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Il Sinai o la legge negoziata

sociologia


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Il Sinai o la legge negoziata

Il Sinai o la legge negoziata

Normalmente abbiamo un ricordo dell'episodio del Monte Sinai dato dagli antichi testi sacri: un fragore di tuoni e circondato da nembi, un Dio onnipotente enuncia la legge ad un popolo tremante riunito ai piedi della montagna. Si alimenta l'idea di un diritto autoritario ed unilaterale. Si suggerisce un verbo giuridico integrale, intangibile, inalterabile. Rinvia ad una trascendenza totalizzante di un Dio onnipotente la cui immagine annulla quella dei sudditi. Il modello di una legislazione di origine divina evoca alla coscienza contemporanea un regime di eteronomia da cui scaturisce la moderna rivendicazione di autonomia, costitutiva della morale e del diritto. Una attenta rilettura di vari testi (Esodo, levitico, Numeri, Deuteronomio) dà un'altra analisi degli eventi fondanti dell'identità di Israele: la fuga dall'Egitto del popolo ebraico, la traversata del deserto, il dono della legge ed il cammino verso la terra promessa. Più che un'affermazione autoritaria della legge si tratta attraverso un lungo e difficile apprendimento del dialogo di un modo interattivo di produzione della legge: un Dio ed un popolo apprendono insieme le condizioni del rispetto dell'alterità  che passa attraverso l'affermazione della libertà e l'enunciato della legge. In questa esperienza si realizza l'opposizione tra l'eteronomia e l'autonomia. Da un lato un Dio che rompe con l'antica concezione dell'onnipotenza divina (naturale, cosmica, astrale) sia con la sua traduzione antropologica di potere arbitrario e geloso. Tutto ciò per iniziare una storia con gli uomini pur se ancora un'alleanza asimmetrica, ma nel proseguo accettare di sottoporsi alle clausole di questo contratto diventato legge comune. L'Altro non è il tutt'Altro dal momento che accompagna la storia degli uomini (Ricoeur). L'uomo che si impegna nell'alleanza deve togliersi dalla logica della legge repressiva (faraoni) che lo rende schiavo. Anche lui è impegnato alla pratica della libertà, simboleggiata dal passaggio del Mar Rosso e dalla traversata del deserto. C'è una legge che  libera poiché liberamente assunta, non più comando arbitrario. La libertà prende anche la forma di responsabilità che viene intesa come risposta ad un appello, alla promessa offerta, all'impegno assunto. Nella dialettica tra eteronomia ed autonomia libertà, legge ed alleanza si condizionano reciprocamente. L'autonomia non si assoggetta all'eteronomia in quanto  la legge, pur essendo quella dell'altro, è stata interiorizzata nelle categorie dello scambio dei consensi (tema ripreso dai profeti Geremia ed Ezechiele dove la legge non è più scolpita in tavole di pietra ma scritta nei cuori). Proprio perché esiste una chiamata con offerta di alleanza prende forma una risposta in termini di obbligo liberamente assunto (relazione interpersonale della responsabilità). Dal fondamento di questa responsabilità si arriva alla categoria della fiducia reciproca e perfino a quella dell'amore. Un amore che attrae verso l'alto le sfere della giustizia (commutativa, distributiva, correttiva). Riconoscendosi reciprocamente in debito gli uomini gli uomini possono prendersi la loro parte di legge in un gesto di liberazione. Disposizione al bene attribuita all'uomo. Questa reciproca trasformazione dell'uomo, di Dio, della libertà e della legge viene iscritto in un processo di lunga durata il cui risultato non è mai garantito. La storia viene vista come esperienza aperta, che mette a rischio la libertà umana. Questa storia è letteralmente quella della prova e della trasformazione (il termine ebreo significa appunto passaggio, trasformazione). Questa è la storia di un apprendimento, l'acquisizione della libertà e della responsabilità per l'uomo, la rinuncia alla collera ed alla vendetta da parte di Dio, la progressiva istituzione di un'idea di popolo nel passaggio da condizione di massa o branco a quella di gruppo istituito. Nel lento lavorio del sociale su sé si può scorgere l'abbozzo di una ris 141c21b posta ai paradossi logici di secoli dopo.  A Rosseau sarebbe piaciuto che il popolo fosse, prima delle leggi, ciò che doveva divenire grazie a queste. E' significativo il fatto che la legge e l'alleanza sancite sul Sinai si collocano in una successione apparentemente ininterrotta di leggi ed alleanze sempre più antiche: la proibizione di consumare i frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male, le promesse fatte ad Abramo, Isacco e Giacobbe, l'alleanza suggellata con Noé e con Adamo. La prima legge data agli esseri umani sotto forma di imperativo è quella della Genesi 1,28 della fecondità e della gestione della terra. Tutto avviene come se il gioco delle promesse e delle leggi fosse già iniziato da sempre, risalente ad un passato immemorabile. L'antecedente radicale della legge o del patto è condizione di possibilità del diritto: esiste una regola istituita (o un contratto effettivamente concluso) solo perché la possibilità dell'istituzione viene attestata da antichissime alleanze. Il secondo aspetto del modello biblico è essenzialmente narrativo, che si presenta sottoforma di una storia o più storie ed il cui senso si rivela solo quando viene ripreso sotto forma di racconto narrato. Il prescrittivo si  produce attraverso il modo narrativo (interazione tra raccontare ed ordinare). La narrazione non fornisce solo uno sfondo storico all'applicazione della legge come praxis storica ma la legge viene inglobata nel processo dinamico del rapporto tra Dio e l'umanità. Pur essendo per definizione la legge universalmente a-temporale qui paradossalmente diventa un'opzione storica. La narrazione rinvia il lettore alla prescrizione e la prescrizione rinvia il lettore alla narrazione. Il racconto semplifica la regola e la regola eleva il racconto al rango di paradigma. Il racconto degli eventi non è una cronaca qualsiasi, ma questi eventi sono portatori di un'esigenza normativa che riguarda l'ascoltatore o il lettore, lo coinvolge, lo impegna. Il racconto lo coinvolge progressivamente nell'evento rivelato (nel testo dell'Esodo c'è un intrecciarsi di racconti e leggi e questo riveste dal punto di vista antropologico un grande interesse). Il testo stesso costituisce l'iniziazione alla lettura. Quando Mosé fa col popolo la prova dell'ascolto, anche il lettore, come un'eco, è invitato a percorrere lo stesso cammino. Il lettore ideale, quello che sa individuare i messaggi. Dai racconti biblici (pieni di rumore, di furore e di turpitudini) attingono sia il modello della buona fede (autorità/lealtà) che quello della mala fede (comando/mercanteggiamento). Da questo secondo modello si inizierà il percorso della peregrinazione nel deserto del popolo di Israele .



