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LA CITTA' BELLA IL RECUPERO DELL'AMBIENTE URBANO

architettura


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Pier Luigi Cervellati

LA CITTA' BELLA

IL RECUPERO DELL'AMBIENTE URBANO

Il Mulino, Torino, 1991

   

   Con questo libro Cervellati indaga sulla città, intesa nel senso "moderno" della parola, che distrugge centri storici e campagne per risolversi in una grande e desolata periferia, con il totale fallimento della disciplina urbanistica.

   Cervellati presenta dapprima alcuni "flash" di misfatti urbanistici che interessano varie città italiane, tutte colpite 242e46c da veri e propri delitti urbanistici di fronte ai quali pare non esserci alcuna probabilità di miglioramento, dati i piani obsoleti, il disorientamento degli addetti ai lavori, il pessimo governo amministrativo.



   Così a Venezia abbiamo gli spazi vuoti del centro storico riempiti senza senso da nuovi edifici al fine di "esorcizzare lo spaventevole destino di diventare una città-museo" e lo spostamento del centro cittadino dall'Arsenale a Piazza S.Marco, poi alla stazione, ed ora a Mestre, con la scoraggiante prospettiva di un centro storico che diviene periferia cittadina. A Firenze è dal 1962 che non esiste un nuovo piano regolatore, si accettano nuove volumetrie e si alterano gli usi tradizionali del centro. A Napoli si vogliono abbattere i quartieri degradati, che poi sono quelli storici, per sostituirli con la nuova edilizia. Roma riassume quello che avviene nell'intera nazione ma offre anche, secondo Cervellati, scenari di speranza e di soluzioni alternative come quella di Benevolo di trasformare il centro storico in un grande parco archeologico, soluzione che personalmente non approvo.

Detto questo l'autore scende nel dettaglio per fare considerazioni circa i piani per il traffico e quelli per il centro storico cittadino. Osserva i fallimenti ottenuti da inesperti architetti-urbanisti che sono stati solo capaci di "sostituire all'autobus la metropolitana, ai parcheggi i divieti [.] di ribaltare i sensi unici e infittire i semafori". I Fallimenti in tale campo sono così grandi da giungere nelle al paradosso che "più aumentano i mezzi di locomozione motorizzati e minore è la velocità degli spostamenti". Tutti questi elaborati piani non hanno risolto il problema del traffico veicolare perché sono stati isolati dal più generale contesto della progettazione urbana e territoriale e perché dettati solo da forti interessi economici. Per interessi economici i centri storici e le ex aree industriali sono stati trasformati in centri commerciali o direzionali. La presenza del traffico motorizzato ha creato problemi molto grossi e non controllabili all'interno del centro storico, che è una struttura urbana non idonea al traffico motorizzato e all'interno delle aree industriali, strutture sottodimensionate rispetto al traffico individuale.

In seguito Cervellati ci parla del restauro, citando le forti posizioni di Viollet-le-Duc e di Ruskin. Per Viollet-le-Duc restaurare significa ripristinare: ciò che non appartiene al disegno iniziale va eliminato e tutto ciò che non è stato realizzato di quel presunto disegno iniziale va costruito; per Ruskin restaurare equivale a consolidare "fortificando" la struttura, il monumento/memoria. Sono approcci diversi, ma entrambi propongono la conservazione quale alternativa alla distruzione.

   Nei primi decenni del secolo il restauro fu riservato solo ai monumenti, poi lo si estese al suo contesto urbano.

   Risanare il centro storico offre notevoli vantaggi economici alle pubbliche amministrazioni, impedisce il forsennato allargamento dei centri urbani, risparmia dall'urbanizzazione parte del territorio agricolo, evita lo spreco di attrezzature pubbliche sottoutilizzate.

   Il restauro del centro storico secondo Cervellati deve essere considerato nell'insieme e non solo per i suoi monumenti, in quanto è esso stesso monumento.

Alla parola restauro, che si è esteso dal monumento all'intero contesto urbano, si è preferito spesso il termine "risanamento" o "ristrutturazione". Tuttavia è utile anche parlare, scrive l'autore, di restauro territoriale o ambientale quando si deve agire sull'ambiente non costruito, per rstituirgli il proprio valore naturale. Ed ecco che allora "il restauro territoriale diviene coincidente con il progetto di un parco".




   La città ottocentesca non esiste più, al suo posto oggi possiamo ipotizzare la città postindustriale o post-metropolitana, anzi la metropoli è già obsoleta. In questo momento ci stiamo evolvendo verso una città multimediale.

Questa è l'epoca in cui le nostre città perdono i confini, l'epoca in cui gli aggregati urbani si saldano l'uno con l'altro, la campagna inghiottita da questo processo scompare, i paesi diventano maxi periferie delle città vicine. Scompare l'identità della città stessa e di chi l'abita.

E' lontana l'immagine della città ottocentesca arricchita di giardini e fontane.

A differenza delle città ottocentesche le nostre città sono del tutto prive di verde, che peraltro viene considerato come un fatto distaccato dall'architettura e dalla progettazione urbanistica. La città non è fatta solo di pieni ma anche di vuoti e bisognerebbe imparare a considerare anche questi come degni di un progetto, visto che è proprio qui, nei "vuoti" che il cittadino vive la propria città.

   Il principale cambiamento della città è stato il suo passaggio da forma statica a forma dinamica, la velocità ha deciso la sua crisi, la velocità indice della modernità tanto agognata negli anni passati. Scrive Cervellati: "Non solo è mutato il rapporto della città con la campagna un tempo circostante, è la città stessa a non essere più tale, ad essere aggregato". Non più "luogo cinto da mura", come la definisce qualsiasi dizionario ottocentesco, ma "organismo in continua proliferazione e trasformazione". E questo mutamento della città da insediamento statico a struttura dinamica è avvenuto con l'affermarsi dei principi ispiratori della società industriale.

   Differenza fondamentale tra i centri storici e le periferie è che mentre il centro storico si è formato spontaneamente seguendo il territorio e il paesaggio, la periferia è guidata dalla lottizzazione e dalla parcellizzazione, e non ha quindi una propria identità.

   Nel corso dei secoli alla città medioevale si è sovrapposta quella rinascimentale, che è stata a sua volta trasformata nel periodo barocco, che ha poi lasciato spazio alle sistemazioni neoclassiche. Oggi le nostre città sono cambiate. Il nostro secolo non può affrontare un processo di "sedimentazione" come è accaduto nei secoli passati, perché lo stesso concetto di città è cambiato.

Dunque oggi o si trasforma la città storica in museo o la si distrugge.

Proprio la trasformazione del centro storico in museo, che all'inizio del libro l'autore aveva criticato in città come Venezia, ora diventa l'unica via di salvezza: "considerarlo un museo, questo è l'unico modo per conservare il nostro passato [.] conservare la città del passato, questa è l'unica maniera per qualificare gli aggregati urbani del presente, nonché l'assetto territoriale che ci accingiamo a predisporre per il futuro".. L'autore indica in un centro storico-museo inserito in un enorme parco il luogo ideale in cui vivere. Un centro storico che "contribuisce a formare la struttura urbana del futuro" su un territorio "studiato, pianificato e programmato attentamente".







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