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Corso di Letteratura Latina - L'importanza dei PHAENOMENA di Arato di Soli nel mondo latino

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Università degli Studi  L'Aquila

Corso di Letteratura Latina



L'importanza dei PHAENOMENA di Arato di Soli nel mondo latino


Nell'antica Grecia, durante il periodo definito come "Ellenismo"[1], si assiste alla creazione di nuove forme letterarie (romanzo, epillio, idillio), nonché al rinnovamento dei vecchi generi (epigramma, elegia, giambo). Ma a questi dobbiamo aggiungerne uno al quale Aristotele, nella Poetica (I. 1447 b 16), non volle accordare un posto nella poesia vera e propria. Intendiamo parlare della poesia didascalica, di cui egli indica un rappresentante in Empedocle. Gli antichi consideravano creatore di questo genere Esiodo, e non senza ragione, benché nel caso delle Opere la definizione di "poema didascalico" non dica tutto e neppure molto. La poesia didascalica esisteva anche prima dell'ellenismo[2]; ma è in questo preciso periodo che si dedicava a tale genere particolare cura e considerazione. Ora la scelta di comporre un poema didascalico dipendeva dal gusto particolare che si provava nell'accostare dottrina erudita e forma artistica.

L'esempio più notevole ci è offerto da Arato con uno dei poemi più fortunati dell'antichità. Egli veniva da Soli, città della Cilicia. Voler indicare le sue date di nascita e morte è puro gioco. Dobbiamo contentarci di precisare alcuni momenti della sua vita. Le quattro biografie particolareggiate e le lettere spurie vanno prese con riserva; in ogni caso Arato andò ad Atene da giovane e là aderì allo stoicismo. Tra gli altri gli fu vicino Dionisio di Eraclea[3], il quale, nella tradizione biografica, compare sia come maestro, sia come scolaro di Ar 424f59e ato per l'astronomia.

Un punto fermo sta nella notizia che Arato fu chiamato a Pella alla corte di Antigono Gonata ( 276-239 ); in questo invito ebbe naturalmente il suo peso l'inclinazione del sovrano verso lo stoicismo. In Macedonia e per esortazione di Antigono nacquero i Phaenomena. Sappiamo dell'esistenza di altre opere di questo poeta (Inno a Pan; un'edizione dell'omerica Iliade; poemi di medicina come l'Ostologia; una raccolta di poesie brevi dal titolo Kata lepton, che ci è nota dall'Appendix Vergiliana); ma tutto ciò è andato perduto. Di Arato ci resta solo quel poema che mantenne vivo il suo nome anche in secoli che conoscevano pochissime opere greche. Egli probabilmente fu il primo che si accinse ad esporre l'astronomia in forma poetica; ma non è stato affatto l'unico. La cronologia di Cleostato di Tenedo è incerta, ma molto probabilmente egli scrisse in versi sulle costellazioni già prima di Eudosso. Un epigramma di Tolomeo Evergete assegna inoltre ad Arato il primato sui poeti astronomici Egesianatte ed Ermippo. La nostra tradizione ci consente di compilare interi elenchi di autori che si dedicarono a questo tema; non è da dubitare che alla diffusione di questa letteratura contribuirono la credenza nella natura divina delle stelle, che si fa strada dal IV secolo in poi, ed il sistema pseudoscientifico dell'astrologia, come fu elaborato dall'ellenismo.

Il grande successo dei Phaenomena, che con i loro 1154 esametri fecero cadere in dimenticanza tutta la rimanente poesia dello stesso genere, era dovuto soprattutto alle capacità formali di Arato. Egli costruiva versi, meno rigorosi di quelli di Callimaco, che nel loro facile scorrere espongono con chiarezza l'oggetto pur tenendosi a un livello piuttosto alto. Callimaco coglie giustamente il modello stilistico dei Phaenomena quando ne loda, in un epigramma, il carattere esiodeo.

Agli specialisti antichi era ben noto che per la materia Arato dipendeva in tutto da due opere di Eudosso: i Fenomeni e l'Enoptron. Ma, pur seguendo Eudosso, Arato doveva rispettare i limiti delle sue modeste conoscenze specialistiche[4]: egli non si azzarda né a parlare dei pianeti né a classificare le sfere celesti. D'altra parte ricorre raramente al mito per spiegare le costellazioni. Ne deriva che ampie parti dei Phaenomena offrono una lettura molto arida e solo in alcuni brani si sente il poeta. Fra questi c'è, in primo luogo, il proemio in forma di inno con la lode a Zeus, nel quale si riconosce la divinità universale degli stoici, e nel quale il poeta trova accenti di un'autentica solennità e commozione:

 1   Ek DioV arcwmesqa, ton oudepot andreV ewmen

arrhton: mestai de DioV pasai men aguiai,

pasai d anqrwpwn agorai, mesth de qalassa

kai limeneV: panth de DioV kecrhmeqa panteV.

