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Italo Calvino - L'ENTRATA IN GUERRA

letteratura


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Il racconto di Italo Calvino Gli avanguardisti a Montone fu pubblicato per la prima volta nel 1953 nel secondo numero della rivista di Moravia e Carocci «Nuovi Argomenti». S'apriva in quell'epoca per la letteratura italiana una stagione che oggi chiamiamo «degli Anni Cinquanta», in cui, sbollito il più convulso neorealismo dell'immediato dopoguerra, la memoria s'addentrava a esplorare soprattutto il recente passato, cioè gli anni del fascismo, e a rintracciare gli itinerari della coscienza morale individuale e collettiva. A quel primo brano di memorie dell'estate del 1940 Italo Calvino fece seguire (o meglio precedere, nella cronologia degli avvenimenti narrati) il racconto L'entrata in guerra, pubblicato nella rivista «Il Ponte» di Piero Calamandrei. Avrebbero potuto essere i primi capitoli d'un romanzo che, attraverso episodi minimi d'una adolescenza di provincia, avrebbe seguito la formazione d'un giovane negli anni della seconda guerra mondiale. Ma di questo progetto l'autore realizzò solo un trittico di racconti (il terzo è Le notti dell'UNPA), che col titolo L'entrata in guerra uscì nel 1954 come un volumetto dei «Gettoni», la collana diretta da Elio Vittorini; e poi nel 1958 entrò a far parte della raccolta generale dei racconti, di Calvino. Questo libro ripropone l'edizione dei «Gettoni».




In sopracoperta:

acquarello di Francesco Clemente, VII, 1985 (per gentile concessione della Offentliche Kunstsammlung di Basilea, Kupferstichkabinett)


Italo Calvino (1923-1985) ha esordito nel 1947 con Il sentiero dei nidi di ragno, cui hanno fatto seguito i racconti di guerra partigiana, Ultimo viene il corvo, e i tre romanzi che compongono il ciclo dei Nostri antenati: Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente. Le Fiabe italiane, apparse nel 1956, vennero ristampate più volte, e così il volume dei Racconti, pubblicato nel 1958. Un altro dei grandi successi di Calvino è Marcovaldo ovvero Le stagioni in città. Al romanzo breve La giornata d'uno scrutatore (1963) sono poi succeduti due volumi di racconti di ispirazione scientifica, Le cosmicomiche e Ti con zero. In seguito Calvino ha pubblicato Le città invisibili, Il castello dei destini incrociati, Se una notte d'inverno un viaggiatore, Palomar. Vanno inoltre ricordati due volumi di saggi, Una pietra sopra e Collezione di sabbia; e L'Orlando furioso di Ludovico Ariosto raccontato da I. C. Postumi sono usciti Sotto il sole giaguaro, Sulla fiaba, Lezioni americane e La strada di San Giovanni.


Italo Calvino

L'ENTRATA IN GUERRA

Indice

L'entrata in guerra

Gli avanguardisti a Mentone

Le notti dell'UNPA


L'ENTRATA IN GUERRA


Il 10 giugno del 1940 era una giornata nuvolosa. Erano tempi che non avevamo voglia di niente. Andammo alla spiaggia lo stesso, al mattino, io e un mio amico che si chiamava Jerry Ostero. Si sa­peva che al pomeriggio avrebbe parlato Mussolini, ma non era chiaro se si sarebbe entrati in guerra o no. Ai bagni quasi tutti gli ombrelloni erano chiusi; passeggiammo sulla riva scambiandoci supposizio­ni e opinioni, con frasi lasciate a mezzo, e lunghe pause di silenzio.

Venne un po' di sole e andammo in moscone, noi due con una ragazza biondastra, dal lungo col­lo, che avrebbe dovuto flirtare con Ostero, ma che di fatto non flirtava. La ragazza era di sentimenti fascisti, e talvolta opponeva ai nostri discorsi un sussiego pigro, appena scandalizzato, come a opi­nioni che neanche valesse la pena confutare. Ma quel giorno era incerta e indifesa: era alla vigilia di partire, e le spiaceva. Il padre, uomo emotivo, vo­leva allontanare la famiglia dal fronte prima che la guerra divampasse, e già dal settembre aveva affit­tato una casa in un paesino dell'Emilia. Noi quel mattino in moscone continuammo a dire quanto sarebbe stato bello se non si entrava in guerra, in modo da restare tranquilli a fare i bagni. Anche lei, a collo inclinato, con le mani tra i ginocchi, finì per ammettere: - Eh sì... Eh sì... sarebbe bello... - e poi, per rimandare quei pensieri: - Mah, speriamo che sia anche stavolta un falso allarme...

Incontrammo una medusa che galleggiava alla superficie del mare; Ostero ci passò sopra col mo­scone in modo da farla comparire ai piedi della ra­gazza e spaventarla. La manovra non riuscì, perché la ragazza non s'accorse della medusa, e disse: - Oh, cosa? Dove? - Ostero fece vedere come ma­neggiava con disinvoltura le meduse; la tirò a bor­do con un remo, la mise a pancia all'aria. La ra­gazza squittì, ma poco; Ostero ributtò la bestia in acqua.

Uscendo dallo stabilimento, Jerry mi raggiunse tutto fiero. - L'ho baciata, - mi disse. Era entrato nella cabina di lei, esigendo un bacio d'addio; lei non voleva, ma dopo una breve lotta gli era riusci­to di baciarla sulla bocca. - Il più è fatto, ora, - disse Ostero. Avevano anche deciso che durante l'estate si sarebbero scritti. Io mi congratulai. Oste­rò, uomo di facili allegrie, mi battè delle forti, do­lorose manate sulla schiena.

Quando ci ritrovammo verso le sei, eravamo en­trati in guerra. Era sempre nuvolo; il mare era gri­gio. Verso la stazione passava una fila di soldati. Qualcuno dalla balaustra della passeggiata li ap­plaudì. Nessuno dei soldati levò il capo.

Incontrai Jerry col fratello ufficiale che era in li­cenza e vestiva in borghese, elegante ed estivo. Si scherzò sulla fortuna che aveva ad andare in licenza il giorno dell'entrata in guerra. Filiberto Ostero, il fratello, era altissimo, sottile e lievemente piegato avanti, come un bambù, con un sarcastico sorriso sul volto biondo. Ci sedemmo sulla balaustra vici­no alla strada ferrata e lui raccontò del modo illo­gico come erano costruite certe nostre fortificazioni sul confine, degli errori dei comandi nella disloca­zione delle artiglierie. Veniva sera; l'esile sagoma del giovane ufficiale, ricurvo come una parentesi, con la sigaretta che gli fumava tra le dita senza che lui la portasse mai alle labbra, spiccava contro il ragnatelo dei fili ferroviari e contro il mare opaco. Ogni tanto un treno con cannoni e truppe mano­vrava e ripartiva verso il confine. Filiberto era in­certo se rinunciare alla licenza e tornar subito al suo reparto - spinto anche dalla curiosità di verificare certe sue maligne previsioni tattiche - o andare a trovare una sua amica a Merano. Discusse col fratello di quante ore avrebbe potuto impiegare in macchina per arrivare a Merano. Aveva un po' paura che la guerra finisse mentre lui era ancora in licenza; sarebbe stato spiritoso ma nocivo alla car­riera. Si mosse per andare al casinò a giocare; se­condo come gli sarebbe andata avrebbe deciso sul da farsi. Veramente lui disse: secondo quanto avrebbe vinto; difatti, era sempre molto fortunato. E s'allontanò col suo sarcastico sorriso a labbra te­se, quel sorriso con cui ancor oggi ci ritorna in mente l'immagine di lui, morto in Marmarica.

L'indomani ci fu il primo allarme aereo, in mat­tinata. Passò un apparecchio francese e tutti lo sta­vano a guardare a naso all'aria. La notte, di nuovo allarme; e una bomba cadde ed esplose vicino al casinò. Ci fu del parapiglia attorno ai tavoli da gio­co, donne che svenivano. Tutto era scuro perché la centrale elettrica aveva tolto la corrente all'intera città, e solo restavano accese sopra i tavoli verdi le luci dell'impianto interno, sotto i pesanti paralumi che ondeggiavano per lo spostamento d'aria.

Non ci furono vittime - si seppe l'indomani - tranne un bambino della città vecchia che nel buio s'era versato addosso una pentola d'acqua bollente ed era morto. Ma la bomba aveva d'un tratto sve­gliato ed eccitato la città, e, come capita, l'eccita­zione si rivolse su un bersaglio fantastico: le spie. Non si sentiva raccontare che di finestre viste illu­minarsi e spegnersi a intervalli regolari durante l'al­larme, o addirittura di persone misteriose che ac­cendevano fuochi in riva al mare, e perfino d'om­bre umane che in aperta campagna facevano s 919d36j egna­li agli aeroplani agitando una lampadina tascabile verso lo stellato.

Con Ostero andammo a vedere i danni della bom­ba: lo spigolo di un palazzo buttato giù, una bom­betta, una cosa da niente. La gente era intorno e commentava: tutto era ancora nel raggio delle cose possibili e prevedibili; una casa bombardata, ma non si era ancora dentro la guerra, non si sapeva an­cora cosa fosse.

Io invece non potevo togliermi di mente la morte di quel bambino bruciato nell'acqua bollente. Era stata una disgrazia, niente di più, il bambino aveva urtato nel buio quella pentola, a pochi passi da sua madre. Ma la guerra dava una direzione, un senso generale all'irrevocabilità idiota della disgrazia for­tuita, solo indirettamente imputabile alla mano che aveva abbassato la leva della corrente alla centrale, al pilota che ronzava invisibile nel cielo, all'ufficia­le che gli aveva segnato la rotta, a Mussolini che aveva deciso la guerra...

La città era traversata di continuo da macchine militari che andavano al fronte, e macchine bor­ghesi che sfollavano con le masserizie legate sopra il tetto. A casa trovai i miei genitori turbati dagli ordini di evacuazione immediata per i paesi delle vallate prealpine. Mia madre, che sempre in quei giorni paragonava la nuova guerra alla vecchia per significare come in questa non vi fosse nulla della trepidazione familiare, del sommovimento d'affetti di quell'altra, e come le stesse parole, «fronte», «trincea» suonassero irriconoscibili ed estranee, ora ricordava gli esodi dei profughi veneti del '17, e il diverso clima d'allora, e come questo «evacua­mento» d'oggi suonasse ingiustificato, imposto con un freddo ordine d'ufficio.

Mio padre, che sulla guerra diceva solo cose fuo­ri luogo, perché, essendo vissuto in America duran­te il primo quarto del secolo, era rimasto un uomo spaesato all'Europa ed estraneo ai tempi, ora vede­va anche sconvolgersi lo scenario immutabile delle montagne familiari a lui dall'infanzia, il teatro del­le sue gesta di vecchio cacciatore. Era preoccupato di sapere, tra i colpiti dall'ordine, i compagni di caccia che contava in ogni paese sperduto, ed i po­veri coltivatori che gli chiedevano perizie per ricor­rere contro il fisco, e gli avari querelanti le cui liti era chiamato a dirimere, camminando ore e ore per definire i diritti d'irrigazione d'una magra fascia di terreno. Ora già vedeva le fasce abbandonate tor­nar gerbide, i muri a secco franare, e dai boschi emigrare, spaventate dai colpi di cannone, le ultime famiglie di cinghiali che ogni autunno egli insegui­va coi suoi cani.

Per gli evacuati - dicevano i giornali - il Fascio e le Opere assistenziali avevano provveduto a orga­nizzare alloggi in paesi della Toscana, e servizi di trasporto e di ristoro in modo che non mancassero di nulla. Nel palazzo delle scuole elementari della nostra città fu allestito un posto di ricovero e di smistamento. Tutti gli iscritti alla Gil furono con­vocati, in divisa, a prestar servizio. Dei nostri com­pagni di scuola i più erano via, e si poteva anche far finta di non aver ricevuto la chiamata. Ostero m'invitò ad accompagnarlo a provare un'auto nuo­va che i suoi dovevano comprare, dopo che la loro era stata requisita dall'esercito. Gli dissi: - E l'adu­nata?

- Be', siamo in vacanza; mica possono più so­spenderci da scuola.

- Ma è per i profughi...

- E che cosa possiamo farci noi? Ci pensino quelli che gridavano sempre: «guerra, guerra!»

Invece a me questo fatto dei «profughi» eserci­tava un richiamo, di cui non avrei bene saputo spiegare la ragione. C'entrava forse il moralismo dei miei genitori, quello civile, da guerra del '15, interventista e pacifista insieme, di mia madre, e quello etnico, locale di mio padre, la sua passione per quei paesi trascurati e angariati; e come già per il bambino dell'acqua bollente così ora riconoscevo nell'immagine di questa torma smarrita che la pa­rola «profughi» mi suscitava, un fatto vero e anti­co, in cui ero in qualche modo coinvolto. Certo la mia fantasia vi trovava più esca che coi carri arma­ti, le corazzate, gli aeroplani, le illustrazioni di «Signal», tutta quell'altra faccia della guerra su cui s'appuntavano la generale attenzione e pure l'aci­dula ironia tecnica del mio amico Ostero.

Da una vecchia corriera, alla gradinata delle scuole, scaricavano profughi. Io venivo in divisa d'avanguardista. Al primo sguardo, quella gente aggrumata, quell'aspetto cencioso, ospedaliero, mi diede un'ansia come arrivassi sulla linea del fuoco. Poi vidi che le donne, coi fazzoletti neri in capo, erano le solite da sempre viste a raccogliere olive, a pascolare capre, che gli uomini erano i soliti, chiusi tipi dei nostri agricoltori, e mi sentii in un giro più familiare, ma insieme fatto estraneo, tagliato via; perché loro, questa gente, per me erano già stati una pena, un rimprovero - per me diverso da mio padre - a vederli, che so? imbastare dei muli, apri­re all'acqua i solchi in una vigna con la vanga, sen­za poter con loro avere mai un rapporto, mai pen­sare di potere venir loro in aiuto. E tali ancora per me restavano, appena un po' più concitati, gente intenta a una loro preoccupata fatica, a porgersi - padri e madri - i bambini giù dalla corriera, e cer­care coi vecchi sulla gradinata di tener serrate e se­parate le famiglie; e io cosa potevo fare per loro? Era inutile pensare d'aiutarli.

Salii la gradinata e dovevo andare piano perché avanti a me gradino per gradino sostenevano una vecchia, in gonna e scialle neri, con le braccia aperte e le secche mani cosparse di oscure galle come rami ammalati. I bambini tenuti in braccio in fagotti dai colori ingialliti sporgevano tonde te­ste come di zucca. Una donna che aveva sofferto il viaggio vomitava tenendosi la fronte; i parenti immobili facevano cerchio attorno guardandola. Io tutta questa gente non la amavo.

I corridoi delle scuole erano diventati accampa­menti o corsie. Le famiglie erano approdate rasente i muri, e sedute su panche, coi fagotti, i bambini, i malati sulle barelle, e i capigruppo che facevano la conta dei loro e mai ne venivano a capo. Seminati e spersi per queste rintronanti na­vate si vedevano balilla, soldati, funzionari in sa­hariana o in abito civile, ma le uniche a comanda­re - si capiva - erano cinque o sei badesse della Croce Rossa, tutte tendini e nervi, imperiose come caporali, che manovravano quella folla incerta di profughi e organizzatori e soccorritori come in una piazza d'armi, perseguendo un qualche piano solo a loro noto. L'ordine di mobilitazione per gli avanguardisti non aveva avuto molto seguito, pa­reva, neanche tra quei tipi che erano sempre pron­ti a mettersi in parata. Vidi qualcuno dei gradua­ti, che se ne stavano per conto loro e fumavano. Due avanguardisti si picchiavano e per poco non investivano una profuga. Nessuno aveva l'aria d'aver qualcosa da fare. Io avevo finito il giro del corridoio ed ero arrivato a una porta dalla parte opposta. Ormai sapevo tutto e potevo tornarmene a casa.

Da quella parte la scalinata era deserta. C'era soltanto, appoggiata a un muro, su un ripiano a metà della scala, una cesta: e dentro la cesta c'era un vecchio. La cesta era di quelle grandi e basse, di vimini, con due manici, da reggere in due; era ad­dossata contro il muro quasi verticalmente; il vec­chio stava accoccolato sul bordo che poggiava in terra, con il fondo per schienale. Era un piccolo vecchio rattrappito; un paralitico, dal modo infor­me in cui aveva ripiegate le gambe; ma il tremito che l'agitava non lo lasciava immobile un istante e faceva ondeggiare la cesta contro il muro. Sdenta­to, balbettava a bocca aperta, con lo sguardo fisso in avanti, ma non atono, anzi, colmo d'una vigile, selvatica tensione; uno sguardo da gufo, sotto l'ala d'una berretta calcata sulla fronte.

