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Pinocchio film

letteratura


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Noi dovremmo solo ribadire che Pinocchio è un film che poteva essere bellissimo, se Benigni e il suo fedele sceneggiatore Vincenzo Cerami avessero centrato una chiave, uno spunto dal quale partire per una rilettura originale del testo di Collodi; e invece è solo bello(e vi par poco?), grazie alla magnificenza delle scenografie (di Danilo Donati) e della fotografia(di Dante Spinotti ), alle azzeccate performance di alcuni comprimari (soprattutto i Fichi d'In 626e46g dia e Kim Rossi Stuart) e alla regia discreta ma insinuante dello stesso Benigni, che per una volta è assai più bravo come regista (e direttore di attori) che come mattatore. Il che significa che se Pinocchio è infinitamente meno geniale e importante di La vita è bella, è però assai più compatto di tutti i film precedenti di Benigni, dal Mostro in su. Se nel film c'è un problema; è la fedeltà fin troppo riverente al libro di Collodi: sarà un caso, ma il film si impenna quando Benigni e Cerami trovano il coraggio di tradirlo, come nella strepitosa sequenza iniziale in cui il tronco dal quale Pinocchio nascerà getta lo scompiglio nel paesello, esattamente come farà poco dopo il burattino. In realtà c'è almeno una scena in cui Benigni commuove, e tocca finalmente quel pathos che sembra inseguire disperatamente in ogni sequenza. È la morte di Lucignolo. Quando Pinocchio/Benigni vede il povero asinello riverso sul fienile, condannato alla fine, e piange accarezzandolo mentre quello trova l'estrema forza di mormorare il suo nome, il film raggiunge la medesima grazia - in senso cristiano, sì - del romanzo. Il fatto che il burattino di Benigni ci tocchi il cuore quando piange la morte del "cattivo" indica una strada possibile, che il film avrebbe potuto percorrere in modo persino provocatorio, e invece imbocca solo a tratti. Anche perché da un lato Benigni è affascinato dai lati cupi del romanzo, dall'altro si sente in obbligo di esasperare i toni patetici ogni volta che entra in scena la Fata Turchina, ovviamente interpretata da Nicoletta Braschi. È come se il film fosse in bilico fra un'aggressività vitale e debordante, e un desiderio di poesia lievemente esangue. Così, resta un film bellissimo da vedere, meno interessante da analizzare: quindi frustrante per i critici ma, chissà - glielo auguriamo di tutto cuore -, forse entusiasmante per gli spettatori. Lunedì leggeremo gli incassi senza spirito polemico. Speriamo che Pinocchio esca presto dal ciarpame giornalistico per entrare nel cuore della gente.



Naso di legno, cuore di stagno, burattino..." con questo motivetto in testa e le immagini del cartone animato della mia infanzia, mi sono avventurato alla proiezione del "Pinocchio" benignano. Grande attesa e trepidazione per quello che è stato definito il film su misura per lui, ma soprattutto per rinverdire i fasti de "La vita è bella".
Prima di tutto è bene chiarire che Roberto Benigni è lontano anni luce dalla figura di Pinocchio: non è un ingenuo, né tantomeno uno stupido e se lo vogliamo definire un "puro di cuore" sarà bene ponderare bene questa valutazione, dato che, personalmente, ritengo che qualsiasi persona dotata di ironia e cinismo debba necessariamente possedere una sorta di lato oscuro. Quindi il nostro Gian Burrasca ha pensato bene di portare sul grande schermo il capolavoro di Collodi concedendosi piccole licenze poetiche ma restando di fondo abbastanza aderente al libro.
Iniziamo dalle dolenti note, perché proprio di queste si tratta: il commento musicale di Piovani è quasi una maledizione, una nenia ossessionante che non ti abbandona nemmeno per un momento, tanto che alla fine la canzoncina dei titoli di coda (interpretata da Benigni) ha un non so che di liberatorio. Ma di certo l'aberrazione più macroscopica è l'ormai imprescindibile presenza di Nicoletta Braschi: inguardabile, ma soprattutto inascoltabile. "L'amore è cieco", ed aggiungiamo anche sordo, e purtroppo finché Benigni non riuscirà a liberarsi di questo retaggio saremo condannati a veder rovinati metri e metri di pellicola. Questa fata turchina, tutta falsi sorrisi, primi piani e atone conversazioni, rimarrà indelebilmente scolpita nelle nostre menti più del commovente Geppetto di Carlo Giuffrè, della fantastica coppia di truffatori interpretati dai Fichi d'India o dell'esuberante Lucignolo di Kim Rossi Stewart.

