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Ugo Nicolò Foscolo - La vita e la personalità

letteratura


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Ugo Nicolò Foscolo

 

La vita e la personalità

La personalità foscoliana oscilla tra stati d'animo opposti, ora esaltati e appassionati, ora malinconici e inattivi fino all'idea del suicidio. Foscolo ha lasciato solo un carme, due odi e dodici sonetti.

La poesia foscoliana porta i segni di una condizione nuova dell'intellettuale e dello scrittore in Italia. La nascita aristocratica e la condizione benestante consentivano ad Alfieri il lusso di rifiutare ogni rapporto con il pubblico e con il mercato e stampare le tragedie a proprie spese; Foscolo deve fare i conti con la necessità di vivere del proprio lavoro di scrittore. Foscolo è il primo scrittore borghese in cui la scrittura risultava una vera e propria professione.

Uno Foscolo nasce nel 1778 a Zante, territorio greco. Il padre è un medico veneziano; la madre è greca. La nascita in un isola greca, la nazionalità della madre avranno un certo rilievo nell'amore per il mondo classico.

Nel 1785 Ugo si trasferisce in Dalmazia. Qui prosegue gli studi. Nell'88 muore il padre ed Ugo è affidato a una zia di Zante; ma nel 1793 si ricongiunge alla madre in Venezia.

Negli anni veneziani si sviluppa l'amore per la letteratura e amava leggere classici e moderni.




L'attività di traduttore mostra la varietà di interessi e la ricerca espressiva del poeta.

Dotato di una carica passionale seducente e accattivante, è ammesso nel salotto di Isabella Teotochi, della quale Ugo diviene l'amante. Grazie a lei conosce Cesarotti, Pindemonte e altri intellettuali in vista. Con la prima ascesa di Napoleone in Italia, Foscolo s'impegna per la causa della Francia rivoluzionaria. Per le sue posizioni deve lasciare la città. Quando i francesi entrano a Venezia, il poeta diviene tenente.

Venezia è ceduta da Napoleone all'Austria con il Trattato di Capoformio. È la più grande delusione politica della vita di Foscolo, le cui posizioni ideologico-politiche divengono pessimistiche.

Si sposta a Milano dove risiede per alcuni mesi. Collabora ad alcuni periodici ed inizia la stesura delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Nel 1799 si arruola alla difesa della Repubblica Cisalpina. Viene ferito a Cento. In Toscana conosce Isabella Concioni della quale s'innamora. A Milano stabilisce una breve relazione con Antonietta Fagnani. Compone le odi A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e All'amica risanata.

Tra il 1802 e il 1803 Foscolo pubblica delle poesie. Ebbe anche una relazione con Sophia Hamilton.

Nel 1806 conosce a Parigi Manzoni. Raggiunge a Venezia la madre e la sorella, dopo un decennio di separazione. Incontra Pindemonte al quale dedica il poemetto Dei sepolcri. Riceve svariati incarichi militari e di rilevamento topografico per cui è costretto a frequenti spostamenti.

Diviene professore di eloquenza latina e italiana presso l'Università di Pavia ma perde l'incarico dopo solo un anno.

L'atteggiamento franco e risoluto verso i francesi e verso i letterati più affermati gli procura numerose censure. Ciò segna la rottura definitiva tra il poeta e il potere napoleonico. Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, il Regno Italico è sull'orlo della caduta. Foscolo prende posto all'esercito. Ma dovendo, da ufficiale, giurare al nuovo potere, fuggì in esilio in Svizzera, Germania e Inghilterra.

Per sfuggire all'attacco dei creditori è costretto a vivere sotto falso nome.

Per l'aggravarsi delle condizioni di salute, il poeta muore di idropisia nel 1827. Dal cimitero di Chiswick i resti furono stati trasportati nel 1871 in Santa Croce a Firenze, accanto a quelli di altri grandi italiani.

Ideologia e la poetica

Le contraddizioni dell'era Napoleonica, tra rivoluzione e restaurazione e tra illuminismo e romanticismo, si rispecchiano nell'affascinante personalità del Foscolo; intimamente scissa dal conflitto tra una romantica malinconia e un illuministico rigore ra 939b16j zionale.

Dall'illuminismo Foscolo deriva una visione laica e immanente della storia e della società e una solida prospettiva materialistica. Egli è distante dalla concezione illuminista dell'intellettuale e del sapere. Gli illuministi rinnegano la tradizione dell'intellettuale come letterato, facendone uno scienziato al servizio della società attraverso le proprie competenze scientifiche; Foscolo conferma la dipendenza del pensiero scientifico rispetto alla poesia e all'arte, e vede nell'intellettuale non un operatore sociale ma una coscienza collettiva.

Il giovane Foscolo, seguace di Russeau, assegna alla natura primitiva il valore più alto, e non all'intento tecnologico scientifico della civiltà. Per Foscolo la natura e l'universo sono regolati da leggi che l'uomo non può comprendere, l'uomo in tale ambito non occupa una posizione privilegiata e la natura è dunque matrigna in quanto forza distruttrice, ed anche si trova in questa che sto per esporvi: la ragione è un dono funesto, perché svela all'uomo la vanità delle illusioni e del suo istinto vitale. L'umanità vive in una perenne guerra di tutto contro tutti.

In Foscolo dunque troviamo una concezione materialistica e pessimistica dell'universo, una visione dolorosa della storia, la negazione dell'esistenza di una realtà ultraterrena, esiste solo un'illusione: quella della sopravvivenza dell'individuo virtuoso nella memoria dei posteri e dei propri cari. Foscolo assume su di sé la concezione dell'individuo eroico a disagio nella realtà circostante, sempre in conflitto con essa.

Ne deriva una radicale ideologia che assume un atteggiamento pessimistico-negativo nei confronti delle convenzioni e delle strutture sociali esistenti. Questo momento negativo verrà alimentato dalle meschine esperienze dei fatti storici e dall'inadeguatezza del nuovo ceto sociale, la borghesia; da letture come quella di Sterne.

Nel rifiuto dei miti illuministici del progresso e della scienza, Foscolo è l'erede di Parini; nella rappresentazione tragica dei conflitti sociali, di Alfieri; nel riconoscimento di una funzione sociale alla poesia, di Vico.

Foscolo attribuisce alla poesia la gestione eroica dei grandi valori della civiltà, la cui incarnazione storica non cancella l'iniquità dei rapporti sociali ma al massimo si sovrappongono e la giustifica.

La poesia deve essere la forza capace di trasformare la verità espressa dalla classe dominante in verità valida anche per le classi a essa soggette.

La propria estraneità rispetto ai valori della borghesia in ascesa divenne uno strumento di accusa e di critica capace di svelare ipocrisie, opportunismi e debolezze.

Foscolo accetta la tendenza al recupero della sacralità di alcuni valori laici (come sepolcro bellezza) e la concezione del poeta quale sacerdote della bellezza, delle virtù e delle arti che ingentiliscono l'esistenza. Per Foscolo, la poesia è il vertice dell'attività umana Tutta la produzione foscoliana ruota principalmente intorno al ruolo del poeta. Foscolo sostiene inoltre la relazione inscindibile tra poesia e mitologia e la superiorità della mitologia ellenica su quella germanica.

In Foscolo ritroviamo lo stretto legame tra vita e letteratura e la concezione del poeta-vate, custode della memoria della nazione, evocatore di eroi.

