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Mimnermo - I fragili doni di Afrodite

greco


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Mimnermo

Mimnermo nasce a Colofane, o probabilmente a Smirne, sulle coste dell'Asia Minore e forse visse nel periodo in cui la sua patria era sotto il dominio dei lidi, benché a tale situazione faccia riferimento solo in pochi frammenti, tra la fine del VII e l'inizio del VI secolo a.C. Secondo la tradizione Mimnermo suonava il flauto ed eseguiva le sue stesse composizioni. Mimnermo cioè " colui che resiste sull'Ermo" apparteneva a una famiglia aristocratica, come si può dedurre dal nome altisonante a ricordo di una vittoria dei Greci contro i Lidi. Mimnermo compose due libri di elegie, introducendo per la prima volta il motivo dell'amore in questa forma poetica: compose canti d'amore e imprese militari come quelle contro i Lidi; Gige re dei Lidi morì attorno al 650 a.C. e Mimnermo cantava le gesta della generazione precedente facendo propendere la sua produzione verso un pensiero storiografico. Le generazioni alessandrine organizzarono le sue poesie in due raccolte: il libro dedicato a Nannò, suonatrice di 222j94c flauto amata dal poeta, affronta, tra le altre, tematiche mitologiche e storico-geografiche e il secondo, la Smirneide, raccoglie componimenti più brevi su argomenti come i piaceri dell'amore, la fugacità della giovinezza, la brevità della vita e i mali che si accompagnano alla vecchiaia, tra i quali in particolare il disprezzo delle donne. Celebre la sua similitudine che accosta gli uomini alle foglie: come queste, anch'essi godono per breve tempo dei fiori della giovinezza; comprende anche altri frammenti di poesie sparse. "Nell'amore i versi di Mimnermo valgono più di quelli di Omero" dicevano gli antichi così che l'autore ci è maggiormente noto come poeta d'amore e della nostalgia della passata giovinezza. Contrariamente al suo stato nobiliare i valori della virtù, del ardimento guerriero e del coraggio sono sostituiti da un modello di vita appartata dove l'amore riempie il vuoto lasciato dalla crisi della società omerica.



I fragili doni di Afrodite

 Il tema delle due elegie è rappresentato dall'antitesi fra giovinezza e vecchiaia e il terrore che quest'ultima provoca. I passi di queste sembrano disegnare una visione sfiduciata della vita e cercare risposte, tutto sommato effimere, ai drammi della vita e della morte. Ma Mimnermo oltre a rispondere alle tematiche tradizionali del simposio che esortavano i convitati a godere del momento presente esprime anche la sua consapevolezza della fragilità umana più volte riportata anche nella poesia epica.

In questi versi di Mimnermo si trova quindi la bellezza dell'istante e non, come afferma parte della critica, il più cupo pessimismo. Va ricordato poi che il pubblico del simposio creava volentieri un'atmosfera in cui vino, amore, morte malinconia, bellezza e rimpianto correvano a formare una mescolanza di toni ed emozioni sottili.Le due elegie sono state riportate entrambe, probabilmente integre, nell'antologia di Strobeo. Il tono più riflessivo della seconda composizione ha fatto supporre, senza alcun fondamento che questa sia stata composta nella vecchiaia dell'autore, mentre la prima sarebbe stata scritta in gioventù. Un altro frammento, reso famoso dalla risposta di Solone, in versi distici elegiaci fissa il termine di ogni lietezza all'inizio della vecchiaia, a sessant'anni contro gli ottanta del poeta ateniese.

Noi, come le foglie genera la fiorita stagione

Di primavera, quando a un tratto crescono ai raggi del sole,

simili a quelle, per breve tempo del fiore di giovinezza

godiamo, da parte degli dei ignorando così il male come il bene. Ma le nere sorti sovrastano,

l'una recando il termine di vecchiaia molesta,

l'altra di morte: e per poco nasce di giovinezza

il frutto, quando sulla terra si spande il sole.

