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LA SEDUZIONE DEL LUOGO. Storia e futuro della città

architettura


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Politecnico di Milano

Facoltà di Architettura e Società

Corso di laurea in Architettura Ambientale

Corso di Storia della Città e del Territorio

LA SEDUZIONE DEL LUOGO. Storia e futuro della città

Casa editrice: Einaudi, Torino 2003



"Come trovare un luogo nello spazio?" con questa domanda Rykwert introduce il suo saggio, proponendo tematiche diverse. Egli parla di città deludenti nate dopo il 1945 con la ricostruzione degli abitati andati distrutti, generate dall'incapacità dei nuovi urbanisti, architetti, sociologi e ingegneri di dare un nuovo volto alle rovine fumanti, e dalle vecchie "regole" della speculazione edilizia.

Joseph Rykwert cresce durante gli anni del crollo dei C.I.A.M. e da studente rimane insoddisfatto degli insegnamenti ricevuti, forse, come egli stesso afferma "la città non è un assemblaggio di unità abitative ben progettate, ma qualcosa che richiedeva una ricerca di diverso tipo". Il giovane Rykwert concentra la sua attenzione sulla città romana, da sempre emblema di ordine razionale. Questi studi lo portano a credere che la città non sia il risultato di un modellamento  operato da forze impersonali, ma che a guidare i creatori di una città fossero altri sentimenti, altri principi; e che la città non crescesse secondo leggi quasi naturali come insegnano gli economisti, ma che fosse invece un artefatto voluto, sul quale influiscono fattori consci e inconsci, "sembrano condividere qualcosa che è proprio dei sogni". L'uomo si trova quindi ad essere tanto soggetto attivo che soggetto passivo grazie all'interazione di regole e caos.

L'autore immagina la città come un vettore dato dalla risultante di forze (metafora degli eventi storici o di decisioni) che insistono in diverse direzioni, vedremo come ogni alterazione del loro allineamento produrrà una deviazione della traiettoria del vettore risultante. Dunque, afferma l'autore, "bisogna accettare il fatto che le nostre città siano malleabili e che tutti noi, cittadini, amministratori, architetti, urbanisti, siamo in grado di fare qualcosa per esprimere le nostre preferenze  e che dobbiamo incolpare solo noi stessi se le cose anziché migliorare, peggiorano."

Il successo di una città dipende dalla forza intrinseca del suo tessuto e dall'accessibilità di questo tessuto per le forze sociali che pla 818e43i smano la vita dei suoi abitanti. Di molte capitali del globo si sono narrate le ragioni economiche del loro sviluppo, ma lo status di esse non è meramente economico; a plasmare le città, ribadisco, non sono soltanto forze impersonali.

Rykwert ricorda di come fin dai tempi di Platone le città suscitassero l'interesse degli intellettuali del tempo che si esprimevano attraverso dissertazioni sulla virtù urbana e urbana decadenza, di utopie, città ideali e infine sulla previsione della dissoluzione della città.

Il punto di partenza dell'autore è diverso da quello dei suoi predecessori, Rykwert prende di mira la città che si è sviluppata nelle ultime due o tre decadi: la città come immagine dell'ingiustizia sociale. Il suo fine, invece,  è quello di mostrare che la città è una parte preziosa e inalienabile della realizzazione dell'uomo e sfondo a volte meraviglioso su cui si svolge la sua vita.

"Come siamo arrivati a questo punto", ecco il secondo quesito che l'autore introduce per dare una lettura delle moderne città.

A dare al tessuto urbano la forma attuale, afferma Rykwert, furono una dopo l'altra due ondate enormi di masse contadine. La prima investì l'Europa tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento, mentre la seconda, sollevatasi intorno alla metà del secolo non si è ancora ritirata. Per poter descrivere e spiegare la reazione a queste due ondate è indispensabile partire dall'analisi delle forze che provocarono la prima delle due.

 Durante la fine del Settecento molte innovazione tecnologiche quali la seminatrice meccanica, un nuovo tipo di aratro, gli studi di zootecnica per la selezione dei bovini produssero nell'Inghilterra dell'epoca cambiamenti di grande scala. A ciò si aggiunse la "privatizzazione" dei commons, questi terreni comuni vennero rapidamente recintati  e privarono le masse  rurali più povere delle risorse alimentari primarie. Tramite la "politica" delle enclosures la stessa estensione di terra dava raccolti più ricchi con minor impiego di braccia, quindi le recensioni fecero aumentare i raccolti, ma indebolirono e impoverirono la popolazione rurale.



