nella scuola, già dalla materna, costituisce un'importante esperienza di socializzazione per bambini e ragazzi, in cui si crea e si partecipa ad una cultura dei coetanei che in parte costituisce una violazione condivisa fra pari alle regole degli adulti, e in parte ne ripercorre le ragioni normative e valoriali.

Le relazioni fra i newcomers e i membri marginali possono rendere più facile o difficile la socializzazione dei primi, ciò dipende da cosa si fissano i membri marginali: se essi desiderano riguadagnare affidabilità nel gruppo possono rafforzare il livello d'impegno del newcomer e proporsi come forti agenti socializzanti; se essi, invece, non ritengono possibile o non desiderano riguadagnare accettazione all'interno del gruppo, possono indebolire il livello d'impegno del newcomer, nella speranza di danneggiare o addirittura distruggere il gruppo stesso. Inoltre, in un gruppo vi possono essere vari tipi di newcomers, portatori d'attese diverse, che possono influenzarsi reciprocamente e con modalità che possono essere funzionali e non al gruppo. Al confine di gruppo vi sono anche gli ex membri, che hanno del gruppo certi tipi di ricordi e immagini; questi ex membri possono ugualmente indebolire o rafforzare l'impegno del neofito nei confronti del gruppo, secondo i sentimenti e le opinioni che essi hanno del gruppo stesso.

La socializzazione dei nuovi membri dipende anche dagli incontri ravvicinati con questi vari tipi di membri del gruppo e con le sottoculture presenti.

Ovviamente, gli esiti diversi dipenderanno dal tipo di gruppo in questione e dal tipo di socializzazione alternativa proposta dal o dai sottogruppi. Nessun gruppo è perfettamente uniforme, il che rende qualunque processo di socializzazione un complesso scambio di influenze reciproche, di negoziazioni chiare e sottintese fra il gruppo e l'individuo, che comportano per l'uno e per l'altro trasformazioni graduali e continue.

3. Lo sviluppo di gruppo

Socializzazione di gruppo e sviluppo di gruppo sono due nozioni che vanno distinte e che provengono da transizioni di ricerca diverse.

Gli scambi socioemozionali hanno mostrato una chiara struttura di sviluppo per diversi tipi di gruppo: nello stadio iniziale, di «dipendenza», i membri cercano qualcuno adatto per rappresentare il leader del gruppo; nello stadio seguente, di «conflitto», i membri discutono l'uno con l'altro e criticano la direzione del leader; il terzo stadio è quello della «coesione», in cui ciascun partecipante comincia a provare sentimenti positivi concernenti la propria appartenenza al gruppo; nello stadio finale di «role- taking» i partecipanti adottano quei ruoli sociali che rendono il gruppo più ripagante per tutti quanti. Anche per le attività dirette al compito è possibile trovare una struttura di sviluppo piuttosto comune a vari tipi di gruppo: il primo stadio è quello di «orientamento», in cui i membri hanno scambi sulla natura del compito e sui modi per svolgerlo; lo stadio seguente è «emozionale» e i membri oppongono resistenza al bisogno di lavorare vicini gli uni agli altri; nel terzo stadio di «scambio» ognuno condivide con gli altri le idee su come migliorare la prestazione di gruppo; nello stadio finale di «problem solving» i partecipanti lavorano produttivamente insieme e risolvono i loro problemi di prestazione. Al seguito di queste costatazioni, Tuckman ha proposto la sua teoria in quattro stadi (cui ne ha aggiunto un quinto più tardi) e ha sostenuto che essa può applicarsi ad ogni tipo di piccolo gruppo. I cinque stadi dello sviluppo di gruppo, in ciascuno dei quali Tuckman ha compreso sia l'aspetto socioemozionale sia quello centrato sul compito, sono i seguenti:

1.    lo stadio di forming (di formazione), che comprende dipendenza e orientamento; i membri sono ansiosi e incerti rispetto alla loro appartenenza al gruppo e, come conseguenza, il loro comportamento è piuttosto circospetto;

2.    lo stadio di storming (di conflitto), che implica conflitti e aspetti emozionali; in questa fase i membri diventano più assertivi e cercano di modificare il gruppo secondo i propri bisogni. Come conseguenza scoppiano ostilità e risentimenti, dato che i bisogni dei vari individui sono differenti ed entrano in collisione fra loro;