Le "Ultime Lettere di Jacopo Ortis" è un romanzo epistolare autobiografico. Nel protagonista, Foscolo esprime i propri sentimenti, le proprie amarezze, i propri ideali e le delusioni. In realtà, Jacopo Ortis è la reincarnazione borghese dell'eroe alfierano proteso verso la "corrispondenza d'amorosi sensi" tra i vivi e i morti, da realizzarsi mediante la compassione emergono dall'Ortis i motivi essenziali dell'arte foscoliana, dal tema dell'esilio al tema della bellezza serenatrice, dal senso cosmico della morte all'immagine del sepolcro onorato e del pianto dei vivi.

Il capolavoro poetico del Foscolo è però il carme "Dei Sepolcri" (1807). Si tratta di una lunga poesia di dedicata al tema della morte, che diveniva l'unico rimedio ai mali della vita, l'unica via per liberarsi dei limiti delle dure leggi in cui è fatalmente chiusa l'esistenza, e della commemorazione degli scomparsi, intesa come fatto di civiltà. È comunque anche un inno ai grandi valori dell'uomo (la libertà, l'amore per la patria, il culto dell'arte e soprattutto della poesia, il rispetto del passato, il primato del genio scientifico) cantati attraverso numerosissime figure antiche e moderne (da Omero a Vittorio Alfieri, da Dante a Machiavelli, da Isaac Newton a Horatio Nelson) e tramite la difesa della sepoltura come monumento che racchiude in sé passato e futuro.

Il "mestiere" di scrittore

Un'esigenza pratica e avvertibile in alcune traduzioni è soprattutto negli scritti di critica letteraria e in quelli giornalistici. Interventi volti a prendere posizione su questioni attuali e magari a polemizzare con qualcuno per sostenere una causa o per combatterla. Gli scritti storiografici sono volti a ricostruire criticamente episodi importanti della letteratura.

Foscolo intervenne spesso su riviste e giornali con scritti di vario genere. Soprattutto in Inghilterra Foscolo si dedicò all'attività di critico letterario. Egli rifiutò il modello della storiografia letteraria settecentesca, risolto in complicazioni erudite e in funzioni del tutto soggettive di valore; e propose un metodo critico fondato sulla filologia e volto a restituire nella sua interezza il mondo affettivo e ideologico degli autori studiati. La letteratura diventa un fenomeno calato nelle diverse condizioni storiche e nelle diverse esperienze umane e culturali.

In Inghilterra Foscolo compose numerosi saggi, redigendoli in italiano e pubblicandoli generalmente in inglese.

Discorso sul testo della Divina Commedia e Essays on Petrarch e Discorso storico sul testo del Decamerone

Il ruolo dell'eroe

Nell Ultime lettere di Jacopo Ortis troviamo il prototipo dell'eroe romantico che soffre e si comporta secondo criteri sentimentali. L'eroe romantico è la novità letteraria dell'800, si contrappone all'eroe classico che combatte per la religione.

L'eroe e la società sono collocati su due piani diversi: la società agisce secondo il criterio dell'utile mentre Ortis secondo quello sentimentale. Jacopo, come Foscolo, subisce la delusione storica dovuta al fallimento degli ideali di patria, di eroismo, di virtù e di amore. Il suicidio rappresenta la protesta di chi con la morte reagisce ad ogni forma di dittatura e alla realtà ostile; non è quindi un gesto di rinuncia e di resa di fronte alle avversità, ma un gesto dimostrativo.

Il suicidio non è provocato solo dalla delusione d'amore, ma anche dalla delusione politica susseguente all'abbandono di Venezia agli austriaci. Ortis è pessimista sulla natura umana e sulla società in genere. Antagonisti dell'eroe-Ortis sono due figure autoritarie, il Signor T*** e Napoleone, dalle caratteristiche ambivalenti, ottimi e crudeli, che il protagonista non può interamente odiare. Solidale è invece la madre, confinata in un ruolo inattivo, che trattiene a lungo il protagonista dal suicidio. L'impossibilità di agire conduce Ortis a rivolgere l'azione contro se stesso, il suicidio.

Nel sonetto A Zacinto esprime il nuovo concetto romantico dell'eroe, grande per la forza e la dignità con cui sa sopportare le ingiurie della sventura, gli oltraggi della vita: la condanna al finito, che si oppone allo slancio infinito dell'io. Nasce la poesia dei "vinti" soccombenti e tuttavia superiori al destino. La sensibilità è quindi romantica: parla di una vicenda dolorosa, Foscolo definisce se stesso in relazione e contrapposizione con Ulisse. Dal paragone emerge l'eroe romantico che ha il fato avverso e l'eroe classico che ha il destino amico. Omero cantò l'esilio di Ulisse e il suo ritorno, Foscolo canta invece il suo esilio e il suo non ritorno.

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis

La composizione delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, romanzo epistolare, impegnò a lungo l'autore. Steso nel 1796 da Foscolo diciottenne intitolata Laura, lettere, non conservata. Due anni dopo uscì una prima pare dell'Ortis formata da 45 lettere. L'impegno militare contro gli austro-russi costrinse Foscolo ad interrompere la stesura completata a sua insaputa da un certo Angelo Sassoli, per permettere all'editore di stampare il libro, con il titolo di Vera istoria di due amanti infelici. La seconda servì da base per varie ristampe e correzioni stilistiche, apportate dall'autore negli anni dell'esilio svizzero e inglese.

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis sono una raccolta delle lettere indirizzate da Jacopo all'amico Lorenzo Alderani e all'amata Teresa e ad altri. Lorenzo presenta le lettere assumendo la funzione di narrare ciò che Jacopo non avrebbe potuto, il suicidio.

La vicenda prende inizio con il Trattato di Campoformio. Jacopo Ortis si è ritirato sui colli Euganei. Qui si innamora di Teresa che è promessa in moglie al mediocre ma ricco Odoardo per sanare le difficili condizioni economiche della famiglia. Jacopo tenta di dominare la passione attraverso il viaggio. Il racconto del viaggio occupa la seconda parte del romanzo. Le soste più importanti sono quella di Milano, dove Jacopo incontra il vecchio Parini; e quella di Ventimiglia, dove svolge una meditazione pessimistica sulla storia e sulla società umana. Tornato ai Colli Euganei dopo aver avverso delle avvenute nozze di Teresa, la incontra per l'ultima volta strappandole un bacio; quindi si pugnala al cuore.

Nel taglio autobiografico dell'Ortis, Foscolo proiettò il proprio carattere impetuoso e passionale, nonché le proprie specifiche esperienze, politiche e sentimentali.

Con l'Ortis, è venuta meno ogni fiducia positiva nei valori civili e nella storia, come se gli ideali della rivoluzione francese fossero già inariditi e superati.

Sui valori che il protagonista persegue grava il senso della vanità e la mancanza di significato. Questa si esprime negli stati d'animo eccessivi, nella reattività immediata e nel sentimento turbato dalla natura.

Il tema del sacrificio che apre il romanzo si affida a riferimenti scritturali.

Le illusioni presenti nel romanzo sono soprattutto due: l'amore e la poesia. Alla prima corrisponde il personaggio di Teresa, portatrice angelica di bellezza incontaminata e sempre sfuggente. Alla poesia spetterebbe il compito di unificare i contrasti interiori del soggetto, di purificarne le passioni; di trasmettere un senso di equilibrio, di armonia e di durata capace di vincere le oscure forze che regolano la vita umana e il suo consumarsi. Ma d'altra parte il tentativo mancato di scrittore, ed egli deve affidarsi alla consolazione nell'arte. Dietro il fallimento di Jacopo come scrittore, si intravede la difficoltà di Foscolo a esprimere attraverso un risultato concreto la propria ispirazione.

