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SCHEDA D'ANALISI DI "VITA DI DEMOSTENE"

greco


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SCHEDA D'ANALISI DI "VITA DI DEMOSTENE"


Il libro "Vita di Demostene" fa parte dell'imponente lavoro storico- biografico di Plutarco conosciuto sotto il nome di "Le vite parallele". L'opera annovera ben cinquanta biografie di uomini illustri, di cui quattro sono concepite come a sé stanti; le altre quarantasei sono inv 959e44j ece riunite in ventitré coppie: ciascuna comprende la vita di un Greco e di un Romano distintisi nel campo della letteratura, della politica, della letteratura o della cultura in genere. Tutte le "Vite parallele" sono dedicate all'amico Sosio Senecione, probabilmente uomo di fiducia dello stesso Traiano, il quale avvicinò Plutarco al mondo della corte imperiale.

La vita dell'illustre oratore ateniese Demostene viene qui paragonata da Plutarco con quella del Romano Cicerone, non per "dimostrare chi fosse più abile con le parole e più piacevole all'ascolto" ma perché, secondo il biografo, i due personaggi sono stati avvicinati da un destino comune, da una forza sovrannaturale che ha fatto di Cicerone "un secondo Demostene". Questa interpretazione da parte di Plutarco trova forse la sua spiegazione dai suoi trascorsi come sacerdote di Apollo e dalla sua profonda religiosità, ma in ogni caso non allontana lo scrittore da un oggettività imparziale e distaccata. Plutarco si limita a dire che la sorte "fece di Cicerone un secondo Demostene", donandogli una vita simile segnata da "l'amore e la libertà nell'impegno politico e un atteggiamento codardo nei confronti di pericoli e guerre", dalla capacità di essere riusciti a competere con re e tiranni pur partendo da un'insignificante condizione sociale, dalla perdita di una figlia, dall'esilio infamante e dal glorioso ritorno in patria, infine la fuga e la morte comune per mano di chi cercava di soffocare la repubblica e la libertà. La biografia di Demostene si apre in modo inconsueto poiché Plutarco non inizia parlando delle origini di Demostene ma fa uno strano discorso indirizzato all'amico Senecione in cui da il suo parere sul fatto che sia importante o meno "l'essere nati in una patria illustre" ai fini della realizzazione personale. Dopo una lunga argomentazione giunge alla conclusione che "la virtù è un arbusto che attecchisce ovunque, purché trovi una natura generosa e un animo capace di sopportare le sofferenze". Dopo questa prefazione Plutarco non si addentra nella narrazione vera e propria ma continua, prima parlando del suo personale metodo di ricerca (basato sia sullo studio dei testi esistenti sia su "l'ascolto delle testimonianze e dei ricordi" che sono sfuggite ai suoi predecessori) e poi scusandosi con chi legge per la propria lacunosa e imperfetta conoscenza del latino. Da questi preamboli Plutarco arriva ben presto a parlare dell'infanzia del giovane Demostene, delle sue origini e della sua difficoltà nel stabilire rapporti con i pari età a causa della sua "gracile condizione" e della difficoltà nel parlare. A queste iniziali mancanze Demostene sopperì ben presto con una volontà tenace che lo  spinse giovanissimo ad accorre al processo contro il famosissimo oratore Callistrato: fu qui infatti, ascoltando la brillante difesa del retore, che l'allora inesperto Demostene capì la forza delle parole e dei logoi e desiderò "eguagliare Callistrato in gloria e abilità". Descritta la scena della "iniziazione" Plutarco continua narrando il lungo percorso che Demostene seguì prima di arrivare alla gloria, gli studi nella scuola di Ermippo e le prime esperienze dall'alto dei tribunali. Tuttavia, come ricorda Plutarco, "la prima" di fronte al pubblico fu un vero insuccesso: sebbene infatti Demostene si fosse a lungo profuso in studi ed esercitazioni i difetti dell'infanzia continuavano a tormentarlo e a limitare le sue performance. A una argomentazione "confusa e complicata" si aggiungevano infatti "una voce debole, una pronuncia poco chiara e il respiro corto e affannoso. Plutarco racconta che il retore fu profondamente scossa da questo insuccesso e che la prima battuta d'arresto lo stava portando ad abbandonare la propria attività di logografon ma fortunatamente grazie a Satiro, un attore suo amico, scoprì come "il saper porgere contribuisse ad abbellire e rendere elegante il discorso" e capì "quanto poco contasse l'esercizio se si trascurava l'esercizio e l'arte di disporre le parole".