Io presi a scendere la scala e gli passai davanti, attraverso il raggio di quei suoi occhi sbarrati. Le mani non doveva averle paralizzate: grosse e anco­ra piene di forza, erano strette all'impugnatura d'un corto nodoso bastone.

Stavo per oltrepassarlo quando il suo tremito si fece più forte e il suo balbettio più affannoso; e quelle mani strette all'impugnatura s'alzavano e s'abbassavano picchiando in terra la punta del ba­stone. Io m'arrestai. Il vecchio, stanco, batteva il bastone sempre più piano, e dalla bocca gli usciva solo un soffio lento. Feci per allontanarmi. Sussul­tò come preso dal singhiozzo, bastonò il terreno, riprese a farfugliare; e s'agitava tanto che la cesta per rotolare giù per le scale, lui e la cesta, se non ero svelto a trattenerla. Mettere la cesta in una posizione sicura non era facile, con la forma ovale che aveva, e col peso morto di lui dentro che tremava senza potersi spostare d'un millimetro; e io dovevo stare sempre pronto con una mano a te­nerla se scivolava di nuovo. Ero immobilizzato an­ch'io come il paralitico, a metà di quella scalinata deserta.

Finalmente la scala si riempì d'agitazione. Cor­sero su due della Croce Rossa, scalmanati, e mi dissero: - Dài, anche tu, prendi di qui! Tieni? E muoviti, dài, su! - e tutti insieme sollevammo il ce­sto col vecchio e lo trasportammo di volata per la rampa di scale, fin dentro l'edificio scolastico, tut­to di gran furia, come se non avessimo fatto altro da un'ora, e questa fosse la fase finale, e io solo dessi segni di stanchezza e pigrizia.

Entrando nel corridoio affollato li perdetti. Ve­dendomi guardare in giro, un capomanipolo che passava in fretta disse: - Ah, tu, è questa l'ora di arrivare all'adunata? Vieni qua, che c'è bisogno di te! - e rivolto a un signore in abito civile: - Siete voi, signor maggiore, che siete scoperto d'un uo­mo? Vi do in forza questo qui.

Tra due file di pagliericci dove povere donne si toglievano i pesanti scarponi o allattavano bambi­ni, c'era un signore tondo e roseo, col monocolo, i capelli dall'esatta scriminatura d'un fulvo che pare­va di tintura o di parrucca, coi pantaloni bianchi, le scarpe con la mascherina bianca e la punta gialla traforata; sulla manica della giacchetta d'alpagà nera aveva una fascia azzurra con la sigla dell'UNUCI. Era il maggiore Criscuolo, meridionale, pensio­nato, nostro conoscente.

- Io veramente, - disse il maggiore, - non ho bi­sogno di nessuno. Qui sono già tutti così bene or­ganizzati. Ah, sei tu? - disse riconoscendomi, - co­me sta la mamma? e il professore? Be', stattene qua, ora vediamo.

Restai al suo fianco; lui fumava nel bocchino di ciliegio. Mi chiese se volevo una sigaretta; dissi di no.

- Qui, - disse stringendosi nelle spalle, - non c'è nulla da fare.

Intorno i profughi stavano trasformando i locali scolastici in un labirinto di vie di povero paese, sciorinando lenzuola e legandole a corde per spo­gliarsi, ribattendo chiodi alle scarpe, lavando calze e mettendole a stendere, traendo dai fagotti fiori di zucca fritti e pomodori ripieni, e cercandosi, con­tandosi, perdendo e ritrovando roba.

Ma il dato caratteristico di quest'umanità, il te­ma discontinuo ma sempre ricorrente e che per pri­mo veniva allo sguardo - così come entrando in una sala di ricevimento l'occhio vede solo i seni e le spalle delle dame più scollate - era la presenza in mezzo a loro degli storpi, degli scemi gozzuti, delle donne barbute, delle nane, erano le labbra e i nasi deformati dai lupus, era l'inerme sguardo degli am­malati di delirium tremens: era questo volto buio dei paesi montanari ora obbligato a svelarsi, a sfi­lare in parata, il vecchio segreto delle famiglie contadine attorno a cui le case dei paesi si stringono una all'altra come le scaglie d'una pigna. Ora, sta­nati dal loro buio, ritentavano in quel burocratico biancore edilizio di trovare un rifugio, un equili­brio.

In un'aula i vecchi s'erano seduti tutti nei ban­chi; ora anche un prete era comparso e già si for­mava intorno un gruppetto di donne; lui scherzava incoraggiandole e anche sui loro visi si tendeva un sorriso tremulo, da lepri. Ma più questa parvenza d'aria paesana riguadagnava il loro accampamen­to, più si sentivano mutilati e spersi.

- Niente da dire, - diceva il maggiore Criscuolo, passeggiando avanti e indietro con un moto slan­ciato delle gambe che non incrinava la piega dei calzoni bianchi, - l'organizzazione è buona. Ognu­no ha il suo posto, tutto è preordinato, ora dànno la minestra a tutti, una minestra saporita, l'ho as­saggiata, i locali sono ampi, ben aerati, ci sono molti mezzi di trasporto, altri ne verranno, ma sì, adesso se ne vanno un po' in Toscana, ben allog­giati, ben nutriti, la guerra dura poco, vedono un po' di mondo, bei paesi, la Toscana, e poi tornano a casa.

La distribuzione delle minestre era l'attività at­torno a cui ora convergeva tutta la vita dell'accam­pamento. L'aria era soffice di vapore e scampa­nante di cucchiai. Imponenti e nervose, le supreme legislatrici della comunità, le dame della Croce Rossa, governavano un fumante calderone d'allu­minio.

- Puoi andare a portare qualche piatto di minestra, - mi suggerì il maggiore, - tanto per far vede­re che fai qualcosa...

L'infermiera che manovrava il mestolo mi riem­pì un piatto. - Va' avanti a destra, fino a dove non l'hanno avuta, e dàlla al primo.

Così, pieno di scetticismo, mi dedicai a traspor­tare minestra. Nelle due siepi di gente tra le quali procedevo, preoccupato di non versare brodo e di non scottarmi le dita, mi pareva che quel po' di speranza che potevo suscitare col mio piatto fosse subito perso nella generale amarezza e disapprova­zione per il proprio stato, di cui io rappresentavo in qualche misura la parte responsabile. Amarezza e disapprovazione da cui certo il conforto d'un po' di brodo caldo non serviva a distrarli, anzi veniva -smuovendo un fondo di desideri elementari - ad acuire.

Rividi anche il vecchio nella cesta, addossato a un muro, in mezzo ad altri bagagli, rattrappito sul suo bastone, con le pupille di gufo fisse avanti. Lo sorpassai senza guardarlo, quasi temendo di ricade­re in sua balìa. Non pensavo che potesse riconoscermi, in mezzo a quel subbuglio; invece sentii il bastone picchiare in terra, e lui smaniare.

Non avendo altro modo per festeggiare il nostro nuovo incontro, diedi a lui il piatto di minestra che portavo, sebbene destinato ad altra persona.

Come mise mano al cucchiaio, venne avanti un gruppo di madame delle opere assistenziali, con la bustina nera posata sulle ventitré tra i riccioli, le nere uniformi tese con un certo brio dai seni volu­minosi: una grassa occhialuta e altre tre magre, dipinte. Vedendo il vecchio fecero: - Ah, ecco la mi­nestra per il nonnino! Oh che bella minestra. Ed è buona, eh, è buona? - Reggevano in mano certe magliette da bambini che andavano distribuendo e le protendevano avanti che pareva volessero misu­rarle al vecchio. Alle loro spalle fecero capolino delle profughe, forse nuore o figlie del vecchio, e guardavano con diffidenza lui che mangiava e quelle e me.

- Ma avanguardista! Cosa fai? Reggigli bene il piatto! - esclamò la matrona occhialuta. - Sei ad­dormentato? - In verità, io m'ero un po' distratto.

Intervenne inaspettatamente a mia difesa una di quelle nuore o nipoti: - Ma no, che mangia da sé, gli lasci il piatto, che le mani le ha forti e lo tiene da sé!

Le madame fasciste si interessarono: - Ah, lo tiene da sé! Ah, bravo il nonno, come lo tiene be­ne! Ecco, così, bravo!

Io di lasciare il piatto completamente in mano sua mi fidavo poco, ma lui - fosse la presenza di quelle signore, fosse che la minestra risvegliava in lui la nostalgia d'un bene perduto - s'era adirato e mi strappò il piatto di mano, e non voleva che lo toccassi. E adesso stavamo lì tutti insieme, io e ma­dame e nuore, a mani tese - le madame con le loro magliette e i loro pigiamini - intorno al piatto che lui teneva tutto tremolante, e non voleva lasciarci prendere, e insieme mangiava e lanciava sillabe stizzite e si faceva cadere minestra addosso. E allo­ra quelle stupide: - Oh, il nonno ora ci dà il piatto, sì che è bravo a tenerlo da sé (attento!), ma ora ci dà un po' il piatto a noi che glielo teniamo. Atten­to! Cade, dàllo a noi, porca miseria!

Tutte queste premure non facevano che aumen­tare l'ira del vecchio, fino al punto che piatto, cuc­chiaio e minestra, tutto gli cascò di mano sporcan­do addosso e intorno. Toccò pulirlo. C'era tanta gente che si dava da fare e tutti davano ordini a me. Poi bisognava portarlo al gabinetto. Io ero lì. Dovevo scappare? Aiutai. Quando lo riponemmo nella cesta, vennero degli altri dubbi: - Ma non muove più questo braccio, ma non apre più que­st'occhio! Cos'ha, cos'ha? Ci vorrebbe un dot­tore...

- Un dottore? Vado io! - feci, ed ero già corso via. Passai dal maggiore. Fumava affacciato a un balcone e guardava un pavone in un giardino.

- Signor Criscuolo, c'è un vecchio che sta male, vado a cercare un medico.

- Sì, bravo, così esci un po'. Di', se vuoi tornar­tene anche tra mezz'ora, tre quarti d'ora, fa' pure, tanto qui tutto va bene...

Corsi a cercare un dottore, lo mandai alle scuo­le. Fuori era uno di quei verso-sera estivi, quando il sole non ha più forza ma la sabbia scotta ancora e nell'acqua fa più caldo che nell'aria. Io pensavo al nostro distacco verso le cose della guerra, che con Ostero eravamo riusciti a portare a un'estrema finitezza di stile, fino a farcene una seconda natu­ra, una corazza. Ora la guerra mi si rivelava nel portare al gabinetto i paralitici, ecco fin dove lon­tano m'ero spinto, ecco quante mai cose accadeva­no sulla terra. Ostero, che non supponeva la nostra tranquilla anglofilia. Andai a casa, mi tolsi la divi­sa, rimisi i miei panni borghesi, e ritornai dai pro­fughi.

Là mi sentii subito a mio agio, leggero e svelto. Ero pieno di voglia di fare, mi pareva di potermi rendere utile davvero, o almeno di farmi sentire, di essere con gli altri. Certo, l'intenzione di non farmi più vedere l'avevo avuta, di andarmene alla spiag­gia, sdraiarmi spogliato sulla rena, pensando a tut­te le cose che stavano capitando nel mondo in quel momento, mentre ero lì tranquillo e ozioso. Così ero stato un po' a baloccarmi tra cinismo e morali­smo, come spesso m'accadeva, in un finto dissidio, e avevo finito per darla vinta al moralismo, non senza rinunciare al gusto d'un atteggiamento cini­co. Desideravo solo incontrare Ostero, per dirgli: «Sai, vado a tenere allegri un po' di paralitici, un po' di bambini con le croste, tu non vieni?»

Andai subito a presentarmi dal maggiore Criscuolo. - Ah, bravo, sei tornato, hai fatto presto! -disse. - Qui niente di nuovo.

Mi richiamò mentre m'allontanavo. - Ma di', non eri in divisa, prima?

- S'era sporcata di minestra, con quel vecchio... Ho dovuto andarmi a cambiare...

- Ah, bravo.

Ora ero pronto a portare piatti, materassi, ad accompagnare gente al gabinetto. Invece incontrai un capomanipolo, quello che m'aveva assegnato a Criscuolo: - Ehi, tu, senza divisa, - mi chiamò; per fortuna s'era già dimenticato che prima ce l'avevo; - togliti di lì in mezzo; deve arrivare l'ispettore della federazione, vogliamo che veda solo gente a posto.

Non sapevo dove andare per togliermi di mezzo, giravo in mezzo ai profughi, e tra il timore o il fa­stidio di ritrovarmi di fronte al paralitico, e il pen­siero che egli era l'unico tra tutti loro col quale avessi avuto un rapporto, sia pur rudimentale, i miei passi finirono per riportarmi là dove l'avevo lasciato. Non c'era più. Poi vidi un cerchio di gente che guardava in basso, silenziosa. La cesta adesso era posata in terra; il vecchio non stava più rannic­chiato ma disteso. Le donne si segnavano. Era morto.



Subito ci fu il problema di dove portarlo perché veniva l'ispettore e tutto doveva essere in ordine. Fu aperta un'aula di geometria e fu dato il permes­so di allestirvi la camera ardente. I parenti solleva­rono il cesto e percorsero il corridoio. Figlie, nipoti e nuore venivano dietro, alcune in pianto. L'ultimo ero io.

Sul punto d'entrare nell'aula ci incontrammo con un gruppo di giovani gerarchi. Sporsero le te­ste con gli alti berretti dalle aquile dorate e guarda­rono nel cesto. - Oh, - fecero. L'ispettore federale venne a fare le condoglianze ai parenti. Strinse le mani a tutti a uno a uno, scuotendo il capo, finché arrivò a me. Porse la mano anche a me, e disse: - Condoglianze, è vero, condoglianze.

Tornai la sera verso casa e mi pareva che fossero passati giorni e giorni. Bastava chiudessi gli occhi e rivedevo le file di profughi con le mani rugose at­torno ai piatti della minestra. La guerra aveva quel colore e quell'odore; era un continente grigio, for­micolante, in cui ormai c'eravamo addentrati, una specie di Cina desolata, infinita come un mare. Tornare a casa ormai era come al militare una li­cenza, che ogni cosa che ritrova sa che è solo per poco: un'illusione. Era una sera chiara, il cielo era rossiccio, io salivo una via tra case e pergole. Pas­savano macchine militari, verso monte, verso le strade d'arroccamento alla frontiera.

A un tratto ci fu un muoversi, un correre sul marciapiedi, un impigliarsi di tende cacciamosche alle botteghe di frutta e di barbiere, e dicevano: - Sì, sì, è lui, guarda lì, è il duce, è il duce.

In un'auto scoperta, vicino a certi generali, in divisa da maresciallo dell'esercito, c'era Mussolini. Andava a ispezionare il fronte. Si guardava intorno e poiché la gente lo fissava attonita, alzò la mano, sorrise, e fece segno che potevano applaudirlo. Ma la macchina correva; era scomparso.

Io l'avevo appena visto. Mi colpì quant'era gio­vane: un ragazzo, un ragazzo pareva, sano come un pesce, con quella collottola rapata, la pelle tesa e abbronzata, lo sguardo scintillante di gioia ansio­sa: c'era la guerra, la guerra fatta da lui, e lui era in macchina coi generali; aveva una divisa nuova, passava le giornate più attive e trafelate, traversava in corsa i paesi riconosciuto dalla gente, in quelle sere estive. E come in un gioco, cercava solo la complicità degli altri, poca cosa, tanto che quasi s'era tentati di concedergliela, per non guastargli la festa, tanto che quasi si sentiva una punta di rimor­so, a sapersi più adulti di lui, a non stare al gioco.