1)           l'uscita dall'Egitto o il presentimento del diritto

I vari capitoli dell'Esodo registrano vari eventi tra cui la schiavitù del popolo d'Israele sotto il giogo egiziano, la missione di Mosé presso il Faraone per consentire la partenza degli Ebrei verso il deserto dove li aspetta il loro Dio, il lungo negoziato che ne segue contrassegnato dai pentimenti ripetuti del Faraone e dai castighi divini (le 10 piaghe o colpi) e finalmente dopo la decima piaga l'uscita dall'Egitto, il passaggio del Mar Rosso e l'inizio della traversata del deserto. Per la prima volta un popolo si erge contro il Faraone e rivendica come diritto la propria libertà. Fu un evento unico nella storia: vi furono molte sommosse di schiavi nell'antichità e rivolte di contadini nel Medio Evo ma nessuna di loro fu in grado di far nascere un popolo o di istituire un regime giuridico. L'unicità sta nel fatto che l'uscita dall'Egitto non è una fuga vergognosa e clandestina, ma un'uscita diurna ed in buon ordine, rivendicata e strappata come un diritto. Israele si affranca dalla propria condizione di schiavitù e dall'istituzione stessa della schiavitù. Il popolo di Israele si mette in cammino nel nome di una diversa idea del diritto e da qui nascono gradualmente le basi per la sua organizzazione. La storia della legge negoziata inizia con una liberazione. Il Faraone rappresenta il sovrano autodivinizzato, si suppone generato da se stesso e fonte di ogni vita. Letteralmente al mondo c'è solo lui. Il suo linguaggio è quello dell'onnipotenza e della forza naturale. Il suo discorso è quello della forza e non dell'interlocuzione. La sua autorità viene mantenuta da una casta di sacerdoti ed indovini che imprigionano il popolo nell'ignoranza e nell'illusione. La temporalità del Faraone è a-cronica poiché autogeneratosi è padre e figlio di se stesso, sprovvisto di memoria e di progetto. Di fronte a lui un piccolo popolo di schiavi guidati da Mosé, un vecchio dall'eloquio difficile che non sarà mai il re di Israele (al limite il suo portavoce) accompagnato dal fratello Aronne e dagli Anziani del Popolo. Una figura esitante che accetta la missione che gli ha affidato Dio solo dopo una lunga trattativa e di numerose reticenze. Un uomo che tuttavia alza la testa come il popolo di Israele che ha conservato la propria identità dopo anni di schiavitù. Il  mondo faraonico è all'opposto di quello di Israele. Il primo è un universo chiuso e gerarchizzato, il secondo è fondato su un principio di apertura e un'organizzazione sociale fondata sull'uguaglianza di diritto delle tribù e delle famiglie. La legge del Faraone ha la forma del comando autoritario, la legge di Israele, la Torah, è un insegnamento che chiede di essere comunicato, diffuso da tutti. Mentre le liturgie egiziane sono monopolizzate dai sacerdoti, Israele farà l'esperienza della democratizzazione del culto dove perfino la pratica di certi sacrifici (es. il rito pasquale, tramite indispensabile per il rapporto con la divinità) è una responsabilità affidata ad ogni capofamiglia. Mosè e Aronne si sono presentati al Faraone e gli hanno chiesto di lasciar partire il popolo di Israele verso il deserto per celebrare il culto del proprio Dio. A questo punto ha luogo una prova di forza tra l'alleanza di Dio col suo popolo e la malafede del despota dall'altro. Israele trae la propria energia dall'antica alleanza che Yahweh ha concluso con Abramo e confermato ad Isacco e Giacobbe. Israele ha avuto la forza di rianimare la memoria di un'antichissima promessa. Dio da parte sua sembra intenzionato a mantenere l'impegno. In questo spazio si situa il gesto di liberazione, ma è un tentativo ancora fragile poiché ogni istante è in agguato la tentazione di adattarsi alla schiavitù. Gli israeliti non ascoltarono Mosé tanto erano scoraggiati. E queste osservazioni figurano decine di volte nel testo. Si comprende meglio l'obbligo