Un'evoluzione analoga si registra anche nella Francia pre-rivoluzionaria: un settore della nobiltà francese impoverita dal dominio assoluto di Luigi XIV trovò nell'aristocratico inglese trasformatosi in imprenditore agricolo un modello a cui ispirarsi. Nonostante la grande insistenza sull'importanza della terra, la ricerca tecnologica francese si orientò più sugli automi e la produzione manifatturiera  che verso le macchine agricole come avvenne invece nel caso inglese.

Il volto del paesaggio rurale cambiò gradualmente e col passare del tempo divenne interamente  recintato.

Ancora in pieno XIX secolo la produzione alimentare continuò ad essere in tutta Europa l'attività che assorbiva la maggior parte della forza lavoro; ma in Inghilterra il numero dei lavoratori dopo questi cambiamenti scese bruscamente a un quarto della popolazione attiva, e lo stesso si verificò in Francia e in Russia.

Questi cambiamenti generarono miseria , fame e rancore riducendo il numero di chi lavorava la terra,  e trasformarono il contadino in un lavoratore salariato  fino ad arrivare al XIX secolo con la trasformazione dell'agricoltura in un'industria manifatturiera.

Nello stesso periodo anche il termine "manifattura" assunse un altro significato: perdendo quello originario di "lavorazione manuale", acquisì quello di  "produzione in fabbrica".

La creazione del motore a vapore, della pompa mineraria, e i nuovi procedimenti della fusione del ferro, diede vita alle prime industrie. "Ciò

nonostante, anche in piena rivoluzione industriale", ricorda l'autore, "l'impatto del motore a vapore sull'industria britannica rimase marginale, in quanto il vero grande cambiamento  avvenuto nei metodi di produzione  era stato di tipo ideologico e gestionale e non tecnico o scientifico." La seduzione del luogo, J. Rykwert  p.39.

La crescita delle industrie richiese una crescita altrettanto rapida della rete dei trasporti: canali, chiuse, strade e ferrovie fiorirono in un tempo relativamente breve.

"Oggi è chiaro" afferma di nuovo l'autore "come non lo fu agli storici passati che questi cambiamenti rivoluzionari e irreversibili non presero spunto ne dalle scoperte degli scienziati ne dalle innovazioni tecnologiche, ma furono inizialmente il frutto di una ricombinazione di elementi produttivi già esistenti e a volte antiquati, da parte di ingegnosi artigiani, una ricombianzione che fu sfruttata dalle capacità gestionali ed organizzative degli industriali. Anche il sistema di fabbrica e la  ferrovia furono assemblati a partire da componenti preesistenti  del processo industriale. Lo sfruttamento del vapore e la produzione di ghisa su larga scala furono catalizzatori importanti del cambiamento, ma vennero dopo. Tecnologia e invenzione di nuovi materiali riuscirono a malapena a tenere il passo delle richieste di amministratori e costruttori."  La seduzione del luogo, J. Rykwert  p.49.

All'inizio del XIX secolo le condizioni dei lavoratori industriali erano terribili e le abitazioni urbane erano diventate inaccettabilmente  sovraffollate, inquinate e sporche.

Come viene evidenziato nel saggio di Rykwert nemmeno i più acuti critici dell'epoca della prima società capitalistica industriale pensarono mai che il processo potesse o dovesse essere arrestato. Marx e Engels, come altri pensatori sociali dell'epoca, ritenevano che una radicale riforma economica o una rivoluzione sociale fossero la cura più adatta per i mali di una società dominata più dal movente del profitto che da quello del bene pubblico.

Durante il corso dell'epoca diversi intellettuali si sono schierati su opposti fronti per descrivere gli orrori o le meraviglie che scaturivano dalle città industriali.




Di fronte allo sconvolgimento nell'ambito urbano tutte le città dovettero riorganizzarsi. La crescita delle città era stata influenzata dalla quantità sempre maggiore di fortificazioni necessarie a contrastare la forza dei nuovi mezzi di artiglieria introdotto dopo il Cinquecento; i loro perimetri avevano assunto più o meno una forma poligonale, atta a consentire il piazzamento dei cannoni. Le mura poligonali suggerirono delle alternative al reticolo urbano ortogonale: le strade potevano irradiarsi dal centro verso ogni porta  del poligono murario.