Gli avanguardisti a Mentone


Era il settembre del '40 e io avevo quasi diciassette anni. Dopo cena non vedevo l'ora di riuscire a pas­seggio, benché quasi non facessi altro durante il gior­no. Forse proprio in quel tempo venivo prendendo gusto a vivere, pur senza darmene coscienza, perché ero nell'età in cui ogni cosa nuova che si acquista, si è persuasi di averla sempre avuta. La mia città, inter­rotto per la guerra il suo turismo, si era come rappre­sa nella sua scorza provinciale; io la sentivo più fami­liare e misurabile. Le sere erano belle, l'oscuramento pareva una moda eccitante, la guerra un uso lontano e abituale; a giugno l'avevamo sentita dappresso, ma solo per un breve e stupito volgere di giorni; poi pa­reva finisse del tutto; poi avevamo smesso di aspetta­re. Io ero giovane abbastanza per vivere fuori dell'al­larme di dover partire militare; e mi sentivo estraneo, per temperamento e opinioni, a quella guerra. Ma ogni volta che mi lasciavo andare alle fantasie sul mio avvenire non potevo dar loro altro teatro se non la guerra: e allora era una guerra senza paura e senza macchia, in cui io mi ritrovavo non so come, felice­mente libero e diverso. Così insieme conoscevo il pessimismo e l'esaltazione dei tempi, e confusamen­te vivevo, e andavo a spasso.


Scesi in piazza, e vicino alla Casa del Fascio in­contrai certi maestri che cercavano avanguardisti da convocare, che avessero la divisa in ordine e si trovassero lì alla mattina presto l'indomani. C'era in vista una gita a Mentone: stava per arrivare una legione di giovani falangisti dalla Spagna, e alla Gil della mia città era giunto l'ordine di prestare servi­zio d'onore alla stazione di Mentone, che da pochi mesi era diventata la stazione italiana di frontiera.

Mentone era stata annessa all'Italia, ma era an­cora preclusa ai civili; e questa era la prima occa­sione di visitarla che mi si presentava. Così feci iscrivere il mio nome nella lista, insieme a quello del mio compagno di scuola Biancone, che mi im­pegnai di avvertire.

Biancone e io andavamo assai d'accordo, per quanto fossimo tipi differenti; ci piaceva esser sem­pre presenti dove accadevano cose nuove, e com­mentarle con critico distacco. Biancone aveva però più di me il gusto di mischiarsi con le cose del fasci­smo e d'imitarne talvolta gli atteggiamenti con mi­metismo caricaturale. Per amore di vita movimen­tata era stato l'anno prima a un campeggio d'avan­guardisti in Roma, e ne era tornato coi galloni di caposquadra; cosa che io non avrei mai fatto, per nativa incompatibilità coi modi caporaleschi, e per odio verso la città di Roma in cui, giuravo, non avrei mai messo piede in vita mia.

La gita a Mentone era un caso assai diverso: ero curioso di rivedere ora quella cittadina, vicina e si­mile alla mia, diventata terra di conquista, devasta­ta e deserta; anzi: l'unica, simbolica conquista della nostra guerra di giugno. Avevamo visto di recen­te al cinema un documentario che rappresentava la battaglia delle nostre truppe nelle vie di Mentone; ma noi sapevamo che facevano per finta, che Men­tono non era stata conquistata da nessuno, ma solo sgombrata dall'esercito francese al momento del crollo e poi occupata e saccheggiata dai nostri.

Per quest'impresa, il compagno ideale era Bian­cone: da una parte era intrinseco - a differenza di me - con l'ambiente della Gil; d'altra parte la consuetudine scolastica ci aveva affiatati nei gusti, nel frasario, nella curiosità denigratoria per gli avveni­menti, e ad andare insieme anche le circostanze più tediose si trasformavano in un continuo esercizio di osservazione e d'umorismo. A Mentone sarei anda­to solamente se ci veniva anche lui; perciò mi misi subito a cercarlo.

Nei soliti biliardi non c'era; per andare a casa sua bisognava salire per la città vecchia. Sotto i ne­ri archivolti le lampade imbrattate d'azzurro man­davano una luce falsa, che non raggiungeva i mar­gini dei vicoli e delle rampe acciottolate, ma si ri­fletteva solo sulle strisce di pittura bianca che se­gnavano i gradini; e indovinavo di passare accanto a persone sedute al buio fuori degli usci, sulle so­glie o a cavalcioni di seggiole impagliate. L'ombra era come vellutata di queste presenze umane che si manifestavano in chiacchierii, improvvisi richiami e risa, sempre con un frusciante tono d'intimità: e talora, nel biancheggiare d'un braccio di donna, o d'una veste.

Dal buio d'un'arcata sbucai alla fine sotto il cielo aperto, che solo allora vidi senza stelle ma chia­ro tra le foglie d'un enorme carrube. La città lì fi­niva l'aggrumo delle case e cominciava a seminarsi nella campagna, ad allungare le disordinate pro­paggini su per le vallate. Oltre il muro d'un orto le ombre bianche delle ville sul versante opposto fil­travano solo esigui spiragli di luce intorno ai telai delle finestre. Una strada fiancheggiata da una rete metallica scendeva a mezzacosta verso il torrente, e là in una casetta sormontata da un terrazzo a per­gola abitava Biancone. Mi avvicinai nell'aria quieta e sussurrante di canne, e fischiai verso la casa.

C'incontrammo in strada, e Biancone un poco si meravigliò del mio proposito, perché in quell'estate era stata nostra cura industriosa d'evitare la Gil e i suoi pressanti tentativi d'arruolarci per la «marcia della giovinezza» che pareva concentrare tutta l'ar­roganza polverosa di quell'urlante istituzione. Ora però l'allarme era cessato perché la «marcia della giovinezza» si stava compiendo, e appunto quegli avanguardisti spagnoli dovevano arrivare per la pa­rata conclusiva davanti a Mussolini, in una città del Veneto.

Biancone fu subito convinto al mio progetto, e c'infervorammo in previsioni sull'indomani, e sul destino delle nostre conquiste, e sulla guerra. Di questa conoscevamo solo il poco che era toccato al nostro circondario, nei giorni ch'era retrovia del fronte; e pur bastava a darci il senso dei paesi inva­si da eserciti nemici. In giugno era venuto all'entroterra l'ordine d'immediata evacuazione; per le vie della nostra città avevamo visto passare i profughi, trascinando carretti carichi delle loro miserie: ma­terassi sfiancati, sacchi di crusca, una capra, una gallina. L'esodo fu di breve durata, ma bastò per­ché tornando trovassero i loro luoghi devastati. Mio padre aveva cominciato a girare le campagne per far perizie dei danni di guerra: rincasava stanco e rattristato per i nuovi guasti che era andato misu­rando e valutando, ma che nel fondo di lui, della sua parsimoniosa indole agricola, restavano inesti­mabili e insensati, come mutilazioni a un corpo umano. Erano vigne sradicate per fornire di pali un accantonamento, ulivi sani abbattuti per ardere, agrumeti dove i muli legati avevano ucciso le piante rodendone la scorza; ma erano anche - e qui l'offe­sa pareva rivolta contro la propria stessa natura umana, e non più frutto di sguaiata ignoranza ma avviso d'una latente, dolorosa ferocia - il vandali­smo nelle case: spezzare nelle cucine fin l'ultima tazza in mille cocci, bruttare i quadri familiari, ri­durre i letti a brandelli, o - colti da chissà quale ne­fanda tristezza - deporre le proprie feci nei piatti e nelle pentole. Sentendo questi racconti, mia madre diceva di non riconoscere più il volto familiare del nostro popolo; e non sapevamo trarne altra morale se non quest'una: che al soldato di conquista ogni terra è nemica, anche la sua.

Alcune di queste notizie, certe volte, mi piomba­vano in collere solitarie, in contorte smanie senza sfogo. Per guarirne ricorrevo, con la duttilità d'in­clinazioni dei giovani, al cinismo: uscivo, incontra­vo gli amici fidati, ero tranquillo, limpido, ghi­gnante: - Di', la sai l'ultima? - e le cose che in segreto m'erano parse tormentose diventavano battu­te di dialogo, bravate paradossali, da dirsi strizzan­do l'occhio, con brevi risate, quasi con compiaciu­ta ammirazione.

Così noi parlavamo pianamente con Biancone per la buia strada di casa sua, abbassando ogni tanto la voce fin quasi a non capirci e finendo inve­ce per dire le cose meno lecite fortissimo, come sempre ci accadeva. Io non sapevo se pure per Biancone il fascismo fosse una sofferenza, o non piuttosto una gioiosa occasione per partecipare di due nature, di due privilegi del suo spirito: la facili­tà ad assimilarsi allo stile fascista, e insieme l'acu­tezza critica in cui ci maturava la nostra precoce vocazione d'oppositori. Biancone era più basso di me, ma più robusto e muscoloso, con un viso dai tratti fieri e quadri, specie nella mascella, nello zi­gomo e nel taglio netto della fronte; con questi suoi tratti contrastava un pallore che lo distingueva dal­la gioventù di qui, specie d'estate. Perché d'estate Biancone dormiva di giorno e usciva la notte: non amava il mare né la vita all'aperto; e i suoi sport erano la lotta e gli esercizi di palestra. Il suo era un viso segnato e anziano; io credevo di leggervi le acerbe iniziazioni dei suoi vagabondaggi notturni, che molto gli invidiavo. Ma questo suo viso aveva una strana abilità nel prendere espressioni mussoliniane: sporgendo le labbra, alzando il mento, er­gendo il solido collo dalla nuca diritta, e anche irri­gidendosi in pose militari quando meno ci s'aspet­tava; con questi scatti e con risposte lapidarie sole­va spesso confondere i professori e cavarsi d'impaccio. La sua caratteristica più vistosa era il modo in cui pettinava i suoi capelli neri e lisci: una strana foggia a elmo o a prua di nave romana, divisa da un'esatta scriminatura: era una pettinatura inven­tata da lui e a cui teneva molto.

Ci lasciammo dandoci appuntamento per l'ora dell'adunata. Biancone andò a caricare la sveglia. Io andai ad avvertire i miei che mi svegliassero. - Cosa ci vai a fare? - chiese mio padre che non vedeva motivo d'interesse in una città deserta.

Mio padre e mia madre avevano il lasciapassare e andavano a Mentone una volta alla settimana: era stata affidata loro la cura di certi giardini di piante rare e esotiche, proprietà di sudditi nemici. Tornavano coi vascoli pieni di foglie malate; le lo­ro visite non potevano servire che a constatare i progressi degli insetti, delle male erbe e della siccità nelle aiole abbandonate; ci sarebbero voluti giardi­nieri, lavori, spese; e a loro toccava limitarsi a por­tar soccorso a un dato esemplare prezioso, a com­battere un fungo, a risparmiare dall'estinzione una specie. Perseveravano in quei gesti di pietà vegeta­le, in un tempo in cui già i popoli morivano falciati come l'erba.

Il mattino uscii per tempo; l'aria era grigia; per l'ora, pensai, ma anche per le nuvole. Accanto alla Casa del Fascio gli avanguardisti erano ancora po­chi, tutti ragazzi che conoscevo ma con cui non ero in confidenza. Compravano filoni di pane col pro­sciutto a un bar appena aperto e li addentavano dandosi spintoni in mezzo alla via. Uno a uno con­tinuavano ad arrivare, senza fretta, vedevano che c'era tempo e si riallontanavano con qualche amico andando a comprare cibi o sigarette. Non c'era nessun mio amico: i più erano ragazzi che in quella parvenza di disciplina militare della Gil si muove­vano con un'aggressiva, piratesca disinvoltura, là dove io non ero mai spontaneo e libero.

L'ora dell'adunata era passata da un pezzo; gli avanguardisti s'addensavano in folti capannelli per la via, e non si vedeva ancora né l'autobus, né i no­stri comandanti, né Biancone. Ero abituato a que­sti ritardi del mio amico, che sempre egli misterio­samente riusciva a far coincidere con ritardi dei su­periori o dell'organizzazione delle cerimonie, forse per quel suo naturale immedesimarsi con gli strati dirigenti. Ma lì io ero in ansia che non venisse. M'ero avvicinato ad alcuni dei tipi più ragionevoli e discreti, ma che pure sapevo essere i più scialbi: come un certo Orazi, che studiava da perito indu­striale, e girava intorno un tranquillo sguardo az­zurro, e parlava lentamente delle sue costruzioni di radio a onde corte. In Orazi avrei avuto un ottimo compagno di gita, ma quanto mai lontano dal gu­sto di scoperta, dalla conversazione spiritosa che mi riservava la compagnia di Biancone: sapevo che per tutto il viaggio egli non avrebbe fatto altro che riprendere il discorso delle sue radio, e le cose viste che avrebbero richiamato la sua attenzione sareb­bero state curiosità meccaniche, balistiche, edilizie sulle quali m'avrebbe dato lunghe spiegazioni. Così l'andata a Mentone non mi attraeva più: perché io avevo ancora quel bisogno d'amici che è proprio dei giovani, cioè il bisogno di dare un senso a quel che vivono parlandone con altri; ossia ero lontano dall'autosufficienza virile, che s'acquista con l'a­more, fatto insieme d'integrazione e solitudine.

Tutt'a un tratto sentii parlare alle mie spalle Biancone, che era in mezzo agli altri e scherzava, ed era già entrato nell'andazzo degli scherzi di quel mattino, come se fosse sempre stato lì. Appena ar­rivato Biancone, tutto prese un altro ritmo: salta­rono fuori gli ufficiali battendo le mani: - Su, su, svelti, siete tutti addormentati? - apparve il torpe­done, cominciammo a metterci in fila, a dividerci in squadre. Biancone era uno dei capisquadra e fu subito investito dei suoi compiti. Mi chiamò con una strizzata d'occhio nella squadra comandata da lui, cui minacciò per scherzo non so quanti giri di corsa per non so quale punizione. S'aprì la finestra dell'armeria e ricevemmo a uno a uno al volo da un milite assonnato e irascibile i moschetti e le buf­fetterie. Salimmo sul torpedone e si partì.

Correvamo la riviera e gli ufficiali ci incitarono a un canto che presto si smarrì per via. Il cielo era sempre grigio, il mare verde vitreo. Verso Ventimiglia guardammo con occhio incuriosito case e va­sche di cemento sbriciolate dalle esplosioni: le pri­me che vedevamo in vita nostra. Dall'imboccatura d'una galleria faceva capolino il famoso treno ar­mato, dono di Hitler a Mussolini; lo conservavano là sotto perché non venisse bombardato.

Ci avvicinammo all'antico confine del Ponte San Luigi, e il centurione Bizantini che ci guidava ac­cennò a creare un po' di commozione su quel fatto delle frontiere d'Italia che s'andavano spostando.

Ma la conversazione s'esaurì presto con imbarazzo: perché, in quel primo periodo della guerra, l'argo­mento dei nostri confini occidentali era delicato e scottante proprio per i più fascisti. L'entrata in guerra al momento del crollo francese, infatti, non ci aveva portati a Nizza, ma solo a quella modesta cittadina confinaria di Mentone; il resto sarebbe venuto, si diceva, al trattato di pace, ma ormai la suggestione dell'ingresso trionfale e guerresco era sfumata, e anche nel cuore dei meno dubitosi c'era un'ansia che quel deludente ritardo non si prolun­gasse all'infinito; e si faceva strada la coscienza che la sorte dell'Italia non era nelle mani di Mussolini ma in quelle dell'onnipotente suo alleato.

A Mentone arrivammo che pioveva. Veniva giù fitto e sottile sul mare senz'orizzonte e sulle ville chiuse sprangate. In fondo alla pioggia c'era la cit­tà sopra i suoi scogli. Sul lustro asfalto della pas­seggiata correvano le moto militari. Ai vetri striati d'acqua del torpedone brillavano frammenti d'im­magini, e dietro a ognuno mi s'apriva un mondo da scoprire. Nei viali alberati riconobbi le brumo­se, mai viste città del Nord: Mentone era Parigi? C'era un'insegna stile floreale, sbiadita: la Francia era il passato? Non si vedeva nessuno, tranne qual­che sentinella riparata nella sua garitta, e muratori incappucciati in saccgi. E grigiore, eucalipti, e fili obliqui di telefoni da campo.

Scendemmo, pioveva, pareva che dovessimo su­bito schierarci alla stazione, invece si rimontò in autobus, andammo a un altro posto che non so co­s'era: una villa requisita, poi a piedi per un tratto sotto la pioggia, fino a una specie di villetta vuota che poteva esser stata anche una scuola o una ca­serma di gendarmi, e lì lasciammo i moschetti al ri­paro in fila contro un muro.