A questa "illuminazione" seguì un periodo di profondo studio e di esercizio interiore  che portò Demostene nel giro di qualche anno a competere in eloquenza con i più grandi oratori del tempo, quali Demade Lamaco di Smirne o Focione detto il Giusto.

Ma questo studio eccessivo, questa ricercatezza nell'esposizione, la quasi maniacale preparazione dell'orazione anche nei minimi particolari, fruttarono a Demostene numerose critiche da parte dei suoi nemici che lo accusavano di non riuscire a competere con un vero retore come Demade improntando un discorso sul momento. Demostene stranamente non rispose mai a queste critiche, non affrontò mai un assemblea senza aver prima studiato il suo discorso, ma comunque non si privò mai del piacere di lanciare qualche maliziosa "frecciatina" ai propri nemici. Ben presto la sua abilità nel parlare e la sua capacità fuori dal comune di trascinare le folle con quella sua "aria da posseduto" durante i comizi in cui sembrava invasato dal "furore bacchico", uscirono fuori dei confini della stessa Grecia arrivando fino alla corte del Gran Re a Ectabatana e a Persepoli che in tutti i modi cercò di farselo amico, o al più, di non renderselo nemico. Non fu un'impresa difficile per il Gran Re, poiché essendo l'uomo più ricco sulla faccia della terra, possedeva "gli argomenti" per convincere il "probo" Demostene. Non soltanto Plutarco infatti ci tramanda la storia della bramosia che l'animo del retore ateniese soffriva per l'oro e la ricchezza, bramosia che lo portò anche all'onta del processo e al dolore dell'esilio. Dopo aver a lungo accusato i costumi corrotti dei suoi nemici questa volte Demostene sembrava incastrato dalle schiaccianti prove che venivano mosse contro di lui dopo aver favorito il macedone Arpalo sotto il prezzo di oro e calici preziosi. La vita di Demostene fu comunque interamente spesa per far fronte alla pressione del regno macedone, che con Filippo prima e Alessandro poi rappresentò il vero nemico da affrontare per difendere la tradizione democratica e gli ideali di libertà della sua Atene.

Più volte Demostene lanciò infiammate orazione e infuocate invettive contro Filippo II di Macedonia, senza però scadere nel volgare o nello scontato, ma mantenendo sempre un tono elegante uno stile impeccabile, tanto da meritarsi la stima dello stesso Macedone. L'esilio non fermò il suo animo libero e trascinatore e anzi approfittò della lontananza dalla patria per diffondere il suo messaggio anti-macedone anche al di fuori dei confini della polis ateniese. La sua lealtà fu presto ripagata tanto da valergli il ritorno e gli onori in patria. Ma ormai il destino della Grecia era segnato, la storia aveva fatto il suo corso e Demostene, arrivato ormai alla vecchiaia, non riuscì a reggere l'impeto vitale del grande Alessandro. Tuttavia Demostene ebbe anche se per poco, il non indifferente privilegio di poter gioire della morte di entrambi i nemici: l'assassinio di Filippo lo colse nel pieno della sua attività mentre la prematura scomparsa del giovane condottiero macedone precedette di poco (ma forse è meglio dire segnò) la morte dell'ateniese. Ricercato da Archia il macedone Demostene tentò la fuga rifugiandosi come supplice nel tempio di Poseidone a Calauria ma stavolta il suo destino era segnato: circondato scelse di non macchiare con il proprio sangue il sacro naos del tempio preferendo avvelenarsi.



Emblematica è la scritta sotto la statua che gli Ateniesi dedicarono più tardi al loro retore, che come racconta Plutarco diceva : << Se tu, Demostene, avessi avuto forza pari ad intelletto, l'Ares dei Macedoni non avrebbe spadroneggiato sui Greci >>.

La fuga da Cheronea prima, la fuga per sfuggire ad Archia poi macchiarono un'esistenza vissuta per la libertà; la sua iniquità d'animo, la debolezza per l'oro e la ricchezza cancellarono in parte gli sforzi che il retore aveva fatto per morire nell'Atene libera in cui aveva visto per la prima volta la luce.



Andrea Silenzi IB






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