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La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio umano

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CAPITOLO 1:

La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio umano.

tutti usiamo un linguaggio che chiameremo linguaggio naturale o umano.

ad. ex il linguaggio dei computer, il linguaggio dei fiori... sono tutti sistemi di comunicazione che servono per trasmettere informazioni da un individuo, emittente, ad un altro, ricevente.

i linguaggi sono identici nella loro funzione cioè nel fatto di permettere la comunicazione ma non è detto che siano identici nella loro struttura.

La struttura del linguaggio umano è specifica e solo la specie umana ha la capacità di acquisire il linguaggio umano.

La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio umano dunque.

Lo studio scientifico deve formulare ipotesi generali che spieghino molti fatti particolari, queste ipotesi inoltre devono essere fatte in modo chiaro: ciò vale anche per la linguistica.

La linguistica è una disciplina descrittiva infatti che deve spiegare, usando leggi generali, ciò che effettivamente si dice.



ogni lingua inoltre presenta una varietà d'uso, ogni varietà ha delle caratteristiche proprie che vanno conosciute per poter utilizzare tale varietà nei contesti appropriati. L'indicazione delle forme buone o meno buone è comunque compito della grammatica normativa invece la linguistica vuole investigare i meccanismi che stanno alla base del comportamento linguistico degli esseri umani.

Il linguaggio umano è discreto mentre il linguaggio di molte specie animali [ex. api) è continuo.

è discreto nel senso che i suoi elementi si distinguono per l'esistenza di limiti definiti. ad esempio [p] e [b] hanno un effetto di contrasto netto, non esistono dunque entità intermedie tra p e b. nei sistemi continui invece è sempre possibile specializzare sempre più il segnale: la danza delle api ha questa caratteristica.

inoltre,una delle caratteristiche del linguaggio umano è quella di poter formulare un numero alto di segni, cioè di entità dotate di significante e significato mediante un numero molto limitato di elementi, i fonemi, che non hanno significato ma hanno la capacità di distinguere significati. questa caratteristica è chiamata doppia articolazione ed è assente nei linguaggi degli animali.

un'altra differenza è che i sistemi di comunicazione animale sono caratterizzati da un numero finito di segni; le parole di origine umana invece non sono un insieme finito poiché se ne possono creare sempre di nuove, e, nel nostro parlare quotidiano facciamo uso di frasi nuove create sul momento. A questa capacità contribuisce il meccanismo della ricorsività che permette di costruire frasi nuove inserendo in una frase data,un'altra frase.

partiamo da una frase semplice:

"Maria mi ha colpito"

usando un verbo come "dire", possiamo trasformare questa in una frase complessa, cioè formata da una frase principale e una frase dipendente:

"I ragazzi dicono che Maria mi ha colpito"

anche questa seconda frase può diventare dipendente da un verbo come credere:

"I vicini credono che i ragazzi dicano che Maria mi ha colpito"

ecc...

Un altro modo per formare frasi complesse di lunghezza indefinita e ricorrere all'uso della congiunzione e.

Il limite alla lunghezza delle frasi non esiste in linea di principio ma c'è un contrasto tra la capacità potenziale di produrre frasi infinite e la possibilità effettiva di realizzare tali frasi: c'è contrasto tra competenza ed esecuzione.

Sono gli esseri umani gli unici a poter acquisire un sistema di comunicazione caratterizzato dal fenomeno della ricorsività. I tentativi fatti nel 1960 circa per insegnare ad alcuni gorilla una lingua umana confermano questa tesi.

Le scimmie non parlavano perché la loro anatomia non lo permetteva perciò si ricorse al linguaggio gestuale. Le scimmie mostrarono però di non saper ricorrere alla ricorsività. Inoltre cominciavano a comunicare solo dopo che erano state stimolate a farlo.

Abbiamo dunque visto che il linguaggio umano è caratterizzato da discretezza e ricorsività.

il linguaggio dell'informatica tuttavia è caratterizzato da queste due stesse proprietà ma si differenzia dal linguaggio umano. La differenza sta nella dipendenza dalla struttura.

ex. "La donna che i ragazzi dicono che mi ha colpito è Maria"

il verbo "ha colpito" è alla terza persona singolare e si accorda con il nome "donna" che non è immediatamente vicino ad esso, cosa necessaria per il linguaggio informatico. Il nome "ragazzi" è più vicino al verbo "ha colpito" ma se trasformassimo "ha colpito" in "hanno colpito" la frase risulterebbe agrammaticale:

"*La donna che i ragazzi dicono che mi hanno colpito è Maria"

dove l'asterisco indica le combinazioni di parole che sono agrammaticali.

Tenendo conto che la linguistica è una disciplina descrittiva, agrammaticale non significa scorretto ma malformato per un parlante nativo di una determinata lingua.

il senso intuitivo di grammaticalità rappresenta una caratteristica essenziale della competenza dei parlante nativo di una lingua!!!

Le relazioni tra parole all'interno di una frase non sono determinate dalla loro successione ma sono dipendenti dalla struttura.

Con linguaggio intendiamo la capacità di sviluppare un sistema di comunicazione dotato delle caratteristiche appena accennate. Con lingua intendiamo la forma specifica che questo sistema di comunicazione assume nelle varie comunità.

Le lingue sono differenti ma entro limiti ben definiti, ossia quelli del linguaggio come capacità umana specifica. Bacone, filosofo medievale, diceva che la grammatica è unica nella sostanza anche se varia accidentalmente. nel '800 si pensava invece che non ci fosse nulla in comune a tutte le lingue del mondo. nel 1950 circa si tornò invece sulla posizione di Bacone.

gli universali linguistici, ossia gli elementi comuni a tutte le lingue sono ad esempio la ricorsività e la dipendenza dalla struttura.

una caratteristica che distingue le varie lingue è l'ordine delle parole o meglio l'ordine degli elementi principali della frase. in italiano abbiamo soggetto-verbo-oggetto ma in arabo ad esempio verbo-soggetto-oggetto.

esistono dunque degli universali linguistici e delle proprietà che caratterizzano soltanto alcune lingue.

CAPITOLO 2:

sin dalla nascita siamo circondati da atti linguistici.

una lingua è un sistema articolato su più livelli e dunque un "sistema di sistemi". i livelli linguistici sono 4: quello dei suoni, fonologia, quello delle parole, morfologia, quello delle frasi, sintassi, quello dei significati, semantica. Le unità di ogni livello sono interdipendenti.

La linguistica privilegia la lingua come espressione orale piuttosto che scritta perché ad esempio il bambino impara prima a parlare che a scrivere, la lingua cambia nel tempo prima ad un livello orale infatti gli alfabeti sono spesso in ritardo rispetto all'evoluzione delle lingue.

In una lingua è fondamentale la capacità distintiva dei suoni. ad esempio la vocale [a] si oppone alla vocale [e] in parole come "manto", "mento".

se pronuncio però ad esempio la parola "mano" 12 volte avrò ad esempio 12 "a" diverse dal punto di vista fisico [altezza tonale, lunghezza...): vi è quindi un livello astratto dove vi è una /a/ e poi questa /a/ si può realizzare in n modi diversi.

c'è dunque un livello nel quale ciò che conta è l'opposizione tra i vari suoni e poi c'è un livello concreto in cui c'è molta varietà che dipende da come sono atteggiati gli organi della fonazione in quel momento.

esiste così un livello astratto della lingua nel quale i fenomeni sono pertinenti!

"Langue" e "parole":

Saussure creò una serie di distinzioni come quelle tra sincronia e diacronia, rapporti associativi e rapporti sintagmatici, tra significante e significato e tra langue e parole.

la "parole" è un'esecuzione linguistica realizzata da un individuo, è un atto individuale. Un individuo A può produrre dei suoni concreti, un atto di "parole", che è individuale. Ma un individuo non possiede tutta la lingua; questa infatti preesiste agli individui e sopravviverà ad essi. Vi è dunque una lingua della collettività, astratta: la "langue". la "langue" è il sistema di riferimento collettivo.

Codice e messaggio:

Jakobson distingue tra codice e messaggio.

il codice è un insieme di potenzialità ed è astratto. un messaggio invece viene costruito sulla base delle unità fornite dal codice ed è un atto concreto. anche le lingue umane funzionano così: ad esempio a livello del codice esistono unità come /p,n,e,a/ e queste unità astratte possono combinarsi per formare dei messaggi come dei non messaggi:

a.pane,pena

b. eanp, eapn

a. rispettano le regole con cui tali unità devono essere messe insieme in italiano mentre b. sono dei non messaggi.

Competenza ed esecuzione:

Chomsky fa questa distinzione. La competenza è tutto ciò che l'individuo sa della propria lingua, l'esecuzione è tutto ciò che l'individuo fa, è un atto di realizzazione e dunque concreto.

La competenza è profondamente diversa dalla "langue": quest'ultima è sociale e trascende l'individuo mentre la competenza è individuale e ha sede nella mente dell'individuo.

competenza è l'insieme delle conoscenze linguistiche che un parlante ha. E sono tantissime!

procediamo per livelli:

1 - competenza fonologica: un parlante italiano sà che i suoni [p,n,a,e] sono suoni della sua lingua ma che suoni come [pf] non lo sono. un parlante sa anche in qualche modo che se una parola in italiano inizia con tre consonanti, la prima deve essere [s]. Sa che se deve fare il plurale di "amico" cambia automaticamente il suono [k] di amico nel suono [tς] di amici. ecc..

2 - competenza morfologica: un parlante italiano sa che in italiano le parole finiscono di norma per vocale, sa che due parole in tutto uguali tranne che per l'accento hanno significati diversi [ex. àncora/ancòra). conosce bene il vocabolario della propria lingua, sa formare parole nuove ex. da "lucido" sà formare "extralucido": cioè sa che a partire da parole semplici si possono formare parole complesse.

> conosce le parole della propria lingua e le distingue da forme che non solo della propria lingua, sa distinguere tra parole possibili ma non esistenti e parole non possibili.

> sa formare parole complesse a partire da parole semplici ma sa che non è sempre possibile applicare lo stesso meccanismo ex da "veloce" "*disveloce".

> ad una parola come "libro" si possono aggiungere molti suffissi "valutativi" ex. librone, libresco... ma lo stesso non può avvenire per una parola come "balcone" ex. ?balconone, *balconesco

> sa costruire composti ma questi non si possono formare da due parole qualsiasi ex. "uomo civetta" "uomo scimmia" funzionano ma non esiste "*uomo matita"!

> sa che i termini di un composto non si possono invertire liberamente. ad esempio capostazione/*stazionecapo

un parlante quindi conosce le parole della propria lingua, alcuni aspetti della loro struttura e i meccanismi per formare parole complesse.

3 - competenza sintattica: i parlanti conoscono le regole della sintassi, possono formare vari tipi di frase. A partire da una frase dichiarativa semplice si può formare una frase interrogativa ad esempio. un parlante ha conoscenze sintattiche molto sottili. certe operazioni sintattiche sono possibili con certe strutture frasali ma non con tutte.

4 - competenza semantica: i parlanti di una lingua sanno riconoscere il significato delle parole e delle frasi e sanno istituire molti tipi di relazioni semantiche tra le parole ex. relazioni di sinonimia, antonimia. I parlanti sanno distinguere diversi tipi di ambiguità, sanno che esistono determinati rapporti tra le parole.

Tutto ciò fa parte della grammatica dei parlanti intesa come un insieme di conoscenze che sono immagazzinate nella mente. Il bambino costruisce una grammatica a partire da dei dati che sono chiamati dati linguistici primari.

una lingua è un codice e un codice è costituito fondamentalmente da due livelli: le unità di base e le regole che combinano le unità.

Le regole combinano le unità più piccole per formare le unità più grandi. comunque tutte le possibilità non vengono realizzate e ciò vale non solo per il lessico e per i suoni ma anche per la morfologia e la sintassi. ad esempio le unità di suono [p-a-n-e] possono essere combinate solo in due dei 24 modi possibili: pane e pena e non ad es. nape.

In un atto linguistico, i suoni vengono disposti in una sequenza lineare diventando così una catena parlata. [In quest'operazione i suoni si influenzano l'un l'altro ex. la "n" di canto è foneticamente diversa dalla "n" di anfora. ) Questi rapporti vengono definiti rapporti sintagmatici e si hanno tra elementi che sono "in praesentia", cioè co-presenti.

in una parola come "stolto" tra la [s] e la vocale [o] c'è il suono [t]. al posto di [t] però possono comparire altri suoni tra [s] e [o]. i suoni che possono comparire in un certo contesto intrattengono tra loro dei rapporti di tipo paradigmatico, ma sono rapporti "in absentia": cioè se realizzo [t] non posso realizzare gli altri.

Rapporti paradigmatici e sintagmatici non riguardano solo i suoni.

ex.

a. questo mio amico

b. queste mie amiche

vi sono rapporti sintagmatici tra la "o" di "questo", la "o" di "mio" e la "o" di "amico". vale lo stesso per la "e" di b.

c. il libro

d. questo libro

e. quel libro

Tra "il", "questo","quel" vi sono rapporti paradigmatici.

In definitiva qualsiasi unità della lingua, intrattiene rapporti sintagmatici con le forme vicine ma anche rapporti paradigmatici con le unità assenti che avrebbero potuto essere realizzate in quel dato punto.

Le lingue possono cambiare nel corso del tempo. lo studio del cambiamento linguistico è detto diacronico ed è lo studio di un fenomeno attraverso il tempo. Una lingua può essere studiata anche escludendo il fattore tempo. In questo caso si parla di studio sincronico. Un fenomeno sincronico è un rapporto tra elementi simultanei, un fenomeno diacronico è la sostituzione di un elemento con un altro nel corso del tempo.

Una parola è segno e un segno è l'unione di un significato e un significante. il significante è la forma sonora mentre il significato è la rappresentazione mentale del segno, il concetto.

il segno ha varie proprietà tra cui:

a) - la distintività: ad esempio il segno "notte" si distingue dal segno "botte" o dai segni "lotte"...

b) - la linearità:  il segno si estende nel tempo, se orale, e nello spazio, se è scritto. ciò implica una successione, un prima e un dopo. Ad esempio "al" ha un significato diverso da "la" così come "rami" ha un significato diverso da "mira".

c) - l'arbitrarietà: il segno è arbitrario nel senso che non esiste alcuna legge di natura che imponga di associare al significante [libro] il significato "libro". L'associazione tra il significato e il significante deriva da una specie di accordo sociale convenzionale. ci sono eccezioni all'arbitrarietà del segno costituite soprattutto da forme onomatopeiche per esempio "sussurrare". nel corso del tempo l'evoluzione cui sono soggette le lingue può eliminare però la motivazione del segno ex. il latino "pipio", piccione, era onomatopeico ma l'italiano "piccione" ha perso la motivazione originaria.

i segni possono essere sia linguistici che non linguistici. Un vestito nero (significante) può voler dire lutto (significato). Mentre i segni linguistici sono tipicamente lineari, quelli non linguistici non sono lineari: in un cartello di divieto di accesso non è importante se è stata realizzata prima la parte in rosso o quella in bianco.

La disciplina che studia i segni in generale è la semiotica.

Per Jakobson sono 6 le componenti necessarie per un atto di comunicazione linguistica:

parlante; ciò di cui si parla cioè il referente; il messaggio; il canale attraverso cui passa la comunicazione; il codice; l'ascoltatore.

Il referente è ciò cui l'atto linguistico rimanda cioè la realtà extra-linguistica invece il canale è di norma l'aria ma può essere anche una linea telefonica ecc... a ciascuna di queste componenti Jakobson fa corrispondere una funzione linguistica:

1) La funzione emotiva è quella che riguarda il parlante e si realizza quando il parlante esprime stati d'animo, quando il parlare è più inteso a esprimere che a comunicare qualcosa a terzi.

2) La funzione referenziale è informativa, neutra. Ex. una frase come "il treno parte alle sei". Riguarda il referente.

3) La funzione fàtica si realizza quando vogliamo controllare se il canale è aperto e funziona regolarmente. Espressioni come "mi senti?" "ci sei?" spiegano bene questa funzione.

Riguarda il canale.

4) La funzione metalinguistica si realizza quando il codice viene usato per parlare del codice stesso. Riguarda il codice.

5) La funzione poetica si realizza quando il messaggio che il parlante invia all'ascoltatore è costruito in modo da costringere l'ascoltatore a ritornare sul messaggio stesso per apprezzarne il modo in cui è formulato. se il parlante ha costruito un messaggio del tipo "nel mezzo del cammin di nostra vita", l'ascoltatore dovrà sospendere la funzione referenziale e tornare sul messaggio per decifrarlo, per capire come è costruito. [cosa vuol dire "nel mezzo del cammin di nostra vita"?). Riguarda il messaggio.

6) La funzione conativa si realizza sottoforma di comando o esortazione rivolta all'ascoltatore perché modifichi il suo comportamento. Riguarda l'ascoltatore.

ogni tipo di testo realizza prevalentemente una delle funzioni di Jakobson: un manuale di chimica per esempio realizzerà soprattutto la funzione referenziale, le liriche di Petrarca la funzione emotiva...

                                                                                 ~

In Italia si parla una lingua ufficiale che è l'italiano e una quantità enorme di dialetti. Un parlante porta con sé una certa patina che ne denuncia la provenienza. si parla di italiani regionali.

Esistono tre grandi italiani regionali: quello del Nord, quello del centro, e quello del sud. L'italiano regionale è una varietà di italiano parlata in un'area corrispondente ad una delle tre principali aree geografiche dell'Italia. L'italiano regionale costituisce un tramite tra il dialetto e l'italiano standard.

ogni lingua è inoltre stratificata sia socialmente che geograficamente.

La stratificazione è la seguente:

italiano scritto

italiano parlato formale

italiano parlato informale

italiano regionale

dialetto di koinè

dialetto del capoluogo di provincia

dialetto locale

Il parlato informale è quello che usiamo nelle situazioni non controllate, è piuttosto rapido e conterrà molti regionalismi.

Il dialetto di koinè identifica una regione dialettale.

In uno stesso luogo possono coesistere diversi registri linguistici e i parlanti possono passare dall'uno all'altro. Una lingua è stratificata in registri stilistici.

molto importante sottolineare che un dialetto è un sistema linguistico a tutti gli effetti.

La differenza tra lingua e dialetto è solo una differenza socio-culturale.

Qualcuno pensa che siano esistite lingue primitive con sistemi fonologici... poco sviluppati e che da queste lingue si siano evolute le lingue complesse. In realtà lingue di questo tipo non sono attestate. Altri invece pensano che vi siano lingue per eccellenza "logiche" ex. greco. In realtà tutte le lingue hanno una loro logica interna.

CAPITOLO 3:

Le lingue sono circa 6000 al mondo. Il numero aumenta se consideriamo i vari dialetti. alcune lingue sono parlate da milioni di persone, altre da poche centinaia. è possibile fare una classificazione delle lingue ad esempio dal punto di vista dei parlanti. Un'organizzazione, la Linguasphere, ha proposto sulla base del numero dei parlanti un indice di classificazione secondo 10 ordini di grandezza che vanno da 9 [lingua con più di un miliardo di parlanti) a 0 [lingue estinte).La lingua più parlata è il cinese mandarino.L'italiano appartiene all'ordine di grandezza 7 con più di 10 milioni di parlanti ma meno di 100 milioni. Non è particolarmente significativo dal punto di vista linguistico classificare le lingue in base al numero dei parlanti.

Alcune lingue sono più vicine tra loro che non a certe altre. Esistono 3 modalità di classificazione per stabilire questa vicinanza: genealogica, tipologica, areale.

Si dice che due lingue fanno parte dello stesso raggruppamento genealogico se derivano da una stessa lingua originaria ex. lingue romanze. A loro volta le lingue romanze fanno parte di una unità genealogica più ampia, quella delle lingue indoeuropee, che costituiscono una famiglia linguistica. La famiglia è l'unità genealogica massima. Le unità genealogiche di livello inferiore alla famiglia sono chiamate gruppi: quindi una famiglia linguistica contiene abitualmente diversi gruppi che a loro volta si articolano in sottogruppi o rami e così via.

Si dice che due lingue sono tipologicamente correlate se manifestano una o più caratteristiche comuni. quindi visto che l'inglese e il cinese manifestano alcune caratteristiche comuni, possono essere considerate tipologicamente correlate. una lingua può essere tipologicamente correlata ad un'altra per quanto riguarda determinate caratteristiche e correlata ad una terza per quanto riguarda altre caratteristiche.

Il punto di vista areale coglie quelle affinità che si creano fra lingue genealogicamente irrelate ma che hanno sviluppato caratteristiche strutturali comuni in quanto sono parlate in una stessa area geografica. In casi di questo genere si dice che le lingue formano una lega linguistica. ad esempio le lingue della lega balcanica hanno delle caratteristiche comuni.

È difficile stabilire che più lingue derivano tutte dalla stessa lingua. Il problema c'è quando non vi è alcuna lingua attestata che possa essere ritenuta la lingua originaria di un determinato gruppo di lingue.

Le famiglie linguistiche più studiate sono le seguenti:

I - famiglia indoeuropea

II - famiglia afro-asiatica: Africa settentrionale, medio oriente, Africa orientale. A questa famiglia appartengono l'egiziano antico, l'arabo e l'ebraico.

III - famiglia uralica: Europa orientale e Asia centrale e settentrionale. a questa famiglia appartengono il finlandese o finnico, l'estone e l'ungherese.