In alcuni casi, come ad esempio Parigi, le vecchie mura vennero smantellate e al posto dei bastioni furono realizzati una serie ininterrotta di viali alberati i boulevards. L'innovazione parigina dei boulevards si affermò gradualmente anche in altri paesi. In altre città i vecchi bastioni vennero trasformati in luoghi di passeggio per i tempi di pace. Un esempio fu ciò che venne realizzato a Vienna con il suo Ring che divenne  a partire dal 1830 l'elemento urbanistico più importante della capitale. Londra costituiva invece l'unica eccezione notevole al grande sforzo europeo di razionalizzazione. Nonostante il tentativo di ricostruzione (1666) proposto da Cristopher Wren, che prevedeva una griglia ortogonale intersecata da viali radiali obliqui (secondo il modello francese dei grandi parchi), Londra rimase un labirinto medioevale poiché il feroce attaccamento dei cittadini ai loro diritti di proprietà pose fine alla possibilità di sviluppo razionalizzato.

Per superare il trauma provocato dall'impatto con le nuove forze industriali i pensatori rivoluzionari della seconda metà dell'Ottocento lessero attentamente le idee di riforma abitativa volte a riorganizzare l'intera struttura socioeconomica. Marx e Engels riservarono particolare attenzione a Robert Owen  e a due "socialisti utopistici" francesi: Claude de Saint-Simon e Charles Fourier. Costoro, anzi, furono i più grandi protosocialisti, al di là della grande differenza delle loro proposte. Tutti e tre volevano sviluppare nuove forme di associazione che avrebbero trasformato la società, mentre per Marx e Engels il punto nodale era l'assunzione del potere da parte della classe operaia. È necessario sottolineare l'enorme impatto che i modelli utopistici ebbero sul pensiero sociale e sulla pianificazione urbana. L'azione per correggere i difetti delle città ottocentesche fu costantemente ostacolata da una fiducia di fondo nel principio liberale e della libera oscillazione del valore del denaro e nel carattere dello sviluppo industriale.

La città dell'Ottocento era caotica e squallida a causa della sua crescita incontrastata, e con essa crescevano anche i suoi problemi.

Londra nel XVII secolo era la città più popolata la più avanzata a livello finanziario, nonostante ciò rimase una città con sviluppo orizzontale a dispetto di altre città europee che cominciarono ad espandersi in altezza. L'esigenza di nuove abitazione fu un problema pressante durante tutto l'arco del secolo. A Parigi si diffusero degli edifici per appartamenti che potevano ospitare al piano terra negozi, e sopra al primo piano appartamenti signorili; il prezzo e la qualità degli appartamenti diminuiva man mano che ci si alzava col piano fino ad arrivare ai meno salubri e meno costosi: le mansarde.

Per ciò che concerne la City di Londra la popolazione era invece sempre più divisa in zone: dal settore più centrale più ricco fino ad arrivare a quello più periferico con vasti agglomerati di abitazioni a due piani. Proprio in Gran Bretagna il problema delle abitazioni per le popolazioni rurali si faceva più pressante che in altre città europee. Le nuove masse urbane invadevano e sovrappopolavano edifici abbandonati e deteriorati e gli operai si accalcavano nei pressi delle factory per cui lavoravano. Spesso gli imprenditori avanzarono delle proposte di alloggio per i loro lavoratori, creando poi delle vere e proprie colonie con scuole e biblioteche.   