3.    lo stadio di norming (normativo), che comporta unione e scambio; in questo stadio i membri cercano di risolvere i conflitti precedenti e si impegnano spesso nella discussione di linee direttive e regole più chiare per il comportamento del gruppo;

4.    lo stadio di performing (di prestazione), che implica role- taking e problem solving; in questa fase ogni partecipante lavora cooperativamente con gli altri per raggiungere gli scopi comuni;

5.    lo stadio di adjourning (di sospensione), in cui ciascuno comincia gradualmente a ritirarsi sia dalle attività socioemozionali sia da quelle centrate sul compito. In questa fase che può essere vista come di distacco progressivo, i membri cercano di fronteggiare l'approssimarsi della fine del gruppo.

Da un lato, gli studiosi della socializzazione di gruppo non tengono conto del fatto che alcuni tipi d'attività socializzanti raramente avvengono in certi stadi di sviluppo del gruppo e che alcune attività di socializzazione possono apparire in più di uno stadio di sviluppo di gruppo, operando diversamente in funzione dello stadio in cui ci si trova. Moreland e Levine, a questo proposito, fanno l'esempio delle attività di socializzazione e risocializzazione che avvengono nello stadio d'adjourning, distinguendo fra le due possibili tipologie di quest'ultimo: l'adjourning ottimistico e pessimistico. L'adjourning ottimistico si ha quando i membri pensano che il loro gruppo possa sciogliersi nel futuro, ma sono convinti di potere col loro sforzo congiunto ritardare o prevenire questo evento. In tal caso i membri s'impegnano in attività per rafforzare il gruppo o per evitarne o ritardarne la fine. Se queste attività non hanno successo, il gruppo entra in una fase di adjourning pessimistico, in cui si assiste al calo delle attività appena evocate, ad una incapacità di svolgere i compiti abituali, a sentimenti negativi (ansia, depressione, ostilità), al rigetto per il gruppo e alla ricerca di alternative esterne.

Secondo Moreland e Levine, negli stadi di forming, storming e adjourning è probabile che tutti i membri siano nella stessa fase del processo di socializzazione di gruppo, mentre è assai meno plausibile che ciò avvenga negli stadi di forming e performing. Nello stadio di forming, i membri giungono alla risoluzione dei conflitti nati nello stadio di storming, si formano una maggioranza e una minoranza in base al fatto che la prima ha vinto nel contrasto dello storming e ha un notevole potere d'influenza rispetto agli scopi di gruppo, mentre la seconda ha perso. Alla fine dello stadio di forming e all'inizio del successivo stadio di performing, i membri della maggioranza sono percepiti come a pieno titolo e sono nella fase di socializzazione di gruppo del mantenimento, mentre i membri della minoranza sono percepiti come membri marginali e sono nella fase della risocializzazione.



Durante lo stadio di performing, in cui si lavora cooperativamente per il raggiungimento degli scopi, è ben possibile che nuovi membri entrino ed inizino la loro socializzazione, che i membri marginali siano in fase di risocializzazione, che i membri marginali sui quali è fallita la risocializzazione siano in fase d'uscita e di ricordo.

Questa variazione delle fasi di socializzazione di gruppo ha, ovviamente, delle conseguenze nello sviluppo del gruppo. Nei piccoli gruppi naturali, è frequente che i nuovi membri entrino, altri n'escono, altri siano marginali e vengano risocializzati, il che comporta che lo sviluppo del gruppo segua traiettorie particolari e «disturbanti», almeno per chi intende studiarlo come un percorso lineare. Saravay sostiene che l'immissione di nuovi membri in un gruppo di terapia comporta una difficoltà notevole, perché i membri esistenti hanno già sviluppato modalità proprie di esporsi l'uno con l'altro e di gestire il proprio rapporto col conduttore; accogliere nuovi partecipanti può comportare che essi siano rifiutati completamente dagli altri o che, per accoglierli, il gruppo debba arretrare ad uno stadio precedente del suo sviluppo.