IV - famiglia sino-tibetana: a questa appartengono il cinese mandarino, il tibetano e il lolo-birmano.

V - famiglia nigerkordofaniana: comprende la maggioranza delle lingue parlate nelle nazioni africane a sud del Sahara.

VI - famiglia altaica: comprende altre lingue dell'Asia centrale come il mongolo e il turco.

altre famiglie linguistiche sono: quella dravidica, quella austro-asiatica e quella austronesiana. Vi sono poi altre famiglie linguistiche minori che comprendono un numero limitato di lingue.

vi sono infine anche lingue isolate di cui non è dimostrabile la parentela con altre ad ex. il basco.

nella prima metà del '900 il danese Pedersen avanzò l'ipotesi che la famiglia indoeuropea, afro-asiatica, nigerkordofaniana e uralica potessero far parte di un'unica grande famiglia detta nostratica.

Dei primi decenni del '800 si scoprì che un'antica lingua dell'India, il sanscrito, ed alcune lingue europee come il latino e greco erano genealogicamente apparentate. Nel 1830 per indicare questa famiglia linguistica fu coniato il termine indoeuropeo.

La famiglia indoeuropea si suddivide nei seguenti gruppi e sottogruppi:

1) - gruppo indo-iranico, suddiviso in due sottogruppi: indiano ed iranico.

All'indiano appartengono varie lingue antiche, ex. vedico, sanscrito; e moderne derivate dai cosiddetti dialetti pracriti ex.hindi, urdu.

L'iranico è suddiviso in due rami: lingue iraniche occidentali e lingue iraniche orientali.

Tra le lingue antiche del ramo occidentale ricordiamo il persiano antico e l'avestico; tra le lingue moderne ricordiamo il persiano moderno e il curdo.

2) - gruppo tocario:è rappresentato da due lingue estinte indicate come "tocario A" e "tocario B" documentate da alcuni testi risalenti al primo millennio dopo Cristo

3) - gruppo anatolico:comprende le lingue diffuse nel secondo e nel primo millennio a.C. nell'Anatolia o Asia minore e oggi estinte: quella più documentata è l'ittita.

4) - il gruppo armeno è rappresentato da una sola lingua, l'armeno, attestato sino dal quinto secolo d.C.

5) - il gruppo albanese è rappresentato da una sola lingua attestata dal XV d.C.

6) - il gruppo slavo diviso in tre sottogruppi: slavo orientale, comprendente russo bielorusso e ucraino; slavo occidentale, comprendente polacco ceco slovacco; slavo meridionale comprendente bulgaro macedone serbo-croato e sloveno. Le prime attestazioni delle lingue slave sono i testi religiosi in antico slavo ecclesiastico che risalgono al IX secolo d.C.

7) - il gruppo baltico comprende il lituano e il lettone e varie lingue oggi estinte tra cui il prussiano antico. Le prime attestazioni di queste lingue risalgono al XVI secolo

8) - il gruppo ellenico rappresentato da una sola lingua, il greco le cui prime attestazioni risalgono al secondo millennio a.C.

9) - il gruppo italico che si divide in due sottogruppi: italico orientale e italico occidentale. L'italico orientale, comprendente alcune lingue dell'Italia antica come l'osco, l'umbro e il sannita, si è estinto mentre l'italico occidentale comprende il latino attestato dalle 600 a.C. circa che ha dato origine alle lingue romanze.

Le lingue romanze ufficiali sono: il portoghese, lo spagnolo, il francese, l'italiano e il romeno. Altre lingue romanze che hanno un riconoscimento ufficiale regionale sono il galego, il catalano e le diverse varietà del ladino. Di grande importanza è anche il provenzale fondamentale nel medioevo.

10) - il gruppo germanico diviso in tre sottogruppi: germanico orientale, germanico settentrionale e germanico occidentale. L'unica lingua attestata sufficientemente del sottogruppo orientale è il gotico, oggi estinto. Il sottogruppo settentrionale comprende le lingue nordiche cioè lo svedese, il danese, il norvegese, l'islandese e il feroico. Il sottogruppo occidentale si divide in due rami: anglo-frisone e neerlando-tedesco. Al primo appartengono il frisone e inglese; al secondo appartengono l'olandese e il tedesco. a questi vanno aggiunti l'afrikaans, varietà di olandese parlato dai coloni di origine olandese in Sudafrica e lo yiddish, dialetto tedesco proprio degli ebrei di Germania.

11) - il gruppo celtico oggi è sostanzialmente confinato alle isole britanniche. Si divide in due sottogruppi: gaelico e britannico. Al primo appartiene l'irlandese e il gaelico di Scozia, al secondo appartiene il cimrico o gallese, il cornico e il bretone.

Non tutte le lingue genealogicamente parenti si collocano in una stessa entità geografica e una stessa entità geografica non contiene soltanto lingue genealogicamente parenti. Una unità politica non corrisponde necessariamente ad unità linguistica: una stessa lingua può essere la lingua ufficiale di paesi diversi e uno stesso paese può avere più lingue ufficiali.

Due lingue sono tipologicamente correlate se manifestano uno o più caratteristiche comuni.

Queste sono state prima ricercate nella struttura delle parole e poi in quella dei gruppi di parole e delle frasi. Si parla quindi di una tipologia morfologica e di una tipologia sintattica.

Tipologia morfologica:

i tipi morfologici tradizionalmente riconosciuti sono: isolante, agglutinante, flessivo [distinto in un sottotipo analitico e in un sottotipo sintetico) e polisintetico o incorporante.

il tipo isolante è caratterizzato da una mancanza quasi totale di morfologia: i nomi non si distinguono per caso per esempio; i verbi non presentano differenze di persona... per indicare le relazioni tra le parole si fa uso dell'ordine delle parole stesse e di alcune particelle. Le particelle sono utilizzate ad esempio per indicare se un verbo indica un evento passato o se un nome è singolare o plurale. Una lingua isolante è il cinese. L'inglese e il cinese potrebbero essere raggruppati insieme dal punto di vista tipologico perché anche in inglese la maggior parte delle parole semplici sono invariabili ad esempio gli aggettivi, mentre la differenza tra singolare e plurale è data unicamente dall'aggiunta di una -s finale. L'inglese presenta molte caratteristiche di una lingua isolante.

il tipo agglutinante: ogni parola contiene tanti affissi quante sono le relazioni grammaticali che devono essere indicate. il turco è un esempio di lingua agglutinante. Ad esempio dato una parola come "kus" cioè uccello, ad essa si possono aggiungere il suffisso indicante il plurale -lar e, dopo di esso, un suffisso che indica i casi diversi dal nominativo.

ex.                    singolare           plurale

nominativo        kus                   kus-lar

accusativo        kus-i                 kus-lar-i ...

il tipo flessivo: le diverse relazioni grammaticali sono espresse da un unico suffisso. ex. latino. Facciamo un esempio per capire la differenza con il tipo agglutinante:

La parola latina corrispondente al turco "kus" è "avis". nel ablativo plurale il turco usa "kus-lar-dan" mentre il latino "av-ibus". Quindi la parola latina ha un unico suffisso che esprime contemporaneamente i significati "ablativo" e "plurale" mentre nella parola turca ciascuno di questi due significati è espresso da un suffisso autonomo!

Altra caratteristica delle lingue flessive è quella di poter indicare le diverse funzioni grammaticali mediante la variazione della vocale radicale della parola. ad esempio in italiano faccio rispetto a feci. Questo fenomeno è noto col nome di flessione interna ed è molto diffuso nelle lingue indoeuropee e semitiche. A differenza delle lingue indoeuropee, nelle lingue semitiche la flessione interna non si applica soltanto a un numero limitato di verbi ma è un procedimento regolare. Per questo motivo per le lingue semitiche si parla di un tipo introflessivo.

in italiano inoltre oltre alle forme del tipo "uscii" sono possibili anche altre forme di passato come "sono uscito" mentre il latino esiste solo la forma "exii": c'è differenza tra sottotipo analitico e sottotipo sintetico. Il sottotipo analitico può realizzare le relazioni grammaticali anche mediante più parole mentre il sottotipo sintetico concentra tale espressione in una sola parola.

il tipo polisintetico: una sola parola può esprimere tutte le relazioni che in italiano, ad esempio, sono espresse da un'intera frase.

È vero però che se alcune lingue in base a certe caratteristiche dovrebbero essere collocate in un tipo, per altre caratteristiche dovrebbero invece appartenere ad un altro.

l'inglese per esempio presenta fenomeni di flessione interna proprio delle lingue flessive ma anche fenomeni delle lingue agglutinanti [lonely + ness) e incorporanti ["horseriding", andare a cavallo)! In poche parole non esistono tipi puri.

Tipologia sintattica:

si è sviluppata dal 1960 circa grazie a Greenberg. Si basa sull'osservazione che esistono correlazioni sistematiche tra l'ordine delle parole nella frase e in altre combinazioni sintattiche. È chiamata anche tipologia dell'ordine delle parole. Le combinazioni sintattiche analizzate sono:

§ - la presenza in una lingua di preposizioni (Pr) o di posposizioni (Po). ad esempio il giapponese usa posposizioni: dice cioè "cena dopo" e non "dopo cena" per esempio.

§ - la posizione del verbo rispetto al soggetto e all'oggetto nella frase dichiarativa. Sono possibili sei ordini: SVO,SOV,VSO,VOS,OSV,OVS. solo i primi tre sono molto attestati mentre il quinto non è attestato da nessuna lingua.

§ - l'ordine dell'aggettivo (A) rispetto al nome (N) che esso modifica: in alcune lingue troviamo AN, in altre NA.

§ - l'ordine del complemento di specificazione, genitivo (G) rispetto al nome (N) che modifica: troviamo GN ma anche NG.

Esistono correlazioni sistematiche tra l'ordine delle parole in questi quattro tipi di costruzioni appena elencati:

troviamo per esempio VSO/Pr/NG/NA: se la lingua presenta l'ordine VSO, allora usa preposizioni, colloca il genitivo dopo il nome e l'aggettivo dopo il nome.

Si parla di implicazione poiché se esiste ad esempio l'ordine VSO ciò implica che si useranno i pronimi, il genitivo dopo il nome... Le formule come VSO/Pr/NG/NA sono per questo chiamate universali implicazionali.

La differenza logica fondamentale sembrerebbe confermare che le lingue con ordine VO sono preposizionali e collocano sia il genitivo che l'aggettivo prima del nome, mentre le lingue OV sono posposizionali e collocano il genitivo e l'aggettivo prima del nome. In realtà questa legge non è assoluta.

non è sempre facile inoltre definire se una lingua è SVO,VSO o SOV. Si è però riuscito a individuare i principi che spiegavano le eccezioni.

Si è visto che le lingue SOV a volte presentano l'aggettivo dopo il nome e a volte prima di esso.

Si è creata per questo una implicazione più complessa: se una lingua presenta l'ordine SOV, allora è posposizionale, e, se colloca l'aggettivo prima del nome, allora colloca il genitivo prima del nome.

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Sistemi di scrittura:

i più antichi risalgono a tre millenni prima di Cristo. I primi sistemi sono elaborati degli egizi e dai Sumeri: sono del tipo ideografico o meglio logografico. Gli altri tipi di scrittura sono il tipo sillabico e il tipo alfabetico.

nel tipo ideografico ad ogni simbolo (ideogramma) corrisponde un concetto concreto o astratto. Spesso però i simboli ideografici assumono valore solo fonetico per il "principio del rebus". Per esempio la parola "rondine" in egiziano era indicata col disegno di una rondine e veniva pronunciata "wr". Anche la parola "grande" veniva pronunciata "wr" e nei testi scritti il disegno della rondine può indicare sia il sostantivo "rondine" quando l'aggettivo "grande". L'utilizzazione fonetica del simbolo ideografico determinò il passaggio dal sistema di scrittura ideografico al sistema sillabico. Nei sistemi sillabici, determinati segni passarono a indicare determinati gruppi di suoni cioè determinate sillabe: ad esempio nel sumerico "bocca" si pronunciava "ka" e quindi il segno per "bocca" fu utilizzato in varie parole in cui ricorreva la sillaba "ka".l'adozione di un sistema sillabico riduce molto il numero dei segni.

l'invenzione del sistema di scrittura alfabetico è attribuito ai Fenici ma fu elaborato da diverse popolazioni semitiche nel secondo millennio a.C.. I Fenici trasmisero solo l'idea dell'alfabeto ai greci. Nei sistemi alfabetici solitamente ad ogni suono corrisponde un segno ma questo principio ideale comunque non sempre viene rispettato. ex l'italiano "chiesa" ha 5 suoni ma 6 segni. Questa non perfetta corrispondenza è dovuta al fatto che le lingue mutano nel tempo ma il modo di scriverle non tiene dietro a questi mutamenti.

I greci costruirono un loro alfabeto adattando alla propria lingua quello fenicio. Dall'alfabeto greco deriva l'alfabeto latino ma anche l'alfabeto cirillico.

Ovviamente se due lingue usano lo stesso sistema di scrittura non significa che siano apparentate.

CAPITOLO 4:

un suono è un fatto fisico. Di tutti i suoni che possiamo produrre, solo una piccola parte fanno parte di una lingua in senso stretto. Ogni lingua ha un suo inventario di suoni (fonemi) e ogni lingua ha regole proprie per combinare questi suoni in sillabe e parole. I fonemi possono influenzarsi l'un l'altro e per rendere conto di questo le lingue dispongono di regole fonologiche.

La disciplina che studia la produzione dei suoni è detta fonetica articolatoria. Vi è poi la fonetica acustica che studia la natura fisica del suono. C'è poi la fonetica uditiva che studia l'aspetto della ricezione del suono da parte dell'ascoltatore.

Fonetica articolatoria:

un suono è prodotto dall'aria che viene emessa dei polmoni, questa attraversa la laringe e incontra le corde vocali. Dopo la faringe, l'aria giunge alla cavità orale e fuoriesce dalla bocca. Se l'aria fuoriesce solo dalla bocca avremo suoni orali, se invece il velo palatinio resta inerte, l'aria fuoriesce anche dalla cavità nasale e avremo suoni nasali.

per classificare un suono sono necessari tre parametri:

modo di articolazione, punto di articolazione e sonorità.

I vari organi della fonazione possono essere posizionati in modi diversi nella produzione di un suono: i vari assetti che gli organi assumono producendo un suono sono detti modo di articolazione.

Il flusso d'aria necessario per produrre un suono può essere modificato in diversi punti dell'apparato vocale: ognuno di questi punti è chiamato punto di articolazione.

La sonorità infine è data dalle vibrazioni delle corde vocali: se vibrano avremo un suono sonoro, se non vibrano avremo un suono sordo.

l'Alfabeto Fonetico Internazionale [IPA) risponde all'esigenza fondamentale di usare gli stessi simboli per gli stessi suoni in tutte le lingue del mondo!

I suoni possono essere classificati in tre classi maggiori: consonanti, vocali e semiconsonanti o approssimati. Nella produzione di una vocale l'aria non incontra ostacoli e le vocali sono quasi sempre sonore. Per produrre una consonante l'aria o viene momentaneamente bloccata ex. [b] o deve attraversare una fessura molto stretta ex. [f]. Le consonanti possono essere sia sorde che sonore. Le semiconsonanti condividono proprietà delle vocali e delle consonanti.

Le vocali, le semiconsonanti, le liquide e le nasali formano la classe delle sonoranti. tutti i suoni non sonoranti si chiamano ostruenti. Le sonoranti sono tutte sonore. Il flusso d'aria necessario per produrre le ostruenti invece incontra ostacoli.

I suoni dell'italiano:

guardando la tabella se in una casella vi sono due suoni, il suono a sinistra è il suono sordo quello a destra, il sonoro. Se in una casella vi è un solo suono si tratta di un suono sonoro.

Da sapere le definizioni dei suoni. Per esempio:

p occlusiva, bilabiale, sorda

z fricativa, alveolare, sonora...

il suono [З] in italiano, si trova solo in prestiti per lo più di origine francese.

Consonanti dell'italiano:

i diversi modi di articolazione servono per produrre le consonanti:

occlusive: il suono è prodotto tramite una occlusione momentanea dell'aria cui fa seguito una specie di esplosione. Sono [p,b,t,d,k,g]

fricative: l'aria deve passare attraverso una fessura stretta producendo una fricazione. Si possono prolungare nel tempo. Sono [f,v,s,z,ς]

affricate: iniziano con un'articolazione di tipo occlusivo e terminano con un'articolazione di tipo fricativo. Sono [ts,dz,tς,dЗ]

nasali: il velo palatino lascia passare l'aria attraverso la cavità nasale. Sono [m,m,n,  ,ŋ]

laterali: la lingua si posiziona contro i denti e l'aria fuoriesce dai due lati della lingua stessa. L'italiano ha due laterali [l],[ ]

vibranti: c'è vibrazione o dell'apice della lingua o dell'ugola. L'italiano ne ha una [r]

approssimanti: sono suoni in cui gli organi articolatori vengono avvicinati ma senza contatto. Le approssimanti dell'italiano sono le semiconsonanti [j] e[w].in italiano [i] e [u] sono semiconsonanti quando sono seguite da una vocale tonica: ad esempio "piede" si trascriverà [pjεde], sono semivocali quando seguono una vocale tonica: ad esempio "pausa" si trascriverà [pauza].

L'italiano usa sette punti di articolazione:

bilabiali: il suono è prodotto tramite l'occlusione di entrambe le labbra [p,b,m]

labiodentali: il suono deve attraversare una fessura che si forma appoggiando gli incisivi superiori al labbro inferiore [f,v]

dentali: la parte anteriore della lingua tocca la parte interna degli incisivi [t,d]

alveolari: la parte anteriore della lingua tocca agli alveoli [n,l,] o si avvicina agli alveoli [s,z,ts,dz]

palato-alveolari: la parte anteriore della lingua si avvicina agli alveoli e ha il corpo arcuato [ς,tς,dЗ]

palatali o anteriori: suoni prodotti con la lingua che si avvicina al palato [  ,  ,j]

velari o posteriori: suoni prodotti con la lingua che tocca il velo palatino [k,g,w]

Vocali dell'italiano:

per classificare le vocali che si basa sull'altezza della lingua, sull'avanzamento o l'arretramento della lingua, sull'arrotondamento o meno delle labbra e sulla realizzazione di questi movimenti in modo teso o rilassato. Se la lingua assume una posizione alta si produrranno suoni come [i] o [u], se assume una posizione bassa si produrranno suoni come [a]. Se la lingua è in posizione avanzata si produrrà una [i] o una [e], se in posizione arretrata una [u] o una [o]. Se le labbra sono arrotondate si produrranno vocali come [u] o [o], se non sono arrotondate si produrranno [i] ed [e]. In italiano le vocali [e] ed [o] possono essere sia semiaperte che semichiuse e vi è una sola [a]. il sistema è così eptavocalico che da luogo a un triangolo:

                                                anteriore                centrale                   posteriore

alte (chiuse)                                    i                                                      u

medio-alte (semichiuse)                    e                             o

medio-basse (semiaperte)                                   ε            

basse (aperte)                                                             a

Il sistema è eptavocalico per alcuni italiani regionali come il toscano. Vi sono delle aree, come la Sicilia, dove il sistema ha solo cinque vocali.

i           alta, anteriore, non arrotondata

e          medio-alta, anteriore, non arrotondata

ε          medio-bassa, anteriore, non arrotondata

a          bassa, centrale, non arrotondata

            medio-bassa, posteriore, arrotondata

o          medio-alta, posteriore, arrotondata

u          alta, posteriore, arrotondata

Le consonanti possono combinarsi insieme e formare dei nessi consonantici. La loro combinazione è soggetta a restrizioni. Io posso fare in italiano [pr] ma non per esempio [gv]. Alcune combinazioni possibili in posizione interna di parola non sono possibili in posizione iniziale. Per esempio [r+p] è possibile in posizione interna (arpa) ma non in posizione iniziale. In italiano se una parola inizia con tre consonanti, la prima deve essere una [s].

La combinazione di vocali e approssimanti in una medesima sillaba da luogo ai dittonghi che possono essere ascendenti [approssimante seguita da vocale accentata ex. fienile, quasi) o discendenti [vocale accentata seguita da approssimante ex. cauto, noi). esistono anche trittonghi ex. miei [mjεi].

La combinazione di due vocali appartenenti a sillabe diverse da luogo a uno iato.

Nell'italiano ci sono incoerenze del sistema grafico. Un sistema è coerente quando a un suono corrisponde un segno e viceversa.

in italiano invece troviamo:

a. due simboli diversi per un solo suono. ex. cuore/quando [k]

b. due suoni diversi scritti con lo stesso simbolo. ex. sera/rosa [s] e [z]

c. due simboli per un solo suono o tre simboli per un solo suono. ex. che [k] o aglio [  ]

Il simbolo dell'alfabeto "c" sta per due suoni diversi [tς] e [k]... vi sono simboli dell'alfabeto che non sempre rappresentano un suono: il simbolo "i" può rappresentare una vocale alta anteriore o può stare per la semiconsonante palatale ma può anche essere solo grafico. ex. in scienza [ςεntsa] la "i" è solo grafica.