La figura di Lorenzo Alderani è il corrispondente alter ego del poeta.

Il personaggio di Jacopo Ortis corrisponde alla figura giovanile del poeta, con le proprie scelte estreme e la propria irrazionalità. Il Didimo Chierico rappresenta Foscolo in modo razionale, maturo, con il suo carattere in disincantato.

Foscolo traduttore

In Foscolo, il rapporto con la cultura classica e greca si concretizza nell'attività di traduttore. Tale attività ha prodotto pochi risultati compiuti e organici per un particolare atteggiamento del poeta nei confronti degli originali.

Da un lato egli mira a restituire con scrupolo filologico la verità espressiva. Dall'altra parte, traducendo è necessario rivivere nella propria lingua, nella propria cultura e nella propria personalità le coordinate artistiche del testo originale.

Un altro ostacolo alla compiutezza delle traduzioni consiste nella tendenza foscoliana di assumere intimamente il testo da tradurre: tradurre non significa svolgere un mestiere per gli editori e per il pubblico, ma innanzitutto assumere e rivivere per sé la ricchezza dell'originale, nutrendosene.



I sonetti e le odi

Della abbondante produzione poetica giovanile, Foscolo non volle salvare nulla. Il canzoniere assomma dodici sonetti e due odi composti tra i venti e i venticinque anni.

La più antica, A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, si ricollega al gusto galante del Settecento arcadico, trasfigurando in un ideale di pura bellezza la destinataria e l'occasione dell'ode (una rovinosa caduta da cavallo che le deturpò il viso); la riutilizzazione del Parini galante si limita agli aspetti più esteriori dell'elogio, senza poter riporre né il turbamento malinconico, né il rigoroso intento dimostrativo del vecchio abate.

Più intensa e personale è l'ode All'amica risanata, composta per Antonietta Fagnani Arese, amante del poeta, che durante l'inverno era spesso malata. Davanti al lettore non c'è soltanto il gioco letterario; ma si percepisce l'esistenza di una realtà, fatta dei vestiti e delle azioni dell'amata (ballare, cantare.); e si percepisce la qualità e la necessità dell'intento operato dal poeta nei confronti di quella materia reale, come i gesti che sembrano rallentati.

 Alla bellezza della donna corrisponde la bellezza della poesia.

I soggetti riportano nel vivo del mondo sentimentale ed espressivo del romanzo giovanile. Il sonetto incita ad un massimo di concentrazione espressiva, e favorisce pertanto un poeta per sua natura frammentario.

Per le odi Parini è il modello, per i sonetti Alfieri.

I temi trattati degli otto sonetti più antichi sono vari: al dominante motivo amoroso si affacciano tematiche politico-culturali e una decisiva tendenza all'autoritratto. Queste mostrano bene il meccanismo della psicologia foscoliana e della sua vocazione poetica, collocati sotto l'insegna della tensione e del conflitto: l'io muove guerra al mondo, e se il mondo gli resiste muove guerra a se stesso, li lacera, si tormenta e si compiange. Dall'incontro di questa tensione con una sincera tensione civile nasceranno i Sepolcri.

Alla Sera accosta i due motivi profondi della personalità foscoliana: l'aspirazione all'equilibrio e alla pace, da una parte; il tempestoso spirito guerriero, dall'altra. E mostra l'intensa critica di energia e l'irrequietezza della psicologia dell'autore. Ciò avviene sotto l'effetto di attrazione del nulla e della morte, i cui emblemi minacciosi vengono percepiti e rappresentati quali uniche opportunità di serenità e di appagamento.

A Zacinto fonde motivi biografici (l'esilio e la sventura) emotivi mitici, rievocando il fascino della propria isola natale e confortando il proprio destino a quello di Ulisse.

In morte del fratello Giovanni stabilisce tra il poeta e il fratello defunto un legame fondato sulla sventura e sulla comune necessità di trovare confronto nella tomba.

Alla sera

La sera, immagine della morte e del nulla, riesce a trasmettere al poeta un senso di distanza dal presente, negativamente connotato, e a placare le sue tempeste interiori. Alla radice di questo sonetto è la capacità di contemplare la vita con una certa serenità pur nella certezza che l'inquietudine potrà cessare in modo definitivo solo con la morte. La sera è il simbolo del nulla eterno dove sono destinati ad estinguersi per sempre gli individui, la storia, il tempo e l'animo riposa nel pensiero di questa quiete cosmica. Il poeta si riallaccia al De Rerum natura di Lucrezio che sostiene che l'uomo non deve temere la morte che è uno stato simile al sonno, che è come il nulla che precede la nostra nascita. Il tempo che fugge è reso diversamente dal modello virgiliano e petrarchesco, infatti per Foscolo il tempo che fugge non è più motivo di rimpianto, ma, semmai, di aquietamento delle tensioni interne.

Il periodo di pubblicazione di questo sonetto caratterizza Foscolo per i fitti impegni militari e spostamenti, nonché di esperienze e di delusioni amorose. È evidente il contrasto tra la sua aspirazione alla pace e al raccoglimento e la reale tempesta della vita dell'autore.

Vi è equilibrio tra le terzine e le quartine. Le quartine presentano un andamento ampio e disteso, affidato alla calma e pensierosa esclamazione iniziale. Le terzine mostrano invece un tono più concitato e incalzante, affidato alla insistenza dei verbi di movimento. Vi è un diffuso uso di enjambement sia nelle quartine che nelle terzine. Nelle prime riguardano il nesso aggettivo/sostantivo, con la funzione di sfumare il valore dell'aggettivo e di dare durata e ampiezza alla sintesi. Nelle terzine riguarda il nesso verbo/complemento con la funzione di drammatizzare lo svolgimento del discorso, accentuandone i contrasti.

La riflessione sulla sera veicola la riflessione sulla morte. Questa non si accompagna ad alcun sentimento religioso, come dimostra la "fatal quiete" ossia la "pace prescritta dal destino", oppure il "nulla eterno" che indica la morte in termini materialistici.

Il tema della morte non è inteso come minaccia ma come invito alla distensione e al rasserenamento.

A Zacinto

Il tema è quello tipicamente foscoliano dell'esilio, qui sposato alla rievocazione mitica della propria isola natale. Zacinto si specchia in quel mare dal quale nacque la dea Venere. Omero cantò la sua bellezza e raccontò il viaggio di Ulisse, che riuscì a tornare nella sua amata Itaca; diversamente da lui, il poeta sa che il ritorno a Zacinto gli sarà impossibile, dato che sarà sepolto in terra straniera, così che alla sua isola natale può rivolgere solamente la propria poesia.

L'elevatezza di questo sonetto è affidata al confronto tra vicende individuali e vicende mitiche. Vi è un grande parallelismo con grande poeta classico Omero.

L'"illacrimata sepoltura" che chiude questo sonetto implica che la morte può ricevere senso solo da ricordo e dal dolore dei superstiti. Morire ed essere sepolti lontano dalla propria terra d'origine, come è immaginato qui per il poeta, comporta dunque il rischio di perdere la propria consolazione delle lacrime, e dunque un significato al di la della fine.

Infine esalterà, collegandola ad Omero, la propria poesia che sarà esternatrice.

In morte del fratello Giovanni

La morte del fratello Gian Dionisio, dettio Giovanni, era avvenuta forse per suicidio in seguito a un debito di gioco.