Tou gar kai genoV eimen.[5]

Riguardo la struttura dell'opera di Arato, la prima parte (fino al verso 732) descrive la volta celeste, le costellazioni ed i loro moti, mentre la seconda (che a volte porta il titolo di Pronostici) elenca gli indizi astronomici e naturali che permettono di prevedere le condizioni meteorologiche. Per quest'argomento Arato si servì di una fonte non accertabile, a sua volta ispirata ad una sapienza empirica di tipo popolare; nella sezione astronomica invece egli attinse ai trattati di Eudosso di Cnido, un famoso scienziato vissuto nel secolo precedente, peraltro sovente fraintendendolo.

Ma l'enorme fortuna dei Phaenomena di Arato non riguarda solo il mondo greco (al cui coro degli ammiratori, da Callimaco a Tolomeo Evergete, si aggiunge un epigramma di Leonida di Taranto), bensì anche quello latino.

La sua fortuna presso i Romani era cominciata in età neoterica, con un epigramma di Elvio Cinna. Questi dall'Oriente, su "leggera nave bitinica", recò con sé, per farne dono a non si sa quale amico, un prezioso esemplare in fogli di malva (s'intende, d'una malva arborescente, menzionata da Plinio) del poema astronomico di Arato: l'opera che appunto già Callimaco aveva proclamata un tesoro di squisita elaborazione, modello di gusto alessandrino.

Ecco l'epigramma con cui Cinna, ripetendo espressioni del corrispondente epigramma callimacheo (XXVII) accompagnava il dono (fr.11):

haec tibi Arateis multum invigilata lucernis

carmina, quis ignis novimus aetherios,

levis in aridulo malvae descripta libello,

Prusiaca vexi munera navicula.[6]

Con Cinna abbiamo l'introduzione dei Phaenomena nella cultura romana. Il primo a fare uso di questo testo per le proprie opere sarà Varrone Atacino. Questi, quando era già trentacinquenne, si diede allo studio intenso del greco[7]. Prese allora a tradurre un poema alessandrino, le Argonautiche di Apollonio Rodio. Ma la tendenza che progressivamente portava questo poeta ad avvicinarsi ai gusti ellenistici e neoterici si manifestò poi soprattutto in due poemi didascalici, di argomento geografico ed astronomico: l'uno intitolato Chorographia; l'altro probabilmente intitolato Ephemeris, cioè "diario", cioè i "giorni" adatti ai lavori  (di cui un ampio frammento riguarda appunto i pronostici). L'ispirazione all'opera di Arato è evidente e la sua fortuna risiede soprattutto nella sensibilità, nella tenera malinconia con cui dava voce alle cose di natura.

Ma per avere la prima traduzione in latino dei Phaenomena dobbiamo aspettare Cicerone. Nella sua produzione in versi, infatti, l'opera di gran lunga più importante e più nota (anche perché la sola che ci sia pervenuta in gran parte) è quella che si intitola Aratea, a cui Cicerone stesso dice di essersi dedicato fin da quando era admodum adulescentulus, dunque intorno all'80 a.C., e di avere poi ripresa ( per la parte dei Prognostica) nel 60 circa. Si tratta di una libera versione del poema astronomico di Arato. Questo poema veniva così introducendosi allora tra i Latini come precipuo modello di arte ellenistica. Ebbene, nella versione si ravvisano i segni della elaborazione personale di Cicerone, il quale molte volte sviluppa con immagini e sensibilità nuova ciò che nel modello è appena accennato; e sempre applica, sia nella scelta delle espressioni, sia nella intonazione del verso, un che di nobile, di elevato, di patetico, che è sostanzialmente suo. Valga come esempio questa sua descrizione dei pronostici che traevano dal mare:

556       Atque etiam ventos praemonstrat saepe futuros

inflatum mare, cum subito penitusque tumescit,

sexaque cana, salis niveo spumata liquore,

tristificas certant Neptuno reddere voces,

aut densus stridor cum, celso e vertice montis

ortus, adaugescit, scopulorum saepe repulsus.