imposto al popolo di dover raccontare ogni anno, nella notte tra il 14 ed il 15 Nissan, il racconto dell'uscita dall'Egitto alle future generazioni. Per assicurare la trasmissione della storia e per mantenere viva l'alleanza è fatto obbligo di raccontare : il narrativo ed il prescrittivo si fondono (anche Deuteronomio dove c'è l'obbligo di leggere la legge intera al popolo ogni 7 anni, in occasione dell'anno della remissione. Di fronte a tale rivendicazione il Faraone si oppone con  tutte le risorse della propria umana potenza. Mosé ed Aronne avevano formulato la loro richiesta nel linguaggio del diritto ma il Faraone a ciò risponde con una manifestazione di forza cercando di spezzare la resistenza del popolo attraverso nuove incombenze (gli schiavi devono raccogliere le cataste di paglia necessarie per fabbricare i mattoni). Mosé allora sta al gioco del Faraone. Esibisce agli occhi del despota un "potere" muta la verga di Aronne in serpente. Ma i maghi del Faraone fanno altrettanto e si resta in equilibrio in questa gara. Il re d'Egitto pensa di avere a che fare con degli iettatori e la cosa non lo preoccupa più di tanto (ve ne sono molti alla sua corte). Ma Mosé ed Aronne non desistono ed alla rivendicazione del diritto aggiungono la minaccia della forza, ma anche stavolta il Faraone non prende in considerazione la cosa e li manda via. A questo punto si abbattono una dopo l'altra sull'Egitto le piaghe ma il Faraone non cede.  Ma fin dal secondo colpo il Faraone sembra fare concessioni. Le condizioni poste in partenza dagli Ebrei o sono impossibili da attuare o si rivelano delle trappole pericolose (partite senza il vostro bestiame oppure celebrate qui il vostro Dio). Quindi il Faraone per guadagnare tempo gioca d'astuzia, e quando crede di aver sventato la minaccia si mostra di nuovo inflessibile. La storia si ripete per 10 volte e l'Egitto viene colpito sempre più duramente in un crescendo di "colpi". In contrappunto al dialogo Yahweh-Israele, il dialogo Mosè-Faraone illustra, causa quest'ultimo, tutti i vizi della negoziazione fatta in malafede dove la sola regola è la forza. Ogni accordo concluso si mostra un inganno e la parola è data solo per venire ripresa immediatamente. Al nono colpo il Faraone minaccerà Mosé di morte e la negoziazione cede allo scontro aperto. Tutti i primogeniti d'Egitto muoiono compreso lo stesso figlio del Faraone e sul piano simbolico rappresenta la profonda smentita del regime teologico-faraonico. L'indomani mattina Israele lascia l'Egitto a testa alta ed attraversa il Mar Rosso pur se il Faraone non rinuncia alla sua forza lanciandosi ancora sulle tracce di Israele. Così Mosè (nomade) si congeda dal Faraone (sedentario). Mosé mette in marcia la libertà contro l'ordine di colui che detiene la potenza. Si ha la svolta: Israele volta le spalle alla legge oppressiva e assume il rischio della legge liberatrice (incognita del deserto). Per trovare la via della giustizia bisogna fuggire e fare l'esperienza del vuoto. Alla eccessiva pienezza del modello piramidale, alla falsa trascendenza del Faraone (che agisce come fosse Dio in terra) Israele preferisce il vuoto del deserto. Israele spezza le proprie catene per seguire una voce antichissima nel deserto, che evoca una promessa antichissima fatta ai figli di Abramo, e questo basta perché il popolo si impegni ed attraversa il Mar Rosso. In questo gesto di rottura e di trasgressione c'è l'anticipazione di un altro avvenimento. L'assoggettamento dovuto alla schiavitù lascia il posto ai legami liberamente assunti dall'alleanza. Per fare questo occorre una scommessa: La sponsio o l'impegno preventivo di colui che, chiamato nel deserto, lascia le proprie catene per mettersi in marcia. La sponsio o il primo passo della responsabilità, ma anche il primo atto giuridico al di qua della legge e del contratto (a monte della scrittura o del contratto).