I suoni possono essere semplici per esempio [t,d,k,tς,dz] o geminati [tt,dd,kk,ttς,ddz].La lunghezza si indica con due punti e dunque scriveremo [t:,d:,k:,t:ς,d:z].

il simbolo IPA per l'accento è ['] e si colloca prima della sillaba accentata. scriverò dunque ['kaza], [lam'pjone], [intimi'ta]. sui monosillabi l'accento può non essere segnato. Da ricordare che in IPA non esistono le maiuscole e gli apostrofi.

p.85: esercitarsi nella scrittura fonetica! MOLTO IMPORTANTE

Nelle trascrizioni è importante indicare vari tipi di confine:

quello di sillaba, quello di morfema e quello di parola.

Il morfema è l'unità più piccola dotata di significato.

Il confine di sillaba viene di norma rappresentato con un punto (.). ex. ot.to.bre, ve.lo.ce.men.te

Il confine di morfema è rappresentato con il simbolo (+). ex. ottobre, veloce+mente, bar+ista

Il confine di parola è rappresentato con il simbolo (#) e marca l'inizio e la fine della parola. ex. #ieri#, #ottobre#

Mentre la fonetica si occupa dell'aspetto fisico dei suoni, la fonologia si occupa della funzione linguistica dei suoni. L'unità di studio della fonetica è dunque il fono, l'unità di studio della fonologia è il fonema.

→ la fonologia cerca di scoprire quali siano i fonemi di una lingua, se cioè a una differenza di suono corrisponde una differenza di significato. ex. [kalo] e [karo] hanno significati differenti mentre tra [karo] e [kaRo] c'è solo differenza di suono perché [R] rappresenta la "r moscia"

→ la fonologia cerca di scoprire come i suoni si combinano insieme. In italiano posso creare [tr] ma non [ςr] ad esempio

→ cerca di scoprire come i suoni si modificano in combinazione. Per esempio il prefisso "s-" diventa sonoro se seguito da un fonema sonoro: "sregolato" [z]regolato

Per riuscire a individuare i fonemi si ricorre alle coppie minime.

Un suono ha una sua distribuzione, ha cioè alcuni tipi di contesti in cui può comparire. Per esempio [r] in italiano può comparire tra due vocali, dopo [t]...

Tra i suoni che l'apparato fonatorio può produrre, ogni lingua ne sceglie un certo numero da usare: questi suoni saranno allora detti foni, cioè suoni del linguaggio articolato. I foni hanno valore linguistico quando sono distintivi. Così ex. [p] e [t] non sono solo suoni dell'italiano ma contribuiscono a formare coppie minime, cioè coppie di parole che si differenziano solo per un suono nella stessa posizione!!! ex carpa/carta. Due foni che abbiano valore distintivo sono detti fonemi.

Una fonema è un segmento fonico che:

1) - ha una funzione distintiva

2) - non può essere scomposto in una successione di segmenti di cui ciascuno abbia una tale funzione

3) - è definito solo dai caratteri che abbiano valore distintivo

per esempio l'aspirazione è possibile in italiano ma non è pertinente, non ha cioè carattere distintivo. [in hindi invece l'aspirazione è pertinente)

il fonema è una unità astratta che si realizza in foni. I fonemi sono rappresentati tra barre oblique ex. /t/ mentre i foni tra parentesi quadre ex. [t]. Il fonema quindi è una unità che si colloca ad un livello astratto, a livello di "langue" mentre i foni si collocano a livello concreto, di "parole".

I suoni intercambiabili sono quelli che possono apparire nel medesimo contesto, i suoni non intercambiabili sono quelli che non possono comparire nel medesimo contesto.

Per stabilire se due foni abbiano valore distintivo, Trubeckoj [1939], ha proposto una serie di regole.

- quando due suoni ricorrono nelle medesime posizioni e non possono essere scambiati fra loro senza con ciò mutare il significato delle parole o renderle irriconoscibili, allora questi due suoni sono realizzazioni fonetiche di due diversi fonemi.

ex. varo - faro

- quando due suoni della stessa lingua compaiono nelle medesime posizioni e si possono scambiare fra loro senza causare variazione di significato della parola, questi due suoni sono soltanto varianti fonetiche facoltative di un unico fonema.

ex. rema - Rema [R] uvulare

- quando due suoni di una lingua, simili dal punto di vista articolatorio, non ricorrono mai nelle stesse posizioni, essi sono due varianti combinatorie dello stesso fonema.

ex. naso - ancora ([nazo] - [aŋkora]

La linguistica statunitense ha utilizzato invece le nozioni di distribuzione contrastiva e distribuzione complementare. quando due foni possono comparire nello stesso contesto e si ottengono così due parole di senso diverso, allora i due foni sono in distribuzione contrastiva ed i due foni sono realizzazioni di due fonemi diversi. Quando invece due foni non possono mai ricorrere nello stesso contesto, ma il fono X ricorre in una certa serie di contesti e il fono Y ricorre in un'altra serie, allora, se questi due foni sono foneticamente simili, si tratta di due allofoni dello stesso fonema.

Allofoni:

ad esempio in italiano [z] ricorrere prima di consonante sonora e tra due vocali, [s] altrove. il solo fonema /s/ si realizza come [s] in certi contesti e come [z] in altri.

gli allofoni sono prevedibili perché sono legati ad un determinato contesto.

Varianti libere:

se due suoni foneticamente simili si possono trovare nello stesso contesto, ci sono due possibilità. O danno luogo a due parole con significato diverso o il significato non cambia. Nel primo caso i due foni sono realizzazioni di due fonemi diversi, nel secondo caso sono varianti libere. se dico [rema] o [Rema] cioè con una [r] vibrante, [r] e [R] sono varianti libere.

I fonemi di una lingua intrattengono tra loro dei rapporti di opposizione. Trubeckoj ha studiato le opposizioni fonologiche:

a) - una opposizione è bilaterale quando la base di comparazione è propria solo nei membri dell'opposizione, altrimenti è multilaterale: ad esempio bilaterale è l'opposizione tra /p/ e /b/ in italiano perché la base di comparazione (occlusiva bilabiale) è propria solo di questi due fonemi. L'opposizione tra /p/ e /k/ è invece multilaterale dato che in italiano c'è almeno un altro occlusiva sorda (/t/).

b) - ci sono poi opposizioni privative o non privative. Questa opposizione riguarda quelle coppie di fonemi in cui si potrebbe dire che un fonema ha le proprietà x e l'altro fonema ha tutte le proprietà x più un'altra proprietà. ad esempio /p/ è priva della sonorità mentre /b/ ha tutto quello che ha /p/ più la sonorità.

Il termine dell'opposizione che ha una proprietà in più è detto marcato. l'opposizione tra /p/ e /k/ non è privativa ma equipollente perché la bilabialità di /p/ equivale alla velarità di /k/.

c) - ci sono infine le opposizioni costanti e quelle neutralizzabili. Quelle costanti, sono opposizioni che funzionano in tutti contesti, mentre quelle neutralizzabili in certi contesti non funzionano. in olandese ad esempio il contrasto tra /t/ e /d/ funziona in posizione iniziale e interna di parola ma non funziona in posizione finale dove si trova sempre [t].

Le opposizioni privative hanno costituito la base per lo sviluppo di una teoria nota con il nome di binarismo, dovuta a Jakobson: ogni elemento linguistico si differenzia dagli altri per una serie di scelte binarie. ogni fonema può essere analizzato in un insieme di tratti distintivi che definiscono quel fonema in opposizione a tutti gli altri.

alcuni tratti distintivi sono:

-         sillabico, arrotondato, alto, basso, arretrato per le vocali.

-         sillabico, sonoro, nasale... per le consonanti.

Se il fonema ha un determinato tratto lo si designa con il segno "+", se ne è privo con il segno "-".

Regole fonologiche:

una regola fonologica collega una rappresentazione astratta (fonematica) ad una rappresentazione concreta (fonetica). Una regola fa si che una data unità cambi con un'altra in un determinato contesto. La forma è tipicamente la seguente:

A→B/___C

cioè A diventa B nel contesto C.

un esempio pratico: k→ tς/___+i  cioè [k] diventa [tς] prima di [i] preceduto da un confine di morfema.

una velare sonora semplice o geminata viene palatalizzata in una affricata semplice o geminata prima della vocale palatale [i]: g(:)→d(:)З/___+i

dove le parentesi tonde indicano facoltatività.



 
La nasale dentale /n/ diventa una nasale bilabiale davanti a /p,b,m/:

                        p

n→m/___ b

                        m

 
le parentesi tonde e graffe possono combinarsi. Per esempio: 

                                   i

 
g(:)→ d(:)З/___+       e

Una regola fonologica può essere formulata sia ricorrendo ai fonemi, sia utilizzando i tratti distintivi. Ad esempio la sibilante resta sorda davanti a consonante sorda [t,p,k,f] ma diventa sonora davanti a consonante sonora. Dato che tutti i suoni della regola che ne risulterebbe sono sonori basta cogliere ciò che hanno in comune cioè la sonorità che è un tratto distintivo:

  s    [+ sonoro]/___ [+cons]

                                    [+sonoro]

 
i cambiamenti non sono liberi ma sono soggetti a restrizioni cioè le regole sono motivate e operano una ristretta serie di cambiamenti. Possono:

                                                                i

A) cambiare dei tratti ex. k→tς/___+     e

B) inserire segmenti. Ad esempio in italiano può essere inserita una [i] dopo consonante e prima di una parola che inizia con [s] seguita da consonante: in storia > inistoria

C) cambiare l'ordine dei segmenti. Le regole che cambiano l'ordine dei segmenti sono note con il nome di "metatesi". In italiano non sono produttive e si ritrovano quasi esclusivamente nei lapsus ex. dico "cimena" invece di "cinema"

D) cancellare segmenti. Ciò è molto diffuso: ex. vino+aio > vinaio   non *vinoaio.      

     V               → Ø/___+V         dove "V" sta per vocale

     [-accento]

Assimilazioni:

totali, parziali, progressive, regressive.

È totale quando il segmento che causa l'assimilazione rende il segmento assimilato totalmente uguale al primo. È parziale se il segmento che causa l'assimilazione cambia l'altro segmento solo parzialmente. L'assimilazione è progressiva quando il segmento che causa l'assimilazione è a sinistra del segmento che si assimila. L'assimilazione è regressiva quando il segmento che causa l'assimilazione è a destra del segmento che cambia.

ex. assimilazione totale regressiva: i[n+r]agionevole > i[rr]agionevole

      assimilazione parziale regressiva: in+probabile > improbabile

ci sono anche assimilazioni di tipo diacronico che caratterizzano ad esempio il passaggio dal latino all'italiano: factum > fatto

esistono anche casi di assimilazione a distanza: questo fenomeno si dice metafonesi:  ex. nero > niri "nero/neri" in umbro meridionale

è ancora un tipo di assimilazione a distanza l'armonia vocalica: le vocali entro un determinato dominio, si assimilano per un particolare tratto o per più tratti: ad esempio nel turco, la vocale del suffisso flessivo plurale si armonizza alla vocale più vicina della parola cui si aggiunge:

adam+lar "uomo + Pl"  o ev+ler  "casa + Pl"

La differenza tra metafonesi e armonia vocalica sta nel fatto che nella prima sono le vocali postoniche a influenzare le vocali toniche mentre nell'armonia vocalica è il contrario.

La dissimilazione è invece il fenomeno contrario: una segmento cambia tratti per distinguersi da segmenti del suo contesto: ex. peregrinus > pellegrino  "r...r > ll...r"

Infine ci sono le regole shandi ["fusione") che si manifestano tra la fine di una parola e l'inizio di quella seguente.

una di queste regole è il raddoppiamento fono sintattico che caratterizza per esempio il toscano (che ffai?).

La sillaba:

rappresenta una unità costituita da uno o più foni agglomerati intorno a un picco di intensità.

La sillaba minima è costituita in italiano da una vocale, il nucleo sillabico. Questo può essere preceduto da un attacco e seguito da una coda. Il nucleo più coda costituiscono la rima.

La sillaba ha una struttura interna di questo tipo:

      

                              sillaba


            attacco                         rima


                                    nucleo        coda

            c                      o                n          (con-durre)

            tr                      o                n          (tron-co)

L'attacco può essere costituito da una o più consonanti e il nucleo può essere costituito da un dittongo ad esempio p-ie-de.

una sillaba è aperta o libera se è priva di coda cioè finisce in vocale altrimenti è detta chiusa o implicata. in alcune lingue il nucleo può essere costituito da sonoranti come [r,l,n,m].

L'aplologia prevede la cancellazione della sillaba in composizione: ad esempio

eroico-comico > eroicomico, esente+tasse > esentasse

si cancella la sillaba finale di parola prima di una parola che inizia con una sillaba con attacco uguale.

Fatti soprasegmentali:

la parola [kane] ad esempio è costituita da quattro segmenti [fonemi): /k//a//n//e/. La fonologia basata sui segmenti è di tipo segmentale. Vi sono però fenomeni che oltrepassano il segmento: sono soprasegmentali appunto. Essi sono la lunghezza, l'accento, l'intonazione e il tono.

► la lunghezza è relativa alla durata temporale con cui vengono realizzati i suoni. Non tutti i suoni hanno la stessa durata. In alcune lingue come il latino la lunghezza vocalica ha valore distintivo. In italiano è la lunghezza consonantica ad essere distintiva invece. esistono lingue dove non è distintiva nè la lunghezza vocalica né quella consonantica.

► accento: è una proprietà delle sillabe. Una sillaba tonica è più prominente di una sillaba atona perché realizzata con maggiore intensità. L'accento può essere contrastivo. Solo nelle lingue con accento non fisso esso può avere funzione distintiva e dar quindi luogo a coppie minime. Una parola inoltre può avere più di un accento: ad esempio in "capostazione" vi è un accento primario sulla "o" di "stazione" e uno secondario sulla "a" di "capo". L'accento primario si marca in apice ['], quello secondario in pedice [,].

► intonazione: l'altezza dei suoni non è uniforme, ci sono picchi e avvallamenti. L'intonazione ha rilevanza sintattica. Le dichiarative hanno una curva melodica con andamento finale discendente, mentre le interrogative hanno andamento finale ascendente.

► tono: una sillaba può essere pronunciata con altezze di tono diverse. Vi sono lingue dove a differenza di altezza di pronuncia corrispondono variazioni di significato. Sono le lingue tonali. le lingue tonali si raggruppano in tre aree linguistiche:

lingue amerinde, lingue africane, lingue della famiglia sino-tibetana.

Le lingue differiscono tra loro sia per l'inventario dei fonemi e degli allofoni che per le regole fonologiche. Ad esempio in inglese ci sono più fricative che in italiano.

CAPITOLO 5:

Morfologia è lo studio delle parole e delle varie forme che una parola può assumere. Le parole possono essere semplici o complesse. Le parole complesse sono le parole derivate che possono essere prefissate o suffissate e le parole composte. Le parole semplici e complesse possono poi essere flesse.

Struttura interna: appartiene alle parole complesse ma non alle parole semplici.

Morfologia è concepita come lo studio della struttura interna delle parole. oggi alla morfologia è affidato un compito complesso cioè dar contro a tutte le conoscenze che un parlante grado della propria lingua. Il parlante conosce il genere delle parole sa come formare forme complesse e il grado di complessità che una parola può raggiungere.

Nozione di parola:

Parole: unità del linguaggio umano istintivamente presenti alla consapevolezza dei parlanti. Abbiamo a che fare con parole quotidianamente e in italiano non sembrano esservi problemi per l'identificazione delle parole. Ma ciò che conta come parola in lingua non è detto che valga anche per le altre lingue. Ex. puer/il ragazzo. Le diversità tra le lingue rende difficoltoso definire le parole.

Criteri per definire una parola: sono molti ma quasi tutti inadeguati.

A)è parola ciò che è compreso tra due spazi bianchi.

questa definizione di parola è semplice e sembra molto efficace ma ha un limite di applicazione: può funzionare solo per le lingue dotate di scrittura non per le lingue che le sono sprovviste.

B) sono parole le unità della lingua che possano essere usate da sole cioè possono formare un enunciato ('domani' in risposta a ' quando?')

Soluzioni:

a)non è possibile definire la nozione di parola una volta per tutte. Distinzione di varie accezioni di parola a seconda del punto di vista a partire dal quale si considera quest'oggetto. La nozione fonologica non coincide con la nozione di parola morfologica o di parola sintattica. Da un punto di vista fonologico per esempio "telefonami" è una parola sola ma sintatticamente è costituita da più unità: "telefona a me".

b) considerare le parole come unità che non possano essere interrotte, o meglio al cui interno non si può inserire dell'altro materiale linguistico. ( lat. 'sentis', qui non posso inserire nulla ; it. 'tu senti', qui si tra "tu" e "senti").

c) assumiamo che nella maggior parte dei casi un parlante nativo abbia intuizioni corrette su cosa siano le parole e che sappia identificarle in un discorso.

Tema, radice e forma di citazione:

Ex. "amare" è la forma di citazione che troviamo sui vocabolari chiamata anche lemma. Questa forma rappresenta tutte le forme flesse che il verbo può avere. Le entrate nel dizionario, i lemmi, non sono forme flesse, sono sempre le forme di citazione.

Convenzionalmente per l'italiano la forma di citazione è la seguente:

  1. il verbo è all'infinito, mentre per le altre lingue vige una tradizione diversa.
  2. nome: maschile o femminile singolare
  3. aggettivo: maschile singolare o la forma unica di maschile/femminile per gli aggettivi a due uscite ex. bello, felice.

Differenza importante: tra un dizionario e un testo. In un testo compaiono forme flesse mentre in un dizionario compaiono forme di citazioni o lemmi.

Lemmatizzazione:operazione che porta dalle forme flesse ai lemmi. Ex. "amavo" > "amare"

Tema e radice: importante è questa distinzione in un verbo. Nel verbo "amare" si toglie la desinenza flessiva "-re" e resta "ama" che è il tema del verbo. Il tema stesso si può analizzare come una radice "am" e una vocale tematica 'a'. Le vocali tematiche dell'infinito italiano sono tre: a, e, i . ex. contare, temere, sentire

Le classi di parole:

Le parole della lingua sono state tradizionalmente raggruppate in classi, o parti del discorso dette anche categorie lessicali. Secondo le grammatiche scolastiche nell'italiano le parti del discorso sono: nome, verbo, aggettivo, pronome, articolo, preposizione, verbo, , congiunzione, interiezione.

Alcune di queste parole assumono desinenze diverse a seconda delle altre parole con cui si combinano.

Le classi di parole che assumono forme diverse sono in italiano: nomi, verbi, aggettivi, articoli, pronomi. Sono perciò detti anche parte del discorso variabili. Le altre parti del discorso invece sono invariabili.

Altra distinzione è quella tra parole aperte e chiuse: le prime sono quelle a cui si possono sempre aggiungere nuovi membri, le seconde sono formate da un numero finito di membri che non può essere aumentato.

Classi aperte: nomi, verbi, aggettivi e avverbi. Le interiezioni costruiscono un caso un po' particolare, forse è possibile pensare che nuove interazioni possano essere formate per esempio usando come interiezioni parole appartenenti ad altre classi.

Comunque questo elenco delle nove parti del discorso non è valido per delle lingue del mondo. alcune parti come l'articolo manca in tante lingue, ma ci sono anche parti del discorso universali cioè presenti in tutte le lingue: nome e verbo, probabilmente lo sono.

Problema: quali sono i criteri in base ai quali si dice che una determinata parola è un nome, un verbo o un aggettivo?

I criteri tradizionali sono di tipo semantico cioè basati sul significato. Il nome designa delle entità e degli oggetti; i verbi designano delle azioni o dei processi. Esistono però delle parole come 'descrizione', 'nascita' che non designano oggetti ma piuttosto processi. Viceversa è abbastanza strano dire che verbi come ' sapere' 'conoscere' indicano azioni: piuttosto designano degli stati.

Si può supporre che le parole siano immagazzinate nella memoria dei parlanti ed è plausibile che le parole siano immagazzinate nella memoria insieme alla loro categoria lessicale.

Le parti del discorso possa essere perciò riconosciute in base a criteri puramente distribuzionali. I nomi, verbi. saranno definiti in base alle altre classi di parole assieme a cui possono o non possono ricorrere. La definizione precisa delle varie parti in termini distribuzionali è un'operazione complessa ma necessaria.

Categorie e sottocategorie:

nomi: ci sono dei tratti che suddividono la categoria del nome, in altre sottocategorie del nome: +umano [persona),-umano [non è nome di persona) -comune [equivale a proprio) -astratto [equivale a concreto).

Il tratto [+/- numerabile] divide i nomi in nomi che possono essere contati, come il libro e nomi che non possono essere contati cioè nomi massa come zolfo. i nomi non numerabili non hanno il plurale ma se ce l'hanno, questo ha significato particolare o idiosincratico ex. "la rottura della acque".

Verbi: sottocategorizzati in transitivi o intransitivi, regolari o irregolari, possono avere una costruzione progressiva ex. "sto leggendo" o verbi, detti stativi che non possono avere questa costruzione ex. "*sto sapendo la risposta".

 

Tutte queste informazioni categoriale e subcategoriali sono fondamentali.

Se consideriamo nomi propri come "Gianni", nomi comuni come "bambino", nomi di animali come "coniglio". si constaterà che ognuno di essi può comparire assieme a certi suffissi ma non a tutti.

conclusione: la categoria e i tratti specificati nel lessico sono informazioni importanti per il funzionamento dell'apparato morfologico di una lingua. tutte le informazioni associate ad una determinata parola nella sua presentazione lessicale servono per il funzionamento dei processi morfologici che possono riguardare quella parola.

