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Il razzismo nei confronti delle popolazioni immigrate: rapporti materiali e rappresentazioni pubbliche

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Il razzismo nei confronti delle popolazioni immigrate: rapporti materiali e rappresentazioni pubbliche


Con questo scritto vorrei riflettere sul fenomeno del razzismo nei confronti degli immigrati in Italia. Queste persone sono ormai tre milioni ed hanno cominciato ad arrivare in Italia all'inizio degli anni '70. Allora l'immigrazione era vista come un fenomeno apparentemente raro ed isolato nel Paese, nonostante il primo saldo migratorio sia avvenuto nel 1973. In quegli anni e fino a pochi anni dopo, l'attenzione restava maggiore nei confronti degli italiani all'estero piuttosto che nei confronti degli immigrati in Italia.

Coloro che migrano sono alla ricerca di opportunità ma viaggiare verso di esse, non sempre significa trovarle. Migrando infatti si possono cercare risposte a ciò che si è lasciato, ma in molti casi gli spostamenti dai paesi del sud a quelli del centro del mondo portano anche nuovi interrogativi, sofferenze e problematiche, pure di stampo razzista.

Credo che per quanto riguarda il razzismo in Italia esso non sia mai scomparso, ma si sia sviluppato in modo maggiore e differenziato negli ultimi 15-20 anni, anche perché prima non si era ancora consolidata l'idea che altre persone, di origine non italiana, vedessero nell'Italia il futuro proprio e quello delle loro famiglie. Gli immigrati erano più che altro percepiti come lavoratori occasionali, che prima o poi sarebbero tornati nel loro paese d'origine.



L'intolleranza, i nuovi razzismi e le nuove forme di discriminazione nei confronti degli immigrati emergono dunque tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, quando hanno luogo i primi gravi episodi di razzismo, come l'uccisione a Roma di un giovane immigrato massacrato a calci e pugni da parte di giovani 626c27g che si definirono poi neo-nazisti; questa ripresa di episodi di razzismo in Italia è spesso collegata alla tradizione fascista e nazista.

L'Italia si ritrova assieme ad altri paesi dell'Unione Europea, a vivere una realtà in cui razzismo e xenofobia trovano terreno fertile, soprattutto tra i giovani. Basti ragionare sui dati forniti dall'Osservatorio sul razzismo e la xenofobia in Europa, secondo i quali solo il 34% degli europei non si considera razzista, contro il 66% di razzisti e il 41% di loro che dichiara che nel proprio Paese ci sono troppi stranieri. I rom sono la popolazione più discriminata in Europa; a denunciarlo è il Rapporto Annuale dell'European Monitoring Centre, (pubblicato a metà novembre 2005) che è redatto dall'organismo dell'Unione Europea che ha il compito di fornire agli Stati membri informazioni e dati sul razzismo, la xenofobia, l'islamofobia e l'antisemitismo. Dal rapporto emerge che i rom sono coloro che affrontano il maggior numero di discriminazioni nel lavoro, nell'alloggio e nell'istruzione.

Ma perché molti italiani, sono razzisti verso gli immigrati? Personalmente credo che da un lato ci sia il fattore della concorrenza (legata in buona parte al lavoro), e dall'altro lato i differenti mondi che gli immigrati portano con sé: codici che vengono completamente rimessi in discussione nei paesi di arrivo. Questi codici e modelli culturali sono praticamente sconosciuti alla società d'accoglienza, che in realtà assimila il nuovo senza fare troppo caso alle differenze. Inoltre l'Italia è un paese per certi versi molto chiuso, e che crede, come altre società di essere al centro del mondo, ma che in realtà non riesce a guardarsi dentro e a scoprire le sue città e le sue genti che mutano in continuazione. E poi in Italia non si offrono ai portatori di altre culture, gli strumenti per inserirsi in un modello di vita ben preciso e per molti versi circoscritto, come quello italiano appunto.