Ma appena poi questo termine di tempo sia trascorso,

subito morire, ecco, è meglio che vivere.

Poi che molti mali nascono in cuore: una volta la casa

Va in rovina e ne segue dolorosa povertà;

uno poi è privo dei figli, dei quali molto

bramoso se ne va sotterra all'Ade;

un altro ha un morbo che gli rode il cuore: e non esiste alcuno

fra gli uomini, cui Zeus non dia molti mali.

Cosi, lontano da morbi e da affanni penosi

Sessantenne mi colga il destino di morte.

Quale vita, che dolcezza senza Afrodite d'oro?

Meglio morire quando non avrò più cari,

gli amori segreti e il letto e le dolcissime offerte,

che di giovinezza sono i fiori fugaci

per gli uomini e le donne.

Quando viene la dolorosa vecchiaia

Che rende l'uomo bello simile al brutto,

sempre nella mente lo consumano malvagi pensieri;

né più s'allieta guardando la luce del sole;

ma è odioso ai fanciulli e sprezzato dalle donne:

tanto grave Zeus volle la vecchiaia.

 

 

 

 Il concetto di "calon" (vecchiaia, bello estetico) é determinante nel mondo Greco, anche se i filosofi Greci considerano la vecchiaia come fonte di saggezza. Per Mimnermo, invece é la fine della vita, del godimento amoroso, della bellezza estetica. Viene preso quindi in considerazione il tema della fugacità del tempo: la " dolorosa vecchiaia" è fonte di scoramento, nella quale "l'uomo bello è simile al brutto", essa quindi determina la cessazione di ogni tipo di gioia.

Il poeta preferirebbe piuttosto " morire quando non avrò più cari gli amori segreti e il letto e le dolcissime offerte, che di giovinezza sono i fiori fugaci" che diventare vecchio, la morte diventa una soluzione per fuggire alla bruttezza dell'invecchiamento.

La decisione divina dell'introduzione di tale " malattia", provoca nell'animo dell'autore un certo sentimento di avversione e nello stesso tempo di rassegnazione alla sorte comune di ogni uomo (" ...è odioso ai fanciulli e sprezzato dalle donne; tanto grave Zeus volle la vecchiaia").

 

Siamo come le foglie nate alla stagione florida

crescono così rapide nel sole -:

godiamo per un gran tempo i fiori dell'età,

dagli dèi non sapendo il bene, il male,

rigide, accanto, stanno due parvenze brune:

l'una ha il destino di vecchiezza atroce,

l'altra di morte. E il frutto di giovinezza è un attimo,

quanto dilaga sulla terra il sole.

Ma come varca la stagione il suo confine, allora

Essere morti è meglio che la vita:

il cuore sperimenta tanti guai; la casa a volte

si strugge e viene la miseria amara;




uno è privo di figli: li desidera, e scende

nell'aldilà con quell'accoramento;

un altro ha un morbo che lo strema. Non c'è uomo

che da Zeus non riceva guai su guai.

 

 L'autore greco riprende la similitudine tra le piante e la vita umana così come aveva già fatto in precedenza Omero ("siam come le foglie nate nella stagione florida"): tutti gli uomini, così come tutta la natura, presentano un ciclo biologico, la nascita, la crescita, la vecchiaia ed infine la morte. Questo è il vero destino dell'uomo: la morte, ciò a cui non si può sfuggire, bisogna avvalersi del tempo minuto per minuto e gustarsi la giovinezza finché si può.

Ritorna il tema della brevità della vita " godiamo...i fiori della vita"

L'incapacità umana di distinguere il bene dal male, deve essere necessariamente supportata dall'aiuto divino (" ..dagli dèi non sapendo il bene, il male")

Il poeta si pone quindi davanti ad una scelta: o continuare a vivere perdendo così tutti quei piaceri provati durante la propria giovinezza, o uccidersi troncando definitivamente qualsiasi contatto con la vita terrena ("l'una ha il destino di vecchiezza, l'altra di morte"). Arrivato alla soglia della vecchiaia preferisce " essere morti ... che la vita".