Mandavamo odore di panno umido: io ero un po' contento perché la mia divisa aveva sempre conservato un triste, polveroso odore di magazzi­no, che forse questa volta andava via. Non si sape­va quegli spagnoli quando dovessero arrivare, non c'era orario per i treni dalla Francia, ogni tanto un capomanipolo tornava gridando: - Adunata! Adu­nata coi moschetti! - e poi, di nuovo: - Rompete le righe! -; un po' pareva che in tutta Mentone nessu­no avesse mai sentito parlare di spagnoli, un po' che fossero attesi da un momento all'altro; anzi «per le undici e dieci», come assicurava una voce che continuò a girare fino alle undici e cinque, e poi si perse.

Noi mangiammo tutto quello che avevamo por­tato da casa, in piedi, sotto il piccolo portico della villa-caserma, guardando piovere nel giardino spo­glio. Qualcuno aveva trovato modo tra un'adunata e l'altra di scappare in giro, e comprare sigarette, aranciate. Pareva ci fossero dei negozi aperti, lì in­torno, uno spaccio per i muratori.

A mezzogiorno venne il sole e spiovve. Lì dentro non riuscivano a tenerci più e tutti se n'andavano alla spicciolata; allora ci diedero mezz'ora di liber­tà. Io e Biancone andammo per conto nostro, di­sdegnando gli obbiettivi troppo meschini di chi cer­cava solo un tabaccaio, un biliardo, o quelli troppo improbabili di chi cercava donne. Camminavamo pianamente, guardando le scritte francesi cancella­te, i timidi segni di vita delle poche famiglie che erano rimpatriate, - bottegai, per lo più, - e i vetri rotti, il gessoso aspetto da convalescenti delle case colpite. Avevamo preso un giro di strade seconda­rie, mezzo in campagna. Un muratore veneto ci disse che il nuovo confine era a cinque minuti di di­stanza, e ci affrettammo ad andarci. C'era la vallatella d'un torrente, la bandiera italiana e laggiù quella francese. Un soldato italiano ci chiese ostil­mente cosa volevamo; rispondemmo: - Guardare -, e guardammo, silenziosi. Là era la Francia, la nazio­ne vinta, e qui cominciava l'Italia, che aveva sempre vinto e avrebbe vinto sempre.

Dal luogo d'adunata, mentre noi venivamo in ri­tardo, altri andavano, e c'era un'aria di buone no­tizie. - Sono arrivati, arrivati! - Chi? Gli spagnoli? - No, quelli del rancio -. Pareva fosse arrivato un furgone col rancio per tutti noi. Però non si sapeva dove fosse: lì non c'erano né ufficiali né adunate. Continuammo a girare la città.

In una piazza terrosa e smantellata, era rimasto in piedi un monumento: una signora dalle lunghe gonne si chinava verso una bambina che le veniva incontro; a fianco di tutto questo c'era un gallo. Era il monumento al plebiscito del 1860: la bambi­na era Mentone e la signora era la Francia. Così il nostro scetticismo trionfava su facili bersagli: le aquile romane sulle nostre divise, e lì quella vignet­ta da libro di lettura; tutto il mondo era idiota e noi due soli spiritosi.

Non ritrovavo i ricordi delle mie gite in Francia da ragazzo. Mentone ora mi faceva l'impressione di una città triste e monotona. La nostra fila per­correva i viali; s'andava al rancio; correva voce che quegli spagnoli non venissero fino all'indomani e bisognasse pernottare lì. A me pareva d'aver visto tutta Mentone, ormai, e d'esserne deluso. Ed ero stanco di quella compagnia e di quel miscuglio di rilassatezza e disciplina che ci teneva; e non vedevo l'ora di partire. Passavamo tra grigi, sbarrati palaz­zi liberty. Mancavano quei particolari da nulla, co­me i colori di vernice ai muri intorno alle botteghe, o le carrozzerie svariate delle auto, che dànno il senso d'una vita diversa dalla nostra quanto pur vi­cina: il senso della Francia viva. Questa era una Francia morta, era un sarcofago liberty, che gli avanguardisti attraversavano urlando l'«Inno a Roma», e cui le apparizioni di minareti e cupole orientali d'un albergo, o le decorazioni pompeiane d'una villa, davano un'aria di teatro spento, di sce­nari in disparte e in disordine.

Il rancio fu verso le cinque. Era arrivato anche un manipolo di Giovani Fascisti marinai di ***, un branco di spilungoni, che noi guardammo come in­trusi. Con loro era venuto il Federale, e Bizantini presentò la forza. Il Federale ci chiese se il rancio era stato sufficiente, e ci annunziò che avremmo passato lì la notte. A me prese una forte malinco­nia; tra i miei compagni si levarono voci d'entu­siasmo.

Era un Federale giovane, toscano. Portava una divisa di gabardine cachi, coi calzoni alla cavalle­rizza e gli stivali gialli; e questo vestiario d'apparenza militare era, per taglio, stoffa, leggerezza, strafottenza nell'indossarlo, quanto di più dissimile si potesse pensare dalle divise dell'esercito. E io, forse per la mia goffaggine nel vestire la divisa, per il mio subirla, per la mia già predestinata apparte­nenza all'umanità che subisce le divise e non a quella che se ne fa strumento d'autorità o di pom­pa, io mi sentivo mosso dal moralismo, sempre un po' invidioso, dei combattenti regolari contro gli imboscati e i bulli.

Certuni degli avanguardisti miei concittadini, fi­gli di piccoli gerarchi o funzionari, erano vecchie conoscenze del Federale, e lui scherzava insieme a loro; a me questo clima di cameratesca complicità dava un sottile disagio, e assai gli preferivo il piatto tono obbligatorio ch'ero abituato ad accettare. An­davo cercando Biancone nella cerchia, per com­mentare quei fatti, o meglio per raccogliere e sotto­lineare insieme i particolari che poi avremmo com­mentato con più agio. Ma Biancone non c'era; era sparito.

Lo ritrovai al tramonto mentre me ne andavo per un lungomare dalle basse palme spinose. Ero già triste. Il lento battere del mare contro gli scogli si congiungeva al silenzio naturale della campagna, e chiudevano in un cerchio la città vuota, il suo si­lenzio innaturale, rotto ogni tanto da rumori isolati ed echeggiami: un solfeggio di tromba, un canto, il rombo di una moto. Biancone mi venne incontro con grandi feste come non ci vedessimo da un an­no, e mi comunicò le notizie che era andato racco­gliendo: pareva fosse stata avvistata una bella ra­gazza, in una drogheria, - una che era stata in campo di concentramento a Marsiglia, - e adesso tutti gli avanguardisti andavano lì a far compere da poche lire per vederla; in un altro negozio pareva si trovassero sigarette francesi, quasi per niente; in una via c'era un cannone francese rotto abbando­nato.

Aveva un'euforia fin troppo espansiva, per quel­le novità da nulla; e io non gli avevo perdonato d'essersene andato in giro senza di me. Continuan­do a discorrere, s'accennò alle scene di saccheggio che dovevano aver visto quelle case, in giugno, e lui incidentalmente disse di sì, che c'erano case spa­lancate in cui si entrava e si vedeva tutto scassinato e sparso in terra. Ma nel suo discorso, che pareva essere generico, spiccavano ogni tanto alcuni parti­colari ben precisi. - Ma tu ci sei stato? - doman­dai. Sì, c'era stato, mi disse; girando con alcuni al­tri, erano entrati anche in un paio di case saccheg­giate e d'alberghi. - Peccato che tu non c'eri, - mi disse. A me ora il suo essersene andato senza di me pareva un tradimento imperdonabile. Ma invece di manifestarmi offeso preferii proporgli vivamente: -Ma possiamo tornarci insieme... - Lui disse che oramai era buio, e non avremmo visto a posare un piede in terra, nello sconquasso di quei posti.

Quando ci ritrovammo tutti nella camerata che ci avevano improvvisato con pagliericci stesi in ter­ra in una palestra, le visite alle case saccheggiate erano l'argomento dei discorsi generali. Ognuno comunicava le cose straordinarie viste in giro e ci­tava nomi di luoghi che parevano noti a tutti, come «al Bristol», «alla casa verde». Queste esplorazio­ni dapprima m'erano sembrate un'esperienza com­piuta solo da quella ristretta cerchia dei più intra­prendenti che facevano banda a sé; ma a poco a poco vedevo metter bocca a dir la loro anche tipi come Orazi che erano rimasti ad ascoltare in di­sparte. La mia perdita mi pareva irrimediabile: ave­vo speso in modo uggioso quella giornata, senza sfiorare il segreto della città, e domani ci avrebbero svegliati presto, schierati alla stazione per un paio di presentat'arm, e poi rimbarcati in torpedone, e la visione d'una città saccheggiata si sarebbe per sempre allontanata dal mio sguardo.

Biancone mi passò vicino trasportando una pila di coperte e mi disse sottovoce: - Ci sono Bergami­ni, Ceretti e Glauco che hanno il morto.

Già avevo notato, tra i materassi, un armeggiare di cui non mi ero dato ben conto: e ora che Bianco­ne mi aveva messo sull'avviso, ricordavo di aver vi­sto poco prima volteggiare in mano a quel Berga­mini una racchetta da tennis, e d'essermi inciden­talmente chiesto donde saltasse fuori. Ora non ve­devo più la racchetta, ma proprio in quel momen­to, rincalzando la coperta sul pagliericcio, Glauco Pastelli scoperse un paio di guantoni da boxe che ricacciò subito sotto.

Biancone s'era già messo sotto le coperte e fu­mava reggendosi su un gomito. Andai a sedermi sul suo pagliericcio. - Siamo in una bella banda, -gli dissi.

- Ah! - fece lui, - una gang in piena regola, questi scagnozzi!

- Noi non eravamo mica così, in quinta gin­nasio!

- Ah! Altri tempi! - fece Biancone.

In quel momento un «cu-cù, cu-cù» ansimante e fischiante si levò nella camerata; e Ceretti si rotola­va sul suo pagliericcio dalla gioia d'esser riuscito a far funzionare l'orologio a cucù con cui era alle prese.

- Ma come faranno a portarsi questa roba a ca­sa? - chiesi a Biancone, - mica può nascondersi un orologio a cucù sotto la giubba?

- Lo butterà via; cosa vuoi che ne faccia? L'ha preso solo per far chiasso.

- Basta che non lo faccia suonare tutta la notte, e ci lasci dormire, - dissi io.

- Ehi, ragazzi, - diceva proprio allora Ceretti, - ormai gli ho dato la corda; d'ora in poi, ogni mezz'ora suona.

- A mare! Buttalo a mare! - e in quattro o cin­que, già senza scarpe, si lanciarono sul suo paglie­riccio, addosso a lui e all'orologio. Continuarono a lottare finché l'orologio non si fu fermato.

Presto, spente le luci, si spensero pure gli schia­mazzi. Io non riuscivo a dormire. In una palestra attigua alla nostra erano accampati i premilitari marinai di ***, coi quali non c'era venuto di mi­schiarci, forse perché più vecchi di noi, forse per antiche incompatibilità di campanile, o forse più per differenza di ceto, giacché loro appartenevano, sembrava, a una specie di proletariato portuale, mentre i più di noi erano studenti. Questi premili­tari, anche quando da noi i più scalmanati erano a far baccano, a spostarsi, a farsi scherzi. Avevano un'apostrofe loro, probabilmente nata in quella stessa giornata in chissà quale circostanza, e carica per loro d'una comicità incomprensibile ad altri: - O bêu! - cioè, io credo, «O bue!», un grido che loro emettevano come un muggito, prolungan­do quella vocale mezza e mezza u, forse in un ri­chiamo da pastori. Uno di loro, da coricato, la lan­ciava, con voce di basso; e tutti gli altri a ridere. Per un poco pareva che si fossero finalmente ad­dormentati, e io cercavo di racimolare il mio son­no, quando un'altra voce, lontana, riattaccava: - O béu! - E alle proteste, alle minacce che alcuni di noi gli gridavano contro, rispondevano con nuove ondate d'urli. Avrei voluto che si andasse in un gruppo deciso nella loro camerata, a fare a pugni; ma i tipi più battaglieri, cioè Ceretti e i suoi, dor­mivano come se tutto fosse tranquillo, e noi inson­ni eravamo pochi e incerti. Anche Biancone era di quelli che dormivano.

Io, tra il pensiero dei miei compagni saccheggia­tori e l'irritazione per quel baccano, continuavo a rigirarmi tra le ispide coperte militari. A quel tem­po, un'acrimonia aristocratica improntava molti dei miei pensieri; e aristocratico era il modo in cui consideravo e avversavo le cose del fascismo. Quel­la notte per me il fascismo, la guerra, e la volgarità dei miei camerati erano tutt'uno, e tutto coinvolge­vo in un medesimo disgusto, e a tutto sentivo di dover soggiacere senza via di scampo.

Così ancora li guardavo con risentimento, quei premilitari, vedendoli, il mattino dopo, passare in fila per il giardino, spilungoni, magri, col passo fiacco e indifferente agli ordini, mentre a noi schie­rati il centurione Bizantini passava l'ispezione dei moschetti.

Bizantini, alle nostre proteste per la loro condot­ta notturna, rincarò la dose; aveva fatta sua l'ani­mosità campanilistica tra i nostri paesi, per rivalità gerarchiche con quelli della Gil del capoluogo, e prese a dire:

- Ma sì, avete visto, bella roba d'un manipolo sono buoni a mandare da ***! Ma è gioventù, quella? Ragazzi che non hanno mai fatto dello sport: storti come ganci, tirati, con le spalle sbilan­ciate!

Esagerava, ma non che avesse torto. Non erano certo dei tipi d'atleti, ma a dire il vero non lo ero neanch'io, e in questo ero solidale con loro contro le ironie di Bizantini.

- Morti di fame, facchini di porto, badilanti! -diceva Bizantini. - Vengono qui per farsi pagare quelle poche lire della loro giornata senza lavora­re... - E più lui parlava, più io sentivo sbiadire i miei recenti rancori, e al loro posto riaffiorare la morale in cui ero stato educato, contraria a chi di­sprezza i poveri e la gente che lavora.

- Con tutto quello che il regime fa per il popo­lo... - continuava Bizantini.

«Il popolo... - pensavo. - Erano il popolo, i premilitari? Il popolo stava bene o stava male? Era fascista, il popolo? Il popolo d'Italia... E io, chi ero? »

- ... loro se ne fregano, della Gil e di tutto!

- Anch'io! Anch'io! - sussurrai a Biancone che mi era vicino.

E Bizantini: - Oh, ma il Federale se n'è accorto, l'ha subito notato: che noi abbiamo portato tutti studenti, tutti ragazzi ben messi, ben piantati, ben educati...

- Merda, - dissi sottovoce a Biancone, - merda.

- Ha detto che ci farà mettere ben in vista, noialtri, davanti agli spagnoli... alla gioventù del Caudillo.

La fila dei premilitari marinai s'era allontanata; Bizantini seguiva il suo discorso, io i miei pensieri: forse avremmo passato un'altra giornata a Mentone e volevo che Biancone m'accompagnasse a vedere i saccheggi. - Appena ci molla, - gli dissi piano, - andiamo insieme -. Lui, impassibile anche in posizione di riposo, mi strizzò l'occhio.



Il centurione continuava a gridare la sua filoso­fia, e ora poneva a confronto l'educazione dei tem­pi di Mussolini con quella dei tempi passati. - Per­ché voi siete cresciuti nel clima del fascismo e non sapete cosa vuol dire! Per esempio ieri sera, qui a Mentone, ci si fossero trovati di quei vecchi profes­sori d'una volta, non vi fate un'idea di che trage­die: per carità, dei ragazzi, farli dormire fuori casa, come si fa, e non ci sono letti, e la responsabilità, e le famiglie... Aaah! Per il fascismo, in quattr'e quattr'otto, nessuna difficoltà, tira diritto, educa­zione romana, come a Sparta, non ci son letti?, dormi in terra, tutti soldati, mannaggia! Fianco destr: destr!

Ed ecco che il centurione si rivelava per quello che era: il più ingenuo di tutti noi: con una banda di ragazzi pelosi e scampaforche che non vedevano l'ora di mettere a sacco una città, s'inteneriva come una nonna, per la grande avventura di farci passare una notte fuor di casa! E a pernacchie, a rutti, a peti, allontanandosi al passo, la schiera degli avan­guardisti faceva eco al suo: - Nop-duì! Nop-duì.