La mole di difficoltà che si presentava a coloro che nel XIX e XX secolo tentavano di gestire le città era tale che si pensò che la cosa migliore fosse affrontare un singolo problema per volta, ad esempio il traffico o le condizioni igieniche. Un'altra possibilità era ricominciare tutto da capo, ma non come avevano previsto gli utopisti, che per risolvere contemporaneamente l'insieme di problemi fisici e sociali avevano creato comunità fortemente coese dove tutto poteva trovare una soluzione, bensì con pretese più modeste bastava fornire le condizioni industriali e finanziarie che inducessero la nuova popolazione, razionale e solidale, a costruire una città ben pianificata e a dare l'esempio di come si potesse viverci bene. È noto che molte città, sin dai tempi antichi, nacquero come nuove fondazioni o magari rifondazioni. Le fondazioni famose più recenti furono quelle di Baghdad, delle bastides medievali francesi e inglesi, le città asilo costruite dopo la Riforma, le nuove capitali rese necessarie da riorganizzazioni geografiche o politiche, come Madrid, Varsavia o Canberra e quasi tutte le città americane, del nord e del sud. A seguito della difficile situazione che si era venuta a creare, molti cittadini scelsero l'immigrazione verso New York. In breve tempo, dunque, gli isolati di questa città si riempirono di edifici sempre più alti e popolosi, di pari passo si fecero più pressanti le richieste per la creazione di un grande parco pubblico. Nel 1848, un certo Dowing propose la creazione di un grande polmone verde per la città nell'intento di migliorare le condizioni salutari e igieniche. Dall'800 in poi sorsero molti squallidi casamenti a più piani in assenza di qualsiasi regolamentazione edilizia. Fuori da NY invece prendevano vita sempre più innumerevoli grattacieli come espressioni e rappresentazioni delle modalità di potere e di ricchezza proprie della città. Il modello edilizio destinato a diventare il grattacielo tipo che ci è familiare nacque però sul suolo di Chicago. Nello scenario di un'impennata economica l'obbiettivo primario era creare un'immagine urbana che con le sue forme svettanti rappresentasse le ambizioni e i successi del sogno americano. Intorno alla metà dell'800 NY aveva acquisito il suo grande "polmone" verde: Central Park. Definiti cuore e polmoni della città ora tocca al cuore che recentemente viene più o meno identificato nel Rockefeller center, quello originario, durante il XVII e XVIII secolo, era invece il palazzo municipale in Parade Square, oggi assorbita da Battery Park. Fu l'Uptown la nuova sede del cuore della città, che dopo il 1918 sembrava essersi stabilito ancora più a nord, a Times Square (centro di intrattenimento). I palazzi di Times Square verso la fine della seconda guerra mondiale erano già passati in secondo piano, nascosti dai tabelloni pubblicitari luminosi e presto avrebbero ceduto anche il loro ruolo in segno di un importante cambiamento nell'ambito urbano verso una ritrovata attività commerciale. Oggi il predominio di NY è saldamente affermato nel campo delle arti visive. Durante gli anni 60 i grattacieli assunsero una configurazione nettamente diversa. Quelli che avevano aderito alle leggi di zonizzazione acquisirono una silhouette simile a quella della Torre Eiffel. I confini di New York rimasero quasi stabili. Quella che è la sua linea costiera è stata via via modificata dalle opere portuali, dai lavori di bonifica  e dalle discariche, ma il corpo di Manhattan, racchiuso dai suoi tre fiumi, ha mantenuto la sua integrità. L'immobilità dei suoi confini non è stata compromessa neppure col costane aumento dei ponti. Sotto questo aspetto è un unico caso tra le città nordamericane. Lo skyline di Manhattan è ovviamente una produzione collettiva, ma è anche un aggregato di decisioni individuali e societarie, dettate dalla convinzione dche i grattacieli non solo esprimono il potere e il successo dei loro costruttori, ma racchiudono anche tutta l'energia e lo spirito d'iniziativa che alimentano il sogno americano.



L'autore afferma che il dovere delle città è quello di garantire giustizia per i loro cittadini. Intorno agli anni 70 iniziò un malcontento nei confronti dell'ambiente creato dall'uomo verso la frustrazione e l'alienazione indotte da un'edilizia puramente remunerativa e impersonale. Questo sentimento di pubblica frustrazione ha trovato sbocco in varie forme di azione comunitaria contro gli abusi pubblici e privati, sempre più numerosi. Forme di recupero urbano furono avviate e tra cui alcuni provvedimenti come la chiusura al traffico dei centri cittadini o la pedonalizzazione delle aree urbane densamente popolate. La costruzione di strade, ponti, gallerie, raccordi su più livelli e autostrade viene presentata come 1 normale spesa pubblica mentre qualsiasi forma di investimento finanziario in strutture per trasporti di massa viene sempre trattata come 1 sovvenzione e considerata come 1 forma subdola di socialismo strisciante. Forme di recupero urbano furono avviate e presero forma alcuni provvedimenti attraverso per es. la chiusura al traffico dei centri cittadini o la pedonalizzazione delle aree urbane densamente popolate. La costruzione di strade, ponti, gallerie, raccordi su più livelli e autostrade viene presentata come 1 normale spesa pubblica mentre qualsiasi forma di investimento finanziario in strutture per trasporti di massa viene sempre trattata come 1 sovvenzione e considerata come 1 forma subdola di socialismo strisciante.  Il disagio urbano ha ulteriori origini nella criminalità rilevando così un importante processo di privatizzazione di spazi cittadini a scopo di difesa. In alternativa a queste prende piede il New Urbanism, movimento postmoderno che si basa sull'ideale di città giardino ma abbandona uno dei suoi principi fondamentali: la proprietà pubblica del suolo.

L'autore trae le sue conclusioni affermando che per plasmare le nostre città e farne la nostra espressione è indispensabile la partecipazione costante della comunità, il suo costante coinvolgimento, un'idea che sembra essere stata tragicamente dimenticata dai vari organismi che ci governano. Per capire la città nel suo dinamismo tridimensionale, per seguire e modulare il suo processo di autogenerazione, per connettere ed estendere il suo tessuto è necessario uno studio dell'uomo, occorre capire in che modo l'esperienza umana trasforma in immagine la forma costruita.







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