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Il moto degli intellettuali

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Il moto degli intellettuali.

Il "caso Dreyfus" fu caratterizzato da una straordinaria vitalità, che gli permise di crescere così a dismisura da far risultare le anguste aule dei tribunali un territorio assolutamente insufficiente alla sua gestione. Le cause del suo elevarsi a 555h76f caso sociale sono individuabili nel "doppio legame" che lo congiunse alla schiera di scrittori, artisti e accademici che, per la prima volta, sentirono il bisogno di dar sfogo, come spiegò Zola, al "grido" della propria "anima". Si può parlare di "doppio legame" poiché questo fenomeno di attivismo politico si nutrì - e crebbe a sua volta - proprio del caso Dreyfus che esso stesso aveva generato. Non era più possibile chiamarsi fuori dal prendere una posizione e, se i primi interventi furono dei veri e propri "gridi dell'anima" isolati, a un certo punto tutti gli artisti si ritrovarono ad essere travolti da questo fervore politico e "costretti" a mettersi in gioco.

L'Affare venne così dibattuto anche - e soprattutto - sui giornali e tra i tavoli dei caffè. Ma non fu solo la "penna" la nuova arma di questa battaglia. Oltre a parole taglienti esso ispirò anche una vasta produzione di dipinti, disegni, filmati e arte decorativa, interpretata attraverso quello scandalo o ad esso ispirata. Se per gli scrittori fu semplicemente una innovazione che potremmo definire "di spirito", lo stesso discorso non vale per pittori, illustratori, fotografi e tutte quelle categorie di intellettuali il cui lavoro potremmo racchiudere sotto la denominazione di "arte visiva". Questo potentissimo mezzo di espressione era stato fino a quel momento pressoché impossibile da utilizzare, data l'arretratezza tecnologica che avrebbe reso inefficace la sua forza comunicativa. La recente scoperta della riproduzione fotomeccanica permise di stampare opere grafiche velocemente, a bassi costi e con una soddisfacente resa qualitativa, dando così ai media la possibilità di sfruttare a pieno il potenziale delle arti visive nella loro capacità di influenzare le scelte politiche e di consumo.  I progressi tecnologici in atto in quel periodo furono, perciò, una precondizione indispensabile per comprendere a pieno quel fenomeno di comunicazione che portò ad un notevole ampliamento della sfera sociale. 



(Luca Galassi, Luca Casadei, Annalisa Graziani)

La fotografia.

Essendo stata la macchina fotografica una delle invenzioni più rivoluzionarie del XIX secolo nel campo dell'immagine, essa occupò un posto tutt'altro che marginale in quell'esplosione propagandistica. Grazie ai progressi tecnologici del tempo, le immagini fotografiche divennero a tutti gli effetti parte integrante della cronaca politica e furono utilizzate non solo come strumento per una documentazione la più realistica possibile dell'intera vicenda - come accadde ad esempio nel caso di Gerschel, che produsse oltre duecento scatti ritraenti i vari protagonisti nei momenti più salienti dell'Affaire (si veda in Normn Kleebatt, L'Affare dreyfus. La storia, l'opinione, l'immagine, figg. 17, 18, 19) - ma anche come mezzo per screditare i propri avversari attraverso la loro manipolazione.

Anche nei confronti di quest'ultima possibilità gli antidreyfusardi si dimostrarono più attivi dei loro rivali e pubblicarono sull' "Antijuif" una fotografia abilmente contraffatta del barone von Reinach, parente dello stimato dreyfusardo Joseph Reinach deceduto misteriosamente durante la vicenda dello "scandalo di Panama" nel 1892. La fotografia ritoccata era accompagnata dalla didascalia "von Reinach assassinato da Clemenceau", realizzata con lo scopo di screditare con un'unica mossa i due leader dryfusradi: Joseph Reinach e il presunto assassino di suo zio. Questa volta, però, la risposta dei dreyfusardi fu pronta ed efficace. Per dimostrare al pubblico le possibilità virtualmente illimitate della manipolazione fotografica e confutare la veridicità della foto di Reinach, il direttore de "Le siècle" Yves Guyot realizzò un supplemento dal titolo "Les mensonges de la photographie", in cui erano presenti alcuni accostamenti improbabili ottenuti mediante la sovrapposizione di più negativi in un'unica stampa fotografica. Come si può ben vedere (Norman Kleebatt, fig.33), una delle più sorprendenti è quella centrale in basso, che ritrae il colonnello Henry in attesa di farsi radere dal suo nuovo barbiere, l'ex ministro della guerra Cavignac, alludendo al suicidio dello stesso ufficale, che si tolse la vita con un rasoio quando furono scoperte le sue contraffazioni ai danni di Dreyfus.

                                                                                                       (Luca Casadei)

L'oggettistica.

