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DUE MODELLI DI TELEVISIONE (1972-1975) - L'esaurimento del modello bernabeiano

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DUE MODELLI DI TELEVISIONE (1972-1975)


1. L'esaurimento del modello bernabeiano

Alla fine degli anni 60 si assiste ad un logoramento del modello bernabeiano di gestione della rai. Non si trattava solo delle 858d37i difficoltà del governo di centro sinistra e del suo disdegno di modernizzazione del paese: l'azienda era gestita in modo personalistico ed artigianale, emanazione di un potere accentrato e sicuro di sè, abile nel mettere a tacere gli altri contendenti con elargizioni non sempre necessarie.

La Rai era diventata un centro di potere, ed era leader dell'industria culturale italiana, ed aveva due prospettive:

a. diventare un'azienda vera e propria

b. avvolgersi completamente nella sua natura di servizio pubblico, diretta emanazione del sistema politico.





Nel 1968 la Rai commissiona un rapporto sul futuro della Rai, che doveva rimanere segreto, ma così non fu. Il rapporto delineava soluzioni innovative che non furono mai applicate, perchè ogni proposta diventava materia incandescente, dal momento che la tv aveva assunto un ruolo centrale nella vita pubblica, e tutti i politici si sentivano autorizzati a discuterla e commentarla.


Nello stesso periodo i professionisti della tv iniziano a rivendicare la propria autonomia (1968, Associazione dei programmisti Rai; 1970, Movimento dei giornalisti democratici)


2. LA CONVENZIONE FRA LO STATO E LA RAI

Secondo questa convenzione, approvata dal Governo con scadenza ventennale, la rai esercitava in esclusiva l'attività radiotelevisiva.

Nel 1952 la vecchia convenzione fra l'eiar e lo stato fascista era stata rinnovata, per decreto e in sordina, al di fuori della sfera decisionale del Parlamento, tanto che l'opposizione di sinistra a malapena se ne era accorta.

Ma in vent'anni il clima era profondamente mutato, e le tensioni non rendevano perseguibile la soluzione di una convenzione approvata dal governo: era necessario un intenso iter parlamentare che avrebbe coinvolto insieme alla maggioranza, anche il governo e le forze sociali, ovvero i sindacati e gli enti locali


3. LA STAGIONE DEI CONVEGNI

Presto divenne chiaro che il rinnovo della convenzione sarebbe avvenuto non con un atto amministrativo, ma attraverso una legge di riforma.

Si inaugura così quella che viene chiamata "la stagione dei convegni": quasi tutti i partiti e le forze sociali radunavano i loro referenti e addetti ai lavori e mettevano a punto le loro idee in incontri pubblici sulla annunciata riforma.

Si crea una sorta di compagnia di sindacalisti, parlamentari, giornalisti, registi, molto attivi nella pubblicazione di opuscoli, riviste e nella partecipazione ai convegni i iniziative dedicate alle ipotesi di riforma.

I temi da discutere erano molti, e in particolare:

Monopolio o concorrenza?

Natura della Rai: ente pubblico o società del gruppo Iri?

Coinvolgimento del Parlamento (non solo del Governo) nell'attività tv

Coinvolgimento delle ragioni (auspicato un decentramento)

Coinvolgimento dei sindacati e delle forze sociali (auspicato)

Distribuzione dei poteri all'interno dell'azienda: ridimensionare il potere monocratico del direttore

Ideazione e produzione: riconoscere l'autonomia professionale dei giornalisti

Garanzie per gli utenti: obiettività e imparzialità

Partecipazione: una tv d'inchiesta su temi sociali importanti



Pubblicità: da contenere, perché mercificava i programmi in modo volgare.


4. LE PRIME TV LIBERE

Imprenditori locali iniziano a installare ripetitori attraverso i quali diffondono in Italia trasmissioni estere, provenienti dalla svizzera e da montecarlo. Grazie ad esse gli italiani iniziano a vedere a colori, mentre la Rai era frenata dal sistema politico.

1971: La prima tv privata italiana fu probabilmente TELEBIELLA, fondata da Giuseppe Sacchi, ex dipendente rai, che aveva installato un piccolo impianto via cavo, e aveva ottenuto dal tribunale la registrazione della testata come "telegiornale a mezzo video".

Telebiella nasce con l'intento di dare voce alla realtà locale, ma presto diventa fuori legge. Nel maggio 1973 la Gazzetta Ufficiale pubblica il nuovo codice postale, il cui articolo 195 punisce severamente da uno a tre mesi di carcere chi stabilisce o esercita un impianto di telecomunicazioni, anche via cavo.

La questione politica entra nell'agenda politica e non ne uscirà più.


1974: La corte costituzionale si esprime sul caso con due sentenze storiche:

Sentenza 225: i privati hanno il diritto di ripetere i programmi tv esteri purchè non interferiscano con e frequenze della Rai;

Sentenza 226: legalizza la trasmissione via cavo su scala locale.


Quindi, 1974: LIBERTA' DI ANTENNA CON LE SENTENZE DELLA C. COSTITUZIONALE.


5. LA SOTTOVALUTAZIONE DELL'EMITTENZA PRIVATA

A trionfare in questa fase sono le piccole province italiane: i grandi imprenditori non investono nelle tv locali, sottovalutandole. Intanto però nel 1975 si approva la legge di riforma della Rai



6. 1975: LA RIFORMA DELLA RAI

Ribadisce il monopolio statale della radiotv, le cui finalità erano: l'ampliamento della partecipazione, e i principi fondamentali dell'indipendenza, obiettività e apertura alle diverse tendenze politiche, sociali e culturali.

La rai sarebbe diventata una società per azioni a totale partecipazione pubblica, di competenza del Parlamento, e non del Governo.

Il parlamento avrebbe gestito la rai attraverso una Commissione di Vigilanza, e la Rai sarebbe stata governata da un Consiglio di Amministrazione composto da 16 membri.

Le decisioni prese in merito alle sentenze del 74 sulla tv via cavo mettevano in realtà il cavo fuori mercato, perché impedivano che le tv avessero la pubblicità (quindi zero profitti) e imponevano che fossero monocanale.


7. IL SIGNIFICATO POLITICO DELLA LEGGE 103

Tutti i partiti riconoscono l'importanza della tv, e sottovalutano invece l'apporto dei sindacati, facendo diventare assolutamente illusorio il concetto di "partecipazione" tanto auspicato.

Dalle norme emerge che i politici non si fidano degli uomini che mandano a dirigere la rai. La convenzione non dura più 20, ma 6 anni, e i mandati degli amministratori sono di soli 3 anni.

Emerge una doppia marcatura: ogni decisione in merito ai programmi deve passare per il parlamento.

La legge 103 moltiplica dunque i centri di potere interni alla Rai.







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