Biancone sapeva d'una villa lì vicino, interessan­te, a detta di chi c'era stato, ma a lui ancora scono­sciuta. Nel giardino cantava un lugaro, una goccia cadeva in una vasca. Le foglie grige d'una grande agave erano istoriate di nomi, paesi, reggimenti, in­cisi con le punte delle baionette. Girammo intorno alla villa che pareva chiusa, ma trovammo, in una veranda dai vetri rotti, una portafinestra scardina­ta. Entrammo in un salotto con poltrone e sofà scomposti, ricoperti d'una pioggia di piccoli cocci; i primi saccheggiatori avevano cercato l'argenteria negli stipi e buttato all'aria i servizi di ceramica; e avevano tirato via i tappeti di sotto ai mobili, che erano rimasti in posizioni stravolte come dopo un terremoto. Passavamo per stanze e corridoi oscuri o luminosi a seconda se le persiane erano chiuse o aperte o addirittura asportate, e continuavamo a incontrare oggetti, fermi su casuali sostegni o semi­nati in terra e calpestati: pipe, calze, cuscini, carte da gioco, filo elettrico, riviste, lampadari. Bianco­ne, andando, indicava ogni oggetto, non perdeva un particolare, ricollegava una cosa all'altra, e si chinava a sollevare un gambo di bicchiere rotto, un lembo di tappezzeria strappato, come mi stesse conducendo a vedere i fiori di una serra, e riponeva ogni cosa nella posizione in cui l'aveva trovata, con la mano leggera e minuziosa dell'investigatore che ispeziona il luogo d'un delitto.

Per una scala di marmo sporca d'impronte salim­mo ai piani superiori: e le stanze rigurgitavano di veli.

Erano zanzariere di tulle a baldacchino; doveva essercene stata una sopra ogni letto, sospesa; e i pri­mi occupanti le avevano strappate e trascinate giù. Ora tutto quel tulle, coi suoi drappeggi e le sue gale, copriva i pavimenti, i letti, i cassettoni d'un manto vaporosamente gonfio e attorto. Biancone gustava molto questa visione, e si muoveva per le stanze scostando i veli con due dita.

In una di quelle camere da letto sentimmo un ar­meggio: e qualcosa come una grossa bestia scalciava sotto la coltre di tulle.

- Chi va là?

- Chi va là?

Era Duccio, un avanguardista della nostra squa­dra, sui tredici anni, grasso e tozzo e rosso in faccia.

- C'è tanta roba, di'... - fece, col fiato mozzo; stava passando in rassegna un cassettone.

Pigliava le cose dai cassetti, se non gli servivano le buttava per terra, se sì le ficcava nella cacciatora: giarrettiere, calzini, cravatte, spazzole, asciugama­ni, un vasetto di brillantina. A furia di cacciarsi ro­ba nella cacciatora s'era fatto una gobba quasi sfe­rica, e ancora ficcava sciarpe, guanti, bretelle sotto il maglione. Era gonfio e pettoruto come un piccio­ne, e non accennava a smetterla.

Noi non gli badavamo più: avevamo udito un rumore ben distinto, come di martellate, che echeg­giava al piano superiore. - Cosa sarà? - dicemmo.

- Niente, - disse Duccio, - è Fornazza. Seguendo il rumore arrivammo al piano di so­pra, in una specie di tinello, dove l'avanguardista Fornazza, uno della statura di Duccio, ma magro e nero, con un'alta capigliatura riccia, stava pren­dendo a colpi di martello e cacciavite un antico canterano.

- Cosa fai? - domandammo.

- Mi servono queste borchie, - disse, e mostrò la mano. Già ne aveva scardinate due.

Lasciammo al loro lavoro i camerati e conti­nuammo il giro della villa. Alle soffitte, per un lu­cernario, uscimmo su un piccolo terrazzo sopra i tetti. Di lì si dominava il giardino e la verde zona intorno, e Mentone, e gli olivi, e in fondo il mare. C'erano dei cuscini marciti, li posammo contro il palo d'un'antenna da radio, e ci sdraiammo a fu­mare in pace sotto il sole.

Il cielo era terso, le strisce bianche delle nuvole volavano sull'antenna come bandiere attorcigliate. Dal basso veniva qualche voce ingrandita dal vuoto delle vie, e noi le riconoscevamo: - Questo è il Ce­retti in caccia, questo è Glauco che s'arrabbia -. Di tra le colonnine della balaustra seguivamo con lo sguardo le apparizioni degli avanguardisti e dei gio­vani fascisti per la città: un gruppo che svoltava a un crocevia, vociando; due che apparivano chissà come a una finestra d'una casa e lanciavano un fi­schio; e in uno spiraglio verso mare i nostri ufficiali tutti allegri attorno al Federale che uscivano da un bar. Sul mare c'era il riverbero del sole.

- E perché non andiamo a fare il bagno?

- Alé?

- Alé.

Corremmo giù, prendemmo a valle e andammo al mare. Sotto la passeggiata, su una striscia di sab­bia e sassi un gruppo di muratori mezzo nudi man­giavano al sole e si passavano un fiasco.

Noi ci spogliammo e ci allungammo sulla riva. Biancone aveva una pelle candida e cosparsa di nei, io ero nero e magro. La sabbia era sporca, piena d'alghe a forma d'ispide, pallottole brune e di mar­cite barbe grige. Biancone già vedeva nuvole avvici­narsi al sole, per smettere l'idea del bagno, ma io 111corsi a tuffarmi e lui non poteva non seguirmi. Il sole andò via davvero e nuotare era un po' triste, in quell'acqua color pesce, come vedere sopra di noi gli scogli della massicciata e Mentone silenzio­sa. Venne in cima al molo un soldato col fucile e l'elmo, e gridava. Verso di noi, gridava: che era zo­na proibita, che tornassimo a riva. Nuotammo in­dietro, ci asciugammo e vestimmo e andammo al rancio.

Il pomeriggio, non volevamo perderlo tra le ville distanti e isolate, ma tenerci ai casamenti di città, dove ogni pianerottolo apriva diversi mondi, ogni soglia il segreto d'una vita. Le porte degli apparta­menti erano state forzate e sui pavimenti era sparsa la roba dei cassetti rovesciati, per cercar soldi o preziosi; e rovistando in quegli strati di panni, cianfrusaglie, carte, si poteva ancora trovare qual­che oggetto di valore. Ormai i nostri compagni bat­tevano con metodo ogni casa, arraffando quello che restava di buono; li incontravamo per le scale, per i corridoi, e alle volte ci intruppavamo con lo­ro. Non s'abbassavano quasi mai - va detto - a frugare, come avevamo visto fare a Duccio; quan­do trovavano un oggetto interessante o vistoso lo prendevano, avventandosi con un urlo prima che gli altri ci arrivassero; poi magari lo buttavano via, se impicciava o se ne trovavano uno meglio.

- E voi che cosa avete trovato? - ci chiedevano. E io ringhiavo tra i denti il mio: - Niente, - com­battuto tra il desiderio d'ostentare la mia opposi­zione e un residuo dell'infantile vergogna d'essere diverso. Invece Biancone si sbracciava in grandi spiegazioni: - Eh? Vedeste! Sappiamo un posto! Sapete lì dalla svolta? Be': quella casa mezza scas­sata? Girate dietro e salite quella rampa. Cosa c'è? Se vuoi saperlo, vacci -. I suoi scherzi non è che riuscissero spesso, perché era noto come un piglia-in-giro; ma gli davano comunque l'aria d'uno che sapeva il fatto suo.

L'esaltazione della caccia aveva preso tutti. Quando incontrai Orazi, tutto ilare e eccitato, che mi fece toccare le sue tasche, capii che non c'era nessuno che ci avrebbe capiti, me e Biancone. Ma eravamo in due, ci capivamo tra noi, e questo fatto ci avrebbe sempre legati.

- Tocca, tocca! Sai cos'è? - diceva Orazi.

- Bottiglie?

- Valvole! Philips. Mi ci faccio una radio nuo­va.

- Auguri!

- Buona caccia!

D'una casa in un'altra, entrammo in quartieri vecchi e poveri. Le scale erano strette; le stanze, dallo stato dei loro stracci, parevano saccheggiate anni e anni prima e lasciate a imputridire al vento che veniva dal mare. I piatti in un acquaio erano sporchi; le casseruole grasse aggrumate, e forse sal­ve solo per questo.

Ero entrato in quella casa con un gruppo d'altri avanguardisti. E m'accorsi che, tra loro, Biancone non c'era. Chiesi: - Avete visto, Biancone, dov'è andato?

- Mah, - fecero, - perché? Non era mica insie­me a noi.

C'eravamo mischiati con parecchie masnade che ogni tanto si dividevano o si fondevano con altre; e non avrei saputo dire in quale punto, credendo di seguire il gruppo in cui c'era Biancone, avevo preso un'altra strada. - Biancone! - chiamai nella scala. - Biancone! - feci in un braccio di corridoio. Mi sembrò d'udire delle voci, non sapevo dove. Aprii una porta. Ero in una stanza d'artigiano. C'era un banco di falegname da un lato e un deschetto forse da ebanista o da intagliatore in mezzo alla stanza. C'erano ancora i trucioli in terra, le schegge di le­gno, le cicche, come avesse smesso di lavorarci due minuti prima; e sopra, sparsi e spezzati, c'erano le centinaia d'utensili, le centinaia di lavori che quel­l'uomo aveva fatto: cornici, astucci, spalliere di se­die, e non so quanti manici d'ombrelli.

Cominciava a far sera. In mezzo alla stanza pendeva un paralume col contrappeso a pera, senza lampadina. E alla luce del tramonto che veniva dal­la finestrella io guardavo una scansia sulla quale erano ordinati in fila certi busti di fantocci da tiro a segno, credo, o per un teatrino meccanico, le te­ste di legno intagliate con una ingenua vena di cari­catura solo accennata, alcune dipinte, le più ancora grezze. Di queste teste, solamente poche avevano seguito la sorte d'ogni altra cosa nella stanza ed erano state fatte rotolar via dai propri colli; la più gran parte era lì ancora, con le labbra arcuate in un inespressivo sorriso e con gli occhi rotondi spalan­cati, e qualcuna anzi mi parve si muovesse, dondo­lando sul piolo che le faceva da collo, forse scossa dall'aria della finestrella, forse dalla mia entrata improvvisa.

O che qualcuno fosse passato di lì poco prima e la avesse toccata? Apersi ancora una porta. C'era un letto, una culla intatta; un armadio spalancato e vuoto. Entrai in un'altra stanza: c'era in terra un mare di lettere, cartoline, foto. Vidi una fotografia di fidanzati: lui soldato, lei biondina. Mi accocco­lai a leggere una lettera: Ma chérie... Era la camera di lei. C'era poca luce, io con un ginocchio a terra decifravo quella lettera, cercavo dopo il primo fo­glio il secondo. Entrò una truppa di giovani fascisti marinai, affannati e tesi avanti come segugi; s'af­follò intorno a me: - Che c'è, cos'hai trovato? - Niente, niente, - borbottai, loro sarchiarono con le mani e i piedi quella coltre di carte, e con l'affanno con cui erano venuti se ne andarono.

A leggere, non vedevo più. Dalla finestra si sentiva il rumore del mare come fosse nelle case. Uscii all'aperto. Imbruniva. Mi avviai verso il luogo del­l'adunata. Per strada c'erano altri compagni che andavano, con le giubbe deformate da gobbe e con gli oggetti meno nascondibili avvolti in fagotti im­provvisati. - E tu, tu che hai preso? - domanda­vano.

L'adunata era in un padiglione già sede d'un club inglese, ora trasformato in Casa del Fascio. Nei corridoi illuminati da lampadari pareva la fie­ra: ognuno mostrava e vantava il suo bottino, sen­za più timore dei superiori, e architettava le manie­re migliori per nasconderlo, per non dar nell'oc­chio al ritorno in Italia. La sua racchetta da tennis Bergamini la faceva sparire nel rigonfio dei panta­loni, e Ceretti si bardava il petto di camere d'aria da bicicletta e sopra indossava il maglione, e pare­va Maciste. In mezzo a loro, vidi Biancone. Bian­cone aveva in mano delle calze da donna e le toglie­va dalla guaina di cellophane, per mostrarle, e le snodava in aria come serpenti.

- Quante ne hai? - gli chiesero.

- Sei paia!

- Seta?

- Perdìo!

- Buon colpo! A chi le dài? Le regali?

- Regalarle? Ci vado a donne gratis per un mese!

Ecco: anche Biancone. Ormai ero solo. Gli altri imprecavano perché erano passati di là chissà quante volte, e solo Biancone era stato buo­no a scovare quelle calze.

- Le calze? - diceva lui, - ma la sciarpa scozze­se, allora? E la pipa di ciliegio? - Era un asso, Biancone, era quello che andava a colpo sicuro, quello che dove metteva le mani scopriva un te­soro.

Andai a congratularmi con lui, e forse ero since­ro. In fondo ero stato uno sciocco a non prendere niente; era roba di nessuno, ormai. Lui strizzò l'oc­chio e mi fece vedere le sue vere scoperte, quelle cui teneva davvero, e che non faceva vedere agli altri: un pendaglio col ritratto di Danielle Darrieux, un libro di Léon Blum, e poi un piegabaffi. Ecco, ba­stava fare le cose con spirito, come Biancone: io non ero stato capace. Il Federale si stava diverten­do anche lui a passare in rassegna il bottino degli avanguardisti; tastava le giubbe, faceva tirar fuori gli oggetti più diversi. Bizantini lo seguiva, e assen­tiva ridendo, soddisfatto di noi. Poi ci chiamò, ci fece radunare intorno a lui, senza metterci in fila, per darci le disposizioni. C'era un'atmosfera di baldoria, d'eccitazione, tutti con quel carnevale ad­dosso.

- L'arrivo dei camerati spagnoli, - disse il centu­rione Bizantini, - è previsto per le nove e mezzo di stasera. Alle nove meno un quarto, adunata qui per metterci in ordine e armarci. Poi si partirà, e stanotte siamo a casa. La roba, vedrete, troveremo il modo di nasconderla, nell'autobus o addosso, e nessuno ci dirà niente. Me l'ha assicurato il Federa­le, che è molto contento di voi. Ragazzi, non di­mentichiamocene, questa è una città conquistata e noi siamo i vincitori. Tutto quel che c'è, è nostro, e nessuno può dirci niente! Adesso abbiamo ancora un'ora e un quarto: potete ancora andare in giro, senza chiasso, senza storie, come avete fatto fino­ra, e cacciare quello che vi pare. Io vi dico questo, - fece, a voce più alta, - che un giovane che si tro­va oggi qui, e non porta via niente, è un fesso! Sis­signore: un fesso, e io mi vergognerei di stringergli la mano!

Un mormorio di plauso seguì queste ultime fra­si. E io ora trepidavo d'eccitazione: ero l'unico, l'unico fra tutti a non aver preso niente, l'unico che non avrebbe preso niente, che sarebbe tornato a casa a mani vuote! Non era che io fossi un tipo meno pronto e sveglio degli altri, come fino a poco prima dubitavo: il mio era un contegno coraggioso, quasi eroico! Ero io a esaltarmi, ora, più di loro.

Bizantini ancora parlava, faceva le sue inutili raccomandazioni agli avanguardisti impazienti. Io ero vicino a una porta; alla toppa c'era la chiave: una chiave d'albergo, col grosso pendaglio del nu­mero e la scritta «New Club». Sfilai la chiave dalla toppa. Ecco: avrei portato via per ricordo quella chiave, una chiave del Fascio. Me la feci scivolare in tasca. Questo sarebbe stato il mio bottino.

Erano le ultime ore a Mentone. Camminai da solo, verso il mare. Era buio. Dalle case mi giunge­vano i gridi dei compagni. Mi prese un giro triste di pensieri. M'avviavo a una panchina; e vidi che c'e­ra seduto uno in divisa da marinaio. Riconobbi il fiocco giallo e cremisi dei Giovani fascisti sotto il colletto: era uno dei premilitari di ***. Mi sedetti; lui restava col mento sul petto.

- Di', - feci, e non sapevo ancora cosa gli avrei detto. - Non ci vai, tu, nelle case?

Quello non si voltò nemmeno. - Me ne sbatto l'anima, - disse piano.

- Non hai preso niente, di', tu? - gli feci. Ripeté: - Me ne sbatto l'anima.

- Ma di', non prendi niente perché non trovi o perché non vuoi?

- Me ne sbatto l'anima, - fece ancora; s'alzò, s'allontanò a lunghi passi, con le braccia ciondo­lanti, tra le ombre dentate delle palme. Si mise a cantare tutt'a un tratto, ma più a urlare che a can­tare, a squarciagola: - Vivereee! Finché c'è gioven­tù... - Era ubriaco?