D'altra parte, altri studi mettono in discussione quest'esigenza di stabilità nella composizione di piccoli gruppi di terapia e d'autoanalisi. Infatti, tanto nel lavoro di Bailis, Lambert e Bernstein su gruppi d'auto- aiuto a lungo termine di familiari di pazienti psichiatrici, quanto in quello di Hill e Gruner su gruppi di terapia a lungo termine per ragazzi delinquenti è stato accertato che l'introduzione di nuovi membri e l'uscita di altri partecipanti non provocava arresti o regressioni nello sviluppo di tali gruppi, nei quali è stata anche osservata la rapidità con cui i nuovi arrivati venivano socializzati dagli old- timers alle norme e ai valori del gruppo.

Il modello di sviluppo gruppale di Worchel e collaboratori, è il seguente:

1.    Periodo di malcontento. Si tratta della condizione preliminare per il formarsi di un nuovo gruppo, in conformità ad uno in precedenza esistente, nel quale alcuni membri cominciano ad essere delusi e passivi, senza volontà di partecipazione, come se il gruppo avesse esaurito tutta la sua capacità d'essere propositivo. Ciò accade spesso nei gruppi che hanno già raggiunto gli obiettivi che erano stati prefissati e i membri non vedono, però, prospettive per il futuro.

2.    L'evento precipitante. Si tratta di un evento chiaro e identificabile per cui gli individui che formeranno un nuovo gruppo, si riconoscono in un terreno di incontro e si differenziano dai membri «centrali» del gruppo precedente. Può trattarsi di un evento pubblico, dell'espulsione d'alcuni membri dal gruppo, dell'adozione da parte del gruppo di un nuovo status, ecc. Gli eventi precipitanti danno ai membri la speranza di poter apportare cambiamenti attraverso un'azione comune.

3.    L'identificazione di gruppo. In questa fase, il nuovo gruppo ricerca la propria identità, si differenzia dagli altri gruppi, forma una struttura interna, composta di una leadership in genere centralizzata, da norme e valori, da ruoli diversi. I membri molto coinvolti ed «effervescenti», gonfiano la somiglianza fra i membri dell'ingroup e l'eterogeneità con i membri degli outgroups, lavorano più in gruppo che da soli, cercano di motivare il gruppo anche esplorando le sue radici storiche. In questa fase il gruppo è piuttosto chiuso, in quanto è interessato a stabilire i propri confini, quindi non accetta volentieri i nuovi arrivati, richiede conformismo e rifiuta il contrasto, è piuttosto rigido nella difesa dei nuovi principi.

4.    La produttività di gruppo. In questa fase, il gruppo ha già una sua identità e si volge alla definizione degli obiettivi da raggiungere; per questo valuta i membri in base alle loro competenze e la leadership è assegnata in base alle abilità mostrate. L'eccitazione della fase 3 si calma e si passa ad un esame realistico delle risorse del gruppo, volgendo l'attenzione anche ad altri gruppi e accettando i nuovi membri, allo scopo di allargare la base delle abilità necessarie per raggiungere gli obiettivi. Si evitano i conflitti, perché il focus attentivo prioritario è sugli obiettivi di lavoro.

5.    L'individuazione. In questa fase della vita di gruppo, l'interesse si sposta sugli individui, poiché i vari membri cominciano a chiedersi quanto il gruppo sia per loro soddisfacente, quanto i loro sforzi ottengano un riconoscimento sociale e quanto altri gruppi potrebbero soddisfare meglio i propri bisogni. In questo stadio, è osservata una diminuzione dello sforzo individuale nella produttività di gruppo e una buon'accoglienza dei nuovi membri, che talora sono anche cercati, per avere nuove risorse e punti di vista alternativi. I membri cominciano a percepirsi come eterogenei fra loro, ed esplorano la possibilità di ritirarsi dal gruppo e di accedere ad altri.

6.    Il declino. È la fase in cui il valore del gruppo è messo in questione, è criticata la direzione interna, si accendono competizioni fra membri e fra sottogruppi, si sottolineano i fallimenti del gruppo, vengono identificati capri espiatori, si diffonde l'inerzia sociale, cioè la demotivazione a lavorare attivamente per il gruppo. Questo stadio è di nuovo dominato dall'eccitazione, per quanto ben diversa da quella della fase 3, perché la tonalità effettiva è, ora, quella della collera. Vengono in tal modo create le condizioni per la fase dello scontento o malcontento, nella quale gli individui non hanno più motivazioni per stare nel gruppo e possono lasciarsi andare anche a comportamenti violenti.