Per il tema dell'esilio, questo testo si ricollega al sonetto dedicato a Zacinto; mentre è contiguo a quello Alla Sera per la valorizzazione della morte quale "quiete".

Il compianto per il fratello Giovanni è però solamente il momento di un'ampia meditazione. Il poema ricorda la famiglia dispersa, la madre lontana e contempla il perenne esilio che è la propria vita. Nella sua anima si ravvivano perciò le certezze di un destino oscuro ed avverso, di un angoscia interiore del desiderio della quiete fatale. In questi sentimenti Foscolo riconosce il legame segreto e profondo che lo unisce al fratello scomparso. Il sonetto ruota attorno a due temi tipicamente foscoliani: l'esilio e il sepolcro.

Didimo Chierico: il disincanto dell'intellettuale

Dopo l'impegno civile della giovinezza, Foscolo tende al ripiegamento e al disincanto. Quando il sistema ortisiano entra in crisi, lascia il poeto ad un atteggiamento distaccato. Nel 1813 l'opera fu pubblicata con il nome di Notizia intorno a Didimo Chierico. Foscolo fornisce al lettore un proprio eccentrico autoritratto che sostituisse o integrasse quello affidato all'Ortis.

Didimo è un intellettuale, ma rifiuta tutte le mode cui hanno ceduto tutti gli altri intellettuali, e vive appartato da essi in una solitudine pronta allo scatto derisorio o all'ironia maliziosa. Il suo passato è ricco di impegno e di passioni: egli se ne è distaccato pur senza rinnegarlo. È la sfiducia nella realizzabilità dei suoi ideali che la sfiducia negli ideali stessi a generare il ripiegamento e la rinuncia di Didimo.

L'unico valore ancora attivo nei fatti è quello scetticismo che corrode sia il comportamento vano e le illusioni degli altri sia le stesse debolezze, spratutto passate.

Dei Sepolcri

Composizione e vicende editoriali

La composizione del carme Dei Sepolcri risale al 1806. Negli stessi mesi Pindemonte stava componendo un poemetto sul medesimo argomento, I cimiteri.

È molto probabile che l'idea di scrivere i Sepolcri sia nata in Foscolo per suggestione della discussione avuta con Pindemone e con la Abrizzi, in occasione del loro incontro, sul tema delle sepolture.

Nel carme Foscolo rifiuta la regolamentazione francese delle sepolture per ragioni forse assai più complesse di quelle sostenute da Pindemonte.

Particolare importanza ha l'estensione in Italia dell'editto di Sain-Cloud. Il decreto in questione stabiliva il divieto di seppellire i morti all'interno delle zone abitate, e prescriveva un rigido controllo delle iscrizioni funerarie. Esso imponeva l'obbligo alla sepoltura dei morti in specifici cimiteri extraurbani, escludendone la sistemazione in chiese o in altri luoghi cittadini. Foscolo aveva partecipato a una delle tante discussioni che tale notizia aveva acceso in Italia, assumendo una posizione di indifferenza. In seguito aveva però pensato alle possibili valenze civili e filosofiche della questione, rivolgendo al poeta Ippolito Pindemonte il carme dedicato alla materia sepolcrale.

La struttura e il contenuto

I Sepolcri vengono definiti carme nella prima edizione. Foscolo rilanciava il significato del termine, che indicava un genere di poesia impegnata e solenne. Tutt'altro spessore ha nelle lettere relative ai Sepolcri, da lui definiti epistola. Sarebbe possibile considerare i Sepolcri come un poemetto filosofico, benché vi manchi del tutto l'elemento narrativo, che invece caratterizza il genere poemetto.

Innovativo nel carme foscoliano non è il tema sepolcrale, largamente dibattuto nella poesia preromantica; e non è il metro, usato da molti come Parini e Monti. L'invenzione sta nell'intento dimostrativo, nel procedere per argomentazioni ed esempi; e nella fortissima critica attualizzante, nel rapporti continuamente stabilito, ora in modo esplicito ora in modo implicito, tra passato e presente. E non a caso le due accuse cui l'opera andò incontro più di frequente, tra contemporanei, riguardo l'oscurità del significato e l'eccesso di dilatazione storica.

I Sepolcri sono costituiti da 295 endecasillabi sciolti. Il testo è suddivisibile in quattro parti.

Nella prima parte (vv. 1-90), Foscolo affronta il tema dell'utilità delle tombe e dei riti dedicati ai morti. Da un punto di vista materialistico e laico, essi sono inutili; e non riscattano per chi muore la perdita della vita, comunque irreparabile. Ma c'è invece un senso legato alla dimensione sociale dell'uomo, e garantito per l'estinto dai superstiti, che lo piangono e lo ricordano, restando in qualche modo in contatto con lui e prolungandone la vita attraverso la memoria. Per aiutare questo scambio e dargli durata acquistano un senso ed un'utilità le tombe, le iscrizioni funerarie e i riti connessi. La morte,però da questo punto di vista, non è uguale a tutti e non rende tutti uguali. I cattivi possono solo sperare nel perdono di Dio; i buoni, invece, sono a lungo conservati nel ricordo dei vivi. È dunque ingiusta la nuova legge che, per cancellare le differenze sociali e sottolineare l'eguaglianza di natura tra gli uomini, nega di dare il giusto riconoscimento al merito dei migliori. Ed è una vergogna che un esempio di virtù come il poeta Parini non abbia avuto una sepoltura adeguata e giaccia in una fossa comune, mescolato forse alle ossa di un ladro o di un assassino. Foscolo respinge la distinzione classicista contro cui si dibattevano i provvedimenti rivoluzionari e però difende un criterio di meriti culturali e civili. È presente infine una vocazione alla Dea per far sì che cada un po' di rugiada per far nascere un fiore.

Nella seconda parte (vv. 91-150), è stabilito un nesso inscindibile tra civiltà e cura dei morti. Foscolo adduce esempi contrapposti: da una parte è condannato il modello cattolico medievale e controriformistico, che presenta la morte in modo angoscioso e comunica ai superstiti un sentimento di terrore; dall'altra è idealizzato il modello antico delle civiltà classiche, capace di un rituale rasserenante e affettuoso, in cui il legame tra vivi e morti è garantito dal modo intimo di colloquiare con gli estinti.

Nella terza parte (vv.151-212), è ripreso e trattato a fondo il rapporto tra significato privato e significato pubblico della morte e dei riti collegati. Le tombe dei grandi comunicano ai virtuosi il loro esempio, e li stimolano a proseguire l'opera. Ne è prova il caso di Santa Croce a Firenze, dove sono sepolti molti dei grandi italiani del passato. Dalle tombe raccolte in Santa Croce, cioè dalla memoria del passato che esse rappresentano, dovrà dunque ripartire il riscatto italiano; sia in senso politico, sia in senso civile e culturale.

La quarta parte (vv.213-295) è la parte conclusiva, introdotta ancora da un esempio tratto dal mondo classico: secondo una leggenda, il mare stesso avrebbe deposto sulla tomba del valoroso Ajace le armi di Achille che Ulisse aveva tenuto in eredità con l'inganno, spingendo Ajace al suicidio.