Questo atroce destino, comune a tutti gli esseri umani, porta a godere di ogni momento della propria vita, poiché " il frutto della giovinezza è un attimo".

Mimnermo riprende il concetto già affrontato nella precedente elegia attribuendo agli dèi l'origine di tutti i " guai" in cui " la miseria amara si strugge": il desiderio di un figlio, mai esistito, lo persegue persino dopo la morte (" li desidera e scende nell'aldilà con quell'accoramento"), mentre qualcun altro muore oppresso da una grave malattia (" un altro ha un morbo che lo strema"). Nessun uomo è " faber sui fortunae", ma contrariamente la propria vita è frutto della volontà divina: " non c'è uomo che da Zeus non riceva guai su guai".

Diede Zeus a Titono un male inestinguibile

La vecchiaia, che di più gelida è anche della morte amara.

 L'autore riprende nuovamente il tema della vecchiaia, fine di ogni piacere e persino " più gelida della morte amara"

La nascita di questo " male inestinguibile" è divina: Titono, pur essendo un essere immortale e per oblio non ottenne da Zeus l'eterna giovinezza, diventando così il simbolo del passaggio tra la vita e la morte, rivelandosi così molto più angosciante e terrificante della fine stessa.

 Anche nel teso che segue vengono ripresi continuamente i medesimi temi espressi con la stessa amarezza: il trascorrere del tempo, la brevissima durata della giovinezza che si contrappone all'arrivo imminente della vecchiaia e il desiderio di morte che può risparmiargli l'avvento del calon.

Ma cosa di breve durata come un sogno

È giovinezza preziosa; e terribile e deforme

Vecchiaia, sul capo a un tratto è sospesa,

odiosa, del pari è spregevole, che irriconoscibile fa l'uomo

e rovina, avviluppandoli, gli occhi e la mente.

 Mimnermo sogna di poter essere giovane per sempre soltanto che quella che lui immagina non è la realtà, ma soltanto un'illusione.

 Si ha una netta contrapposizione tra la " preziosa giovinezza" e la " terribile, deforme, odiosa e spregevole vecchiaia": essa viene evidenziata dalla collocazione antitetica delle parole all'interno dei versi, se da una parte il termine giovinezza è all'inizio frase, la vecchiaia si trova alla fine.

 Descrizione dei sintomi dell'invecchiamento, del degrado non solo fisico " irriconoscibile fa l'uomo e rovina, avviluppandoli gli occhi ", ma anche psicologico: l'uomo vecchio con il passare del tempo viene oppresso dall'appannaggio della vista e della mente. Egli quindi non riesce più a svolgere tutti quei processi mentali, che a mano a mano si alterano e diminuiscono le sue capacità intellettive ("..avviluppando la mente").

 L'uomo diventa irriconoscibile così che "l'uomo bello  è simile al brutto"

 

Oh! Senza malattie e angosciosi affanni

Il destino di morte mi colga a sessant'anni.

 A questa visione si contrappone Solone, il legislatore che ritiene la vecchiaia come fonte di saggezza, per cui l'uomo deve restare in vita sino a 80 anni.

 L'impossibilità di contrapporsi all'arrivo di questa calon, ormai incombente: piuttosto la morte alla continuazione di una vita logora

Il viaggio del sole

* La Nannò era una raccolta di elegie. Callimaco considerava questi canti eccessivamente prolissi affermando: " che Mimnermo sia dolce l' hanno dimostrato i suoi brevi canti, e non la donna panciuta". In uno dei pochi frammenti rimasti si descrive il viaggio del sole che, dopo aver percorso l'orbita celeste, riattraversa l'Oceano verso Oriente. Non è un discorso né mitico né cosmologico ma piuttosto in versi distici elegiaci, con una metafora si intendeva la ripetitività delle azioni umane.







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