2)          La traversata del deserto e la scrittura della legge dialogica

La prova è dura ed è lunga la strada. Nel deserto lo spazio ed il tempo si dilatano smisuratamente. E ad ogni istante il popolo in preda a dubbi e risentimenti minaccia di disperdersi (non era meglio curvare la schiena sotto la piramide che morire nel deserto?). Ancora lo spirito dell'"Egitto interno" esercita il suo fascino sugli spiriti. Il popolo ha molte difficoltà ad istituirsi come tale e gli individui a caricarsi del peso della libertà. E prima che la legge venga discussa sono adottate misure giuridiche: il rispetto del riposo settimanale nonché del sabato e l'istituzione dei giudici. La tregua del sabato rappresenta sia una rottura con la condizione di schiavitù continua che caratterizzava la vita in Egitto e istituisce una pausa nel tempo, un intervallo vuoto che favorisce il ritorno su di sé e che "costringe ad essere liberi" (Rosseau). Nello stesso spirito un'ordinanza regolamentare (Michpat) disporrà che se si acquista un lavoratore egli lavorerà sei anni ed il settimo anno se ne andrà in libertà gratuitamente. La libertà si dà nei confronti di uomini liberi o meglio di uomini continuamente riliberati. Per quanto riguarda l'istituzione dei giudici (uno ogni 10 uomini) questa risponde al bisogno di una concentrazione del diritto nel popolo, una riappropriazione della regola del giudizio da parte dei rappresentanti delle tribù e delle famiglie così che il diritto non sia monopolio solo di Mosé. C'è il paradosso di una precedenza del giudice sulla legge (prima di pronunciarsi il giudice deve dare ascolto alle tesi delle parti opposte). Israele finalmente si accampa di fronte alla montagna. Si può arrivare dopo il presentimento del diritto e la liberazione dalla schiavitù si ha l'affermazione del diritto. In mezzo a lampi e nuvole, tra brontolii del tuono e clamore delle trombe, tra l'alternanza di benedizioni e maledizioni, dopo sei ascensioni sulla cima del Sinai si fa la legge, si scrive, si cancella, si riscrive. Insieme un Dio ed un popolo imparano insieme a scrivere ed a leggere il diritto. E questo processo viene contrassegnato da almeno 10 quadri.

Primo quadro: Mosé sale sul Sinai e raccoglie le parole di Dio il quale dice che se verrà conservata l'alleanza il popolo di Israele sarà il popolo privilegiato. Il popolo risponderà, dopo aver conosciuto le parole di Dio da Mosé, che faranno ciò che il Signore ha detto.

Secondo quadro: Mosé sale sul Sinai e riferisce al Signore le parole del popolo. Dio dà le proprie istruzioni (il popolo deve purificarsi e non oltrepassare il limite che Mosé fisserà alla base della montagna) e Mosé trasmette il messaggio

Terzo quadro: Mosé sale ancora verso Dio il quale gli ripete le proprie istruzioni. Incontro spettacolare. Dio pronuncia le parole che la tradizione ci tramanda sotto il nome di "dieci comandamenti". Il popolo trema e chiede la mediazione di Mosé

Quarto quadro: Mosé si avvicina di nuovo a Dio che gli trasmette prescrizioni più dettagliate relative a culti, alle proprietà, all'omicidio

Quinto quadro: Mosé scende dalla montagna e riferisce al popolo prima oralmente le leggi di Dio. Il popolo manifesta il proprio consenso ed allora Mosè decide di mettere per iscritto quelle parole. Terminata la scrittura lo legge al popolo che risponde che ciò che è stato detto da Dio sarà fatto e lo ascolteranno.