Cana fulix itidem, fugiens e gurgite ponti,

nintiat horribilis clamas instare procellas,

haud modicos tremulo fundens e gutture cantus.[8]

Confrontando questi versi con quelli scritti da Arato di Soli, possiamo dare validità a quanto detto poc'anzi riguardo la libera interpretazione che Cicerone fa dei Phaenomena:

909         Shma de toi anemoio kai  oidainousa qalassa



ginesqw, kai makron ep aigialoi boownteV,

aktai t ein aliai opot eudioi hchessai

ginontai, korujai te bowmenai oureoV akrai.[9]

Citiamo ora anche quest'altra descrizione, dei pronostici che si ricavano dalle rane, dagli uccelli, dai bovi:

565       Vos quoque signa videtis, aquai dulcis alumnae

cum clamore paratis inanis fundis voces

absurdoque sono fontis et stagna cietis;

saepe etiam pertriste canit de pectore carmen

et matutinis acredula vocibus instat,

vocibus instat et adsiduas iacit ore querellas,

cum primum gelidos rores Aurora remittit;

fuscaque num numquam cursans per litora cornix

demersit caput et fluctum cervice recepit;

mollipedesque boves, spectantes lumina caeli,

naribus umiferum duxere ex aere sucum.[10]

Gli Aratea ciceroniani ebbero molta fortuna. Infatti influirono - ancor prima e più di Varrone Atacino - sul massimo poeta della natura: Lucrezio. Questi, per via degli Aratea, non solo fu condotto a meditare intorno ai misteri della volta stellata, ma di lì apprese anche espressioni, immagini, ritmi, qualcosa di efficace e caratteristico, di cui sentiamo l'eco risuonare nei versi immortali del De rerum natura. Certamente Lucrezio era destinato ad offuscare, per la potenza del suo genio creativo, il maestro. E ben a ragione Plutarco, nella Vita di Cicerone, rileva che il grande oratore, iniziatosi brillantemente nella poesia, avrebbe pur conseguita in tal campo una considerevole gloria se non fossero tosto sopravvenuti altri poeti più geniali. Resta comunque il fatto che degli Aratea si risentono delle profonde tracce nell'opera di Lucrezio, sia per la struttura dei versi, che per le immagini e la fraseologia.

Anche Virgilio non rimase indifferente dinanzi all'opera di Cicerone, tant'è che, per la composizione delle Georgiche, prenderà spunti non solo dai Phaenomena di Arato di Soli, ma anche dagli Aratea. Tutto questo appare in modo evidente nel primo libro delle Georgiche, specialmente quando dà consigli sulla semina, la coltivazione dei campi e la raccolta. Il frammento riportato qui di seguito mostra, inoltre, come Virgilio si ispiri a Cicerone anche per le descrizioni degli eventi naturali:

356       Continuo ventis surgentibus aut freta ponti

incipiunt agitata tumescere et aridus altis

montibus audiri fragor, aut resonantia longe

litora misceri et nemorum increbrescere murmur.[11]

La similitudine tra questi versi virgiliani e quelli  di Cicerone[12] è evidente.

Inoltre per Virgilio non basta il lavoro indefesso, né la prudenza o la conoscenza dei segni del tempo, senza l'aiuto e la benevolenza degli Dei o senza la giusta interpretazione dei segni divini. Dunque:

438       Sol quoque et exoriens et cum se condet in undas,

signa dabit; solem certissima signa sequuntur,

et quae mane refert et quae surgentibus astri.[13]

Contemporaneamente a Lucrezio e Virgilio, anche altri ubbidivano in qualche modo alla medesima esigenza, e traevano dal mondo scientifico e filosofico argomenti di ispirazione. Questa è la ragione dei numerosi poemi, cosiddetti "didascalici", che fiorirono durante questa età. Si era però rischiato di cadere in un nuovo genere, il "didascalico" appunto, dove la poesia fosse semplice pretesto, pura versificazione di dati aridi ed astratti. Ma chi aveva animo di poeta riusciva, in tutto o in parte, a districarsi dal genere e ricreare fantasticamente la materia.

 Ciò accade anche nell'età di Tiberio; meno che in altre età, ma tuttavia la prova è tentata da più di uno. Questo perché gli autori dell'epoca erano mossi da un sentimento di fastidio nei confronti dei temi e dei generi tradizionali. Si vede con insufficienza anche la mitologia, che pure era così adatta ai prestigiosi incanti della immaginazione e che prevedeva brillanti ed innumerevoli applicazioni.

 Perfino Ovidio, poeta mitologico latino per eccellenza, avvertì l'inadeguatezza della solita mitologia. E per questo cercò di associare la mitologia alla filosofia nel vasto organismo delle Metamorfosi. Infine, negli ultimi anni della sua vita, tentò anche un poema astronomico, dal titolo Phaenomena, che ci riporta all'opera del poeta alessandrino Arato. Dei Phaenomena di Ovidio sono conservati solo un paio di frammenti. Il primo di essi si riferisce all Pleiadi e trova riscontro non propriamente verbale, ma sostanziale nel testo originale greco:

255       Pliades ante genus septem radiare feruntur,

sed tamen apparet sub opaca nube.[14]

L'altro frammento (citato da Lattanzio per scopi di propaganda religiosa) rappresenta la chiusa, tutta personale, del componimento:

Tot numero talique deus simulacra figura

imposuit caelo perque atras sparsa tenebras

clara pruinosae iussit dare lumina nocti.[15]