Mi sedetti sulla panchina, tirai fuori di tasca la chiave e mi misi a contemplarla. Mi sarebbe piaciu­to darle un significato simbolico. «New Club», poi Casa del Fascio, e adesso in mano mia: cosa poteva voler dire? Mi venne il desiderio che fosse una chiave importantissima, indispensabile, che quelli là non trovandola diventassero matti, che non po­tessero chiudere una stanza contenente un inesti­mabile bottino segreto, o documenti da cui dipen­deva la loro sorte personale.

M'alzai e mi ridiressi verso il Fascio.

C'erano pochi avanguardisti nei corridoi che im­pacchettavano le loro cianfrusaglie; i graduati con­tavano i moschetti e decidevano la disposizione del­le squadre; anche Biancone, tra loro. Io passavo per i corridoi facendo finta di annoiarmi e scorrevo la mano sul muro e sulle porte, fischiettando come un passo di danza. Quando arrivavo con la mano vicino a una chiave la sfilavo lesto dalla toppa e la mettevo nella cacciatora. Erano corridoi pieni di porte, e quasi tutte avevano la loro chiave fuori, col numero dorato che pendeva. La mia cacciatora ne era ormai piena. Non vedevo più chiavi in giro. Nessuno s'era accorto di me. Uscii.

Sulla porta incontrai altri che venivano. - Be', cosa ti porti, a casa? - Io?... niente... - Ma loro mi lessero un sorriso tra le labbra. - Eh sì, bravo, niente... - mi dissero.

Girai in giardino. Avrò avuto venti chiavi. Man­davano un rumore di ferraglie. «Anch'io ho il mio carico, adesso», pensai. - Ehi, tu, cosa ti porti ad­dosso? - m'apostrofò qualcuno che passava. - Suo­ni come una mucca!

Scantonai. Il giardino aveva pergole e chioschi di rampicanti incolti, e io mi ci addentrai. Comin­ciavo a rendermi conto di quel che avevo fatto. Il mio gesto incomprensibile poteva, per una ragione o per l'altra, venire scoperto anche subito. Se qual­che nostro ufficiale o gerarca avesse avuto bisogno di chiudere qualcosa in una di quelle stanze semi-vuote?... E se i compagni - ora, o più tardi, in tor­pedone, in Italia - mi avessero forzato a mostrare quel che avevo nella cacciatora... Tutte quelle chia­vi, con i numeri del «New Club» non potevano es­ser state rubate che alla Casa del Fascio: e con che scopo? Come potevo giustificare il mio atto? Era chiaramente un gesto di sfregio, o ribellione, o sa­botaggio... Alle mie spalle l'ex «New Club» in­combeva con tutte le finestre illuminate e scherma­te da cui trasparivano solo vaghi chiarori azzurri.

Ero un sabotatore del fascismo nelle terre conqui­state...

Corsi avanti. Avevo visto luccicare uno specchio d'acqua: c'era una vasca circondata di rocce in un'aiola, con in mezzo un tubo di zampillo asciut­to. A una a una tirai fuori le chiavi dalla cacciatora e le lasciai cadere nell'acqua, immergendole piano perché non si sentisse il tonfo. Dal fondo si levava una nuvola torbida che cancellava il riflesso della luna. Dopo che l'ultima chiave fu affondata, nel­l'acqua vidi passare un'ombra chiara: un pesce, forse un vecchio pesce rosso, veniva a vedere cos'e­ra mai accaduto.

M'alzai. Ero stato un vigliacco? Mettendo le mani in tasca sentii che avevo ancora una chiave: la prima che avevo presa e che era rimasta sempre lì. Mi sentii di nuovo in pericolo, e felice. I compagni stavano tornando per l'adunata, e io con loro.

Il treno degli spagnoli arrivò dopo un'ora che noi eravamo schierati nel piazzale della stazione. Bizantini tuonò: - Presentat'arm! - C'erano fiochi lampioni oscurati sotto la tettoia. I giovani falangi­sti si schierarono in quella zona di luce, e noi era­vamo molto lontani, laggiù in fondo al piazzale. Erano tipi alti e robusti; facce, pareva, camuse co­me quelle dei pugili; coi baschi rossi schiacciati sul­l'occhio, maglioni neri rimboccati al gomito, picco­li zaini legati alla cintura. Tirava un vento a brevi raffiche improvvise, le luci ondeggiavano, noi reg­gevamo i moschetti inastati di fronte alla gioventù del Caudillo. A tratti ci arrivavano note e cadenze d'una loro marcia, che non avevano smesso di can­tare da quand'erano arrivati; qualcosa come: - Arò... arò... arò... - Qualche rotto comando dei loro, e si disposero in fila, prendendo le distanze col braccio teso avanti; e ci giungeva un vociare, un chiamarsi mal distinto: - Sebastian... Habla, Vincente... - Poi si misero in marcia, raggiunsero i torpedoni che li aspettavano, salirono. Come erano arrivati, ripartirono: senza mai rivolgerci uno sguardo.

All'ora della nostra partenza, infagottati come contrabbandieri, passavamo davanti a Bizantini che ci studiava a uno a uno per vedere se non dava­mo troppo nell'occhio, e licenziava ognuno con una pacca sulla cacciatora risonante o con un cal­cio nel sedere. Passai anch'io, attillato e liscio nella mia giubbetta vuota, tenni lo sguardo alzato verso Bizantini, lui stette serio, non disse nulla, passò a scherzare con chi veniva dopo.

Il torpedone ripercorreva la riviera; tutti erava­mo stanchi e silenziosi. Il buio era tagliato ogni tanto da fanali d'autocolonne; le case della costa erano oscure, il mare deserto, argenteo e minaccio­so. C'era la guerra, e tutti ne eravamo presi, e or­mai sapevo che avrebbe deciso delle nostre vite. Della mia vita; e non sapevo come.


Le notti dell'UNPA


Ero un ragazzo tardo; a sedici anni, per l'età che avevo ero piuttosto indietro in molte cose. Poi, im­provvisamente, nell'estate del '40, scrissi una com­media in tre atti, ebbi un amore, e imparai ad an­dare in bicicletta. Ma non avevo ancora passato una notte fuor di casa, quando venne la disposizio­ne che durante le vacanze gli allievi del liceo pre­stassero servizio notturno nell'UNPA una volta la settimana.

Si dovevano tutelare gli edifìci scolastici cittadini in caso di incursione aerea. Incursioni però non ce n'erano state ancora, e questa dell'UNPA pareva una formalità come tante. Per me era una cosa nuova e allegra; era settembre, i miei compagni di scuola erano quasi tutti ancora via, in villeggiatura o a caccia, o sfollati in giugno per la guerra e non più tornati; in città c'eravamo solo io e Biancone: io che andavo a spasso tutto il giorno annoiandomi a morte, e lui che andava a spasso la notte diver­tendosi - pareva - a più non posso. Questi turni dell'UNPA si facevano in coppia; naturalmente io e Biancone ci facemmo iscrivere assieme; lui m'a­vrebbe guidato per tutti i posti che sapeva; ci ripro­mettevamo grandi cose. Ci fu assegnato il palazzo delle scuole elementari e il turno del venerdì notte. Una stanza con due brande e un telefono era il no­stro corpo di guardia lì alle scuole; nostro compito era il tenerci pronti in caso di allarme; potevamo anche fare ispezioni in giro, cioè uscire e andare a spasso quanto volevamo, ma uno alla volta, perché ci avrebbero fatto delle telefonate di controllo. Noi naturalmente pensammo subito che mettendoci d'accordo coi capisquadra avremmo potuto uscire anche insieme, e che il telefono ci sarebbe servito soprattutto per fare degli scherzi ai conoscenti nelle prime ore del mattino.

Ma per quanto ci dicessimo: - Faremo questo e quest'altro! Vedrai come ci divertiremo! - e già nei giorni che precedevano quel venerdì avessimo pro­gettato e previsto si può dire tutto il possibile, io m'aspettavo, da quella notte, altro ancora, che pu­re non sarei riuscito a esprimere: una rivelazione nuova, che ancora non sapevo quale sarebbe stata, la rivelazione della notte. Per Biancone invece tutto pareva allegramente solito e prevedibile, e anch'io facevo finta che lo fosse per me, ma intanto, intor­no a ogni generico progetto, sentivo il tempo sco­nosciuto della notte schiumare, nella mia immagi­nazione, come un mare invisibile.

Uscii, quel venerdì dopo cena, ed era ancora una sera come le altre, e io mi portavo dietro il pigiama e una federa, da mettere al guanciale della brandina in cui avrei dormito. E anche una rivista illu­strata, perché tra le tante occupazioni avremmo pure passato un po' di tempo a leggere.

La scuola era un grande edificio in pietra, col tetto di lamiera. Era alta sopra la strada, in una posizione un po' infelice, e vi si accedeva per tre scalinate. Era un'opera del Regime, ma non risen­tiva per nulla dell'impettita architettura di quell'e­poca; spirava un'aria d'ovvietà burocratica, quale il tiepido fascismo del mio paese cercava il più possibile di mantenere. Anche il bassorilievo del frontone, che pure rappresentava un balilla e una piccola italiana seduti ai lati della scritta «Scuole comunali», pareva ispirato a un'assennatezza pe­dagogica tutta ottocentesca.

Era una notte senza luna. Il palazzo delle scuo­le rifletteva ancora un vago chiarore. Con Bianco­ne avevamo appuntamento lì, ma lui naturalmente non era puntuale. Più in su nel buio erano ville e campi. Si sentivano i grilli e le rane. Io non riu­scivo più a ritrovare l'ardore di quell'aspettativa che m'aveva portato fin lì. Adesso, girando avanti e indietro, sotto a quelle scuole elementari, da so­lo, con in mano un pigiama, una federa e un giornale illustrato, mi trovavo fuori posto e imba­razzato.

Stavo lì aspettando, e tutt'a un tratto s'alzò una fiamma a lambirmi la schiena; spiccai un sal­to: il giornale illustrato che tenevo sottobraccio aveva preso fuoco; lo lasciai cadere a terra, e pri­ma ancora di spaventarmi compresi che era uno degli scherzi di Biancone. Appiattato contro il muro, teneva ancora in mano il fiammifero col quale mi s'era avvicinato di soppiatto nel buio. Non rideva. Aveva come sempre un'aria ufficiale e inappuntabile. Disse:                

- Scusate, voi dell'UNPA, avete mica visto un incendio qui attorno?

- L'incendio che ti bruciasse il sedere! - comin­ciai a imprecare, e con un colpo di tacco spensi il giornale. - Ma che razza di scherzi!

- Non è uno scherzo. È un'ispezione. l'unpa, caro mio, vita pericolosa, bisogna essere pronti a tutto. Però ho visto che fai bene la guardia. Bravo. Ciao. Io allora me ne posso andare per i fatti miei.

Gli dissi di far meno il furbo, che dovevamo an­dare su a vedere il nostro corpo di guardia e a po­sare la roba.

Ma le porte della scuola erano chiuse; a schiac­ciare il campanello si sentiva solo un lontano trillo di suoneria; a bussare rimbombavano echi di corri­doi vuoti.

- Non c'è nessuno! La bidella è in campagna! - disse una voce alle nostre spalle, allarmata forse per il nostro tambureggiare sulla porta. Ci voltam­mo e c'era un muro e lassù tra ombre di piante di fagioli l'ombra di un uomo; con l'annaffiatoio ver­sava un liquido che all'odore si riconosceva come concime di latrina. Era un ortolano che approfitta­va delle ore della notte per concimare le piante sen­za disturbare i vicini con il puzzo.

- Ma noi dobbiamo entrare! Siamo l'unpa!

- Chi?

- L' unpa!

A una casetta, una piccola luce si spense tutt'a un tratto. Biancone mi diede una gomitata, soddi­sfatto di questa prova della nostra autorità. - Vedi cosa vuol dire? - mi disse piano, - siamo l'unpa.

- La bidella sta in campagna perché ha paura degli allarmi, - disse di lassù l'oscuro annaffiatore, - ma non è distante: se salite per quella strada, ve­drete là in cima una casa a un piano. Chiamate: «Bigìn! » e lei risponde.

- Grazie.

- Niente. E... voi che siete dell'unpa, la luce az­zurra così possiamo tenerla, o è proibito?

- Sì, sì, - rispondemmo noi con sufficienza, - è un po' troppo chiara, ma potete tenerla...

Biancone, piano, mi disse: - Quella puzza. Glie­lo diciamo?

- Cosa?

- Che è proibito. Richiama gli aeroplani nemici.

- Ma va', dài, - e prendemmo per la strada ac­ciottolata che saliva in campagna.

Dalle casette sparse trasparivano lievi lame di lu­ce azzurra e rumori attutiti: alzate di voci, acciotto­lio di piatti, pianto di bambini. La notte fuori era il rovescio della notte in casa: noi eravamo il passo sconosciuto che risuona per strada, il fischio della canzonetta che chi ancora non dorme cerca di se­guire mentre s'allontana e si perde.

Alla casa della bidella c'era un chiarore. Bianco­ne, per stabilire subito un rapporto autoritario, gri­dò: - Luce! Luce! - ma qui la luce restò accesa.

- Bigìn! - gridammo ancora, - Bigìn!

- Chi è?

- La chiave! Vogliamo la chiave della scuola!

- Chi siete?

- Siamo l'unpa! Luce! Ehi, quella luce! S'aperse una persiana, la luce sfolgorò senza schermi su tutto il quadrato della finestra, aprendo la vista colorata d'una cucina con i rami e gli smalti appesi ai muri, e la Bigìn disse: - E non statemi ad angosciare! - Aveva in mano un coltello che gron­dava gocce rosse, e mezzo pomodoro. Sbattè la persiana, tornò il buio e noi restammo accecati.

La Bigìn ci venne incontro sotto una bassa per­gola. C'era un graticcio di canne su cui andava po­sando i pomodori per salarli. Era una donnetta scura, cui l'alta pettinatura a chignon dava una suggestione d'imponenza. Restò lì sotto la pergola e continuò a salare i pomodori al buio, con gesti si­curi come se ci vedesse.

Con noi era sospettosa; o non aveva voglia di muoversi. - Ma siete proprio voi quelli dell'unpa?

- Certo, guardi: abbiamo anche il pigiama, - disse Biancone, come se fosse una risposta del tutto logica, e srotolò dal suo pacco un paio di calzoni a righe colorate reggendoseli davanti come se volesse dimostrare che era proprio la sua misura.

La bidella non parve trovar nulla da eccepire su quella strana presentazione di documenti. Disse so­lo: - Ma perché non c'è il maestro Belluomo?

Belluomo era un giovanotto, maestro elementa­re, che sovraintendeva appunto a questa storia dei turni di guardia.

- Perché ci siamo noi. Noi ci ha mandati lui. Finalmente la bidella lasciò i pomodori e s'asciu­gò le mani nel grembiule. Noi le dicemmo che non si disturbasse, che ci bastava avere le chiavi; mac­ché, voleva venire a mostrarci tutto lei, perché noi non sapevamo. - Avete una lampadina?

- No. Ci vediamo al buio, noi dell'unpa.

- Fa lo stesso. L'ho io, - e dalle tasche del suo gran grembiule tirò fuori una lampadinetta a pila, di latta, e ne proiettò un getto di luce che prese a muovere davanti ai suoi piedi come la punta d'un bastone, prima di fare un passo.

Così andavamo per quell'acciottolata discesa, tra muretti d'orti e di vigne, noi due dietro quella lenta bidella.

- Non me l'avevi detto, - feci a Biancone, - che mi portavi a passare la notte in campagna.



Biancone, senza dir nulla, sparì.

La bidella girò intorno la lampadina. - Dov'è andato, l'altro?

- E che ne so?

Saltò giù da un muretto tutt'a un tratto, Bianco­ne, quasi addosso alla bidella. Aveva due grappoli d'uva in mano. - Te', mangia, - disse, gettando­mene uno.

- Belle cose! - disse la bidella. - Se vi vede il pa­drone vi spara!

Ecco che eravamo i notturni ladri di frutta, quel­li cui mio padre minacciava sempre di sparare con lo schioppo caricato a sale e cui la mia fantasia di bambino legalitario cercava invano di dare un vol­to. Ecco che la sregolatezza della notte mi si ripre­sentava con quella remota immagine degli anni in­fantili.

- Belle cose! - diceva la bidella.

- To'! Un pollaio! - osservava Biancone, rivolto a me. - Eh, che ne dici?