Morfema:

definizione: la più piccola parte di una lingua dotata di significato. è un segno linguistico, costituito da un significante ed un significato. Ci sono morfemi lessicali e morfemi grammaticali.

Lessicale cioè non dipende dal contesto. Ci sono poi forme che esprimono soprattutto delle funzioni grammaticali e ricevono significato dal contesto in cui compaiono.

osservazione:

a.       la distinzione tra morfemi lessicali morfemi grammaticali non è sempre netta;

b.      la frequenza di queste classi di morfemi nei testi si avvicina al 50% cioè molto spesso un'alternanza perfetta tra morfemi lessicali e morfemi grammaticali.

     Morfemi liberi e legati:

definizione:

  1. liberi sono  quelli che possono ricorrere da soli in una frase ex. bar, virtù, ieri;
  2. legati sono quelli che non possono ricorrere del soli in una frase e che per poterlo fare si devono aggiungere a qualche altra unità.

Parola e morfema:

Le parole "boys" "libri" sono composte da due morfemi sono cioè bimorfemiche. Generalmente in inglese le parole semplici sono monomorfemiche, in italiano generalmente nomi ed aggettivi semplici sono bimorfemici, mentre i verbi regolari sono trimorfemici.

Morfema e allomorfi:

definizione: morfema designa propriamente una unità astratta che è rappresentata a livello concreto da un allomorfo. La distinzione è parallela a quella che in fonologia esiste tra fonema e allofono.

Generalmente un morfema è rappresentato da un solo allomorfo ma ci sono casi in cui un morfema può essere è rappresentato da più allomorfi. È l'esempio della formazione delle plurale inglese.

esempio: graficamente il plurale regolare in inglese è marcato con una 's' o 'es';  ma foneticamente ci sono tre realizzazioni diverse [s][z][Iz]

ognuno di questi tre allomorfi compare in contesti definiti e in quei contesti gli altri allomorfi non possono comparire.  Si dice che i tre allomorfi hanno distribuzione complementare.

esempio di allomorfia in italiano: articolo maschile.

Flessione, derivazione e composizione:

definizione: la derivazione, la composizione, la flessione sono i processi morfologici più comuni che possono modificare le parole semplici.

A)    Derivazione:

raggruppa tre processi diversi, è caratterizzata dall' aggiunta di un affisso, cioè una forma legata ad una forma libera.

PREFISSO: quando l'affisso si aggiunge a sinistra della parola > PREFISSAZIONE

SUFFISSO: quando l'affisso si aggiunge a destra della parola > SUFFISSAZIONE.

INFISSO: quando l'affisso si aggiunge in mezzo alla parola > INFISSAZIONE.

Ex. fortunato > sfortunato; dolce > dolcemente; kuhbil 'coltello' > kuhkabil 'del coltello' [ulwa, lingua        del Nicaragua)

    B) composizione

forma nuove parole a partire da due esistenti

    C) flessione

si aggiungono alla parola di base informazioni relative a: genere, numero, caso, tempo, modo, diatesi, persona.

La flessione di parole derivate e composte non è diversa quanto a desinenze da quella delle parole semplici.

Morfologia come processo:

Una categoria lessicale ad esempio il verbo può nascere come tale o diventare verbo attraverso vari processi. Ex. N > V magnete > magnetizzare

Aspetto dinamico della morfologia: esistono diverse modalità che possono portare alla categoria del verbo ad esempio.

La parola "indubitabilmente":

  1. è un avverbio dal punto di vista categoriale
  2. costruzione: dall'aggettivo indubitabile viene aggiunto e il suffisso -mente
  3. l'aggettivo indubitabile è a sua volta scomponibile in prefisso: in, aggettivo: dubitabile, , quest'ultimo costruito a sua volta dal verbo "dubitare" più il suffisso -bile.

conclusione: la parola "indubitabilmente" è stata costruita attraverso una serie di processi ognuno dei quali ha portato ad una nuova categoria: verbo, aggettivo, aggettivo, avverbio.

questo aspetto di formazione si chiama dinamico.

Composizione: Ci concentriamo sul risultato, oppure sul processo.

"capostazione": formato da due nomi: capo e stazione. Intrattengono un certo tipo di relazione grammaticale e semantica cioè si tratta del 'capo della stazione' e non della 'stazione del capo'.

Non tutte le combinazioni però portano a risultati accettabili. Ex. *luce-interrogazione

Costituenti: elementi costitutivi dei composti.

La combinazione di categorie uguali non da sempre, come risultato, la stessa categoria.

Ex. Verbo + Verbo > Nome: "Saliscendi"

Problema: capire attraverso quali vie sono state formate le parole.

Differenze:

  1. tra composizione e derivazione: la composizione combina due forme libere, la derivazione combina una forma libera ed una forma legata.
  2. tra prefissazione e suffissazione:

 à la prefissazione aggiunge un morfema legato a sinistra della parola, la suffissazione aggiunge un morfema legato a destra della parola.

à la prefissazione non cambia la categoria lessicale della parola cui si aggiunge mentre la suffissazione di norma la cambia.

à La suffissazione può operare cambiamenti di categoria o di sottocategoria.

Ex. N > V con il suffisso -izzare: atomo > atomizzare

Conclusione dell'esempio:

A. in derivazione ogni categoria lessicale maggiore (N,V,A) può diventare qualsiasi altra categoria lessicale maggiore.

B. Questa generalizzazione esclude le preposizioni sia come categoria di entrata sia come categorie di uscita. Gli aggetti possono anche diventare avverbi.

La sua suffissazione in italiano di norma cambia la posizione dell'accento della parola di base, mentre di norma con la prefissazione questo non avviene. Ex. da "onesto": "disonesto" e "onestà"

Infissazione: è un processo che consiste nell'inserimento di un infisso all'interno di parola, processo poco diffuso in italiano. Tipico infisso italiano potrebbe essere -isc che compare in una voce come 'finisco' ma non in una voce come 'finiamo'. L'italiano dispone però di infissi prodotti per la formazione di parole nuove, non ci occuperemo di infissazione.

Altri processi:

Conversione, reduplicazione, parasintesi: sono processi che non consistono veramente nella aggiunta di un morfema a una base.

Conversione: cambiamenti di categoria senza che sia stato aggiunto alla base un affisso manifesto.

In inglese dal nome "water" [acqua) si è formato il verbo "to water" che significa "innaffiare".

Reduplicazione: raddoppiamento di un segmento e può essere parziale o totale. Può riguardare sia la flessione che la derivazione ma anche la composizione.

Parasintesi: può essere sia verbale che aggettivale. Una forma è paresintetica quando è formata da una base più un prefisso ed un suffisso, ma dove la sequenza "prefisso+ base" non è una parola dell'italiano e dove nemmeno la sequenza "base+ suffisso" lo è. Cioè per esempio "in-giall-ire" esiste ma non esistono ne "*ingiallo" nè "*giallire".

Processi di formazione di parola più rari sono quello che porta a retroformazioni ex. il verbo inglese "edit" da "editor", e la formazione di ideofoni ex. "glu glu" "bang".

 

Allomorfia e il suppletivismo:

Suppletivismo: avviene in una serie morfologicamente omogenea. Si trovano radicali diversi che intrattengono evidenti rapporti semantici senza evidenti rapporti formali.

Caso emblematico: suppletivismo della flessione del verbo "andare", per le radici and- e va(d)-

Il suppletivismo si trova non solo nella flessione ma in tutto il dominio della formazione della parola. Ex. l'aggettivo di "acqua" è "idrico"

Un'entrata complessa può arrivare a comprendere diverse unità, per esempio in italiano può capitare che accanto alla voce principale, siano elencate altre forme suppletive,una greca e l'altra latina. Anche qui c'è una distribuzione complementare degli affissi.

Avrò: cavall+eria, equ+estre, ipp+ico.

Suppletivismo può essere sia forte che debole. È forte quando vi è un'alternanza dell'intera radice, debole quando tra i membri della coppia vi è una base comune riconoscibile e la differenza è di singoli segmenti fonologici. Ex Arezzo/aretino. C'è difficoltà a distinguere tra suppletivismo forte e debole.

Parole semplici e parole complesse:

In sintassi si distinguono frasi complesse e frasi semplici. Una distinzione simile è anche per le parole come "ieri", "sempre", "ogni": sono parole che non possono essere ulteriormente analizzate sul piano morfologico, perché ogni segmentazione non porta ad unità morfologicamente riconoscibili.

Parole invece come capostazione, possono essere ulteriormente analizzate: capo+ stazione.

Le parole semplici sono date, costituiscono il lessico dei parlanti invece quelle complesse sono formate tramite regole morfologiche.

La morfologia deve rendere conto della formazione di tutte le parole complesse.

Per quel che riguarda la sintassi non esistono frasi date, elencate nel lessico. La sintassi deve, al contrario della morfologia, costruire tutte le frasi, da quelle più semplici a quelle più complesse con l'eccezione delle cosiddette frasi fatte che hanno significati idiosincratici ex. "fare di tutte le erbe un fascio".

Parole suffisate:

i suffisi dell'italiano possono essere raggruppati in grandi categorie, queste possono anche incrociarsi. Ci sono ad es. i suffissi deverbali: questa classe comprende i suffissi che formano nomi da verbi. Tali suffissi formano nomi d'azione o deverbali astratti che in certi casi possono concretizzarsi e diventare nomi risultato, cioè nomi concreti, non astratti.

Ex. da "-zione" avremo nomi deverbali astratti: ammirazione, inibizione; nomi risultato: costruzione.

Lo stesso nome può fungere come nome d'azione come nome risultato.

Ci sono poi suffissi che formano nomi agentivi [+umano] (ed a volte strumentali [-umano], [- astratto]):

ad esempio da "-aio" un nome agentivo è "giornalaio"; da "-tore" avremo un agentivo "colonizzatore" o uno strumentale "contatore".

C'è poi la classe dei suffissi valutativi, che è formata dai cosiddetti diminutivi, accrescitivi, peggiorativi, vezzeggiativi. Ex. -ino,-one.

I valutativi sono molto numerosi e produttivi in italiano, al contrario di quanto avviene in inglese. I suffissi possono essere rivali ed in questo caso si spartiscono le base cui posso aggiungersi.

Parole prefissate:

i prefissi dell'italiano sono molti ad es. ante-, con- infra-.

Sui 53 prefissi elencati, le categorie privilegiate della prefissazione sono i nomi, 45, e gli aggettivi,42. Segue il verbo con 28 casi. I prefissi che si aggiungono a una sola categoria lessicale sono 12.

In 19 casi i prefissi si possono aggiungere a due sole categorie, nome e aggettivo per 15 casi, aggettivo e verbo per quattro casi. Un prefisso può aggiungersi a tutte e tre le categorie in 19 casi.

L'elenco dei prefissi dell'italiano:

  1. è una lista approssimativa dei prefissi ITALIANI;
  2. non si sono incluse forme prefissali molto specifiche;
  3. non sono incluse tutte le varianti possibili.
  4. non tutti prefissi elencati sono ugualmente produttivi
  5. Le costruzioni, mimi+ nome, in+ aggettivo, sono molto produttive.
  6. in altri casi la produttività della costruzione è legata a linguaggi settoriali come quello della medicina. In altri casi le costruzioni apparentemente possibili per esempio ri+ aggettivo o non sono produttive o hanno struttura interna diversa da quella richiesta.

Morfologia e significato:

La formazione delle parole consta di una parte formale e di una parte semantica.

Ex. vino+aio = persona che vende il vino

-aio: il significato delle diverse parole consta in una parte fissa, persona che vende, e una parte variabile cioè l'oggetto che si vende. Ex. vino

La parte fissa è la parte di significato interrotta dal suffisso, mentre la parte variabile corrisponde al nome di base. Si può arrivare una parafrasi unica se formuliamo il significato utilizzando delle variabili: "persona che vende N", dove N è la base.

questa parafrasi può essere applicata nel numero di parole in -aio. non a tutte però. per esempio orologiaio è colui che vende orologi ma li ripara anche o addirittura li fabbrica:

la parafrasi quindi non è ancora abbastanza generale e andrà quindi modificata così: "persona che svolge un'attività connessa con N".

si noti che in altre occasioni a significati diversi possono corrispondere suffissi diversi: ad esempio giornalaio è colui che vende i giornali mentre giornalista è chi li scrive. Esiste anche una serie di forme in -aio dove la parafrasi non è quella della 'persona che vende N', ma 'luogo pieno di' ex. pollaio.

Il suffisso -bile ha un significato passivo: ex."osservabile" è "colui che può essere osservato". Possiamo riassumere ciò in una parafrasi: "che può essere X-ato", dove X è un verbo transitivo.

La semantica di una parola complessa è trasparente o composizionale, vale a dire che significato della parola complessa si può ricavare dal significato degli elementi componenti. Ciò è vero quando la regola è produttiva mentre una parola che permane a lungo nel lessico può acquistare significati idiomatici non più desumibili degli elementi che costituiscono. ad esempio con una parola come "tavolaccio" non significa soltanto un "pessimo tavolo" ma si riferisce al "giaciglio del prigioniero", significato, questo, che non si può desumere dai due costituenti tavolo e -accio.

nella formazione delle parole la semantica svolge anche un altro ruolo: i vari suffissi selezionano uno dei significati della base. Il verbo "tentare" ha un significato 'cercare di corrompere' ma anche il significato 'cercare di riuscire'. Ogni suffisso che si aggiunge a questo verbo seleziona un significato ed uno solo della base.

Tentare tentazione         tentativo           tentatore

Sign. 1              +                      -                       +

Sign. 2              -                       +                      -

Composti dell'italiano:

viene mostrata una lista delle possibilità combinatorie della composizione in italiano.

Ex.

categorie dei costituenti

categoria del composto

esiste

produttivo

esempi

N + P

no

*abitosenza

V + N

N

si

si

scolapasta

P + V

si

no

contraddire

Non tutte le combinazioni sono possibili. Si può concludere che la composizione in italiano forma essenzialmente nomi, tranne in due casi e cioè quando il composto è formato da due aggettivi o quando il composto è formato da un aggettivo di colore più nome ex. giallo oro.

testa dei composti:

si consideri un composto come camposanto. La sua struttura può essere rappresentata [[campo]N+[santo]A]N

come si vede il composto ha la stessa categoria lessicale, cioè il nome, di uno dei suoi costituenti, il nome campo. Diremo che campo è la testa del composto e che la categoria N del composto deriva dalla testa.

In altre parole, camposanto E' UN nome perché campo E' UN nome. È da campo che la categorie nome  viene passata a tutto il composto. Identificare la testa del composto è importante perché è dalla testa che derivano al composto una serie di proprietà. Per individuare la testa di un composto si può applicare il test 'E' UN'. Questo vale sia per quanto riguarda la categorie lessicale che per quel che riguarda la semantica. Se al composto, "capostazione" si applica il test 'E' UN' la risposta non è chiara, perché sia "capo" che "stazione" sono nomi. Ma "stazione " è un nome [-maschile] e [-animato] mentre "capostazione" è [+maschile] e [+animato] come "capo"! "capo" sarà dunque la testa del composto. Se la categoria lessicale non basta dunque, si può ricorrere ai tratti sintattico-semantici.

Un costituente è la testa di un composto, quando tra tale costituente e tutto il composto vi è identità sia di categoria che di tratti sintattico-semantici.

Una testa deve essere sia testa categoriale che testa semantica.

Vi sono lingue in cui le teste dei composti può essere identificata 'posizionalmente'. per esempio inglese, si dice comunemente che ' la testa è a destra'. Ex. "overdose"

La categorie lessicale di tutto il composto è sempre uguale alla categoria del costituente a destra. In italiano la situazione è più complessa. I dati sembrano suggerire che in italiano la testa del composto può essere sia destra che a sinistra. ma non è così.

analizzando i dati più da vicino si noterà ad esempio che il composto "gentiluomo" presenta un ordine marcato [si dice un uomo gentile, non un gentile uomo) e non è più produttivo in italiano!

Concluderemo pertanto che la regola sincronica produttiva per la formazione dei composti in italiano contemporaneo genera composti con testa a sinistra, come "pescecane".

Composti e sintagmi:

non è facile distinguere tra composti e sintagmi. Faremo riferimento solo a questi due criteri: inseribilità di materiale lessicale e trasparenza ai processi sintattici. Un composto è una parola e la parola è caratterizzata dal fatto che non è interrompibile: non si può cioè inserire del materiale lessicale all'interno di una parola.

Applicando questo criterio, costruzioni come ferro da stiro (*ferro pesante da stiro), sembrano essere dei composti. Il secondo criterio riguarda il fatto che i costituenti di un composto non sono visibili alle normali regole della sintassi.

Ex. * questa [[lava]+[piatti]] è costosa ma non li lava bene

Altri tipi di composti:

le lingue del mondo presentano una grande varietà di tipi di composti.

Vi sono composti formati con forme legate e costruzioni 'multiparole'.

ecco alcuni esempi:

a.       Composti neoclassici sono formati da due forme legate di origine perlopiù greca o latina o da una forma libera più una forma legata; ex. antropo+fago, dieta+logo.

b.      Composti incorporati derivano da un sintagma costituito da un verbo seguito da un SN oggetto. L'incorporazione consiste nella formazione di un verbo composto il cui primo costituente è il SN oggetto. Di norma il nome incorporato nel verbo è l'oggetto, come si vede nell'esempio del nahuatl, in una lingua uto-azteca parlata in Messico.

Ni-naca-qua = "io carne-mangio"

                      In genere il nome incorporato è l'oggetto diretto ma talvolta anche complementi obliqui   come gli strumentali possono essere incorporati.

c.       Composti sintagmatici :tipo di composto che si trova in inglese e in afrikaans ed è chiamato così in quanto sembra più di origine sintattica che morfologica, ex. "an [ate too much] headache" "un mal di testa (da) mangiato troppo"

d.      Composti reduplicati : composti reduplicati in 'spagnolo'. Si tratta di composti costituiti dalla stessa parola ripetuta ed hanno in genere un significato intensivo o iterativo. Ex. "duermeduerme" "dorme-dorme"

e.       Composti troncati: in russo vi sono composti che vengono formati per troncamento o del primo costituente o  di entrambi. Ex. "zarabotnaja plata" > "zar-plata"

In questi composti si concatenano delle sottoparti dei due costituenti un po' come le cosiddette    parole-macedonia tipo motel [da motor e hotel).

Composizione e flessione:

La flessione dei nomi composti è un aspetto piuttosto irregolare della morfologia e non sempre si riescono ad identificare delle regolarità senza eccezioni. Un nome composto è formato da

parola1 + parola2. teoricamente la flessione dei nomi composti può presentare alcune possibilità.

I casi possibili sono pertanto i seguenti

  1. flessione alla fine del composto ex. mezzogiorni
  2. flessione dopo la prima parola del composto dove la prima parola è la testa ex. capistazione
  3. flessione dopo entrambe le parole ex. cassepanche
  4. composti senza flessione cioè composti invariabili ex. tritacarne
  5. flessione della sola parola 2 ex. portalettere
  6. flessione della sola parola 1 dove la prima parola non è la testa ex. *scuolebus. Non si realizza

Osservazione: è importante assicurarsi che i composti in esame siano produttivi perché è solo per questi si può costruire una regola. si può dire che i composti produttivi oggi sono quelli del tipo dell'esempio b., cioè composti con testa a sinistra e flessione della sola testa. Nel corso del tempo i composti tendono a perdere trasparenza nel qual caso la testa diventa meno identificabile e il composto, percepito come privo di struttura interna, viene flesso secondo la regola generale di flessione dell'italiano, vale a dire a destra.

Composti endocentrici, composti esocentrici, e composti 'dvandva':

tutti i composti sono endocentrici, cioè hanno una testa.

In realtà non tutti i composti hanno una testa per es. "dormiveglia". In questi casi si dice che il composto è esocentrico. Ex. portalettere

osservazione: non vi è identità tra il nome lettere e il nome portalettere, in quanto il primo è non animato, femminile, plurale. Il secondo è animato, maschile, singolare. Il nome lettere non può essere quindi la testa del composto che è dunque un composto esocentrico.

Anche per questo esempio è facile verificare la mancata corrispondenza tra categoria e tratti del costituente nominale categorie e tratti dell'intero composto.

Esiste un terzo tipo di composti chiamati 'dvandva' dalla tradizione grammaticale sanscrita detti anche composti di coordinazione. Questi hanno due teste, sono formati da due costituenti che sono entrambi teste sia categoriali che semantiche. Ex.cassapanca.

Regole di riaggiustamento:

quando le regole morfologiche combinano due forme libere o una forma libera più una forma legata la sequenza che ne risulta può essere o perfettamente normale, o può necessitare di piccoli riaggiustamenti fonologici. Ex. vino+aio = vinaio

Servono quindi regole di aggiustamento che cancellino la vocale finale della prima parola. Sono regole di riaggiustamento anche quelle che riaggiustano la vocale finale di parola in composizione con una forma legata: se la forma legata è di origine greca, la vocale finale di parola diventa "o", se è latina la vocale finale di parola diventa "i". Altre regole guardano i casi di allomorfia ex. amico/amici o sporadici casi di inserimento.