Una funzione centrale è assegnata alla poesia, il cui compito è appunto quello di celebrare le virtù presenti e antiche e di conservarne il ricordo anche dopo che i segni materiali da essi lasciati sono sati dispersi dal tempo. Da questo punto di vista, dunque, la poesia ha la medesima funzione delle tombe, ma si rivela capace di esercitarla al di là dei limiti di esse. Foscolo introduce un riferimento al mondo classico; il riferimento riguarda le vicende di Troia, vinta e distrutta dai Greci e però divenuta eterna nel ricordo delle generazioni umane successive, fino al presente, grazie alla poesia di Omero, che ha narrato le vicende della guerra e della distruzione. Omero ha dato il giusto riconoscimento al valore dei troiani sconfitti, confermando il carattere di moralità insito nella poesia e arrivando a fare di Ettore il più sfortunato e generoso degli eroi troiani. Su di esso gli uomini piangeranno finché i valori sui quali si fonda la civiltà saranno riconosciuti e validi; cioè, dal punto di vista di Foscolo, finché esisterà la civiltà.



I temi e i modelli

Il tema centrale del carme è evidentemente quello dei sepolcri. È un tema all'incrocio di altri temi importanti: il materialismo, il significato della civiltà e in particolare della poesia, la condizione storica dell'Italia e le possibilità di riscatto, l'identità sociale e individuale del poeta (anche la biografia individuale del poeta).

Una concezione materialistica è sostenuta nel corso del carme. Il materialismo è un'acquisizione solida e precoce dell'ideologia foscoliana, e condiziona già la composizione delle Ultime lettere di Jacopo Ortis. Ora, il tema della morte è il tema più indicato per definire i fondamenti di una concezione materialistica. Il rifiuto della religione è anche nei Sepolcri la conseguenza immediata della concezione materialistica, come dimostra la condanna senza appello delle pratiche cattoliche relative alla morte e alle tombe.

Pur negando i significato trascendente della morte e negando il valore religioso delle tombe, Foscolo persegue una forma originale e diversa di sacralità, o, se si vuole, una religiosità laica, civile, militante, fondata su valori tolti dalla società.

Un altro grande tema presente nel canto riguarda il senso della civiltà. Le tombe sono appunto un segno di civiltà, e anzi un'espressione costante di tutte le civiltà. Grazie ai valori che la civiltà fonda, è possibile gettare lo sguardo al di là della morte propria e degli altri. Il premio al valore degli estinti, sottratto al giudizio di qualsivoglia divinità, è attribuito agli eredi superstiti: ecco il valore ed ecco la responsabilità della civiltà umana.

In questa valorizzazione dell'uomo e della sua storia una funzione di primo piano spetta alla poesia, momento essenziale dell'attribuzione di senso alle vicende terrene e nella trasmissione della memoria.

Altro tema connesso a quello centrale dei sepolcri è il tema patriottico, relativo alla decadenza dell'Italia e alle sue possibilità di riscatto. Se la durata e i valori della civiltà umana si fondano sulla memoria e dunque sono affidati al luogo-simbolico dei sepolcri, da questo luogo stesso deve ripartire il riscatto nazionale, la riscoperta nella storia della grandezza italiana. La sottomissione italiana al regime napoleonico è in contraddizione con il destino storico dell'Italia e con la sua funzione civilizzatrice. Tale destino e tale funzione sono inseparabili dalla memoria dei grandi italiani sepolti in Santa Croce o comunque legati a Firenze. L'implicita polemica antifrancese è rilanciata anche sul piano politico, nell'ironia sulla corruzione e sui meccanismi elettorali importati dalla Francia; non senza il ricordo bruciante del tradimento di Capoformio.

Infine, tra i temi capitali del carme si colloca la riflessione del poeta sul proprio destino. Il soggetto poetico entra a far parte della esposizione più volte in forma diretta. E si autorappresenta nei termini già sperimentati soprattutto nell'Ortis, sottoponendo dunque agli occhi del lettore un modello riconoscibile. La ricerca intorno al proprio destino produce infine il riconoscimento di una funzione storica e politica fondamentale: ripercorre le orme del modello omerico e attualizzarne gli insegnamenti, mettendo dunque in movimento le potenzialità civilizzanti della poesia. Il poeta deve dare voce ai sepolcri, riscattando il silenzio ad essi inflitto alle vicende di degradazione materiale e dalla consapevole vicenda storica recente, soprattutto italiana. È questo lo scopo ultimo dei Sepolcri; ed è con questo scopo che il destino biografico del poeta viene a coincidere.

Meditando sul problema il poeta discute sull'utilità dei sepolcri, che se non giovano al defunto, danno ai viventi l'illusione che in qualche modo il defunto sopravviva al loro affettuoso ricordo. Al centro del carme sta proprio questo concetto di illusione, che si era già affacciato nell'Ortis. La tomba diventa così il mezzo di trasmissione degli ideali da generazione a generazione.

Metrica e stile

Il carattere argomentavo e filosofico del carme è sostenuto da uno stile sempre elevato e denso. L'unico modello italiano recente è il Parini civile. Lo stile dei Sepolcri si identifica per la capacità di conferire unità e compattezza ai molti e diversi elementi che compongono il carme, consentendo passaggi da un motivo all'altro. Lo stile ha la funzione di valorizzare i rapporti di analogia e di continuità tematica e argomentativa esistenti tra le varie parti di testo.

La continuità discorsiva tra i vari momenti del carme è affidata anche all'uso di espressioni di collegamento: "Vero è ben.; Ma.;Pur.;Ah sì!.". Una funzione importane in tal senso hanno anche le sentenze poste a conclusione dei successivi passaggi argomentativi, con valore riepilogativo.

Vi è una ricercatezza stilistica: uso sistematico delle inversioni sintattiche, ricorso a sistemi ed epiteti classici, selezione raffinata del lessico, uso inediti o rari di sostantivi e verbi, tropi squisiti e sublimi (metafore, personificazioni). Un effetto di particolare intensità è determinato dall'alternanza di strutture sintattiche ampie e complesse e di frasi invece incisive e concentrate.

Uso dell'endecasillabo sciolto. Foscolo affida nei sepolcri al verso sciolto un'inedita funzione argomentativa e filosofica.

I frequenti enjambements rafforzano il senso di difficoltà e di densità espressiva già comunicato dalla sintassi ricercata; ma sottolineano d'altra parte lo sforzo e il distendersi del pensiero nel corso della versificazione. Ai momenti di relativo abbandono e i più distesa contabilità si alternano passaggi contratti o scanditi; ma sempre sotto l'urgenza di un intento comunicativo, ora amabilmente colloquiale, ora risentito e polemico.

Il classicismo fiscoliano

Una novità centrale nei Sepolcri è la finalizzazione filosofica della poesia. Questa novità si ricollega alla intonazione classicistica del testo, intesa quale riferimento ai grandi modelli delle letterature classiche, a partire da Omero. In particolare, attivo si morta l'esempio di Lucrezio, che con il De rerum natura aveva fornito un modello di poesia filosofica.

Vi è nei Sepolcri un classicismo misurato sulla modernità. Il presente infatti è destinato a divenire classico, cioè a porsi all'altezza di modelli antichi. Il presente è considerato con gli occhi antichi, e viceversa. È possibile che anche nel presente esistano esempi e modelli di valore eguale a quelli classici.

La concezione della civiltà e la funzione della poesia

La civiltà coincide per Foscolo con la memoria. Foscolo riscatta la condizione umana servendosi dei suoi valori storici, cioè fondando nella storia la relativa immortalità della memoria, il suo sopravvivere alla distruzione materiale. La durata del tempo è però assicurata solamente a quegli uomini e a quei fatti che vengono ritenuti degni dai posteri. La civiltà è una memoria storica eticamente connotata. Questa connotazione etica rende la sua concezione laica superiore a quella religiosa.