Un lavoro di cesello quello di individuare e "vestire" i cento comprimari che ruotano intorno a Pinocchio, la vera essenza del film e della storia, che altrimenti non sarebbe altro che una favoletta. L'umanizzazione dei tratti animali dei personaggi come anche il loro "look" complessivo sono eccellenti. La scenografia non ha nulla da invidiare alla favolose produzioni hollywoodiane e poi lui, Pinocchio. La personalità e l'anima di Benigni gli danno un pizzico di profondità e di umorismo in più che contribuiscono sia ad alleggerire la pellicola sia ad evidenziare i momenti più adulti.
Comicità estemporanea, classicismo del libro ed effetti speciali di prim'ordine (su tutti il tronco e lo squalo) sono ben amalgamati e scanditi dal lessico toscano che spesso è stato trascurato nelle precedenti trasposizioni del libro.

Un film che sarà in grado di coinvolgere tutte le fasce d'età grazie ai suoi numerosi piani di lettura. La favola divertente per i figli, una bella scoperta per i genitori ed una piacevole reminiscenza per i nonni, ma per favore non attendiamoci un capolavoro assoluto.

La frase: "Anima grande!"

Curiosità: sono stati realizzati venti costumi identici di Pinocchio da utilizzare nell'arco di tutto il film.

"Il film è una specie di traduzione lineare del libro, illustrata dalle splendide scenografie di Danilo Donati, recitata da bravi attori, corredata da effetti speciali di ottimo livelli ma dove manca, purtroppo, qualcosa. Quel che manca è una fantasia visionaria, un senso della dismisura, della poesia che appartiene a Benigni come attore e autore, ma che il Benigni regista non ha ancora acquisito. Una carenza che spiace tanto più perché il film contiene scene di grande ispirazione visiva, ma senza riuscire a dar loro una continuità tale da giustificare il capolavoro annunciato. (..) Ci chiediamo, in altre parole, dove sia finito il gusto dello sberleffo, della trasgressione che tutti i maggiori comici cinematografici posseggono in larga misura e che a Roberto non fa certo difetto". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 ottobre 2002)

"(...) le scene e i costumi del povero Danilo Donati, al suo ultimo lavoro, si 'mangiano' il film ancor prima che il pescecane si mangi Pinocchio. - Vuoi dire che gli attori non sono bravi? - Al contrario. Mangiafuoco, cioè Franco Javarone, mette paura. I Fichi d'India sono un Gatto e una Volpe insinuanti e un po' bauscia, due manager pezzenti come ce n'è tanti in giro. Kim Rossi Stuart è un Lucignolo sensazionale, un "apache" deciso a non arrendersi a costo di morire. Ma il film non rinuncia a nulla, quindi ognuno ha due, tre scene e via. E il vero problema, paradossalmente, è Pinocchio. Benigni ne è come intimidito. Lo indossa come una maschera, anziché farsene possedere come da un demone". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 ottobre 2002)

"Là dove s'intenerì Disney e si esaltarono il genio di Carmelo Bene e l'ugola di Bennato, al cospetto dell'italianissimo burattino che cede ad ogni tentazione, il diavolo toscano si fa piccolo piccolo, ripetitivo e meccanico, poco ispirato e quasi mai poetico: gli basta far svolazzare brandelli di 'Forrest Gump' mentre Nicola Piovani fu Oscar martella di note i colli e il borgo. (...) Benigni ha il dna di Chaplin, l'estro fanciullesco di Fellini, 80 miliardi da spendere per ricollaudare Collodi, un (ex?) piratesco nemico in Giuliano Ferrara: cosa vuole di più? Come le bugie, anche certi capricci hanno le gambe corte". (Alessio Guzzano, 'City', 10 gennaio 2002)