CAPITOLO 6:

Ci sono due accezioni di lessico:

  1. lessico mentale dei parlanti
  2. prende la forma del dizionario o vocabolario, realizzato dai lessicografi. Questo è meno adeguato alle conoscenze grammaticali e lessicali dei parlanti.

Lessico si oppone a grammatica come "memorizzato" si oppone a "costruito tramite regole", perché le parole di una lingua sono memorizzate mentre le frasi sono costruiti tramite regole ma non memorizzate. Infatti una parola semplice non è costruita con regole. Va:

  1. memorizzata
  2. ricordata
  3. ripescata quando serve.

Secondo questa scala:  morfema> parola> sintagma> frase,

tutti morfemi di una lingua devono essere memorizzati, molte parole devono esser memorizzate, quasi tutti i sintagmi sono costruiti tramite regole, tutte le frasi sono costruite tramite regole. Questa è una semplificazione, che serve per risolvere il problema.

 

Il lessico mentale:

è una sottocomponente della grammatica dove sono immagazzinate tutte le informazioni che i parlanti conoscono relativamente alle parole della propria lingua.

Per lessico mentale intendiamo la conoscenza delle parole prese ad una ad una ma anche le conoscenze relative al funzionamento delle parole dei complessi rapporti tra le varie parole, tra varie classi di parole.

Ogni parlante è in grado di fare una lista di nomi concreti, verbi, aggettivi.; è facile constatare che esista un lessico mentale. Ognuno di noi ha un proprio dizionario mentale.

Il lessico implica conoscenze molto profonde da parte dei parlanti che coinvolgono:

  1. attività cognitive dovute alla scolarizzazione [riconoscimento, comprensione, produzione, lettura, scrittura delle parole, collegamenti tra le varie unità e rapporti semantici come sinonimia, antinomia)
  2. conoscenze che riguardano il funzionamento delle parole una volta estratte dal lessico e collocate all'interno di frasi.

Alle parole sono associate informazioni complesse perché possano funzionare morfologicamente, sintatticamente, semanticamente.

esempio: 'amare' è etichettato come [+ regolare], mentre un verbo come 'cuocere' è etichettato come un verbo [- regolare] perché il suo participio passato è 'cotto' e non *cuociuto.

I parlanti hanno anche conoscenze relative a come si traducono i suoni di una parola nella grafia del proprio alfabeto. Da un punto di vista linguistico il problema dell'accesso al lessico richiede risposte relative a come gli esseri umani hanno accesso alle conoscenze lessicali e come tali conoscenze devono essere rappresentate. Un problema su cui si discute tuttora molto per quel che riguarda la rappresentazione delle parole nel lessico è se le parole sono rappresentate effettivamente con un lemma solo o se questo debba essere rappresentato insieme a tutte le sue forme flesse e a tutte le sue forme derivate.

Modalità con cui gli esseri umani hanno accesso al lessico, ci sono diversi modelli:

uno di questi si suppone che alle parole si acceda tramite i primi suoni delle parole stesse; se sentiamo la parola 'Baltimora' prima si attiverebbero tutte le parole che iniziano con [b], poi con [ba], poi con [bal].

Altro problema riguarda il fatto se il riconoscimento delle parole avviene solo sulla base dell'input fonetico o se vi è anche ausilio di informazioni contestuali sintattiche e semantiche.

Dizionari:

un dizionario non è un tentativo di descrivere la competenza lessicale di un parlante perché contiene un numero altissimo di parole in larga parte sconosciuto ad ognuno di noi.

Un dizionario corrisponde al livello della langue, è insieme delle parole usate da tutta una comunità linguistica. Può essere anche molto di più di questo perché in un dizionario c'è molta diacronia e vi si conservano parole che appartengono a fasi precedenti della lingua e che pertanto non sono più in uso.

Struttura di un dizionario:

  1. è costituito da entrate lessicali o lemmi, non parole flesse. Si devono lemmatizzare le parole,
  2. è costruito a partire da 'corpora' per lo più scritti. Esempio: tutto ciò che è stato scritto da Dante. Il lemma nel dizionario viene evidenziato in neretto, segue la trascrizione fonetico fonologica, l'etimologia, e la definizione della categoria lessicale. Ci sono poi esempi e rare eccezioni di significato.
  3. ci sono molte parole, più di quelle che un parlante nativo possiede, ma si deve sottolineare che un dizionario possiede meno di quello che un parlante nativo sa. Un dizionario è sempre arretrato sia rispetto ai neologismi che sorgono continuamente sia rispetto ai significativi nuovi che le parole possono assumere.

Importante è la distinzione tra dizionario e enciclopedia.

un dizionario è una lista di parole che contiene informazioni sulla natura e sull'uso delle parole,1'enciclopedia contiene informazioni su tutto lo scibile umano. Mentre il dizionario definisce conoscenze soprattutto di tipo linguistico-lessicale, l'enciclopedia definisce le nostre conoscenze del mondo.

Un esempio: la preposizione 'a'

I dizionari hanno lo scopo principale di rappresentare le conoscenze lessicali dei parlanti, contengono moltissime forme obsolete, di origine dialettale, di uso letterario eccetera.....

I dizionari moderni differenziano tra i vari livelli di uso e, in alcuni casi rendano accessibili informazioni molto e elaborate.

Esempio di 'a' indica:

  1. Spazio
  2. Tempo
  3. Passaggio
  4. Termine
  5. Strumento
  6. moda e stile
  7. prezzo
  8. vantaggio
  9. causa.

Funzione di:

  1. relativa
  2. predicativa
  3. limitativa
  4. distributiva
  5. causale o finale
  6. condizionale
  7. temporale
  8. inizio di azione
  9. agentiva

Forma locuzioni:

  1. sostantive
  2. preposizionali
  3. avverbiali
  4. congiuntive.

Questi usi fanno parte delle conoscenze lessicali implicite dei parlanti, si ricordi anche che una grammatica o un dizionario non possono essere effettivamente adeguate rispetto le conoscenze dei parlanti. Il lessico mentale è costituito anche dalle istruzioni per l'uso sintattico naturalmente.

Lessicalizzazioni:

Le entrate nel dizionario sono parole semplici non flesse. Gli altri tipi di parole vengono invece costruiti tramite le regole della morfologia.

in un dizionario però non ci sono solo parole semplici ma anche altre unità tra cui le forme lessicalizzate e le sigle. In un dizionario devono trovare posto tutte le forme imprevedibili che non si possono spiegare in modo regolare, forme cioè che non vengono formate tramite regole e che pertanto hanno forme e significati idiosincratici.

Si troveranno anche le cosiddette lessicalizzazioni dette anche costruzioni polirematiche.

Ex.: espressioni idiomatiche come "tagliare la corda". Ma anche unità originariamente frasali come "nontiscordardimè".

Grammaticalizzazione: processo per cui una unità perde il suo significato lessicale e ne acquisisce uno grammaticale, come il suffisso dell'italiano -mente, che è oggi è un suffisso mentre in latino era una parola.

Sigle e abbreviazioni:

Le sigle sono il risultato dei procedimenti di formazione di parola non prevedibili. Si tratta di processi di morfologia minore. Nella maggioranza dei casi si tratta di cancellazioni. Ex. "prof.", "TV"




acronimo: si forma a partire dalle lettere iniziali di ogni parola del sintagma di partenza, è un processo che si può formare anche sulla base di sillabe iniziali. Ex: CGIL

Altri processi sono all'origine di parole come 'POLFER' da 'polizia ferroviaria', sono formazioni chiamate parole-macedonia, o incroci e derivano dall'abbreviazione di parti di parole.

Particolarità: mentre a 'prof.' è stata sottratta -essoressa, che non è unità morfologica, in "spiega" [da "spiegazione") la parte cancellata è -zione, che è unità morfologica.

Stratificazione del lessico:

il lessico di ogni lingua è stratificato, nel senso che è costituito da vari strati. Lo strato [+ nativo] è quello centrale di una lingua data, quello [-nativo] definisce gli strati periferici che spesso riflettono le vicende storiche. L'italiano ha diversi strati non nativi come testimoniano le voci di origine latina ad esempio. Le distinzioni sono rilevanti perché affissi diversi possono scegliere strati lessicali diversi. Per esempio nell'inglese un tratto che ha molta importanza è il tratto: [+/- latino]. L'invasione normanna nel XI sec. ha comportato l'imponente irruzione nell'inglese di voci lessicali di origine romanza.

Ad esempio suffissi inglesi sensibili al tratto latino sono: -ity che si aggiunge a parole marcate come il [+ latino] ma non a parole marcate come [- latino]. Di solito radici native si aggiungono ad affissi nativi e radici dotte ad affissi dotti.

La selezione "di strato" non è sempre esclusiva ma esistono anche forme miste. I tratti di strato sono rilevanti per il lessico delle maggiori lingue europee.

3.1. stratificazione dell'italiano

lo strato [- nativo] dell'italiano è costituito da prestiti e da calchi. Sia prestiti che calchi sono forme di interferenza tra sistemi linguistici diversi e riguardano la produzione di una data parola da una lingua di partenza ad una lingua di arrivo. Se la riproduzione è di struttura morfologica, sintattica o semantica avremo un calco strutturale o semantico; se la riproduzione è più centrata sul significante avremo un prestito.

I calchi sono chiamati anche "prestiti semantici" e rappresentano trasposizioni di modelli morfologici o sintattici della lingua di origine a quella di arrivo. Per esempio retroterra viene dal tedesco Hinterland.

Tra i prestiti si possono distinguere quelli adatti e quelli non adatti.

Adattati: sono parole entrate a far parte del lessico italiano in epoche remote ed hanno una forma fonetica che non identifica che la loro origine è straniera. Ad esempio: complimento, alfiere. Sono però parole italiane a tutti gli effetti ed un criterio per verificare l'ingresso definitivo di una parola nel lessico della lingua è di controllare se può dar luogo a derivazione.

Non adatti: prestiti che conservano una forma estranea alle regole fonologiche dell'italiano. La sola forma fonologica non è sempre una spia di estraneità infatti parole come "leader" che terminano in consonante mostrano di essere integrate nel sistema morfologico dell'italiano dato che danno luogo a parole derivate come 'leaderino'.

In italiano dominano oggi prestiti dall'inglese, ma vi sono anche prestiti dal francese, tedesco, spagnolo. In ogni lingua convivono moltissimi strati e così un esame accurato del lessico italiano rivelerà la presenza di voci russe, giapponesi, arabe, ebraiche, turche. Un dizionario contiene anche molta storia della lingua ed ha lemmi che si dispongono lungo il corso dei secoli. Un dizionario riflette stratificazioni di uso e di registro stilistico. Il DISC identifica i livelli d'uso: antico, antiquato, dialettale, letterario, non comune, regionale. E diversi registri stilistici: familiare, gergale, ironico, popolare, scherzoso, spregiativo, volgare.

Categorie introdotte dai dizionari più recenti:

  1. fondamentale
  2. di alta disponibilità
  3. di alta frequenza

Un dizionario è anche il risultato della somma di vari glossari settoriali. Ci sono lemmi che sono specifici di determinati settori. Ex. aeronautica, agricoltura.

Dizionari specialistici:

Diverse tipi di dizionari:

  1. monolingui , scopo principale è dare definizioni
  2. bilingue, fornire una traduzione di un termine da una lingua all'altra
  3. plurilingui, dove si trovano corrispondenza tra diverse lingue
  4. etimologici, che tracciano la storia delle parole dalle origini alla contemporaneità
  5. sinonimi e contrari
  6. neologismi
  7. elettronici
  8. inversi
  9. di frequenza e concordanze

Dizionari elettronici:

I 3 dizionari consultati sono: DISC, Zingarelli, DM.

I dizionari elettronici su CD-ROM permettono una serie di funzioni importanti:

·        ricerca di lemmi

·        ricerca di più lemmi con caratteristiche comuni

·        caratteri speciali: di solito hanno il punto interrogativo che sostituisce un carattere e l'asterisco che sostituisce un numero indeterminato di caratteri

·        operatori logici ex. "e". per fare ricerche incrociate

·        possibilità di creare dizionari personalizzati, salvare e stampare liste di parole

·        sillabazione dei lemmi

·        ottenere forme flesse con indicazione degli  ausiliari per i verbi

·        trovare sinonimi e contrari

·        arrivare ad un lemma a partire da una forma flessa

·        ascoltare la pronuncia delle parole, soprattutto quelle straniere o di cui vi è incertezza nella pronuncia.

Giochi:

Molti dizionari di supporto elettronico accanto alle ricerche più tipiche prevedono un settore giochi. Un gioco linguistico è strumento di conoscenza di una lingua.

Tipi di giochi:

§         anagrammi

§         rime

§         palindromi, cioè parole che rimangono le stesse anche se scritte al contrario

§         bifronti, cioè parole che diventano altre parole diverse se scritte al contrario

§         omografi, cioè parole uguali per la forma scritta ma distinte per significato

§         'scarti' quando da una forma data viene tolta una lettera alla volta e vengono cercate tutte le forme possibile anagrammando le lettere rimanenti

Dizionari inversi:

invertono il principio di ordinare le parole in ordine alfabetico, ordinano cioè le parole a partire dall'ultima lettera. Se per due parole l'ultima lettera è uguale si passa alla lettera immediatamente precedente e così via.  Ex. l'ordinamento sarà: epoca, estensione, estate, rubacuori, antico, valoroso.

È un principio di ordinamento che vale per dizionari inversi, questo tipo dizionari è importante perché fa ricerche in ambito linguistico, perché ordinando le parole partire a da destra permette di tener liste di parole che terminano con le stesse lettere quindi anche con lo stesso suffisso. Tramite questo dizionari si può vedere anche la rima.

Dizionari di frequenza:

nell'epoca degli elaborati elettronici è concettualmente semplice pensare di raccogliere mezzo milione di parole e chiedere all'elaboratore di disporle o in ordine alfabetico o in ordine di frequenza. Queste imprese, che si rivelano molto complesse, sono state realizzate per l'italiano dal LIF e dal LIP.

1. LIF cioè "lessico di frequenza della lingua italiana contemporanea" presenta circa 5000 lemmi che sono presentati in ordine alfabetico e in ordine di frequenza. una proprietà molto interessante di questo dizionario è che sono stati spogliati testi diversi come testi teatrali, romanzi, copioni cinematografici, periodici, sussidiari.

La parola ricorre più spesso in testi letterari nei sussidiari nei romanzi che ne copioni cinematografici e nei periodici. La seconda parte è una lista dei lemmi in ordine di frequenza. LIF, e sostiene che le prime 100 parole più frequenti arrivano a coprire il 60% di qualsiasi testo che per le prime 1000 l'85% e le prime 4000 il 97%.  Nell'affrontare una lingua straniera converrà dunque cercare di tener conto di questa proprietà statistica dei vocabolari.

2. LIP: "lessico di frequenza dell'italiano parlato", di dimensioni simili a quelle del LIF ma raccoglie campioni di parlato in quattro città, Milano, Firenze, Roma, Napoli in quattro blocchi da 125.000 occorrenze ciascuno. Il parlato raccolto è di varia natura, comprende vari tipi di interazioni linguistiche: scambi faccia a faccia, conversazioni telefoniche, dibattiti... E' stato costruito per poter essere confrontato con il LIF. Si constata che il vocabolario del parlato per il 97% è costituito da parole ben radicate nel suolo italiano. Il parlato si rivela relativamente povero dal punto di vista lessicale rispetto allo scritto. Dunque un buona lista di frequenza della lingua scritta è in grado di dare conto anche delle forme più frequenti nel parlato.

Concordanze:

non sono propriamente dizionari ma sono piuttosto le liste dei contesti in cui una determinata parola appare. Oggi si possono elaborare piuttosto facilmente ricorrendo ad ausili elettronici.

Si possono ad esempio cercare le concordanze della Divina Commedia per le forme "amor" e "amore".

Le concordanze sono utilissimi strumenti di analisi testuale e oggi si possono ottenere con molta facilità grazie a software specializzati. Particolare importanza riveste il contesto: di solito per la poesia il contesto è il verso, per la prosa una riga, ma si possono ovviamente tenere contesti più ampi.

CAPITOLO 7:

La grammaticalità di una frase è indipendente dal suo senso.

per esempio posso dire: "il cerchio quadrato suona la cornamusa" anche se non ha alcun significato, è grammaticale.

La sintassi studia i motivi per cui certe combinazioni sono ben formate mentre altre no.

esistono combinazioni di parole che comprendono più frasi ma anche combinazioni di parole più piccole di una frase, ossia i gruppi di parole o sintagmi. La sintassi studia ovviamente tutto questo.

La valenza:

determinati verbi devono essere accompagnati da un determinato numero di parole, mentre altri ne richiedono un numero diverso. I verbi, come gli elementi chimici, hanno bisogno di essere accompagnati da un numero determinato di altri elementi perché la frase sia formata in modo adeguato. Come gli elementi chimici quindi hanno una valenza detta valenza verbale. un verbo come catturare è bivalente mentre camminare è monovalente. gli elementi che sono richiesti obbligatoriamente dai vari verbi sono detti argomenti: ad esempio nella frase " il poliziotto catturò il ladro" "il poliziotto" e "il ladro" sono gli argomenti del verbo.

i verbi possono essere:

verbi avalenti: non sono accompagnati da alcun argomento. Ex. piove.

Verbi monovalenti: sono per esempio i verbi intransiti come morire, parlare.

verbi bivalenti: sono per esempio i verbi transitivi come piantare, catturare.

verbi trivalenti: sono i verbi cosiddetti "di dire" e "di dare": per esempio "il professore ha detto ai ragazzi di fare silenzio"

In una frase possono essere presenti comunque molti altri elementi. Posso aggiungere elementi facoltativi che sono chiamati circostanziali, essi non sono obbligatori come gli argomenti. I circostanziali hanno una maggiore possibilità di movimento all'interno della frase.

I gruppi di parole:

La funzione di argomento o di circostanziale può essere svolta indifferentemente da una parola sola o da un gruppo di parole. Esistono criteri che permettono di individuare questi gruppi di parole.

> uno di questi criteri è quello del movimento: le parole che fanno parte di uno stesso gruppo si spostano insieme all'interno della frase.

per esempio nella frase: "a mezzanotte il poliziotto catturò il ladro", "a mezzanotte" è un gruppo di parole e non posso dire: "*Mezzanotte, il poliziotto catturò il ladro a"

> un altro criterio è quello della enunciabilità in isolamento: dato un contesto opportuno, le parole che formano il gruppo possono essere pronunciate da sole. Ad esempio:

"Chi ha catturato il ladro?"

una risposta grammaticale è "il poliziotto".

> il criterio della coordinabilità parte dal presupposto che le parole appartengono a classi diverse e che quindi non tutte le parole di qualunque classe sono intercambiabili l'una con l'altra. ciò vale anche per i gruppi di parole.

Per esempio non posso dire " *a mezzanotte e il poliziotto catturò il ladro". "a mezzanotte " e              "il poliziotto" non sono coordinabili perché appartengono a due tipi diversi di gruppi di parole.                 "a mezzanotte" è costruito intorno ad una proposizione "a", mentre "il poliziotto" è costruito intorno a un nome, "poliziotto". l'elemento che svolge la funzione di "a" in "a mezzanotte" e di "poliziotto" in "il poliziotto" è chiamato testa del gruppo di parole. i gruppi come "a mezzanotte", visto che la loro testa è una preposizione, sono detti sintagmi preposizionali (sigla: SP) e i gruppi come "il poliziotto", visto che lo loro testa è un nome, sono chiamati sintagmi nominali (sigla:SN). altri tipi di sintagmi sono: sintagmi verbali (sigla: SV) e sintagmi aggettivali (sigla: SA). Un esempio di sintagma verbale è       "legge il giornale" mentre un esempio di sintagma aggettivale è "molto buono".

La struttura interna dei sintagmi è rappresentata con i diagrammi ad albero chiamati anche indicatori sintagmatici. Art. = articolo, N = nome, V = verbo, P = preposizione

ex.                    SV

            V                     SN


                           Art.               N


      catturò           il                 ladro

Questi diagrammi sono utili per rappresentare la struttura gerarchica delle frasi.

Si può usare anche la rappresentazione detta a parentesi etichettate. Quindi posso rappresentare: [SV[VcatturòV][SN[Art.ilArt.][NladroN]SN]SV]

La rappresentazione della struttura sintagmatica permette di disambiguare strutture ambigue.

i sintagmi sono i costituenti della frase: essi possono essere costituiti da altri sintagmi, fino alle singole parole, che sono i costituenti ultimi della sintassi.

i sintagmi più semplici sono quelli costituiti dalla sola testa che è l'unico elemento la cui presenza è necessaria.

Dal punto di vista della struttura sintagmatica due frasi come "Gianni passeggia" e "il figlio di mio cugino attraversa la strada con calma" sono perfettamente identiche perché entrambe costituite da un sintagma nominale e da un sintagma verbale.