Ci può essere uno scarso riconoscimento e una non valorizzazione dei modelli positivi di cui sono portatori gli immigrati e ciò può condurre ad una parziale o totale chiusura da parte loro nei confronti di quella che può venir vista come una società complessa e divisa. Da parte dei locali invece, la chiusura dell'altro può suscitare l'idea di un isolamento voluto e quindi la preferenza a continuare ad esercitare gli stessi codici culturali, e dunque a non "adattarsi" al nuovo paese.

Il razzismo che gli immigrati vivono in Italia è abbastanza sconvolgente. Infatti mentre poco tempo fa le disuguaglianze nel Paese erano basate in particolare sul genere e la classe a cui apparteneva l'individuo, le disuguaglianze e le conseguenti discriminazioni di oggi sono basate prevalentemente sulla provenienza o la nazionalità della persona. Dunque dipendono in molti casi dal semplice colore della pelle di un corpo. In base a ciò, le strutture delle nuove discriminazioni poggiano sulle basi di quattro settori: l'ordinamento giuridico, le politiche migratorie, il mercato del lavoro e il sistema dei mass-media.

La mia idea è che il razzismo e l'odio verso altre popolazioni purtroppo ci sarà per sempre, a meno che non si cominci a dare veramente gli stessi diritti a tutte le persone che vivono e hanno scelto come nuova casa l' Italia; Paese dove attualmente ci sono evidenti carenze per ciò che riguarda le politiche d'accoglienza riservate agli immigrati, che in realtà li mettono in condizione di marginalità, e li fanno vivere, o meglio sopravvivere, come contenitori di diritti inesistenti o dimezzati. Il target del razzismo cambia sempre: infatti ci sarà sempre qualcuno da inferiorizzare, soprattutto per una questione di concorrenza, ma non soltanto nel campo lavorativo. In Italia difatti, a seconda del momento e della tipologia d'immigrazione, prende piede un razzismo sfrenato nei confronti di vari gruppi di persone.

Emergenza. Quante volte si ricorre all'uso di questa parola per tentare di spiegare l'immigrazione in Italia in modo veloce e controproducente? Troppe, senza mai ragionare sul fatto che l'immigrazione è un fenomeno di vecchia data e che non coincide affatto con una turbolenza. I primi immigrati sono arrivati all'inizio degli anni '70 quando l'Italia era considerata ancora una terra d'emigrazione. Si calcola che dal belpaese siano partiti non meno di 28 milioni di cittadini, in particolare all'inizio del XX° secolo diretti verso paesi come Stati Uniti, Australia e Argentina. E' nel 1973 che si tocca il primo saldo migratorio, ossia è il primo anno nel quale sono maggiori gli arrivi in Italia che le partenze.

Dal punto di vista giuridico negli anni '70 e per una gran parte degli anni '80, la presenza d'immigrati sul territorio è stata regolata esclusivamente da leggi inerenti la pubblica sicurezza che regolavano la presenza degli stranieri in Italia. E già qui si può parlare di razzismo, volendo bendati i propri occhi e quelli dei cittadini dinanzi a una crescente trasformazione.

Il primo quadro amministrativo arriva solo nel 1986, con la "legge Martelli", dove però si fa riferimento esclusivamente all'ingresso e al soggiorno in Italia, con pochissimi accenni su sanità, scuola e altri elementi indispensabili nella vita dell'individuo e della sua famiglia. Il modello di questa legge dà però il via alle future leggi (Dini, Turco/Napoletano e Bossi/Fini). Infatti è solo alla fine degli anni '80 che il legislatore e gli amministratori della giustizia si sono resi conto della presenza ed effettiva incidenza degli immigrati sul territorio italiano, poiché prima ricoprivano soprattutto lavori caratterizzati da una certa invisibilità e non si dava loro molto peso, pensando fossero pochi attori di un fenomeno passeggero, non permanente né in crescita.

Dopo diverse sanatorie e decreti, si capisce effettivamente che il fenomeno è in continua espansione e persistente movimento, e che quindi servirebbe una legge organica, cosa che tuttora manca in materia di asilo ai rifugiati. Pare che i detentori del potere politico abbiano cercato in tutti i modi di porre delle leggi che sfociassero in una situazione di controllo e di potere dinanzi agli immigrati. Questo impegno può essere visto come un vero e proprio gesto di discriminazione nei confronti di alcune minoranze presenti sul territorio.

