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Saggio breve - Il raggiungimento della profonda felicità

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Saggio breve


Il raggiungimento della profonda felicità



Per l'uomo è sufficiente soddisfare i propri bisogni primari per essere profondamente felice e sentirsi davvero realizzato?


Talete, come dive 646i84g rsi altri filosofi dell'antica Grecia, riteneva che felice, quindi saggio è "colui che ha un corpo sano, buona fortuna e un'anima bene educata". Tuttavia, già filosofi relativamente poco successivi a lui come Platone negarono che la felicità consistesse nel piacere, ritenendola piuttosto connessa con la virtù, intesa come la capacità dell'animo ad adempiere al proprio compito.

Oggi sappiamo che variabili anagrafiche quali l'età, il sesso o la bellezza, ricchezza, buona salute, cultura non contribuiscono certo al raggiungimento della letizia, senza alcun dubbio però questi incidono nel suo concetto. La felicità, per l'appunto, non è un'emozione oggettiva, ma una capacità individuale; la famosa enciclopedia Wikipedia ne dà la definizione: "emozione fortemente positiva, percepita soggettivamente, secondo criteri soggettivi. Tale concezione varia col variare della visione del mondo e della vita su di esso".




Non si può certo dire, però, che l'inseguimento di soldi, fama, benessere porti alla contentezza in quanto l'ansia della ricerca ne va in aperto contrasto.

Hermann Hesse in "Siddharta" spiega come la ricerca spasmodica sia la cosa che più ci allontana dallo scopo: "cercare significa:avere uno scopo. Trovare significa: essere libero, restare aperto, non aver scopo.". Il grande filosofo romano Epitteto disse:"la felicità non consiste nell'acquistare e nel godere, ma nel desiderare nulla perché consiste nell'essere liberi".

Anche il filosofo greco Epicuro riteneva importante l'indipendenza dai bisogni (come scrisse nella lettera a Meneceo), al fine di poter godere del poco se capita di non aver molto.


Bisogna certo tenere in conto che vi sono dei diversi stati di felicità. Tra questi vi è la "felicità biologica" che favorisce l'elevazione del mio stato di gioia. Un bisogno infatti ci crea una situazione di attesa e infelicità che con l'appagamento viene sostituita da una condizione di serenità e di tranquillità che produce la felicità biologica.

La divisione all'interno dello stato di felicità della persona, però, è fatta unicamente per poter analizzare in modo chiaro le, tuttavia, essendo l'uomo una unità indissolubile di psiche-corpo-spirito, è chiaro che tutte le componenti si influenzano sempre tra loro. Se una persona avesse male a un piede, sarebbe molto più facile che questa sia triste piuttosto che allegra, ma se la stessa vincesse un concorso o prendesse una laurea da 110 con lode, sarebbe probabile che ella sia felice nonostante il dolore al piede.


Anche le grandi religioni dividono il concetto di felicità: vi è quello procurato dalle cose materiali, ovvero il piacere, e quello in senso spirituale raggiungibile con la serenità dell'anima.

Un esempio noto a tutti è San Francesco d'Assisi che da ricco lascia la sua felicità materiale, incompleta, e si fa povero per raggiungere la profonda felicità interiore.


Lo studio scientifico ha portato a comprendere che alla felicità partecipa ogni singola cellula del nostro organismo. Il raggiungimento del benessere e la serenità dell'animo sono quindi entrambi necessari per la realizzazione personale e la vera gioia.


Se bastasse soddisfare i propri bisogni primari per trovare la vera felicità, cosa sarebbe quel fuoco che scalpita in ognuno di noi, quel desiderio di conoscere, sapere, sperimentare, provare? Cosa sarebbe Ulisse senza la sua sete di conoscenza? Come sarebbe la vita senza la sua colonna sonora? Cosa sarebbe una sorpresa, il tenersi per mano, la pioggia che cade dietro la tenda, un raggio di sole caldo, un cuscino di piume, l'acqua di fiume, un sorriso?







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