1)"Gianni legge questi libri"

2)"La lettura di questi libri migliora la mente"

                        F

            SN                               SV


                                    V                     SN


                                                     A              N

            Gianni             legge        questi         libri

                                                                        F

                                    SN                                                                   SV


                        SN                   SP                                            V                     SN


            Art.              N                                                                            Art.            N


                                         P               SN

                                                    A           N


            La           lettura     di       questi   libri                         migliora        la             mente

In 2) SN è molto più complesso di quello in 1). i SV invece sono costituiti in modo analogo cioè da un V e da un SN. In generale quando il verbo è bivalente esso è la testa di un SV che contiene almeno un SN che possiamo chiamare il complemento oggetto.

il soggetto di 2) è un SN che contiene un altro SN e un SP che è costituito dalla preposizione "di" e da un altro SN. L' SN "questi libri" è lo stesso che funge da complemento oggetto nel SV di 1). SN "questi libri" è il complemento del N "lettura" in 2) come è il complemento del V "leggere" in 1). Questa è un'importante analogia tra la struttura dei SV e quella dei SN la cui testa è un nome, come "lettura", derivato da un verbo, come "leggere".tuttavia in 2) non si riesce rappresentare bene il fatto che "questi libri" è il complemento di "lettura" allo stesso modo in cui "questi libri" è complemento di "legge" in 1).

il complemento è presente in tutti e quattro i tipi di sintagmi che abbiamo esaminato: SN, SV, SP, SA.

in 2) l'SN "questi libri" è introdotto dalla preposizione "di" che è il complemento del N "lettura". Questa relazione tra testa e complemento può essere rappresentata con un sintagma di livello intermedio tra la testa "lettura" e l'intero SN "la lettura di questi libri". Per rappresentare questa categoria di livello intermedio si può usare il simbolo N con una barra sovrapposta, N'. La categoria N' si combina poi con l'articolo "la" per formare il SN "la lettura di questi libri":

                                    SN

            Art.                                          N'


                                                N                     SP


                                                              P                  SN


                                                                          A             N'


                                                                                          N


            la                             lettura        di        questi        libri

Anche il dimostrativo "questi" svolge la stessa funzione dell'articolo "la" in "la lettura": "questi" è in rapporto paradigmatico con l'articolo "i" ["i libri", "questi libri" ma non "* i questi libri").

sia gli articoli che i dimostranti svolgono la funzione di specificatore del SN. quindi diremo che nel SN "la lettura di questi libri", "la" è lo specificatore, "lettura" la testa e "questi libri" il complemento. l'intero SN (specificatore, testa e complemento) può anche essere rappresentato come N'' (leggi: "N due barre"); la testa più il complemento sono rappresentati come N'; la sola testa come N.

come i SN, anche i SV, i SA e i SP hanno uno specificatore,una testa e un complemento. Possiamo esprimere mediante un'unica formula questa analogia di struttura tra i quattro sintagmi, utilizzando la lettera X che può stare per una qualunque delle categorie N,V,A e P, e le "barre" per indicare i vari livelli strutturali del sintagma, o livelli di proiezione: il livello più basso è quello costituito dalla sola testa e si indica con X; il livello immediatamente superiore è costituito dalla testa più il complemento e si indica con X'; il livello più alto è costituito dallo specificatore e da X' e si indica con X''. otteniamo così lo "schema X-barra":

                                    X''


            Spec(ificatore)              X'


                                          X           Comp(lemento)

Le frasi:

- " a mezzanotte, il poliziotto catturò il ladro davanti alla casa che aveva appena svaligiato"

Non tutti i gruppi di parole che chiamiamo frasi esprimono un senso compiuto ad esempio "che aveva appena svaligiato" e non tutte le espressioni di senso compiuto sono gruppi di parole ad esempio "Gianni!" ha senso compiuto.

la differenza che esiste tra i gruppi di parole chiamati "frasi" e gli altri tipi di gruppi di parole è che solo le frasi sono composte di soggetto e predicato. Il rapporto soggetto/predicato è un rapporto di dipendenza reciproca.

La testa, abbiamo visto, è l'unico elemento necessario del gruppo di parole: non c'è dipendenza reciproca tra testa e gli altri elementi che chiameremo modificatori, perchè la testa può esserci anche senza i modificatori, mentre i modificatori non possono esserci senza testa.

prendiamo due espressioni:

- l'albero è verde

- l'albero verde

La prima è una frase, la seconda un sintagma nominale. Un'espressione come "*l'albero è", è sentita come malformata. Se dico invece "l'albero" è perfettamente ben formato mentre "verde" non lo è: questo accade perché la prima delle due espressioni contiene la testa del gruppo, mentre la seconda contiene solo il modificatore.

ciò che è sempre necessario è la presenza di una struttura soggetto/predicato che può realizzarsi in modi diversi. I gruppi di parole di tipo frasale si distinguono dagli altri tipi gruppi di parole perché contengono una struttura predicativa cioè un soggetto e un predicato.

Esistono tre tipi di entità che sono genericamente chiamate "frasi":

1)- espressioni di senso compiuto che sono gruppi di parole con struttura predicativa. ex.l'albero è verde

2)- espressioni di senso compiuto che non sono gruppi di parole e non hanno una struttura predicativa. ex. Gianni!

3)- strutture predicative che non sono espressioni di senso compiuto. ex."che aveva appena svaligiato".

Intendiamo proposizione come equivalente a "frase con struttura predicativa".

Tipi di frasi:

una frase può essere semplice o complessa. Quella semplice non contiene altre frasi, quella complessa si. Il rapporto tra le frasi semplici che costituiscono una frase complessa può essere di coordinazione o di subordinazione.

nella frase: " Gianni è partito e Maria è rimasta a casa", le due frasi sono coordinate. Nella frase "a mezzanotte, il poliziotto catturò il ladro davanti alla casa che aveva appena svaligiato"; "a mezzanotte, il poliziotto catturò il ladro davanti alla casa" è la frase principale e " che aveva appena svaligiato" e la frase subordinata. La frase principale in questo caso è una frase indipendente. Le frasi indipendenti sono sempre principali ma non sempre le frasi principali sono anche indipendenti. Ad esempio in           "Gianni crede che Paolo abbia mentito" "Gianni crede" è principale ma non indipendente.

Le frasi semplici possono essere classificate in base a: dipendenza, modalità, polarità, diatesi e segmentazione.

◊ - Dipendenza: le frasi possono essere principali o dipendenti

◊ - Modalità: le frasi possono essere dichiarative, interrogative, imperative ed esclamative. La distinzione è di tipo puramente sintattico e può non coincidere con il valore semantico o pragmatico.

sono due i tipi fondamentali di frase interrogativa:

Le interrogative "si-no" che richiedono solo una risposta si o no e le interrogative wh-, la cui sigla è ricavata dalle lettere iniziali dei pronomi interrogativi dell'inglese. queste ultime interrogative richiedono di specificare una determinata persona, cosa... per esempio: chi è partito?

◊ - Il punto di vista della polarità distingue le frasi affermative delle frasi negative.

◊ - Il punto di vista della diatesi distingue invece frasi attive delle frasi passive.

◊ - Il punto di vista della segmentazione oppone due tipi di frasi come le seguenti:

1) non avevo mai letto questo libro

2) questo libro, non lo avevo mai letto

L'elemento "questo libro" è collocato nella prima posizione nella seconda fase ed è separato dal resto della frase con una pausa. La seconda frase è dunque divisa in due segmenti. In particolare questo caso è un esempio di frase segmentata detta dislocata a sinistra. Un altro tipo di frase segmentata è per esempio: "Gianni ho visto ieri, non Paolo". Questa è una fase focalizzata perché la parola Gianni è pronunciata con un innalzamento di tono. ci sono poi le frasi a tema sospeso, dislocate a destra e scisse.

La caratteristiche delle frasi segmentate è che un determinato sintagma si trova in una posizione messa in rilievo rispetto agli altri.

Ovviamente una frase non è solo dichiarativa, o solo principale, o solo affermativa... ma appartiene ad un determinato tipo per ciascuno dei vari punti di vista.

Per ciascuno dei punti di vista discussi ora esiste una corrispondenza sistematica tra frasi di un determinato tipo e frasi di un determinato altro: per esempio alla dichiarativa corrisponde un interrogativa sì-no che differisce dalla dichiarativa soltanto per l'intonazione. A questo tipo di corrispondenza sistematica tra frasi di tipo diverso si dà il nome di trasformazioni.

Le corrispondenze tra frasi attive e frasi passive sono che: il complemento oggetto della frase attiva è il soggetto alla corrispondente passiva, il soggetto della frase attiva non deve essere espresso obbligatoriamente nella fase passiva e, se è espresso, assume sempre la forma di un sintagma preposizionale la cui testa è "da".

Nelle frasi interrogative wh- un argomento del verbo non compare nella stessa posizione della dichiarativa corrispondente, ma all'inizio della frase. Se una frase interrogativa è complessa questo ha l'effetto che un argomento può trovarsi in una frase semplice diversa da quella in cui si trova il verbo a cui è collegato.

- Mario ha comprato il giornale

- Gianni mi ha detto che Mario ha comprato il giornale

La prima frase è semplice e se vogliamo porre una domanda su che cosa ha comprato Mario avremo l'interrogativa wh-: "cosa ha comprato Mario?" in cui il secondo argomento del verbo "comprare" è rappresentato dal pronome interrogativo "cosa".

La seconda invece è una frase complessa e la frase interrogativa corrispondente è: "cosa ha detto Gianni che Mario ha comprato?". Qui il verbo "comprare" si trova nella frase dipendente. Non c'è limite alla distanza alla quale si possono trovare il pronome interrogativo e il verbo cui esso è collegato nella interrogativa wh-.si possono creare frasi come: "cosa ha detto Gianni che Pietro crede che Mario abbia comprato?". Frasi come questa però difficilmente ricorreranno nell'esecuzione ma appartengono alla competenza dei parlanti italiani. Queste frasi sono costruibili in base al meccanismo della ricorsività.

secondo Chomsky ad un determinato livello, quello astratto, i vari sintagmi si troverebbero in determinate posizioni e, successivamente, si muoverebbero nella posizione in cui concretamente li percepiamo. si parla di movimento e di livello di rappresentazione. Nella frase seguente il simbolo "t" indica la posizione di "cosa" prima di tale spostamento e l'indice "i" sottoscritto a "cosa" e a "t" indica che i due elementi sono collegati l'uno all'altro:

cosai ha detto Gianni e Pietro crede che Mario abbia comprato ti?

il movimento appare limitato nel senso che può trovare degli ostacoli lungo il suo percorso. Per esempio considerando due frasi come:

- Pietro crede che invaderanno quel paese

- Pietro ha l'opinione che invaderanno quel paese

Le frasi interrogative wh- corrispondenti sono:

- quale paesei Pietro crede che invaderanno ti?

- *quale paesei Pietro ha l'opinione che invaderanno ti?

La seconda frase è agrammaticale. Il nome "opinione", al contrario del verbo "credere", blocca il movimento del sintagma "quel paese" dalla sua posizione nel livello astratto a quella nel livello concreto. È una spiegazione complessa e non entriamo nei dettagli.

Se ci troviamo di fronte a frasi dipendenti che rappresentano degli argomenti del verbo della frase principale parliamo di frasi dipendenti argomentali. Esistono però oltre agli argomenti, i circostanziali quindi avremo anche frasi dipendenti circostanziali. esistono alcuni tipi di frasi circostanziale:

temporale ex. quando Gianni è arrivato, Maria era già partita da un pezzo; causale, finale, consecutiva, condizionale, concessiva e comparativa.

i circostanziali sono facoltativi.

Vediamo ora di esaminare i tipi possibili di frasi argomentati:

- frasi come "che Paolo abbia mentito" sono chiamate oggettive o completive. Esistono anche alcuni tipi di nomi che possono avere degli argomenti per esempio nomi come "fatto", "idea" in frasi come "il fatto che i soldati si siano comportati così..." La frase posta in corsivo è una frase completiva nominale.

- Frasi come "che la terra giri intorno al sole" in frasi come " che la terra giri intorno al sole è noto da molto tempo" sono dette frasi soggettive.

- un ultimo tipo di frasi dipendenti argomentali è costituito dalle cosiddette interrogative indirette: "Gianni non sa chi partirà domani"

oltre alle dipendenti argomentali e circostanziali esistono le frasi relative.

esse possono essere restrittive ex. gli studenti che non si sono iscritti all'appello non possono sostenere l'esame; o appositive ex. Gianni, che non si è iscritto all'appello, non può sostenere l'esame. Nel primo caso infatti si indica solo il sottoinsieme di quelli che non si sono iscritti, nel secondo si aggiungono alcune informazioni sul conto di Gianni.

spesso è difficile distinguere tra relative e completive nominali. Per identificare la distinzione si fanno considerazioni derivanti dalla teoria della valenza. Una frase relativa si distingue da una completiva nominale perché l'elemento che la introduce svolge anche la funzione di argomento del verbo della frase relativa stessa.

Le frasi poi possono anche essere esplicite o implicite. Le esplicite sono le frasi dipendenti che contengono un verbo di modo finito, sono implicite quelle che contengono un verbo di modo non finito.

Per molto tempo si è pensato che la frase fosse una categoria priva di testa, o esocentrica, al contrario degli altri tipi di sintagmi che sono invece dotati di testa, endocentrici.

da poco tempo si è cominciato però a proporre una struttura endocentrica anche per le frasi. Il punto di partenza è che la testa della frase sia la flessione del verbo, ciò può sembrare strano anche perché già sappiamo che né il predicato né il soggetto possono essere la testa della frase. Tuttavia si deve distinguere il contenuto lessicale del verbo della sua flessione. Il contenuto lessicale di un verbo come passeggiare è che si tratta di un verbo monovalente che significa camminare lentamente... ed è identico per qualunque modo, tempo ecc. La flessione invece è identica per qualunque altro tipo di verbo sia esso monovalente, bivalente o trivalente. Il verbo ad un livello astratto è disgiunto dalla flessione quindi. La flessione è un morfema libero a livello astratto mentre è un morfema legato solo a livello concreto!

Una frase come: "Gianni passeggia" la posso rappresentare così.

                                                FLESS''


                        SN (=N'')                                 FLESS'

                            N'                            FLESS             SV (=V'')

                       

                            N                                                         V'


                                                                                        V


                        Gianni                           III Sing.            passeggiare

                                                            Ind. Pres.

Il soggetto è lo specificatore di FLESS'' e il predicato è il complemento. Un'opera di trasformazione porterà poi il verbo passeggiare ad amalgamarsi con i tratti "terza persona singolare indicativo presente" della testa FLESS. Ma come si fa a questo punto a rappresentare una interrogativa wh- per esempio o che posizione si deve assegnare agli elementi che introducono le frasi dipendenti come "che" o "di"? si è pensato che le posizioni di tali elementi siano al di fuori del nucleo predicativo della frase. Per rappresentare ciò si considera il sintagma FLESS'' come complemento di un'altra categoria detta COMP cioè complementatore che a sua volta è la testa di un altro sintagma, il sintagma del complementatore. Lo schema è il seguente sempre seguendo la notazione X-barra:

                                    COMP''

                       

            specificatore                             COMP'


                                                COMP             FLESS''

                                                            SN (=N'')               FLESS'


                                                                             FLESS          SV (=V'')      

Questo tipo di struttura si estende però anche alle frasi principali. In alcune lingue anche alcune frasi principali sono introdotte da complimentatori. Lingue come italiano vedono la realizzazione del complementatore solo a livello astratto.



Soggetto e predicato:

solitamente si dice che il soggetto è la persona o la cosa che fa l'azione,o, nelle frasi di forma passiva, che la subisce.

ma la definizione del soggetto come autore di un'azione si dimostra valida solo per certi tipi di frasi e certi tipi di verbi. In definitiva si può definire il soggetto come quell'argomento che ha obbligatoriamente la stessa persona e lo stesso numero del verbo. Le definizioni tradizionali non distinguono i diversi livelli di analisi della frase cioè i livelli sintattico, semantico e comunicativo. La definizione proposta, cioè che il soggetto è l'argomento che ha obbligatoriamente la stessa persona e lo stesso numero del verbo, individua il soggetto come entità sintattica. La definizione del soggetto come colui che compie l'azione si colloca invece a livello semantico. Definire il soggetto come ciò di cui si parla si basa sull'analisi dell'aspetto comunicativo della frase! Si deve distinguere dunque.

È meglio limitarsi ad usare i termini soggetto e predicato per riferirsi alle nozioni del livello sintattico. A livello semantico si parlerà di agente per il soggetto e di azione per il predicato oppure nelle frasi che non esprimono un'azione si parlerà di stato. In queste ultime frasi al soggetto sintattico daremo, dal punto di vista semantico, l'etichetta di esperiente. A livello comunicativo, al posto di soggetto, useremo tema e, al posto di predicato, rema.

categorie flessionali:

Le desinenze delle parti del discorso variabili esprimono le diverse categorie flessionali: per esempio il genere, il numero... Queste categorie flessionali si oppongono alle categorie lessicali, cioè alle parti del discorso. Per esempio due parole come "bello" e "bella" appartengono alla stessa categoria lessicale, quella degli aggettivi, ma sono diverse dal punto di vista della categoria flessionale del genere. Se due parole hanno le stesse categorie flessionali si parla di accordo. Se invece una parola ha una data categoria flessionale perché questa le è assegnata da un'altra parola con categorie flessionali diverse, si parla di reggenza.

L'italiano ha due generi. Varie lingue hanno più di due generi. Non c'è una corrispondenza esatta tra la categoria naturale del sesso e la categoria linguistica del genere. Il genere è indicato non soltanto nel nome testa di un sintagma nominale ma anche negli altri elementi del sintagma che devono accordarsi con esso!

Anche il numero è una categoria linguistica che ha un rapporto soltanto indiretto con la corrispondente categoria della realtà. In lingue come il greco esistono tre numeri grammaticali: il singolare, il plurale e il duale utilizzato per indicare tipiche coppie di oggetti ad esempio gli occhi. Altre lingue hanno un'espressione morfologica propria anche per il triale, cioè per indicare terne di oggetti. anche il numero manifesta il fenomeno dell'accordo in italiano.

Le persone grammaticali sono tre: colui che parla, prima persona, colui a cui ci si rivolge, seconda persona, colui di cui si parla ma non entra nel dialogo, terza persona. i verbi impersonali sono tutti alla terza persona pur non avendo un soggetto che indichi una persona ex. piove. per quanto riguarda la prima persona del plurale, essa può indicare sia i parlanti che gli ascoltatori, oppure i parlanti ma non gli ascoltatori: nel primo caso si parla di noi inclusivo, nel secondo di noi esclusivo.

in latino l'ordine delle parole non ha la funzione di indicare i diversi argomenti. Alcuni studiosi chiamano casi le relazioni tra i vari sintagmi nominali ed il verbo, indipendentemente dal fatto che esse siano manifestate da una variazione morfologica della parola, come il latino, oppure con altri mezzi, come in italiano. il latino dà un'espressione morfologica al caso, in questo caso si parla di casi morfologici. anche l'italiano ha un numero limitato di casi morfologici nel sistema dei pronomi personali.

Genitivo:

"l'esposizione della dottrina" e "la ferita di Achille" possono essere parafrasate con:

1)la dottrina espone qualcosa

2)qualcuno espone la dottrina

3)Achille ha ferito qualcuno

4)qualcuno ha ferito Achille

in 1) e 3) il nome che nel sintagma nominale era al genitivo è il soggetto, in 2) e 4) è l'oggetto diretto: nel primo caso si parla di genitivo soggettivo, nel secondo di genitivo oggettivo.

Occorre distinguere tra tempo in senso cronologico [presente, passato e futuro) e tempo in senso grammaticale. esistono lingue che non distinguono i tempi grammaticali, il verbo qui ha sempre un'unica forma e le indicazioni temporali sono date da particelle.

Non c'è inoltre corrispondenza assoluta tra il tempo cronologico e il tempo grammaticale. Ad esempio in "sarà pur vero quello che mi hai raccontato ma io lo ritengo incredibile", il futuro grammaticale "sarà" non si riferisce a qualcosa che deve ancora accadere.

una frase come "Gianni è partito" contiene un'espressione di tempo. Questa frase può essere enunciata in un determinato momento cronologico: lo chiameremo momento dell'enunciazione. Il momento dell'enunciazione è sempre il presente (in senso cronologico). Al tempo stesso, la frase ci dice che un determinato evento è avvenuto in un momento diverso da quello dell'enunciazione: lo chiameremo momento dell'evento. il momento dell'evento in " Gianni è partito" è anteriore rispetto al presente. In determinati frasi viene indicato anche un momento di riferimento diverso dal momento dell'enunciazione e da quello dell'evento. Ad esempio:

- quando Gianni era già partito da tempo, Pietro finalmente arrivò

il verbo della frase dipendente indica un evento anteriore al momento di riferimento, che è quello del verbo della frase principale. Il concetto di momento di riferimento permette di distinguere il futuro anteriore dal futuro semplice perché il primo dei due tempi fa entrare in gioco un momento di riferimento.

La categoria dell'aspetto ci permette di distinguere fra tre tempi del passato: l'imperfetto, il passato prossimo e il passato remoto. Si parla di aspetto imperfettivo per l'imperfetto e per il passato prossimo e remoto si parla di aspetto perfettivo, cioè compiuto. in una frase come: "l'anno scorso, Gianni scriveva un libro" io non so se il libro è stato terminato mentre se dico "l'anno scorso, Gianni ha scritto/scrisse un libro" so che il libro è stato terminato. il passato prossimo descrive un evento passato i cui effetti sussistono ancora nel presente, il passato remoto descrive un evento passato che non ha più alcun rapporto con il presente. Si dice quindi che il passato prossimo è compiuto mentre il passato remoto è aoristico.