In quei medesimi anni nei quali Ovidio scrisse i suoi Phaenomena, all'identico soggetto si dedicava un imperiale discepolo, Germanico, la cui opera reca pure, nei codici, il titolo medesimo Phaenomena, non quello ciceroniano di Aratea (con Germanico il poeta Ovidio era in intensa relazione, da lui sperando di ricevere aiuto nella propria sventura dell'esilio). I Phaenomena ci sono pervenuti, non già col cognomen di Germanicus, bensì coi soli nomi di Claudius Caesar. Che però si tratti di quel Claudio Cesare, a cui è applicato ordinariamente l'appellativo di Germanico, non  può essere dubbio: e risalta dagli indizi esterni forniti da Ovidio e da altre testimonianze che rivelano nell'autore il figlio adottivo di Tiberio. Il poema astronomico non è giunto a noi del tutto completo. Questo è chiaro poiché al primo libro, in 725 esametri corrispondenti ai veri e propri Phaenomena del testo greco, seguono frammenti quasi di un secondo libro, un 200 versi, sui pronostici, che però sembra trattazione alquanto indipendente dai Diosemeia (=Pronostici) di Arato. Si direbbe che dopo il primo libro, nel quale l'imitazione del testo greco era resa necessaria dall'indole strettamente scientifica del tema (le costellazioni), l'autore, per la restante parte di carattere pratico popolaresco (le previsioni del tempo), abbia voluto fare di suo.

La dedica di questa opera è rivolta a Tiberio, che prende il posto del sommo Zeus di Arato[16], di quello Zeus da cui il poeta alessandrino aveva tratto gli auspici del canto:

1   Ab Iove principium magno deduxit Aratus:

carminis at nobis, genitor, tu maximus auctor,

te veneror, tibi sacra fero doctique laboris

primitias. Probat ipse deum rectorque satorque.[17]

In conclusione, ciò che nobilita l'opera di Germanico è il suo carattere di serietà: il non essere affatto il suo un puro esercizio di versificazione, bensì una prova di reale interesse per la materia trattata. Per questo egli non si è contentato di tradurre Arato, applicandogli la propria sensibilità artistica: lo ha in generale rifatto per ragioni più sostanziali che formali. Ed ha aggiunto, modificato, corretto, servendosi di commentari al poema arateo e di più recenti studi ed esperienze astronomiche.




Contemporaneamente a Germanico, un altro autore si interessò ai Phaenomena. Stiamo parlando di Manilio. A questi, però, non bastava conoscere esteriormente il cielo, enumerare e descrivere le costellazioni, la loro posizione, il loro corso (come era stato appunto compito di Arato e dei suoi continuatori). Tutto ciò rappresenterà solo una premessa al suo studio dei segreti degli astri e delle influenze di questi sugli esseri viventi. Ecco, dunque, che per Manilio l'opera di Arato è solo lo spunto dal quale trarre riflessioni più profonde e scientifiche.

L'ultimo autore di nostra conoscenza interessato ai Phaenomena è Avieno. Con lui ci troviamo in pieni IV secolo ed è un poeta didascalico. L'interesse di Avieno era principalmente rivolto alle cose della scienza. Per questo egli si assunse il compito di tornare a tradurre l'opera di Arato. Ma, assai più dei suoi predecessori, il novello interprete rielaborò a fondo l'originale, raddoppiandone l'estensione con materia attinta a diverse fonti.

Uno dei figli di Avieno, Placido, aggiunse all'epigrafe, in onore del padre defunto, l'augurio di essere accolto da Giove e dal coro degli Dei in quel firmamento che egli, Festo Avieno, aveva cantato come interprete e divulgatore del poema astronomico di Arato:

Ibis in optatas sedes, nam Iuppiter aethram

pandit, Feste, tibi candidus ut venias,

iamque venis: tendit dextras chorus inde deorum,

et toto tibi iam plauditur ecce polo.[18]

Ma dire che Avieno è l'ultimo autore che si occupa dei Phaenomena di Arato di Soli è, in realtà, errato.

Arato fu il primo a trattare di argomenti astronomici in versi, rendendo così tale materia accessibile ai più[19]. Inoltre si avvicina a questa scienza con l'umiltà di un homo ignarus astrologiae [20]. Risulta perciò normale che, dopo di lui, tutti coloro interessati alla scienza astronomica prendessero i Phaenomena quale testo di base.

In conclusione, abbiamo che , da una parte, Avieno è l'ultimo autore a tradurre il testo greco. Ma dall'altro, dopo di lui, tutti i nuovi studiosi di astronomia avevano a disposizione testi derivanti dall'originale di Arato. Dunque, tutta la scienza astronomica, seppur per via indiretta, discende dai Phaenomena.