Questa visione eroica e magnanima, cioè etica, allontana Foscolo dal senso di eguaglianza proprio del Cristianesimo, cioè lo distingue dall'egualitarismo da cui ha origine l'editto di Saint-Cloud.

La rappresentazione angosciosa della morte che ha caratterizzato il cattolicesimo si oppone all'atteggiamento sereno e amorevole delle civiltà antiche; la nuova legge francese si oppone ai diversi riti sui quali si fonda da sempre l'essenza della civiltà umana.

A rappresentare questo nodo problematico, nulla risulta più adatto dei sepolcri. Essi sono infatti l'incarnazione della memoria, nel suo distendersi storico e materiale al di là della morte. Di qui l'importanza che la tomba assume nel sistema foscoliano, mentre essa è di secondaria importanza per un cristiano in quanto dimora provvisoria e occasionale del solo corpo, e di secondaria importanza nell'ottica rivoluzionaria in quanto strumento pratico di smaltimento dei cadaveri. Per Foscolo incede essa ha una valenza simbolica centrale: nella tomba si identifica la memoria concreta del passato, cioè la civiltà.

Secondo l'idealizzazione foscoliana, i migliori valori del passato venivano consegnati, attraverso l'immagine del sepolcro, al futuro, che li tutelava e li proseguiva.  Le cose sono però assai mutate. Essa non ha più una funzione pratica: si è separata da qualsiasi effetto civile. È dunque una memoria che resta valida solamente per alcuni individui in grado di raccoglierla e di avvertirne il significato. Le tombe, che garantivano un passaggio ordinario di valori dal passato al futuro, divengono nel presente dei moderni un'occasione eccezionale di riscatto da attuarsi nella dimensione della socialità. La concezione aristocratica che caratterizza l'ideologia foscoliana è una necessità della decadenza intervenuta al presente.

La decadenza è giunta al punto che un modello di virtù civili come Parini non può neppure contare su una sepoltura dignitosa e riconoscibile. Questa valorizzazione umanistica della civiltà, che si basa sul luogo simbolico del sepolcro, ha quale strumento specifico la poesia. La poesia ha infatti la possibilità di prolungare nel tempo la funzione esternatrice assolta provvisoriamente dalle tombe. È il tema oraziono della poesia quale monumento più resistente del bronzo, rilanciato da Tetrarca in poi.

In Foscolo la poesia non serve solo a tramandare e tenere vivi i valori del passato, ma c'è una funzione attualizzante non meno importante: risvegliare nel presente quei valori del passato che nel presente possano riaccendere la creazione di nuovi valori. È questo il compito che Foscolo stesso si prefigge: la rinascita dei grandi valori etici e civili del passato classico e mitico.

La componente autobiografica

La presenza del soggetto poetante è netta fin dall'inizio. In questo modo è ribadita la sua appartenenza al genere dell'epistola in versi: all'io dello scrivente corrisponde il tu del destinatario: Pindemonte.

Foscolo afferma che il sole continuerà anche dopo la sua morte a illuminare piante e animali, ma che per lui sarà come se non lo facesse più. La presenza del soggetto ha una prima funzione di tipo filosofico.

Una seconda funzione riguarda l'esemplarità della sua vicenda. È il tema dove il Foscolo lamenta la dimenticanza di Parini. Il poeta è consolato solo dalla poesia. Non stupisce l'augurio rivolto a se e all'amico Pindemonte riguardi la possibilità di avere una sepoltura onorata. Foscolo si augura di avere destino diverso da quello di Parini e si augura che la morte lo renda familiare ai posteri così come era stato esule tra i contemporanei.

Poiché possa adempiere tale funzione, il poeta deve testimoniare nel presente il passato, riproponendone i valori ancora vivi e utili. Questi valori sono in parte identificabili con la civiltà umana in se stessa, e in parte, anche i valori storici, cioè validi e attivi in certi momenti della vicenda umana. Omero infatti fu promotore dell'identità greca.

Al poeta spetta una funzione civile e politica: garantire ai greci l'identità nazionale, per Omero; risvegliare il sentimento di patria e le virtù civili, per Foscolo. Questo risveglio delle virtù civili e storiche degli italiani è svolto da Foscolo attraverso la valorizzazione del luogo-simbolo di Santa Croce a Firenze, dove sono sepolte le glorie italiane.

I grandi italiani sepolti in Santa Croce assomigliano e assomiglieranno sempre più ai troiani sepolti sotto le ceneri di Troia e sotto le palme e i cipressi piantate dalle nuore di Priamo. E ancora una volta Foscolo assomiglia a Omero che ridà voce e vita ai grandi troiani sconfitti, risuscitandoli con la poesia delle tombe cancellate dal tempo.

Vittorio Alfieri

La vita

Vittorio Amedeo nasce ad Asti il 1749. Il padre era un conte di Cortemilia; la madre si risposò dopo che l'anno dopo morì il marito. Alfieri trascorre l'infanzia nella casa del patrigno e riceve un'educazione severa. Vittorio apparteneva ad una famiglia nobile.

Nel '58 entra nella Reale Accademia di Torino. La carriera militare alla quale la famiglia intendeva avviarlo non si rivelava confacente al carattere sdegnoso e fiero del giovane. Vittorio Alfieri si licenzia subito per intraprendere una serie impressionante di viaggi, in Italia e soprattutto in molti altri paesi europei.

Le testimonianze autobiografiche della Vita composta più tardi dall'autore sottolineano l'ansia di cambiare continuamente luogo, il tedio fortissimo delle soste appena prolungate, l'amore per i trasferimenti più impegnativi e problematici, ai limiti dell'avventura e del rischio.

Fino ai ventitré anni si è dedicato poco alla propria formazione culturale affidata all'insufficiente sistema scolastico dell'Accademia militare. Il suo approccio alla tradizione letteraria è assai insolito.

L'avvicinamento alla letteratura avviene sotto la spinta dell'insofferenza e della ribellione, come desiderio di distinguersi dalle consuetudini sociali, comprese quelle letterarie, e anzi di giudicarle e deriderle. Nel '73 compone Esquisse du Jugement universel in cui mette alla berlina i potenti e gli artisti torinesi. Intraprende quindi la stesura di un diario, prima in francese poi in italiano.

Inizia una relazione amorosa con una donna sposata, ma dura solamente due anni.

La sua prima scena teatrale è composta due anni dopo sotto il nome di Cleopatra.

Da quell'anni in poi fu il periodo più intensamente creativo di Alfieri con l'approvazione di ben quattordici tragedie. La dedizione allo studio diviene proverbiale, fondata su una rigorosa disciplina morale e sull'autoimposizione. Utilizza in molte delle sue opere la lingua francese, lingua meglio conosciuta e dominata.



Conosciuto Luisa Stolberg-Gedern, contessa d'Albany e moglie di Carlo Edoardo Stuart, era destinata a diventare la donna della sua vita. La relazione era nei primi anni difficile e incerta a causa della durezza del marito. Quando la Stolberg lo lascia, andò a vivere con Alfieri a Roma. Rinunciato il proprio patrimonio, fu donato alla sorella in cambio di una ricca pensione, per sottrarsi alla condizione di suddito del re di Sardegna.

Nel '83 furono pubblicate le prime 10 tragedie. A causa dello scandalo suscitato dai due amanti, Alfieri è costretto ad abbandonare la città e riprendere a viaggiare. Si ricongiunge con lei dopo più di un anno in Alsazia, si recano poi a Parigi dove compone altre tragedie e altre opere, traducendo Virgilio, Terenzio e il letterato inglese Pope.