Il modo è l'espressione dell'atteggiamento del parlante rispetto all'evento descritto dal verbo: per esempio l'indicativo esprime la pura e semplice constatazione di un fatto.

ci sono poi i modi non finiti: infinito, participio e gerundio che si contrappongono ai modi finiti. la finitezza consiste nel fatto che mentre l'indicativo, il congiuntivo e il condizionale distinguono tre persone e due numeri, questa distinzione non esiste per i modi non finiti.

la scelta del modo e del tempo della frase dipendente è determinata dal verbo della frase principale. Questi fenomeni sono noti con il termine latino di consecutio temporum.

si distingue infine tra discorso diretto e discorso indiretto.

CAPITOLO 8:

allo studio del significato delle espressioni linguistiche sì dal nome di semantica e allo studio del loro uso si dà il nome di pragmatica. è importante la nozione di verità: comprendere il significato di una frase è comprendere la condizione in cui essa risulta vera e comprendere il significato di una parola è comprendere il contributo che essa dà alle condizioni di verità di una frase. Le frasi sono descrizioni di frammenti della realtà, se sono vere, mentre non descrivono nulla, se sono false. La definizione del significato basata sulla nozione di verità può andare bene sia per le dichiarative ma anche per le interrogative e le imperative.

ma il significato non è solo un rapporto tra linguaggio e realtà.

il primo problema è dato dalla mancanza di corrispondenza globale tra i significati delle varie lingue: ad esempio la parola inglese "wood" può significare sia "legno" che "bosco". Non esistono comunque lingue più precise di altre ma ogni lingua si riferisce alla realtà in modo diverso! Esistono delle relazioni tra espressioni linguistiche che qualunque parlante nativo di una determinata lingua può cogliere senza alcun bisogno di far entrare in gioco il rapporto tra lingua e realtà. Per esempio un parlante dell'italiano sa che la frase "Gianni è scapolo" equivale alla frase "Gianni non è sposato" e se si dice "Gianni è scapolo, ma è sposato" si cade in contraddizione, e tutto questo anche senza sapere se nella realtà Gianni è effettivamente sposato oppure no. l'esempio tra "scapolo" e "non sposato" è una relazione di sinonimia.

se invece per esempio io non sono in grado di riconoscere un airone cinerino, tuttavia posso dire con grande sicurezza una frase vera come "l'airone cinerino è un animale". La relazione tra "airone cinerino" e "animale" è di iponimia.

inoltre io posso utilizzare le espressioni linguistiche in modo non letterale: ad esempio se un locandiere mi dice "vuole uscire?" perché mi comporto in modo maleducato, certamente se rispondo "si" dovrò anche uscire. La frase è usata in senso non letterale, ha cioè la forma di una domanda ma è un modo sfumato di esprimere un ordine! Le lingue naturali possono usare frasi in senso letterale o non letterale: queste possibilità sono un esempio di fenomeno pragmatico.

Se io dico " il gatto è un animale domestico" con la parola "gatto" mi riferisco ai gatti in quanto specie ma se dico "il gatto dorme sulla poltrona" mi riferisco a un gatto determinato. Nel primo caso la parola gatto si riferisce ad una specie, nell'altro a un singolo individuo.

La parola inglese "wood" esprime il significato di due parole italiane distinte "legno" e "bosco" e la parola italiana "dita" esprime il significato di due parole inglesi distinte "fingers" e "toes". La realtà è la stessa ma il modo in cui le due lingue ce la presentano è diverso.

Una stessa realtà può essere presentata in modo diverso anche all'interno di una sola lingua. Ad esempio la città indicata dal nome "Roma" è la stessa di quella indicata dal sintagma "la capitale d'Italia": tuttavia queste espressioni non sono sempre intercambiabili infatti non posso dire "Roma è Roma" mentre se dico "Roma è la capitale d'Italia" ho un importante informazione. È necessario distinguere tra la realtà indicata dal linguaggio e il modo in cui tale realtà è indicata cioè in questo caso tra la città di Roma e le due espressioni "Roma" e "la capitale d'Italia". Il modo di indicare la realtà mediante espressioni del linguaggio è chiamato significato, mentre la realtà denotata da queste espressioni è chiamata riferimento. Le diverse lingue possono riferirsi all'identica realtà esprimendo i significati in modo diverso. Altri studiosi usano, invece di riferimento, denotazione. Per altri si deve distinguere tra denotazione che riguarda l'uso del lessema in quanto tale e riferimento che riguarda l'uso del lessema in una frase determinata.

un grande problema è quello di cercare di capire quale realtà sia denotata da parole come "ippogrifo" o da nomi astratti come "deduzione" o da parole come "e", "o". Una prima soluzione è pensare che queste parole abbiano solo significato ma non denotazione e riferimento: sono comprese solo dalle connessioni che intrattengono con altre parole. Un'altra soluzione considera che il nostro linguaggio non si riferisce solo agli oggetti del mondo reale ma anche a una pluralità di mondi possibili ex. "ippogrifo". Per quanto riguarda invece le parole astratte, il nostro linguaggio si comporta come se esse avessero lo stesso tipo di riferimento delle parole concrete.

Alcuni lessemi hanno la proprietà di essere ambigui, cioè di poter avere più di un significato. Ad esempio una parola come "esecuzione" ha due significati "realizzazione di un'opera" e "messa in atto della pena di morte"; la parola "vite" può significare "pianta dell'uva" o "chiodo filettato". questi esempi presentano due ambiguità diverse: nel caso di "esecuzione" c'è una certa relazione tra i due valori del sintagma infatti l'esecuzione di una condanna a morte è sempre la realizzazione di un atto, un'opera. Nel caso di vite invece ci si riferisce a due entità molto diverse. L'ambiguità di lessemi come esecuzione rappresenta un caso di polisemia mentre l'ambiguità di lessemi come vite rappresenta un caso di omonimia. Un lessema polisemico presenta più significati ma tutti collegati l'uno all'altro in qualche modo.

Quando i significati che il termine in questione può assumere sono molto vicini l'uno all'altro ma sono comunque diversi il dizionario li esplicita. Questa diversità è causata dalle diverse combinazioni sintattiche in cui alcune classi di parole possono ricorrere. Un esempio di questo tipo di polisemia:

- Gianni si è dimenticato di aver chiuso la porta [l'ha chiusa)

- Gianni si è dimenticato di chiudere la porta [non l'ha chiusa)

Il significato di "dimenticare" è simile ma non identico

nella primo esempio la frase dipendente "di aver chiuso la porta" comunica fattività. Gianni ha chiuso la porta cioè.

alcuni verbi poi comunicano una presupposizione di esistenza se sono seguiti da determinati complementi. ex

- Gianni ha cotto le uova

- Gianni ha cotto una frittata

nella prima le uova esistevano anche prima che Gianni le cuocesse. Nella seconda Gianni, cuocendo, ha prodotto qualcosa di nuovo.

esistono poi alcune parole che assumono un numero indefinito di significati diversi a seconda dei differenti contesti. ex. l'aggettivo "buono" ex. buon ragazzo, buon pianista, buon libro

Metafora e metonimia:

per metafora si intende l'uso traslato di una parola sulla base di una parziale somiglianza tra il significato "fondamentale" e il significato traslato. Ad esempio il doppio significato di vite può essere spiegato come un'estensione metaforica del significato di pianta a quello di utensile: la filettatura della vite utensile assomiglia al viticcio della pianta di vite.

La metonimia consiste nell'estendere il significato della parola ad un altro significato connesso al primo per contiguità. Ad esempio "mano" ha il significato fondamentale di "arto" ma poiché è con tale arto ad esempio che si gioca a carte, ecco che "mano" è venuto ad assumere questo ulteriore significato.

Più lessemi possono avere lo stesso significato: si parla di sinonimia. Il fenomeno opposto è l'antonimia cioè l'espressione di due significati opposti da parte di due lessemi ex. "bianco" rispetto a "nero", "sposato" rispetto a "scapolo". "bianco" e "nero" ammettono l'esistenza di entità intermedie, "grigio"; invece "sposato" e "scapolo" non ammettono entità intermedie. per specificare: le relazioni antonimiche del primo tipo sono esempi di significati contrari, quelle del secondo di significati contraddittori.

i vari lessemi possono anche essere inclusi nel significato di altre lessemi o includere il significato di altri lessemi. ex. "uccello" include il significato di "animale" mentre è incluso nel significato di "airone". Nel primo caso si parla di iponimia [uccello è iponimo di animale), nel secondo di iperonimia [uccello è iperonimo di airone).

Nel 1975 circa si è cercato di rappresentare in modo esplicito le relazioni di significato con un sistema di simboli che faceva uso della nozione di tratto semantico, modellata su quella di tratto distintivo. ad esempio un dato lessema è caratterizzato dal tratto [+ organismo vivente] o [- organismo vivente]. È molto difficile comunque proporre un inventario finito dei tratti semantici.

Il significato di una frase è il risultato della combinazione dei significati delle parole che la compongono: si parla di un principio di composizionalità. È vero però che le frasi contengono qualcosa di più rispetto al significato dei singoli elementi e alcune combinazioni di parole hanno un significato non ricavabile da quello delle singole parole da cui sono costituite.

in questo secondo caso si parla di lessicalizzazioni: il significato di espressioni lessicalizzate come "tagliare la corda" non deriva dalla composizione dei significati delle parole da cui sono formate.

In molti casi però il principio di composizionalità funziona. Si riescono così ad analizzare le parole come "e", "o".

"e" "o" "se" e parole analoghe sono delle congiunzioni cioè combinano parole o frasi, in quest'ultimo caso, producono delle frasi complesse e sono quindi dette connettivi proposizionali o frasali.

una frase semplice è vera o falsa: il significato dei connettivi frasali è illustrato dall'effetto che essi hanno sulla verità o la falsità delle frasi complesse che contribuiscono a formare. Una frase come "oggi piove e non piove" è falsa e una frase come "oggi piove o non piove" è certamente vera. Una frase complessa formata tramite il connettivo "e" è vera solo se le frasi semplici che la compongono sono tutte vere. Una frase complessa formata tramite il connettivo "o" è vera solo se almeno una delle frasi semplici da cui è formata è vera. La frase "oggi piove e non piove" è un esempio di contraddizione, la frase "oggi piove o non piove" è un esempio di tautologia.

Oltre alle tautologie e alle contraddizioni anche altri tipi di frasi possono essere giudicate veri o falsi su base puramente linguistica.

Se si dice:

1) Titti è un canarino ed è un uccello > linguisticamente vera

2) Titti è un canarino e non è un uccello > linguisticamente falsa

il valore di verità è determinato non solo del significato del connettivo "e" ma anche da quello delle parole "canarino " e "uccello". Un è canarino è necessariamente uccello. Frasi come la seconda, la cui verità o falsità è determinabile unicamente sulla base del significato dei connettivi frasali "e" dei lessemi in esse contenuti, rappresentano casi di analiticità.

esistono anche casi in cui determinate frasi non sono né vere né false:

- l'attuale re di Francia è calvo

- l'attuale re di Francia non è calvo

non possono essere entrambe vere ovviamente.

Ma sono entrambe false perché non esiste attualmente nessun re in Francia. Entrambe le frasi presuppongono la verità che:

- attualmente c'è un re in Francia

questa nuova frase è presupposizione delle altre due. La presupposizione è quella frase che deve essere vera perché le frasi che la presuppongono possano avere un valore di verità. Dato che in questo caso la frase è falsa le prime due non sono né vere né false ma inappropriate.

Altri esempi di frasi la cui verità o falsità è determinabile in base al loro significato sono quelle contenenti i cosiddetti quantificatori cioè parole come tutti, nessuno...

nella frase:

- ogni ragazzo ama la sua ragazza

può significare sia che ogni ragazzo ama una ragazza differente oppure che ogni ragazzo ama la ragazza di un ragazzo determinato. Nel primo caso si dice che il possessivo "sua" è legato dal quantificatore "ogni", mentre nel secondo caso si dice che il possessivo è libero.

nella frase passiva corrispondente a quella analizzata però è molto difficile interpretare "sua" come legato:

- la sua ragazza è amata da ogni ragazzo

in questo caso "sua" precede "ogni". il possessivo è dentro la portata del quantificatore nella prima, ma non lo è nella fase passiva.

- Gianni dice che Francesco lo ha ingannato

- Gianni dice che Francesco ha ingannato solo se stesso

i pronomi che queste due frasi contengono appartengono a due categorie diverse: "lo" è pronome personale, "se stesso" è un pronome riflessivo. Quindi una pronome personale non può essere legato entro la frase semplice in cui si trova mentre un pronome riflessivo deve essere legato.

L'uso del linguaggio umano consiste nell'esecuzione di determinati atti:

- locutori: pronunciare determinati sintagmi o parole

- proposizionali: fare riferimento a determinate entità e predicazione di proprietà in merito ad esse

- illocutori: per constatazioni, ordini, consigli...

- perlocutori: cercare di produrre un determinato effetto sul nostro interlocutore ad esempio fargli compiere un'azione

in ogni atto linguistico tutti questi tipi di atti sono compresenti. l'unico tipo di atto che non si realizza sempre è quello proposizionale infatti esistono espressioni che non sono predicative per esempio "Gianni!", "Ahi!"

Vi sono relazioni diverse tra questi tipi di atti.

Ad esempio: uno stesso atto illocutorio può corrispondere ad atti proposizionali diversi: dicendo "Gianni ha telefonato" o "la terra è rotonda" compio due atti proposizionali diversi, perché diversi sono i miei riferimenti e le proprietà che predico di essi ma il mio atto illocutorio è identico, cioè in entrambi i casi un'asserzione.

poi uno stesso atto proposizionale può comparire in diversi atti illocutori ecc...

Performativi:

un tipo particolare di atti illocutori sono quelli con i verbi performativi. ex. "prometto di partire", "questa corte dichiara l'imputato innocente", "mi scuso di essermi comportato così".

con questi verbi cioè io non mi limito a parlare ma compio un'azione, ad esempio nella prima frase quella di promettere. L'uso performativo non è confinato ai verbi. ad ex. "Rigore!" detto da un arbitro di calcio, modifica l'andamento della partita. Perché l'enunciazione di una frase abbia un effetto performativo non è sufficiente che tale frase contenga verbi come promettere. Se tali verbi sono usati al passato il loro valore cambia. ex. "ieri ho promesso a Paolo di partire". In questo caso il verbo descrive un determinato atto compiuto dal soggetto della frase. Si parla di uso constatativo di questi verbi in questi casi.

In linguaggio naturale può essere usato non letteralmente. Secondo Grice, la conversazione è regolata da massime raggruppate in quattro categorie: quantità, qualità, relazione e modalità.

Quantità: fornisce l'informazione necessaria, né troppa né troppo poca

Qualità: sii veritiero

Relazione: sii pertinente, fornisci soltanto informazioni pertinenti alla conversazione

Modalità: evita ambiguità, sii breve e ordinato

a volte si violano alcune di queste massime perché il parlante non ha usato espressioni nel loro significato letterale ma ha voluto trasmettere un altro significato. Si realizza così una implicatura conversazionale. Non si usa il termine implicazione perché non sempre le implicature della nostra conversazione nel linguaggio naturale corrispondono a quelle che i logici definiscono implicazioni.

se io dico "qualche studente ha superato l'esame" entra in gioco la massima della quantità. Ma se io sapessi che in realtà tutti gli studenti hanno superato l'esame e nonostante ciò dicessi che "qualche" studente l'ha superato violerei tale massima, non fornirei l'informazione necessaria. Il mio interlocutore, che pensa che io parli seguendo le massime, trae l'implicatura che qualche studente non ha superato l'esame. Mi sto comportando in modo inappropriato dal punto di vista pragmatico.

Supponiamo che Gianni, di cui mi fidavo molto, mi abbia giocato un brutto tiro. Parlando della faccenda con una terza persona, che conosce la situazione, dico: "Ah, Gianni è davvero un amico!". In questo caso ho violato la massima della qualità perché non sono stato veritiero ma la conversazione funziona perché io ho trasmesso l'implicatura che ciò che dico non va inteso nel suo significato letterale. questo è un caso di un uso retorico o figurato del linguaggio, la figura in questione è quella dell'ironia qui.

CAPITOLO 9:

una lingua è stratificata sia verticalmente che orizzontalmente. Avremmo variazioni diastratiche, stratificazione sociale; diatopiche, differenze dialettali; diafasiche, variazioni del livello di formalità; diamesiche,variazioni dipendenti dal mezzo usato per comunicare. La sociolinguistica ha affrontato queste tematiche.

La linguistica teorica ha come oggetto principale di studio il linguaggio umano come capacità; la sociolinguistica invece tende a tenere conto di dati più vicini alle varie situazioni comunicative ed ha come oggetto principale di studio l'uso effettivo della lingua.

La linguistica teorica pone al centro il cosiddetto "parlante nativo idealizzato" che ha una perfetta competenza della propria lingua. Anche la sua comunità linguistica è idealizzata e si considerano più gli aspetti di omogeneità che di differenziazione. In realtà i parlanti reali fanno errori e conoscono le regole da usare correttamente nelle varie situazioni (competenza comunicativa), la comunità linguistica è stratificata linguisticamente e socialmente e non è omogenea. Ciò che interessa maggiormente i linguisti sono le differenze e la loro rilevanza sociale. In definitiva la teoria del linguaggio cerca di descrivere le strutture del linguaggio umano, la sociolinguistica descrive l'uso che gli esseri umani fanno di queste strutture nella realtà.

La sociolinguistica contemporanea nasce da un'ipotesi: la variazione libera non esiste. La variazione libera non è veramente libera perché tutte le volte che esistono due modi diversi di dire una cosa, vuol dire che vi è una scelta e che tale scelta può essere correlata a fattori sociali. Dunque la variazione libera è correlata con fattori sociali. I modi diversi di dire una stessa cosa non riguardano solo la fonologia ma riguardano tutti i livelli linguistici: ad esempio la sintassi "non me lo dire/non dirmelo".

u

 

i

 
il campo di studio della sociolinguistica contemporanea è l'isola di Martha's Vineyard. L'isola, nel 1962, era abitata da pescatori anglofoni e da immigrati portoghesi e indiani. i continentali con la loro presenza vacanziera determinavano uno stravolgimento dell'economia dell'isola. Il fenomeno osservato è stato chiamato centralizzazione di [a].questo fenomeno. Riguardava la pronuncia centralizzata di /a/ cioè che invece di [haus] house, si sentiva una pronuncia del tipo [həus].

ə


a

 

[a] veniva realizzata più al centro nella direzione di [ə].ovviamente le due pronunce [haus] e [həus] erano un caso di variazione libera.

solitamente le variazioni finiscono nel nulla ma a volte acquisiscono un senso in questo caso diventano una variabile cioè una variazione cui si può attribuire un significato sociale. Le variabili devono essere frequenti cioè devono occorrere anche nel linguaggio spontaneo, strutturali cioè integrate nel sistema e stratificate cioè con distribuzione asimmetrica negli strati sociali. Nel caso analizzato, registrata la variazione [haus]/[həus] si tratta di stabilire se è una variazione occasionale o se è una variabile. Fu somministrato un questionario ad un campione di parlanti e furono effettuate registrazioni. Il questionario fu sottoposto a diversi gruppi sociali e ai diversi gruppi etnici presenti sull'isola. si consideri lo spazio fonetico la [a] e [ə] in questo modo:

[ə]        5

            4

            3

            2

            1

[a]        Ø

Ogni parlante può realizzare la /a/ più o meno centralizzata: se dice [a] il grado di centralizzazione è zero. per semplificare la percezione si è modificato lo schema dividendolo in soli 3 gradi:

[ə]        5          2

            4

            3          1

            2

            1          Ø

[a]        Ø

Ci si accorse che i vari contesti linguistici possono influenzare il fenomeno della centralizzazione.

I dati mostrarono che i portatori del massimo grado di centralizzazione erano i pescatori maschi di circa 35 anni. Questo gruppo di persone condivideva un giudizio di valore positivo nei confronti dell'isola e nutriva una forte avversione alle incursioni estive dei turisti: il significato della centralizzazione era nato dunque per identificare il gruppo dei nativi avversi agli estranei.

all'interno del quadro della sociolinguistica si è sviluppata la nozione di regola variabile, regole cioè che si applicano con diversa frequenza col variare di date circostanze linguistiche o extralinguistiche.

Comunità linguistica: è insieme di tutte le persone che parlano una determinata lingua o varietà linguistica e ne condivido le norme d'uso. La comunità è da considerarsi stratificata.

Repertorio linguistico: è l'insieme dei codici e delle varietà che un parlante è in grado di padroneggiare all'interno del repertorio linguistico più ampio della comunità cui appartiene. Classi sociali diverse hanno repertori linguistici diversi. Quando un parlante dispone di più varietà è facile che passi dall'una all'altra: questi passaggi sono chiamati code switching.

Competenza comunicativa: riguarda la capacità che i parlanti hanno di utilizzare la lingua nei modi che sono appropriati alle varie situazioni. È un fatto individuale.

Quando parliamo, abbiamo intenzione di comunicare con il nostro interlocutore. Accanto a questa funzione che è stata chiamata di "rappresentazione" ce n'è un'altra che è quella di "presentazione":parlando, presentiamo noi stessi e diamo un gran numero di informazioni su di noi. Riveliamo il sesso, l'età, la provenienza geografica, la nostra istruzione, la nostra salute...