Oggi in Italia le principali difficoltà che un immigrato deve affrontare, riguardano soprattutto la "regolarizzazione" della persona, che include un percorso amministrativo lungo e tortuoso. Tra permessi, lunghe file d'attesa, rimandi, l'immigrato cade vittima della burocrazia italiana, rendendosi perfettamente conto di essere trattato come un animale se non peggio. Spesso tutto questo si va ad aggiungere alla difficoltà d'inserirsi in un contesto (sociale, politico, economico, giuridico, sanitario.) totalmente nuovo; così i canali d'accesso ai servizi e di contatto sono quasi sempre quelli legati ai connazionali o ai compagni conosciuti al lavoro, solitamente provenienti dallo stesso paese o regione.

Negli ultimi anni la politica non ha portato a grandi miglioramenti concernenti lo stato di "vita" delle persone immigrate in Italia. In questo senso infatti va la normativa riguardante il permesso di soggiorno, (legge nazionale 189/02, la famigerata "Bossi-Fini"), che alla fine diventa un "contratto di soggiorno" per cui il lavoratore immigrato non ha diritto a restare nel Paese oltre la durata del rapporto di lavoro per il quale è stato ammesso, evidenziando che l'unica giustificazione per restare nel paese è lavorarci per produrre ricchezza e benessere (quasi sempre per altri). Una volta che questo non succede, per questa legge, allora non ha più senso che il lavoratore vi resti. E l'immigrato cade dunque molto facilmente in "clandestinità".

La sua figura, rispetto a quella dei lavoratori italiani, appare più facilmente ricattabile, ed egli viene preso di mira da coloro che invece possono godere di certe sicurezze. L'immigrato, facendo parte di una minoranza, viene posto sugli scalini più bassi della società. La sua posizione di debolezza giuridica, lo esclude dalla maggior parte o dalla totalità dei diritti che invece spettano ai locali, quali il diritto di voto e il diritto di cittadinanza.

Dal punto di vista della legislazione italiana, l'immigrato dunque si trova nel paese per lavorare, ed è quindi visto come forza-lavoro e non come persona portatrice di valori, bisogni e diritti (negati). Così, nel momento in cui da emigrato varca il confine, diventa un soggetto la cui vita dipende dalla questura, dal datore di lavoro o dalla famiglia presso la quale lavora, e dalle diverse associazioni. Non un soggetto indipendente ed autonomo, ma un soggetto che ha molte difficoltà a difendersi e a tutelarsi, in quanto ha pochi diritti e molti doveri; quindi una figura fragile.

Il razzismo istituzionale, che s'inserisce nell'ordinamento giuridico è in pratica un effetto discriminatorio prodotto da quelle procedure amministrative la cui applicazione comporta, come effetto secondario, l'accentuarsi di condizioni d'evidente disuguaglianza sociale. Per alcune categorie di cittadini, come appunto gli immigrati, che appartenengono a gruppi "deboli", è meno esplicito e ha origine nell'operato di forze radicate nella società e riceve così un minore condanna pubblica. Gli ambiti in cui si parla di razzismo istituzionale riguardano in particolar modo l'accesso al mercato dell'alloggio, ai servizi bancari ed assicurativi, e ad alcuni settori lavorativi, in cui diplomi e lauree prese in un paese al di fuori dall'Unione Europea o Stati Uniti non hanno alcun valore.

Per quanto riguarda il tema della casa, esso è un problema per molti ancora più grande di quello del lavoro; così molte famiglie d'immigrati sono giunti alla conclusione che è più conveniente ricorrere ad un mutuo per acquistare una casa, piuttosto che pagare un affitto alle stelle in una topaia. Ma la situazione è ancora grave: basti pensare a quanti di loro, soprattutto uomini, si ritrovano costretti a vivere in fabbriche dismesse nelle regioni più ricche d'Italia, come in alcune province del Veneto. O quante famiglie, come a Roma e in Lombardia, si vedono praticamente forzate, anche con l'aiuto delle associazioni, ad occupare una casa.