Nel cielo senza luna a malapena si distinguevano le soffici ombre dei pipistrelli. Intorno alla lampadi­na della bidella svolazzavano brune farfalle nottur­ne. Un rospo che attraversava la strada restò abba­gliato. - Ehi, attenta che lo schiaccia! - Macché, le sgusciò tra i piedi.

Giungemmo a un punto dove la campagna finiva e s'indovinava in basso la discesa dei tetti. «Ora in­forca una scopa e vola sulla città», pensai. Ma la bi­della ci conduceva già verso la porta della scuola, e apriva.

Senza accendere la luce, ci guidò per i corridoi e le scale. Al chiarore della lampadina sfilavano le porte delle aule, i cartelloni didattici appesi ai muri. La bi­della si guardava intorno con aria d'apprensione, come timorosa di lasciare in nostra balìa quegli am­bienti e oggetti la cui pulizia e il cui ordine le costa­vano tanta fatica.

Ci fece salire molte scale e ci aperse il nostro allog­giamento, poi sparì. Mentre noi prendevamo posses­so della stanza, la sentivamo sciabattare e brontolare per i corridoi, ora a un piano ora a un altro. - Che cosa sta facendo? Chiude tutto a chiave? O vorrà re­stare tutta la notte anche lei a fare la guardia?

Tutt'a un tratto, giù a pianterreno il portone ge­mette sui cardini e la serratura scattò.

- Se n'è andata?

- E la chiave non ce l'ha lasciata? Ci ha chiusi dentro! Strega!

Andammo a vedere le finestre del pianterreno, ma quelle senza inferriate erano alte da terra, non tanto che non si potesse saltar giù, ma abbastanza perché poi non si potesse risalire.

Ci mettemmo al telefono per cercare quel Belluomo che doveva anche lui avere la chiave. A casa sua svegliammo la madre ma lui non c'era; alle altre scuole, dove dovevano trovarsi dei mo­bilitati come noi, nessuno rispondeva; alla Gil, al Fascio, niente: svegliammo o disturbammo mezza città e finimmo poi per trovarlo per caso in un caffè, dove volevamo chiedere che ci facessero scommettere per telefono sulle partite a boccette.

- Ah, sì, vengo subito, - fece quello sciagu­rato.

Aspettandolo, facemmo un giro per la scuola, nelle aule, in palestra: ma non trovammo nulla d'interessante, e non potevamo accendere le luci, perché mancavano quasi dappertutto le scherma­ture alle finestre. Tornammo a sdraiarci nelle no­stre brandine, a leggere e a fumare.

Quel giornale illustrato che Biancone m'aveva mezzo incendiato era pieno di fotografie di città dell'Inghilterra viste dall'aereo, con le bombe che ci cadevano sopra a grappoli. Noi non sapevamo cosa voleva dire e sfogliavamo le pagine distratti. Poi c'era raccontata tutta la storia di re Carol di Romania perché in quei giorni c'era stato un col­po di Stato e avevano cambiato re. L'articolo era divertente, soprattutto per noi che non eravamo abituati a leggere di intrighi di corte e di politica nei giornali. Lo lessi forte a Biancone. C'era la storia della Lupescu, che noi commentammo con risa ed esclamazioni eccitate, non tanto per la sto­ria in sé, quanto per quel nome: Lupescu, così morbidamente ferino e pieno di ombre.

- La Lupescu! La Lupescu! - gridavamo saltan­do sulle brande.

- La Lupescu! - gridavo per i corridoi echeggianti e affacciandomi alle finestre, guardando il buio manto della notte nel quale ancora non ero riuscito ad avvolgermi.

Biancone aveva trovato due maschere antigas. - Queste sono per noi! - Subito cercammo di calzar­cele in capo. Respirare era difficile, l'interno delle maschere aveva uno sgradevole odore di caucciù e di magazzino, ma erano oggetti a noi non del tutto inconsueti, perché fin da ragazzi, a scuola, la prati­cità della maschera antigas e la facilità a difendersi da eventuali, anzi, probabili attacchi di gas asfis­sianti ci erano state inculcate come articoli di fede. Così, con le teste trasformate in quelle di enormi formiche viste al microscopio, ci esprimevamo in muggiti inarticolati e giravamo semiciechi per gli androni della scuola. Trovammo anche degli elmet­ti, di quelli vecchi, della guerra del '15, delle accet­te, e delle lampadine a torcia schermate d'azzurro. Ora la nostra attrezzatura di «unpisti» era perfet­ta; ci armammo di tutto punto e sfilammo per i corridoi in parata, al canto d'una marcia: - Un-pà! Un-pà! - che però attraverso le maschere antigas suonava come un confuso: - Uhà! Uhà!

- U - e - u! - muggì Biancone avvolgendosi nel tendone d'una finestra con un movimento sinuoso.

- Uh! Uh! - gli risposi io, alzando l'accetta co­me in un grido di guerra.

Biancone fece segno di no. - U-e-u!- scandì ancora, sottolineando l'ancheggiare lascivo.

- Ah! - compresi con entusiasmo. - Lupescu! Lupescu! - e cominciammo a rappresentare le sce­ne d'una versione antigas della vita di re Carol e della sua amante.

Suonò il campanello. Era Belluomo. Ci facem­mo segno l'un l'altro di star zitti. Senza far rumore scendemmo nelle aule a pianterreno. Belluomo suonava ancora, bussava. Le finestre del pianterre­no, da cui prima avevamo studiato il modo di usci­re, le avevamo lasciate aperte. Ci affacciammo a due finestre diverse, con la maschera antigas, l'el­metto, i guantoni contro l'iprite, Biancone con in mano un'accetta, io col cannello d'una pompa. Belluomo era un giovane basso di statura, biondo, striminzito in una divisa di capomanipolo della Gil con sahariana e stivaloni. Stanco di suonare, non vedendo segno di vita né luci accese, fece per an­darsene. Biancone con l'accetta battè tre colpi. Bel­luomo si voltò verso quella finestra, vide una sago­ma affacciata. - Ehi! - disse. - Sei tu, Biancone? - Restammo zitti. Accese la sua lampadina a torcia e la puntò verso il davanzale. - Oh! - Aveva illumi­nato la maschera antigas e l'accetta. - Ehi, cosa hai lì? Sei matto? - In quella sentì uno scroscio d'ac­qua. Da un'altra finestra scendeva un getto che si spandeva sul marciapiedi. Ero io che avevo collega­to la pompa a un rubinetto.

Passava gente per strada e si fermò vedendo quell'armeggio. Belluomo aveva subito voltato il suo riflettore verso la mia finestra. Fece in tempo a vedere la mia maschera affacciarsi, le mie mani in­guantate ritirare la pompa e scomparire.

Ridiresse il fascio di luce sulla finestra di prima, ma non c'era più nessuno. I passanti gli erano ve­nuti intorno. - Cosa c'è? Cosa c'è? I gas? I gas? - A lui seccava dire che doveva essere uno scherzo, gli pareva di perderci d'autorità; e poi non capiva nemmeno tanto bene; era un tipo pignolo, senza senso d'umorismo.

- Là! Lassù! - disse un passante, e indicò una fi­nestra al terzo piano. Aveva visto apparire uno di quei muti fantasmi antigas. Belluomo cercò di rag­giungerlo con la luce della torcia elettrica. Scom­parve. - Ehi! Cretini! Scendete! - Al quarto piano ne apparve un altro. - Ma che c'è? - chiedevano i passanti, - ci sono i gas nelle scuole? - E Belluo­mo: - Ma no, non è niente... - Noi continuavamo ad apparire e sparire da quelle finestre. - Ci sono le manovre? - chiedeva la gente. - Niente, niente; sgombrare, sgombrare, - e li mandò via. Ci erava­mo divertiti abbastanza e smettemmo.

Questo Belluomo non aveva poca né punta auto­rità. Era un buon ragazzo, bisogna dire, o comun­que non aveva abbastanza memoria e vivacità di sentimenti per essere vendicativo. - Oh, ma cos'a­vete fatto, ma siete scemi, ma è proprio una cosa da scemi, - cominciava a inveire con la sua cantile­na lagnosa, con i suoi stracchi insulti, ma già si ca­piva che quel po' di animazione che c'era in lui s'andava velocemente smontando, perché nella sua testa tutto tendeva a minimizzarsi e ad appiattirsi. Quel nostro spettacolare dileggio della sua autorità e dei nostri doveri era completamente sprecato per lui: ci considerava con l'accento di fastidio consuetudinario del maestro che non sa tenere la discipli­na. Quindi, dopo un po' di lamentosi rimproveri, passò a farci le consegne del materiale, che già del resto avevamo collaudato per conto nostro, e a spie­garci i nostri compiti. Ci condusse nelle soffitte, ci mostrò le casse di sabbia da spargere per neutraliz­zare gli spezzoni incendiari.

Si era molto rinfrancato e pareva tornato consa­pevole della sua autorità. Ci consegnò la chiave, raccomandandoci di non lasciare il palazzo incusto­dito per nessuna ragione.

- Signorsì, signorsì, sarà fatto... Adesso usciamo e andiamo insieme a donne, - gli disse Biancone, con la sua aria inappuntabile.

Belluomo aprì la bocca, corrugò la fronte, si strinse nelle spalle e se n'andò brontolando. Era tornato cupo e infelice.

Uscimmo di lì a poco. Era passata mezzanotte. Continuava quel tiepido buio senza stelle e senza vento. Nelle vie non passava quasi nessuno. In piaz­za, sotto il semaforo occhieggiante c'era l'ombra di un uomo bassotto, col puntino della sigaretta acce­sa. Biancone lo riconobbe dalla posa, a mani in ta­sca e gambe larghe. Era un amico suo, Palladiani, un gran nottambulo. Biancone fischiò un motivo di canzone che doveva avere un significato speciale per loro; l'altro prese a canterellare il seguito come in un improvviso scoppio d'allegria. Ci avvicinammo. Biancone voleva scroccargli una sigaretta, ma Pal­ladiani disse di non averne e riuscì anzi a scroccarne una a Biancone. Alla luce del cerino mi apparve il suo pallido viso di giovanotto invecchiato.

Disse che aspettava una certa Ketty, a Biancone ben nota, che era andata a una festa in una villa, e ora doveva essere di ritorno. - A meno che non si fermi là, - disse ridendo improvvisamente e ac­cennando a un motivetto di fox-trot. Raccontò anche di come, vedendo una certa Lori con una certa Rosella, le avesse detto una frase allusiva che io non capii ma che Biancone mostrò di ap­prezzare moltissimo. Poi ci chiese: - E i nuovi scherzi da oscuramento li sapete? - No, - dicem­mo e lui ce li spiegò. Ne fummo entusiasti, e subi­to volevamo metterli in pratica. Ma Palladiani, preso da non so quali misteriosi impegni, ci salu­tò, e s'allontanò canterellando.

Gli scherzi da oscuramento erano, per esempio, questo: camminavamo in due molto in fretta, con le sigarette accese; vedevamo avvicinarsi sullo stesso marciapiede un passante isolato che veniva in direzione contraria; allora, continuando a cam­minare fianco a fianco alzavamo uno la destra e l'altro la sinistra, sporgendo la sigaretta accesa al­l'altezza delle nostre teste; il passante vedeva i due puntini delle sigarette discosti e credeva di poter passare in mezzo, invece si trovava tutt'a un trat­to la via sbarrata da due persone e restava lì come un citrullo. Poi si poteva fare anche l'inverso: camminare discosti, ai due margini del marciapie­de e tenere invece le sigarette vicine, in mezzo a noi; il passante credendo che camminassimo nel bel mezzo del marciapiede si faceva da una parte, così andava a urtare contro uno di noi; balbetta­va: - Oh, scusi! - e si faceva prontamente dalla parte opposta, dove si trovava naso a naso col se­condo.

In questi giochi passammo alcuni piacevoli quar­ti d'ora, finché trovammo passanti adatti. Alcuni, disorientati, chiedevano scusa, altri masticavano improperi o accennavano ad attaccar lite, ma noi scantonavamo in fretta. Io mi turbavo ogni volta, immaginando in ciascun passante che avanzava un misterioso personaggio notturno, tipi da coltello, loschi ubriachi. Erano invece o professionisti che soffrivano d'insonnia e portavano a spasso cani da caccia, o scialbi giocatori d'azzardo che rincasava­no dalla partita, o operai del turno di notte del gasometro. Per poco non facevamo lo scherzo a due carabinieri, che ci guardarono brutto. - È tutto in ordine in giro? - disse loro Biancone, sfrontato, mentre io lo tiravo per una manica.

- Che? Che volete? - fecero i carabinieri.

- Siamo dell'unpa, di servizio, - fece loro Bian­cone; - dicevo: è tutto in ordine?

- Eh? Sì, sì, in ordine -. Salutarono non ben convinti e passarono via.

E donne sole, anche, avremmo voluto trovare, e non ce n'erano, tranne una matura prostituta con cui il gioco non riuscì perché tendeva non a evitare lo scontro ma a provocarlo. Accendemmo un ceri­no per esaminarla e subito spegnemmo. Dopo una brevissima intervista la lasciammo perdere.

Più che per le vie larghe questi scherzi erano buoni per le piccole strade strette e buie, a gradini, che scendono dalla città vecchia. Ma là il gioco era già l'ombra, il disegno delle arcate e delle ringhiere, la stretta delle case sconosciute, la notte stessa, e noi smettemmo di armeggiare con le nostre siga­rette.

Già dal colloquio con Palladiani io avevo capito che Biancone non era poi quel conoscitore della vi­ta notturna che io m'aspettavo. Aveva sempre un po' troppa fretta di dire: - Sì... già... no, proprio lei! - a ogni nome che Palladiani citava, preoccu­pato di mostrarsi al corrente; e certo all'ingrosso lo era, ma doveva, la sua, essere un'infarinatura su­perficiale e lacunosa, in confronto alla perfetta pa­dronanza che Palladiani dimostrava. Anzi, io ave­vo guardato Palladiani allontanarsi con un po' di rimpianto, al pensiero che lui e lui solo, e non Biancone, potesse introdurmi nel cuore di quel mondo. Ora, scrutavo ogni mossa di Biancone con occhio critico, attendendo di riconfermarmi nella primitiva fiducia, o di perderla del tutto.

Certo, io provavo per questa nostra passeggiata notturna un senso di delusione. O comunque, un'impressione opposta a quella attesa. Giravamo in una povera stretta via; non passava nessuno; nelle case era spenta ogni luce; eppure ci si sentiva in mezzo a tanti. Le finestre seminate in disordine per le oscure pareti erano aperte o socchiuse, e da ognuna usciva un sommesso respiro e talora un cu­po russare; e il ticchettio delle sveglie; e il gocciolio dei lavandini. Eravamo in strada e i rumori erano rumori di casa, di cento case insieme; e perfino l'a­ria senza vento aveva quella pesantezza che il son­no umano fa gravare nelle stanze.

La presenza di estranei addormentati suscita negli animi onesti un naturale rispetto, e noi nostro malgrado ne eravamo intimiditi; e quell'accordo rotto e irregolare d'ansiti, e il ticchettio delle sve­glie, e la povertà delle case, davano l'impressione d'un riposo precario, affaticato; e i segni della guerra che intorno si vedevano: luci azzurre, pali per puntellare i muri, mucchi di «sacchi a terra», le frecce che indicavano i rifugi, e perfino la nostra stessa presenza parevano minacce a quel dormire di gente stanca. Così, noi avevamo abbassato la voce, avevamo senz'accorgercene dimesso la nostra men­talità di schiamazzatori, di ribelli alla regola, di violenti contro ogni rispetto umano. Il sentimento che ora ci dominava era una sorta di complicità con la gente sconosciuta che dormiva dietro quelle mura, l'impressione di scoprire un qualche loro se­greto, e di saperlo rispettare.

La strada finiva in una scala con la ringhiera di ferro, e sotto, in un incerto chiarore lunare, era una piazza vuota, coi banchi e i cavalletti del mer­cato accatastati. E tutt'intorno, l'anfiteatro delle vecchie case gonfie di sonno e di respiro.

Da una via che scendeva nella piazza risuonò un passo e un canto: era un coro, sguaiato, fatto di voci senz'accordo né calore; e un pestare di scarpo­ni. Venne giù una squadra della milizia, gente di mezza età, uno dietro l'altro, e ancora altri in un gruppo che li raggiungeva di corsa, in camicia ne­ra, insaccati nella rozza divisa grigioverde, con gli schioppi e i tascapani sobbalzanti. Cantavano un ritornello volgare, ma con qualche esitazione e ti­midezza, come si sforzassero, ora che la notte li affrancava da ogni parvenza di disciplina, d'osten­tare la loro natura di soldati di ventura, nemici a tutti e superiori alla legge.