 

4.Uscire dai gruppi

Il processo d'uscita dai gruppi può essere affrontato secondo ottiche diverse, che dipendono strettamente dal tipo di gruppo e dalla posizione dell'individuo che svolge la transizione di ruolo dell'uscita.

Per quanto riguarda la tipologia del gruppo, esiste una notevole differenza fra piccolo gruppo naturale e gruppo di laboratorio, fra un gruppo «obbligato» e un gruppo volontario e autonomo, fra un gruppo che ha scadenze temporali predefinite per cui l'uscita si realizza per tutti i membri contemporaneamente e i cui l'uscita individuale coincide con la fine del gruppo e un gruppo che continua la sua opera al di là del fatto che alcuni membri escano ed altri entrino. Inoltre, non dimentichiamo che oltre i gruppi faccia a faccia, esiste la complessa realtà dei grandi gruppi, l'appartenenza ai quali costituisce per l'individuo il nucleo della propria identità sociale.

Per quanto riguarda la posizione dell'individuo che esce dal gruppo, ci sono notevoli differenze fra chi esce per decisione autonoma e chi è allontanato o estromesso dal gruppo stesso, fra chi esce insieme a tutti gli altri membri perché il compito di gruppo è finito e chi deve uscire da solo perché è finita la condizione che lo rendeva membro di quel gruppo, sia perché si è concluso un iter di appartenenza sia perché l'individuo non si riconosce più nel gruppo stesso o il suo livello d'impegno non raggiunge più quello necessario per continuare ad appartenervi.

Da certi gruppi è difficile uscire.

Le ristrutturazioni (trasformazioni importanti della realtà soggettiva) sono sempre possibili e costituiscono una parte delle ragioni per uscire da un gruppo o da una comunità d'appartenenza, anche se non possono esserne considerate l'unico motore. D'altra parte, esse costituiscono una prova particolarmente difficile per l'individuo e per la sua stabilità psicologica, in quanto tali ristrutturazioni o passaggi da un lato rimettono in gioco le appartenenze sociali, e quindi l'identità sociale dell'individuo, oltre a comportare una serie di sanzioni che il gruppo può mettere in atto nei confronti di chi lascia il gruppo; dall'atro lato, esse comportano un rimaneggiamento dell'identità personale, vale a dire di ciò che l'individuo pensa di essere complessivamente come persona, con i suoi particolari tratti idiosincratici. È interessante notare che in quest'ottica del rimaneggiamento dell'identità personale e sociale, entrata ed uscita dai gruppi si equivalgono, poiché entrambe le operazioni richiedono un cambiamento nel modo in cui vediamo noi stessi, oltre ad avere coinvolgimenti per la nostra autostima.

Esistono appartenenze di gruppo molto salienti e poco salienti per l'individuo. Possiamo affermare con Moscovici e Doise che le appartenenze salienti si distinguono per il livello di partecipazione attiva dei propri membri, ai quali sia garantita libertà d'azione e di parola, di libero scambio con gli altri membri. Un altro elemento che rende saliente un'appartenenza di gruppo, è il riconoscimento di valori condivisi, come avviene in gruppi politici, religiosi, e in quelli che si riconoscono in un ideale comune, anche se pure in gruppi di questo genere il sentimento profondo d'appartenenza è determinato dalla partecipazione attiva e non dalla semplice adesione formale. Un altro elemento di «salienza» è il perseguimento di un obiettivo comune, che è stato indicato da numerosi autori come la ragion d'essere per la formazione di un gruppo. Inoltre, non dobbiamo sottovalutare l'influenza di un altro elemento che rende più o meno saliente un'appartenenza di gruppo, cioè la sua tonalità affettiva. Questo aspetto costruisce particolari tipi di «climi di gruppo», che hanno effetti sulla produttività e sulla soddisfazione dei membri.

Le ripercussioni dell'individuo dell'uscita da un gruppo dipendono, dunque, da questi fattori appena esaminati. Quanto più l'appartenenza sarà stata contrassegnata da partecipazione attiva, adesione valoriale, riconoscimento in un obiettivo comune, tonalità affettiva, tanto più l'uscita dal gruppo sarà vissuta come una perdita importante, tale da divenire un evento della biografia individuale e da richiedere alla persona una rielaborazione della propria identità personale e sociale.