Nel '90 inizia la composizione della Vita, la propria biografia. Intanto accoglie la rivoluzione con un'ode alla presa della Bastiglia: ma il corso degli avvenimenti lo disgusta, spingendolo ad abbracciare posizioni sempre più moderate e infine reazionarie. Parte a Bruxelles e a Firenze, qui resterà fino alla sua morte. Vivrà ancora con la contessa dedicandosi alla revisione di opere pubblicate e alla stesura di nuove: non più tragedie ma 6 commedie, molte traduzioni dei classici, la satira antifrancese intitolata il Misogallo, e gran parte delle 17 Satire e una parte delle Rime. Muore a Firenze nel 1803: 13 volumi di opere inedite verranno pubblicate postume.

Alfieri politico

La monarchia del Piemonte era tra le più socialmente e culturalmente arretrate d'Europa. Egli visse il bisogno di "spiemontizzarsi" in termini letterati ed intellettuali che non culturali o politici. In Piemonte non si era sviluppata una borghesia moderna, né la vecchia aristocrazia aveva messo in discussione almeno la loro arretrata configurazione. Al fortissimo desiderio di rottura e di rinnovamento vissuto da Alfieri mancava di ogni fondamento nella reale società civile del suo paese.

La critica dell'aristocrazia e dell'ancien regime è condotta in nome del proprio individualismo, non in nome di un'esigenza civile e sociale, cioè di un progetto politico. È accanto alla critica aristocratica che si colloca, non meno risentita, la critica alla borghesia, definita "sesquiplebe" (cioè «peggio della plebe»), e ovviamente alla plebe vera e propria.

La tensione ideologica è tutta diretta all'affermazione dell'io e alla difesa dei propri privilegi intellettuali. Non a caso si nutre di grandi modelli classici (Plutarco e Dante) che di esperienza della realtà presente.

Questo atteggiamento si riscontra nell'opera di impegno politico, il trattato Della tirannide. Il trattato è strutturato in due libri.

Il primo libro è dedicato a definire la tirannide e le sue forme. La tirannide è una forza ostile all'uomo libero, all'eroe, che è nutrito dall'odio verso ciò che limita la sua libertà, appunto il tiranno. Tra l'eroe ed il tiranno non c è possibilità d intesa e rimane quasi sempre vittima l'eroe, suscitando per reazione, nei lettori o nello spettatore, amore per la libertà e odio per la tirannide. Il tiranno e la tirannide non attengono alla sfera politica, non indicano una contingente situazione storicamente determinata ma tutto ciò che limita l'uomo: è qualsiasi cosa (per esempio la natura) o persona che impedisce la piena realizzazione dell'uomo, la sua tensione all'infinito. L'odio nei confronti della tirannide diventa vocazione all'assoluto, ansia di superare  i limiti della condizione umana per una piena e totale affermazione dell'io, del liber uomo. Quando gli ostacoli diventano insormontabili e l'eroe si sente sopraffatto da un destino che lo condanna alla sconfitta, egli ricorre al gesto disperato del suicidio. Questo gesto non è considerato un atto di debolezza, bensì una prova di coraggio e una protesta contro la natura e il destino, che hanno creato l'uomo  con un ansia di assoluto, d infinito e di eterno, senza dargli l'opportunità di superare i limiti entro i quali lo hanno imprigionato. Quindi Alfieri legittima il suicidio  per liberarsi dalla tirannide ritenendolo l'unico momento della piena affermazione di sé.

Il secondo libro è dedicato a definire i modi di resistere e di ribellarsi a essa. Secondo l'Alfieri, la tirannide può essere sorretta o distrutta dalla volontà popolare. L'Alfieri ricorda di non essere stato perseguitato per i suoi scritti contro la tirannide proprio per questo motivo: i sovrani europei non li ritenevano pericolosi. Se è vero che non basta uno scritto contro la tirannide per generare nel popolo un istinto immediato di ribellione, è vero però che esiste per il tiranno il rischio di essere eliminato in un istante. L'uccisione di un tiranno avrebbe però come conseguenza soltanto un incremento della durezza nel sovrano successivo: sarebbe quindi necessario che il coraggio di ricorrere alle armi per conquistare la propria libertà si estendesse a molte persone.Per ottenere questo, il tiranno dovrebbe essere tanto duro da portare all'esasperazione l'intera popolazione, facendo nascere così nell'animo di gran parte dei suoi sudditi il desiderio di insorgere. Nell'autorità del tiranno, insomma, sta lo stimolo per il popolo di ribellarsi al tiranno stesso. Quindi, quanto più il tiranno abusa del proprio potere, tanto più è probabile che i suoi sudditi insorgano e pongano fine a quest'insensata forma di governo. L'Alfieri conclude il capitolo con una considerazione: "L'ottimo cittadino", è un individuo virtuoso e umano, costretto a sperare che il tiranno opprima sempre più pesantemente il suo popolo perché questo giunga finalmente a ribellarsi.

I modelli teorici sono Machiavelli e Montesquieu, ma la riflessione evita ogni confronto con la realtà storico-sociale presente, analizzata dal punto di vista di una tipologia esterna secondo schemi immutabili. Tanto la tirannide quanto la lotta contro di essa sono presentate come condizioni ontologiche, non storiche: il tiranno e il suo oppositore instaurano uno scontro titanico di natura schiettamente eroica e individuale. Dei principi illuministici, Alfieri accoglie la critica dell'autoritarismo civile e religioso; ma rigetta l'etica dell'individualizzazione sociale del soggetto e dei suoi progetti di trasformazione.

L'universo tragico alfieriano, fondato su immani conflitti tra individui, ha in questa concezione ideologica i suoi fondamenti.

La forma più chiara nella quale può esprimersi la ribellione del soggetto è la scrittura. La letteratura è concepita come antitesi irriducibile al potere. Alfieri denuncia ogni compromissione tra letterati e istituzioni, rifiutando il modello dell'intellettuale-cortigiano. Egli fonda un modello di intellettuale sradicato e solitario, avulso dal presente e tutto proteso a una virtù proiettata in modelli passati e letterati, secondo un procedimento di stampo schiettamente classicistico. Questo modello avrà influenza profonda su Foscolo e Leopardi. Rilancia una concezione aristocratica e individualistica della letteratura, intesa quale privilegio di individui eccezionali.

Questo aspetto si trova nel trattato politico Del principe e delle lettere. Gli scrittori non devono essere sottomessi da alcuni tranne che alla verità, e, liberi e padroni di sé, lavorano per i contemporanei e per i posteri mossi da una sete insaziabile di gloria:  sono uomini di alto ingegno, padri di verità e di virtù: Essi, devono avere il coraggio di esprimersi liberamente dicendo la verità senza velo e senza adulazione. Il mecenate è un serio ostacolo al loro compito poiché egli vuole che gli si dica la verità che a lui piace. Virgilio, Orazio, Ovidio, Ariosto, Tasso, sono solo poeti di corte; Tucidide, Eschilo, Sofocle, Euripide, Cicerone, Tacito, Dante, Macchiavelli, questi uomini sono degni di ammirazione poiché vissero indipendenti e non protetti da nessuno.

La rivoluzione francese, inizialmente salutata con entusiasmo per il suo significato di rottura, mostrò l'affermazione della nuova borghesia moderna. I rivoluzionari e la Francia divennero i bersagli polemici preferiti di Alfieri, che contro di essi compose numerose satire tra cui il Misogallo.