Davanti ad un capolavoro della narrativa per ragazzi del calibro del Pinocchio collodiano Roberto Benigni ha dimostrato di conoscere la ricetta per un'efficace traslazione sul grande schermo di un classico della letteratura: una rilettura filogicamente corretta del testo di riferimento, libertà narrative ridotte al minimo (ma allestite con gusto) ed effetti speciali non invasivi ma funzionali rispetto alla trama. Il primo grande kolossal della casa di distribuzione Melampo è una fedele mise en scène del libro di Carlo Collodi, interpretato da un cast rigorosamente autarchico e ravvivato da qualche presa di posizione sul versante esegetico. D'altra parte Pinocchio fonde da oltre un secolo fascino onirico, magia ed arte del racconto allo stato puro, è un romanzo criticamente stratificato, un classico che - parafrasando Calvino - non finisce mai di dire quel che ha da dire, e dunque aperto pe r statuto a chiarimenti artistici. Benigni in tal senso non si è sottratto alla sfida ed ha realizzato un grande film, convertendo su celluloide le invenzioni fantastiche del Collodi in modalità che mischiano giustamente immaginazione, artigianato e sogno. La computer grafica ha materializzato la briosa invenzione d'apertura: un saltellante tronco di pino animato da uno spirito ribelle che spande confusione in un piccolo borgo italiano di fine Ottocento prima di arenarsi sulla porta del povero Mastro Geppetto, falegname eletto demiurgo dal burattino protagonista, un tronco di pino assente nel libro ma azzeccato viatico per la favolosa storia che seguirà. Il sofisticato apparato di effetti speciali allestito per Pinocchio supporta i punti più complessi ed immaginosi della trama, marcata da una simbologia fantastica quanto ricca: la barocca carrozza della Fata Turchina trainata da centinaia di topolini bianchi, il gigantesco burattinaio Mangiafuoco, il naso che si allunga proporzionalmente alle bugie di Pinocchio, le metamorfosi asinesche, il mostruoso pescecane. Ed ovviamente non manca all'appello neppure la variopinta materializzazione del Paese dei Balocchi, un trionfo di specchi deformanti, spade e giocattoli in legno, nato dall'estro del grande scenografo Danilo Donati, scomparso durante le riprese. In più la premiata coppia di sceneggiatori Benigni-Cerami ha inventato un riuscito Leitmotiv per stringere il duo Pinocchio-Lucignolo: un colorato lecca-lecca al mandarino ("La fine del mondo") che costituisce l'apoteosi della golosità infantile, un lirico inno alla joie de vivre di chi si ostina, come Lucignolo appunto ("Anima grande!"), a perdersi nelle tortuose smagliature della vita, per la lunga e difficile strada attraverso la quale i bambini discoli diventano ragazzi "perbene" nel senso prettamente borghese del termine. C'è poi la strepitosa icona fisica di Benigni a dar corpo ed andatura balzellante ad un folletto-burattino che esordisce in modo insostenibilmente sbarazzino, strada facendo comprende la strana aspirazione dei grandi alla sua maturazione ma persiste, in modo quasi inconsapevole, nel congelare ad libitum il suo processo di crescita interiore, che verrà, ma a costo di perdere un'incorreggibile simpatia - "Peccato, era proprio un bel burattino", chioserà la fatesca Braschi nel finale -. Sotto il versante sottilmente comico Roberto Benigni ha sempre denunciato i propri debiti rurali, dichiarando spesso la sua estrazione contadina e rivendicando al contempo, in modo quasi fisiologico, il sostrato materialistico della propria arte, spesso giocata sull'esile filo del basso comico, ai confini della scatologia più esplicita, scurrilmente autentica senza mai scadere nel banale o nel triviale fine a se stesso. Con la sua ultima creatura il regista toscano ha cambiato ancora marcia: allo stesso modo in cui alcuni passaggi de La vita è bella si rivelavano spiazzanti nella loro capacità di far ridere e piangere insieme, Pinocchio racconta il lato nascosto di Roberto Benigni, il Benigni lirico, il Benigni d'estrazione felliniana, capace di avvicinarsi in punta di piedi ad un classico della narrativa per ragazzi, pieno dello stupore che ogni classico per ragazzi esige dal lettore per statuto letterario, ed in particolar modo il capolavoro di Collodi, traboccante di falle enigmatiche di cui lo scrittore toscano sembra aver voluto cospargere la storia dell'immortale burattino di legno. Lo stesso stupore incantato Pinocchio lo trasmette con una regia ricca di ritmo ed animata da sequenze che fondono fiaba e lirismo, una fotografia che colora la storia di una magia fuori dal tempo, ed infine la colonna sonora di Nicola Piovani, che commenta in modo efficace le immagini con musiche a metà tra manierismi classici e temi estemporaneamente giocosi. Un film d'autore che incanterà (e dividerà) gli adulti, più difficilmente i bambini, ma in ogni caso da non perdere.



Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l'ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza: - Com'ero buffo quand'ero un burattino! e come ora son contento di essere diventato un ragazzino per bene! .", così finiva il libro di Carlo Lorenzini, nome d'arte Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (apparso sul Giornale dei bambini nel 1880 e in volume nel 1883, quando l'autore era quasi sessantenne: l'età giusta per scrivere libri dedicati all'infanzia). Diversamente si conclude il film Pinocchio di Roberto Benigni, che, pur recitando la medesima frase di fronte a un compiaciuto Mastro Geppetto (Carlo Giuffré che sembra la fotocopia di Pappagone, macchietta televisiva di Peppino De Filippo, di certo per via del parrucchino color polenta), ne approfitta per prendere posizione e schierarsi dalla parte del burattino, ormai ridotto a ombra e forse per questo capace di sganciarsi dal corpo reale in cui si è trasformato, per diventare finalmente se stesso, superare la schizofrenia latente e andarsene libero a inseguire le farfalle turchine del desiderio e dell'edonismo infantile.

Sentendo Benigni recitare quella frase si ha davvero l'impressione di assistere alla pronuncia di una bugia, l'unica, autentica, nuova nel suo genere, perché senza gambe corte o naso lungo .
Le altre erano inconsapevoli, uscivano dal profondo di una coscienza candida e ingenua: non a caso la Fatina era disponibile a perdonarle tutte, incondizionatamente; quest'ultima invece, nella sua amarezza tangibile ("
. dopo che l'ebbe guardato un poco" coincide infatti con l'inquadratura del corpo inanimato, disarticolato del burattino, scompostamente accasciato su una sedia con la testa a penzoloni), diventa la bugia per eccellenza.

Al Pinocchio di Benigni non interessa affatto diventare un ragazzino "per bene", inquadrato nei ranghi, pronto a studiare e a trovare un impiego (magari come segretario di qualche prefettura come Collodi), non ha voglia di rinunciare al divertimento di una vita anarchica e selvaggia: il passaggio dal principio di piacere a quello di realtà non scatta nella pellicola, per il resto fedele alla trama del libro.
Cercare l'avvenuta o meno fedeltà del film rispetto al testo è una ricerca peregrina e persino fuorviante: la storia è così nota e presente nell'immaginario collettivo che viene naturale intercettare conferme rispetto ai ricordi che ognuno ha conservato di quella lettura o delle precedenti trasposizioni cinematografiche: il film d'animazione di Walt Disney del 1940, l'opera teatrale di Carmelo Bene del 1961, la riduzione per il piccolo schermo di Luigi Comencini del 1972. Quando scatta il meccanismo del confronto il film di Benigni perde in originalità per alcuni versi, ma al contempo acquista significati imprevisti, perché alcune sequenze sono costruite così bene, che finiscono per coincidere con le prefigurazioni sognate da bambini, leggendo o ascoltando la storia.
Nel mio caso il punto di attrazione è scattato di fronte all'apparizione di Mangiafuoco (un gigante barbuto interpretato da Franco Javarone): la sua comparsa da mozzafiato di fronte a quel popolo di piccole marionette era già conservata nella mia memoria esattamente così come è stata rappresentata nel film. Mi sono detta: "Non solo l'ho già letta questa scena, ma mi sembra di averla già vista tale e quale": curiosa coincidenza (di certo frutto della mia semantizzazione del testo ormai ridotto ad un palinsesto) che mi ha confermato come la fedeltà ricercata nel film di Benigni non risieda tanto nell'illustrazione pedissequa degli episodi scritti a puntate da Lorenzini, bensì nella restituzione di un'aura, fatta di ricordi e rievocazioni, sepolti da anni e finalmente tornati a galla grazie al fascino incantatorio di un'inquadratura, quella sola, unica, esatta, magica .