Biografia dei principali autori latini trattati nel testo

·        Cinna, Gaio Elvio

(lat. Caius Helvius Cinna). Poeta latino (sec. I a. C.) del gruppo dei poetae novi. Fu originario della Gallia Cisalpina, come Catullo, suo amico; con lui seguì anche il pretore Gaio Memmio in Bitinia nel 57. Molte lodi ebbe il suo epillio Zmyrna (perduto), scritto alla maniera degli alessandrini, sul mito dell'amore di Mirra per il padre Cinira. Da alcuni è identificato col tribuno dello stesso nome, ucciso nei torbidi seguiti all'assassinio di Cesare.

·        Varrone Atacino, Publio Terenzio

(lat. Publius Terentius Varro Atacinus). Poeta latino (sec. I. a. C.). Nato nella Gallia Narbonese (da cui il soprannome di Atacino, dal fiume Atax), fece parte a Roma del circolo poetico dei neoteroi. La sua produzione poetica (di cui rimangono frammenti) fu piuttosto varia: un poema epico di carattere tradizionale, il Bellum Sequanicum, sulla guerra di Cesare contro Ariovisto scritto probabilmente prima della sua adesione al circolo neoterico; un poemetto erudito di geografia (Chorographia); le elegie raccolte sotto il nome di Leucadia, il nome della donna amata, e una traduzione delle Argonautiche di Apollonio Rodio.

·        Cicerone, Marco Tullio

(lat. Marcus Tullius Cicero). Oratore, scrittore e uomo politico latino (Arpino 106 a. C.-Formia 43 a. C.). Nato da una facoltosa famiglia equestre, ebbe grandi maestri. A Roma frequentò, in vista della carriera politica, i maggiori oratori del tempo. Ma cercò anche di acquistare una più vasta cultura, letteraria e filosofica, seguendo le lezioni dei maggiori interpreti delle varie scuole di pensiero greco presenti a Roma tra il 90 e l'80. Questi studi proseguirono in Grecia e in Oriente dal 79 al 77, soprattutto ad Atene. Qui maturò da un lato la sua adesione al genere oratorio, dall'altro l'ideale di una cultura enciclopedica. L'eclettismo, in retorica come in filosofia, sarà del resto una delle costanti di Cicerone. Se mai, nella filosofia, dimostrò simpatie più spiccate per l'accademica, allora in una fase piuttosto critica ed eclettica; mentre avversò più aspramente l'epicureismo per il suo scetticismo metafisico e soprattutto per la sua morale individualistica ed edonistica, in netto contrasto con le virtù e il senso della collettività, tipicamente romani.

La sua produzione letteraria è molto ampia. Il giudizio su un personaggio estremamente complesso come Cicerone è difficile e controverso. Debolezza di carattere, vanità, incomprensione del momento politico, cultura ampia ma scarse capacità speculative: queste e altre sono le valutazioni negative che spesso vengono formulate. Non si può però misconoscere la grande importanza della sua figura politica e della sua attività nell'ambito della letteratura latina, come stilista, come studioso di retorica e di filosofia, come divulgatore della cultura greca a Roma. Per coglierne gli aspetti, talora assai intimi, molto serve l'ampio epistolario, pubblicato dal suo segretario Tirone: 16 libri Ad Familiares; 16 libri Ad Atticum; 3 libri Ad Quintum fratrem; 2 libri Ad Brutum.

Ben più elaborate sono le orazioni. In esse, più che agli argomenti giuridici, l'oratore si affida alle sue capacità emotive, alle invettive, ai tratti spiritosi, all'armonia e all'eleganza del periodare: un'oratoria forbita e insieme concreta, di grande efficacia. Della tecnica oratoria Cicerone si occupò anche in una serie di trattati: convinto che la sostanza morale dell'individuo trovi lo specchio più proprio nella parola, messa a servizio della comunità civica, rappresentata elettivamente nell'attività forense, egli concepì l'educazione integrale come tirocinio di raffinatezza oratoria. In gioventù concepì una trattazione completa della retorica, di cui scrisse solo 2 libri De inventione. Nel 55 compose in forma dialogica (un dialogo immaginario tra gli oratori Lucio Licinio Crasso, Marco Antonio e altri) i 3 libri De oratore, il suo capolavoro in materia. Una varietà di spunti, secondo il probabilismo della Nuova Accademia, sullo sfondo di interessi politici ed etici, propri dei Romani, caratterizza anche le opere politiche e filosofiche di Cicerone, per lo più scritte esse pure in forma di dialogo. Le prime, composte quasi contemporaneamente a quelle di retorica, sono: De Republica, in 6 libri di cui possediamo solo ampi frammenti, dialogo che s'immagina tenuto nel circolo di Publio Scipione Emiliano, sulla migliore forma di costituzione d'uno Stato che viene riconosciuta in quella della Repubblica romana e che si chiude col racconto, fatto da Scipione stesso, di un sogno, in cui il suo avo, Scipione Africano, gli mostra come il servizio reso allo Stato fosse la via sicura per ascendere dopo morti al cielo dei beati. Tra le opere filosofiche, scritte negli ultimi anni di vita, le più celebri sono: De finibus bonorum et malorum, in 5 libri, sul problema del massimo bene e del massimo male secondo le principali scuole filosofiche; Tusculanae disputationes, in 5 libri, in cui sono raccolte immaginarie discussioni sul disprezzo della morte, sulla sopportazione del dolore, sull'addolcimento degli affanni, sui turbamenti dello spirito e sul valore della virtù per la felicità dell'uomo; De natura deorum in 3 libri, con le opinioni degli epicurei, degli stoici e degli accademici sulle divinità. Della sua produzione in versi, invece, ci rimane ben poco.