Ci sono inoltre tantissimi italiani che non hanno nessuna intenzione di concedere affitti o vendite di case a famiglie immigrate. Sfogliando gli annunci, una buona parte di questi, in fondo aggiunge in grassetto no stranieri. Al di là delle infinite giustificazioni che prontamente vengono date, qui si parla di razzismo. Un razzismo legato alla paura che queste siano persone di cui non ci si possa fidare: paura che non paghino, paura che siano troppo diversi nei modi di vivere. Spesso queste sono paure legata ai pregiudizi che nascono per varie ragioni e che restano annidiati nelle menti e ritenuti verità certa.

Per quanto concerne i servizi bancari, sono pochi gli immigrati che riescono ad ottenerli, soprattutto perché resta una diffidenza di altissimo livello nei loro confronti. E l'ottenimento di un qualsiasi servizio bancario preclude una serie di controlli sui documenti, sul lavoro, sull'attuale dimora, estremamente rigidi. L'immigrato deve quindi garantire in modo maggiore rispetto ad un italiano di essere perfettamente "in regola" con tutto. Esistono poi altri servizi dai quali queste persone sono totalmente escluse, come ad esempio le assegnazioni in molti comuni di alloggi popolari. Ed è di poco tempo fa la notizia dell'esclusione del "bonus bébé 2005" a tutti i bimbi figli d'immigrati nati in Italia nell'anno scorso. Bambini che oltretutto potranno diventare italiani per legge solo al compimento dei 18 anni d'età.



Un altro settore dove gli immigrati vivono una discriminazione assolutamente incredibile, è quella di alcuni settori lavorativi. Infatti l'Italia non accetta né diplomi né lauree di persone che hanno seguito un percorso educativo esterno all'Unione Europea o agli Stati Uniti. Capita quindi che parlando con venditori ambulanti, badanti, panettieri, si scopra come d'incanto che questi siano in realtà ingegneri, architetti, medici. Il rapporto della Caritas 2005 riferisce che ben il 12,1% degli immigrati in Italia è in possesso di una laurea (contro il 7,5% degli italiani), ma solitamente il mestiere che viene svolto nulla ha a che vedere con il titolo di studio che per la legge italiana equivale a carta straccia. Quindi in questo la legislazione razzista nei loro confronti vieta di assumere una parte di loro per quello che in realtà sono: lavoratori altamente qualificati, che però, accettano anche i lavori più faticosi e disumani.

In gran parte dei casi anche la televisione, l'indiscussa regina dei mass-media, fa la sua parte, imponendo dallo schermo, a tutti noi immagini nelle quali "il nero" è sempre e per forza imprigionato in una figura negativa o comunque fortemente stereotipata a seconda del messaggio che deve trasmettere. Simile la situazione nei telegiornali e negli altri numerosissimi programmi di cronaca che occupano gran parte della giornata, all'interno dei quali per introdurre una persona si parte dal colore della sua pelle o dalla sua nazionalità. E' da notare inoltre che in televisione non sono quasi mai trasmessi programmi dedicati alle comunità presenti sul territorio italiano, ma ci si è in compenso, dati molto da fare a parlare di "bande di albanesi", "rumeni stupratori", "musulmani violenti e fondamentalisti.".

E così, soprattutto banali episodi di microcriminalità che vedono coinvolti soggetti immigrati, vengono sottolineati e ingigantiti, e anche sui giornali viene fatto un lavoro impeccabile, dato che molto spesso le parole tendono a camuffare la situazione reale; si parla di "emergenza", "ondate", "masse", "scaglioni", "extracomunitari", "clandestini", e praticamente mai di situazione difficile, persone, gruppi, irregolari. Il vocabolario, le parole stesse, utilizzate nel descrivere la persona di un'altra nazionalità portano ad una rappresentazione, ad un'immagine che sconvolge e introduce una forte sensazione di paura e di disagio. Abituale è la sottolineatura dei crimini o degli atti di devianza commessi dagli immigrati, ma non altrettanto il loro essere vittime soprattutto di atti di razzismo e xenofobia, che peraltro in pochi casi denunciano.