Molti adulti saranno allora grati al film perché ritroveranno sparse qua e là le trasposizioni oniriche maturate da bambini in qualità di "lector in fabula"; altri invece, magari per antipatia recondita nei confronti del libro di Collodi, saranno riconoscenti soltanto alle invenzioni, pronti a gustarsi le novità introdotte rispetto al testo originale. Chi sceglie quest'ultima ipotesi apprezzerà senz'altro i primi minuti del film: il prologo che fa da cornice alla fiaba con l'arrivo di un cocchio trainato da una miriade di topini bianchi, da cui fuoriesce la fatina (interpretata da Nicoletta Braschi un po' ingessata nel ruolo e dalle espressioni stereotipate), che, accompagnata dal suo fedele cocchiere Medoro, è intenta ad accarezzare una farfalla, che avrà il ruolo di aiutante magica nel prosieguo della storia. I due inizieranno a disquisire sul senso dell'esistenza, a partire dalla precarietà rappresentata dalla vita della farfalla, bruco destinato a vivere e ad assaporare lo splendore del battito d'ali per un giorno soltanto, per concordare sull'inesistenza del tempo, come durata cronologica, misurabile nel percorso che dalla nascita conduce alla morte, inaugurando così, in maniera originale, l'ingresso del cocchio e dello spettatore nel tempo e nello spazio della narrazione fiabesca, impregnata di accadimenti che si potranno gustare - da quel momento in poi - solo affidandosi al ritmo del cuore e dell'immaginazione.

Il buio del percorso, grazie alla magia della fata, si trasforma man mano in luce mattutina, capace di rischiarare la frenesia che invade gli abitanti di un borgo ottocentesco, messo improvvisamente a soqquadro dal dinamico rotolare frenetico di un pezzo di legno: un tronco sfiorato dalle ali della farfalla come fossero bacchette magiche, catapultato da un carro e inquadrato nella sua folle corsa tra le stradine del villaggio.
Quel tronco animato ha il pregio di contenere l'anima del futuro burattino, i suoi movimenti sembrano orchestrati dall'apparato professionale del guitto Begnini. In quel pezzo di legno ci sta insomma tutta la carica dinamica che di solito sa generare l'attore nelle sue performance e lo spettatore accorto finisce con l'apprezzare quest'anticipazione, sorridendo compiaciuto. I guai provocati dal suo passaggio vulcanico sono inenarrabili, ma resta certa una consapevolezza: i gendarmi ricevono in faccia una quantità tale di succo di pomodoro, che si finisce per perderne il conto, ridotti a maschere impietose nei loro vani tentativi di acciuffare quel pezzo di legno, ribelle, monello e soprattutto perdigiorno.

Benigni è leggero e veloce come un acrobata, affida la sua natura puerile alla carica vitale delle sue energiche esplosioni fisiche che, se da un lato fanno un po' rimpiangere l'assenza di mosse degne di un burattino, dall'altro acquisiscono forza grazie all'esatta combinazione di espressioni e smorfie capaci di comunicare i suoi stati d'animo, altalenanti tra lo stupore e la meraviglia tipica dei bambini, la monelleria compiaciuta, il suo essere ingenuamente citrullo e credulone, la pulsione di mantenere fede alle promesse fatte alla fatina e al contempo il desiderio di assecondare la sua voglia di libertà e il gusto per l'avventura, per non dover rinunciare al piacere e alla golosità. Spiace invece sentirlo recitare con quella vocetta fasulla e un po' melensa (che aveva già utilizzato nel film La voce della luna di Federico Fellini): la stessa che adoperano spesso certi adulti quando si devono rivolgere ai bambini.

Se il Lucignolo recitato da Kim Rossi Stuart rende giustizia al personaggio per la sua simpatica allergia nei confronti delle costrizioni rappresentate dagli alti valori del dovere e dell'integrità morale, ai quali sa contrapporre una trascinante gioia nella libertà di gustare un lecca-lecca al mandarino, giubilando nel paese dei balocchi, ormai ridotto a una discoteca o a un gran varietà televisivo all'insegna del consumismo, non altrettanto si può dire per gli episodi che vedono in scena il Gatto e la Volpe, recitati da Max Cavallari e Bruno Arena (I Fichi d'India), che fanno provare nostalgia per la superba interpretazione offerta da Ciccio Ingrassia e Franco Franchi nel film di Comencini. Questi ultimi avevano saputo restituire l'astuzia, lo spirito ladrone, l'abilità nel fregare l'ingenuità di Pinocchio, con estrema efficacia, prendendo al contempo in giro se stessi per la loro fifa nera, quando cadono vittime della magia della fatina.