La sociologia del linguaggio porta l'attenzione più alla società rispetto alla sociolinguistica che è una scienza più linguistica. La sociologia del linguaggio è lo studio della società in rapporto con lingua. Un problema attuale di sociologia del linguaggio è quale debba essere la lingua della nuova Europa comunitaria. Una volta decisa la lingua si stanzieranno fondi per l'insegnamento della stessa ma, dal momento che probabilmente si prenderà la strada che favorirà il plurilinguismo passivo, i finanziamenti  andranno in altre direzioni. Anche la messa a punto di un ortografia per una lingua che prima era solo orale è un problema di sociologia del linguaggio.

Etnografia della comunicazione: il linguaggio è considerato come uno dei sistemi simbolici di una società e anche come uno strumento di trasmissione e mantenimento degli schemi sociali. L'interazione verbale è il luogo principale della trasmissione degli schemi culturali e quindi l'etnografia della comunicazione studia l'uso del linguaggio nelle interazioni verbali della vita quotidiana di date comunità linguistiche. I temi tipici sono ad esempio: che cosa rappresenta il silenzio, come si presentano le scuse, come si esprime accordo o disaccordo...

Il potere di una persona su un'altra implica una relazione asimmetrica. Le lingue possono esprimere questa con i pronomi di cortesia ex. Lei/Voi di contro ai pronomi della solidarietà ex. tu. Vi sono relazioni asimmetriche dove un parlante usa il pronome di cortesia e l'altro risponde con il pronome della solidarietà, ma vi sono relazioni simmetriche dove i parlanti usano reciprocamente il pronome di cortesia o il pronome della solidarietà.

Date due varietà X e Y è difficile stabilire se esse sono due varietà diverse di una stessa lingua o due lingue diverse. Alcuni criteri per stabilire se sono due varietà diversi di una stessa lingua sono i seguenti:

1)- di tipo diacronico e cioè se la parlata in questione, X, deriva dalla stessa lingua da cui deriva Y

2)- comprensione reciproca

3)- criterio lessicostatistico: se X e Y condividono l'80% del lessico allora sono varietà linguistiche di una sola lingua

4)- criterio lessicostatistico ma misurato su altri livelli linguistici come la morfologia

5)- presenza o meno di una letteratura

se accanto alle considerazioni linguistiche aggiungiamo altri criteri di carattere sociolinguistico come la sovraregionalità, varietà come sardo e friulano non sono "lingue". Da ricordare che l'italiano di oggi non è che un dialetto diventato lingua nazionale.

L'italiano deriva dal toscano ma nella sua forma scritta, infatti fenomeni come la gorgia toscana non ci sono in italiano.

La dialettologia è lo studio dei dialetti e ha avuto storicamente due aspetti principali: la dialettologia diacronica e la geografia linguistica. La prima è lo studio per esempio dell'evoluzione dal latino ad un determinato dialetto. La geografia linguistica ha prodotto gli atlanti linguistici che riportano varie parole delle varie aree geografiche e le confrontano. L'Atlante più famoso è quello di Gilleron.

Dialetti in Italia: una delle prime classificazioni dei dialetti si deve a Dante.

che nel "De vulgari eloquentia" individuò 14 dialetti divisi dalla linea appenninica: 7 ad est e 7 a ovest. anche oggi le classificazioni sono di tipo geografico ma la divisione è tra dialetti settentrionali, toscani e centro-meridionali.

i dialetti settentrionali comprendono i dialetti gallo-italici e quelli veneti.

ha una posizione a sè il toscano.

i dialetti centro-meridionali sono l'umbro-marchigiano centrale, l'abruzzese-molisano, il romanesco e l'aquilano, il pugliese settentrionale e il materano, il campano, il calabrese settentrionale e il potentino; quelli meridionali estremi sono il salentino, il calabrese meridionale e il siciliano.

Importante è la linea La Spezia-Rimini che divide i dialetti settentrionali da quelli centro-meridionali.

Vi sono fenomeni linguistici che compaiono esclusivamente a nord di questa linea come per esempio:

- lo scempiamento delle consonanti lunghe: lat. ANNUM> piem. lomb. emil. [an]

- la sonorizzazione delle sorde intervocaliche: lat. FRATELLUM> lomb. [fra'del]

- l'esistenza delle vocali cosiddette turbate come [y]

fenomeni invece che si ritrovano a sud della linea sono ad esempio:

- il raddoppiamento sintattico [ak 'kasa]

- la pronuncia sorda della sibilante intervocalica ['kasa]

- l'assimilazione totale progressiva del nesso consonantico ND in [nn]: lat. MUNDUM> ['monno]

è ovvio che questi dialetti presentano caratteristiche comuni ma anche molto diversificate. Per esempio il toscano ha fenomeni tipici come il passaggio da [tς] a [ς] e da [dЗ] a [З] o la "gorgia toscana" cioè l'indebolimento con il passaggio a fricative delle occlusive sorde in posizione intervocalica.

in Italia si parlano anche un certo numero di lingue straniere (alloglossia) come il francese, il tedesco, il catalano...

in una stessa area possono essere presenti due varietà linguistiche. A seconda del rapporto che hanno queste due varietà si parla di bilinguismo o diglossia.

Bilinguismo c'è quando tutti gli parlanti padroneggiano le due varietà.

Diglossia quando le due varietà sono usate in modo complementare e una varietà ha uno statuto socio-culturale più alto dell'altra.

in Italia le situazioni possono incrociarsi per dare quattro possibilità come disse Fishman nel 1972:

a)- bilinguismo con diglossia: competenza sia dell'italiano che del dialetto ma divisione degli ambiti funzionali di italiano e dialetto

b)- diglossia senza bilinguismo: competenza dell'italiano limitata alle classi sociali "alte" e per il resto diffusione del dialetto

c)- bilinguismo senza diglossia: competenza di italiano e dialetto senza che gli ambiti funzionali delle due varietà siano del tutto differenziati

d)- né bilinguismo né diglossia: è presente solo in piccole comunità isolate senza differenziazioni sociali

Lingue pidgin e lingue creole:

una lingua pidgin è occasionale e nasce tra due gruppi che devono comunicare. Tali lingue derivano da una mescolanza di elementi indigeni e della lingua sovraimposta modificati da fenomeni di semplificazione. Il lessico è ridotto e si privilegia la paratassi. La morfologia subisce riduzioni. molti dei pidgin si estinguono con la fine dei rapporti di lavoro che li hanno fatti emergere ma se questi continuano nasce una lingua creola che diventa più complessa. Le lingue creole sono parlate da circa 20 milioni di persone e soprattutto hanno base francese. può esserci un continuum post-creolo quando il creolo va verso la fusione con una lingua standard. sta diventando importante lo studio dei pidgin per i loro meccanismi di nascita e di apprendimento.

CAPITOLO 10:

La spiegazione che vedeva la nascita della varietà delle lingue dall'episodio della torre di Babele, a partire dall'ebraico, continuò fino al Rinascimento. È con l'inizio del '800 però che lo studio della parentela genealogica delle lingue e del loro mutamento nel tempo assume l'aspetto che lo caratterizza ancora oggi. Si parla di linguistica storica.

si iniziò a distinguere tra lingue originarie e origine del linguaggio. Si iniziò a studiare le parole delle lingue originarie ricostruendole sulla base della comparazione delle lingue da esse derivate. Non si studiava più l'origine del linguaggio e ciò è sancito dall'atto di fondazione della Società Linguistica di Parigi nel 1866.

[Oggi si pensa che l'origine del linguaggio sia dovuta all'aumento del peso del cervello nell'homo sapiens.)

Non esistono lingue più primitive di altre.

La linguistica storica del '800 rinunciava a qualsiasi ipotesi catastrofista per spiegare il mutamento linguistico. [ad esempio Flavio Biondo nel '400 pensava che l'italiano fosse nato per effetto delle invasioni barbariche mentre Leonardo Bruni pensava che italiano fosse sempre esistito).

Dante aveva già individuato la causa dei cambiamenti linguistici nel semplice scorrere del tempo. In effetti è così, ogni generazione apprende la propria lingua dalla generazione precedente ma agisce sulla lingua stessa. Queste differenze si notano a distanza di secoli.

Il metodo comparativo:

si confrontano le lingue per scoprire se sono genealogicamente apparentate. Bisogna stare attenti a non cadere in errore, se due lingue hanno qualche parola che si somiglia infatti, non significa che siano apparentate, può trattarsi semplicemente di un fenomeno di prestito. si deve limitare il confronto tra due lingue a quelle parti del vocabolario di una lingua che sono native. Tra queste parti possiamo scegliere le parole indicanti ad esempio i nomi di parentela come "padre". per applicare il metodo comparativo si devono individuare una serie di corrispondenze sistematiche tra fonemi e morfemi in determinate lingue ossia che a determinati fonemi e morfemi in una lingua corrispondono determinati altri fonemi e morfemi in un'altra lingua. Ciò significa che due parole corrispondenti in due lingue possono essere anche formate da fonemi tutti diversi, e quindi avere un aspetto molto diverso, eppure avere la stessa etimologia. Per dimostrare l'esistenza di queste corrispondenze si deve mostrare che esse non si limitano ad una parola sola ma si estendono ad altre parole del "vocabolario nativo". Si deve anche ricostruire il cammino che ha portato dalla parola nella lingua originaria alla parola nelle due lingue apparentate. La comparazione tra due lingue richiede quindi di ripercorrerne la storia. Per questo si parla di linguistica storico-comparativa. Il procedimento permette di stabilire qual'è l'antenato comune più vicino di determinate lingue, nonché gli antenati più remoti. Se non è attestata si può anche ricostruire la lingua originaria sulla base della comparazione tra le lingue. Per le lingue germaniche si parla di proto-germanico per esempio.

Da ricordare bene che la comparazione non si effettua tra parole ma tra fonemi o morfemi di lingue diverse.

Per lingue non attestate come il proto-germanico si deve tener presente che ogni ricostruzione linguistica è un'ipotesi.

Dal confronto di lingue più strettamente apparentate si ricostruisce una lingua originaria. La comparazione dei vari gruppi linguistici ci permette poi di ricostruire la lingua originaria dell'intera famiglia per esempio l'indoeuropeo. L'immagine della famiglia linguistica indoeuropea ha la forma di un albero genealogico.

GUARDA FOTOCOPIA

La rappresentazione delle lingue indoeuropee nella forma di albero genealogico fu proposta per la prima volta dal tedesco Schleicher. Questa immagine però, se presa alla lettera, esclude che ci possano essere interferenze tra lingue dopo la loro separazione dall'antenato comune: i rami dell'albero non hanno punti di contatto infatti. Ciò è drasticamente confutato dai fatti, infatti l'interferenza tra le lingue è un fatto continuo. Non vengono inoltre rappresentate le caratteristiche che alcuni gruppi hanno in comune.

Questo stato di cose suggerì un modello alternativo a quello dell'albero genealogico, la cosiddetta teoria delle onde: i vari fenomeni linguistici si distribuirebbero come le onde in uno specchio d'acqua in modo che alcuni fenomeni linguistici si estenderebbero fino a un certo punto, altri fino ad un altro, altri si incrocerebbero e così via. Alle linee che determinano l'estensione dei vari fenomeni viene dato il nome di isoglosse. Da vari decenni comunque l'immagine dell'albero genealogico e della teoria delle onde sono considerate complementari.

Il testo fornisce un esempio di ricostruzione a partire dal sanscrito, greco, latino, gotico irlandese delle parole "fratello" e "padre" in indoeuropeo. Molto importanti sono le fonti scritte più antiche. All'insieme di corrispondenze sistematiche tra occlusive nelle lingue germaniche da un lato e nelle altre lingue indoeuropee dall'altro si dà tradizionalmente il nome di "legge di Grimm" chiamata anche mutazione consonantica germanica.

Il un mutamento fonetico e le leggi fonetiche:

il sistema fonologico dell'italiano contiene sette fonemi vocalici. In latino i fonemi vocalici si distinguevano per lunghezza. Questa distinzione andò perduta e fu sostituita dalla distinzione di posizione della lingua in senso verticale.

           Ī            Ĭ                     Ē           Ĕ           Ă                  Ā           Ŏ           Ō                  Ŭ          Ū                                                                                                                     

           i                        e                      ε                      a                                              o                      u

Uno dei mutamenti fonetici più importanti della storia della lingua inglese è il cosiddetto "great vowel shift" verificatosi nel '500 e che segna il passaggio dall'inglese medio all'inglese moderno:

- le vocali lunghe alte dell'inglese medio sono diventate dittonghi: "five" che si pronunciava [fi:v] cominciò ad essere pronunciato [faiv]

- le vocali lunghe medie dell'inglese medio sono diventate vocali alte: " foot" viene pronunciato [fu:t] e non più [fo:t]

- le vocali medio basse dell'inglese medio sono diventate vocali medie:  "goat" che si pronunciava        [g  :t] cominciò ad essere pronunciato [gout]

La grafia è rimasta identica a quella dell'inglese medio.

si è iniziato a parlare di legge fonetica perché i mutamenti sembrano operare con regolarità. Ci sono molte eccezioni però.

I propugnatori della nozione di legge fonetica, i Neogrammatici, all'inizio del 1900 sostenevano che il mutamento fonetico era privo di eccezioni, e quindi in quanto tale soggetto a leggi, ma nella misura in cui procede meccanicamente. Essi quindi riconoscevano tutte le eccezioni alle leggi fonetiche ma riconoscevano anche che il procedere meccanico dei mutamenti veniva spesso a interferire con altri fattori.

Le eccezioni alle leggi fonetiche si possono distinguere in due grandi gruppi:

1

 


       Nel primo collochiamo le eccezioni dovute all'effetto di altri fattori, rispetto alla legge fonetica in questione, sull'aspetto fonetico assunto dalla parola che ha subito il mutamento.

Nel 1876 Verner formulò questa legge: nel passaggio dall'indoeuropeo alle lingue germaniche, le occlusive sorde diventano prima fricative sorde; tali fricative sorde, oltre all'originaria fricativa indoeuropea /s/, diventano sonore se l'accento le segue mentre rimangono sorde se l'accento le precede.

L'eccezione alla legge di Grimm è spiegabile come effetto dell'intervento di un'altra legge.

L'effetto di un'altra legge spiega anche le eccezioni al mutamento del sistema vocalico dal latino all'italiano ossia il fatto che dal latino "lingua" per esempio abbiamo l'italiano "lingua" senza trasformazione della /i/ breve latina in /e/.

Questo fenomeno è detto anafonesi: la /e/ tonica italiana si è trasformata in /i/ davanti a nasale velare e a laterale palatale. Ciò si è verificato solo nel toscano.

Anche il contesto fonetico può interferire con l'effetto di una legge fonetica.

Analogia: crea forme nuove sul modello di forme esistenti. È un fenomeno morfologico i cui effetti sembrano creare eccezioni alle leggi fonetiche.

Si rappresenta una creazione analogica come risultato dell'applicazione di una proporzione. Per esempio:

parlare : parlatore = sviolinare : x

il "quarto proporzionale" x è la forma "sviolinatore".

Capita spesso che una forma costruita per analogia entri in concorrenza con un'altra forma derivata da un mutamento fonetico regolare.

In italiano per esempio la desinenza della prima persona singolare dell'imperfetto indicativo è -o. Ma dovrebbe essere -a. La -o si è formata per analogia con la desinenza della prima persona del presente che è in -o appunto.

Contaminazione: a differenza dell'analogia non è riscrivibile secondo lo schema del quarto proporzionale. La contaminazione nasce quando gli elementi che costituiscono una forma si mescolano a quelli di un'altra forma. Per esempio la parola italiana greve è da ricondurre a una forma latina *greve(m) sviluppatasi per contaminazione di grave(m) "grave" con leve(m) "lieve".

Assimilazione: factum>fatto

Dissimilazione: arborem>albero

Metatesi: crocodilus>coccodrillo

Aplologia: lat. stipendium da *stipi-pendium, composto da stips "piccola moneta" e pendere "pagare"

2

 


       Nel secondo gruppo di fenomeni abbiamo l'introduzione in una lingua di parole nuove per effetto del contatto con altre lingue. Una parola può entrare in una lingua per il prestito da un dialetto molto simile ad essa.

I prestiti possono esserci tra due lingue sullo stesso piano, tra una lingua morta e una lingua parlata e tra un dialetto e una lingua standard.

Un fenomeno che riguarda i rapporti tra il latino e l'italiano è quello dei cosiddetti allotropi cioè due parole italiane derivate dalla stessa parola latina ma entrate nella lingua italiana per due vie diverse ossia per mutamento fonetico regolare e per prestito. Si parla di "derivazione popolare" e "derivazione dotta".

Non tutte le parole di una lingua sono conformi alle leggi fonetiche. Le leggi fonetiche hanno una validità limitata nel tempo e nello spazio per cui non possono essere paragonate alle leggi delle scienze naturali.

Le leggi fonetiche sono delle determinazioni di corrispondenze sistematiche tra suoni in fasi storiche diverse di una stessa lingua.

Mutamento morfologico:

il fenomeno dell'analogia è uno dei meccanismi fondamentali di mutamento morfologico per la nascita di parole nuove.

Il fenomeno della retroformazione è quello per cui una determinata parola sembra essere la base di una parola derivata mentre in realtà il processo è il contrario: la parola apparentemente derivata è quella base, mentre quella apparentemente base è quella derivata. In italiano per esempio "arrivo" deriva da "arrivare" e non viceversa.

Il fenomeno della grammaticalizzazione fa si che un determinato lessema viene a trasformarsi in un morfema legato. Per esempio gli avverbi in -mente. -mente è l'ablativo della parola latina "mens" e il latino "sincera mente" significava "con mente sincera". Lentamente la parola "mente" ha cominciato ad essere percepita come un suffisso aggiunto.

Il fenomeno della ricategorizzazione ad esempio riguarda il passaggio dal sistema dei generi del latino a quello dell'italiano. L'italiano possiede solo due generi, i nomi neutri sono diventati maschili.

Mutamento sintattico:

anche la formazione del passato prossimo romanzo può essere considerata un caso di grammaticalizzazione: il verbo latino "habere" ha assunto un valore equivalente a quello di un puro morfema grammaticale, cioè quello di indicare il passato. Il morfema "ho" in "ho cantato" è libero.

Nel VI secolo d.C. troviamo costruzioni che vanno verso il passato prossimo.

Gli articoli italiani si sono formati con il fenomeno della ricategorizzazione. Infatti questi derivano da espressioni che in latino appartenevano ad altre categorie: "illum" e "illam" erano pronomi dimostrativi che hanno dato origine agli articoli determinativi il, lo, la... "unum" e "unam" erano dei numerali in principio.

Un mutamento sintattico verificatosi nella storia della lingua inglese riguarda i verbi modali come ad ex. can/could. Questi verbi in una frase interrogativa o negativa assumono la stessa funzione che, con altri verbi, assume il verbo "to do". Il verbi modali si comportano come i verbi ausiliari inglesi.

Nel latino classico l'ordine prevalente era quello con il verbo dopo il complemento oggetto. Il latino è dunque una lingua OV.

L'italiano è una lingua VO. Il latino però non manifesta in modo netto tutte le caratteristiche del tipo OV e quindi non si potrebbe parlare di un completo cambiamento tipologico realizzatosi nel mutamento sintattico dal latino all'italiano. Tuttavia, in termini almeno di rafforzamento dell'ordine VO un simile cambiamento non può essere negato.

Mutamento lessicale e semantico:

un mutamento semantico è un mutamento nel modo di indicare la realtà: per esempio la parola latina "plebs" indicava inizialmente la "popolazione" e, successivamente, diventando l'italiano "pieve", ha cominciato ad indicare il gruppo di fedeli che facevano capo ad una chiesa rurale e poi è passata a indicare la chiesa rurale stessa!!! Per indicare la popolazione si è ricorsi al termine "plebe" di origine dotta.

Un primo tipo di mutamento semantico è il restringimento del significato di una parola. il latino "fortuna" significava "sorte" in generale, poi ha assunto il significato più ristretto di "buona sorte".

Il fenomeno contrario è l'ampliamento di significato. Il latino "caballus" che significava "cavallo da lavoro" è poi passato ad indicare il cavallo in generale, soppiantando "equus".

Un mutamento semantico per metafora è il caso dell'italiano "capire", che deriva dal latino "capere", il cui significato originario è "afferrare concretamente" e poi "afferrare con la mente", "capire" appunto.

Un mutamento semantico per metonimia è quello dal latino bucca(m) [guancia) al significato di "bocca". La metonimia è la creazione di nuovo significato per contiguità con quello precedente.

Un caso di sineddoche (una parte per il tutto) è quello dell'inglese "stove" che significa "stufa" ma che deriva da una parola che significava "stanza riscaldata".

Un caso di iperbole, cioè passaggio da un significato più forte a uno più debole, è quello del francese ètonner ("stupire") che deriva dal latino *extonare cioè "colpire con il tuono".

La litote è il passaggio da un significato più debole ad uno più forte.

Il significato di una parola può anche mutare per degenerazione o per innalzamento. Per esempio l'italiano "facchino" deriva probabilmente da un termine arabo che degenerando passò ad indicare "portatore di pesi" appunto. L'innalzamento può essere esemplificato dalla parola "ministro" che significava inizialmente "servo" e, successivamente "capo di un ministero".

Un altro fattore di mutamento semantico è la trasformazione di nomi propri in nomi comuni. Per esempio da "Caesar" deriva il russo "zar".








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