Al numero verde istituito dall'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (nato all'interno del Ministero delle Pari Opportunità), sono arrivate circa 3500 telefonate nel 2005. Il servizio è stato utilizzato in maggior parte da cittadini di origine africana, in Italia da molti anni e residenti soprattutto al nord. E' emerso che una chiamata su due viene fatta per segnalare una discriminazione che avviene nell'ambito del lavoro o della casa. Un dato significativo che emerge è che molti italiani hanno usato il servizio per testimoniare vari episodi di discriminazione.

In Italia, e in buona parte dei paesi europei, è evidente che gli immigrati subiscono una separazione per la quale avvicinarsi ai locali, risulta essere molto difficile. Da un lato si discriminano le varie persone e le loro comunità, dall'altro lato viene fatto di tutto perché queste persone restino nelle comunità e non si condensino col territorio, né creino così legami forti con le altre realtà che le circondano. Le comunità possono essere un rifugio per gli immigrati, ma rischiano anche di diventare tane pericolose, in quanto le persone che ne fanno parte possono sentirsi importanti e vivere solo nella specifica realtà della loro comunità, e di conseguenza non approfondire le conoscenze coi locali, che a loro volta li guardano con sospetto, ma che forse preferiscono la distanza.

E, come spiega Fabio Perocco, il modello migratorio italiano ha prodotto queste barriere e "produce un effetto di triplice separazione: separazione nella vita dell'immigrato; separazione tra le popolazioni immigrate; separazione tra autoctoni ed immigrati." E' vero infatti che si può pensare ad una sorta di fenomeno di contenimento da una parte della società, di una parte del Paese che tenta in qualsiasi modo di tenere separate le vite degli italiani da quelle dei non italiani, e a sua volta di relegare gli immigrati all'interno della propria comunità. In questa direzione non si va da nessuna parte, anzi si fomenta l'odio e il razzismo verso colui/colei che appare diverso/a, ma che in realtà è diverso/a perché è così che lo si vuole far apparire. In questo tipo di situazione fondata su stereotipi e credenze, lo scambio, nel senso di rapporto paritario e fondato sul rispetto reciproco non avviene, e al contrario, non si fa nessun passo avanti perché la situazione cambi.

Le comunità in Italia in effetti sono diventate un vero e proprio punto di riferimento per gli immigrati perché è la stessa legislazione italiana, che non si preoccupa a fondo della vita di queste persone e non offre sufficienti informazioni su alcune questioni di base, quali alloggio, sanità e scuola. Inoltre l'immigrato è nella gran parte dei casi una figura debole in quanto, migrando da un paese all'altro, perde la sua rete sociale e ha più difficoltà ad inserirsi in un contesto totalmente nuovo per quanto riguarda lavoro, casa, amicizie, lingua, codici culturali. Così, come un pesce fuor d'acqua, si sente per molti versi spiazzato, solo ed indifeso.

E rivolgersi alla comunità non è soltanto un modo per sentirsi più vicini a casa, ma anche e soprattutto un modo per essere accolti e ricevere le giuste indicazioni e consigli per una tranquilla permanenza nel paese. Ciò però alimenta i già presenti comportamenti razzisti da parte dei locali che si lamentano della chiusura di questi popoli e della loro apparente volontà di non volersi "integrare" nella società italiana.

Questo è in particolare il caso degli immigrati cinesi, la cui comunità è tra i primi posti in Italia per quanto riguarda le presenze. "Grandi lavoratori" che in molte città e campagne hanno aperto i loro laboratori e le loro aziende, facendo anche concorrenza ai prodotti italiani che sono ben più cari, ma persone che appaiono come fedeli esclusivamente nei legami di tipo familiare, e che sono visti come sleali e troppo competitivi nei vari settori dell'economia. Inoltre sono presentati come degli sfruttatori nei confronti dei loro connazionali che stipano in stanze minuscole a lavorare come schiavi. Versione approvata dai vari servizi dei telegiornali nazionali e locali. Il fatto che essi siano economicamente inseriti, ma socialmente chiusi, porta allo stereotipo del cinese che ha tempo solo per lavorare, e non desidera fare altro.