Un'amica, che frequentava la scuola elementare quando la televisione italiana mandò in onda lo sceneggiato televisivo di Luigi Comencini, ha pensato di farmi cosa gradita imprestandomi il suo libro di Collodi (conservato come una reliquia, vissuto e usato al punto tale che il dorso della copertina, tenuto insieme da lunghi pezzi di nastro adesivo ormai trentennali, si è improvvisamente scollato, quando ho cercato di introdurre il volume sul piano di lavoro dello scanner, denunciando così la sua allergia per la tecnologia), illustrato dalle foto di scena tratte da quel film. L'introduzione, scritta dal regista, mi ha offerto non solo la chiave di volta per comprendere la sua operazione condotta nei confronti del libro di Collodi, giustificando quella successiva di Benigni, ma anche l'occasione per invitare gli spettatori, soprattutto i bambini, a costruirsi il "proprio" Pinocchio, sia leggendo il testo, che assistendo alla proiezione del film. Verrebbe inoltre da consigliare ai piccoli o a tutti quelli che non l'avessero mai fatto (ma questo lo dice solo l'insegnante che abita in me .) di leggere prima il testo per non farsi condizionare troppo dalla versione offerta da Benigni, che potrebbe senz'altro influenzare il loro immaginario, privandoli del diritto di inventarsi il burattino o il bambino desiderato, di schierarsi dalla parte dei personaggi amati o di provare insofferenza nei confronti di quelli antipatici. A chi capiterà, come a me, di non sopportare per esempio il "grillo parlante", ritenuto troppo noioso, saccente e petulante nei suoi consigli, allora proverà gusto e soddisfazione maggiori, vedendo Benigni brandire più volte un martello per cercare di appiattirlo e di condurlo al meritato silenzio eterno .

"Durante tutto il racconto di Collodi, il burattino, fatto di legno dal falegname Geppetto, sogna di diventare un bambino in carne e ossa, ma la fata gli dice che questo potrà accadere solo quando sarà diventato un burattino "per bene", quando insomma avrà smesso di fare tante monellerie e si sarà messo in testa che i bambini debbono ubbidire ai grandi.
Avrei potuto, nel film, ripetere la stessa cosa. Ma ci sono due ragioni per le quali ho cambiato un po' la storia. La prima è che, quando lessi il libro la prima volta, tanti anni fa, mi ricordo che rimasi molto male alla fine, perché mi era più simpatico il burattino impertinente creato da Geppetto, del bambino per bene voluto dalla fata. La seconda ragione è che sarebbe stato difficile far fare a un burattino tutte le azioni che Collodi attribuisce al suo Pinocchio.
Così ho capovolto la situazione. Il succo, come vedrete, è però sempre lo stesso.
Geppetto si fa un burattino di legno, come nel libro, ma la fata lo trasforma subito in un bambino in carne ed ossa, facendosi promettere però che sarà un bambino "per bene", ubbidiente e studioso, bastone della vecchiaia del suo genitore.
Siccome il bambino, che ha conservato il carattere vivace e ribelle del burattino, subito ne combina di tutti i colori, la fata lo fa tornare di legno, per punirlo. Ma per poco, perché di nuovo lui promette che sarà buono e la fata lo fa ridiventare bambino, finché è costretta a punirlo di nuovo; e così per ben tre volte; poi, come nel libro, lo fa addirittura diventare somaro. Almeno credo che la trasformazione sia opera della fata: Collodi non lo precisa [.].
Con questo piccolo stratagemma ho potuto usare un bambino che non è noioso e saccente come quello che appare alla fine del libro, ma vivo, arrogante e simpatico come il Pinocchio-burattino; e ho conservata intatta la sua lotta con la fata, che vuole domarlo, per farne un "ragazzino per bene", mentre lui vuole semplicemente essere un ragazzino senza aggettivi.
Un altro cambiamento riguarda gli animali. La lumaca, il giudice-cane, il gatto e la volpe nel film sono attori, sono uomini; altri invece, come il grillo, la lucciola, il tonno, il pescecane sono rimasti animali. Perché?
Perché così me li sono immaginati leggendo il libro. M'è sembrato che Collodi certi animali li vedesse veramente come tali; e che altri fossero chiamati animali solo per definirne meglio il carattere, ma fossero uomini, uomini che si incontrano veramente nella vita.
Avevo o non avevo il diritto di prendermi questa libertà?
Chi scrive un libro, chi sceglie cioè la parola per raccontare una storia, lascia al lettore la libertà di figurarsi fatti e personaggi come la sua fantasia, stimolata dal testo, se li immagina.
Anch'io sono un lettore di Collodi e, accingendomi a tradurre in immagini il suo testo, non potevo che affidarmi a quello che il libro mi aveva suggerito, non oggi, ma tanti anni fa, quando da bambino, lo lessi e lo rilessi avidamente.
Allora, per esempio, provavo simpatia e ammirazione non solo per Pinocchio ma anche per Lucignolo; e così, nel film, ho fatto un Lucignolo simpaticissimo. Provavo meno ammirazione per la fata, noiosa e pedante, e così l'ho rappresentata; mi faceva tenerezza Geppetto, e questo affetto spero sia rimasto anche nel film.
Ho realizzato insomma un "mio" Pinocchio, certamente diverso da altri film già fatti prima, così come se ne possono fare molti altri ancora, sempre nuovi, dando del libro altre interpretazioni. E questo proprio perché è un libro molto bello, un libro ricco di suggestioni, un libro che non invecchia mai".
(Luigi Comencini, introduzione a Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, Edizioni Paoline, Torino 1972, pp. 8-9)