·        Lucrezio Caro, Tito

(lat. Titus Lucretius Carus), Poeta latino (sec. I a. C.).Pochissimo si sa della sua vita. Le notizie sono per lo più dubbie e in contraddizione con altre. Fu certamente amico di Gaio Memmio, uomo politico e patrono di poeti quali Catullo e Cinna: a lui è infatti dedicata la sua unica opera, il De rerum natura. Secondo alcuni, Lucrezio avrebbe composto il poema negli intervalli di lucidità che gli lasciava un filtro d'amore da lui usato, e si sarebbe alla fine suicidato.

Opere. Il poema De rerum natura , non rivisto, fu poi pubblicato postumo a cura di Cicerone. Si divide in 6 libri di ca. 7500 versi e mira a esporre le teorie epicuree sulla costituzione dell'universo, sulla natura dell'uomo, sui fenomeni terrestri e celesti, per liberare l'umanità dai terrori degli interventi degli dei nel mondo e della sopravvivenza nell'aldilà: il mondo è invece retto dalle leggi meccaniche della natura e l'anima è mortale, perché costituita anch'essa di materia. Tutta l'opera è pervasa da un entusiasmo ribadito di continuo, che la distingue da ogni altro poema meramente didascalico, contrasta col tono pessimistico di molte parti e ne costituisce l'elemento animatore e poeticamente più valido. Ma Lucrezio è anche cosciente delle sofferenze umane, della violenza delle forze naturali, della malvagità degli istinti; come poeta ha una sensibilità delicata, oltreché una potente fantasia. Accanto all'esaltazione per la verità filosofica, alle descrizioni poderose degli spettacoli naturali, ha momenti di tenerezza per i bimbi, per gli animali, per le bellezze del creato. Riesce in tal modo a trattare poeticamente una materia del tutto refrattaria e che lo costringe spesso a creare anche nuove parole e un nuovo linguaggio. Il suo stile, il suo esametro, tendono al grandioso, al potente, al sonoro; anche la lingua arcaicizzante, le allitterazioni, le assonanze, comunicano solennità ed efficacia al poema.

·        Virgilio Marone, Publio

(lat. Publius Vergilius Maro). Poeta latino (Andes, oggi Pietole, Mantova, 70-Brindisi 19 a.C.).Nato in una famiglia di modesti proprietari terrieri, Virgilio fece i suoi primi studi a Cremona, poi a Milano; verso il 52 passò a Roma, dove si applicò all'eloquenza. A quel periodo appartengono i suoi primi componimenti poetici che hanno costituito un grosso problema di interpretazione critica e che sono stati convenzionalmente raccolti sotto il nome di Appendix Vergiliana. Verso il 45 a. C. V. lasciò Roma per ritirarsi nella più tranquilla Napoli, dove seguì i corsi di filosofia epicurea. A Napoli rimase da allora il soggiorno preferito di V. e quivi attese alla composizione delle sue opere poetiche; frequentò Roma solo sporadicamente, partecipando al circolo letterario di Mecenate e condividendo i programmi di restaurazione di Augusto, soprattutto quelli che si rifacevano alle antiche tradizioni religiose e agricole del popolo romano. Tra il 42 e il 37 scrisse le Bucoliche, che lo rivelarono al grande pubblico; seguirono, dal 37 al 29, le Georgiche, quindi, fino alla morte, la stesura dell'Eneide. Nel 19 a. C. V. progettò un viaggio in Grecia, che doveva servirgli per mettere a punto quest'ultima sua opera, ma a Megara fu colto dalla febbre e fece ritorno in Italia; morì poco dopo lo sbarco a Brindisi. Aveva disposto che l'Eneide fosse bruciata, ma Augusto non lo permise e fece pubblicate l'opera coi necessari emendamenti da Vario e Tucca.