Le caratteristiche dell'immigrazione in Italia e le conseguenti condizioni in cui vengono situati gli immigrati fanno nascere delle rappresentazioni nei loro specifici confronti che si fondano sugli stereotipi negativi che portano a situazioni d'invisibilità e segregazione. In poche parole, delle non-persone. L'idea di razzismo in pratica è sostenuta dapprima da una paura dell'immigrato, che pian piano si trasforma in un bersaglio di tutta una serie d'immagini negative. Così la sola appartenenza ad un luogo o ad un popolo impone forzatamente da una gran parte della società italiana alcune caratteristiche ben specifiche. Ad esempio le tragiche immagini degli sbarchi in Italia di persone che fuggivano da guerra e miserie dall'Albania, per approdare in un Paese che poteva offrire un po' di pace e una vita più serena, paradossalmente sembrano essere rimaste impresse negli occhi di gran parte degli italiani, come quelle di "un'invasione", di un pericolo; come se questo arrivo coincidesse con l'avvento di una "massa uniforme", e non di persone ben distinte tra loro.

Dagli anni '90 in poi, il razzismo e gli stereotipi diventano funzionali verso alcune popolazioni, a seconda del momento e degli episodi che le circondano. Infatti, mentre negli anni '90 si ha un aumento del razzismo nei confronti delle persone di origine araba, albanese e slava, oggi si predilige un razzismo anti-cinese, anti-rumeno ed in particolare anti-musulmano.

Ancora più di prima gli immigrati non sono visti come dei singoli, ma come un insieme, un gruppo. E la rappresentazione di questa massa, rappresentazione gonfiata bene dai mass-media, porta al pensiero che dal di fuori di quest'Europa ricca e da proteggere, arrivino in Italia molte persone, tutte più o meno uguali e delinquenti. Ma in realtà esse sono estremamente differenti tra loro ed hanno paesi, lingue, abitudini, codici culturali, e tante altre cose che le rendono persone uniche. E per questo non possono essere trattate come soggetti tutti uguali, come un'unica anima indivisibile.

In Italia le sensazioni di pericolo sono state pesantemente alimentate anche dalle campagne xenofobe anti-immigrazione di partiti presenti nell'area del centro-destra della politica italiana (soprattutto della Lega Nord) che hanno spesso cercato di sottolineare la teoria del binomio immigrazione/criminalità, che ovviamente ha ben poco fondamento. Alcuni esponenti politici come Borghezio (Lega) hanno invitato, nei loro numerosi "show-comizi" gli immigrati a tornarsene nel loro Paese. Tutto ciò in un modo non proprio galante ed utilizzando come pretesti la droga, la prostituzione, la violenza che essi porterebbero con loro per rovinare l'Italia.

Il Ministro della Giustizia (ma quale giustizia?), in un discorso ai suoi fedelissimi, definisce gli immigrati "i nuovi barbari.ma non lo dico in termini dispregiativi. Anch'io sono un barbaro di origine celtica.La civiltà occidentale è già in crisi per i fatti suoi. Così i barbari ci conquisteranno". Nello stesso discorso, si dice contrario al "meticciato etnico" che, «va di pari passo con quello culturale" e vuole difendere la sua identità (inesistente) di italiano-celtico.[4]
Ovviamente tutto questo viene urlato senza alcun riferimento a quegli immigrati lavoratori che nel belpaese lavorano e producono ricchezza ogni giorno. Lavori in nero, turni lunghissimi al limite dell'umano, precarietà, mansioni che non vengono accettate da nessuno tranne che da loro.

L'economia italiana deve moltissimo a queste persone, che in molti casi lavorano come degli schiavi. E mentre gli industriali dicono che ne servono di più (cioè servono più persone che accettino di lavorare per stipendi da fame), l'ex Ministro delle Riforme, dal palco della festa dei popolo padani a Venezia nel settembre 2005, sbraitava che "la legge Bossi-Fini é una legge che funziona, ma di immigrati ce ne sono ancora troppi.Tornino nel deserto a parlare con i cammelli o nella giungla a ballare con le scimmie".