Sesto quadro: Dio richiama Mosé accompagnato da Aronne e da 70 anziani di Israele sull'alto del Sinai. Dio ha messo per iscritto su tavole di pietra la legge e le prescrizioni . Mosé incontra Dio solo e rimane avvolto dalla sua nube per 40 giorni e 40 notti. Registra le istruzioni molto dettagliate del Signore.

Settimo quadro: ai piedi della montagna il popolo si spazientisce e chiede ad Aronne di dare un Dio che cammini avanti a loro visto che Mosé non si sa che fine abbia fatto. Aronne ubbidisce e l'ira di Yahweh minaccia di annientare Israele pur proponendo a Mosé la via della salvezza. Mosé difende la causa del suo popolo e ricorda a Dio la promessa fatta ai figli di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Il Signore sembra pentirsi delle proprie minacce. Allora Mosé ridiscende per affrontare le tribù. Dopo aver spezzato le tavole scritte con la scrittura di Dio e bruciato il vitello d'oro, rimprovera Aronne e uccide con la spada gli idolatri ostinati

Ottavo quadro: Mosé torna da Dio per implorare il suo perdono per il popolo

Nono quadro: Mosé ridiscende e aspetta che la situazione sia più calma. Dio sembra aver perdonato ma rifiuta di accompagnare Israele e Mosé fa pressione su Dio. Finalmente Dio cede ed accetta di marciare con Israele e convoca di nuovo Mosé per un nuovo colloquio sulla sommità del Sinai

Decimo quadro: Dio rinnova l'alleanza con Israele e dice di registrare per iscritto le parole che sono alla base dell'alleanza conclusa da Dio con Israele. Mosè rimane ancora 40 giorni sulla montagna. Egli (ed il testo ebraico si presta all'equivoco) scrisse sulle tavole il testo dell'alleanza e le dieci parole. Mosé per l'ultima volta scende dalla montagna e trasmette queste parole al popolo.

Diverse domande si affacciano alla mente alla fine di questa narrazione a proposito della struttura giuridica dell'esercizio del potere e del fondamento, contrattuale o imposto, della legge.

Bisogna chiedersi chi legifera (Dio, Mosé, il popolo), di che natura sia la legge (parole, dottrina, comandamenti, regole), se è propro una legislazione o piuttosto un contratto, un'alleanza, e se il testo va scritto una o diverse volte e secondo quali fasi (scrittura, lettura, cancellatura, riscrittura) ed una volta scritto bisogna chiedersi se il testo dà luogo a discussione o reinterpretazione.  Sotto il monte Sinai vi sono 2 modalità di produzione del diritto : una autoritaria unilaterale e chiusa e l'altra più dialogica ed aperta.

La questione esegetica è che si è presa a prestito l'idea di Jacobson che vi sono 2 figure ben distinte di Dio identificate mediante 2 nomi diversi: una dove c'è il creatore onnipotente, l'onnisciente (Elohim) e l'altra di un Dio  più vicino agli uomini  (Yahweh). C'è erroneità in questa distinzione di natura di Dio tanto che vi sono dei passi in cui si riscontra la prima figura più consensuale e altri in cui il secondo è più minaccioso. E si contraddirebbe l'affermazione "yahweh il tuo Dio è uno". Fra la giustizia onnipotente di Dio e la sua benevolenza misericordiosa vi è uno spazio in cui Mosé  è il mediatore. Dalla tensione tra ira-santità di Dio e la sua santità-misericordia si avranno versioni diverse delle leggi o delle differenti modalità di scrittura.

La memoria popolare ricorda espressioni quali tavole della legge e dieci comandamenti mentre nell'Esodo si usa il termine di tavole dell'alleanza e dieci parole. Infatti ad una più attenta lettura invece di rigide prescrizioni appare come l'espressione di un accordo in base  al quale si recepiscono le parole di Dio.




Il nodo centrale è capire se si tratta di una codificazione o di un contratto. Quello che rimane impresso nella memoria dell'episodio del Sinai è una codificazione autoritaria. Ma la scena dei dieci quadri fa sì che si possa capire che si tratta di una negoziazione, una messa a punto di una vera e propria procedura di juris-dictio. La maggior parte dei comandamenti si identifica con imperativi della morale naturale che non sembra essere diversa nel loro principio da prescrizioni di un'etica universale. Si mette in discussione la questione della distribuzione dei ruoli e della messa in scena di ciò che nel tempo diverrà la rappresentazione del diritto processuale. Il Sinai rappresenta il processo del diritto nel suo farsi,  il vero precedente storico del contratto sociale. Se dunque si guarda sotto questa luce il racconto e tutte le sue conseguenza si vedono in modo diverso i vari quadri.