Benigni sembra aver raccolto le raccomandazioni di Comencini, ma non sarà l'ultimo della serie, perché, si sa, ogni lettore/spettatore ha il suo Pinocchio e ci tiene a conservarlo tale e quale, per mantenere integra l'immagine della propria infanzia. Per questo, a volte, si indispettisce persino e si agita, quando qualcuno cerca di mostrargliene altre facce, nascoste o lasciate in "ombra" .

E' ancora nell'aria l'eco del "Roberto" urlato dalla Loren alla cerimonia degli Oscar. E per Benigni era davvero difficile riproporsi dopo il trionfo de "La vita è bella". Ma, da grande artista qual é, lo ha fatto nel modo meno scontato, portando sullo schermo uno dei miti della letteratura di tutti i tempi. Molto più semplice sarebbe stato per lui creare una storia nuova, una storia alla Benigni, appunto. Invece, il "piccolo diavolo" toscano ha deciso di realizzare un suo vecchio sogno, condiviso col grande Maestro Fellini, che già ai tempi de "La voce della luna" lo aveva soprannominato Pinocchietto, immaginandolo a vestire i panni del celebre burattino.

Malgrado qualche piccola licenza nella trama, la magia della favola é riproposta fedelmente. Si percepiscono il rispetto e l'ammirazione che Benigni ha nei riguardi di quest'opera e, nonostante la naturalezza sgambettante e istrionica dell'attore, si ha l'impressione, in alcuni momenti, di vederlo entrare nella storia in punta di piedi, quasi temesse di rompere gli equilibri già perfetti creati da Collodi. Il film é impeccabile. Nella scelta degli attori, delle musiche di Nicola Piovani, delle scenografie del compianto Danilo Donati (a cui il film é dedicato) e persino degli effetti speciali che non risultano mai eccessivi, ma riescono a diventare una necessaria conseguenza del ritmo pirotecnico e coinvolgente che la regia di Benigni dà a tutto l'insieme.

I personaggi vengono sì disegnati fedeli al testo originale, ma non stereotipati. Così, l'espressione un po' vaga e distaccata della fata turchina, affidata all'interpretazione di Nicoletta Braschi, non contrasta con l'immagine tradizionale della fata buona, ma ne rivela, semmai, un aspetto inedito. Lo stesso, per Lucignolo (Kim Rossi Stewart) discolo e cialtrone, ma che lascia trapelare un animo di sognatore. E ancora, il Grillo parlante saggio, ma anche un po' goffo e sprovveduto (Beppe Barra) e Geppetto (Carlo Giuffré) padre amorevole, disposto ad ogni sacrificio per il figlio, ma che alla fine del film lascia intravedere una lievissima sfumatura di quel realistico egocentrismo che, spesso, caratterizza le persone anziane.

Si esce dal cinema con le stesse sensazioni che da bambini ci accompagnavano dopo che qualcuno di famiglia ci aveva raccontato questa storia senza tempo, con in più quella di persone adulte compenetrate del fatto che Pinocchio e tutti i personaggi che gli ruotano intorno, somigliano più che mai a qualche parte di noi. TRAMA: Nell'Italia umbertina, il falegname Geppetto (Giuffré) ricava da un tronco di legno il burattino Pinocchio (Benigni) il quale, acquistata vita, non va a scuola, rischia di finire in carcere e finisce sempre nei guai.
 