Nella sue tragedie maggiori (Saul, La Mirra, L' Agamennone, L' Oreste) il contrasto non è tra l'eroe ed una forza a lui estrinseca (il tiranno e la società), ma tra l'eroe e una forza in lui immanente, costituita dalle sue stesse passioni, che lo divorano internamente e lo spingono alla morte, considerata come una liberazione, un porto di pace in cui si placa finalmente il tormento interiore che lo corrode. Mentre nelle tragedie minori d ispirazione politica è contenuto l'inno alla libertà dell'uomo e l'incitamento a combattere per essa, le tragedie maggiori  contengono l'elegia della condizione umana di dolore e di miseria. Quest'aspetto più profondo della tragedia  alfieriana è stato messo in evidenza solo dalla recente critica, mentre in passato si considerava solo  l'aspetto politico e nell'Alfieri si vedeva più il poeta della libertà che il poeta dell'angoscia esistenziale. Il tema della libertà nella produzione alfieriana da problema politico - sociale  si scopre problema esistenziale. La libertà che egli celebra è la libertà per l'uomo di manifestare se stesso senza limitazioni e costrizioni: è quindi una libertà esistenziale, non una libertà politica. Quindi la tirannide cui si oppone il liber uomo è ben più che uno specifico regime politico: essa sta ad indicare l insieme dei limiti che tiranneggiano gli esseri umani e ne impediscono la realizzazione totale. L'ansia di assoluto, d infinito e di eterno che abita l'animo dell'uomo lo  condanna a una perenne inquietudine, insoddisfazione e tristezza.

Negli ultimi anni Alfieri era più attaccato alla monarchia costituzionale inglese.

Alfieri lirico

La caratterizzazione civile della poesia pariniana ha un'equivalente anche in Alfieri. Alfieri però punta sulla esibizione pubblica del proprio carattere. C'è in lui una tendenza irresistibile all'autobiografismo. Anche la mitopoietica, in cui Alfieri fa il mito di se stesso.

La vocazione all'autobiografismo trova una delle sue espressioni più interessanti e fedeli nelle molte Rime composte. La forma privilegiata è quella del sonetto, la cui breve estensione consente un massimo di concentrazione espressiva; il che aiuta a spiegare la predilezione per una forma metrica breve come l'epigramma.

Alla base della scrittura lirica alfieriana sta la lezione del Canzoniere di Petrarca. Di Petrarca è recuperata soprattutto la tendenza a un linguaggio e uno stile tesi ed essenziali, nobilmente disposti; mentre è tralasciata la ricerca di un equilibrio e di armonia. La presenza del soggetto lirico accomuna le due esperienze, ma l'io di Alfieri si carica di una tensione eroica, di una fierezza e di uno sdegno tutt'altro che fedeli al modello petrarchesco. Il paesaggio come funzione dell'interiorità e un'ulteriore ragione di vicinanza: però la natura alfieriana è spesso orrida e minacciosa, piuttosto motivo di tensione esistenziale, di competizione e di inquietudine che non di abbandono o di rispecchiamento. La forma lirica non aspira alla ricomposizione del dissidio: di qui la ricerca della disarmonia, della radicalità formale, della tensione irrisolta.

Ne emerge la figura di un poeta-eroe in cui gli abbandoni all'amore hanno sempre qualcosa di combattivo e risentito, e le rivendicazioni politiche si presentano appassionate e forti. Se nel Canzoniere c'è l'abbandono dei limiti e il trionfo dell'equilibrio, nelle Rime il soggetto si pone quale modello eroico producendo appunto una promozione complessiva del proprio carattere ambivalente e lacerato in una prospettiva di moderno soggettivismo laico.

Accanto alle Rime vi sono 17 odi d'occasione; nonché un discreto numero di satire in terza rima, scritte in uno stile colorito e popolaresco.

A parte si colloca il tentativo del poemetto in quattro canti in ottave L'Etruria vendicata.

Alfieri tragico

La produzione alfieriana vede 6 commedie e 19 tragedie. Le commedie sono pubblicate postume. Si tratta di costruzioni per lo più celebrali, volte a raffigurare tesi politiche volte animate da un fastidioso buon senso reazionario, oppure a dare spunto a petizioni moralistiche. Anche la lingua e lo stile, di una letterarietà arida e invano arricchita di toscanismi, mostrano la debole ispirazione di queste opere.

Tutt'altro discorso va fatto per le tragedie.

Nelle tragedie si manifesta la vena schiettamente autobiografica della personalità artistica alfieriana.

La scelta di misurarsi con il teatro tragico si configurò inoltre per l'autore come una vera e propria sfida: la sfida di creare in Italia una tradizione di teatro tragico.

Vi erano infine ragioni ideologiche. Sia i rapporti interpersonali quanto le dinamiche storico-sociali erano fondate su contrasti elementari: bene/male, coraggio/viltà, libertà/tirannide. Questo offriva le migliori possibilità espressive e di sviluppo delle tragedie.

Vi è un rifiuto di misurarsi con il pubblico. Le stampe delle tragedie furono infatti curate e pagate personalmente dall'autore, e destinate a una circolazione ristretta; mentre le rappresentazioni escludevano occasioni e teatri pubblici, per svolgersi in salotti aristocratici, affidate a compagnie di dilettanti e riservate a un ristrettissimo pubblico di invitati non paganti.

Il metodo di composizione si articolava in tre momenti ben distinti: ideare, stendere, verseggiare.

Le prime due fasi si svolgevano in lingua francese. La fase dell'ideazione consiste nella scelta del soggetto, nello sviluppo della trama, nella distribuzione della materia atto per atti e scena per scena, nell'organizzazione del sistema dei personaggi. La stesura consiste nello svolgimento in prosa della scena teatrale. Infine attraverso il terzo momento, della versificazione, la tragedia prende l'aspetto definitivo riorganizzandosi la prosa in endecasillabi sciolti. Tra una fase e l'altra passa sempre un lasso di tempo.

La cura prolungata rivolta all'autore delle proprie opere è oggetto di un instancabile lavoro di correttorio.

Il modello adottato da Alfieri è quello classico della tradizione aristotelica: la tragedia presenta un'unità di luogo, di tempo e di azione; è divisa in 5 atti e ridotta ad un numero assai ristretto di personaggi. È escluso l'uso di figure secondarie, e colpi di scena esterni alla dinamica dell'azione, e riconoscimenti e apparizioni. L'uso frequente dei monologhi valorizza la dimensione dell'interiorità e accresce la tensione intorno ai personaggi, tutti essenziali allo svolgimento del dramma.

Lo stile e la metrica cooperano all'innalzamento della materia e alla espressione delle forze in conflitto. Il lessico è scelto ed elevato; rifugge ogni tratto di quotidianità e di banalità. La sintassi si presenta carica di tensioni, costruita su contrasti e irta di inversioni e di fratture, accentuate dalla fitta punteggiatura; alla naturalezza si sostituisce il senso dell'eccezionalità; cioè la ricerca del sublime. L'endecasillabo, scelto per rispettare la tradizione classica, è forzato in caso di espressività forti, potenziate dai frequenti enjambements.

L'azione anzi appare in qualche modo già definita fin dal principio. Il destino tragico di morte che segna gli eroi alfieriani è l'unico segno di grandezza cui essi, dominati da passioni smisurate e spesso inconfessabili, possano ancora accedere, nel quale possano tutelare e anzi riaffermare al più alto grado la propria identità e la propria fierezza.







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