Primo quadro:  dove un contratto preliminare viene concluso tra le parti dove esse si identificano, si riconoscono e accettano di impegnarsi nella discussione. Bisogna ricordare che un contratto ne nasconde sempre un altro.

Secondo quadro: vengono concretizzati i termini della questione. Dio sa bene che il diritto ha forme precise e sa che una negoziazione può fallire se manca un rigoroso quadro di riferimento e se non si danno prescrizioni di tempo e luogo. L'allusione ai limiti da non oltrepassare laddove la nozione stessa di diritto viene contenuta nel gioco del legame e del limite. Il legame cementa una comunità ed il limite la preserva dalla confusione. Tutta la dialettica dell'immanenza e della trascendenza si svolge entro la questione del limite. Il popolo è chiamato a superare se stesso nella direzione della divinità ma non può pretendere di uguagliare il divino. Tutte le allusioni del racconto hanno il puro scopo di ricordare l'importanza del limite non come frontiera invalicabile ma come confine da varcare.

Terzo quadro: Mosè viene investito della funzione di mediatore. In questo momento avviene il primo tentativo infruttuoso della comunicazione. Dio tra fiamme e tuoni dice:"Io sono il Signore Dio tuo, che ti ha fatto uscire dalla dimora della schiavitù". La comunicazione diretta fallisce. Se Dio si avvicina troppo il popolo si impaurisce e guarda altrove. Dio deve rimanere al suo posto se vuol essere capito. Ed inizia la necessaria intercessione di Mosé.

Quarto e quinto quadro: Mosé raccoglie le parole e le leggi  e può riferire oralmente il messaggio divino. Avendo ottenuto l'assenso del popolo registra il messaggio per iscritto e legge pubblicamente il libro dell'alleanza. E Mosé organizza una cerimonia per celebrare l'alleanza. Le cose però non sono così semplici perché non ci si stacca facilmente dalle tentazioni faraoniche o dall'aspirazione alla servitù.

Sesto e settimo quadro: sono i quadri delle crisi dove tra Dio ed il popolo interviene la rottura. Dio non considera più il popolo e scrive unilateralmente la legge. Il popolo non volge più lo sguardo alla montagna. Stanco dell'assenza prolungata del mediatore fabbrica un vitello d'oro e lo manda avanti nella marcia. Mosé viene di nuovo convocato sulla montagna e lì trova le tavole di pietra contenenti la legge ed il comandamento che Dio ha scritto per istruire il popolo. Qui è il Creatore onnipotente che parla, il legislatore onnisciente  che ha scolpito la legge ed il comandamento nella pietra. Dio si irrigidisce nel proprio ruolo di codificatore. Le parole sono diventate un comandamento e la codificazione ha vinto sulla negoziazione. Mosè non ha più il ruolo di mediatore. Dio redige egli stesso la legge, non lasciando più spazio al popolo e a Mosé. Ma questo non avrà successo. Il popolo è stanco del peso della trascendenza ed è desideroso di mettersi in cammino per ottenere terre ricche di latte e di miele. Il popolo convince Aronne, capo benvoluto e popolare, di dargli un Dio che cammini alla sua testa. Di nuovo il popolo, per la seconda volta, ha distolto il suo sguardo lasciando Mosé da solo. Mosé viene esposto alla tentazione faraonica: Dio gli propone di annientare Israele e di fare di lui, Mosé, una grande nazione. La montagna potrebbe farsi piramide, le parole istruzioni e sullo sfondo di un Dio prevedibile e lontano il Mosé faraone potrebbe divenire dio sulla terra. Ecco il legame senza il limite: un ordine stabile e sicuro, cementato e gerarchizzato gradualmente come i gradini di una piramide. Ma Mosé resiste e riprende il lavoro di negoziatore. Bisogna prima calmare la collera divina. Come si può pensare di liberare Israele dalla dimora di servitù per poi annientarlo nel deserto? L'argomento viene messo in modo significativo in bocca agli Egiziani. Si assicura così la terzietà delle nazioni nella testimonianza della coerenza e dell'incoerenza del modo di agire di Dio nei confronti del suo popolo. C'è l'antica promessa fatta ad Abramo ed Isacco. Nel momento in cui si dovrebbe iniziare di  nuovo ci si riferisce ad una promessa più antica della promessa, un'alleanza anteriore, cove il vecchio interviene sul nuovo per rilanciare il dialogo.

Il problema rimane lo stesso: il popolo è distolto e Mosé prova imbarazzo dinnanzi alle tavole della legge (legge poco dialogica) C'è una doppia reazione: Mosé spezza le tavole e brucia il vitello d'oro. E' sulla base di questa rottura che si può riannodare un legame.