E poi però questi individui credono di essere loro i discriminati, e visto che il Ministero delle Pari Opportunità ha aperto un ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali, si sono sentiti offesi e probabilmente esclusi. Quindi, il capogruppo del Carroccio alla Regione Lombardia, Davide Boni, ha attivato nei suoi uffici a Milano il primo "sportello antidiscriminazione padani",
e come ha spiegato lui stesso, il servizio, è rivolto a "tutti i residenti per denunciare disparità di trattamento a favore degli extracomunitari, sia sul posto di lavoro che in altre situazioni, come ad esempio nell'ottenimento di una casa popolare".
Roba da non credere.



Molto spesso quindi nella visione del migrante in Italia c'è una vera e propria generalizzazione, che passa attraverso l'uso delle etichette. E' definito "l'albanese", "l'arabo", "il negro", o altrimenti "lo zingaro", "il vu' cumprà". Questo continuo essere oggetto di stereotipi, rende gli immigrati vittime degli autoctoni, i quali impediscono loro ancora di più di condurre un'esistenza normale. Spesso i pregiudizi sono talmente forti da determinare vere e proprie persecuzioni, che possono arrivare ad azioni di violenza fisica e non soltanto psicologica.

Ecco alcuni esempi recenti: "Controllore dà un pugno a un rifugiato congolese. La vittima aveva obliterato il biglietto" (14 gennaio 2005) "Pestati due studenti quindicenni perché romeni" (11 marzo 2005), "Modena: aggredito con pugni e insulti razzisti il presidente dei Ghanesi" (7 giugno 2005), "Sporco negro, poi le botte, derubato un bengalese della merce. Due avevano il pugno di ferro in tasca" (3 ottobre 2005). La lista è infinita, si potrebbe andare avanti giorni. Ma evidentemente la gran parte dei media preferisce parlare degli "stupri etnici" o della mafia albanese" o ancora delle "bande rumene".

Ma mentre negli anni '80 gli stereotipi colpivano soprattutto i venditori ambulanti (solitamente di origine araba), ed altri lavoratori, come i lavavetri (in genere polacchi), s'è poi passato ad un uso ben diverso degli stereotipi; per cui l'aggettivo marocchino non significa persona che viene dal Marocco, bensì un misto di ladro, spacciatore, povero, persona che perde facilmente le staffe con l'alcool, rissoso. All'albanese dalla metà degli anni '90 invece è associata un'altra serie di aggettivi: truffatore, mascalzone, sfruttatore di prostitute.

L'apice lo raggiungono le popolazioni sinti e rom presenti sul territorio, con cui la convivenza appare tuttora per molti difficile, se non impossibile. Nonostante molti di loro siano italiani o le cui famiglie vivono in Italia da centinaia di anni, lo stato italiano non ha mai fatto nulla di positivo nei loro confronti. Queste persone sono quelle su cui versano gli stereotipi più pesanti: sfruttatori e ladri di bambini, violenti, assassini; come se fosse gente alla quale non importasse nulla della famiglia, e vivere ai margini della società, in campi senza acqua potabile né corrente elettrica fosse per loro una preferenza. Il fatto che la cultura di questi popoli si tramandi solo per via orale porta al luogo comune per cui essi non abbiano né una storia né elementi culturali ben precisi.

Oggi il top è raggiunto dal razzismo anti-musulmano. Il musulmano è agli occhi di molti l'estremista, il cattivo, colui che opprime la donna e la sua situazione di modernità, e la vorrebbe segregare in casa. E' vero che per certi versi ci sono delle situazioni che riguardano singoli od interi popoli messi in una condizione d'estremismo religioso, ma questo succede proprio in tutte le religioni; e quindi, a mio avviso, il termine musulmano è identico al termine cristiano, o buddista, o ateo. Musulmano invece è attualmente usato per descrivere una persona di fede islamica, ma sicuramente estremista.

E in molti casi, la figura dell'immigrato (uomo) è divisa tra quella "del maniaco sessuale violento, da un lato, e dall'altro uomo "trasparente", che esisterebbe solo come oggetto della produzione, escluso dal mondo dei desideri e dell'affettività. Da un lato lo si teme e non ci si fida di lui, dall'altro non lo si vede, non si presta alcuna attenzione alla sua esistenza."