RECENSIONE: Curioso questo Roberto Benigni! Coraggioso, audace nel rileggere, vivere sulla propria pelle e restituirci con dignità, amore, poesia, e sincera commozione il dramma dell'Olocausto nel suo La vita è bella. E poi invece, quando decide di portare sullo schermo il libro di Collodi, progetto accarezzato ed inseguito da tempo, ed interpretare il personaggio di Pinocchio, che gli calza a pennello in una sorta d'identificazione naturale  d'impressionante aderenza fisica, che cosa si  "inventa" il nostro toscanaccio d'esportazione? Un adattamento  fedelissimo che avrebbe fatto felice il signor Collodi nel vedere finalmente realizzate in immagini e scene di magnifica resa visiva e spettacolare il suo mondo colorato e fantastico (il lavoro dello scomparso scenografo Danilo Donati non si loderà mai abbastanza). Farà  contenti i grandi ed i piccini che hanno amato e amano gli indimenticabili personaggi e le divertenti storie ed avventure del burattino più famoso del mondo. E  sicuramente soddisferà chi, tra le pagine del libro di Collodi, ha sempre trovato l'ideale manuale di vita da seguire e da tenere sottobraccio  per superare le difficoltà quotidiane, prendendo a modello la filosofia di vita dell'indisciplinato burattino: un pizzico di monelleria, incoscienza, candore, purezza ed entusiasmo genuino. Essere riuscito in cotanta impresa non è affare da poco, ma oramai da un Roberto Benigni ci si attende inevitabilmente qualcosa di più. Forse  è il prezzo che si deve pagare dopo il successo e l'equilibrio e bontà di un film come La vita è bella e Benigni (strepitoso regista nel non smarrirsi mai in un set così ricco che controlla con consumata dimestichezza) ne è consapevole. Di  fronte ad un monumento come l'opera di Collodi si mette al suo servizio e, fidando dell'inventiva dello scrittore fiorentino e dei potenti sentimenti che un personaggio come Pinocchio agita e provoca, Benigni si lascia cullare e trasportare dalle onde emotive delle pagine del libro. E così eccolo, bel ciocco di legno, rotolare a casa di babbo Geppetto (Carlo Giuffrè come sempre grande e misurato). Poi imbattersi in quei due lestofanti del Gatto e la  Volpe (i Fichi d'India in gran forma). Di seguito l'incontro con il monello Lucignolo (Kim Rossi Stuart ci regala con la sua prova un simpatico amico e compagno di marachelle e sventure che difficilmente dimenticheremo) e naturalmente nel viaggio è compresa la visita all'interno della pancia della balena, ultima tappa prima della sua "menzognera" conversione da  burattino a bambino. E su tutti regna sovrana  la ragnatela intessuta dalla Fata Turchina (Nicoletta Braschi di angelica bellezza) che apre e chiude il film suggellando con la sua regale e lucente presenza la storia di formazione e crescita del burattino di legno. Percorrere  questo sentiero guidati dalla mano di Roberto Benigni (un Pinocchio generosissimo ed instancabile nel suo sincero e commovente entusiasmo) è l'avventura più bella che ci potesse regalare. E né la fotografia suggestiva di Dante Spinotti, le musiche allegre di Nicola Piovani, gli effetti speciali mai esagerati di Rob Hodgson (La tigre e il dragone) riescono nella difficile impresa di animare un freddo burattino di legno quanto invece la magia degli occhi di un Roberto Benigni può riuscirci con un semplice e vitale sguardo. Ed è la stessa luce che Benigni è riuscito a cogliere e restituire in una delle scene più commoventi del film: lo sguardo d'infinito amore e dolcezza che il ciuchino  Pinocchio, finito a terra sulla pista del circo, rivolge alla sua amata Fata seduta tra il pubblico. Per fortuna sappiamo  già che la storia finisce bene e questa volta Roberto Benigni non ci sconvolgerà con una sua prematura scomparsa che tanto ci aveva fatto soffrire nel suo La vita è bella. Anche qui il burattino morirà, ma non il suo spirito, che nel gioco poetico e leggero di un'ombra con il naso lungo accompagnerà il bambino Pinocchio nel percorso, questo sì veramente tortuoso e ricco di tentazioni, che è la vita umana







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