Ottavo e nono quadro: è il periodo di latenza, il tempo necessario per permettere alla diplomazia di fare il suo corso. Il dialogo viene pazientemente reinstaurato. C'è l'idea che il diritto possa essere scritto a più mani e revisionato. Per ottenere il perdono di Dio in merito ai peccati di Israele Mosé chieda che il suo nome venga cancellato dal libro che Dio ha scritto. Ma le cose vanno avanti lentamente, occorre perciò trovare un altro luogo. E Mosé  si accampa ai limiti del campo, nella terra di nessuno e discute faccia a faccia con Yahweh, ora Dio quasi umano e meno collerico. E' allora che Mosé ottiene da Dio la promessa di accompagnare le tribù di Israele nel loro percorso.

Decimo quadro: Mosé compie la sua ultima ascesa per rinnovare l'alleanza. Ora sono pronte le nuove tavole, ma non si sa chi le ha scritte. Ed il testo sembra mantenere accuratamente l'equivoco su questo punto. Prima infatti Dio dice che scriverà le parole che si trovano sulle prime tavole spezzate da Mosé e poi il narratore riferisce che il Signore disse a Mosé di registrare per iscritto queste parole perché sono alla base dell'alleanza e poi scrive che Egli scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza, le dieci parole. Quindi la scrittura proviene proprio dal dialogo tra Mosé e Yahweh. E così il diritto può fondare il suo legame e porre contemporaneamente il suo limite. Dio, il popolo e Mosé sono giunti alla "legge che libera". Questa si inscrive in un quadro procedurale ben regolato dove i ruoli sono distribuiti, gli spazi chiarificati ed i tempi definiti. Le distanze assicurano una distanza necessaria alla riflessione. Per ben 2 volte Mosé passa quaranta giorni sulla montagna e si può presumere che il tempo passato sul monte sia trascorso sotto l'incontro. In opposizione all'ordine perentorio del Faraone ed al mercanteggiamento caratterizzante l'episodio del vitello d'oro, la legge di Mosé è mediata e riflessiva. La legge dialogica presuppone una lunga e paziente gestazione. Il rapporto di interazione e di tras-formazione si opera sotto la doppia apertura della trascendenza e dell'immanenza e di questa a quella (convocazione degli altri nella trans-immanenza). Si parla solo dal centro del linguaggio, perché solo dal suo centro la legge può essere detta. Il giudice può rendere giustizia perché l'ha già ricevuta. Ogni formulazione unilaterale della legge si espone ad un fallimento. Il testo si realizza cioè diventa concreto solo al termine di numerose formulazioni. E' una creazione sempre incompiuta, diversa dall'opera di Dio, inalterabile ed intangibile. Nel quarto e quinto quadro l'oralità e la scrittura avvengono in successione. Dio parla, Mosé ascolta e riferisce. Il popolo approva. Ma non basta. Nel sesto quadro bisogna ricominciare nuovamente ed ammettere la revisione del testo cancellando alcune clausole e nomi. Significa che la legge non è più intangibile non essendo opera esclusiva di Dio. Yahweh accetta di rimettersi all'opera: riscrive il testo, pur rimanendo ambigua l'identità dell'autore. Per giungere alla legge che libera si è dovuto riscrivere tre volte il testo : la prima volta per mano di Mosé, poi per opera di Dio e nel dialogo tra Yahweh e Mosé da una feconda condizione intermedia. Solo così si può sfuggire alla tentazione dell'immediatezza, della chiusura che conclude il testo nella sua interpretazione letterale. Come se un documento, la natura o lo stesso Dio fossero in grado di chiudere il diritto in una sola formula.