Sottolineando che quella che stiamo analizzando è un'epoca segnata da una forte domanda di informazione, ma anche da una tendenza assai vistosa a "materializzare" le notizie in prodotti da commercializzare e diffondere su larga scala, Norman Kleebatt ricorda che non mancò chi riuscì a sfruttare le grandi possibilità di guadagno offerte dall'Affare. Molte fotografie, ad esempio, furono utilizzate per la realizzazione di cartoline postali, che ebbero una larghissima diffusione. Ma non solo. Molte fotografie, ad esempio, furono utilizzate per la realizzazione di cartoline postali illustrate, che ebbero una larghissima diffusione. Ma non solo. La gamma di oggetti - satirici o d'uso comune - che furono messi in commercio dimostra come la politica fosse in grado di trasformare imprese artigianali di dimensione familiare in grossi affari. Furono venduti, ad esempio, ventagli con le immagini di Zola e Dreyfus o giocattoli come "Le pif du frère Mathieu", riproducente il naso fallico e caricaturalmente semita del fratello di Dreyfus. O, ancora, furono messe in commercio cartine per sigarette chiamate "Le papier de borderau", per sottolineare l'equivalenza tra la consistenza del famoso documento segreto che inchiodò Dreyfus e la sostanza in cui si trasformano le cartine dopo il loro utilizzo: fumo. Non mancarono i giochi per adulti: per i dreyfusardi fu creato una sorta di gioco dell'oca dal nome "Il gioco dell'Affare Dreyfus e della verità", in cui si giungeva a quest'ultima dopo un percorso disseminato dai vari personaggi della storia; per gli antidreyfusardi invece fu ideato il simile "Gioco delle trentasei teste".




                                                                                                                   (Luca Casadei)

Il cinema.

L'anno della condanna di Dreyfus - il 1895 - fu anche quello della nascita del cinematografo. I pionieri di questa nuova risorsa teconologica cercarono fin da subito di porla al servizio dei loro ideali politici, rendendosi presto conto che la capacità di inganno e persuasione del cinema era ancora più grande di quella della fotografia. Così già nel 1898 uno dei fotocronisti dei Lumière preparò un falso documentario sul caso. Una vera documentazione filmata della vicenda processuale, tuttavia, non era possibile, a causa delle strette misure di sicurezza adottate dalle autorità civili e militari. Si arrivò così a pensare alla creazione di un docudrama (documentario drammatizzato) e Georges Méliès nel 1899 ne produsse uno, il primo della storia del cinema, utilizzando le fotografie apparse sui giornali. Pathé fece di lì a poco un'opera simile. In seguito ad alcuni tafferugli scoppiati durante la proiezione dei due film, tuttavia,  il Governo interruppe gli spettacoli (primo caso di censura cinematografica) e bandì la trasmissione in pubblico di pellicole sul caso.

 Il divieto è rimasto in vigore sino al 1950 e solo nel 1974 è stato realizzato un nuovo film. Questo ci fa capire come, anche quando Dreyfus viene reintegrato nell'esercito, l'Affare non può dirsi completamente metabolizzato e archiviato dai francesi. La vicenda è capace ancora oggi di suscitare passioni politiche e civili e di influenzare l'arte. Kleebatt ci dice che nel 1982, all'interno di un programma per la creazione di monumenti scultorei sulle varie personalità francesi della fine dell'800 e dell'inizio del 900 il ministro della cultura Lang commissionò a Tim, pseudonimo di Louis Mittelberg, un monumento dedicato a Dreyfus da collocare all'Ecole Militaire, nel luogo in cui era avvenuta la cerimonia di degradazione dell'ufficiale, ma il ministro della Difesa si oppose. Così quando Kleebatt scrive il suo libro chiama questo monumento "l'ebreo errante dell'arte scultorea del secolo".

La difficoltà di trovare uno spazio per il monumento non è un particolare privo di interesse. Sappiamo, infatti, che lo spazio crea gli eventi di per sé; come dice Simmel "gli spazi sono eventi sociologici", non sono dei contenitori privi di significato. Facendo un piccolo parallelo, così come era accaduto anche nel caso della realizzazione del Monumento ai Veterani del Vietnam (si veda Wagner - Pacifici, The Vietnam Veterans Memorial: Commemorating a difficult past), anche in questa situazione la collocazione dell'opera d'arte non può non essere non problematica, perché è in gioco molto di più di un semplice atto pratico.

La statua in onore di Dreyfus è stata ufficialmente inaugurata nel VI distretto solamente il 16 ottobre 1994, in occasione del centenario dell'arresto, da Jacques Chirac, che ha definito l'Affaire di triplice scandalo: lo scandalo dell'ingiustizia, lo scandalo dell'antisemitismo e lo scandalo della divisione nazionale.

                                                                                                          (Luca Casadei)







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