·        Ovidio Nasone, Publio

(lat. Publius Ovidius Naso), poeta latino (Sulmona 43 a. C. - Tomi 17 d. C.). Di famiglia equestre, giunse fanciullo a Roma per gli studi e subito rivelò, alla scuola di retorica, le sue doti poetiche. Si perfezionò, come s'usava, ad Atene, visitò l'Asia Minore e l'Egitto e di ritorno a Roma entrò nel circolo letterario di Messalla Corvino. Ebbe molti amori e tre mogli, l'ultima delle quali gli rimase fedele fino all'estremo. Ricoprì alcune cariche pubbliche di scarso rilievo. Dominava piuttosto gli ambienti mondani, dove le sue poesie amorose riscossero grande successo. Verso il 3 d. C., nel clima augusteo, si volse all'epica mitologica e nazionale con le Metamorfosi e i Fasti. Era in corso appunto la composizione dei Fasti quando sopraggiunse, nell'8 d. C., un'intimazione dell'imperatore a lasciare immediatamente l'Italia per Tomi, cittadina sul Mar Nero. Le ragioni del provvedimento sono oscure: il poeta ne parla a più riprese, ma sempre in modo confuso o vago, accenna al fatto di essere stato con le sue "turpi" poesie «maestro di sconvenienti adulteri», e di avere assistito imprudentemente a una "colpa" in una casa nobiliare. Un anno dopo O. sbarcava a Tomi, villaggio di mare tra barbari e ghiacci. Poetò ancora: lamenti, suppliche più che altro nella speranza di ottenere la revoca del decreto d'Augusto, ma inutilmente, e a Tomi lo colse la morte. La produzione di O. ci è giunta quasi per intero. Prima sua opera d'adolescente furono gli Amores, raccolta di elegie. Quasi contemporaneamente agli Amores furono composte le Heroides, raccolta di ventun lettere immaginarie. Momento culminante dell'elegia erotica è la successiva Ars amatoria, un poema didascalico in tre libri su come l'uomo può conquistare la donna e conservarla, e su come la donna può farsi amare; a questo seguì dei Remedia amoris, sui modi per liberarsi di una donna o di una passione gravosa. Le successive Metamorfosi sono un vasto poema in 15 libri, in esametri, comprendente circa duecento favole di trasmutazioni mitologiche. Il tema della trasformazione aveva già interessato gli alessandrini; era la visione di un mondo instabile, di una realtà in perpetuo mutamento. Le Metamorfosi sono il suo capolavoro.

·        Germanico, Giulio Cesare

(lat. Iulius Caesar Germanicus).Generale romano (Roma 15 a. C. - Antiochia 19 d. C.), nipote di Tiberio, che lo adottò nel 4 a. C., e sposo di Agrippina Maggiore. Condusse spedizioni vittoriose in Germania nel 14-16 d. C., sconfiggendovi Arminio e sedando anche una ribellione delle legioni del Reno. Inviato successivamente da Tiberio in Oriente, nell'Armenia, vi venne in urto con Calpurnio Pisone, proconsole di Siria, che fu poi accusato della sua morte. Esperto generale, amato dai soldati, di spirito liberale (e ciò avrebbe ingelosito Tiberio), G. fu anche uomo di cultura profonda: tradusse i Fenomeni di Arato, scrisse i Prognostica. Fu padre dell'imperatore Caligola. § L'iconografia di G. è piuttosto incerta. Il suo profilo compare su monete di Cesarea di Cappadocia del 18-19 d. C.; meno attendibili i ritratti su monete più tarde. Numerose, ma non sicure, le attribuzioni di ritratti; quello più certo è costituito dalla statua di Gabi, oggi al Louvre.



·        Manilio, Marco

poeta latino (sec. I a. C. - sec. I d. C.). Personaggio altrimenti sconosciuto, è l'autore del poema Astronomica in 5 libri, il primo di contenuto astronomico, gli altri sulle credenze astrologiche. Iniziato presumibilmente negli ultimi anni del principato di Augusto e continuato sotto Tiberio, il poema ricalca nella struttura il De rerum natura di Lucrezio, ma alla concezione epicurea di un universo governato dal caso M. oppone la dottrina stoica della predestinazione. L'entusiasmo dell'argomentazione e l'eleganza formale non riescono tuttavia ad animare l'aridità della materia.

·        Avieno, Rufo Festo

(Rufus Festus Avienus), poeta didascalico latino (n. Bolsena sec. IV d. C.). Nato da illustre famiglia, tradusse il poemetto Fenomeni di Arato; descrisse la Terra (nel poemetto in esametri Descriptio orbis terrae, rifacimento della Periegesis dell'alessandrino Dionisio) e le coste dei mari dell'impero dalla Britannia al Mar Nero (De ora maritima, in senari giambici, di cui ci è giunta solo una parte del I libro).