Il bello è che poi quando viene chiesto ai politici e agli altri personaggi che (ahimé) rappresentano l'Italia se questo è un paese razzista, nessuno risponde di sì. Si parla prevalentemente di antisemitismo, contro il quale vengono organizzati cortei e fiaccolate con mille bandiere. Ma a parte questo, la maggioranza dei partiti si vergogna nell'esporsi in manifestazioni che presentano il problema dei razzismi. Unico momento di riflessione sul problema è quando si fa a gara per commentare il razzismo degli ultrà negli stadi o l'aggressione a sfondo razzista, ma poi non ci si chiede perché questo succeda e come mai la società italiana sia impregnata di razzismo. Anzi si va esattamente nel senso contrario.

Capita infatti che si decida per cambiare alcuni effetti della legge sui reati di opinione approvata dal Senato il 25 gennaio 2006 Il provvedimento targato Lega Nord (guarda caso) modifica due passi della legge 654/1975, (legge Reale), con la quale l'Italia ha ratificato e dato esecuzione alla convenzione internazionale sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale. L'articolo 3 riferiva che "è punito con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi". La nuova legge sostituisce queste passaggio con "è punito con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi".

Stessa modifica anche per un altro punto della legge, che stabiliva che "è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita (viene sostituito da istiga) a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi". Trovo che questo sia inaudito, e ovviamente questa notizia non ha avuto nessun riscontro né da parte dei mezzi d'informazione, né da quella parte della società che dovrebbe essere in qualche modo sensibile a questo genere di temi.

Tutto questo arriva poco tempo dopo un episodio che ha fatto restare allibite molte persone, ossia il fatto che dire "sporco negro" per la Cassazione non sempre è razzismo, in quanto per essa l'ingiuria aggravata scatta solo "se si è in presenza di vero odio"; negli altri casi non ha nulla di razzista e si tratta di un insulto come un altro, o magari, perché no, anche di un complimento!

La realtà di oggi fa comprendere che gli immigrati nella stragrande maggioranza dei casi vivono sulla loro pelle, quasi tutto il giorno, l'odio, l'esclusione sociale e la negazione di molti diritti o semplici forme di libertà. Questo essere messi in una condizione d'inferiorità può farli veramente sentire inferiori e può far nascere un odio verso i locali che a loro volta li disprezzano o li evitano. Così nascono anche le associazioni degli immigrati, che non solo danno una mano a queste persone, ma cercano di far capire quanto la voce dei singoli, in un contesto di alleanza ed unione possa diventare importante strumento di lotta. Attualmente comunque c'è ormai una vasta area di immigrati che è riuscita, dopo sacrifici e azioni di vario tipo, a stabilizzare la propria posizione, e che si affanna, tra tante difficoltà, a uscire dall'area della marginalità, a volte riuscendoci.

Gli italiani credo avrebbero bisogno di cercare gli elementi in comune con gli immigrati, e non focalizzarsi sempre e soltanto sulle differenze che li separano. Rendersi più aperti ai cambiamenti, modificare il proprio punto di vista, non prendere tutto quello che si scrive e dice per oro colato, e soprattutto conoscere gli immigrati, perché ciò significa riconoscerli. Solo così si può capire che tutte le persone sono alla ricerca del proprio benessere, e che anche se le abitudini possono essere differenti, praticamente ogni essere umano insegue lo stesso obiettivo; vivere bene e far crescere in pace ed armonia la propria famiglia.















Fonte: Osservatorio sul razzismo e la xenofobia in Europa, dati del 2004.

https://www.meltingpot.org/articolo6184.html

Cfr. P. Basso, F. Perocco, (a cura di) Gli immigrati in Europa. Disuguaglianze, razzismo, lotte, Franco Angeli, Milano, 2003, p.212.

www.stranieriinitalia.it

www.stranieriinitalia.it

Cfr. T. B. Jalloun, La plus haute des solitudes, Seuil, Paris, 1977.







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