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LA PROGETTAZIONE AMBIENTALE - Basi esperienziali per la decisione estetica

architettura


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LA PROGETTAZIONE AMBIENTALE - Basi esperienziali per la decisione estetica

LA PROGETTAZIONE AMBIENTALE  J.M. Fitch

Basi esperienziali per la decisione estetica

Lo scopo ultimo dell'architettura è di agire a favore dell'uomo: di interporsi tra l'uomo e l'ambiente naturale nel quale egli si trova, in modo da togliere dalle sue spalle gran parte del carico ambientale. La sua funzione centrale è di 333e48d massimizzare la capacità dell'uomo, consentendogli di concentrare le sue limitate energie su quei compiti e quelle attività che sono l'essenza dell'esperienza umana. Questa interposizione tra l'uomo e il suo ambiente costituisce la base materiale di tutta la grande architettura. Utilizzare le condizioni oggettive per il benessere e lo sviluppo ottimale dell'uomo, soddisfare le sue esigenze fisiologiche e psicologiche a livelli ottimali: questa è la base oggettiva di qualsiasi architettura bella e valida. Una fondamentale debolezza delle discussioni sull'estetica architettonica è l'incapacità di metterla in relazione con la sua matrice di realtà esperienziale; ciò è una limitazione concettuale, poiché tende a separare il processo estetico dal resto dell' esperienza. L'architettura, come l'uomo stesso, è immersa nell'ambiente naturale esterno; essa deve essere percepita come una totalità multidimensionale. Riconoscere ciò è fondamentale per l'estetica architettonica. La nostra reazione ad un edificio deriva dalla risposta globale del nostro corpo alle condizioni ambientali fornite da quell'edificio e dalla percezione globale di queste condizioni. Semplicemente: in architettura non esistono spettatori, solo protagonisti. Il comfort fisico non può essere meccanicamente identificato con la soddisfazione estetica. Perché, mentre tutti i canoni umani di bellezza e bruttezza si basano su un fondamento di esistenza materiale, i canoni stessi variano in modo sorprendente. Tutti gli uomini hanno avuto il medesimo apparato sensoriale per percepire le variazioni delle qualità e delle dimensioni del loro ambiente. Più ancora, i limiti fisiologici di questa esperienza sono assoluti e fissi. In ultima analisi, la fisiologia e non la cultura, stabilisce i livelli ai quali gli stimoli sensoriali diventano traumatici. Con tali estremi (temperature elevate, luci abbaglianti.) l'esperienza va al di là della mera percezione; offesa all'organismo diventa stress somatico. Un eccessivo sovraccarico di uno di questi sensi può impedire una valutazione equilibrata della situazione esperienziale globale. (Una temperatura di 50° o di un rumore di 120 decibel rendono inabitabile la più bella stanza). Soltanto finché questi stimoli non raggiungono livelli di intensità dolorosi è possibile una valutazione razionale e quindi di giudizi estetici. Allora entrano in gioco i criteri formali derivanti dai giudizi di valore socialmente condizionanti. Tutta la percezione sensoriale è modificata dalla coscienza. La coscienza applica agli stimoli  ricevuti  i criteri dell'esperienza assimilata, sia di quella acquisita direttamente dall'individuo, sia di quella che egli ha ricevuto dalla sua cultura. Il processo estetico non può essere isolato da questa matrice di realtà esperienziale. Sulla base della pura esistenza biologica, l'uomo costruisce una vasta struttura di istituzioni, processi e attività che è la cultura: e questa non potrebbe sopravvivere all'esposizione dell'ambiente naturale. Così l'uomo fu costretto ad inventare l'architettura, un "terzo ambiente", fatto su misura per le sue esigenze, interposto tra lui stesso e il mondo. L'architetto non costruisce per l'uomo singolo, solo e a riposo, bensì per l'uomo sociale, e al lavoro. La maggior parte degli edifici implica l'uomo al lavoro, e qualsiasi lavoro implica uno stress. L'uomo biologico ha bisogno di un equilibrio ambientale dinamico, di un aureo mezzo tra gli estremi. Il lavoro moderno non riconosce queste esigenze: al contrario implica comunemente degli ambienti assolutamente costanti per la massima produttività e qualità ottimale. Questi requisiti, quelli del lavoratore e del lavoro, raramente verranno ad incontrarsi. Ne segue che l'architettura deve soddisfare due insiemi nettamente diversi di criteri ambientali: quelli dell'uomo occupato in qualche compito "innaturale" e quelli del "processo innaturale" stesso. Ogni tipo di lavoro implica un livello di impegno. La partecipazione può essere emotiva (come quella di chi va a teatro), intellettuale (come di chi va a scuola), manuale (come quella di chi lavora), o totale (come quella del chirurgo e del suo paziente nella sala operatoria). L'esecuzione teatrale è estremamente sensibile alle qualità spaziali e ambientali del contenitore architettonico in cui essa viene proiettata. Qui le esigenze dell'occhio e dell'orecchio devono essere ben soddisfatte. Nel teatro, la soddisfazione ottimale presuppone l'acutezza ottimale di percezione; e questa è una funzione delle dimensioni e forma del contenitore, non meno della sua risposta luminosa, acustica e termica. Nelle scuole invece, dovrebbe essere evidente che le esigenze del bambino sono dinamiche e implicano un rapporto dinamico con la sua aula scolastica. Nessuna aula dovrebbe porre di fronte al bambino un insieme fisso di norme ambientali identiche per tutto il giorno.  La progettazione deve essere una risposta alle mutevoli esigenze del bambino. Quali che siano le sue esigenze, esse possono solo essere ricavate dal bambino stesso nelle circostanze esperienziali dello studio. Per l'adulto nel posto di lavoro, il compito funzionale dell'edificio è quello di levargli dalle spalle il carico ambientale, consentendogli di concentrare le sue energie nel lavoro che deve fare.  Il rapporto simbiotico tra l'architettura, uomini e processi è molto evidente negli ospedali.  Qui troviamo ogni grado di stress biologico, compresi quelli della nascita e della morte, ed è proprio in questo luogo che possiamo osservare la connessione integrale tra funzione metabolica e reazione estetica. Ogni decisione presa nel progettare la sala operatoria, per esempio, si baserà su concezioni di carattere funzionale, valutate in modo oggettivo. Il carattere stesso dell'intervento vieta qualsiasi considerazione di carattere astrattamente estetico e soggettivo dato l'elevato livello di sicurezza che deve caratterizzare questo luogo. Questa situazione si ripete nelle altre parti dell'ospedale e aumenta via via che l'ospedale viene considerato come strumento di terapia e non come un contenitore di persone e di processi.



La decisione estetica, in ogni caso non può essere evitata: qualunque cosa faccia un architetto, qualunque forma egli adotti o qualunque materiale egli scelga ha ripercussioni di carattere estetico. Il problema non è quindi "agire" o "non agire", è piuttosto di agire saggiamente comprendendo le conseguenze globali delle sue decisioni. L'architettura ha bisogno di un'analisi dei rapporti reali psicosomatici dell'uomo con il suo ambiente molto più sistematica e dettagliata di quanto non sia stato fin ora.







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