Bibliografia

·        J. Martin, Arato - Phaenomena, 1956 (I edizione);

·        A. Rostagni, Storia della Letteratura Latina, 1964 (I edizione), terza ristampa;

·        D. Del Corno, Letteratura Greca, 1988 (I edizione), XII ristampa;

·        M. Giammarco, Virgilio - Le Georgiche, 1983 (I edizione);

·        Grande Enciclopedia Peruzzo, 1970 (I edizione);

·        A. Lesky, Storia della Letteratura Greca - vol. III, 1962 (I edizione), terza ristampa;

·        GEDEA Multimediale De Agostini, 1995.

 



[1] Periodo della storia e della civiltà greca che va dalla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) fino alla battaglia di Azio (31 a. C.).

[2] Ad esempio Eveno di Paro mise in versi le regole di retorica.

[3] Esponente dello stoicismo che, in seguito, dalla Stoa passò all'edonismo.

[4] Cicerone (De orat. I, 69) riferisce come opinione radicata che Arato, l'autore di versi così eccellenti sul mondo celeste, era un homo ignarus astrologiae.

[5] Trad.:" A Zeus nostro creatore, a lui che,  noi uomini,  non lascia mai innominati. Piene di Zeus sono tutte le cose e tutti gli insiemi di uomini; pieni sono il mare ed i porti; tutti noi abbiamo bisogno di Zeus. Infatti è da lui che noi discendiamo."

[6] Trad.:" A te questo carme di Arato, frutto di assidue veglie alla lucerna, onde impariamo a conoscere i celesti fulgori, qui, trascritto su aridi fogli di levigata malva, in dono io ti ho recato su Prusiaca navicella (dal nome degli antichi re di Bitinia - N.d.R.)".

[7] Non bisogna dimenticare, infatti, che siamo nel periodo della seconda guerra punica ed il problema vivo di quegli anni riguardava la divulgazione e l'accettazione della cultura greca; è normale, dunque, che gli intellettuali dell'epoca decidessero di studiare la lingua greca per avvicinarsi a questa nuova cultura.

[8] Trad.:" Ed anche il futuro insorgere dei venti spesso preannunzia il mare rigonfio, quando d'improvviso e dal profondo esso s'ingrossa e gli scogli canuti, spumeggianti di nivea salsedine, restituiscono a gara le cupe lamentevoli voci di Nettuno, o quando un denso stridore, dall'alta vetta del monte sorgendo, cresce ripercosso dalla siepe degli scogli. La bianca folaga parimenti, se fugge dal gorgo del mare, annunzia con grida l'incombere d'orrende procelle, canti senza fine effondendo dalla gola fremente."

[9] Trad.:" Quale segno dei venti tu avrai anche il gonfiarsi del mare, le rive che gridano da lontano, le scogliere che al bel tempo si riempiono di echi ed i muggiti delle cime delle montagne."

[10] Trad.:" Voi pure i segni precorritori avvertite, o figlie dell'acqua dolce, allorché schiamazzando vi ponete a versare le vostre voci inani e con stonato suono i fonti e gli stagni agitate. Spesso anche un tristissimo carme dal suo petto emette l'acredula e con mattutina voce incalza; incalza con la voce, e continue querele lancia dalla gola non appena fresche rugiade l'Aurora ha disperse. E la nera cornacchia talvolta, su e giù per il lido correndo, immerge nel mare il capo, e l'onda sul collo riceve. Ed i tardipedi bovi, alzando alla luce del cielo lo sguardo, aspiran con le nari l'umido vapore dell'aria."

[11] Trad.:" Subito, al sorger dei venti, le onde del mare incominciano a gonfiarsi agitate e secco un fragore a sentirsi sugli alti monti, o a rimescolarsi muggendo lontano i litorali e frequente dei boschi il brusio divenire."

[12] Vedi pagina 3 - versi 556 e seguenti.

[13] Trad.:" Segni darà pure il sole al sorgere e quando nel mare si nasconde: infallibili i segni lo seguono, e quelli che sul mattino riporta e gli altri al montare degli astri."

[14] Trad.:" Diconsi sette brillare le Pleiadi davanti al ginocchio di Perseo; e tuttavia appare la settima sotto opaca nube."

[15] Trad.:" Tante immagini e di tale aspetto fissò Iddio nel cielo e volle che, sparse per le cupe tenebre, chiari lumi recassero alla notte umida di brina."

[16] Vedi pag.1 - versi 1 e seguenti.

[17] Trad.:" Da Giove possente trasse principio Arato; ma per noi sarai tu, o genitore, il massimo ispiratore del canto: io te supplico, a te reco qual sacerdote le offerte e di mia dotta fatica le primizie. Il re stesso e padre degli Dei ciò approva."

[18] Trad.:" Andrai nelle bramate sedi, o Festo, poiché Giove a te l'etere schiude, affinché candido tu venga. E già vieni: di là il coro degli Dei la destra ti tende e tutto quanto il cielo, ecco, a te applaude."

[19] Vedi pag.1.

[20] Vedi nota 4.








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