3)          Il vitello d'oro e la tenda dell'incontro: la pratica del diritto

La legge che libera si presenta come un instabile gioco di parti. Oscilla tra il cristallo ed il fumo dove ora viene evocata da Dio sotto forma di un comando operativo e al contrario emendata dal popolo rischia di dissolversi nel fumo. Il primo elemento, superato, dipende dalla tentazione di Dio. Il secondo viene illustrato nell'episodio del vitello d'oro. La via del deserto è dura da sopportare ed Israele a volte rimpiange l'antica schiavitù. Quando scompare Mosé il popolo vuol mettersi in marcia verso oriente senza preoccuparsi della trascendenza fabbricandosi un Dio che possa camminare alla sua testa conducendolo verso la vittoria. Perché attendere invano quando si può far da soli? Anche attraverso un dio artificiale. Questo è l'appello di Aronne, l'alter ego di Mosé. Mosé è lontano e silenzioso ed Aronne ha l'ascolto del popolo. Aronne è un uomo di azione e di comunicazione. Egli agisce come il capo di un movimento. Fa togliere gli anelli d'oro che il popolo porta all'orecchio  per poi fonderli e costruire un vitello d'oro. Aronne sa bene che il popolo ha preso una via sbagliata ma dirà in un' ingenua autodifesa a Mosé che il popolo è portato verso il male. Aronne non trova argomenti per  opporsi al desiderio di potenza della tribù. Liberato dal giogo del Faraone, Israele si vede alla testa di una grande nazione pronto a favorire una politica di potenza ed a ridurre i nemici in schiavitù.  Occorre quindi un capo che si possa manipolare ed un dio fabbricato a nostra immagine. Nessun'altra legge che il compromesso per i nostri interessi. La via sembra spianata. Basta voltare la schiena alla montagna ed incamminarsi verso la terra promessa. Ma non senza menzogna poiché non si soffoca così facilmente la coscienza. L'opera dell'immanenza: il compromesso di interessi (appropriazione e sfruttamento), la chiusura autoreferenziale (rappresentata da un dio fabbricato con le nostre mani), il fascino bugiardo del simulacro (idolo), la regressione a livello del branco, la perdita di memoria (si dimentica la promessa e ciò che Mosé è diventato) nel passaggio alla trasgressione.

A questo punto Mosé spezza le tavole della legge e brucia l'idolo. Le tavole spezzate contenevano un diritto non effettivo perché unilaterale. Quando vengono spezzate le tavole c'è di nuovo il vuoto, localizzato nella tenda di incontro eretta ai limiti del campo. Uno spazio che può introdurre di nuovo la trascendenza. Quando si costituisce la nuova alleanza e viene formulata di nuovo la legge, Mosé  nella tenda dell'incontro, eretta in mezzo alle 12 tribù, porrà l'Arca santa contenente le parole. Così come l'Arca non è Dio così il diritto non è nelle tavole pur registrandolo.

L'idolo suscita solo menzogna, il segno implica il lavoro cosciente dell'interpretazione: la pratica dell'ermeneutica (interpretazione) diventa un compito collettivo. Ora la tenda della riunione viene sistemata al centro dell'accampamento. L'inizio del libro dei Numeri la presenta eretta al centro delle dodici tribù, punto nevralgico della vita sociale. Il diritto d'ora in poi verrà elaborato e discusso con la partecipazione del popolo. Se vi saranno controversie la tenda sarà il luogo dello ius-dicere. Non si tratta dello stesso diritto patteggiato che aveva condotto al compromesso del vitello d'oro. Il diritto elaborato sotto la tenda rimane ancorato alla trascendenza pur nello scambio regolato degli argomenti. Dio si manifesta sotto la tenda dove si commenta la legge comune (Mosé- Yahweh). Nello stesso modo anche Dio deve abituarsi a rispettare i principi dello stato di diritto. Emblematico l'episodio dello sbandamento degli israeliti con le figlie di Moab. La collera di Yahweh  è terribile. Ordina a Mosé di far impiccare tutti i capi del popolo. Mosé riesce a differire il castigo: prima di condannare bisogna giudicare. Quindi fa appello ai giudici di Israele chiedendo di identificare i veri colpevoli per applicare la giusta sanzione.

In questo modo ha inizio l'esperienza della legge dialogica. La piramide è il comandamento, la legge senza contratto, la trascendenza senza immanenza. Il vitello d'oro rappresenta il mercanteggiamento: il contratto senza la legge, l'immanenza (concretezza) senza la trascendenza. Il diritto prende la forma di un compromesso che è frutto di paura ed interesse, calcolo di piaceri e sofferenze. La legge dialogica invece partecipe sia della trascendenza che dell'immanenza (trans-immanenza): un misto di legge e di contratto. In quanto legge deriva da un'alleanza preventiva e richiede rinegoziazione costante dei suoi termini (o della sua procedura). Come contratto invece ricorda la necessità della legge. Legge che presuppone l'autonomia dei soggetti e contratto che implica l'eteronomia della legge. In Rosseau il contratto (Contratto santo) non ripete altro che la voce sacra della legge, udibile nella coscienza individuale, la voce che proclama la necessità del contratto che a sua volta proclama la necessità della legge.

Una legge dialogica esige una triplice scrittura, perché vi sono tre diverse dimensioni dell'alleanza. La prima promessa è implicita la seconda è esplicita e iscritta autorevolmente nel testo (definisce una procedura e fissa alcuni punti del diritto). La terza, futura e virtuale, si compie nella pratica della discussione argomentata. Responsabilità collettiva.







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