Da quanto abbiamo detto fino ad ora, si potrebbe pensare che le appartenenze salienti siano legate solo ad esperienze di gruppo protratte nel tempo, con una lunga storia. Per quanto, ovviamente, queste ultime siano fra le più «marcanti» e dolorose nel caso dell'uscita, ci sembra necessario rilevare che anche in un piccolo gruppo che ha una temporalità limitata e decisa fin dal suo inizio, come un gruppo di terapia o un training group, può determinare un'esperienza coinvolgente e la fine del gruppo, con l'uscita contemporanea di tutti i suoi membri, può essere vissuta come la perdita di un «luogo» gratificante, di una situazione protetta in cui le persone hanno potuto esprimersi, relazionarsi con gli altri, lavorare su di un obiettivo, al di fuori delle convinzioni della vita quotidiana. Abbiamo aggiunto questa precisazione per rilevare che il «senso» di un'appartenenza di gruppo, e i suoi esiti nell'uscita, non sono sempre misurabili in termini di tempo, come non lo sono nei termini di dimensione del gruppo, né nei termini della bipartizione gruppo volontario- obbligato, in quanto è possibile che un gruppo obbligato diventi un gruppo saliente per l'individuo, mentre un gruppo volontario non lo diventi.

Nel caso dei gruppi superiori, possono esistere due condizioni che portano ad abbandonare il proprio gruppo: a) l'esistenza o la percezione dell'esistenza di minacce da parte di un altro gruppo; quando tali minacce diventano molto forti, l'individuo potrà cercare di lasciare il proprio gruppo; b) l'appartenenza al gruppo superiore è legata ad un forte conflitto di valori. Se il conflitto di valori è sufficientemente forte da screditare i contributi positivi all'identità sociale, l'individuo lascerà il gruppo.

Nel caso di gruppi inferiori, l'abbandono del gruppo d'appartenenza può avvenire nelle situazioni di «mobilità sociale», in cui c'è flessibilità sociale sufficiente da permettere a chi n'abbia l'energia e la capacità di spostarsi in un gruppo più elevato, non esistendo né particolari sanzioni per chi lascia il gruppo né conflitti di valore associati alla migrazione.

L'abbandono del proprio gruppo può essere, invece, impossibile in altri casi o perché associato ad un forte conflitto di valori o per la paura di gravi sanzioni sociali nel caso in cui si abbandona il gruppo o una combinazione di entrambe queste situazioni.

Da quanto detto fino ad ora, emerge la complessità dell'esperienza d'uscita dai gruppi, complessità che a nostro parere è tracciata con profondità della posizione tajfeliana, che rileva i due tipi di vincoli maggiori che possono trattenere l'individuo nel gruppo o che, se sciolti, possono permetterne l'uscita: da un lato i vincoli per così dire «interni», in pratica il sistema di credenze e di valori che sottostanno alla base dell'appartenenza di un individuo ad un gruppo, la loro penetrabilità o impenetrabilità, e l'ambiente delle relazioni intergruppi, che hanno un'influenza su quei confini, su quella permeabilità o impermeabilità. In questo senso è comprensibile come le definizioni dell'uscita di un individuo da un gruppo siano contraddittorie fra loro dall'ottica da cui sono osservate: chi esce può essere definito da altri gruppi come uno che si è «pentito», che si è «ravveduto», mentre dall'interno del gruppo può essere considerato e definito come un «traditore», un «venduto», un «infame».

Una situazione estrema, ma non per questo meno indicativa, dell'uscita da un gruppo è la condizione dell'emigrazione, in pratica la situazione per cui le persone spinte dalle più varie ragioni lasciano la terra di origine per cercare nuovi punti d'approdo. In questo movimento d'abbandono del proprio Paese sono lasciate alle spalle molte appartenenze di gruppo e molte sono cercate, perché la storia della nostra specie è in gran parte una storia d'appartenenze sociali. I grandi movimenti migratori di questo fine secolo, sono vicende d'uscite collettive dai gruppi d'appartenenza, sono situazioni di ricerca di nuove affiliazioni, sono vicende personali e sociali di ristrutturazioni identitarie, in cui la continuità col passato deve fare i conti con un presente straniero e spesso estraniante. All'interno della situazione d'emigrazione, esiste anche la condizione dell'esilio, vale a dire di un tipo d'allontanamento (volontario od obbligato) per cui una persona lascia la propria nazione per motivi politici e ideologici.







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