L'irruzione loro in quel punto portò un vento di violenza; mi s'aggricciò la pelle come a un trat­to fossi piombato nella guerra civile, una guerra il cui fuoco era da sempre durato nella cenere e di tanto in tanto levava una lingua di fuoco.

- Guarda che banda! - disse Biancone, e fermi alla ringhiera, li guardavamo allontanarsi nella piazza vuota, rintronante ai loro passi.

- Donde vengono, sì, donde vengono? Cosa c'è, su di là? - chiesi io, sicuro che uscissero da chissà quale bordello, mentre forse era una squa­dra che tornava dal suo turno in qualche inutile corpo di guardia sulla montagna, o da qualche marcia di manovra.

- Su di là? Ah, sì, ci dev'essere... - fece Bian­cone, tradendo ancora la sua limitata competenza. - Ma vieni con me, so io dove portarti!

L'apparizione dei militi aveva rotto quell'atmo­sfera di quiete che ci sovrastava: ora eravamo te­si, eccitati, con un bisogno d'azione, d'impre­visto.

Scendemmo per la scala, verso la piazza.

- Dove andiamo? - chiesi.

- Ah! Dalla Lupescu! - fece lui.

- La Lupescu! - gridai, e mi feci da parte per­ché stava salendo la scala un uomo curvo, con la testa grigia quasi rapata, in maniche di camicia, che saliva appoggiandosi con una grossa mano nodosa alla ringhiera. L'uomo, senza guardarci in faccia, continuando a salire, disse, con una forte voce baritonale: - Lavoratori...

Biancone stava già brontolando una risposta, - che c'era poco da sfottere, che lavoravamo anche noi, a modo nostro, - quando il vecchio, che intan­to era arrivato in cima alla scala, soggiunse, sempre forte, ma in un tono più basso: - ... unitevi!

Io e Biancone ci fermammo.

- Hai sentito?

- Sì...

- Sarà un comunista?

- «Lavoratori, unitevi!» È un comunista, hai sentito?

- Ma non pareva mica un ubriaco?

- Macché: camminava su dritto. È un comuni­sta! Ce n'è pieno, nella città vecchia!

- Andiamo a parlargli!

- Dài! Raggiungiamolo!

Ci voltammo e prendemmo di corsa su per la scala.

- Ma cosa gli diciamo?

- Prima gli facciamo capire che con noi può par­lare... Poi gli chiediamo che ci spieghi quella frase...

Ma l'uomo non c'era più; di là si dipartivano di­versi vicoli; corremmo dall'uno all'altro, a caso; era scomparso; non si capiva dove potesse essersi cacciato, in così poco tempo; ma non lo ritrovam­mo più.

Eravamo pieni di curiosità e di smania: smania di strappare i freni, di fare cose nuove e proibite. Ma l'immagine in cui più facilmente s'esprimeva quest'impreciso desiderio era quella del sesso, e co­sì ci dirigemmo verso la casa d'una certa Meri-meri.

Stava, questa Meri-meri, in una bassa casa, con al pianterreno stalle di carrettieri, posta al margine tra il fitto ammucchio di case della città vecchia e gli orti della campagna. La strada acciottolata usci­va da un archivolto buio, e dopo la casa di Meri-meri continuava fiancheggiata da una rete metalli­ca, oltre la quale una valanga d'immondizie frana­va per un incolto pendio.

Con Biancone mi feci sotto quella casa, a una cui finestra trapelava luce dietro la spessa tendina; Biancone fischiò due volte, poi chiamò: - Meri-meri!

La tendina si sollevò e alla finestra apparve il bianco d'una donna, un viso lungo, pareva, circon­dato dal nero dei capelli, e le spalle, le braccia.

- Che c'è? Chi siete?

- La Lupescu! - dissi piano a Biancone. - Di', è la Lupescu, quella lì!

Biancone cercava di mettersi nella luce d'un fio­co lampione. - Sono io, mi riconosci? Ma sì, che sono venuto l'altra settimana! Sono qui con un amico. Ci fai salire?

- No. Non posso -. Riabbassò la tendina. Biancone fischiò ancora, chiamò. - Meri-meri! O Meri-meri! - Prese a tempestare di pugni l'uscio.

- Deve aprire, perdìo! Perché non può?

La donna s'affacciò ancora. Adesso aveva una sigaretta in bocca. - Non sono sola. Tornate tra un'ora -. Restammo un po' in ascolto, finché sentimmo che veramente nella sua stanza ci doveva es­sere un uomo.

Riprendemmo a girare. Ora eravamo in una strada tra i quartieri vecchi e i nuovi, dove le case antiche e anguste avevano una dubbia verniciatura cittadina e moderna.

- Questa è una via buona, - diceva Biancone. Un'ombra ci venne incontro: era un ometto calvo, in sandali, vestito d'un paio di pantaloni e d'una canottiera, nonostante l'ora non calda, e con una stretta sciarpa scura legata al collo.

- Di', giovanotti, - disse sottovoce, e sbarrava due tondi occhi circondati da folte sopracciglia ne­re, - volete far l'amore? Volete andare da Pierina? Eh? Se volete vi do io l'indirizzo...

- No, no, - dicemmo, - abbiamo già un appun­tamento.

- È bella la Pierina, sapete. Eh? - ci soffiava in viso l'ometto, con quegli occhi spiritati.

Ma noi avevamo visto un altro personaggio avanzare in mezzo alla strada, una ragazza zoppa, non bella, con una maglia di quelle dette « niki » e i capelli tagliati corti. S'era fermata a una qualche distanza da noi. Scansammo l'ometto calvo e ci av­vicinammo alla ragazza. Lei avanzò una mano con un pezzo di carta. - Chi è il signor Biancone? - chiese con un filo di voce. Biancone prese il bigliet­to. Alla luce d'un lampione leggemmo scritto in una chiara calligrafia un po' scolastica: «Il piacer dell'amor lo sai tu? - Vito Palladiani».

Il significato del messaggio e il modo in cui ci veniva recapitato erano misteriosi, ma lo stile di Palladiani era inconfondibile.

- Dov'è Palladiani? - chiedemmo alla ragazza.

Sorrise storto. - Venite con me.

Entrò in una buia porta e salimmo per una stret­ta ripida scala senza pianerottoli. Bussò a un uscio con un segno convenuto. L'uscio s'aperse. C'era una stanza dalla tappezzeria a fiori, una vecchia truccata, seduta in una poltrona e un grammofono a tromba in un angolo. La ragazza zoppa aperse una porta e passammo in un'altra stanza, piena questa di gente e di fumo. Stavano attorno a un ta­volo dove si giocava a carte. Nessuno si voltò verso di noi. La stanza era tutta chiusa, e il fumo così spesso che quasi non ci si vedeva, e il caldo tale che tutti sudavano. Nella cerchia di persone in piedi che guardavano gli altri giocare c'erano anche delle donne, non belle né giovani; una era in reggipetto e sottana. La ragazza zoppa intanto ci aveva fatto entrare in una specie di salotto giapponese.

- Ma dov'è Palladiani? - chiedemmo.

- Ora viene, - disse lei, e ci lasciò lì. Studiavamo il luogo, quando entrò Palladiani, in gran fretta, con tra le braccia un mucchio di lenzuo­la spiegazzate. - Carissimi, carissimi, come va? - disse tutto allegro come sempre. Era in maniche di camicia e portava una cravatta a farfalla, a colori vivaci, che ero certo non avesse quando l'avevamo incontrato per la via.

- L'avete vista Dolores? Come? Non conoscete Dolores? Ah, ah! - e andò via con quella bracciata di lenzuola.

- Ma che razza di mestiere fa, questo Palladia­ni? - chiesi a Biancone, - si può sapere?

Biancone si strinse nelle spalle. Entrò una donna, un tipo ancora ben portante, con un viso sfatto e incipriato. - Ah, è lei Dolores? - chiese Biancone.

- Ma va', - rispose quella, e uscì da un'altra porta.

- E be', aspettiamo.

Dopo poco rientrò Palladiani. Si sedette tra noi sul divano, ci offerse da fumare, ci battè una mano sulle ginocchia. - Ah, ah, carissimi, Dolores, vi di­vertirete.

- Ma quanto costa? - chiese Biancone, senza la­sciarsi influenzare da quell'entusiasmo.

- Mah, quanto avete dato alla signora, entran­do? Sì, nell'ingresso... Come, niente? Qui si dà pri­ma, alla signora... - e si stringeva nelle spalle e apriva le braccia con aria di dire: «Così sono le usanze, che volete fare? »

- Ma quanto?

Palladiani, storcendo un po' la bocca, disse una cifra. - In una busta, vi consiglio, è più fine, sì...

- Allora, - fece Biancone, - andiamo subito, an­diamo subito a pagare...

- Ma no, - disse Palladiani, - ora non importa, pagherete dopo...

- Eh, meglio subito, - disse Biancone, e già mi faceva attraversare la stanza dei giocatori e poi quell'anticamera e mi spingeva nelle scale.

- È matto! - diceva, mentre correvamo giù.

- Via di qui, presto! Con Meri-meri paghiamo la metà.

Per la via trovammo quell'ometto in canottiera.

- Eh, siete stati da Pierina? - ci chiese. - Gliel'avete detto: inginocchiati?

- No, non ci siamo stati, - rispondemmo senza fermarci.

Ma lui trotterellava a ritroso, continuando a starci davanti, con quei tondi occhi luccicanti: - In­ginocchiati! Le si dice: Inginocchiati! E lei, la Pie­rina s'inginocchia...

Tornammo da Meri-meri. Questa volta, ai nostri richiami scese e socchiuse l'uscio. La vidi bene: era alta, magra ed equina, con seni oblunghi; non guardava in faccia, teneva fissi davanti a sé gli oc­chi socchiusi sotto un ciuffo crespo di capelli.

- Dài, facci entrare, - le diceva Biancone.

- No, è tardi, ora dormo.

- Ma di', siamo stati ad aspettarti tutta la notte.

- E be', adesso sono stanca.

- Stiamo solo cinque minuti, Meri-meri.

- No, siete in due, non vi faccio salire, in due.

- Ma cinque minuti tutti e due...

- Allora... - feci io, - io aspetto... Eh? Io aspet­to fuori...

- Be', - fece Biancone, - salgo io e poi sale lui, va bene? - E a me: - Aspettami un quarto d'ora e scendo, poi vai tu. - La spinse in casa ed entrò.

Io presi la strada verso il mare. Traversai la cit­tà. Per la via principale passava una colonna d'au­tocarri militari. Proprio in quel momento fece so­sta. Alle luci lattiginose dei fanali si vedevano i mi­litari scendere, sgranchirsi braccia e gambe, guar­dare intorno con occhi assonnati la città buia e sco­nosciuta.

Subito venne l'ordine di ripartire. I conducenti risalirono al volante, gli altri s'issarono e scompar­vero nel buio dei convogli. La colonna, raspando nei suoi motori, seminvisibile agli occhi accecati dall'alternarsi di luce e buio, passò e scomparve co­me non fosse mai esistita.

Arrivai al porto. Il mare non luccicava, lo si sen­tiva solo allo sciacquio contro la viscida murata del molo, e all'antico odore. Un'onda lenta lavorava gli scogli. Davanti alla prigione camminavano le guardie carcerarie. Mi sedetti sul molo, in un punto riparato dall'aria. Davanti a me c'era la città con le sue incerte luci. Ero assonnato e scontento. La not­te mi respingeva. E non m'attendevo nulla dal gior­no. Cosa dovevo fare? Avrei voluto smarrirmi nel­la notte, votarmi anima e corpo a lei, al suo buio, alla sua rivolta, ma capivo che quel che in lei at­traeva era solo una sorda, disperata negazione del giorno. Ora nemmeno la Lupescu del vicolo m'atti­rava più: era una donna pelosa e ossuta, e casa sua puzzava. Avrei voluto che da quelle case, da quei tetti, da quella muta prigione, qualcosa che fer­mentava nella notte s'alzasse, si svegliasse, aprendo un giorno diverso. «Solo i grandi giorni, - pensai, - possono avere delle grandi notti».

Una squadra di pescatori veniva alle barche lega­te al molo, portando remi e reti. Parlavano a voce alta, in quel silenzio. Per l'alba dovevano essere al largo. Armarono le barche, partirono, scomparve­ro nell'acqua buia, e ancora si sentivano le loro vo­ci in mezzo al mare.

Il senso di quel risveglio al buio, di quella squallida partenza, di quel remare nell'aria fredda di prima dell'alba, mi raddoppiò la pesantezza degli occhi e i brividi. Allargai le braccia in un tremante sbadiglio. E in quel momento, come uscisse dal mio petto, s'alzò il boato della sirena. Era l'al­larme.

Mi ricordai allora della scuola che avevamo la­sciato incustodita e corsi verso la città. Erano tem­pi in cui da noi non si sapeva ancora cosa fosse il terrore; passando per le vie si vedevano appena i segni del brusco, generale risveglio: voci nelle case, luci schermate accendersi e subito rispegnersi, e persone mezzovestite sulle soglie dei rifugi che guardavano per aria.

Giunsi alla scuola, - avevo io la chiave, - entrai, feci un giro per le aule aprendo i vetri come m'ave­vano insegnato. Spalancando una finestra sentii il ronzio: figlio e re di quell'assurdo mondo notturno l'aeroplano carico di bombe traversava il cielo. Io cercavo di raggiungerlo con lo sguardo, e più anco­ra cercavo d'immaginarmi l'uomo lassù seduto nel­la sua carlinga, in mezzo al vuoto, che decifrava la rotta. Passò; il cielo ritornò deserto e silenzioso. Tornai nella nostra stanza e mi sedetti sulla bran­da. Sfogliando il giornale, mi passarono sotto gli occhi le città inglesi sventrate, illuminate dai proiettili traccianti. Mi spogliai e mi coricai. Suo­nava la sirena; l'allarme era finito.

Biancone arrivò poco dopo. Era fresco, ben pet­tinato, ciarliero, come cominciasse allora la serata. Mi disse di come l'allarme gli aveva guastato l'a­more sul più bello, e descrisse scene improbabili di donne mezzo nude che scappavano in rifugio. Lui seduto sulla branda, io coricato, continuammo a discorrere per un pezzo, fumando. Alla fine si cori­cò anche lui; ci augurammo buon giorno e sogni felici; era l'alba.

Io però adesso non riuscivo a dormire e mi rigi­ravo nella branda. A quell'ora mio padre s'era già alzato, s'era affibbiato ansando i gambali, e infila­to la cacciatora gonfia d'arnesi. Mi pareva di sen­tirlo muovere per la casa ancora addormentata e buia, svegliare il cane, chetare i suoi latrati, e par­largli e rispondergli. Scaldava la colazione al gas, per il cane e per sé; mangiavano insieme, nella fredda cucina; poi si caricava una cesta a tracolla, un'altra in mano, e usciva, a lunghi passi, la bianca barba caprina avvolta nella sciarpa. Per le mulat­tiere della campagna il suo passo pesante, accom­pagnato dal sonaglio del cane, e il suo continuo tossire e scatarrare erano come il segno dell'ora, e chi abitava lungo la sua strada sentendolo mezzo nel sonno capiva che era tempo di levarsi. Giunto col primo sole al suo podere, dava la sveglia ai con­tadini, e prima che fossero sul lavoro aveva già gi­rato fascia per fascia e visto il lavoro fatto e da fa­re e cominciato a gridare e imprecare riempiendo della sua voce la vallata. Più s'inoltrava nella sua vecchiaia, più la sua polemica col mondo si concre­tava in quell'alzarsi presto, in quell'essere il primo in piedi in tutta la campagna, in quella perpetua accusa verso tutti: figli, amici, nemici, d'essere un branco d'inutili infingardi. E forse i soli momenti suoi felici erano questi dell'alba, quando passava col suo cane per le note strade, liberandosi i bron­chi del catarro che l'opprimeva la notte, e guardan­do pian piano dal grigio indistinto nascere i colori nei filari delle vigne, tra i rami degli olivi, e ricono­scendo il fischio degli uccelli mattinieri uno per uno.

Così seguendo col pensiero i passi di mio padre per la campagna, m'addormentai; e lui non seppe mai d'avermi avuto tanto vicino.







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